CAPITOLO III.

Però mandarono in volta a tutte le famiglie dei Carretti un altro oratore, accortissimo uomo, che fu messere Ambrogio Senarega. Doveva egli apertamente ricordare i vecchi diritti di Genova sulla terza parte del Finaro, su Castelfranco e sulla terra di Giustenice, posta ai confini occidentali del marchesato; chiedere che Giustenice e Castelfranco fossero restituiti, e per la terza parte del Finaro si riconoscesse Galeotto feudatario della repubblica; a ciò volesse la lega persuaderlo, o, dove questi si ostinasse nel niego, abbandonar le sue parti. Certamente, poi, doveva in privati colloqui scandagliare i propositi e tentar la fede di tutti; che certo, e per antiche ruggini e per essere eglino in troppi, non dovevano vivere in così calda amicizia e comunanza d'interessi, come il fatto della lega mostrava. Del resto, provvedessero, come stimavano meglio, all'utile loro; ma ricordassero che Filippo Maria Visconti, protettore e amico a Galeotto era morto, e Milano rivendicata in libertà non avrebbe spalleggiato i nemici della repubblica genovese.

Anche in quella occasione la risposta della lega fu data da messer Francesco di Novelli. A difesa di Galeotto si ricordava la donazione di Filippo Maria; a discolpa di tutti i signori della lega si ripeteva non aver essi altro desiderio che di vivere in pace e in amicizia con Genova; del resto, avrebbero combattuto, se ella a ciò li astringeva, e resistito con ogni lor possa; che bene dovevano essi andare in soccorso di Galeotto, a cui erano stretti da vincoli d'alleanza e di sangue.

Queste le parole; ma i fatti voleano esser diversi. La morte di Filippo Maria Visconti improvvisamente avvenuta nell'agosto, e i torbidi che n'eran seguiti in Lombardia, d'onde più speravano aiuto in quel loro bisogno, avevano scosso la baldanza dei collegati marchesi. Bene avevano mandato lettere e messaggi a tutti i signori circonvicini per chieder consiglio e procacciarsi amicizie; ma in pari tempo (e qui era da vedersi il frutto delle pratiche di Ambrogio Senarega) disegnavano di mandare un oratore a Genova, per rabbonire i Fregosi.

Ora, vedete bel caso, quest'oratore fu bensì uno di loro, ma figliuolo a Marco, signore di Osiglia, che tra tutti i collegati era il meno amico a Galeotto e il più tiepido nei consigli di guerra.

Questi, che avea nome Abate, recatosi a Genova, mentre il Senarega scendeva da Osiglia al Finaro per abboccarsi con Galeotto e far le viste di raccomandargli la pace, mostrò ai Genovesi esser tra loro discordi i signori della lega. Rammentò come suo padre Marco e un suo cugino Gherardo di Santo Stefano, discendessero da quei due, Emanuele ed Aleramo, che avevano venduto la loro terza parte del Finaro, e come, nell'atto di volerla ricuperare, molti anni addietro, fossero stati presi ed imprigionati dalla madre di Galeotto, ed avessero perduto per giunta Calizzano; riandò tutte le vecchie ragioni d'inimicizia che covavano in seno a quel parentado; lasciò intendere come i Carretti avrebbero potuto, parte voltarsi contro, parte non dare al congiunto quel valido aiuto che egli si prometteva da essi; una sola cosa dimandò: che, frutto dei mutati consigli fosse a Marco suo padre la ricuperazione del dominio perduto.

Non è a dire se i Fregosi accogliessero di buon animo le confidenze diMarco e del figliuol suo, e come gli fossero larghi di promesse.L'orso di Castel Gavone era ancora da prendere; si poteva impegnarnesenza tanti riguardi la pelle.

Queste cose, siccome è agevole argomentare, ignorava Galeotto. E frattanto, poichè egli, messo al punto di dover provvedere alle sue difese, non poteva muoversi dal marchesato, e gli premeva in pari tempo di saper l'esito dell'ambasceria del figliuolo di Marco ai Genovesi, aveva disegnato di spedire Giacomo Pico alla torre di Oddonino e alle altre castella de' principali tra' suoi consanguinei. Nè a ciò si ristringeva la commissione del Pico. Egli, udito delle pratiche di Abate presso i Fregosi e di ciò che il capitano della lega, messer Francesco di Novelli, avesse deliberato di fare, doveva altresì, procedendo di corte in corte, raccogliendo i pareri e indagando gli animi di tutti, giungere fino alle rive del Tanaro, per recare un messaggio a Tommaso di Bagnasco.

Era questo messer Tommaso un onorevole cavaliere, della casata dei marchesi di Ceva. Quella gente erano guelfi, laddove i Carretti erano ghibellini; ma, oltre che i tempi delle acerbe nimicizie partigiane erano trascorsi e più assai importava a quelle schiatte marchionali vivere in pace tra loro e assodare la loro signoria, Tommaso di Bagnasco aveva sempre dimostrato a Galeotto la più schietta amicizia e s'era in parecchie occasioni profferto all'amico, per servirlo, come dicevasi allora, di coppa e di coltello.

E messer Giacomo Pico era andato, con che animo sel pensi il lettore. Si allontanava un tratto da madonna Nicolosina, ma, a ben guardare la sostanza delle cose, per avvicinarsi di più alla meta de' suoi desiderii. Diffatti, se la guerra inevitabile coi Genovesi mandava già a monte un temuto matrimonio, quella importantissima ambasceria commessa a lui dal marchese, ristringeva i vincoli dell'antica dimestichezza, aggiungeva servizio a servizio, gratitudine a gratitudine, dava esca e fondamento a più salde speranze. Al suo ritorno, poi, utile al suo signore per delicatissimi negoziati, come gli era stato caro per consuetudine antica e per aiuti personali, il Bardineto avrebbe operato tali miracoli di valore da farsi armar cavaliere sul campo e da meritare tal grazia appo i signori del Finaro, che a lui si sarebbe conceduta Nicolosina, o a nessuno, fosse pure conte, marchese, duca, o figlio di re.

Galeotto era ben lungi dal sospettare che nuova specie di fantasie girasse per lo capo al suo antico donzello. Ad altro aveva egli la mente: ai vassalli chiamati in armi da tutte le borgate; a due compagnie di balestieri che avea tolte in condotta; alle lancie che gli mancavano ancora; al suo tesoro, che di molto si sarebbe scemato, e senza speranza di ricattarsene, anco vincendo la prova. Imperocchè, quella era una guerra di difesa contro un potente nimico lontano, e, per arricchire delle sue spoglie, sarebbe bisognato stravincere. Ora, di stravincere, il marchese Galeotto non nutriva speranza per fermo. Bene lo assicurava Barnaba Adorno, con gli altri fuorusciti di Genova, ospiti suoi, che, tornata la fazione loro alla somma delle cose, largamente sarebbe stato compensato di ogni suo danno; ma quella fortuna era di là da venire e poteva anche restarsi per via; laddove la guerra soprastava al Finaro, e quella lì non c'era speranza pur troppo di allontanarla, nè sarebbe tornato a guadagno il tenerla in sospeso.

Ma, per tornare a Giacomo Pico, che le centomila necessità del racconto mi fanno ogni tanto lasciare in disparte, è da stringere in poche parole che egli aveva sollecitamente adempiute, in quel modo che poi si dirà, le incombenze a lui date, ed era di ritorno al Finaro due settimane dopo la sua partenza, e proprio in quel giorno 26 novembre dell'anno 1447. Il cuore gli battea forte nello avvicinarsi al castello. Aveva veduto per pochi istanti Nicolosina, e gli era parsa un'altra donna. Effetto naturale delle lontananze, anche brevi, da chi siamo usi vedere ogni giorno, che ci si sente subito come stranieri alla casa. E perchè poi? Perchè eravamo avvezzi a sapere ogni più lieve atto, ogni più riposto pensamento dei nostri famigliari, e la fragil catena di tutti quei preziosi nonnulla si è malamente spezzata.

Per altro, egli non era il momento di trattenersi su quelle frasche. Mandò giù la ingrata sensazione di quel primo incontro con lei; la ebbe anzi per una fisima del suo cervello ammalato, e si presentò al marchese, per dargli ragguaglio della sua legazione. Tra le altre cose, narrò come il figlio di Marco niente avesse ottenuto dai Fregosi, e nemmanco fosse tornato da Genova; donde per avventura, si poteva conchiudere che le speranze d'un accordo non fossero tuttavia dileguate.

Ma intorno a ciò il marchese Galeotto non istava più in forse e ben sapeva che cosa pensarne, cioè che i Genovesi si studiavano di tenergli a bada la lega, e frattanto si disponevano con ogni diligenza ad assalirlo, sperando di averlo atterrato, innanzi che gli altri si fossero mossi a difenderlo. Ora, che la lega del parentado fosse per aiutarlo, non dubitava il marchese; anche pur dianzi, al suo inviato, tutti ad una avevano fatto le più solenni promesse. Quanto a sè ed alle forze raccolte nel Finaro, egli si teneva abbastanza sicuro, da credere che i Genovesi avessero per quella volta fatto male i lor conti. Questo era l'essenziale. Piuttosto, gli doleva del Bagnasco, così largo promettitore in principio, e adesso, secondo gli riferiva Giacomo Pico, tanto irresoluto e difficile a muoversi per un verso o per l'altro. Ma forse, pensava Galeotto (e questo pensiero lo consolava un tratto) la guerra, incominciata che fosse, anche al lontano amico avrebbe sgranchiato le gambe.

E la guerra stava appunto per rompere. Là, a poche miglia discosto, sulla spiaggia di Vado, che è tra Noli e Savona, i Genovesi facevano gente. Da un momento all'altro, chi sa, potevano anche apparire i primi scorridori dell'esercito nemico sulle alture della Briga, e scendere in valle di Pia. Ed era questa la nuova, che dava a messer Giacomo Pico di Bardineto il marchese Galeotto, in ricambio alle molte del suo messaggiero.

Il quale, d'ambasciatore rifattosi uomo d'armi in un subito, uscì dal borgo, varcò il torrente dell'Aquila, e, per la via più spedita, che s'inerpicava alle spalle di Monticello, corse a vedere se fossero bene asserragliati i passi di monte Tola e Calvisio. E di là, attraversata la valle di Pia, già era sulle mosse per risalire fino a Verzi, dove stavano le prime vedette del Finaro, allorquando gli venne udito di que' due cavalieri, che, provenienti dalla parte d'Isasco e delle Magne (per dove correva la via maestra da Noli al marchesato) erano discesi al guado della fiumana di Pia.

Argomentando che fossero avviati al Finaro, era corso dietro a loro.Ma egli a piedi, e quei due a cavallo; nè aveva potuto raggiungerli.Giunto a Castelfranco, li seppe andati oltre alla Marina; giunto allaMarina, udì che aveano proseguito alla volta del Borgo. Andò al Borgo;nessuna novella di loro. Erano dunque rimasti a mezza strada.

Così, pigliando lingua da ogni banda, aveva trovati i due forestieri all'Altino e gli era occorso con mastro Bernardo quel dialogo maledetto, che gli aveva a dar fumo di tante novità dolorose. In due settimane di lontananza, madonna Nicolosina promessa ad un altro e quest'altro già arrivato per farla sua! Ma, già; hanno il torto gli assenti!

Dal quale apparisce che, in materia di consolazioni, TommasoSangonetto avrebbe potuto dar de' punti a Boezio.

Che torbidi pensieri menassero la ridda nel cervello di Giacomo Pico, è più facile argomentare che dire. Chiunque ha fieramente patito per amore, e per amore dispregiato o negletto, ci metta qualcosa dei suoi ricordi particolari e di ciò che ha veduto, udito, o letto degli altri; mescoli, aggiunga un pizzico d'acerbo, come l'hanno in gioventù i caratteri chiusi, e dopo i trent'anni ogni nato di donna, e s'avrà formato un concetto di quella stizza profonda in cui si crogiuolava lo spirito del nostro innamorato.

Sconvolto, rabbioso, tormentato da cento pazzi disegni, aveva preso a furia la strada del borgo ed era entrato per la porta di san Biagio. La meta della sua corsa doveva essere a tramontana, verso l'erta su cui torreggiava il castello; senonchè, giunto ad un crocicchio in mezzo all'abitato, parve essersi pentito; poichè, fatto un gesto di sdegno, svoltò rapidamente a sinistra e andò ad uscire da un'altra porta, che metteva sulla strada di Calice.

Pervenuto colà e data una torva occhiata su in alto, dove non gli era parso dicevole andare, varcò il ponte antichissimo che cavalcava il torrente. Quel ponte era di costruzione romana, e in ogni altro caso Giacomo Pico si sarebbe fermato, come spesso soleva, a contemplarne i poderosi piloni, che da forse millequattrocent'anni sfidavano l'ira del tempo e doveano sfidarla altri quattrocento di poi, per essere divelti in quella vece da un capriccio degli uomini. Ma allora, e' non li degnò neppur d'uno sguardo, e passato sull'altra sponda del Calice, si avviò verso la ripida costa della montagna, con passo concitato e gagliardo, come se volesse pigliare d'assalto la roccia dell'Aurera, che ne incoronava la cima.

Salire al castello non aveva voluto; dal mezzo del ponte, lo aveva anzi guardato a squarciasacco; tuttavia, non sapeva allontanarsene troppo, e, risalendo la costiera di rincontro, non rifiniva di guatare lassù, verso quel nido d'avvoltoi; che tale gli pareva in quel punto il castello de' suoi signori. E dire che quelle mura gli pareano pur dianzi un nido di colombe, e che egli, per tanti giorni lontano, tra le feste, le oneste accoglienze e gli svaghi naturali del viaggio, altro non aveva in mente, altro non desiderava che di tornare a quel nido! Così facilmente mutano aspetto le cose ai nostri occhi, secondo che porta l'amore o l'odio, la benevolenza o lo sdegno!

Il Bardineto si era fermato a metà dell'erta, colle braccia incrociate sul petto e lo sguardo teso verso il castello, probabilmente divisando nell'animo tutti i particolari dell'arrivo del Cascherano, le cortesie del suocero, gli amabili rossori della sposa e i lieti conversari della nobile brigata, allorquando gli venne udito poco lunge uno stormire di frasche, come per guizzar di ramarro attraverso i cespugli.

Si volse in soprassalto, confuso e scontento, a guisa di chi si trovi colto in mal punto. Diffatti, egli non era un ramarro, nè altro animale che striscia per terra, il turbatore della sua pensosa solitudine; e bene glielo avevano indicato per un suo simile certe risa sguaiate che accompagnavano il repentino fruscìo.

Quegli che rideva in tal guisa era un uomo di fresca età, sebbene il volto avvizzito e di fattezze non belle, nè brutte, ma semplicemente volgari, potesse farlo apparire più presso ai confini della maturità che non a quelli della beata giovinezza. Indossava un farsetto di ruvido cuoio; portava la berretta alla scapestrata, come a dire sulle ventitrè ore e tre quarti, un coltellaccio a fianco, e sulle spalle un archibugio, specie di balestro da caccia, per la cui canna si faceva scattare, a forza d'arco, una pallottola, od un sassolino.

Il Bardineto, che a prima giunta avea fatto quella faccia scontenta, si rabbonì, com'ebbe raffigurato quell'altro.

—Tommaso!—esclamò egli.—Sei tu?

—Io, non altri, perdiana! E tu probabilmente sei Giacomo Pico, marchese di Bardineto, e d'altre castella nel paese dei sogni?

—Sì, canzonami, lingua tabana! Così foss'io marchese, o conte, da senno:

—Eh, eh!—soggiunse l'altro ridendo.—Sulla strada ci sei. Co' marchesi e coi conti ci bazzichi la tua parte, e saprai che chi va col lupo…. A proposito di lupi, io ti facevo ancora di là dai monti.

—Son tornato stamane.

—Con che aria lo dici! e con che sospirone di rincalzo!—esclamòTommaso, tirandosi indietro in atto di meraviglia.

Il Bardineto, che già s'era padroneggiato oltre le forze, si lasciò cadere sulla sporgenza d'un masso che ingombrava mezza la strada, e si nascose il volto tra le palme, tentando di soffocare un singhiozzo.

—Tommaso mio,—gridò egli,—così non fossi tornato!—

L'amico stette immobile un tratto a guardarlo; quindi posò l'archibugio e andò a sederglisi gravemente da lato.

—Ah, ah! c'è del grosso in aria!….—diss'egli.—Giacomo, vuoi tu dirmi che hai? ma chetati, perdiana! Non sei più un bambino da latte. Lascia pianger le donne, che piangono spesso, perchè piangono bene.

—Tu ridi!—notò amaramente il Bardineto crollando il capo e traendo un altro sospiro dal profondo del petto.

—Ma sì, rido;—rispose quell'altro, scaldandosi;—rido, come ha sempre riso Tommaso Sangonetto, e come riderà fino all'ultimo, perchè niente c'è al mondo che meriti d'esser pigliato sul sodo. E riderò di te, fino a tanto non m'avrai dimostrato…. Ma già, che potresti tu dirmi di nuovo! Io t'ho capito e da un pezzo; ella non t'ama.—

Il Bardineto trasaltò.

—Chi, ella? E come sai tu?

—Sicuro, non ho da saper nulla, io, quando tutti ne sanno e ne parlano! O dimmi, per chi ci hai pigliati? che un marito, od un padre, sia l'ultimo ad avvedersi, ed anco non si avveda mai più, concedo; ma gli altri… eh, via! dovrebbero esser ciechi dalla nascita. Come se, alla tua età, il non cercar donna alcuna tra le tue pari, il fuggire ogni occasione di sollazzo, lo starti poi sempre ristretto ai fianchi di quella gente lassù (c'intendiamo!), non fossero già segni bastanti! Ah, vedi? chini la fronte; capisci anche tu che tutto il paese ha fumo delle tue ambizioni?

—Tutto il paese!—ripetè Giacomo Pico sgomentito.—E adesso….

—E adesso… lo so anch'io; siamo in un ronco, e la è dura di dover dare indietro, al cospetto di tutti. Ma infine, non sarai tu il primo a cui è capitato il somigliante. Papi e imperatori, principi e capitani ti offre la storia in buon dato, che hanno dovuto, un giorno della lor vita, appender la voglia all'arpione. E non si son mica guastati il sangue per così poco; hanno aspettato la volta loro, ed hanno messa a più certo segno la mira. Impara anche tu; lascia di trarre in arcata e lontano; mira da vicino e traggi di punto in bianco; è buon colpo. Fa a modo mio, Giacomo, e non avrai sopraccapi. Sai donde vengo? Da caccia, ti dirà l'archibugio; ma, in fede mia, non ho tirato nemmanco a uno scricciolo. Vengo dalla Nena di Verezzi. Ma già, tu non la conosci, ed hai torto. Una forosetta, un bel tocco di donna, che non ha la compagna in tutto il marchesato, e cui non piace la sputi. Ruvida di modi, non nego, e manesca anzi che no; gli è il suo diletto. Le ho fatto una carezza e m'ha reso un urtone; son caduto ad arte, ella su me e siamo ruzzolati ambidue. Ah! ah! se per fortuna non ci tratteneva un letto di timo, si tombolava giù giù fino alle Arene candide.—

E fatto questo discorso, Tommaso Sangonetto si cacciò a ridere sgangheratamente. Aveva ragione, poichè doveva ridere per due.

—Tommaso!—esclamò il Bardineto, con accento di rimprovero.—E tu puoi mettere il capo in questi amorazzi volgari?

—Ma sì! ma sì!—rispose l'altro con impeto.—Del resto, che intendi tu per amorazzi volgari? Volgo è quantità; e nel numero, lo capisco, ci si trova del buono e del gramo. Ma sappi, chi la guarda in ogni penna non farà mai nido, come chi guarda ad ogni nuvolo non farà mai viaggio. Così dicono i vecchi. A che si tende, poi? che si vuole? Io vado senz'altro alla meta e per la strada più corta; magàri ci fosse un tragetto! A fartela breve, non vo' moccicose, nè superbiose, nè schizzinose, nè altrimenti noiose, le quali mi diano pastocchie, speranze ed erba trastulla.

—Ma quali donne son dunque le tue!

—Eh via, quali donne! Son tutte compagne. Lisciate, contigiate, razzimate, il più delle volte t'ingannano; le hai per fior di farina, e gran mercè se alla seconda stacciata riescono a darti cruschello. Quali donne! dirò io delle tue. Bada a me, Giacobino; le mie non hanno tante trappolerie; rustiche sono e male ad arnese; ma egli c'è questo di buono, che il vino non mente all'insegna e tu non resti gabbato nella bontà della merce.

—Sarà;—disse il Bardineto, per metter fine al discorso.

Ma il Sangonetto era in vena, e proseguiva.

—Eh, già, capisco; a te quella superba ha fatto dar volta al cervello.—

Giacomo Pico scosse il capo in atto d'impazienza.

—E non la perdi di vista, a quel che pare!—incalzò ilSangonetto.—Tu guardi sempre lassù.

—Tommaso!—proruppe scorrucciato quell'altro,—Per l'anima di….

—Orbene!—ripiccò Tommaso, alzando la voce a sua volta.—Chiama i morti dallo inferno e i santi del paradiso, fin che ti piace. Io ti amo, non so perchè; vedo che soffri; sono il tuo medico e ti curo a modo mio. Sapevo il tuo segreto; e metti pure che io non dovessi saperlo, nè altri; tu stesso me lo hai sciorinato poc'anzi. Ed ora, io non ti ho domandato che cosa tu sperassi per lo addietro da lei: ti domando in quella vece che cosa speri adesso, poi che ella ti ha richiamato alla tua condizione di vassallo.

—Non ella,—gridò il Bardineto,—non ella, il destino. Vedi, Sangonetto, tu ti sei giudicato da te. V'hanno cose che tu non intendi, nè verresti a capo d'intendere. Sì, io l'ho amata; ma potevo io forse operare diverso? Fanciullo mi han tratto al castello; è cresciuta sotto i miei occhi; la vedevo ogni giorno suo padre mi è debitor della vita; ella mi ha abbracciato…

—E baciato; storia antica!—interruppe Tommaso.—E tu, povero amico, hai pigliato i bisantini per oro di coppella. Bacio di bocca cuore non tocca, o non dovrebbe toccare. Comunque sia,—aggiunse il Sangonetto a mo' di correzione,—pensa che la era una bambina, o giù di lì. Ma più tardi, ti ha ella mai incuorato a sperare?

—Che ne so io? Si può egli mai dir d'una donna, anche alla vigilia di farla tua, o di perderla per sempre, ch'ella t'abbia incuorato ad amarla?

—Eh, per un pazzo, non ragioni poi male! A me, per esempio, la Nena di Verezzi, che non è una Luccrezia romana, non ha forse data la più rustica gomitata, proprio un momento prima di andar ruzzoloni? Ah, ah! Ma, torniamo al caso: tu se' in male acque, mio povero Giacomo! Ma che diamine, dico io, t'è saltato in mente di andar così in alto coi desiderii? Meglio sarebbe stato per te d'inerpicarti sull'ultima balza della Caprazoppa, là dalla parte del mare, per cogliervi i falchi nel nido. Vedi, siamo vassalli. Il notaio David, lo sputasentenze, nel cui studio ho passato i begli anni della mia giovinezza, te le dirà lui per filo e per segno, le nostre delizie. Censuarii, aldioni, coloni, servi della gleba, soggetti a taglia e soggetti a prestazione, la è tutta una beva, e non c'è altra differenza che del più o del meno.

—Io sono libero uomo!—ripiccò alteramente il Bardineto.

—Uhm!—disse Tommaso.—Libero! e chi lo è? Tu appartieni alla classe dei commendati. I tuoi vecchi eranoboni homines, i quali, per custodire da ogni insidia di potenti il tranquillo possesso del loro lembo di terra, lo proffersero in podestà del signore, ne riconobbero da lui l'investitura e diventarono censuarii, come il primoquidamche da lui avesse ottenuto un poveretto a livello. La terra è serva, e chi v'ha stanza, del pari. Non c'è modo di uscirne; qui l'aria rende servi coloro che la respirano. Commendati, ligii, o censuarii (chiamali con quel nome che vorrai) e' son tutti soggetti a prestazioni e a tributi, e non hanno un'ora di bene. Una volta e' sono richiesti di riparare le fortificazioni del castello; un'altra volta di battere il grano e di trasportare il vino del padrone; un'altra sono chiamati per la guardia notturna; un'altra ancora per ferrare i cavalli. Un dì si paga censo di grani, di farina, di miele, di vino; un altro di capponi, un altro di pane, carni e prosciutti. Ottieni un'esenzione? Paghi. Un diritto di pascolo? Paghi. Un diritto di pesca? Paghi. Dimori in una borgata e ci capita il marchese colla sua masnada? Devi dargli l'alloggio e fargli la spesa, uno o più giorni dell'anno, o pagarne in moneta il riscatto. Il marchese marita sua figlia? C'è taglia sopra i vassalli. È preso in guerra? C'è taglia. Arma cavaliere il figliuolo, o cavalca fuori del marchesato? Taglia, sempre taglia. A te muore il padre? Paghi, per potergli succedere. Ti ammogli? Devi dare al marchese un presente, perchè consenta alle nozze, e riscattarti con una somma non lieve da un certo diritto fastidioso, ch'egli ha, di levar le primizie.—

Qui il Sangonetto si fermò per pigliar fiato e per vedere che senso facevano le sue argomentazioni sul suo malinconico sozio. Ma Giacomo Pico, o non gli desse retta, o non credesse di doverlo contraddire, taceva. E allora Tommaso, con quell'aria di trionfo che già s'è notata, proseguì l'invettiva.

—Questo è il caso nostro; eccoti la sorte serbata a noi,boni homines, uomini liberi, sotto la signoria dei nobili discendenti di Aleramo. Non entro in tutte le miserie, a gran pezza più gravi, dei servi della gleba a delle mani morte, taglieggiabili a misericordia, cioè, a dire, fin dove piace ai nostri magnifici signori di aggravare ilsummum jusdel loro talento. E servi, come siamo, tenteremmo di pareggiarci ai nostri padroni, di entrare, puta caso, in parentado con essi? Alla men trista, se siamo giovani, di bell'aspetto e di buona voglia, possiamo riuscire donzelli, o scudieri, meritarci le grazie segrete d'una annoiata castellana e le segrete prigioni e i trabocchetti d'un castellano rabbioso. Ora, io non son bello, nè giovane, e non ho voglia di mettermi in questi ginepreti. Il mio esempio t'insegni; la mia filosofia ti persuada, o Giacomo Pico, e ti basti l'essere meglio accetto di me, ma sempre come soggetto, ai signori del luogo. A noi tocca di obbedire, e gran mercè se si può farlo men che si può. I nostri diritti di signori esercitiamoli sui casolari; non c'impuntiamo a voler l'impossibile. Di belle ragazze, e meglio in apparenza che non sia la giovine castellana, è pieno il Finaro. Vedi, a me piace due cotanti di più la Gilda, la nipote di mastro Bernardo; e se non fossa che le buone grazie di madonna Bannina e della sua smancerosa figliuola l'hanno fatta montare in superbia….

—Anche su quella avevi posto gli occhi?—dimandò Giacomo Pico, meravigliato di tanta facilità amatoria del suo faceto compagno.

—Sicuro; e perchè no?—disse a lui di rimando il Sangonetto.—Sono uomo libero in ciò, e dove mi vien fatto darla ad intendere, pianto a dirittura le insegne.

—Sta bene; notò Giacomo Pico, stringendosi nella spalle;—ma se madonna Bannina avesse mai fumo de' tuoi disegni—che certo non saranno fior d'innocenza….

—Oh, potresti giurarlo, nol sono;—interruppe Tommaso, ridendo sgangheratamente.—E perciò, vedi, mi tengo alla larga. Il castello mi dà noia, e i begli occhi della Gilda non mi faranno mai perdere la tramontana; la selvaggina mi piace, e se la mi capita a tiro d'archibugio, povera a lei, le scatto un colpo; se no, no, Che diamine! Non amo le frustate, io; e quei di lassù sarebbero capaci di farmi pigliar la misura delle spalle. Questo, io lo intendo, ti parrà un ragionar da filosofo; ma, mio caro, per un'ora di sollazzo non è da comperarsi un monte di guai. Si ha una vita sola, a questo mondo; perchè farla arrangolata e tapina? Io non vo' grattacapi. Pur troppo ne avremo, e non cercati da noi. Che te ne pare di questa burrasca che è in aria? Non è forse ella il colpo di grazia? Ed anche questa ci bisognerà parare; ma alla croce di Dio, non vo' pigliarmi fastidi oltre il bisogno.

—Che dici tu mai?—esclamò il Bardineto, con un accento da cui trasparivano lo stupore e lo sdegno.—Si combatte per casa nostra.

—Ah sì, casa nostra!—replicò sogghignando quell'altro.—Casa dei Carretti, vuoi dire! Bada a me, Giacomo Pico; noi siamo quei leoni aggiogati che ci ha sulla insegna il marchese. Si rode il freno d'acciaio, e, spinte o sponte, si tira il carro simbolico, lo scudo e l'elmo coronato dei nostri amati signori. Questa è la nostra sorte, e non vedo che possa farsi migliore. Da un pezzo io la vengo rimuginando, questa bellissima sorte, e la paragono a quella di Noli e di Savona, città vicine, città marinare, che un tempo rodevano il freno come noi, tiravano il carro simbolico come noi, e più avvedute, più audaci e per conseguenza più fortunate di noi, hanno rotto il freno, e piantato il carro in mezzo alla strada. Son liberi, i nostri compagni di servitù; fanno essi le leggi loro, provvedono di per sè ai loro bisogni; soli noi la duriamo con questo ignobil giogo sul collo. E sia pure, dacchè non si ardisce di scuoterlo; ma perchè ci scalderemmo il sangue? perchè ci metteremmo noi ad ogni sbaraglio, per chi ci vuol servi? perchè faremmo nostri i suoi litigi con questo quello de' suoi particolari nemici?—

Il Bardineto era stato ad udirlo con molta attenzione. E come Tommaso ebbe finito, così prese a rispondergli:

—Sai che t'ho a dire?

—Di' su!

—Che quando si pensa come tu pensi, e' bisogna far altro da quel che tu fai. La si rompe col suo signore e si muove a tumulto il popolo contro di lui; ma non si aspetta che egli abbia guerra con altri, per venir meno al debito di vassalli verso di lui, di cittadini verso la patria.

—Gli è questo un sentire nobilmente,—replicò il Sangonetto con piglio sarcastico,—e il tuo signore e nimico te ne ricambia a misura di carbone, facendoti trar calci all'aria, penzoloni dai merli della torre più alta del suo castello, che tu non hai potuto pigliare d'assalto. La non m'entra, sai, la non m'entra, questa tua nobilissima temerità, e preferisco il mio prudente consiglio. Di nulla io mi tengo debitore ai nostri padroni; taglia e prestazione, tributo di borsa e tributo di persona, tutto io pago per forza, e il meno che mi vien fatto. Anch'io, vedi, sono stato al pari di te alle impresa di guerra; ma in quella che tu, cavaliere audacissimo, facevi prodezze e menavi strage entro le file di Baldazzo, io, bandieraio della salmeria, serbavo la pancia pe' fichi. Brutta cosa, dirai. Ma tu, che ci hai guadagnato a fare il paladino, e correre il rischio d'un verrettone nel cuore, o d'una mazzata sul capo?

—Oh, fosse venuta allora!—sclamò il Bardineto chinando gli occhi a terra e mettendo un sospiro.

—Affediddio, non ci mancherebbe altro che aver dato la vita a chi te la stima sì poco! E invero, perchè dici tu questo? Perchè ti hanno pagato di quella buona moneta che sai. La fiducia del marchese! Grazie infinite; che è dessa? Leviamo la buccia, e consideriamola ignuda. T'hanno sperimentato di buona pasta, ti adoprano, ti spendono in ogni loro bisogno, come si spende un castaldo, un procuratore, un ser faccenda, un ceccosuda. Tu se' un arnese del castello. Giovi? ti si leva dal dimenticatoio. Non giovi più? ti si mette in disparte. È questo il tuo stato; non sperare di più. Ma tu sei uomo, hai occhi per vedere, cuore per desiderare, servigi da metter fuori, a fondamento delle tue ambizioni. Orbene, la è finita per te. Ami la figlia del tuo signore; chi non se n'era avveduto? e chi, guardando alla sostanza, non t'avrebbe riputato un buon partito? Tu fedel servitore della casa, tu valoroso cavaliere, tu messaggiero accorto e sicuro, tu anima d'ogni più malagevole impresa, che non dovevi riprometterti, in ricompensa dell'opere tue? Ma no; tu eri e resti un vassallo e la donna che desideri, che credi di aver meritato, te la ruba il primo venuto, perchè gli è nobile e signor di castella.

—Ah, tu sai?….

—Certamente; un Cascherano, conte di Osasco, che è un borgo di là da Torino. Questo matrimonio è una sorta di rifugio, e il marchese Galeotto, alla disperata, l'ha scelto. Poteva dare la figliuola ad uno di questi Adorni, che, cacciati da Genova, sono venuti ad appoggiar la labarda da noi e a congiurare contro la patria loro. Ma questo era il peggio dei peggi. L'ha negata a un Fregoso, che è doge, ma che potrebbe essere rovesciato da oggi a domani; non poteva pensare a un Adorno, che, anco tornando in alto posdimani, potrebbe dar la capata a sua volta. Quella è gente instabile e non c'è da far conto sovr'essa; meglio un nobile di là dai monti, che ha meno grandezza di nome e più sicurezza di stato. E ad un di costoro, che niuno sapeva chi fosse, si sacrifica il valore, la divozione, l'amore infinito di Giacomo Pico. Donde tu devi vedere che sorte di virtù siano queste tue, e come ben collocate!

—Ah, io ne morrò!—prorruppe il Bardineto, cacciandosi a furia le mani nei capegli.

—E dàlli,—soggiunse Tommaso.—O non ci hai proprio nient'altro da fare? Ma sai che mi faresti uscire dai gangheri? Infine, che cosa desideri? per che cosa ti arrovelli? Per una donna che ti piace. Orbene, da Adamo in poi ciò è capitato a più d'uno, e non so che alcuno abbia perso il lume degli occhi, prima di averne l'intiero. Pensaci un tratto; o le piaci tu pure, o non le piaci. Se non le vai a genio, ci hai il tuo conto saldato; puoi mandarla a quel paese, o aspettarla al varco e far vendetta allegra; ad ogni modo, egli non c'è da desiderarsi la morte per una donna che non ti abbada. Se in quella vece la ti vede di buon occhio, aspetta, perdiana; il tuo giorno verrà. O che credi, perchè la diventa contessa d'Osasco, t'abbia a fare il viso dell'arme? Il non esser buono per marito, non vuol già dire…. che anzi!…. In questi casi, un rifiuto io l'avrei per grazia profumata. La donna, amico mio, è una gran bella cosa e ci ha i suoi dolci momenti, che la getteresti sopra ogni altra delizia del mondo; ma guai a chi l'avesse sospesa al braccio tutte le ventiquattr'ore del giorno; e' ci sarebbe da pregarsi il fistolo! Or dunque, Giacomo Pico, sta di buon animo, e non ti lasciar scolorire le ultime rose sul volto, che non abbia a parer meglio di te il Cascherano, quando verrà a fare il mogliazzo.

—È già venuto;—mugghiò il Bardineto.

—Ah, ah! non si perde tempo? E sia pure e ci resti, in sua malora! Tu non mi fare il poeta; che saresti ridicolo, e chi fa ridere ha perso la causa. Ti piace la donna! tienti sull'orma e aspetta il buon punto. Chi sa? Non t'eri accorto, e forse la tua stella è già apparsa sull'orizzonte. Ma sopratutto, bada, non ti guastare il sangue, non pigliar nulla a scesa di testa; è l'essenziale. A proposito di scesa, o che, si sta qui fino a notte? Io ho fame, e tu non devi rimanere quassù, a far l'uomo salvatico. Si scende, dunque?

—No, Tommaso; non per di qua!—disse Giacomo Pico, torcendo gli occhi in atto supplichevole.

—No? Orbene, come ti pare. Largo ai canti e scendiamo alla Marina.—

Ciò detto, e per mandare i fatti di costa alla parole, il Sangonetto, che già s'era alzato da sedere, diè di piglio al suo archibugio e se lo gittò in spalla; con un colpo della palma distesa si acciaccò la berretta sul capo e, per uno di que' sentieruoli che serpeggiavano lunghesso i fianchi della montagna, s'avviò alla discesa.

Giacomo Pico si mosse dietro di lui, non rassegnato affatto, nè affatto sconsolato, bensì pieno di maltalento contro di sè, contro di tutti, pronto ad affogare la sua rabbia nel vino, come a sfogarla in una mareggiata di sangue.

Accadeva al Bardineto ciò che spesso accade a molti infelici suoi pari, che la compagnia e i conforti d'un uomo volgare mutano indirizzo al loro tormento. Sia che un intimo senso li ritenga dal commettere un alto dolore in piena balìa di chi non è nato ad intenderlo, o sia che la medesima volgarità del compagno pigli il sopravvento sulla fibra umana (già, per istinto, volgare, e non mai delicata, nè nobile, se non per eccesso, che non è naturale nell'uomo), o sia finalmente che la vostra vanità messa al punto, s'inalberi e comandi agli atti nostri una apparenza di fortezza, egli è un fatto che il dolore, almeno fino a tanto che duri quella nuova maniera di contrasto, non pure fa le viste di cedere, ma veramente si scema, o si addorme nel profondo dell'anima. Ripiglierà forse vigore, crescerà d'intensione più tardi, troverà le occasioni a romper fuori, tanto più impetuoso, quanto più è rimasto compresso ed inerte; ma tace, frattanto, e qualche volta, fra mezzo alle cento cure svariate del vivere, agli aspetti diversi delle cose, ai ragionari delle liete e noncuranti brigate, lascia libero il campo alle più discordi sensazioni, financo a quella che ci sforza di ridere. Cose che non si spiegherebbero altrimenti, senza questa mobilità somma detta umana natura.

Del resto, è anche vera un'altra cosa, ed accade agli animi deboli, che sono poi il maggior numero della figliolanza di Adamo. Ci si apre con un gentile ascoltatore, con un virtuoso consigliere, e si piange o si è sconfortati, ed è nobile sfogo che ci eleva lo spirito ad altezze o non prima vedute, o non reputate accessibili all'uomo. Si commettono i proprii dolori ad orecchio volgare; da labbro volgare si aspettano i conforti e i consigli; ma gli uni e gli altri ci affondano nel pantano dei sensi ingenerosi; crassi vapori c'involgono e ci nascondono il sereno de' cieli; il dolore, fatto ira e bestemmia, bramosia di vendetta, di mal per male, non ci affina lo spirito, lo ingombra, lo accieca, vi attossica le sacre fonti del bene.

I due amici scendevano, come si è detto, lungo la costa del monte. Giacomo Pico era taciturno e grave; ma tratto tratto scuoteva il capo e sbuffava a guisa di toro ferito. Il Sangonetto taceva del pari, e certo non facea bocca da ridere; ma chi gli fosse stato dinanzi e lo avesse veduto a dondolare il capo e ad aggrinzare di tanto in tanto le labbra, avrebbe detto che il consolatore di Giacomo Pico se la rideva dentro di sè, di quel riso tacito e profondo che fa tanto buon sangue. Gongolava, il Sangonetto; e perchè? Perchè la era finita una volta, quella cuccagna del Bardineto; perchè gli era finalmente caduto, quel superbioso, che si struggeva di salire tant'alto; perchè sprofondava nella mota comune, quel sognatore, quel pazzo, che cavalcava così alteramente le nuvole.

E non era crudele, il nostro Tommaso; non odiava già il Bardineto; che anzi lo amava, come poteva egli amare qualcuno, per consuetudine antica, e perchè non gli era venuta mai occasione di scontro. Sì, certo, gli era parso qualche volta noioso, con quel suo starsene in dimestichezza coi grandi, così felice in apparenza tra le bellezza del castello Gavone, libero di profferire i suoi omaggi a madonna Bannina, bellezza matura, o a madonna Nicolosina, bellezza nascente, o alla Gilda, bellezze di mezzo, ma più franca, secondo lui, e più attrattiva. Per altro, pensandoci su, il Bardineto non corteggiava la Gilda; era cotto, per sua disgrazia, della giovine castellana; gli era un uomo spacciato; non era da invidiarsi poi troppo. Lo amava dunque, sì lo amava; ma ora, poi, dieci cotanti di più, sapendolo giù d'ogni speranza e d'ogni superbia. Donde quel giubilo interno, quel gongolo, che gli facea dimenare il capo e aggrinzare le labbra. Anima umana!

In questi pensieri, i due compagni, erano giunti ai piedi del monte, e, valicato il Pora su certi passatoi disposti a giuste distanze sul pelo dell'acqua corrente, entravano in una viottola, che risaliva verso levante, ad incontrare la strada maestra dalla Marina al Borgo. E pochi passi avevano fatti in quella stretta, allorquando venne loro udito un calpestìo, insolito per que' luoghi e in quell'ora.

Giacomo Pico, che era stato il primo a notarlo, affrettò il passo, stese la mano sul braccio del Sangonetto, come per trattenerlo, e stette coll'orecchio teso in ascolto.

—Cavalli!—soggiunse egli, rispondendo ad un gesto del compagno, che si era voltato stupefatto a guardarlo.

—Cavalli, sicuro;—disse di rimando Tommaso;—e poi?

—Non hai indovinato? Son essi.

—Essi? Pronome, e nient'altro;—ripigliò il Sangonetto;—io non t'intendo.

Giacomo Pico crollò le spalle in atto d'impazienza.

—I cavalieri di questa mane;—aggiunse egli poscia;—il conte d'Osasco e il suo amico, o famiglio che sia.

—Ah, ah!—sclamò il Sangonetto, mettendosi finalmente sull'orma.—Buon viaggio a loro! Ma ora che ci penso, o come vuoi che, giunti a mala pena, già se ne tornino via dal castello? Il tratto, in fede mia, non sarebbe cortese.

—Ma! che ne so io?—rispose Giacomo Pico.—D'una cosa son certo; che sono costoro. Me lo dice il cuore….—aggiunse con accento di profonda amarezza.—Seguimi; or ora vedrai.

E senz'altro aspettare si mosse con rapido passo alla svolta. IlSangonetto fu pronto a seguirlo.

Il cuore del Bardineto non si era ingannato. Erano proprio loro, messer Pietro e il Picchiasodo, che venivano di buon trotto per la strada maestra, con quel fare spigliato e contento di chi s'è sciolto d'ogni molestia e non ha più a darsi pensiero che di arrivare alla posta.

A Giacomo Pico la vista del più giovine dei due cavalieri diede una scossa fortissima al cuore. Era quegli il suo fortunato rivale, il suo nimico giurato. E gli prese in quel punto una maledetta voglia di buttarsi al pettorale del palafreno, di rovesciare il cavaliere e di finirlo d'un colpo.

La via era stretta, e, per andar oltre, con quell'intoppo dei due sopraggiunti, a messer Pietro convenne di spronare il cavallo e farsi innanzi da solo.

Il Bardineto lo divorava degli occhi. Era bello, messer Pietro, ed ilare in volto; due cose che lo rendevano uggioso a quell'altro.

Senza por mente all'effetto che cagionava la sua presenza, messer Pietro, cortese per consuetudine di gentiluomo e più ancora per la contentezza del momento, nell'atto di cansarsi col suo palafreno dai due viandanti, fece un gesto a mo' di saluto, che certo credeva gli fosse ricambiato in quel punto.

Frattanto, Giacomo Pico, innanzi che il Sangonetto potesse indovinare le sue intenzioni e trattenerlo, si faceva in mezzo alla strada e, afferrando lo redini del cavallo, salutava il suo avversario con queste parole:

—Messer cavaliere, mi consentite voi pochi istanti di colloquio?—

Nel quale si veda messer Pietro perdere la pazienza, il Sangonetto la ciarla, il Picchiasodo l'occasione, Giacomo Pico il tempo e mastro Bernardo la scrima.

All'atto insolito e inaspettato, il primo pensiero di messer Pietro fu di metter mano alla spada e di castigar l'arrogante che ardiva afferrare le redini del suo palafreno.

Senonchè, a lui, come un giorno ad Achille, la sapiente Minerva dovette susurrar qualche cosa nell'orecchio. O piuttosto, senza andare a scomodare gli Dei dell'Olimpo, che dormono da mille cinquecent'anni il gran sonno, è da credere che messer Pietro fosse di animo pronto a vedere per ogni lato le cose, come audace di mano ad operarle. E in quel punto egli certamente pensò che quei due sopraggiunti non erano assassini di strada, che alla più trista si era a numero pari, e che, finalmente, in paese nuovo e nemico, la prudenza non era mai troppa, nè mai gli avrebbe nociuto un pochino di calma. Dopo tutto, che ne sapeva egli? Poteva anch'essere usanza patriarcale di quei popoli, di trattare con tanta dimestichezza la gente.

E messer Pietro ristette, spianò le sopracciglia, che s'erano a tutta prima aggrondate; fe' un gesto da fianco per chetare il Picchiasodo, che egli colla coda dell'occhio avea visto dare un sobbalzo in arcione e spronare avanti il cavallo; quindi componendo le labbra ad un risolino tra cortese ed ironico, disse a Giacomo Pico:

—Parlate, messere, quantunque non sia luogo nè momento da ciò; son tutto orecchi ad udirvi.—

Parlare! era presto detto; ma il farlo non era la più agevole impresa. Il Bardineto ci aveva bensì avuto la forza del primo impeto; ma lì sui due piedi, senza aver meditata la possibilità d'una conversazione tranquilla, tirato in sul falso da quella urbana risposta, non trovò più il filo. E balbettando un poco, e stizzito con sè medesimo di non averci pensato prima, uscì in questa dimanda:

—Come va che tornate via così presto? Il castello non ha avuto potere di trattenervi?—

Messer Pietro lo guardò stupefatto; ma non uscì di misura.

—Che dite mai?—ripigliò, col medesimo accento di prima.—È luogo stupendo, il castello, e fo conto di tornarci prestissimo.

—Ah!—sclamò il Bardineto, fremendo di rabbia,—E quando si faranno le nozze?—

Messer Pietro fu ad un pelo di uscire dai gangheri. Per altro, gli venne il sospetto di aver da fare con un pazzo, e si volse, con aria trasognata, al Picchiasodo. Il suo vecchio compagno rideva.

—Messere,—disse il Picchiasodo, affrettandosi a commentare il suo riso,—la notizia si è sparsa, non c'è più verso di tenerla celata. L'oste dell'Altino ha cantato.—

L'altro ricordò allora le supposizioni di mastro Bernardo, e un sorriso venne a sfiorargli le labbra; ma fu pronto a reprimerlo. Non era più un pazzo, bensì un insolente, colui che lo aveva fermato per via e lo interrogava in tal guisa.

—Via, per l'andata, poteva correre; pel ritorno, non già!—rispose egli, facendosi grave.

Indi, rivolto a Giacomo Pico, gli parlò asciuttamente così:

—Messere, io fo nozze quando mi torna, e non dò ragguagli per via al primo che capita.

—Avete fatto il conto senza di me!—soggiunse Giacomo Pico, digrignando i denti, e facendo l'atto di afferrare da capo le redini.

—Giù quelle mani!—tuonò messer Pietro, in quella che facea dare indietro due passi al suo palafreno.—E spulezzami tosto, o ch'io lascio al mio cavallo di tritarti come paglia, villano!—

Giacomo Pico, che il pronto inalberarsi del cavallo avea fatto desistere dal suo tentativo, si morse le labbra all'udire quelle superbe parole, ma non diede già indietro d'un passo. Incrociò in quella vece le braccia sul petto; rispose con una crollata di spalle al Sangonetto che gli raccomandava di non far ragazzate e di pigliare dal consiglio d'un nemico quel che c'era di buono; indi, misurando ad una ad una le frasi, che gli uscivan sibilando dalle labbra contratte, così rimbeccò il suo avversario:

—Non son villano, e le opere mie, in attesa di altre prove, potranno chiarircene largamente. Voi, a cavallo, messere, potete sbarattarci d'un salto e darvi alla fuga; lo vedo, e lo temo. Ma dove sarebbe allora la differenza tra voi, conte di Osasco, e il più vile de' vostri vassalli? e quale rimarrebbe la vostra fama agli occhi dalla donna che amate?

—Conte di Osasco!—ripetè messer Pietro, voltandosi al Picchiasodo.—Ah, mi ricordo;—soggiunse a bassa voce,—lo sono, a quel che pare, e non posso disdirmi.—

Indi, rivolto il discorso a Giacomo Pico, gli chiese, con quel suo piglio sarcastico:

—E chi sei tu? Forse il duca Namo di Baviera, tornato tra i vivi? O forse Guerrino il Meschino, cercator d'avventure?

—Rattenete la lingua, per utile vostro!—replicò il Bardineto, impallidendo dallo sdegno.—Son tale che ha diritto sopra un tesoro, e non consentirà che altri glielo rubi. Son tale che desidera di vedere alla prova se la vostra spada è degna della vostra arroganza.

—Per san Giorgio, gli è questo un audace linguaggio,—disse a lui di rimando quell'altro,—e per la prima volta ch'io l'odo, mi piace.

—Vi piaccia, o no, gli è il mio, e lo udrete più d'una volta alFinaro, se vi piglierà il ruzzo di tornarci.

—Per Dio, se ci tornerò! Non foss'altro, per vedere di quanti palmi t'avranno scavato profonda la fossa!

—Di ciò parleremo;—borbottò Giacomo Pico.—Vi piaccia intanto calarvi d'arcione.

—Volentieri, se m'indicherete un luogo dove possiamo sbrigare i fatti nostri meglio che sulla strada maestra.

—Qui presso, nei greti della fiumana.

—Ottimamente; insegnate la strada.—

E così dicendo, messer Pietro, sempre ilare e disposto alla celia, spronò il cavallo per tener dietro a Giacomo Pico. Ma la faccenda non garbava punto al Picchiasodo, a cui era balenato un pensiero più vasto.

—Non già!—entrò egli a dire sollecito.—Con vostra licenza, messer Pietro, padron mio colendissime, abborro l'acqua, e ricordo in buon punto che siamo lontani appena un cento di passi dall'insegna dell'Altino. Questi degni messeri lo sapranno benissimo, che sono del paese; c'è buona l'accoglienza….

—E meglio il vino!—rincalzò, chiudendo la frase, il Sangonetto.

—Ah, bravo!—ripigliò il Picchiasodo.—Veniteci in aiuto anche voi, messere dell'archibugio. Siamo dunque intesi; si va a sbrigar la faccenda all'Altino. L'aia è piana e lucente come uno specchio, e sul battuto c'è posto pel giuoco di quattro lame. Che ve ne pare? Voi certo avete pratica del luogo. Non ci si è abbastanza liberi in quattro?—

Tommaso Sangonetto lo guardò con aria melensa. La proposta di quel vecchio barbone, che ci avea un paio di spalle e un torace da fare alle forze con Ercole, non gli andava a fagiuolo. Chinò la testa in atto di chi vuol dire e non dire; ma dentro di sè fece atto di contrizione per la sua lingua, che era stata un po' troppo latina.

—Andiamo dunque laggiù!—disse il Bardineto, avviandosi primo.

I due cavalieri incontanente lo seguirono. Tommaso, quantunque di mala voglia, si messe al suo fianco.

—Ah, Giacomo! Giacomo!—gli andava intanto bisbigliando all'orecchio.—L'hai fatta grossa!

—Che!—rispose il Bardineto, crollando superbamente le spalle.—Mi sfogo, perdio!

—Ma pensa al poi, te ne prego! E che dirà il marchese, quando verrà a risaperlo?

—Dirà…. dirà quel che gli parrà meglio di dire. Già, sentimi, Tommaso; o morto io, o morto quest'altro, s'è sciolto finalmente ogni nodo.

—Uhm! Mi pare che tu ne aggiunga, di nodi; e guai se vengono al pettine.

—Vattene, allora!—ripiccò spazientito il Bardineto.

—Ma…. lasciarti così solo?… Un testimone ti sarà pur necessario!—entrò a dire accortamente Tommaso.

—Un testimone! E per che farne?

—Eh, quel che si fa d'un testimone, perdiana! Il testimone vede e può all'occorrenza far fede. Inoltre, la sua presenza può tenere in soggezione gli avversarii. Capisco che non s'ha da appiccar zuffa in quattro, essendo voi due soli alle prese, e che io, pure volendo, non lo potrei, per non tirarmi addosso lo sdegno del castello, a cui non sono in grazia, come tu sai; ma infine, un amico presente….

—Capisco anch'io; non dirmene altro!—interruppe il Bardineto, che vedeva l'amico inteso a fermar chiaramente i patti della sua accompagnatura all'Altino.—Io non ho bisogno d'aiuto; la quistione è mia, tutta mia; tu non c'entri. E adesso, se ti piace venir testimone allo scontro, fa come t'aggrada; io non ci ho nulla a vedere.—

Il Sangonetto chinò la testa, in atto di chi si rassegna, suo malgrado, ai voleri d'un amico. E col cuor più tranquillo, e per conseguenza col passo più spedito di prima, si fece innanzi alla comitiva.

In quelle chiacchiere, erano giunti presso all'Altino. Lo scalpitar dei cavalli avea fatto correre il ragazzo dell'osteria sull'uscio di strada.

—Padrone! ohè, padrone!—aveva egli gridato.—Presto, fatevi innanzi; son qua di ritorno i gentiluomini di questa mattina.

—Che diavol dici?—esclamò mastro Bernardo, uscendo sull'aia.—O che ci verrebbero a fare?

—Eh, che so io?—disse il Maso, impenitente nella sua celia.—Forse ad assaggiare quel vinello fiorito….

—Zitto là, mascalzone! Oh, magnifici messeri….—

Come è facile argomentare da questo trapasso dell'oste, entravano allora Giacomo Pico e Tommaso Sangonetto a piedi, lasciando scorgere dietro di loro messer Pietro e il Picchiasodo a cavallo.

Mastro Bernardo, confuso e giubilante ad un tempo di quella nuova e non più sperata ventura, corse sollecito per tenere le redini a messer Pietro, che fu pronto ugualmente a balzar giù di sella.

—Che buon vento, messeri….—andava dicendo frattanto l'ostiere;—e come va che io sono onorato….

—Mastro Bernardo,—gridò il Picchiasodo, troncandogli i suoi complimenti a mezzo,—non lo sai tu l'adagio: chi n'assaggia ci torna? A te, ragazzo; tieni i cavalli.

—Ve li metto al coperto? disse il Maso, pigliandoli per le briglie.

—No, no, tirati là in fondo, ed aspetta,

Il ragazzo afferrò le briglie e, superbo di prestare i suoi servigi a così nobili bestie, menò i cavalli in fondo dell'aia.

—Che fortuna per l'osteria dell'Altino!—ripigliò mastro Bernardo, che non aveva posto mente alle ultime parole del Picchiasodo, profferite a voce più bassa.—E dite, magnifici messeri; poichè il numero è cresciuto, s'ha egli da metter due polli allo spiedo?

—Ah, ci vuol altro che spiedo! Or ora vedrai;—-gridò il Picchiasodo con aria beffarda.—Per un bicchiere di vino, intanto, non si dice di no. Almeno….—soggiunse dopo essersi guardato dattorno e aver veduto le facce rannuvolate de' suoi compagni,—io lo bevo, e posso fare anche la parte degli altri.

—Vado subito;—disse l'ostiere;—e sarà di quel tale, ve lo prometto.

—Sta bene, e non mi tradire!—aggiunse burlescamente il Picchiasodo.—Porta il fiasco incignato, che già sappiamo che cos'è, e non avrà avuto tempo A pigliare lo spunto.—

Mastro Bernardo, tutto nella sua beva, entrò in casa, senza aver capito nulla di quell'improvviso ritorno, nè pigliato sospetto dalla presenta del Bardineto, che due ore innanzi era andato via così in furia.

Più accorto di lui a gran pezza, il Maso aveva odorato l'aria, e aspettandosi qualcosa di grosso, stava là rincantucciato in mezzo ai cavalli, con tanto d'occhi a guardare la scena.

—Or dunque, a noi!—sclamò messer Pietro, poichè i quattro arrivati furono soli sull'aia.

E così dicendo, si tolse di dosso la sua cappa di scarlatto verde, foderata di vaio, e la gittò sulla sella del suo palafreno.

Giacomo Pico, a sua volta, si tolse la cappa di bigello, e rimase, come il suo avversario, in farsetto.

E già erano, per tacito accordo, intesi a pigliar campo e metter mano alle spade, allorquando il Picchiasodo entrò a dire la sua.

—Un momento, messeri, di grazia!—

I due avversarii si fermarono a tempo, e stettero guardando il vecchio soldato, aspettando che volesse parlare.

Ma il Picchiasodo non aveva da fare un lungo discorso.

—Come si combatte?—dimandò egli brevemente, ma con un certo sussiego.

—O come?—ripiccò messer Pietro.—Che novità è questa tua? Si combatte con questa, e chi ne assaggia un palmo rimane sul terreno.

—Un palmo! grazie tante!—mormorò il Sangonetto tra sè.

—Certo,—proseguiva messer Pietro,—se fossimo in campo chiuso, con giudici e testimoni, il vincitore avrebbe le spoglie, e si potrebbe anco stabilire il riscatto del vinto; Ma qui non siamo nel caso; ci si ricambia quattro colpi alla svelta e chi l'ha tocche son sue.

—Così l'intendo ancor io, con vostra licenza, messer Pietro,—replicò il Picchiasodo.—Ma scusate, io volevo domandare se di questo sollazzo non ce n'ha ad esser per tutti. In quattro ci siamo incontrati; ora, dico io, in quattro si avrebbe a combattere.—

Il Sangonetto fece a quelle parole una smorfia.

—Infine!—proseguì il Picchiasodo, con quel suo piglio tra rispettoso e faceto.—Non mi par bella che due se la godano e gli altri due debbano stare a vedere. Voi, messer Pietro…. signor conte degnissimo, ve la farete con chi vi ha provocato, e sta bene; ma noi, noi due, seguaci delle parti in contesa, per che altro ci troveremmo qui, a fare il paio, se non per seguire l'esempio?—

Messer Pietro si strinse nelle spalle e crollò il capo in atto di dire: accomodatevi, io non ci vedo alcun male.

—Animo dunque; a voi, messere dell'archibugio,—disse il vecchio soldato, volgendosi a Tommaso Sangonetto;—dite la vostra opinione.

—Io?… Ah!…—rispose questi confuso, come se cascasse dalle nuvole.—Eh, certo, sarebbe una bella pensata! Ma ecco, per incrociare le spade, ci vorrebbe unquid… lacausa agendi….

—Che diamine m'andate voi latinando?—gridò il Picchiasodo imbizzarrito.—Sareste voi chierico, per avventura?

—Eh! un pochino;—rispose quell'altro, facendo bocca da ridere, ma senza averne gran voglia.—Ho scombiccherato qualche foglio di carta presso un notaio, e mi capirete….

—Sì, capisco alla prima che ci avete inchiostro per sangue, dentro le vene.

—Oh, mi meraviglio!…—sclamò il Sangonetto; rizzando la testa.

—Orbene, vediamo dunque che cos'è; fuori lo spiedo!—

E così dicendo il Picchiasodo trasse la spada dal fodero.

—Fuori, e sia; fuori dunque!—ripetè il Sangonetto, che già più sapeva a qual santo votarsi.

E messe mano al suo coltellaccio. Ma qui per fortuna gli venne trovata la gretola.

—Ecco il mio spiedo!—diss'egli, con aria di trionfo.—Voi ci avete la spada d'Orlando, e vi fa comodo di metterla fuori; io, colto alla sprovveduta, non ci ho che un coltello da caccia; vedete!—

Il Picchiasodo rimase lì grullo per un istante a guardarlo. Ma egli non era uomo da smarrirsi per così poco, e trovò subito uno spediente da rimediare allo sconcio.

—Oh, non importa!—rispose.—Date a me il coltello; io cedo a voi la spada d'Orlando.

—Ma….—balbettò il Sangonetto.—Non ci sarebbe generosità….

—Eh via! Non temete; con quel coltellaccio tra mani io mi riprometto di tagliarvi la punta del naso che avete rossa e lucente come una ciliegia marchiana.—

Fu questo per Tommaso Sangonetto il caso di vedersi perduto. Con quel diavolo d'uomo non la si potea vincere nè impattare.

Buon per lui che messer Pietro gli venne in aiuto.

—Anselmo!—diss'egli severo.—Lascialo stare; non c'è bisogno di combattere in quattro, dove la lite è soltanto tra due.

—Già, diteglielo voi, messere;—ripigliò il Sangonetto, ritornando da morte a vita.—Che bisogno c'è? Se ci fosse una ruggine tra noi, non direi di no… si potrebbe anche vederlo, questo taglio del naso. Ma la ruggine non c'è, come non c'è la ciliegia, con vostra licenza. Del resto, siamo sacri alla patria. Se foste un nemico…. un genovese….

—Ah! con quelli là ti sentiresti proprio di combattere?—domandò ilPicchiasodo, con piglio sarcastico.

—Ma, sicuramente!—rispose il Sangonetto, facendo l'uomo a sua posta.

—Ci ho gusto, perbacco!—disse a lui di rimando il vecchio soldato.—Han da tremare, povera gente, quando ti vedranno in prima fila, colla tua cerbottana da passeri!—

Volea replicare, il prode Sangonetto; ma sì, a farne la prova! Quel maledetto vecchio lo guardava con certi occhi da spiritato!

Così perdette la ciarla Tommaso Sangonetto, come il Picchiasodo avea perso l'occasione di misurarsi con lui. Frattanto i due avversarii, che già stavano colle spade sguainate, si fecero in mezzo dell'aia, pronti a impegnare il combattimento.

Giacomo Pico ne aveva una voglia spasimata. Così almeno mostravano gli atti impazienti e le contrazioni del volto. Messer Pietro era a gran pezza più calmo, e la faccia atteggiata al sorriso dinotava, non pure il disprezzo del pericolo, ma eziandio la certezza della vittoria. E la pugna in sè stessa e l'occasione dond'era venuta, parevano cosa da scherzo per lui. Certo il valentuomo s'era trovato più volte a simili scontri, fors'anco a più gravi, e quello doveva parergli la cosa più naturale dal mondo.

Incrociarono le spade. Ma era scritto lassù che il combattimento non dovesse aver principio così presto.

Un grido li rattenne in quel punto e li costrinse a smettere. Era mastro Bernardo che compariva sull'uscio di casa, col vassoio de' bicchieri in una mano e col suo fiasco prezioso nell'altra. Mai fiasco e bicchieri furono raccomandati a più trepide mani, e ben se ne avvide il Picchiasodo, che, voltatosi a quel grido improvviso, fu sollecito a sostenere que' dolcissimi pesi.

—Per amor del cielo, messeri, che vuol dir ciò?—chiese l'ostiere, con voce tremebonda.

—Animo, via, mastro Bernardo!—entra a dirgli il Picchiasodo, con quel suo piglio burlesco.—Non si sforacchiano mica le tue botti, nè la tua pancia, perbacco!

—Oh, Gesummaria! che cos'è stato? Ah capisco, ora!—soggiunse il povero oste, ricordandosi.—Messer Giacomino…. Ah, maledetta lingua! Ma spero che non andrete più oltre…. Nella mia osteria!… E che dirà il magnifico marchese quando saprà che avete fatto uno sfregio a suo genero…. al magnifico signor conte di Cascherano…. a un gentiluomo di quella fatta? Nobilissimo signore, per carità, non date retta alle offese di quel giovinastro. È un matto, credetelo…. e ai matti non si presta orecchio.—

E intanto che così parlava a frasi spezzate, come voleva lo stato dell'animo suo, mastro Bernardo, aiutato e costretto dal Picchiasodo, gli veniva mescendo il vino nel bicchiere.

Giacomo Pico a cui rinfiammavano lo sdegno le allusioni matrimoniali dell'oste, perdette a dirittura la pazienza al sentirsi dare di giovinastro e di matto.

—Taci là, vecchio rimbambito!—gli disse, schizzando rabbia dagli occhi.

—Rimbambito a me? Sciocco presuntuoso…. villan rifatto…. serpicina riscaldata, per amor di Dio, dai nostri signori…

—Ohe, dico, mastro Bernardo, non mi spandere il vino; e' sarebbe peccato mortale!—gridò il Picchiasodo, affannandosi a rimettere in equilibrio il vassoio, che andava di qua e di là, secondo i movimenti impetuosi del vecchio stizzito.

—…. E v'hanno tirato su,—proseguiva mastro Bernardo, montando in furore,—vi hanno rimpannucciato, messo all'onore del mondo, perchè vi crescesse la superbia fino al punto di…. Ma vedete un po' l'ambizione! Credersi degno di sposare la figlia del marchese!… Un vassallo!… un servitore! Andate là, messer Giacomino; io sarò un vecchio rimbambito, ma voi….

Messer Pietro gli troncò il filo dell'invettiva. Ed era tempo; chè Giacomo Pico faceva già l'atto di correre colla spada addosso all'ostiere.

—Orsù, smetti, alla croce di Dio,—gridò messer Pietro,—e lasciaci aggiustare le nostre faccende come ci aggrada.—

A quelle parole di messer Pietro, l'ostiere chinò la fronte raumiliato.

—Magnifico signor conte….—diss'egli;—voi lo volete; obbedisco.Quanto a voi….—

E qui mastro Bernardo, che avea rivolta l'apostrofe al Bardineto, fece un gesto di minaccia, che doveva mostrare a Giacomo Pico com'egli, mastro Bernardo, non fosse per menargli buona così presto la sua pazza sfuriata.

Il Picchiasodo finì di chetarlo.

—Alla tua salute, degnissimo ostiere! Ma bevi anche tu; questo è contro la rabbia.

—Alla salute del signor conte!—rispose mastro Bernardo, alzando il bicchiere, che gli avea messo in mano il vecchio soldato.

E bevve, per contentarlo, ma guardando tuttavia a squarciasacco il Bardineto, che più non si curava di lui, intento com'era ad impegnare la zuffa.

Giacomo Pico era agile e destro. Il furore ond'era tutto invasato gli raddoppiava le forze. La sua lunga spada milanese balenava in alto e ruotava, scendeva a rovina sulla spada dell'avversario, si ritraeva veloce e tornava più veloce ancora all'assalto, cercando la via fino al petto di messer Pietro e non trovandola mai. Il suo nemico, immobile, sereno, quasi scherzevole, lo teneva a bada con fine artificio. I movimenti del suo ferro erano così scarsi e misurati ad un tempo, da lasciar credere ad uno spettatore inesperto che egli non facesse davvero. Per fermo, tanta era la sicurezza dell'occhio e tanta la perizia della mano, che l'una e l'altra consentivano a messer Pietro di baloccarsi un tratto con quella furia del suo avversario. Opponeva ai colpi il forte della lama; metteva a quell'altro di continuo la punta della spada sugli occhi, e non profittava mai del suo evidente vantaggio.

Il Sangonetto sudava freddo, si faceva piccin piccino, e di tanto in tanto socchiudeva gli occhi, quasi per non vedere la botta che doveva passare fuor fuori il suo malcapitato compagno.

In quella vece il Picchiasodo rideva. Egli conosceva il giuoco del suo signore come il fondo del suo borsellino in fin di mese, e quel suo riso tra beffardo e benevolo diceva chiaramente a tutti gli astanti: aspettate, or ora vedrete; il buono ha ancor da venire. Frattanto, per non rimetter nulla de' suoi godimenti, venia centellando il suo bicchiere di malvasia, e attraverso alla sottil parete di vetro i suoi occhi si godevano, anzi meglio, si succiavano quella scena deliziosa, che facea sudar freddo il Sangonetto e tremar le gambe e battere i denti a mastro Bernardo.

—Poveri a noi!—gli andava dicendo l'ostiere.—Che ne dirà il marchese?

—Che vuoi ci abbia egli a ridire?—soggiunse il Picchiasodo.—La ragazza, piuttosto, se ama quel tuo bell'arnese; poichè egli mi pare un uomo spacciato.

—Ah, messere, e potreste crederlo? Madonna Nicolosina?… Nemmen per sogno! Se ella avesse pensato mai a quel pazzo da catena, io, non fo per dire, avrei a saperne qualcosa. Mia moglie è zia della Gilda…. e per la Gilda non ci sono segreti. Vi giuro, messere, e voi ci potreste mettere la mano sul fuoco, che la fanciulla pensa a messer Giacomino, com'io a farmi frate, e le son tutte fisime che s'è messe in capo costui.

—Tu mi consoli;—rispose gravemente il Picchiasodo;—perchè infine, dico io, quando si prende moglie, bisogna avere un occhio al cane e l'altro alla macchia. Menar donna non gli è mica come a fallar la strada, che c'è sempre il rimedio di tornarsene indietro; una volta fatto il pateracchio, addio fave! chi le ha, son sue. Or dunque tu credi che madonna Nicolina…. come la chiami?

—Nicolosina, messere.

—Tu credi adunque che madonna Nicolosina non lo veda di buon occhio?

—Ma neanco per prossimo, starei per dire. Una savia e costumata fanciulla, che quel che vuole suo padre vuol lei! E poi, come supporre che una donnina a modo, e della sua levatura, si fosse invaghita di quel tanghero?

—Eh, quanto a ciò, se ne son viste tante, e il conte di Cascherano non sarebbe il primo…. Ma vedi il tuo messer Giacomino, come s'è invelenito! S'affanna per la gloria, il poverino! E se, per caso, le busca….

—Chi le ha, son sue!—sentenziò mastro Bernardo.

—Ah, bravo, tu mi fai l'eco!—ripigliò il Picchiasodo.—Ma guarda; le ha tocche davvero e son sue, questa volta.—

Queste ultime parole del vecchio soldato avranno detto al lettore che Giacomo Pico, dopo essersi lungamente e inutilmente affaticato per ferire il suo avversario, toccava egli invece una botta.

Si era adoperato per quattro, il povero Giacomo Pico; aveva messo l'ingegno e le forze, la rabbia e l'amor proprio alla prova, e non era venuto a capo di nulla. Messer Pietro, come si è detto, parava facilmente, senza scomporsi, senza riscaldarsi il sangue, e, contento di mandar vani i colpi del Bardineto, non profittava del suo vantaggio su lui. Sorrideva, frattanto sorrideva di continuo, come un vecchio schermidore che avesse a sostenere gli assalti d'un bambino, o d'un cieco. Ora, egli non è dire come quello eterno sorriso tornasse molesto al Bardineto, che se lo vedeva sempre sugli occhi, tra un guizzo e l'altro delle spade cozzanti. E non poter giungere fino a quel volto! e non poter mutare quel riso sarcastico in un ghigno di dolore! Venne un istante che egli, pur di cessare quel riso, avrebbe amato una puntata nel cuore. Fu per dolersene ad alta voce; ma gli parve viltà e si morse le labbra fino a dar sangue. Messer Pietro se ne avvide ed ebbe compassione di lui. Intendiamoci, ne ebbe compassione a modo suo, che tenero non era di cuore, e i tempi del resto non comportavano certo delicatezza di nervi. A que' tempi si dava il nome di misericordia ad una foggia di pugnale, e quello di grazia ad un certo colpo che finiva l'avversario. Così, e non altrimenti, fu compassionevole il cuore di messer Pietro, il quale, cessati gl'indugi, pigliò a sua volta l'offesa, si serrò addosso al nemico, e, sviato un maledetto fendente, che, giusta l'intenzione del feritore, doveva spaccargli la testa, corse veloce con un soprammano al costato di Giacomo Pico. Questi che troppo si era logorato le forze nei molteplici assalti, perdette il tempo, e giunse alla parata che già la punta nemica lo avea colto al sommo del petto.


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