CAPITOLO V.

La spada aveva forato il farsetto di cordovano come fosse di tela, e tornando rapida indietro aveva aperto la via ad uno spruzzo di sangue. Balenò un tratto il ferito, agitò con moto convulso le braccia, e mugghiando ferocemente stramazzò sul battuto.

Il Picchiasodo, com'era stato il primo ad avvedersi del colpo, così fu il primo ad accorrere verso il ferito.

Egli da tergo e il Sangonetto da piedi, lo sollevarono riguardosamente da terra e lo adagiarono sopra una panca, che in fretta aveva tirato innanzi mastro Bernardo.

—Ah, povero il mio Giacomo!—sclamò il Sangonetto, notando il pallore che di repente invadeva la fronte e le guancie del Bardineto.—Egli è morto!

—Eh, non tanta fretta a cantargli il deprofundis!—gridò il Picchiasodo.—Scusate, veh, messere dell'archibugio; io penso che voi non ne abbiate mai visto, de' morti.

—Sono stato alla guerra anch'io;—rispose il Sangonetto, mettendosi in gota contegna;—e la mia parte….

—Sia pure;—interruppe il Picchiasodo;—voi dunque capirete che, per sincerarsi della morte di un uomo, bisogna dargli la prova. Ohè, mastro Bernardo, qua il vino!

—Eccolo, messere!,—disse l'oste, raccattando sollecitamente il fiasco e un bicchiere da terra.

Il Picchiasodo prese il fiasco, e versò gravemente nel bicchiere quattro dita di malvasia.

—Da bravo, a voi;—disse poscia al Sangonetto, che sorreggeva il ferito;—sollevatelo un pochino, e mettetegli la mano sulla ferita, che non versi altro sangue; mastro Bernardo porterà un pannilino inzuppato d'acqua, d'aceto, di quel diavolo che vorrà.—

L'ostiere corse dentro ad eseguire il comando. Intanto il Sangonetto rialzava tra le sue braccia l'amico, e guardava stupefatto il Picchiasodo, non intendendo che diamine volesse egli fare di quel vino.

Il vecchio soldato lo levò subito di pena. Accostato il bicchiere alla faccia del Bardineto, gli messe l'orlo tra i denti e gliene fece andar giù una sorsata.

—Guardate; questa è la prova del vino. La scuola antica porta così.Ippocrate, capitolo quarto! Se il morto beve, gli è segno che vive.—

Per dar ragione ad Ippocrate, o, per dir più veramente, al suo burlesco discepolo, che inventava di pianta, il ferito riaperse gli occhi e diede in un gemito.

—Ah, lo vedete?—soggiunse il Picchiasodo, con aria di trionfo.—State di buon animo, messere dell'archibugio. Levategli il farsetto; chiudete per bene le labbra della ferita; fasciatelo strettamente con questo pannilino; date un altro bicchiere al medico (grazie, mastro Bernardo; questo lo bevo alla salute di tutta la brigata), e sarà accomodata ogni cosa. Vediamo un po', giovinotto; provatevi a respirare.—

Giacomo Pico, a cui erano rivolte le ultime parole del vecchio soldato, trasse un respiro senza troppa fatica.

—Lo dicevo io; non gli è nulla…. un buco che si stopperà facilmente! Io n'ho una mezza serqua seminati sulla pelle, e fo conto di tirare innanzi dell'altro.—

Frattanto messer Pietro, ricacciata la spada nel fodero, e dato un altro genovino all'ostiere, che non lo voleva a nissun patto, e che forse perciò, mentre si tirava indietro colla persona, sporgeva tuttavia la mano per prenderlo, si mosse alla volta del suo palafreno e fu in sella d'un balzo.

—È tardi, e dobbiamo guadagnare il tempo perduto;—diss'egli alPicchiasodo, che fu pronto a seguirlo.

Indi, accostando il cavallo alla panca su cui era adagiato Giacomo Pico, e fatto della mano un cortese saluto al suo avversario, gli disse:

—Messere, io vo' aiutare al vostro risanamento, più efficacemente che non abbia fatto Anselmo Campora, detto il Picchiasodo, capo de' miei bombardieri. Se voi foste stato più calmo quest'oggi, avreste di leggieri capito che chi viene per tornarsene subito indietro, non è certamente uno sposo.

—Che? come?—farfugliò il Sangonetto.

—Ah!—sclamò in pari tempo il ferito rizzando il capo e volgendo al suo vincitore uno sguardo da cui trasparivano in pari misura la curiosità e lo stupore.

—Sicuro;—ripigliò il cavaliere;—e avrei amato dirvelo, se non mi aveste sbarrata la strada e afferrate le redini del cavallo, cosa che non mi ha mai fatto impunemente nessuno. Ma basti di ciò. Avete incrociato il ferro con Pietro Fregoso, capitano dei genovesi all'impresa del Finaro. Se la vostra mala, sorte vi fa cadere in balìa dei nemici, ricordate che la tenda del capitano è un fraterno rifugio per voi, e che non vi bisogna riscatto.—

Con queste parole si accomiatò messer Pietro dall'osteria dell'Altino; indi, spronato il cavallo, si mosse verso l'uscio di strada.

Fu quello un colpo di fulmine a ciel sereno. Giacomo Pico sbarrò gli occhi, volle parlare, ma la commozione fortissima gli fece nodo alla gola. Balbettò alcune parole vuote di senso, e ricadde svenuto nelle braccia di Tommaso Sangonetto, che era rimasto mutolo, guardando ora il Fregoso, ora il Picchiasodo, ora l'ostiere.

Quest'ultimo, che pur dianzi, tutto ilare in volto ed affaccendato negli atti, si sprofondava in riverenze alla staffa di messer Pietro, fece tre passi indietro, a quella improvvisa rivelazione; inarcò le ciglia, strabuzzò gli occhi, spalancò la bocca ad un grido, e rimase là sbalordito, come se avesse visto la tregenda, o il diavolo in carne ed ossa.

Il Picchiasodo diede alla sua volta di sprone, per farsi alla manca di messer Pietro Fregoso, e si trovò per tal guisa a pari di quel simulacro della melensaggine.

—Orbene, mastro Bernardo;—gli disse, appoggiandosi sulla staffa verso di lui e assestandogli un buffetto sotto il naso;—che è ciò? Hai forse perduto la scrima?—

Il povero ostiere, che era stato cagione di tutto quel guaio e si vedeva canzonato per giunta, alzò sdegnosamente le spalle e torse gli occhi da lui.

—Sta di buon animo, via!—proseguì il Picchiasodo.—Ho il tuo ricapito e fo conto di ritornare. Tienmene in serbo un fiasco di quest'ultimo, che abbiamo a bercelo tra noi due, ciaramellando da buoni compari sul gotto.—

E ridendo a più non posso, Anselmo Campora, detto il Picchiasodo, capo dei bombardieri dell'esercito genovese, uscì alla sua volta di là.

—Ah sì, a ciaramellare!—ripetè mastro Bernardo stizzito.—Mi si tagli piuttosto la lingua!

—Amen!—soggiunse il Sangonetto, poichè furono soli.—E intanto, vediamo di aggiustare questa mala bisogna.

—Ah, messer Tommaso, tutto quel che vorrete;—gridò mastro Bernardo;—comandate, son qua. Maledetti! e dire che avevano un'aria così candida! Mangiavano e bevevano con tanto gusto!

—E tu hai bevuto più grosso di tutti, Bernardo; e non hai capito che coloro tiravano a scalzarti. E non basta; fors'anco pigliavano cognizione dei luoghi, e tu….

—Ah, non me ne parlate, messer Tommaso! Parevano così innamorati del paese! Segnatamente quel capo dei bombardieri…. oh, san Biagio benedetto! Ma già, del senno di poi son piene le fosse; ed ora bisognerà pensare a quello che si potrà dire di questo affaraccio.

—Già!—soggiunse Tommaso.—E che cosa diremo? Ah ecco? che il nostro Giacomino aveva odorato il tradimento e non seppe portarselo in pace. Capisci? Non gli è di buona guerra venir qua, sotto colore d'ambasciata, per esplorare il terreno, e cavare i calcetti alla gente. Per altro, innanzi di presentare la nostra invenzione, bisognerebbe sapere che cosa è avvenuto al castello tra i due genovesi e il marchese Galeotto.

—Sicuro, bisognerebbe saperlo;—disse mastro Bernardo;—ma come si fa?—

Dal messaggio di Pietro Fregoso e di ciò che ne seguisse al castelloGavone.

In quella che Tommaso Sangonetto sta almanaccando insieme coll'oste dell'Altino, per trovar modo di sapere le cose avvenute e di foggiarvi su una credibile invenzione, andiamo noi per la spiccia e vediamo che ambasciata portasse messer Pietro Fregoso alla corte di Galeotto, marchese del Finaro.

I due cavalieri genovesi (oramai l'arcano è svelato e l'incognito non serve più a nulla) presentatisi alla porta di san Biagio e debitamente fermati dalle scolte, si erano annunziati messaggieri dalla possente repubblica e portatori di lettere d'alto rilievo al marchese. Il comandante della porta, veduto il sigillo coll'arme di Genova, avea dato loro il passo e la compagnia d'un drappelletto di balestrieri, che, parte per onoranza e parte per custodia, li condussero oltre. Così orrevolmente scortati, sotto gli occhi di un popolo curioso che si affollava sul loro passaggio e della loro venuta non pronosticava niente di buono, erano riusciti alla porta settentrionale del borgo; d'onde, per una ripida strada serpeggiante sulla costiera del monte, erano saliti in vista del castello Gavone, dove i marchesi del Carretto, terzieri del Finaro, avevano corte e dimora.

Si è già detto che il castello Gavone era murato a cavaliere del borgo, su d'un contrafforte della roccia di Pertica. Da quella notevole altura il feudale baluardo dei Carretti guardava davanti a sè il borgo anzidetto e tutto il corso del Pora fino alla spiaggia del mare; sui lati, poi, vigilava le due valli del Calice e dell'Aquila, quella che mette a Rialto e questa a san Giacomo. Era, per que' tempi, fortissimo arnese. Quattro torri merlate lo munivano sugli angoli. Lunghesso le mura si aprivano larghe finestre, partite a colonnini, indizio di fasto all'interno; ma su quelle finestre correva un poderoso cordone di pietra e poco sopra di questo una lunga balconata, colle sue caditoie aperte sotto gli sporti, donde all'occorrenza si facea piovere una gragnuola di sassi sui nemici che avessero ardito accostarsi a pie' delle mura.

Grandiosa mole, che, a mezzo diroccata (dopo essere risorta un'altra volta, insieme colla mutevole fortuna de' suoi signori) fa tuttavia bella mostra di sè, e potrebbe anco tentare il più nobile dei capricci che la ricchezza consenta ai fortunati del tempo nostro; il capriccio, vo' dire, di restaurare il passato nella sua parte accettabile! I marchesi del Carretto, ai quali era toccata quella porzione litorana del retaggio aleramico, avevano innalzato il castel Gavone intorno al 1100. Uomini in continuo stato di guerra con vicini e lontani, dovettero eleggere a loro dimora e presidio un luogo discosto dal mare e manco accessibile alle incursioni dei barbari, che infestavano in que' tempi le coste della Liguria. Epperò, da principio si fortificavano in Orco, Verzi ed altre villate sui monti; indi, scemato il pericolo, o cresciute le forze, calarono a Pertica, dove sorse appunto il castel Gavone, due miglia distante dalla riva del mare.

Ci condurrebbe a troppo lunghe e, per giunta, non grate considerazioni, il cercare qual parte della valle fosse da principio abitata. Di certo, agricoltori e pescatori v'ebbero ugualmente dimora da antichissimi tempi. I Romani segnavano in que' pressi una stazione della via militare che correva tutta la spiaggia ligustica, e il nomead Pollupicesci fu tramandato dall'itinerario di Antonino. L'altro diFinarcomparve nell'età di mezzo, e certo era nome antico del pari, a significare, non già la finezza dell'aria, come vollero certi etimologisti sconclusionati (Liguria aleguminum satione, Arenzanoab äere sanoe simili altre bambinerie), ma dall'essere colà stabiliti i confini tra gl'Ingauni e i Sabazii.

E qui, prudenti, lasciamo da banda l'età romana, il basso impero e la gran notte barbarica; chè il troppo amore delle minuzie archeologiche non ci tragga fuori del seminato e, quel che sarebbe peggio, della grazia vostra, o lettori. Il Finaro, nel 976, per investitura di Ottone I, appartenne al marchese Aleramo; i cui discendenti, chiamati Del Carretto, lo ebbero e lo signoreggiarono, confuso con altre terre sotto il nome di marca savonese, fino al 1268; nel qual tempo, per la spartizione avvenuta fra i tre figli di Giacomo, toccò ad Antonio Del Carretto, da cui ebbe principio il ramo dei terzieri del Finaro.

Costoro, come ho detto più sopra, posero sede nel castello Gavone, a cavaliere del Borgo, e comandavano di là su tredici villate, che tutte dovevano concorrere all'incremento del capoluogo. Tra esse la Marina, come più prossima, aveva le molestie più gravi. I marchesi mettevano grosse multe a chi ardisse riparar case e murarne di nuove colà; ai forestieri intanto concedeano privilegi, esenzioni ed ogni maniera larghezze, purchè mettessero dimora nel Borgo. Donde appariva manifesto il timore di que' castellani, che la gente non avesse a dilungarsi di troppo dalla loro vigilanza, e l'intento di cansare la sorte toccata ai loro consanguinei della marca di Savona, che questa nobil città e la fortissima terra di Noli avevano sullo scorcio del XII secolo malamente perdute. Già, popolo marinaro, popolo libero; la tirannia non attecchisce sulle spiagge; però non si sta molto ad ottenere consoli proprii e franchigie, in cui maturare ordini di libertà popolana. Ora, questo pericolo miravano a stornare i discendenti d'Antonio, tirando al Borgo il grosso dei vassalli e afforzando sempre più il castello sovrastante.

Dicevasi castel Gavone, con vocabolo di controversa etimologia. Altri lo deriva da giogo, come se anticamente si fosse detto Giovone, o Govone. Io ricordo che dicevasigavoneun ridotto delle nostre vecchie galee, posto sotto coperta, così da prora, come da poppa, e serviva per alloggio degli uffiziali e dei marinai, laddove le ciurme dormivano sotto i banchi di voga. E questo gavone marinaresco e il terrestre possono perciò derivarsi, con assai più verosimiglianza, dalcavumdei latini, nel significato di cavità custodita, murata, od altrimenti rinchiusa.

Altri, per avventura, nell'informe e disforme vocabolario dell'età di mezzo, troverà di che avvalorare questa etimologia, che ha già il vantaggio, sull'altra, d'esser più ragionevole. Io frattanto, ritornando alla storia, dirò che il castello Gavone era davanti e da tergo reso inaccessibile, mercè due fosse profondamente stagliate nel masso; che era afforzato da quattro torri sugli angoli; che ci si entrava da un ponte levatoio e che sulla porta castellana, in una tavola di pietra scuriccia, vedevasi scolpita l'arma dei signori Del Carretto, cioè a, dire uno scudo, partito a fascie diagonali, sormontato da un elmo di corona e tratto su d'una carretta simbolica da due leoni aggiogati.

Quella nobil veduta si parò davanti ai due cavalieri genovesi, a mala pena ebbero afferrata la cima del monte. Doveva esser quello il fine dell'impresa futura; che peccato, in cambio di giungervi eglino soli e in veste di messaggeri, non esservi già collo stendardo della Repubblica e con buona mano d'armati!

Messer Pietro Fregoso, come uomo che delle grandezze umane s'intendeva la sua parte, guardava ammirato quel forte e insieme leggiadro edifizio. Il Picchiasodo non ci vedeva tante bellezze e dava in quella vece la sua guardata alle balze circostanti, per vedere se ci fossero strade, e come disposte. Le strade, si sa, erano il suo grattacapo, e di queste delizie n'avrebbe volute in ogni luogo e per ogni verso, come pur troppo occorre solamente delle molestie, in questo mondo gramo.

Varcato il ponte levatoio, entrarono sotto l'androne, e, mentre il capitano degli arcieri andava a dar notizia del loro arrivo al marchese, erano fatti scender di sella per riposarsi in una sala terrena, dove si diè loro acqua alle mani e rinfresco. Accettarono l'acqua e l'aiuto dei famigli, per scuoter di dosso la polvere, ricusando tutto l'altro che venia loro profferte; e immagini il lettore con quanto sacrifizio e merito di Anselmo Campora, che non avrebbe sgradito di paragonare la cantina del marchese con quella di mastro Bernardo.

Poco stante, apparve sull'uscio un donzello a disse loro:

—Venite, messeri; il magnifico marchese è pronto a ricevervi.—,

Lo seguirono tosto, e, fatta una breve scala, furono introdotti in un ampio salone, che appariva situato nel mezzo del castello, poichè prendeva luce da una parte e dall'altra, pel vano di larghe ed alte finestre, partite a colonnini e chiuse da intelaiature di legno e vetri sigillati col piombo, a mo' di losanghe, come portava la foggia del tempo. Una numerosa e orrevol brigata era accolta colà; molti servitori e donzelli sui lati; nel mezzo un crocchio di gentiluomini; seduto a uno scrittoio il vecchio cancelliere della corte; tutti, poi, ordinati in guisa da far corona ad un seggio rilevato, su cui stava, nobilmente composto, il marchese del Finaro. Gentildonne non erano in quella adunanza; che bene il marchese aveva inteso non doversi quel giorno ricevere ospiti d'allegrezza, sibbene messaggieri di guerra.

Era in quel tempo il marchese Galeotto un uomo di piacevole aspetto, d'anni intorno ai cinquanta, ma di sembianza più giovane, la mercè d'una carnagione rosata, degli occhi azzurri e scintillanti, della barba e dei capegli biondi, che ancora dissimulavano abbastanza le moleste fila d'argento. La figura sua, al primo vederla, lo diceva bollente di spiriti e pronto ad infiammarsi, ma in pari tempo di senni umani e cortesi, quanto il concetto della sua dignità e la logica feudale d'allora potessero comportarne in un principe.

Egli accolse con un sorriso ed un gesto amorevole messer Pietro, che s'inoltrò a capo scoperto e s'inchinò davanti a lui, con atto di ossequio, non disgiunto da un sentimento di onesta alterezza. Il Picchiasodo, per far conoscere la sua condizione più umile rispetto al suo nobil compagno, si era fermato sui due piedi, ma colla berretta in capo, da soldato e non da servitore, a poca distanza dall'uscio.

—Siate il benvenuto, messere;—disse il marchese Galeotto al nuovo venuto, per offrirgli occasione a parlare;—e che cosa recate al Finaro?

—Un messaggio dell'illustrissimo signor Doge e del comune di Genova;—rispose Pietro Fregoso, togliendosi di cintura un rotolo di pergamena, suggellato di piombo, colle armi della Repubblica.

—Ai quali auguriamo ogni prosperità, e grandezza che colla giustizia si accordino;—ripigliò nobilmente il marchese.

Ciò detto, prese dalle mani di messer Pietro la pergamena, ruppe il suggello e lesse. Cotesto faremo anche noi, dando una sbirciata allo scritto.

«Al magnifico signor Galeotto, marchese del Finaro, salute.

«Sebbene a noi per lo passato fosse stata grandemente a cuore l'amicizia vostra, perchè tra noi durasse la quiete, voi sempre dell'amicizia e benevolenza nostre avete fatto stima mediocre. Per la qual cosa, gli animi della città e della repubblica tutta si sono straordinariamente accesi, volendo guerra contro di voi; e guerra sarà, poichè non sembra esservi cara la pace. A questo per vero dire ci disponiamo contro voglia e sforzati; che anzi, mai abbiamo cessato di far pratiche, se per avventura avessimo potuto acquietare lo sdegno di questo popolo, irritato dalla Signoria Vostra con somme offese negli anni trascorsi; e ciò con ogni poter nostro abbiam procurato, nè mai potuto ottenere.

«Ed ora, poichè ricordiamo avervi promesso che, quando fossimo per rompervi guerra, vi avremmo avvisato della cosa, perchè non vi paresse di esser còlto alla sprovveduta, vogliamo significarvi che dobbiate aspettar guerra al Finaro a dì 5 del prossimo dicembre. Però, scorso il giorno 4 di detto mese, sappiate non esservi più dato di vivere con noi in quelle forme di pace e d'amicizia, che sono state finora. Così portiamo speranza di larga vittoria su voi, come d'insegnare a tutti i pari vostri che non abbiano a misurarsi in imprese siffatte con noi. Inoltre quando vi piacesse far correre minor spazio di tempo alla guerra, di quello vi abbiamo indicato, vogliate darcene avviso, e sarà fatto secondo il piacer vostro.

«Data da Genova, addì 21 novembre 1447.

Messer Pietro, in quella che il marchese Galeotto leggeva la lettera, stava immobile al suo posto e in apparenza sbadato; ma non perdeva un moto, anco il più lieve, dell'aspetto di lui, e gli appariva manifesto come quella lettura lo avesse colpito. La faccia del marchese era divenuta ad un tratto del color della fiamma; le dita attrappite tiravano per tutti i versi la povera pergamena, che non ne avea colpa veruna; le labbra borbottavano confuse parole; come se dentro dell'animo il marchese Galeotto stesse ad una ad una ribattendo le argomentazioni del suo avversario.

Invero, a lui pareva di aver ragioni oltre il bisogno. La lettera di Giano Fregoso era accortamente rigirata. Niente più curavano i capiparte d'allora, fossero dogi, o pretendenti al dogato, che di mescolare il popolo nelle loro private querele, ire e vendette di famiglia. E a Galeotto cuoceva di veder tirare i genovesi in campo, quasi fossero eglino, e non già i Fregosi, che voleano la guerra. Nè a lui pareva di avere offeso mai Genova, destreggiandosi in mezzo alle fazioni che l'avean lacerata; che quella era per lui la ragione di Stato, e Genova a lui mettea conto vederla, non già nel governo dei Fregosi, ma nella persona degli Adorni fuorusciti, e appunto di quel Barnaba, doge scacciato, che stavasi allora al suo fianco.

E a Barnaba era corso il suo sguardo, in uno degl'intervalli da lui posti in quella ingrata lettura. Ma Barnaba nel messaggero di guerra avea ravvisato messer Pietro Fregoso, e non torceva gli occhi da lui.

—Bene sta;—disse Galeotto, poi ch'ebbe finito di leggere.—Messeri, è un cartello di sfida, questo che Giano Fregoso ci manda.—

Un fremito corse per tutta l'adunanza; che sebbene da lunga mano preveduto, non riusciva meno grave l'annunzio. C'era anzi taluno dei soliti ragionatori alla grossa, che dalle antecedenti lentezze e continue ambascerie genovesi aveva argomentato la poca voglia di venire a mezza spada e tratto speranza pel Finaro d'una via di salvezza. Non così Barnaba Adorno, che ben conosceva l'animo dei Fregosi e la tenacità con cui avrebbero proseguito i loro disegni. Costoro inoltre, non che a colpir Galeotto miravano a molestare in quel suo rifugio la sbandeggiata famiglia Adorno, e lui più di tutti, lui Barnaba, che pochi mesi addietro Giano Fregoso, improvvisamente sbarcato a Genova e con un pugno di suoi partigiani impadronitosi del palazzo ducale, aveva scacciato dal governo e dai confini della repubblica.

Queste cose pensando, Barnaba Adorno aveva sempre creduto alla guerra, e pur dianzi non gli era stato mestieri delle parole di Galeotto per averne certezza, bastandogli il noto aspetto del messaggiero di Genova. Però, quando il marchese ebbe accennato il cartello di sfida a lui mandato dal Doge, egli, con ironico piglio, soggiunse:

—E Giano Fregoso non lo manda per mano d'un semplice cavaliere, bensì a dirittura per quella di Pietro Fregoso, suo comandante d'esercito.—

Messer Pietro si volse stizzito e saettò d'una torva occhiata il nemico.

—Non ancora;—diss'egli di rimando;—e voi, messer Barnaba Adorno, usurpate, a mio credere, i diritti del marchese Galeotto. Io non sarò capitano dell'esercito genovese all'impresa del Finaro, se non quando egli avrà accettata la sfida.

—È vero;—notò con accento benigno, sebbene impresso d'una certa amarezza, il marchese Galeotto.—Io non l'ho anche accettata. Ma come potrei onestamente cansarmene? L'intimazione è chiara e recisa. Leggete, o signori!—

Così dicendo, porse la lettera a Barnaba, intorno a cui si fece ressa di gentiluomini, per leggere l'orgoglioso messaggio di Giano.

—Il mentitore!—sclamò l'Adorno.—Egli ha cercato di acquetare gli sdegni del popolo!

—Rompe guerra sforzato; gli vincon la mano, al poveretto!—notò un altro del crocchio.

—Non è Genova che vuol questa guerra,—soggiunse Barnaba Adorno, infiammato di sdegno,—io lo attesto.

Pietro Fregoso stava per dargli risposta; ma Galeotto lo trattenne col gesto.

—Sia Genova, o no,—diss'egli, per chetare gli spiriti,—imperano i Fregosi colà; ad essi ci bisogna rispondere. E perchè l'esercito, che si sta radunando a Savona,—aggiunse poscia, accompagnando la frase con un cenno del capo, che voleva mostrare com'egli fosse di ogni cosa informato,—perchè l'esercito non abbia ad aspettare di soverchio il suo capitano, eccovi messer Pietro Fregoso, una pronta risposta. Cancelliere, scrivete.—

E con voce alta e sicura, in mezzo ad un silenzio solenne, il marchese Galeotto dettò la sua risposta allo scriba; rimessa in principio e tranquilla, come portava il costume, indi man mano, per lo infiammarsi a grado a grado del personaggio, più concitata ed altiera.

«Al magnifico signore Giano Fregoso, doge di Genova, salute.

«Tutto quanto mi significate nella vostra lettera, magnifico messere, io ho chiaramente inteso. Mi dolse della opinione dei Genovesi, aver io fatta poca stima della loro amicizia, che io sempre n'ho avuto grandissima, nè mai ho trascurato veruna di quelle cose per le quali ho udito e letto potersi conservare i vincoli della benevolenza tra gli Stati; nè penso essere alcuno dei vostri vicini che siasi più attentamente studiato di piacere a cotesta repubblica, perchè durasse tra noi la consuetudine dell'antica amicizia. E ciò talvolta con mio nocumento non lieve; laonde io debbo stupirmi di questa ira, che voi mi dite, dei cittadini di Genova. Vi ringrazio tuttavia che abbiate cercato di contenere e dissipare gli sdegni popolari, per istornarli dalla guerra, provvedendo in tal guisa non meno alla quiete dei Genovesi, che alla salute mia.

«Per rispondere alla lettera vostra, dirò che avrei amato meglio mi significasse pace perpetua, anzi che guerra. Si affà la pace alle mie consuetudini; alieno son io dalle guerre. Ma se infine è così statuito nei consigli degli invidiosi e nemici miei, accetto la sfida, e di grand'animo, confidando nel senno e nella potestà di quel giudice e padrone, che è splendore e difesa dei giusti e terror dei malvagi, a cui niente è nascosto. Egli invero conosce l'animo mio e gl'intendimenti vostri, e sa quanto io con virtù, quanto voi con odio vi facciate a contendere. Imperocchè io non sono, messer lo Doge, così fuori di senno, da non sapere come da lunga pezza, e innanzi voi perveniste a tal dignità, fosse stabilito d'intimar questa guerra. Conosco l'animo vostro e di tutti i vostri contro me e contro tutti i miei; ricordo con quanta moderazione e temperanza mi diportassi coi Genovesi, pur di vivere in pace continua con esso loro, e so come tutte queste cose, a mala pena entraste voi in Genova, niente abbiano giovato a mutare i vostri propositi. Che se vi pensavate esser io obbligato di alcun patto a cotesta illustra repubblica, il quale io oggi negassi di mantenere, mancavano ancora le cagioni di guerra; imperocchè io mi contentai, come mi contenterei anche oggi, che, o l'imperator de' Romani, od altro principe, o comune, o studio di giureconsulti, giudicasse della nostra querela. E nol voleste allora, e nemmeno ora il vorrete, poichè siete infiammati, inaspriti, bramosi di guerra; laonde, resta che con mani e piedi, con tutte le forze mie, di congiunti, di amici e di quanti avrò meco, difenda questa terra e il mio dritto. Facciano adunque i Genovesi come vogliono; resisterò come potrò.

«Voi frattanto, Doge Giano Fregoso, io debbo pregiare assai più che non facessi da prima, se avete pensato di me che io fossi uomo da serbar la mia fede, e m'avete indicato il giorno in cui dovessi aspettarmi la guerra; così facendo cosa dicevole ad ogni principe, e in particolar modo a voi stesso. Spero di uscirne vincitore e di potervi rimeritare, in ogni occasione, della vostra lealtà, se mai avrete mestieri dell'opera mia.

«Data dal Finaro, addì 27 di novembre, 1447.

La lettera del marchese Galeotto era nobilissima, come ognun vede, sebbene per avventura in alcuni passi ricisa ed aspra più del bisogno, e condita nel fondo di sottile ironia. Ma queste cose erano da condonarsi ad un principe, che metteva in quel punto a grave cimento la quiete sua e la sicurezza de' suoi dominii. Del resto, e il pepe e il sale di quella risposta piacquero in uguale misura a tutti i gentiluomini della sua corte, e un bisbiglio d'approvazione e certi sorrisi mal rattenuti commentarono prontamente le lodi alla lealtà di Giano, che tutti ricordavano in qual modo fosse tornato a Genova e salito ai sommi onori della repubblica.

Galeotto, così per debito dell'alto suo grado, come per atto di cortesia verso l'inviato di Genova, era rimasto in contegno. Più saldo e più chiuso di lui Messer Pietro, a cui l'uffizio di ambasciatore comandava in quella occasione il silenzio e la calma. Per altro, la torva guardatura e l'atteggiamento della persona fieramente appoggiata al pomo della spada, significavano le represse pugne dell'animo e promettevano alla corte del Finaro che ben presto la libertà del capitano si sarebbe ricattata dei silenzi sforzati del messaggero di Genova.

Finita la lettera e sigillata colle armi del marchesato, Galeotto la prese dalle mani del cancelliere e la consegnò a messer Pietro.

—Eccovi la mia risposta all'illustrissimo Doge e al nobil comune di Genova;—diss'egli frattanto.—Aspetterò la guerra in quel giorno che mi è stato indicato; non posso desiderarla prima, perchè non la ho provocata e aspetto ancora che vogliano i miei nemici tornare a più miti consigli. Comunque sia, messer Pietro Fregoso, io vi prego di render grazie in mio nome al Doge vostro cugino, che tanto ha fatto stima di me e di tanto ha cresciuto la solennità della sfida, mandandola per le mani di un così illustre capitano.—

Anche da queste parole, come già dalla lettera, traspariva un fil d'ironia; ma messer Pietro non poteva adontarsene, e perchè l'ironia era finamente condotta, e perchè, poi, quell'ufficio di messaggero, non al tutto conveniente al suo grado, lo aveva voluto egli stesso.

Si accomiatò con garbo, diede un'ultima occhiata, in guisa di arrivederci, a Barnaba e agli altri fuorusciti genovesi, indi si mosse per uscir dalla sala. Galeotto lo accompagnò fino all'androne del castello.

—Cavaliere,—gli disse, porgendogli cortesemente la mano,—la guerra ha tristi vicende per tutti. Ricordatevi che Galeotto Del Carretto, se è pronto e risoluto a respingere, è poi altrettanto umano in accogliere. Il Finaro è luogo d'asilo ai disgraziati; perciò avete qui veduti gli Adorni. Il giorno che sarà guerra tra noi, non avrete altri avversarii che i Carretti; gli Adorni avranno, non pure licenza, ma preghiera di ritirarsi da un rifugio, che non sarebbe quind'innanzi più sicuro per essi.

—Nobilmente parlate, messere;—disse a lui di rimando il Fregoso;—capitano dell'esercito genovese, io ricorderò queste vostra parole. Ed ora, signor marchese, alla sorte delle armi!—

Le cortesie del commiato rasserenarono il volto di messer Pietro Fregoso. Del resto, quella bisogna era fornita, ed egli facea ritorno, come suol dirsi, nella sua beva.

—Animo, via!—disse ad Anselmo Campora, a mala pena furono usciti di là.—I grattacapi sono finiti e adesso verrà il buono. Mi fermo stassera a Vado, e tu proseguirai fino a Genova, per consegnare la lettera.

Il Picchiasodo fece a queste parole una faccia scontenta, che nulla più.

—Messer Pietro riveritissimo,—soggiunse egli poscia, veduto, che l'altro non aveva badato a' suoi versi,—non perderò mica il mio posto alla predica?

—E come potresti tu perderlo, se c'è tempo fino ai cinque del mese venturo? Siamo oggi ai ventisette di novembre, mi pare, ed io non leverò il campo dalla spiaggia di Vado che la mattina del due di dicembre. Tu dunque domani arrivi a Genova; consegni la lettera al Doge mio cugino; gli dai que' ragguagli di veduta che egli ti chiederà certamente; aspetti le lettere e i comandi che vorrà darti per me, e doman l'altro, il trenta, alla più trista, puoi essere al campo di Vado.

—Eh, diffatti, se non mi fanno aspettare dell'altro, la cosa può esser così come voi dite, padron mio reverito! Dopo tutto, non son io il capo dei vostri bombardieri? Dee premere a loro di rimandarmi libero, come a me di capitar primo all'osteria dell'Altino.

—Ah sì,—disse Pietro Fregoso, ridendo,—questa è la tua meta; ma temo che la bisogna non sia per correre spedita come tu pensi. Castelfranco non si piglia in un giorno.

—Lo capisco ancor io;—rispose il Picchiasodo;—ma questa è una ragione di più per capitarci in tempo colle bombarde.—

In questi ragionari, oltrepassato il Borgo, s'erano avviati sulla strada della Marina, dove aveva a trattenerli il tristo caso che abbiamo narrato nel capitolo antecedente.

E adesso torniamo al castello, dove la sfida di Genova avea messo tutti in trambusto. Il marchese Galeotto, prevedendo da lunga mano la cosa, aveva, siccome ho già detto, raccolto gran gente nel marchesato; ma egli bisognava spartire i comandi, sincerarsi che niente mancasse nei luoghi più esposti a un primo assalto nemico, asserragliare i passi più facili, e frattanto mandare l'annunzio della guerra dichiarata al capitano della Lega, perchè incontanente spedisse gli aiuti promessi al Finaro.

Per questo uffizio nessuno parve al marchese più adatto di Giacomo Pico. Egli era tornato bensì quella stessa mattina dalla Langhe; ma in lui Galeotto riponeva ogni sua fede; il negozio richiedeva la massima speditezza nel messaggero e pari conoscenza dei luoghi, degli uomini e delle cose; però fu mandato a cercare nelle sue stanze il Bardineto, e, non essendo trovato colà, fu mandato a cercare nel Borgo.

Ora, in quella che lo si aspettava, e il marchese Galeotto s'intratteneva co' suoi gentiluomini e colle donne della sua casa, ecco giungere la Gilda, una vispa e leggiadra ragazza, e, avvicinatasi a madonna Bannina, susurrarle alcune parole, che parvero turbar grandemente costei e la sua gentile figliuola, che le aveva udite del pari.

—Che c'è?—dimandò il marchese, notando il turbamento improvviso delle sue dame.

—Giacomo Pico moribondo all'Altino;—rispose madonna Bannina al marito;—questo è l'annunzio che ci ha recato la Gilda.

—Come? che è stato? e da chi lo sai?—ripigliò il marchese, volgendosi alla ragazza con atto di profonda ansietà.

La Gilda, tutta confusa, ripetè allora ad alta voce come il Bardineto avesse combattuto in duello pur dianzi col cavaliere di Genova e fosse gravemente ferito all'osteria dell'Altino, dov'era accaduto lo scontro. La notizia era stata portata a lei da Tommaso Sangonetto, aiutante del notaio David, che stava ancora in anticamera, per aspettare i comandi del marchese. Disse infine tutto quel che sapeva; non già tutto quello che le aveva detto il nostro Tommaso, Egli diffatti, in mezzo alle notizie dell'accaduto, aveva trovato modo di schiccherarle una dichiarazione d'amore, che a lei era parsa sconvenevole al sommo, in quella occasione, e glielo sarebbe parsa, ne abbiam fede, in altre parecchie.

Ora, come si spiega cotesto, senza frugare un pochino negli arcani del cuore? Veramente, i segreti d'una bella ragazza non s'avrebbero a dire; ma noi siamo qui per raccontare, e non andremo fuori di carreggiata dicendo che la Gilda ci aveva il suo e che un uomo le aveva dato nell'occhio. Anche lei, cresciuta nella compagnia e nella benevolenza dei castellani, era diventata ambiziosa, come Giacomo Pico; per altro, siccome nel cuore d'una ragazza inesperta l'ambizione non mette ancora troppo in alto la mira, gli occhi della Gilda non s'erano levati fino ad un cavalier di corona; avevano fatto sosta sulla persona di quell'altro ambizioso, che era Giacomo Pico. Il giovinotto non le aveva mai detto nulla di singolare; nè occhiate, nè sospiri, avevano fatte le veci di una accesa parola; ma egli era così buono, così dolce, così grazioso con lei! Già si capisce che il Bardineto fosse tale, o si studiasse di parerlo, con quante persone attorniavano di consueto madonna Nicolosina. Epperò, fidandosi a quelle apparenze, la Gilda aveva pigliato un granchio, come a tante ragazze della sua età facilmente interviene. Egli è tuttavia da soggiungere, a lode delle donne, che esse, pigliato il primo, non ne pigliano più altri; li fanno pigliare.

Ciò posto in chiaro, si capirà come la Gilda fosse dolente per l'annunzio recato dal Sangonetto e come dovessero parerle sconvenevoli le digressioni da lui fatte per utile proprio. E non ne diciamo più altro.

Udita la Gilda, il marchese Galeotto volle vedere il messaggiero, che fu subito introdotto e raccontò, s'intende, l'accaduto a suo modo. Giacomo Pico era andato con esso lui a diporto sulla Caprazoppa. Scesi all'Altino, avevano udito di due cavalieri, che, prima di salire al castello, s'erano intrattenuti a curiosare per via e a pigliar lingua dei luoghi. Cotesto aveva insospettito il Bardineto; ambedue avevano fiutato i genovesi e s'erano messi sulle orme loro. Nel risalire alla volta del Borgo li avevano incontrati, ma già sul ritorno, e lì, una parola ne tira un'altra (il Sangonetto non ricordava più come), erano venuti alle grosse. Pico aveva la spada a sfidò a duello il Fregoso. Egli, Sangonetto, non l'aveva, e non potè essere che testimone al combattimento, che era finito colla peggio del suo povero amico.

—Fu un colpo disgraziato!—diceva il prode Tommaso.—Ed io non ho potuto ricattarmi sul compagno del Fregoso, perchè non avevo meco che questo coltello da caccia.

—Bravi giovani!—sclamò il dabben gentiluomo.—Ma dimmi, è così grave la ferita, che il nostro Pico non possa muoversi dall'Altino?

—Oh, non dico questo, magnifico messere; su d'una lettiga si potrà sicuramente portarlo via di laggiù.

—Va dunque; piglia quattro soldati alla porta di San Biagio e sia il nostro Giacomo condotto al castello, dove gli sarà usata ogni cura.

—Padre mio,—entrò a dire timidamente quell'anima pietosa di madonnaNicolosina,—se noi gli andassimo incontro?

—Perchè no?—soggiunse il marchese, assentendo del gesto.—È delle dame aver cura ai feriti. Giacomo Pico ha salvato la vita a me; la mia famiglia deve essergli grata. Andate dunque e veda il Finaro che le sue castellane son pronte ad ogni ufficio di carità pei nostri fedeli servitori e soldati. Ma ora che Pico è ferito, chi porterà l'annunzio della sfida di Genova al capitano della Lega, a Millesimo?—

Tommaso Sangonetto, che stava coll'occhio alla penna, vide che quello era momento da farsi avanti e acciuffar l'occasione.

—Magnifico signore,—diss'egli, inchinandosi,—non valgo io nulla per obbedirvi? Son tutto vostro e se v'è cosa che io possa fare, in cambio del mio povero amico, eccomi ai vostri comandi.

—Sì, puoi servirmi benissimo;—rispose il marchese Galeotto.—Si tratta di portare una lettera a messer Francesco del Carretto, signor di Novelli. Lo troverai a Millesimo, nella torre di Oddonino. Andando a staffetta, potrai essere domani, all'alba, in Millesimo. Va dunque a pigliare il nostro Giacomo e torna; ti metterai in viaggio tra un'ora.—

Ed ecco il nostro Tommaso Sangonetto ambasciatore dell'esoso tiranno. La fortuna capricciosa lo aveva innalzato a quel segno; ma la fortuna egli l'avea anche aiutata con una mezza serqua di bugìe; non le era dunque debitore di nulla. Per contro, egli poteva credersi obbligato di qualche cosa alla disgrazia di un amico, e, pensando al povero ferito che andava a togliere dall'osteria dell'Altino, aveva anche ragione a considerare la profonda verità dell'adagio, che tutto il mal non vien per nuocere. Disgrazia di cane, ventura di lupo, dicevano i vecchi.

—Un bel garbuglio s'è fatto!—andava egli digrumando tra sè.—Giacomo in di grosso ha capito quello che dee lasciar credere della sua sfuriata contro il Fregoso. Mastro Bernardo, che è stato cagione di tutto il guaio, non parlerà. Io ci ho guadagnato di poter dire una parolina alla Gilda e di diventare un pezzo grosso alla corte. Non c'è che dire; sono ambasciatore, o giù di lì; lascio la spada pel caducèo, il panzerone per la guarnacca;cedant arma togae!—

Nel quale si vede come San Giorgio, invocato da due parti, non sapesse a cui porgere orecchio.

Era un fiorito esercito quello che la repubblica genovese avea posto sotto il comando di Pietro Fregoso, e che questi guidava dal campo di Vado all'impresa del Finaro.

Come Genova avesse provveduto a radunar gente, s'è già accennato a suo luogo. Seicento fanti dovea fare il vicariato di Chiavari, quattrocento il vicariato della Spezia ed ottocento le tre podesterie. La città di Genova dava quattrocento balestrieri, milizia sceltissima e assai riputata; Varazze, Savona e Noli, davano mille fanti; Albenga, i Doria d'Oneglia e i signori della Lengueglia, quattromila; Filippo Doria, del Sassello, cinquanta balestrieri; Giovanni Aloise del Fiesco e gli altri parenti suoi, si mettevano alla discrezione del Doge; gli Spinola di Luccoli, così quelli che possedevano castella, come quelli che non ne possedevano, erano obbligati a fornir per un mese dugento balestrieri; quanto al Doge, ne metteva del suo quanti bisognassero. E questi dovevano essere i più numerosi e più certi nel campo.

Invero, non si poteva a que' tempi far troppo assegnamento sulle forze comandate, e questo non già per manco di prodezza nei combattenti, bensì per la poca e varia durata del loro servizio. Comuni e feudatarii non usavano imporlo che per breve stagione, talvolta di trenta dì, come nel caso citato degli Spinola, tal altra di quaranta; spirato il qual termine, le milizie in tal guisa raccolte lasciavano a mezzo l'impresa meglio avviata e si sbandavano tosto. Bene per moneta, o grazia speciale, si consentiva al comandante un servizio più lungo; ma questo per privati accordi dovea stipularsi; ad ogni modo, egli non era da farci a fidanza. Perciò, in ogni impresa, occorreva ai comuni ed ai principi aver gente in altra maniera, e, a dirla in poche parole, pigliar mercenarii in condotta.

Il nome solo di mercenarii è un doloroso ricordo per noi italiani. In quelle soldatesche vaganti era la forza, e la loro prevalenza nelle guerre del medio evo ci spiega come fosse possibile lo imperversare di tante fazioni e il soverchiare di tante tirannidi. Piccoli comuni inghiottiti dai grandi; questi oppressi dalla violenza di un solo, o lacerati dalle gare di molti; discordie tirate innanzi fino alla calata di un più possente nemico, che aggravi la sua mano di ferro sulla contesa città; vicarii d'Impero e vicarii di Chiesa, con tradimenti e raggiri, fatti padroni di vaste provincie, incautamente preparate a stimolare la cupidigia di stranieri monarchi; questo ed altro hanno procacciato i mercenarii all'Italia. Il bisogno, nei comuni e nei principi, di guerreggiarsi l'un l'altro, aveva tirato quella peste tra noi, e le grosse paghe avean fatto della milizia un gradito mestiere; laonde privati cittadini e gentiluomini agli sgoccioli radunavano spesso un certo numero di cavalieri e di fanti, coi quali andavano a soldo del migliore offerente.

Forastieri in principio, furono italiani dappoi. Italiano, per citarne uno fra tanti, era quell'Astorre Manfredi che comandava nel 1379 quella terribile compagnia della Stella, mandata da Bernabò Visconti a molestare il territorio dei Genovesi. Questi, per altro, il 24 di settembre di quel medesimo anno, la ruppero sulla spianata del Bisagno, tuttochè forte di ben quattromila uomini e saldamente appoggiata alla collina d'Albaro, menando prigione il maggior numero e deputando un commissario a giudicarli. Aveva egli dal Comune il mero e misto imperio e la podestà della spada, affinchè procedessejuris ordine servato et non servato, cioè a dire che potesse giudicare sommariamente. E così fece messer Giorgio Arduino, che tale aveva nome il fiero magistrato, mandando tutti que' scellerati predoni alle forche.

Ma lasciamo in disparte le grandi compagnie, che non entrano nel nostro povero quadro, e ristringiamoci a parlare di quelle piccole masnade di venturieri, che, datisi al mestiere dell'armi, cominciavano ad essere caporali di lancia, e, venuti in fama di prodezza, riuscivano a far manipolo di gente, che poi conducevano a' servigi di questo e di quello. La loro condotta era di tre sorte. Dicevasi che un condottiero servivaa soldo disteso, quando egli, con un dato numero di cavalli e di fanti, militava operosamente sotto il comando del capitano generale; era in quella vece condottoa mezzo soldoquando, senza obbligo di passare la mostra, e in forma di compagnia, guerreggiava a suo bell'agio le terre sopra le quali era mandato; da ultimo, stavain aspettoquando, per certa piccola paga, il principe, o comune che fosse, teneva impegnata a suo pro' la compagnia del condottiero, per ogni caso di guerra.

A tal gente aveva fatto capo il Doge di Genova, per rafforzare l'esercito d'un buon nerbo di cavalli e di fanti. E sotto il comando di messer Pietro Fregoso erano venuti in condotta per tutto il tempo che avesse a durare la guerra, Firmiano Migliorati con dugento fanti, Francesco Bolognese con quattrocento, Vecchia da Lodi con cinquecento, Santino da Riva, lombardo egli pure, con altri cinquecento, Bombarda di Nè con trecento, Giovanni di Trezzo con trecento del pari e Pietro Visconte con dugento cinquanta. Cinquecento ne aveva Bartolomeo da Modena; dugento per ciascheduno Giovanni da Cuma, Soncino Corso e Carlo del Maino; trecento Cipriano Corso, duecento Antonello da Montefalco ed altrettanti il Vecchio Calabrese; cento il Giovine Calabrese, cento Battista di Rezzo, come Carlino Barbo, Bertone Maraviglia e Bertoncino il Poccio, da ultimo, ne aveva cinquecento egli solo.

Parecchi portavano anche condotta di lancie. Cinquanta ne comandavaFirmiano Migliorati; venticinque Santino da Riva; dieci perciascheduno Bartolomeo da Modena e Giovanni da Cuma; venticinqueBeltramino da Riva.

E qui bisognerà fermarsi un tratto per dire che cosa fossero le lancie. Parlo pei meno intendenti di queste astruserie militari, che pure ricorrono tanto frequenti nelle storie italiane anteriori alla prevalenza dei cannoni e degli schioppi maneschi.

Nella cavalleria, più che nei fanti, era a que' tempi il nerbo delle battaglie. Questi, se arcadori e balestrieri, incominciavano la pugna; i cavalieri vi facevano poscia lo sforzo decisivo. Sepolti, per così dire, entro a montagne di ferro, portati da cavalli smisurati e coperti anch'essi di ferro, correvano a furia gli uni sugli altri, e vincitore era facilmente colui che levasse il nemico d'arcione. Il ferire, essendo intatte le armature, non tornava agevole, salvo in un punto, cioè sotto l'allacciatura dell'elmo. E a ciò, se il cavaliere non reputava più utile imporre un riscatto al caduto, badavano i serventi del vincitore e gli altri fantaccini accorsi nella mischia.

Così poderosamente armato e bisognoso d'aiuti, il cavaliere aveva sempre un cavallo di riserbo, talvolta anche due, ed un manipolo di pedoni con sè. Potevano esser quattro e cinque, non mai meno di tre serventi, uno dei quali armato di balestra, e un altro di lancia, o di partigiana. Costoro si chiamavano anche saccomanni; gli altri si diceano paggi, o ragazzi, nel primo significato del vocabolo, che è quello di servi, adoperati in umili esercizi. E tutta questa famiglia dicevasi lancia, giusta il costume degl'inglesi venturieri calati in Italia, che tolsero il nome dall'arma principale del combattente; laddove, più anticamente, da noi i cavalieri erano detti militi, per antonomasia, quasi i soli che meritassero tal nome, o barbute, o elmetti, dalla più nobil forma dell'armatura del capo. Quest'elmo, un panzerone di ferro e un'anima d'acciaio sul petto, bracciali, cosciali e schinieri di ferro, erano le difese del cavaliere; daga, e spada soda, lancia a posta sul piè della staffa, erano l'armi di offesa.

Nomi diversi, secondo i tempi e le fogge del loro armamento, avevano i fanti. Portavano giaco e cervelliera di ferro, spada e mazza, oppure una picca di smisurata lunghezza. Dicevansi tavolaccini e palvesarii i balestrieri che combattevano al riparo d'un tavolaccio, o d'un palvese, scudi alti quanto la persona e terminati in punta, che si conficcavano in terra. Le balestre (chi nol sa?) erano aste di legno, cui s'adattavano archi di ferro; le maggiori avevano un piede, di guisa che il balestriere non durava altra fatica che di tenderle, appuntarle e scoccarle; altre, più grandi, e dette balestroni, o spingarde, specialmente adoperate nella difesa, o nell'assedio delle fortezze, si montavano la mercè d'una girella e scagliavano tre verrettoni, e all'occorrenza anco pietre.

L'argomentò mi tirerebbe a parlare eziandio delle macchine; ma il troppo stroppia e fo punto. Tra fanti e cavalli, bombardieri, artefici e bagaglioni, erano forse quindicimila sotto i comandi del Fregoso, all'impresa del Finaro. Pochi erano i cavalieri in paragone degli altri; ma i luoghi montuosi e ristretti in cui era portata la guerra, non richiedevano gran nerbo di gente a cavallo. Del resto, in aiuto alle lancie, militavano con messer Pietro molti nobili genovesi, e tra essi quasi tutti i giovani della casata Fregosa.

Le prime bandiere giunsero in vista del Finaro il giorno che era stato indicato, cioè a dire il 5 del mese di dicembre. Le vedette collocate dal marchese al passo delle Magne, si ritrassero a Verzi e di là fino al Calvisio, per dare avviso dell'approssimarsi del nemico. Galeotto aspettava il Fregoso al passo di Val Pia, per sbarattare le prime compagnie che si fossero perigliate laggiù. Ma messer Pietro non avea fretta di calare nella valle; per quattro giorni intieri stette sul poggio di Castiglione, aspettando l'arrivo di tutta la sua gente; e frattanto gli artefici, per suo comando, prendevano a far bastita in quel luogo.

Dicevasi bastita, o battifolle, quell'edifizio che un esercito innalzava in prossimità del nemico, per comandare un passo contrastato, o una città assediata, ed era alcun che di simile al vallo degli antichi romani e al campo trincierato degli eserciti moderni. Facevasi di legno e di pietre, munivasi di steccato, di scarpa e di fosso tanto più profondo quanto più era consentito dal tempo e richiesto dalla poca eminenza dei luoghi. Colà dentro riparava l'esercito con tutte le sue salmerie ed ingegni di guerra, così per custodirsi da un colpo disperato del nemico ed aver tempo a mettersi in arme, come per tornarvi a rifugio e riordinarsi nel caso d'una sconfitta.

Messer Pietro era uomo avveduto e non gli accadeva mai di badare ad un negozio, che non ponesse mente in pari tempo a tutte quelle cose che potevano aiutarne il buon esito. La sua bastita non appariva una delle solite a farsi in somiglianti occasioni; capace era e fortissima, con quattro torri sugli angoli, come se anche di là dond'era venuto temesse egli un assalto. Que' monti, che scendevano dirupati fin presso al mare, gli parean traditori, ed egli inoltre, quanto al senno di poi, non voleva rimorsi.

Quella bastita, del resto, anche avanzandosi egli col grosso delle schiere entro la valle del Finaro, doveva rimanere il suo ricettacolo, il suo emporio, la sua piazza forte. Però l'aveva innalzata in luogo così eminente e lontano, e fatta così ampia, così validamente munita. I Finarini, che stavano spiando tutto ciò dalle loro beltresche e battifredi rizzati sui colli di rimpetto, in cominciavano a beffarsi di questo Fabio temporeggiatore, e delle sue fabbriche tanto lontane.

—Scenda,—dicevano essi,—venga alla prova sotto le mura di Castelfranco e vedrà se, scompigliato al primo urto, gli riesce di tornare in salvo su quella bicocca.—

E messer Pietro, la mattina del 14, bravamente discese. Santino da Riva, colle sue lancie, correva sulla sponda sinistra del torrente di Pia, per assicurare le spalle dell'esercito dalla imboscate nemiche. I quattrocento balestrieri di Genova calarono in bell'ordine sotto il comando di Nicola Fregoso, giovin cugino di Pietro, e s'avviarono verso la foce del torrente. Giunti ad un luogo coltivato, che avea nome di Vigna Donna, si fermarono, con gran meraviglia dei difensori di Castelfranco, che si aspettavano un assalto e stavano ai parapetti, pronti con verrettoni, sassi, e pece bollente, a respingerli. Questo per la difesa del castello; ma dietro ai saglienti dei bastioni c'era preparato dell'altro, per attaccar battaglia sul lido. Erano colà forse due mila Finarini appostati, che dovevano piombare sul nemico, a mala pena si fosse avventurato all'assalto.

Ma messer Pietro non volle pigliarsi la briga di andarli a cercare. Piantatosi a Vigna Donna, accennò di volervi attender battaglia, e, poichè questa non gli fu data, di volervi dormire. E giunse difatti la sera, senza che egli si fosse scostato di là. Il luogo doveva piacergli di molto, poichè egli ci stava ancora la mattina vegnente; anzi ci avea messo casa. Il principio d'uno steccato appariva in quel luogo; il fosso era scavato in giro e il cavaticcio ammontato a rincalzo dei pali, minacciosamente aguzzi e appuntati all'ingiù. Quello era stato il lavoro di tutta la notte, e certamente messer Pietro ci aveva fatto vegliare la metà dell'esercito. Di torri non c'era ancor segno in quel luogo; chè sarebbero state opere inutili. Il palazzo di Gandolfo Ruffini, murato in quella vigna, era parso la man di Dio al prudente capitano, che n'avea fatto il mastio della sua nuova difesa. Una strada coperta, tutta irta di punte, metteva dal battifolle improvvisato fino alla bastita del poggio di Castiglione.

I difensori di Castelfranco incominciarono a capire il disegno di messer Pietro. Voleva esser sicuro del fatto suo, il capitano genovese, e dar battaglia colle spalle al coperto. E quanta riserva di pali faceva portar tuttavia da lunghe file di bagaglioni! Ormai ce n'erano tanti accatastati là dentro, da farne, non che una doppia, o tripla stecconata, una selva.

Così passò la giornata del 15; i Genovesi lavorando senza posa a rafforzare il battifolle e portando sempre nuovo legname; i Finarini aspettando un assalto da alcune compagnie di fanti, che proteggendo i lavori dei manovali, accennavano di avvicinarsi a Castelfranco. Erano giunti a due balestrate dalle mura, nel luogo detto di San Fruttuoso, poco stante dalla spiaggia del mare; ma non s'inoltravano di più.

—Che diavol fanno?—si chiedevano i difensori di Castelfranco l'un l'altro.—Oramai, il battifolle di Vigna Donna è diventato una legnaia.

—Provvedono forse ai casi loro per quest'inverno, che sarà freddo laggiù.

—T'appiccherà il fuoco messer Galeotto, statene certi; e di qui ci vogliamo goder la fiammata;—

Questi i ragionari sul parapetto. Intanto giungeva la notte, senz'altro di nuovo per tutto quel dì, tranne qualche colpo di balestra scambiato sul lido tra le vedette dei Finarini, appostati sotto Castelfranco, e alcuni più audaci scorridori nemici.

La notte fu buia e tempestosa; soffiava il libeccio e il mare frangeva rumoroso alla spiaggia. Tuttavia, dall'alto dei bastioni si udiva un continuo rumore nel campo, un alternarsi di voci, un cozzar di ferri, un cigolar di ruote, ed anche un picchiar di martelli e di badili, che indicavano una strana assiduità di lavoro.

Messere Antonio del Carretto, che con sessanta animosi ed esperti soldati difendeva il castello, venuto nel cuor della notte, com'era debito di buon capitano, a fare la sua passeggiata lunghesso le mura, non dubitò di attribuire quello strepito di carri allo avanzarsi delle macchine da fuoco, che il giorno vegnente avrebbero preso a fulminare la ròcca. Quanto ai badili e ai martelli, pensò che continuassero il lavoro del giorno addietro, e non vi badò più che tanto.

—A domani, dunque!—diss'egli.—L'assalto è imminente.—

E in questa credenza, mandò un soldato ad avvisare il cugino Galeotto, che i Genovesi portavano innanzi le artiglierie.

Venne finalmente l'alba, quantunque grigia, piagnolosa e svogliata. Ma i suoi incerti barlumi non rischiararono nessun apparecchio di macchine, e in quella vece si vide un nuovo steccato a San Fruttuoso, come la mattina antecedente lo si era veduto a Vigna Donna. E l'uno appariva collegato all'altro, come ambedue alla bastita di Castiglione.

Capirono allora i difensori del castello che cosa significasse la legnaia del giorno addietro, e stupefatti domandarono a sè stessi se i Genovesi intendevano di andar oltre a quel modo, sotto i loro occhi, fino alla vista della Marina.

La cosa non era del tutto improbabile. I Genovesi andavano meritamente famosi in tutta la Cristianità, ed anco in Turcheria, per la loro eccellenza nelle opere di legname usate alla espugnazione della città. Quest'arte l'avevano ereditata da Guglielmo Embriaco, di cui ho raccontato altrove le mirabili imprese.

Per altro, dal valoroso Capodimaglio avevano anche ereditato il costume di menare arditamente le mani, e non era da credere che volessero lavorar di accette e martelli più del bisogno. Certo, se avevano fatte tre bastite in cambio d'una, egli c'era il suo bravo perchè.

Ed erano riusciti una meraviglia, quei tre battifolli, quantunque edificati all'infretta. Per una lunga diagonale, dal poggio di Castiglione insino a San Fruttuoso, dove la spiaggia del mare incomincia a restringersi sotto l'eminenza di Castelfranco, si stendeva non interrotto un ciglione, protetto da fosso e steccato. Il marchese Galeotto, che era accorso di buon mattino al castello, non potè rattenersi dallo ammirare l'operosità e l'avvedutezza militare del suo avversario.

Per contro, il non vedere le artiglierie sugli approcci, diè grandemente da pensare al marchese. Il nemico se ne stava cheto nel campo; solo erano usciti pochi drappelli di balestrieri, correndo un tratto del lido, sulla fronte delle opere avanzate, e scambiando, come il giorno addietro, qualche colpo co' suoi. Badaluccavano; e frattanto messer Pietro proseguiva qualche suo alto disegno, che a lui non venia fatto d'intendere. Forse non ne aveva alcuno; ma in guerra, e pel nemico che deve indagare ogni cosa e fondarsi su tutti i possibili e su tutti i probabili, averne e non averne è tutt'uno; sconcerta sempre e fa rimanere sospesi.

Ora, l'incertezza non garbava punto al marchese Galeotto; il quale volle averne l'intiero, andando sul nemico da due parti, di fronte e di fianco, dalla Marina e dalla valle di Pia. Il Fregoso poteva non aver altro in mente che di espugnare Castelfranco, chiave del marchesato dalla parte del mare, e forse traccheggiava, vuoi per compiere le sue opere di difesa, vuoi per aspettar gente, o artiglierie che gli mancassero ancora. In questo caso, un assalto dei nemici doveva tornargli molesto; ragion questa per testarlo di colta. O meditava, tenendo a bada i nemici sulla Marina, di andarli a pigliar dalle spalle sui monti, e l'assalto improvviso anche da quella banda riusciva a guastargli il disegno. Pareggiate in una data misura le forze, chi assalta ha sempre bel giuoco.

A pareggiare le forze, ed anche un pochino le sorti, che sogliono quanto quelle aver peso nella bilancia, non parve a Galeotto esserci partito migliore che quello di una incamiciata. Nel fitto delle tenebre la pochezza del numero non faceva danno, anzi tornava a vantaggio, purchè i meno avessero cuore; inoltre, nello scompiglio d'un assalto non aspettato, una linea così lunga di accampamento si difendeva men bene che a giorno chiaro, contro un numero tre volte maggiore.

Così pensando, sceglie cinquecento de' suoi più animosi e provati; li fa calare a tarda sera dal monte che corre alle spalle di Castelfranco e si rovescia con essi sullo steccato di Vigna Donna. Dalla marina altri ne escono in numero di forse trecento, e li comanda Barnaba Adorno, che non ha voluto abbandonare il suo ospite, poichè il giorno delle tristi prove è giunto ancora per lui. Questi e gli altri hanno indossato una camicia sul giaco, per riconoscersi nella mischia a vicenda.

Tutto andò francamente come avea disegnato il marchese. Prima a dar dentro furono gli uomini di Barnaba Adorno, dalla parte di San Fruttuoso. Giunsero senza intoppo sino all'orlo del fosso, lo colmarono con fascine, tempestarono di colpi la stecconata, e fecero impeto nel battifolle. Ma lì, a poca distanza dalle prime difese, l'ingegno acuto di messer Pietro avea seminato i tranelli, facendo scavare carbonaie e bocche di lupo, nelle quali cascarono molti assalitori a rinfusa. Lo scompiglio fu grande e poco il danno degli assedianti, che tosto si fecero addosso ai malcapitati ed appiccarono la zuffa.

Messer Pietro, dati i comandi più urgenti a spronare il coraggio de' suoi, e lasciato in quel luogo il cugino Nicola, si partì dallo steccato di San Fruttuoso per correre indietro, a Vigna Donna. Il suo disegno non era stato indovinato dal marchese, appunto perchè era il più semplice. Pietro aspettava quell'assalto notturno, e volea trarne profitto, per mostrare ai nemici la saldezza delle opere sue. Ora l'assalto dato a San Fruttuoso, sulla fronte ristretta e quasi cuspidata del campo genovese, non gli pareva che una finta, laddove il gran colpo doveva esser ferito sul fianco, alla bastita di Vigna Donna.

Nè s'ingannava. Sorprese e rovesciate la scolte, si scagliava appunto allora il marchese sullo steccato. Rami, sarmenti, pietre, e quanto poteano avere alle mani, tutto gittavano i suoi fanti animosi nel fosso, per far la colmata. Incitandoli coll'esempio, fu egli il primo a scrollare con braccio poderoso i pali, a romperne la traversa a replicati colpi di scure, balzar dentro del varco, faticosamente aperto nel palancato, e, menata a tondo l'arme villana, incignare gagliardamente l'attacco.

Ma se per avventura fu terribile il colpo, non riuscì la difesa men fiera. Al grido delle scolte, allo strepito dei nemici accorrenti, si erano levati in armi i soldati genovesi e colle partigiane spianate venivano incontro a quelle bianche fantasime, piombate allora nel campo. Dàlli, dàlli! San Giorgio e Fregoso! Ammazza, ammazza! San Giorgio e Carretto! E la mischia s'impegnò d'ambe la parti accanita.

Messer Pietro, uomo di partiti se altri fu mai, per mettere lo scompiglio in mezzo ai nemici e far vedere in pari tempo alla sua gente come pochi fossero costoro e in poco spazio ristretti, comandò di portare innanzi fascine incatramate, appiccarvi il fuoco e gittarle a tutta forza di là dalla chiusa. I molti che ancora non avevano potuto penetrarvi e che facean ressa al palancato, sopraffatti da quella pioggia di fuoco, dovettero dare indietro solleciti e sparpagliarsi pei campi; intanto una torbida luce rischiarò gli assalitori alle spalle e mostrò ai genovesi quanto poco di terreno avessero, con tutto il loro impeto, guadagnato i nemici. Frattanto il Picchiasodo, che non avea niente a fare del suo mestiere, e sempre si doleva di stare colle mani alla cintola, imbattutosi in una catasta di pali aguzzi che erano avanzati agli artefici, prese, colla fretta di un uomo che lavorasse a cottimo, a sfrombolarne gli assalitori. Volavano i tronchi l'un dopo l'altro, rombavano in aria, cadeano nel fitto dei combattenti, ammaccavano le cervelliere, rimbalzavano sulle braccia, chi coglievano di punta e chi di schiancio, facendo ognun d'essi il lavoro di quattro soldati. Anche il marchese Galeotto ebbe a saggiarne la forza, che uno di quegl'insoliti verrettoni gli portò via netta la scure dal pugno. Anselmo Campora seguitava a picchiare (e come sodo!) mostrando coi fatti di non averlo scroccato, il suo soprannome di guerra. E intanto, dàlli, dàlli, ammazza, ammazza, le grida cozzavano come i ferri; San Giorgio e Fregoso, San Giorgio e Carretto s'incontravano in aria, accompagnati salivano al cielo.

Il povero santo delle battaglie sicuramente udì quelle invocazioni notturne, dal luogo de' suoi celesti riposi; ma io porto opinione che egli, per non sapere a cui porgere orecchio, tagliasse corto, dicendo che la notte è fatta per dormire, e si voltasse dall'altro lato, lasciando a' suoi divoti la cura di levarsi d'impaccio da sè.

Grande fu l'uccisione da ambe le parti. Ma gli uomini di Galeotto non potevano, con tutta la loro maravigliosa prodezza, fare un passo più oltre, serrati com'erano e oppressi da una moltitudine di nemici. Oltre di che, dalla parte di San Fruttuoso era cessato il frastuono delle voci e dell'armi; segno che Barnaba non avea potuto sfondare la cerchia dei Genovesi e aprirsi l'adito fino ai compagni d'attacco.

Allora Galeotto comandò la ritirata, e, perchè non avesse a mutarsi in dirotta, con un pugno de' suoi migliori la protesse egli medesimo fin oltre il fosso; indi, col favor delle tenebre, nè volendo messer Pietro arrisicare i soldati in una caccia notturna, potè ricondursi in salvo a Calvisio. I Genovesi profittarono delle ore che ancora avanzavano al romper dell'alba, per isgomberare il fosso e rifar lo steccato.

Passarono quattro o sei dì senza cose notevoli. Messer Pietro faceva le mostre di dormire. Sapeva prodi i Finarini e, da buon capitano, mirava a stancarli, a condurli allo stremo, senza spreco de' suoi. Il Picchiasodo solea dire che messer Pietro faceva come la gatta di Masino, che chiudeva gli occhi per non veder passare i sorci; e frattanto si struggeva di quella inerzia apparente.

Un giorno, usando di quella dimestichezza che aveva col capitano generale (dimestichezza nata nel vivere un tal po' brigantesco, che anni addietro aveva fatto con esso lui su quel di Novi) se ne lagnò apertamente con messer Pietro, padrone suo riverito.

—I pigionali della colombaia,—diceva egli, accennando ai difensori di Castelfranco,—son liberali a lor posta, mandandoci ad ogni tratto qualche regaluccio coi màngani, e a me la mi cuoce, di non poterli rimeritare con qualche pera zuccherina del nostro orto. Anche la signora Ninetta ne ha, son per dire, uno spasimo, e se la mi crepa un giorno o l'altro, state sicuro che gli è proprio di stizza.—

La signora Ninetta era, come il lettore arguto avrà indovinato alla prima, una bombarda, e aggiungerò la più bella del campo e la prediletta di Anselmo Campora, che amava caricarla e darle il fuoco egli stesso, senza aiuto di valletti.

—Chètati, via;—gli disse di rimando messer Pietro;—c'è tempo a tutto. Prima di metter mano alle artiglierie, dobbiamo impadronirci della Marina e piantarci saldamente a cavallo. Che diresti di me se, mentre tu fossi qua a sfrombolare quella colombaia, come la chiami tu per dispregio, non ricordando che l'hanno murata i Genovesi tuoi padri, io lasciassi calare quattromila uomini a far impeto sui tuoi passavolanti, cortane e falconi, in un luogo dove non potrei certo spiegare tutta la mia gente in battaglia?

—Voi dite sempre bene, messer Pietro, e meglio operate;—rispose ilPicchiasodo;—ma infine, sapete, amor di padre….

—Sì, sì, lo capisco;—interruppe l'altro ridendo,—Dirai dunque alla signora Ninetta che stia di buon animo, e si risciacqui la bocca, che presto avrà da usare tutti i suoi vezzi e le sua moine più dolci.—

E messer Pietro mantenne la parola. Nella notte sopra l'Avvento, assicuratosi con una grossa guardia di fanti dalla parte di Calvisio, che il nemico non s'attentasse di molestarlo sui fianchi, s'inoltrò verso la Marina col grosso dell'esercito. Da Castelfranco udirono lo scalpiccìo di quella grande passata; ma, per la notte buia non potendo aggiustar la mira, poco o nissun danno arrecarono coi verrettoni e coi sassi alle spedite compagnie del Fregoso.

Il marchese Galeotto, col fiore de' suoi combattenti, aspettava il nemico alle prime case della Marina. Furioso lo scontro; accanita la pugna; i Finarini fecero miracoli di valore per una intiera giornata. Quivi si segnalò Paolo Adorno, nipote di Barnaba, combattendo a corpo a corpo con Giovanni di Cuma, che fu balzato d'arcioni e campato a fatica dai suoi serventi e compagni.

Vantaggio di quella giornata, in apparenza, nessuno. I Finarini, a maggior sicurezza e fors'anco ad insidia, si ritrassero sotto le mura del Borgo; i Genovesi, padroni della Marina, non ardirono di mettervi il campo, e solamente vi collocarono alcuni drappelli per invigilare il nemico.

Per altro, messer Pietro si sentiva oramai da quella parte aver le mani più libere, e allora comandò ad Anselmo Campora di condurre innanzi le artiglierie, per battere finalmente il castello.

Erano queste artiglierie, con nome vecchio, una cosa nuova, cioè vere armi da fuoco, non più macchine da trarre per forza di contrappeso, o di tensione, come usavasi dapprima. Una polvere infiammabile, che alzava per la propria virtù esplosiva corpi leggieri in cui fosse rinchiusa, era conosciuta dugento e più anni addietro; ma per assai tempo si restrinse a far volare certi razzi, nè fu usata ad avventar palle e saette, se non intorno al 1300. I cannoni, le spingarde, gli schioppi, che furono le prime armi da fuoco, erano canne di bronzo, e di non grave dimensione, adattate ad un fusto di legno. Semplici in principio e quasi manesche, le nuove artiglierie s'ingrandirono man mano e si fecero più complicate. La bombarda, ad esempio, che fu la più grossa e che apparve dopo la prima metà del secolo XIV, constava di due parti disuguali; l'anteriore, chiamata tromba, era una specie di mortaio di forma conica, a cui s'adattava un gran sasso ritondato e ravvolto in pelle, o tela cerata; la posteriore consisteva in un cilindro, in cui si metteva la polvere, e dicevasi mascolo, per essere in quella il maschio della vite che collegava i due pezzi. Nè sempre la carica si faceva con un sasso, ma altresì con un cartoccio di scaglia, fasci di verrettoni, fuochi artifiziati, bigonci di sassi, canestre, sacchetti d'ogni minutaglia, o fosse di piombo, o di ferro.

Colla bombarda si apriva la breccia nelle muraglie e nei ripari nemici; ma, essendone i tiri troppo rari, usavasi tener lontani dalla breccia i difensori, facendo spesseggiare colà i colpi d'artiglierie minori, che erano bombardelle, falconi, colubrine, cerbottane, ribadocchini. Inoltre, una bombarda di mezzana grandezza dicevasi cortana; passavolante la bombarda più lunga.

Toglievasi la mira con due traguardi, collocati alle due estremità della tromba, e alzando e abbassando la parte anteriore del pezzo, con piuoli, o zeppe di legno. La vite di mira doveva essere un trovato del moltiforme ingegno di Lionardo da Vinci. La carica, poi, non si accendeva colla miccia, bensì con ferro rovente, in forma di uncino, che si accostava al focone. Ad ogni colpo fatto, la canna si rinfrescava, ungendola d'olio, od anco di aceto; più tardi l'acqua giustamente prevalse.

Usavasi anche il mortaio solo, senza la tromba, sotto il nome generico di bombarda; e forse fu questa la sua forma più antica, che sottentrò ai màngani, ai trabocchi, alle briccole, ingegni di vecchio stampo, che tutti traevano, come il mortaio, in arcata.


Back to IndexNext