CAPITOLO IX.

—Se l'ho, magnifico messere!… Certo, che l'ho; l'hanno tutti!—farfugliò il Sangonetto, che non sapeva a qual santo votarsi.—Ringrazio il mio illustre signore e la fortuna che mi ha destinato ad accompagnarlo sul campo della gloria.—

Cotesto ad alta voce e cercando di dare nella rotondità della frase un concetto della sua eloquenza d'ambasciatore fallito.

Ma dentro di sè, il prode Tommaso Sangonetto masticava ben altro.

—Ah per l'anima di…. L'ha a contare, le mie prodezze, il marchese! Già, o come vuol fare? Dopo l'Avemaria, tant'è la tua come la mia, ed egli non vedrà proprio un bel niente. Io le conosco, le mura di Noli; ritte, puntigliose, accigliate, su quei loro greppi impraticabili, con quelle torri che escon fuori di riga ad ogni cinquanta passi e vi mandan giù l'ira di Dio!… No, no, l'appoggi un altro, la mia scala; io sto a vedere chi casca. Dopo tutto, o che? io l'amo, quella repubblica; si governano da sè; non ci hanno marchesi, nè conti; non pigliano gatte a pelare; non domandano che di pescare tranquilli le più saporite triglie di tutta l'Italia. Ottimi cittadini! Li piglio a proteggere.—

Qui si racconta di un nibbio, che rincorrendo una colomba s'abbattè in una tortora.

Messer Galeotto, per celato cammino alle spalle di Verzi, conduce l'eletta de' suoi fanti su Noli. Grande e mirabile impresa era questa, di andare, egli assediato nella sua terra, a tentare l'assalto d'una terra nemica. Per altro, anche i suoi luogotenenti si segnalavano in simili atti d'incredibile audacia, e pochi giorni addietro un Enrico da Calvisio, con un pugno di Finarini era piombato così alla sprovveduta sul Borghetto, luogo murato sulla spiaggia del mare a ponente del marchesato, che i terrazzani, fedeli allora alla signorìa genovese, avevano avuto a mala pena il tempo di chiuder le porte. Il Calvisio, non potendo altro, s'impadronì d'una galeotta che que' del Borghetto tenevano ormeggiata alla riva, e preso il largo, avvistò otto feluche genovesi, le quali portavano vettovaglie all'esercito. Qui, senza darsi un carico al mondo della galèa nimica che incrociava su que' paraggi e che doveva essere in quel mentre nelle acque d'Albenga, navigò incontro ai nuovi venuti, e, fingendosi mandato dal sopracòmito della anzidetta galèa, li condusse a pigliar terra dov'egli voleva; così impossessandosi delle vettovaglie destinate al nemico e introducendole, per la via di Verezzi, nel Borgo Della qual cosa non è a dire come gli fosse grato e gli dèsse lode il marchese Galeotto, prode tanto egli stesso e largo di encomio coi prodi.

Ora, innanzi di seguire quest'ultimo, vediamo Giacomo Pico che quel cicalone di Tommaso Sangonetto s'ingegna di consolare a modo suo dei rigori della sorte.

—Così è, Giacomo mio, siamo vassalli e bisogna recarsela in pace. Son essi i padroni, noi gli umilissimi arnesi. Serviamo al caso loro? Ci adoprano e ci hanno anche talvolta per la man di Dio, nel più forte delle loro necessità. Non serviamo più a nulla? Ci buttano in disparte, o si ricordano di noi, com'io delle prime calze che ho smesso. Che forse c'è mestieri di gratitudine con noi? Che importa a lui del tuo valore, a lei dello tue smanie amorose? Egli è il tuo signore, intendi uccel di rapina; ed è suo, tutto suo, quanto egli vede dall'alto di questa rupe allo intorno; ella, poi, nasce dal padre; uccel di rapina anche lei, e uno spicchio di cuore sanguinolento è il pasto più gradito a questa cara aquilina. Ah sì, gente da volergli bene, cotesta, e da pigliarcisi una scarmana, come ho risicato di far io nell'ultimo viaggio di Francia! Vedi un po' come hanno trattato con me! Tu eri inchiodato in un letto, mio povero Giacomo, ed io subito diventavo buono a qualcosa. Mi mandano messaggiero alla Lega, e li servo di coppa e di coltello; sono contenti di me, non c'è che dire, e me lo provano, mandandomi in Francia. Vo come il vento; ritorno come il terremoto; porto loro gli aiuti e le buone promesse del re. Che si voleva di più? Non ti par egli che io dovessi credere la mia sorte assicurata? Ma no. Si tratta ora di raccogliere i frutti della mia ambasceria, di mandare una persona fidata incontro al balìvo di Tresnay. Chi dovrebbe andarci, se non io? Chi ha da compier l'opera, se non chi l'ha cominciata? Ed eccoti in cambio il cherubino, capitato tardi, ma sempre a tempo per vogarti sul remo. Abbia lui la fanciulla meritata da Giacomo Pico; vada lui frattanto per quel negozio che doveva toccare al Sangonetto. Già, vedi carità pelosa! Sangonetto sarà stanco d'ambascierie, il poverino; mandiamo questo bel chiavacuori in sua vece, ed egli invece abbia l'onore di seguire all'impresa di Noli quel pazzo da catena d'un marchese Galeotto, che va a cercare il male come i medici; si buschi un verrettone, o una piombata sulnomine patris, quel caro Tommaso; se no, povero a lui, lo fa colla voglia. Accidenti alla compassione!

—Va;—disse il Bardineto, masticando la stizza;—il tuo ladro è il mio; fo due vendette in un colpo.

—In che modo?

—È il mio segreto; lascia fare e vedrai.—

Ora il segreto di Giacomo Pico era di correr dietro al Cascherano e di freddarlo senz'altro. Questo egli aveva pensato, a mala pena lo stratagemma di madonna Nicolosina era venuto a guastargli il suo primo disegno. Senonchè, per mandare ad effetto quest'altro, gli bisognava allontanarsi con qualche pretesto dal marchese Galeotto e trovare, subito dopo, un cavallo. Ma anco a pescare la scusa per non accompagnarsi col marchese Galeotto e la cavalcatura per andar difilato sulla via di Melogno, che avea presa il Cascherano pur dianzi, o non avrebbe quella sua fuga dal Borgo dato negli occhi alla gente? E morto il rivale, non sarebbe stata attribuita a lui l'uccisione? Grama vendetta, che gli avrebbe impedito di tornare al castello, dove oramai teneva altre fila sicure, come a momenti dirò. Smesse adunque il pensiero d'inseguire il rivale, e, divorando la sua rabbia, andò col marchese Galeotto sulla via delle Magne.

Il Sangonetto aveva ragione. Noli era un osso duro da rodere, con quel suo castello in vetta del monte e una lunga scesa di mura e di torrioni per infino alla valle. Come un nido di aquilastri, piantato nel fianco d'una rupe a sottosquadro, non teme insidia di cacciatori quantunque animosi e valenti, Noli potea viver sicura dalla terra e dal mare. Di lassù, dove le sue mura comandavano i serpeggiamenti della via più faticosa che fosse mai, tornava impossibile un assedio, e una sorpresa soltanto avrebbe potuto dare la città in balìa de' nemici; di giù, alla marina, in mezzo a due ripide balze, si stendeva una spiaggia irta di vele. I migliori marinai di Liguria nascevano appunto colà. Noli aveva armato due galere per la prima crociata, e in quella occasione s'erano stretti coi Genovesi i primi vincoli di quella amicizia che aveva a durare inalterata pel corso di sette secoli, cioè fino all'ultimo giorno di vita della serenissima repubblica.

Giunsero a notte alta sotto le mura. Il marchese Galeotto aveva sollecitato per modo il passo de' suoi, da poter loro concedere un lungo riposo in prossimità della meta; e qui, poi, pena la morte, aveva comandato il più stretto silenzio. Insomma, niente era stato da lui pretermesso di ciò che deve curare in simili congiunture un buon capitano; e, quantunque non lo reputasse necessario con uomini della tempra de' suoi, più d'una volta era corso avanti e indietro, ed anche rimasto un tratto in disparte ad osservare, perchè tutti ad un modo e ordinati procedessero all'assalto.

Così e non altrimenti avvenne che il Sangonetto non potesse svignarsela, come avea disegnato di fare. Il nostro Tommaso doveva quella notte esser valoroso per forza. Tanto è vero che di notte ogni gatto è bigio. Il che va inteso con discrezione e per l'apparenza soltanto, da cui si cavano i giudizi umani e le storie; che quanto al cuore, gli è un altro paio di maniche.

Ogni cosa fino al pie' delle mura andò secondo i desiderii del marchese. E già erano rizzate le scale e chetamente appoggiate ai merli. Il Sangonetto, adocchiatane una più lunga dell'altre, comandò di appoggiarla a dirittura contro lo sporto di un torrione, e con atto d'insigne temerità volle essere il primo a tentar la salita. Ora siffatti onori si lasciano volentieri a cui piacciono, e i compagni suoi non ci trovarono niente a ridire. Così saliva animoso, o gli altri dietro a lui, ma alla distanza di due o tre piuoli, quasi per ossequio a tanto valore. Ora mentre si tirano a fatica in alto, coi loro palvesi imbracciati sul capo, ecco ad un tratto la scala traballa, gira sopra uno dei pie'; chi è in tempo s'aggrappa al legno malfido e si trattiene sospeso; chi stava in quel mentre colla mano levata, a cercare il piuolo più alto, brancica l'aria e cade riverso nel fitto dei compagni che erano pronti a seguirlo; grida involontarie rompono dal petto di chi cade e di chi riceve il colpo inatteso, e più delle grida torna molesto all'orecchio del capitano lo strepito delle armature percosse.

—Sant'Eugenio!—gridò in soprassalto una voce dai merli.—Sant'Eugenio e Noli! Cittadini, alle mura; il nemico, il nemico!—

A questa voce un'altra rispose e un'altra ancora più lunge. In breve gridarono accorr'uomo tutte le scolte e fu messo il castello a romore. Ben volle Galeotto profittare dell'oscurità e dell'incertezza dei difensori, spignendo quanti più poteva sui merli; ma già dalle caditoie piombavano pietre, e una d'esse, rompendo a mezzo una scala, fece ruzzolare un drappello de' suoi, tra i quali Giacomo Pico, che per altro non n'ebbe alcun danno, salvo le ammaccature del suo panzerone di ferro.

L'insidia era sventata; i Nolesi accorrevano in furia alle mura e le lor grida empievano l'aria, facendoli parere i due cotanti del numero. Niente era da farsi più oltre, e il marchese Galeotto, sebbene contro sua voglia e scorrucciato oltre ogni dire, comandò di lasciare l'impresa, prima che il nemico sapesse di certo chi gli avea dato l'assalto.

Chi si dolse più forte di questa mala riuscita fu il prode Sangonetto, sospeso tuttavia alla scala, a cui, da quel furbo ch'egli era, avea dato volta con uno sforzo repentino di braccia. E volle farsi sentire, il temerario guerriero, perchè lo sapessero tutti, che c'era lui, proprio lui, appollaiato lassù; senonchè, a mala pena s'avvide, al traballio della scala, che una mano nemica dal sommo dei parapetto lavorava a dargli la spinta, lasciò di vociare, gittò lo scudo per aver più spedite le mani, e lì spenzoloni fece le bracciate di due piuoli, in cambio di uno.

—Peccato!—diss'egli nel ritorno a Giacomo Pico, e così ad alta voce che il marchese Galeotto lo udisse.—Una così bella occasione fallita, e per la balordaggine di due, o tre, venuti a romper l'ova in sull'uscio! Ero già a due braccia dai merli, quando quegli arfasatti m'hanno dato una volta alla scala, colla lor furia di corrermi tutti alle calcagna. Benedetta gente, per non dirne altro! O non lo sanno il proverbio, che la gatta frettolosa fa i catellini ciechi? Facevano a rubarsi il posto, que' scimuniti guasta mestieri; come se in questa nobile impresa con ci fosse stato tempo e luogo per tutti!—

Così, dopo aver provveduto alla sua vita, provvedeva il Sangonetto alla fama, dando egli stesso una soffiatina nella tromba di questa compiacente signora.

Nessuno, per altro, diè retta al nostro Tommaso, che altri pensieri occupavano la mente di Galeotto e di Giacomo Pico. Taciti e spediti rifecero la strada delle Magne e sul mattino seguente rimettevano il piede entro le mura del Finaro, dove il marchese tornò alle cure della difesa e Giacomo Pico a' suoi disegni di vendetta.

Per intendere i quali, bisognerà risalire alla mattina del giorno addietro e proprio al momento in cui madonna Nicolosina, fortemente commossa di sdegno e di tristezza, usciva dalla torre dell'Alfiere.

—Va e ricorda quel che ti pare, di me;—Aveva borbottato Giacomo Pico, seguendola infino all'uscio;—va e racconta pure ogni cosa a tuo padre!—

E guatando quella superba che scendeva le scale così grave negli atti e padrona di sè, mentre egli non lo era stato e si sentiva vinto, umiliato da lei, un odio feroce contro quella donna gli era nato d'improvviso nel cuore. Egli avrebbe voluto essere in quel punto un Dio, o un demonio, per vincere quella ritrosa, incatenarla colà, vederla a' suoi piedi, impadronirsi, a suo malgrado, di lei. Imperocchè l'amore nell'anima del Bardineto non poteva riuscire quel delicatissimo affetto, e quasi celeste, che i poeti affermano essere certamente inspirato da una donna gentile. L'amore anzitutto è desiderio, e non sempre la nobiltà della persona amata può affinare nella mente dell'uomo e trarre a fior di virtù spirituale questo che è sempre ne' suoi cominciamenti un prepotente ardore di sangue.

Così imbestialiva il Bardineto, desiderando ed odiando. L'avrebbe di gran cuore posseduta ed uccisa; e questo è dir tutto.

Ora, mentre egli la seguiva degli occhi, gli venne udito, a due passi discosto da lui, un suono di rammarico, quasi un singhiozzo rattenuto a fatica. Fu dietro l'uscio in un salto, e vi trovò la Gilda rincantucciata, la Gilda più morta che viva.

Subito intese che la meschina era là, ascosa e piangente, per lui. Del resto madonna Nicolosina gli aveva detto pur dianzi il segreto della sua povera ancella. Ed egli non se n'era avveduto prima; assorto nella bellezza gloriosa della giovine castellana, non avea mai chinato lo sguardo indagatore sul viso della Gilda; non aveva pensato mai che la sua bellezza, per essere in umile stato, non era già da meno di quella che a lui l'ambizione e l'amore facevano apparir così grande.

Si chinò allora verso di lei, la rialzò tra le sue braccia e la trasse di peso nella camera, senza che ella pur si provasse a resistere.

—Uccidetemi, messer Giacomo!—gli disse invece, dando in uno scoppio di pianto.—Ho udito ogni cosa e mi è più caro morire, che soffrir come faccio da un'ora.—

Giacomo Pico rimase immobile un tratto a guardarla, così abbandonata nelle sue braccia, sciolta le chiome, il volto arrovesciato, fiammeggiante, inondato di lagrime. Era bella, così; e lo amava, e soffriva per lui.

S'inginocchiò, per sostenerla meglio e sollevarle la testa, ma più, ancora per divorarla degli occhi e riscaldarla del suo alito ardente, quella donna leggiadra, che si struggeva di vergogna e di amore.

—Hai udito ogni cosa?—le disse.—Hai dunque udito che siamo i loro servi, i loro trastulli? Questi orgogliosi e malvagi signori, li conosci ora anche tu?—

—Oh, Giacomo! che dite voi mai!….—gridò sbigottita la poveretta.

—Dico che tali son essi, e che altri dobbiamo esser noi da quelli di prima, per loro;—ripigliò Giacomo, infiammato di sdegno;—dico che bisogna odiarli…. e amarci tra noi;—soggiunse sottovoce e quasi bisbigliandole la frase all'orecchio.

Alle inattese parole e al soffio infuocato delle labbra di Giacomo, laGilda trasaltò e volse su lui uno sguardo smarrito.

—Amarci tra noi, sì!—ripetè il Bardineto.—Non siamo noi quanto loro? In che sei tu men bella di lei? E in che son io da meno di uno sposo che ella conosce a mala pena per nome? Io e tu, fanciulla, siam nati in umile stato; è questa l'unica differenza tra essi e noi. Ma chi furono i loro antenati? E non potrebbe nascere da noi una stirpe più nobile della loro e più generosa a gran pezza? Abbiamo dunque, noi pure gli stessi diritti sulle gioie dell'esistenza; dobbiamo e vogliamo liberarci da questa infame servitù, essere, come ci sentiamo, uguali a costoro.

—Ah, messer Giacomo,—esclamò ella sbigottita,—voi parlate comeTommaso Sangonetto.—

—Che ti ama!—notò il Bardineto con accento sarcastico.

—Sì,—rispose ella prontamente,—ma non quanto io lo detesto.—

—Fai bene, sai!—disse Giacomo, carezzandone accortamente i pensieri, mentre la traeva dolcemente a sè, per ravviarle i capegli sulle tempie.—Egli non intende l'amore; è di tempra volgare; desidera, non ama. Ed io t'amo. Sei bella,—soggiunse, notando un misto di sorpresa e d'incredulità che le traspariva dagli occhi,—sei bella come la vergine Maria, che frate Angelico ha raffigurata, e che i nostri signori custodiscono tanto gelosamente nella chiesa di San Giorgio. Come torno io ad avvedermi di ciò, io che fui tanto smemorato per giorni e per mesi? Vedi, Gilda, mia Gilda, sono stato cieco; che dirti di più? Si è fuori di senno talvolta, come si è presi dal vino. Certo la tua signora mi ha posto una malìa, per condurmi in mal punto, e spezzare il tuo povero cuore. Imperocchè, vedi, io lo sentivo, di essere amato da te. Erano le tue bianche mani che mi davano più grato refrigerio, quando le s'accostavano a medicarmi la ferita. Laggiù all'Altino, te ne rammenti? sei stata la prima a giungere, la prima a toccarmi. E desiderai di rimanere eternamente colà, quando sentii il tuo braccio scorrere lievemente sotto il mio capo per rialzarlo, quando sentii sulle mie guancie l'alito della tua giovinezza. E poi, quale follìa! Come ho potuto io uscir fuori di me? Credilo, fu una malìa. Più ti guardo, e più vedo che nessuna donna ti vince in bellezza. Occhi meravigliosi che han pianto tanto!…… Anche i miei, Gilda, ma non piangeranno più, o piangeranno per te. Labbra porporine, da cui mi sarà così dolce una parola di perdono! guancie morbide, che non respingeranno i miei baci!….—

Accesa di quelle parole, gittata di balzo in un mondo così nuovo per lei, Gilda trovò pure la forza di svincolarsi dalle strette del giovine.

—Ah no, messer Giacomo;—gridò ella piangente;—non è così che si ama.

—T'inganni;—le diss'egli, ma chetandosi tosto e persuadendola con atti riguardosi a sedere daccanto a lui, mentre stringeva una mano che ella non ebbe cuore di negargli;—t'inganni. L'amore è un'ebbrezza, uno spasimo; qualche volta un martirio. Non l'hai sentita tu una spina nel cuore, quando mi udivi, forsennato, implorar mercè da quella tua vanitosa signora?

—Non parlate così di lei,—diss'ella scorrucciata, ritraendo la mano,—o io crederò che l'amiate ancora.

Il Bardineto si morse le labbra.

—Ha ragione,—pensò egli tra sè,—ed io non sono ancora abbastanza esperto in cosifatte battaglie.—

Indi, rivoltosi a lei, prosegui raumiliato:

—Sentimi, Gilda; e non merita essa il mio sdegno? Non è sua la colpa di tutto ciò che è avvenuto? Se ella non mi avesse ammaliato, lusingato, tirato a sè con quelle arti sottili che le sue pari conoscono, avrei potuto io mai levar gli occhi e le speranze vane sino a lei, sino alla figlia del marchese mio signore?

—Amore uguaglia!—disse con accento di amarezza la Gilda.

—Sì, quando si ama; e io non l'amavo. Forse potevo io rivolgermi a lei, avendo dato a un'altra donna il mio cuore? Ed eri tu quella. Ne dubiti ancora? Ma pensaci, o Gilda; dimentica un'ora di follìa; ritorna colla mente al passato. Perchè mi hai amato, tu, se non perchè sentivi in me un affetto che rispondeva al tuo?

—Ah, l'ho creduto!—esclamò la fanciulla, coprendosi il volto colle palme.

—E avevi ragione; e così fu;—soggiunse il Bardineto.—Ma cotesto non mettea conto alla maliarda. Voleva esser sola qui, regnar sola. Un uomo giovine e prode viveva nella corte di suo padre; la vedeva, le parlava ogni giorno, e non si curava altrimenti di lei? E i begli occhi di una ancella avevano avuto più potere de' suoi? Un reo capriccio le nacque allora nell'anima, di sviare quell'uomo, di ferir questa donna nella sua onesta alterezza. Imperocchè tutti, in qualsivoglia stato cresciuti, possiamo averci la nostra; e la tua, o fanciulla, è giusta, è sacra, come l'alterezza d'una figlia di re. Sei bella; è questa la tua nobiltà. I tuoi grandi occhi neri son gemme che tutto l'oro del mondo non basterebbe a comprare; i tuoi capegli corvini, morbidi e lucenti, che scendono amorosi a baciarti le spalle, valgono un manto d'imperatrice, come questo ferro che io stringo potrebbe valere uno scettro. Amiamoci, trionfiamo uniti dell'avversa fortuna; io son tuo per l'amore che mi distrugge; tu sei mia per le lagrime che io t'ho fatto spargere poc'anzi. Dimmi, Gilda, non perdonerai tu a chi ha tanto sofferto? Vorrai tu che quella donna m'abbia fatto impunemente il peggior male e goda di averci divisi per sempre? Serviresti alla sua gelosia, non al tuo orgoglio di donna, che ha già nelle mie supplicazioni il suo più largo trionfo. Perchè mi guardi con quegli occhi smarriti? Ti sono io così odioso? Non fuggirmi, no, non fuggirmi, te ne scongiuro! credi, alla sincerità dell'amor mio, alla grandezza dal mio rimorso, o ch'io mi uccido a' tuoi piedi.—

Così dicendo, con meditata progressione di affetto, Giacomo Pico aveva sguainato il pugnale che gli pendeva al fianco, e fu tanta la foga con cui lo brandì, rivolgendone la punta al suo petto, che la fanciulla fu per vederlo già morto.

—Ah no, Giacomo, per amor del cielo, per l'amor mio, ve ne prego!—gridò ella atterrita.

E levate le mani, colse in aria il pugnale. Lottarono disperatamente un tratto, egli per ritenere, ella per istrappargli quell'arma paurosa. E per fermo, debole com'era, non ne sarebbe ella venuta in capo, se Giacomo, veduto scorrer sangue dalla mano di lei, non avesse tosto abbandonato l'impugnatura.

—Per l'anima mia!—gridò egli a sua volta, impallidendo, mentre tendeva le palme, per afferrar quella mano.—Ti ho ferita?

La fanciulla diede una rapida occhiata al suo braccio, che a tutta prima avea ritirato, per tema non volesse egli riafferrare il pugnale, e vide grondar sangue dal cavo della mano sul polso.

—Che importa?—diss'ella, sorridendo.

E innanzi di ridargli la mano, gittò il pugnale lungi da sè.

Ella era bella così, nel suo piantoriso, come un lieto raggio di sole attraverso le nuvole, nell'aria ancor madida degli ultimi spruzzi del nembo. Era bella nel gaudio della sua vittoria, nel sublime conforto di aver salva la vita di Giacomo, di aver veduto nel suo disperato proposito una certa testimonianza d'amore e di avergliene dato un'altra a sua volta nell'ardimento con cui ella, timida fanciulla, rifuggente dal lucicchìo delle armi, gli aveva strappato il pugnale, insanguinando in quella lotta le sue povere mani.

Ogni altr'uomo si sarebbe commosso e avrebbe rispettata quella celeste innocenza. Non così Giacomo Pico, anima bieca, indole travolta dalle sue matte ambizioni, cuore inasprito dall'odio, nè più disposto a vedere quel che ci fosse di buono o di santo dintorno a lui, se non per farne pascolo e stromento a' suoi tristi furori.

Prese la mano della giovinetta e osservò la ferita. Vedevasi attraverso il sangue sparso una scalfittura pel largo della palma, e appariva essere stata fatta dallo scorrere della lama lungo le carni invano ristrette per trattenerla.

Prese quella mano, dico, la osservò un tratto, indi con moto rapidissimo se la recò alle labbra, suggendo avidamente quel sangue.

La Gilda tentò di ritrarsi, ma non le venne fatto.

—L'amore è una dolce schiavitù;—le disse allora Giacomo Pico, volgendole una languida occhiata, che la turbò nel profondo dell'anima;—il tuo sangue, o fanciulla, ha suggellato il patto della mia sommessione. Per questo sangue, dolce come il più dolce liquore, io ti giuro, amor mio, una eterna obbedienza. Da questo momento sarai tu la regina del cuor mio; così mi assista la sorte, come ho fede che il mio ferro ti conquisterà una corona.—

Ella non rispose parola; era vinta. Reclinò la sua bruna testa sul petto di lui, nascondendogli così il suo rossore, e facendogli palese il suo smarrimento.

Giacomo seguitava a parlare. Quel che dicesse, neppur egli sapeva. Nè la fanciulla, venuta in quella confusione, potea più meditare le parole di lui. Ne coglieva il suono indistinto e in quella musica soave le si addormentava ogni spirito di resistenza. Anima candida, credette al candore dei giuramenti di Giacomo; nè solamente dimenticò quell'ora terribile in cui aveva provate tutte le trafitture della gelosia; ma il passato, il presente e il futuro si confusero in quel profondo oblìo di sè stessa, da cui si riebbe alla fine, ma indissolubilmente legata a quell'uomo, perduta senza rimedio, innanzi di aver visto il pericolo.

Era già tardi, e il marchese Galeotto non doveva indugiar molto a mettersi in cammino per alla volta di Noli. Dalla finestra della cameretta di Giacomo si udiva il suono di molte voci nella gran sala del castello.

Il Bardineto si strappò dalle braccia di Gilda, per discendere, come avea disegnato, alla presenza del suo signore. Voleva andare incontro agli eventi, sostenere lo sguardo di tutti, mostrarsi forte, seguire il marchese all'assalto di Noli e confermare in quella impresa il suo buon nome di animoso soldato; voleva insomma un mondo di cose, delle quali poco o nulla seppe intendere l'inesperta donna che tutto aveva dimenticato per lui.

La poveretta sentì in quella vece, al dolore della separazione, quanto ella già appartenesse a quell'uomo. Rimasta sola nella torre dell'Alfiere, pianse lungamente, s'inginocchiò, chiese a Dio perdono e soccorso, non senza pensare con raccapriccio ai suoi signori, così amati da prima, ed ora così molesti al ricordo.

Finalmente, poichè tutto ha un termine quaggiù, anche il dolore, ella si riebbe dal suo abbattimento e volle esser forte.

—Non mi ama egli?—chiese a sè stessa, rialzandosi e scuotendo la bruna testa, madida ancora dei baci di Giacomo Pico.—Non lo ha giurato? Non ha bevuto il mio sangue? Così gli bruci il cuore, se egli dovesse tradirmi. Ma io saprò difendere l'amor mio; lo ucciderò,—soggiunse, raccogliendo da terra il pugnale di Giacomo e nascondendolo in seno,—lo ucciderò con questo ferro, se penserà ancora a colei.

Nel quale si parrà l'accortezza del narratore, per annoiare il meno possibile i suoi benigni lettori.

Così nell'arte della guerra come nell'arte della scherma, botta vuole risposta e le finte non giovano più, se non a patto di precedere il colpo. Ora la risposta di messer Pietro Fregoso al tiro di messer Galeotto su Noli fu per l'appunto di stringere viemaggiormente l'assedio del Borgo. Condotto l'esercito più sotto le mura che non avesse fatto dapprima, il capitano genovese die' fiato a tutte le artiglierie del suo campo, e per dieciotto dì e per altrettante notti fu un trarre indiavolato di bombarde, falconi, ed altri consimili ordegni. Basti il dire che, in quello spazio di tempo, trecento novanta palle di bombarda furono gittate nella terra assediata, il che torna a una razione di forse ventidue sassi da cinquecento libbre ogni dì, senza mettere in conto le palle minori, cioè a dire quelle dei falconi, delle colubrine, cerbottane, ribadocchini, e via discorrendo.

Fu, come i lettori di leggieri argomentano, una grande rovina per le case del Borgo. Per contro, non n'ebbero molto strazio le vite. Morì una povera vecchia, còlta da uno di que' sassi in sua casa; morirono due altre donne, sorde e mute dalla nascita, le quali stavano lavando i loro pannilini nel torrente di Calice, alle spalle del Borgo, e non poterono udire l'avvertimento della campana posta sulla torre di Bichignollo. Era questa la torre più alta della città e vi stava di continuo un guardiano, con obbligo di dare un rintocco, ogni qual volta nel campo nemico gli venisse veduto il lampo d'una scarica. In tal guisa si custodivano gli abitanti della terra, e ad ogni avviso del guardiano correvano a riparo sotto il portone più vicino. Senonchè, questa guardia era efficace di giorno, che si potevano allora tener d'occhio le artiglierie nemiche e i loro mutamenti di luogo; laddove di notte il povero custode non ci avea mica gli occhi del gatto, e gli avveniva che la più parte dei colpi, per non aver egli veduto il lampo, fosse annunciata dal rombo, cioè, quando non c'era più tempo a cansarsi.

Un gran rischio lo corse una sera messer Barnaba Adorno. Sedeva egli a cena nel palazzo assegnato a lui e alla sua famiglia dalla ospitale liberalità del marchese Galeotto, allorquando la campana di Bichignollo diede un rintocco.

—Bene!—esclamò ridendo il giovine Paolo Adorno, nipote di Barnaba, in quella che stava per recarsi il bicchiere alle labbra.—Ecco una giuggiola per le frutte. A chi toccherà essa?—

Aveva egli a mala pena finito di parlare, che un frullo veloce si udì per l'aria e subito dopo un fortissimo schianto. La colonnetta di marmo che partiva la finestra si ruppe, mandando i frantumi e le scheggie per tutta la camera, e in men che non si dice piombò sulla tavola un regalo di Anselmo Campora, fracassando il vasellame e mandando ogni cosa sossopra.

Parecchi dei commensali balzarono in piedi dallo spavento, e taluno di essi con qualche ammaccatura per giunta.

—State, messeri, in nome di Dio!—gridò Barnaba Adorno.—La giuggiola di Paolo è toccata alla nostra mensa; ma altro di peggio non può fare oramai.—

—Raccattiamo almeno qualcosa!—disse Paolo, chinandosi a terra, dov'erano sparpagliati tra i cocci gli avanzi della cena interrotta.—Ecco giusto uno spicchio di pollo, che non me lo mandano più a male i Fregosi, che il malanno li colga!

—Amen, cominciando da Giano!—soggiunse lo zio.

E la cosa finì in ridere, senz'altro danno per la nobile brigata che quello di avere abbreviata la cena.

Intanto, più durava l'assedio, e più grande era il guasto, non solamente nel Borgo, ma eziandio nelle campagne circostanti. I soldati del Fregoso, segnatamente i non genovesi (che i genovesi furono sempre buoni massai, e la roba altrui, quando si studiavano di averla, trattavano già come fosse la loro) i soldati, dico, rompevano, tagliavano, mettevano in pezzi, davano lo spianto a ogni cosa. Se mastro Bernardo avesse potuto dare una sbirciata all'Altino, altro che botti sfondate! Avrebbe visto il suo pergolato in terra, gli anguillari divelti e il suo bel fico brigiotto, onore dell'orto, quel maestoso fico dond'egli spiccava ogni anno cinquecento dozzine di fichi prelibati, polputi e maiuscoli, pietosi a vedere per la buccia screpolata e per la lagrima all'occhio, quel nobilissimo fico andato in iscavezzoni, sotto i colpi bestiali d'una soldatesca, la quale non prevedeva di dover essere ancora in que' luoghi alla stagione dei frutti.

Poveri a noi! griderà qualche lettore spaventato; siamo a mala pena in febbraio e dobbiamo ingoiarci tutti gli altri mesi per infino a settembre? Sissignori; ma badate, gli è come a sorbire un uovo fresco; l'autore è discreto e va per le spiccie; sicchè, non temete ch'egli intenda abusare della vostra pazienza, come fece Catilina coi Romani, se dobbiam credere a quella lingua tabàna di Marco Tullio dal Cece.

Per venir difilati alla storia, si dirà che in quel mezzo fu di ritorno al Finaro il bel conte di Osasco. Aveva egli veduto in Asti il balìvo di Trasnay e conduceva al marchese Galeotto i nuovi soccorsi di Francia che erano dugento lancie, sotto il comando di sere Gaulois, e colla giunta di due maravigliosi cavalieri di ventura, Ludovico Masson e Gianni Fontaine, di soprannome l'Abate.

Questi soldati forastieri fecero di belle imprese al Finaro e risollevarono alquanto gli spiriti abbattuti della difesa. Non si veniva già a capo di rompere il nemico, ma con audaci sortite lo si travagliava di continuo ne' suoi ridotti e segnatamente si tornava molesti a que' capitani, venuti in condotta nell'esercito genovese, i quali erano avvezzi alle guerre senza troppo spargimento di sangue. Feroci in battaglia erano a que' tempi i francesi, e ciò forse perchè inaspriti in quella giostra spietata, che da tanti anni avevano sostenuta in casa loro, contro l'armi invaditrici d'Inghilterra. Laonde, mentre i condottieri italiani si contentavano di balzare d'arcioni il nemico, ponendogli taglia se era persona d'alto affare, o d'alcun grado nella milizia, e levandogli in quella vece l'armatura e rimandandolo in farsetto se soldato semplice, o di povera apparenza, i francesi per contro usavano, ov'egli fosse caduto sotto il loro urto, di calarsi a terra e di finirlo con un colpo di misericordia sotto l'allacciatura dell'elmo.

In quel torno un Andrea Romanengo, che militava nelle file genovesi, per esser egli ghibellino siccome erano i Carretti, piantò le insegne de' suoi concittadini, e, andato a' servigi del marchese Galeotto, incignò il suo passaggio al nemico guidando contro il campo genovese cinquanta animosi soldati, e fu ad un pelo d'impadronirsi delle bombarde postate sull'altura di Monticello; la quale impresa nessun altri avrebbe potuto tentare fuor lui, che ben conosceva le vie coperte, i tragetti, la forza delle guardie e tutti gli usi del campo.

Messer Pietro Fregoso gli mandò a dire, per uno de' prigioni fatti in quello scontro e resi secondo il costume in cambio di altrettanti genovesi, che badasse a custodir bene la sua persona o volesse dare frattanto gli estremi conforti alla sua gola; imperocchè egli si prometteva di farlo impiccare al trave dell'ultima torre che rimanesse in piedi al Finaro.

Molti altri bei fatti d'arme intervennero, che per amore di brevità, e perchè sottosopra tutti compagni, tralascio di raccontare. Bene raccontano le cronache finarine della proposta fatta da Giovanni, fratello del marchese Galeotto, di combattere egli solo contro un campione di Genova e così por fine alla guerra; proposta che il Fregoso non accettò, come quella che mettea conto solamente al nemico, inferiore di tanto per numero e stremato di forze. Raccontano inoltre della disfida che mandò Giacomo, figliuolo di Oddonino del Carretto, a Nicolò e ad Antonio Fregoso; rifiutata la quale, con un pugno di cavalieri fece una scorreria fin sotto le mura di Castelfranco. Narrano di una zuffa che avvenne sopra l'ospedale di San Biagio, proprio daccanto alle mura del Borgo, delle prodezze che vi operò Giovanni Sanseverino e di quelle d'un cavalier francese che sostenne da solo l'impeto di cinque nemici; uno ne uccise, gli altri ferì, ed egli poi appiedato ebbe tronche le gambe da un colpo di colubrina. Aggiungono che i genovesi, nel fare un'altra bastita, dovettero per un giorno intiero far fronte ai ripetuti assalti della gente assediata, e in quella occasione Gianni Fontaine, detto l'Abate, ebbe il fratello malamente ferito e sepolto ancor vivo dai genovesi; la qual cosa proverebbe invero una fretta soverchia e niente affatto lodevole, ma altresì la buona intenzione dei genovesi e il costume che avevano di rendere gli estremi onori ai caduti.

Raccontano…. Insomma, io non mi fermerò a pigliar nota di tutto. Metterò in sodo che si pugnò lungamente e valorosamente da ambe le parti; cosa che torna ad onore del buon nome italiano, dappoichè finarini e genovesi, monferrini, lombardi, napoletani e quant'altri combattevano, alleati, o assoldati, nei due campi del Finaro e di Genova, erano tutti figliuoli d'una medesima patria.

E l'assedio intanto durava; nè ciò solamente per la singolare asprezza dei luoghi e per la inaudita tenacità della difesa, ma eziandio per la instabilità degli uomini nell'esercito genovese. Ho già detto come si usasse allora far gente e come il nerbo dell'esercito posto sotto il comando di Pietro Fregoso si componesse di forze comandate, tutte con poca e varia durata di servizio; di guisa che, spirato il termine fino a cui una data compagnia era obbligata a rimanere sotto le insegne, questa si ritirava dal campo, foss'anco alla vigilia d'una pugna. Anche i mercenarii, finita la loro condotta, e dove i patti nuovi non fossero più larghi dei vecchi, od altrimenti accettevoli ai condottieri, spulezzavano tosto; e talfiata anco passavano con arme e bagagli alla parte contraria, se questa aveva trovato il verso d'intendersi con esso loro e di offrire una paga più alta. Il sentimento dell'onore per que'tempi era tale, e comandati e condotti non si tenevano obbligati ad averne più in là del giorno assegnato.

A proposito di giorni, uno finalmente ne venne, e fu quello di San Gregorio, ai 12 di marzo, che i genovesi levarono il campo. Già da due dì il fuoco delle bombarde si era di molto allentato; di che gli assediati aveano dato merito al tempo piovoso, che non tornava propizio alla lunga e malagevole operazione della carica. Ora, la mattina del 12, uscito il Sanseverino colle sue lancie francesi fuor dalla porta di san Biagio per far correrìa lunghesso il torrente, ebbe a meravigliar forte di non ricever molestia dai balestrieri nemici, che solevano stare in agguato alle falde di Monticello.

Incontanente spiccò un uomo dalla cavalcata, perchè desse avviso di quella novità al marchese Galeotto. Il quale fa pronto ad uscire con grossa mano di fanti per tastare il terreno all'intorno, incominciando dalle bastite dell'Argentara e del poggio di Maria. S'inoltrarono guardinghi fino agli steccati, già per lo addietro così fieramente contesi, e del nemico non ebbero indizio; le bastite erano abbandonate. Salirono ai greppi di Monticello e niente trovarono; ridiscesero al piano, e la valle apparve deserta. I genovesi nella notte avevano levato l'assedio.

Messer Galeotto, che pizzicava di lettere, pensò allora alla fuga dei Greci da Troia e sospettò d'una insidia. Ma dov'era egli il cavallo di legno, od altro che ne tenesse le veci?

Per aver traccia dei genovesi, fu mestieri a Galeotto di giungere fino alla Marina, donde si vedevano ormeggiate a poca distanza dal lido le galere nemiche, e sotto a Castelfranco, dove la rocca incominciò a piover sassi e il battifolle di san Fruttuoso a vomitar fuoco sulle prime schiere dei finarini. Il nemico era andato a far testa colà, come sul principio dalla guerra; Galeotto non volle saperne altro e tirò indietro la sua gente, pensando che messer Pietro Fregoso non tenesse fermo laggiù che per coprire la sua ritirata. I ricordi greci occupavano quel giorno la mente di Galeotto, che si sovvenne allora di Temistocle e dei suo detto memorabile: a nemico che fugge, ponte d'oro.

Checchè ne fosse del partito preso dai genovesi, il fatto era che i capi dell'esercito stavano appunto allora a consiglio presso il capitano generale messer Pietro Fregoso, nella chiesa di Nostra Donna in Val Pia, per avvisare il da farsi. E pare che la deliberazione fosse appunto di lasciare l'impresa, poichè nella notte seguente le artiglierie erano chetamente levate dai battifolli di San Fruttuoso e di Vignadonna, e una grande fiammata annunziò ai finarini che quelle bastite di Val Pia, e l'altra più forte e più vasta del poggio di Castiglione, erano condannate a perire, essendo l'esercito genovese già in salvo sulla via delle Magne.

Il marchese Galeotto si applaudì di aver seguitato il consiglio di Temistocle e dimenticò i suoi primi sospetti intorno al cavallo di Troia. Sì certamente, quella era la riprova del fatto; i suoi nemici giurati, sebbene a malincuore (e questo egli se lo immaginava e lo intendeva benissimo), aveano pur dovuto ritirarsi dal campo, stupiti dalla tenacità del suo animo e della validità delle suo difese. E non ragionava poi male; senonchè, mostrava di conoscer poco messer Pietro Fregoso, uomo, come suol dirsi, tutto d'un pezzo, il quale avrebbe più facilmente perduto un braccio, una gamba, od altra parte della persona, che deposto un disegno della sua testa.

Invero, entro le mura del Finaro e proprio nella corte dei signori del Carretto, c'era taluno che intorno ai consigli di messer Pietro poteva saperla più lunga che non il marchese Galeotto. Ma quest'uno ci aveva le sue brave ragioni per non dirne nulla al marchese e non turbare l'allegrezza recata nel castel Gavone da un primo giorno di sole.

Quel lieto giorno il marchese Galeotto lo celebrò da par suo, col matrimonio di madonna Nicolosina, Le nozze, durando l'assedio, avrebbero dovuto farsi, malgrado l'animoso proposito della giovinetta, nella piccola chiesa di san Giorgio, che era nel recinto di castel Gavone, e per fermo sarebbero riuscite dimesse e malinconiche oltre ogni dire, senz'altra musica che quella eterna e fastidiosa di Anselmo Campora. Furono fatte in quella vece allegre e sontuose nella chiesa di san Biagio, non più esposta ai colpi delle artiglierie genovesi, dinanzi a tutta la corte ed al popolo, per doppia cagione festante.

Giacomo Pico era tranquillo e sereno all'aspetto; tanto sereno (senza ilarità, s'intende, che sarebbe parsa soverchia, epperò simulata) che madonna Nicolosina, dimenticato volentieri il doloroso colloquio avuto con lui nella torre dell'Alfiere, gli si dimostrò cortese ed umana come per lo passato. Egli per altro, se non isfuggiva, neanco cercava le occasioni di vedersi trattare a quel modo da lei. Anche il conte di Osasco, siccome interviene a tutti i felici, che non vedono mai più in là d'una spanna, era entrato in grande amore per Giacomo Pico e lo avea tolto a confidente delle sue allegrezze. Carlo d'Osasco era giovine e doveva ancor molto imparare a sue spese. A testimonianza del suo candore basti dir questo soltanto, che egli con quel nuovo amico s'era aperto della sua più grande ventura, cioè del primo incontro avuto con madonna Nicolosina, a mala pena arrivato al castello. Donde il Bardineto avea tolto argomento ai dolorosi raffronti che tutti indovinano, crogiolandosi sempre più nella sua rabbia nascosta e fortificandosi ne' suoi disegni di vendetta.

In apparenza adunque Giacomo Pico si era meritata la stima di tutti. Della fede che si riponeva in lui come soldato, neppur sarebbe mestieri discorrere. Valoroso sempre, si era nelle ultime fazioni dimostrato valorosissimo tra tutti i più famosi campioni del Finaro, e Galeotto avea detto un giorno alla presenza di tutta la sua corte che, se avesse avuto intorno a sè dodici uomini della prodezza di Giacomo Pico, non avrebbe dubitato di ragguagliare sè stesso a Carlomagno, tanto il buon esempio di dodici paladini avrebbe innalzato lui a sostenere quel gran paragone. I cavalieri francesi erano a dirittura innamorati diMessire Picot de Bardinette. In parecchi scontri aveva cavalcato con esso loro, e, per la nobil presenza in arcioni, come per la sua furia nel dar dentro ai nemici, s'era lasciati indietro i migliori. Da essi poi aveva imparato a non dar quartiere, e ammazzava i caduti, che gli era un gusto a vederlo. Gianni Fontaine, detto l'Abate, un giorno che Giacomo si era tratto ad onor suo da un manipolo di genovesi che gli si erano serrati ai fianchi e minacciavano di farlo a pezzi, lo battezzò (se il verbo è consentito in questa occasione) col nome diPicot le Diable. Donde gli altri cavalieri cavarono per conseguenza esser verissimo il proverbio che Dio li fa e poi li accompagna,veu qu'un Abbé estoit au mieulx avecque un Diable.

Il Cascherano, colla sua modesta prodezza, non raccomandata agli esaltamenti di amici chiassoni, che nel collega magnificavano in fin de' conti sè stessi, il Cascherano, dico, era facilmente eclissato da questa gloria del Bardineto. Non si tornava da un affrontamento al castello, che non si levasse a cielo il valore, o qualche impresa singolare di Giacomo Pico. E lui umile, schivo, anzi scontroso senz'altro, a tirarsi in disparte, e, quanto più spesso poteva, a nascondersi. Modestia, forse? I lettori conoscono il Bardineto per un ambizioso di tre cotte, che volentieri rammentava le sue prodezze e i suoi alti servigi alla gente. Eglino han dunque da credere che in questa ritrosia del Bardineto ci entrasse un avanzo d'amarezza, o un bieco disegno formato in mente pur dianzi, o tutt'e due le cose in un punto.

De' suoi amori colla Gilda nessuno avea fumo. La poveretta sfioriva ad occhi veggenti, e madonna Nicolosina argomentava che ne fosse cagione la sua fiamma nascosta o sventurata per Giacomo; ma perchè non sapeva come aiutarla in cotesto, o neanco poteva entrargliene a fine di conforto amorevole, perchè da un pezzo l'ancella stava un po' grossa con lei quanto il grado e l'ufficio suo consentivano, la bella e pietosa Nicolosina non si era animata a dir nulla.

Il fatto si era che la Gilda, non pure serbava rancore contro la sua signora per aver dato un giorno negli occhi al suo Giacomo, ma sentiva altresì vergogna e rimorso della propria caduta e non si vedeva abbastanza amata da lui, che voleva tener coperto di un velo sì fitto ciò ch'ella avrebbe volentieri mostrato alla luce del sole. Il che, per altro, va inteso con discrezione; imperocchè, se a lei, la più parte del giorno, quando non era vicina al suo Giacomo, pareva di non essere amata in quella guisa che pure avrebbe voluto e che sentiva di meritare, in altr'ora i segreti colloqui, i giuramenti e gli ardori di Giacomo, aveano potere di ridarle la speranza e la vita. Questa è debolezza insieme e virtù della donna, tanto migliore e più scusabile di noi, capricciosi e violenti rapitori della sua pace, quando non siamo a dirittura brutali. E il Bardineto soleva riconfortare la vittima, dicendo, che, a mala pena finita la guerra e pagato il suo debito di vassallo al marchese, avrebbe chiesto commiato da esso lui e la donna amata lo avrebbe seguito in altra terra, probabilmente in Francia, ove di certo si sarebbe mutata la sua sorte. Il Sanseverino e gli altri cavalieri francesi, lo avevano anzi stimolato a quel viaggio, facendogli sicuro il favore e una lauta provvigione del re.

Le nozze di madonna Nicolosina furono splendide per isfoggio della corte e per lieto concorso di popolo. Quanti fiori e fronde aveano cansato negli orti e nei campi il cieco furore dell'esercito nemico, tanti furono spiccati quel dì per mettere le fiorite in tutte le vie donde aveva a passare la bellissima coppia. Veramente fu un giorno di sole, pari a quelli che rinnovano l'aspetto della natura, dopo parecchi altri di pioggia.

Ma i giorni si seguono e pur troppo non si rassomigliano l'un l'altro. Il marchese Galeotto a cui le allegrezze domestiche non facevano uscir di mente le cure più gravi de' suoi minacciati dominii, aveva mandato esploratori in gran numero e per diversi sentieri, che codiassero il nemico e gli dessero lume delle sue intenzioni, se veramente erano di desistenza, com'egli credeva. Ora, il giorno dopo la festa, alcuni di quei messaggieri gli aveano rapportato che l'esercito genovese, scambio di proseguir cammino su Noli e Spotorno, per rifarsi al campo di Vado o sciogliersi colà dove si era formato, piegava su in alto per Magnone e per Vezzi, castello murato sulle falde dell'Appennino, e signoreggiato da un Ansaldo Cicala, cavalier genovese; donde, inoltrandosi per quegli alpestri sentieri, s'era sparso fino al monte Porrino, di rincontro alla villata di Rialto.

Cotesto fu un sopraccapo non lieve per Galeotto; tanto più che i nemici accennavano, col taglio e la riquadratura degli alberi, a voler fare una bastita e metter campo lassù, certo per comandare i passi dell'Appennino. E in questo giudizio lo confermarono i ragguagli del giorno dopo, secondo i quali una parte dell'esercito nemico scendeva speditamente su Gorra e Gottafrigia, proprio alla vista del castello Gavone.

Qui prego il lettore a ricordarsi della ipsilonne, accennata nel primo capitolo di questa povera storia. Ci siamo? La Marina del Finaro e il breve corso del Pora sono il piede e la gamba di quella inutilissima tra le lettere dell'alfabeto. Il Calice e l'Aquila, affluenti e genitori del Pora, sono le due braccia che si prolungano in strette convalli verso le falde appennine, chiudendo nella inforcatura il Borgo, la vetta soprastante di castel Gavone e la roccia di Pertica, che lo comanda, ma a che è inaccessibile dalla parte di tramontana. Lungo la valle del Calice, che è il braccio occidentale, s'inerpica la strada che mette in Piemonte, contornando il dorso del Settepani alla torre di Melogno. Lungo la valle dell'Aquila, che è il braccio orientale, risale un'altra via che mette in Monferrato, tagliando l'Appennino sotto il monte di San Giacomo. Il castello di Vezzi è a levante di questa via.

E adesso il lettore benevolo intenderà, spero, come l'esercito genovese, lasciando il castello di Vezzi e varcando l'Aquila alle sue scaturigini, potesse andar su Rialto, paesello di montagna presso alle sorgenti del Calice, e lasciando la sponda orientale di questo, colle villate di Carbuta e di Calice, che sono alle spalle di Pertica, scendesse per le Vene e San Pantaleo a cercare la strada battuta, che mette a Gorra o Gottafrigia, proprio alla vista di Pertica e del castello Gavone. Al nome di Dio, ci siamo finalmente arrivati!

Detto il come, diciamo anche il perchè. Messer Pietro Fregoso aveva potuto scorgere, durante l'assedio del Borgo dalla parte del mare, che il marchese Galeotto, sebbene abbandonato dal grosso del suo parentado, riceveva pur sempre dalla parte dei monti aiuto d'uomini e di vettovaglie. Per tal modo, in fortissimo luogo com'era e combattuto cogli scarsi ingegni di quel tempo, il suo nemico poteva durarla, non che per mesi, per anni. Diffatti, anche distrutto il Borgo dalle artiglierie genovesi, a Galeotto rimaneva il castello su in alto, donde avrebbe tuttavia comandato i passi, per cui gli veniano gli aiuti. Di là, dunque, di là bisognava andare ad offenderlo.

Cotesto gli era detto eziandio da una lettera cieca che un prigioniero restituito aveva trovato nella tasca del suo farsetto, con tanto di soprascritta al capitan generale. «A che vi ostinate di fronte? Pigliate il vostro nemico alle spalle. La pianura davanti al Borgo dà libero campo alla cavalleria, ed ogni avvisaglia, essendo voi così sotto alle mura, mette a repentaglio le vostre bombarde, come di recente è avvenuto. Inoltre, badate. Il duca d'Orleans ha comandato al balìvo di Trasnay, suo governatore in Asti, di venire in aiuto al Finaro. Il vostro Tommaso di Bagnasco a stento lo rattiene in Ceva, mentre Spinetta del Carretto fa fuoco e fiamme perchè s'accosti a Garessio, dove al marchese Galeotto riesca più agevole tirarlo a' suoi fini.»

Piaceva il consiglio a messer Pietro, chè anzi da parecchio tempo lo venia vagheggiando tra sè. Ma prezioso sopra tutto gli parve l'avviso dell'ignoto corrispondente.

Avrebbe voluto andar subito a vedere co' suoi occhi il terreno. Ma anche il campo richiedeva la sua vigilanza; però gli convenne studiare il modo di spartire gli uffizi. E poichè Anselmo Campora era, come suol dirsi, il suo occhio destro, mandò lui a specolare lassù, se c'era verso di condurvi l'esercito.

Da questa savia risoluzione di messer Pietro ne avvenne che, mentre sotto le mura del Borgo si continuava a badaluccare, i contrafforti tutti dell'Appennino, sui confini settentrionali del marchesato, erano diligentemente osservati da quel furbo compare del Picchiasodo, la cui avvedutezza e le naturali inclinazioni corografiche sono oramai note ai lettori. E a mala pena fu di ritorno costui, messer Pietro ordinò la partenza.

Il colpo ebbe quell'esito che s'è detto più sopra e gli assediati non ne sospettarono punto. Mercè quel trapasso, il Finaro veniva ad esser più chiuso che dapprima non fosse. Il mare, si sa, apparteneva ai genovesi per ragion di possesso. Teneano per Genova, il Borghetto, a ponente, e Noli, la fortissima Noli, a levante. Restavano gli sbocchi dell'Appennino, e questi oramai, col suo stratagemma di ritirata, occupava l'esercito.

Tardi si avvide Galeotto dell'inganno, ma non volle altrimenti si dicesse avergli ciò fatto perdere il tempo, e fresco ancora di quelle sue domestiche allegrezze guidò il fiore de' suoi a sloggiare il nemico da Gorra. E cotesto gli venne fatto di colta, poichè i genovesi non erano ancora in numero bastante lassù, nè avevano avuto modo di rafforzarvisi, con una delle solite bastite. È per altro da dirsi che non patissero troppo di quella perdita, poichè dagli abbandonati gioghi di Gorra e di Gottafrigia dilagavano facilmente a Giustenice, luogo assai più occidentale di Gorra, da essi posseduto ab antico e recentemente da essi accennato come appiglio di guerra nelle loro ambascierie al Finaro.

Accorse a difendere la rocca di Giustenice l'animoso Giovanni, fratello di Galeotto, con centocinquanta finarini. Erano seco lui, Giacomo, figliuol di Oddonino, e l'Antonio, che abbiamo già veduto rendere Castelfranco. I lettori superstiziosi avranno per malaugurio a Giustenice la presenza di questo cavaliere sventurato. Difatti, poco resse il luogo agli assalti, e dopo tre giorni di combattimenti continui, in uno de' quali morì d'un colpo di balestra Beltramino da Riva, condottiero di lancie nell'esercito dei genovesi, questi penetrarono nella terra, e per una via coperta, che la repubblica aveva fatta ne' primi tempi del suo dominio colà, si avvicinarono tanto al castello, da atterrarne impunemente il primo muro di cinta. Ne trovarono per altro un secondo, di più recente costruzione, più saldo e più acconcio a difendere; laonde messer Pietro, per non aversi a trattenere di soverchio davanti a quella bicocca, comandò di far inoltrare un paio di bombarde.

E qui si fece onore, come potete immaginarvi, il nostro Picchiasodo. Uno solo de' suoi colpi, mandando in rovina un pezzo di volta, uccise nel castello quattordici uomini e parecchi altri ne ferì sconciamente.

Intanto messer Pietro, avuta sotto le mani la maggior parte dell'esercito, ritornava su Gorra e, respinto il suo avversario, vi si piantava più saldo che mai. Dolse del fatto a quei di Giustenice che fino allora aveano sperato soccorsi, e che da due giorni, difettando di pane, dovevano cibarsi di crusca. La quale eziandio venendo a mancare, si arresero il 12 di aprile, e tosto, sotto buona scorta, furono condotti alla Pietra e imbarcati per alla volta di Savona. Pochi giorni di poi, una galera li portò fino a Genova, ove il doge Giano Fregoso li voleva prigionieri per quindici giorni almeno; così annullando i patti della resa, secondo i quali la valorosa schiera avrebbe dovuto esser posta in libertà, con che promettesse di non impugnare più oltre le armi contro Genova, per quanto tempo durasse la guerra.

Colà, veduto il doge e uditone amare parole, a cui fieramente rispose, Giovanni Del Carretto fu chiuso cogli altri nelle carceri Grimaldine; donde passò con Giacomo suo cugino a meno squallida prigionia nel castello di Lerici. Lo sventurato Antonio e il resto dei difensori di Giustenice rimasero prigioni in Genova; e per gli uni e per gli altri non furono quindici dì, ma dieciotto mesi di carcere. Non bella cosa da parte di Giano; ma i tempi erano tali da consentirne di simiglianti, e di peggiori per giunta.

Dove è detto del Maso, ragazzo, come cangiasse stato e quante volte padrone.

Domando una grazia ai lettori; ed è quella di ricordarsi d'un personaggio umilissimo, apparso nei primi capitoli di questo racconto, del Maso, a farla breve, del ragazzo che servì i due forastieri all'osteria dell'Altino.

Ragazzo, servo adoperato a vili esercizii, come a dire stalliere, guattero, o giù di lì; questo avea fatto di lui mastro Bernardo, l'ostiere, dopo averlo raccattato per via, alla guisa dei trovatelli, e tirato su a scapellotti; ma le sorti della patria, condotte allo stremo, ne avean fatto un soldato. A malincorpo, se vogliamo; imperocchè, qual è il negozio di qualche importanza che non si cominci a farlo così? Ve n'ha che piacciono maledettamente, e cionondimeno l'incignarli è stato un guaio de' grossi; testimone il gusto matto che io provo adesso a ragionare coi popoli, dopo averci fatto il viso; che, a dir vero, non fu la fatica d'un giorno.

Per altro, in quella guisa che mettendosi a tavola suol venir l'appetito, la necessità aveva portato la consuetudine, e la consuetudine un certo gusto alla vita soldatesca, in quel miscuglio di balordaggine e di malizia che era il ragazzo dell'Altino. Già, egli bisogna dire a sua scusa, che balordo lo avea reso il padrone, non gli lasciando mai pace e rimeritando alla cieca con pan buffetto e cacio scapezzone ogni bella e brutta cosa ch'egli dicesse, o facesse. Triste vita pel Maso, sentirsi a trillare nel capo la sua vivace natura, e doverla respingere nel più profondo del cuore! Aveva voglia di saltare per la casa e doveva star cheto per la paura di qualche soprammano; era mogio e doveva saltare in fretta, per cansarsi da un sottonsù che gli era scoccato senza preamboli. Se ne ricattava con certi suoi lazzi, smorfie e marachelle degne d'una bertuccia, di cui spesso recitava il paternostro in qualche angolo della casa, quando avveniva che i saluti del burbero padrone fossero giunti al loro ricapito.

Mastro Bernardo non era cattivo, bensì un tal poco fantastico. La povertà inasprisce il carattere, e all'ostiere dell'Altino il non poter sempre ragguagliare l'entrata con l'uscita facea spesso uscire il cervello dai gangheri. Del resto era un buon diavolo, amava il suo paese, la sua casa, la sua famiglia, e, quantunque a modo suo, anche il ragazzo, bocca inutile, com'egli soleva chiamarlo. Quando vennero i tristi giorni pel Finaro, fu egli che diede al Maso l'esempio delle opere forti. Veduto lo spianto della sua casa e la impossibilità di ripigliare il suo traffico di vin cristiano, era andato a mettersi nelle mani della sua cara nipote; per intercessione di lei aveva appoggiato la sua famigliuola al castello, e, indossato un vecchio panzerone di ferro che si ricordava de' suoi vent'anni, aveva detto tra sè: «crepi l'avarizia, quest'oggi il marchese avrà un soldato di più».

Gli era venuto sulle prime il ghiribizzo di attaccare il Maso alla sua guerresca persona; ma ricordò saviamente di essere tavolaccino e non capolancia, e, data licenza al ragazzo, gli disse: va, accònciati con qualche pezzo grosso e sii soldato fedele! Voleva anche dargli lo scapellotto d'uso; ma questa maniera d'essere armato cavaliere non facea comodo al Maso, che fu pronto a sbiettare.

Ed era andato, come gli raccomandava il padrone; e al tempo in cui lo ritroviamo, era paggio, cioè a dire governava il cavallo di messer Antonello da Montefalco, capitano dei finarini dopo la partenza di Francesco del Carretto, il quale, come sanno i lettori, aveva imitato il corvo dell'Arca.

A' servigi di quel provato uomo di guerra, il nostro Masuccio, se ancora non aveva fatto prodezze, certo ne avea vedute e di molte. Esse per altro non aveano tolto che i genovesi piantassero bastite per ogni dove, a Gottafrigia, al poggio della Croce, che è presso Gorra, sul dorso di Pian Marino, sulle alture di Melogno, a Orco, a Collamonica presso Feglino, nel luogo di Corsi dirimpetto a Carbuta, facendo per tal guisa alla terra assediata una corona di torri. In questo frattempo il Maso aveva combattuto due volte a Rialto e aiutato alla presa di Santino da Riva e di sessanta cavalieri, che sotto il suo comando s'erano avventurati fin là.

Più tardi, essendo stretto da vicino il Borgo, avea combattuto a Pertica e risicato di andar prigioniero, insieme col suo capolancia, con Geronimo Doria, Spinetta del Carretto e il cavaliere Scalabrino. Il colpo era fatto da una imboscata di pochi genovesi, e per fermo riusciva, se le donne del Finaro, correndo a furia sul luogo e tolte in iscambio d'un drappello a rinforzo, non avessero tratto i mal capitati cavalieri dalle ugne dei nemici. Anche le donne combattevano, od altrimenti uscivano fuori per dare una mano ai mariti. Madonna Bannina, la vecchia marchesana, in quella che pietosamente si recava a soccorrere i caduti, era stata colta da un verrettone sopra il ginocchio; la qual ferita, perchè non potuta rammarginare, fu cagione più tardi che la nobil donna morisse.

Queste prove di fortezza non erano soverchie. Il Finaro reggeva a stento e pativa difetto d'ogni cosa. Ancora una speranza restava; ed era che i francesi, per quel tempo signori del Piemonte, venissero da senno in aiuto al marchese. Del balivo di Trasnay, che non si era fatto avanti, ho già raccontato a suo luogo.

Aggiungerò che, andato a Cherasco il magnifico marchese Spinetta del Carretto ed esposta la domanda del cugino all'illustrissimo signor duca d'Orleans, n'ebbe licenza di pigliarsi Bonifazio Castagnola, eccellente capitano ai servigi di Francia, il quale oziava allora in aspetto, con gran numero di cavalli, a San Michele di Ceva.

L'aiuto era grande, e, col rinforzo di parecchie compagnie di fanti levate da Millesimo e da altre castella del parentado, poteva riuscir pari al bisogno, Senonchè, il punto difficile era quello di penetrare nel marchesato, rompendo la cerchia fortificata dell'esercito assediante. Il Castagnola sperò di venirne a capo, facendo massa su Carcare; la qual cosa avrebbe persuaso ai nemici, che certamente stavano alle vedette, di andargli a contendere il passo per la via di San Giacomo, mentre egli con una marcia sforzata si sarebbe gittato a ponente, sulla via di Melogno. E così fece, e l'impresa fino ad un certo segno potè dirsi riuscita a bene; ma giunto alla torre di Melogno e veduto come fosse guardato quel passo, gli venne manco l'ardire. Che più? Inoltratosi per malagevoli sentieri a specolar quelle vette, lo vide formicolar di nemici; la croce rossa in campo bianco sventolava da per tutto. Che sarebbe egli andato a fare nel Borgo, se non vinceva prima una battaglia in aperta campagna? E questa battaglia, come poteva argomentarsi di vincerla, in mezzo a quella selva di bastite, e in quelle gole tutte comandate da greppi, donde i sassi eran difesa bastante contro un esercito anche due volte più numeroso del suo?

Così lenteggiava il valentuomo, forse meditando in cuor suo di seguir le pedate del balivo di Trasnay. Ma gli uomini di Millesimo, ligii al marchese Galeotto, volevano fare ad ogni costo qualcosa, tentare almeno d'introdur vettovaglie nella terra assediata. Perciò, caricate dugento bestie da soma, si gittarono una notte alla ventura per certi tragetti, e la fortuna arrise all'ardire. Del resto il capitano Bonifazio aveva appoggiata la salmeria con una forte dimostrazione delle sue schiere, la quale valse a sviare l'attenzione del nemico, mentre il convoglio, protetto da un pugno di animosi cavalieri, giungeva a riparo sotto le mura del Borgo.

Qualche tempo addietro, il Borgo era stato miracolosamente vettovagliato dalla parte del mare. Onorato Lascari, conte di Ventimiglia e di Tenda, desideroso di venire in aiuto al suocero Galeotto, avea comperato una gran quantità di frumento in Arles, e da Marsiglia su tre galere la condusse al Finaro. Lo sbarco era avvenuto felicemente il 24 giugno; donde al popolo parve di dover arguire una grazia particolare di san Giovanni Battista. I genovesi, per contro, che ci avevano nel loro Duomo le ceneri del santo e non potevano fargli il torto di credere che egli potesse sconoscere a quel modo gli obblighi dell'ospitalità, attribuirono la fortuna dei loro nemici ad un gagliardo vento di libeccio che non avea consentito allaGrimaldae allaScarabina(due loro galee mandate ad impedire lo sbarco) di svoltare in tempo il capo di Noli. Chi avesse ragione non so; lascio la quistione in sospeso e tiro di lungo.

Seguirono per tutto l'autunno fazioni di poco rilievo; quella, tra l'altre, di Bonifazio Castagnola, che pigliò Calizzano e fe' dire alla gente che, non potendo il cavallo, s'era dato a picchiare la sella. L'esercito genovese, scemato di alcune compagnie mercenarie, s'era accresciuto di certe altre ed avea preso in condotta Gaspare di Monte Brianzo e il famoso Pietro Torello, capitano lombardo, con cento e cinquanta cavalli. Intanto si ciarlava di pace, ma così, fiaccamente, senza scaldarcisi il sangue. I genovesi dovevano restituir Castelfranco e mandar libero senza riscatto il marchese Giovanni, cogli altri prigionieri fatti a Giustenice. Quanto al marchese Galeotto, egli non ci aveva a rimettere un bruscolo.

Questo almeno credeva, e non era de' suoi errori il più grave; dovendosi avere per tale la speranza in lui nata e cresciuta che simili pratiche fossero fatte da senno. Ma egli s'era fondato sulla morte di Giano Fregoso, avvenuta in dicembre, dopo una malattia di tre mesi, e sulla elezione a doge del fratello di lui Ludovico, generalmente creduto meno avverso ai Carretti. Ora di che tempra fosse Ludovico Fregoso e che potesse Galeotto aspettarsene, sarà manifesto tra breve.

Torno intanto al Maso, che questi discorsi m'han fatto lasciare in compagnia di messer Antonello da Montefalco, mentre avrei dovuto già raccontare com'egli cambiasse di bel nuovo padrone, e questa volta senza molto suo gusto.

Ciò avvenne una mattina sullo scorcio di dicembre. Alcuni drappelli di finarini erano usciti dalla porta di San Biagio a foraggiare nella campagna di Pertica; dappoichè, non solamente difettavano le vettovaglie pei combattenti, ma eziandio la paglia e lo strame per quella moltitudine di cavalli che il marchese Galeotto aveva radunati nel Borgo.

Messere Antonello da Montefalco guidava egli stesso quella importante fazione. Epperò non ci mancava la persona del Maso, che si vedeva marciare di costa al cavallo del capitano, colla sua balestra manesca in ispalla.

Al Fregoso queste continue sortite degli assediati davano una molestia incredibile e direi quasi superiore alla loro importanza. In fondo in fondo, non recavano molto sollievo alla terra, che troppo aveva serrati addosso i nemici; senonchè, per questa medesima angustia del teatro della guerra, mettevano ogni volta a risico una parte dell'esercito assediante, che era su tutti i punti costretto ad una ugual vigilanza, e doveva, nella persona del suo comandante, viver sempre in sospetto.

Per quella volta Antonello da Montefalco trovò il nemico, non pur preparato a riceverlo, ma così forte da ributtarlo al primo scontro. E peggio fu, quando dal colle dell'Argentara messer Pietro Fregoso mandò una grossa mano di fanti, che pigliassero in mezzo la cavalcata nemica. Rotte le ordinanze, gli uomini del Montefalco non pensarono più ad altro che a mettersi in salvo; e tale era la confusione, che finarini e genovesi per lungo tratto mescolati si spingevano sotto le mura, mettendo i custodi della porta nel bivio più doloroso a cui si trovassero mai soldati dabbene, o di alzare il ponte e chiuder fuori gli amici, o di tenerlo calato e per salvar cinquecento perdere i quattromila, e con essi dar la città in balìa dei nemici.

Fortunatamente sopraggiunse il marchese Galeotto, che, vista la mala prova del Montefalco, fu pronto ad uscire, con quanta gente potè avere alle mani, in sostegno del suo capitano. Per tal modo, rattenuta la furia del nemico, i cavalieri ebbero agio a raccapezzarsi nel parapiglia, a riunirsi e mettersi in salvo. Non così i fanti che andavano con esso loro, i quali nella improvvisa ritirata erano rimasti più indietro, facilmente avviluppati e travolti nella mischia.

Il Maso, tra gli altri, perduto di vista il capitano, era stato pigliato in mezzo da un manipolo di nemici. Ben s'era adoperato colle mani e co' piedi; uno avea morto e un altro ferito; ma sopraffatto dal numero, non aveva potuto far altro. E si divincolava in quelle strette, si scontorceva e smaniava, ma invano; due maledetti diavoli lo avevano abbrancato, e non c'era verso, bisognava andare con essi.

—Che! non si scappa!—gli gridava un di costoro, che lo aveva agguantato pel collo e gli faceva sentire il ginocchio nelle reni.—Tu se' capitato nelle granfie del Tanaglino e puoi metter l'animo in pace. A te, Vernazza; due giri di corda e legami questo ribaldo.—

Il soldato, che rispondeva al nome di Vernazza, si cavò di sotto il farsetto la corda di ricambio della balestra e l'avvolse prontamente, senza tanti riguardi, intorno ai polsi del Maso, che si trovò per tal guisa ammanettato come un ladro in mezzo ai sergenti della giustizia.

—E adesso, vira di bordo!—gli gridò il Tanaglino, accompagnando l'ordine con un colpo d'aiuto, che al Maso fece tornare in memoria le carezze di mastro Bernardo.

Obbedì, e, come volle il Tanaglino, prese la strada dell'Argentara, a passo giusto da prima, indi man mano più frettoloso, perchè i balestrieri lo spingeano da tergo, incalzati com'erano d'improvviso dalle schiere di riscossa condotte innanzi dal marchese Galeotto.

Ad una svolta del sentiero e già in vista dello steccato di Pertica (che colaggiù erano calati i genovesi a piantar battifolle) comparve messer Pietro Fregoso a cavallo, e comandò ai capitani delle compagnie di far ritirare in fretta la gente, lasciando libera e sgombra la via al nemico.

Obbedirono tutti, e, menando seco i prigioni che avevano fatti, si gittarono pe' campi.

Il Maso colse il destro di quella conversione, per dare una sbirciata dietro di sè. Il cuore gli fece un sobbalzo di contentezza, poichè non molto lunge ondeggiava l'insegna del marchese Galeotto, e al grido di «San Giorgio e Carretto» i suoi compagni d'arme muovevano spediti all'assalto.

Ma ohimè, la gioia del Maso non durò che un istante. Dalla parte dello steccato si vide un lampo, anzi una corona di lampi; si udì un rombo, un tuono, uno schianto, che a lui smemorato fece traballare la terra sotto i piedi; e in meno che non si dice fischiò nell'aria una rovina di sassi, battè, saltellò, ruzzolò per la strada, mettendo lo scompiglio nelle prime schiere che si facevano innanzi.

Quasi sarebbe inutile il dire che questo fuoco d'inferno arrestò il corso dei nemici. Molti caddero, l'uno sull'altro, a rinfusa, urlando o gemendo, bestemmiando o pregando, conforme portavano gli umori; altri non ebbero il tempo di raccomandar l'anima a Dio che quella grandine li colse e li sfracellò senza misericordia. Tosto, dai due lati della strada, i balestrieri genovesi a spianar gli archi e scoccar frecce in quella calca disordinata; nè mancarono i balestroni e le briccole, per lanciare dallo steccato sugli assalitori una minutaglia di pietre e verrettoni, così riempiendo gl'intervalli un po' lunghi, che allora portava la difficoltà della carica, nel tiro delle armi da fuoco.

Poco stante, il Maso, che oramai disperava di tornar salvo tra' suoi, entrava, col Tanaglino ai fianchi, nello steccato nemico. Colà gli fu dato veder da vicino que' brutti ordigni, donde tanta maledizione era uscita pur dianzi. Un uomo era là, dietro i pezzi, che agli atti e al contegno pareva il capo di quei ministri del fuoco. Alto di statura, di membra poderose, nero in volto per lo imbratto del sudore e della polvere, parea Satanasso in persona; e per tale lo avrebbe pigliato il Maso, a ciò aiutando il mal animo con cui si sogliono guardare i nemici, se in lui non avesse ravvisato un vecchio conoscente, e proprio uno di que' due forastieri, che egli aveva serviti tredici mesi addietro all'osteria di mastro Bernardo.

Si fermò allora, pensando tra sè come avrebbe potuto fare per dar negli occhi a quell'uomo. Intanto il Tanaglino, che non aveva le stesse ragioni per trattenersi, gli diede una spinta nelle reni.

Il Maso fu pronto a cogliere quella dolorosa occasione. Tanto è vero che tutto il male non vien per nuocere.

—Oh insomma!—gridò egli, voltandosi, tra piagnoloso e stizzito.—Che è ciò? Son forse un cane, da pigliarmi a pedate? Non voglio andare più oltre; voglio parlare a quell'uomo delle bombarde.

—Quell'uomo!—sclamò il Tanaglino, mentre raddoppiava la dose,—Messer Anselmo Campora, il capo dei bombardieri della repubblica, tu lo chiami quell'uomo?

—Sicuro!—rispose il prigioniero, cansandosi.—Lo chiamavo quell'uomo; ma ora che tu m'hai detto il suo nome, lo chiamerò come va.—

E alzata la voce, mentre, inseguito dal Tanaglino, correva alla volta delle artiglierie, si messe a gridare con quanto fiato ci aveva in corpo:

—Messere Anselmo! ohè; messere Anselmo, di grazia!—

Il Picchiasodo volse la faccia da quel lato, non senza un tal po' di malumore, perchè appunto allora stava mettendo una zeppa di legno sotto la tromba della signora Ninetta, per alzarne un tratto la mira.

—Che c'è? chi mi chiama?—gridò egli con piglio impaziente.


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