CAPITOLO VII.

La difficoltà di maneggiare queste armi, il tempo soverchio che si spendeva a caricarle, ed anche in parte il pericolo che c'era a trattare la polvere, furon cagione che l'uso di que' graziosi ordigni per lunga pezza stentasse a volgarizzarsi e che per quasi tutto il secolo XV l'arte della guerra non n'avesse mutamenti essenziali. In molti luoghi i trabocchi e le briccole durarono a fronte delle spingarde e dei falconetti. Genova, ad esempio, non ebbe bombarde fin dopo la guerra di Chioggia. Il Giustiniani lo nota espressamente in due luoghi, accennando la moltitudine delle bombarde veneziane «ritrovate di nuovo per questo tempo (1379)» e, aggiungendo più sotto, «l'uso delle quali non avevano ancora i Genovesi.»

Tre di questi ingegni poderosi furono adunque tirati avanti, per comando del capitano generale, e il buon mastro dei bombardieri li fece collocare di fronte al castello. Altri ne furono piantati lì presso, ma di minor mole, detti cerbottane e falconi, e la mattina del 10 di gennaio incominciò la serenata, come il Picchiasodo la chiamava, in quel suo stile faceto che i miei lettori conoscono.

Dominava il concerto la signora Ninetta, che ad ogni colpo gettava un sasso di cinquecento libbre. Il suo primo saluto andò a dirittura a cascare dentro il castello, come impromessa di altri, non meno aggiustati ed efficaci, che dovevano uscire dalla sua bocca d'oro.

E questi non si fecero molto aspettare. Anselmo Campora (ho già detto che il cavalier servente della signora era lui in persona) levò una zeppa di legno di sotto alla gola della, bombarda, le abbassò il mento d'altrettanto spazio, le fece posar tra le labbra una di quelle giuggiole che ho detto di sopra, tolse l'uncino rovente dal braciere, l'accostò al focone, e tonfete, mandò il secondo saluto al castello. La palla imbroccò il parapetto e, rotolando giù dalla cortina, si trasse dietro una rovina di pietre. Un lembo di parapetto, colle sue caditoie, era spiccato dal sommo delle mura.

Intanto che questo accadeva sotto Castelfranco, il Vecchia da Lodi, co' suoi cinquecento fanti e una ventina di cerbottane, portate dagli scoppiettieri in ispalla e munite d'un piede da porle in terra quando occorresse di trarre, s'inoltrò dalla Marina fino ai prati dell'Altino, che sono a mezza via tra il Borgo e la spiaggia del mare. I lettori hanno già pratica del luogo; io aggiungerò che il Picchiasodo, saputo del comando dato al suo compagno d'armi, gli aveva raccomandato di salutargli tanto e poi tanto un certo ostiere suo amico, e di farsi dare un fiaschetto di quella malvasia, che teneva in serbo, per gli uomini di conto.

Ohimè, povero mastro Bernardo,quantum mutatis ab illo! La frasca e l'insegna ce le aveva tuttavia sul portone; ma da parecchie settimane non vendeva più vino e l'accoglienza era triste. Gli ultimi fiaschi glieli avevano bevuti gli uomini del marchese, tornando dal combattimento alla Marina, e se egli non si era ritirato ancora nel Borgo, ciò doveva attribuirsi ad amore del suo povero nido e ad una tal quale superstiziosa idea che la sua fuga dovesse tornare di mal augurio alla patria. Fino a tanto che io sarò qua, pensava egli nel suo corto cervello, non ci verranno a squadronare i genovesi; e dopo tutto, chi terrebbe d'occhio queste quattro panche e questi quattro caratelli vuoti?

Fu un brutto quarto d'ora per mastro Bernardo quello in cui i soldati genovesi comparvero all'Altino e fecero capo alla sua osteria. Ben si provò il dabben uomo a sorridere e a fare inchini a tutte quelle facce proibite (almeno, secondo lui, avrebbero dovuto esserlo in ogni paese ben governato); ma quando il comandante di tutti que' diavoli scatenati gli ebbe detti i saluti e l'imbasciata del Picchiasodo, di quell'arnesaccio che lo aveva fatto cantare da quel babbio ch'egli era e che oramai sentiva di essere, il povero mastro Bernardo fece a dirittura una smorfia.

—Maledetta lingua!—borbottò egli tra i denti.

E borbottò ancora di più, quando, sotto pretesto di cercargli il vino che non aveva, quei furfanti si sparpagliarono qua e là per la casa, sguisciarono in cantina e gli sfondarono le botti, che non ci avevano colpa.

Per contro, siccome ogni ritto ha il suo rovescio, mastro Bernardo ebbe in quel medesimo giorno vendetta allegra di tanto dispetto. Sui prati dell'Altino, il Vecchi da Lodi si scontrò nei soldati del Finaro e lì, fino a tarda sera, altro che botti sfondate! Cento cinque genovesi restarono, tra morti e feriti, sul campo. Dei Finarini, che erano appostati in luoghi eminenti, o coperti, pochi furono feriti, e questi dalle cerbottane, coi lor tiri di rimbalzo e lontani.

San Giorgio, come si vede, tirava innanzi a dormire.

La mattina vegnente, il Vecchio Calabrese co' suoi duecento uomini andava in aiuto al Vecchia di Lodi, e ambedue, con impeto temerario, s'inoltravano fin sotto le mura del Borgo. Simili spacconate eran comuni in que' tempi. La grande mobilità delle fanterie leggiere, e la nissuna delle nuove artiglierie, che sole avrebbero potuto tenere in rispetto gli audaci, consentivano di correre molto paese innanzi e indietro, senza fare e senza ricevere gran danno. Questo, come disse il poeta, «era il costume dei braveggiatori, che fan poche faccende e gran rumori.»

Senonchè, stavolta i braveggiatori s'erano spinti troppo sotto, e balestroni, e spingarde, e cerbottane (che anco di quest'armi da fuoco ne aveano qualcheduna al Finaro) mandarono un tale diluvio di roba assaettata sui malvenuti, che questi furono costretti a voltar le calcagna, e molti, anzi, non fecero a tempo.

Ma di queste e d'altre maggiori perdite d'uomini, poco importava al capitano generale. Con simili scascamuccie e affrontamenti quotidiani, egli teneva a bada il nemico, e, meglio ancora, lo aveva sempre sotto la mano; frattanto serrava i panni addosso a quelli altri che difendevano Castelfranco.

Nello spazio di otto giorni, la signora Ninetta e le due altre comari che le facevano compagnia, gittarono su quel povero baluardo la bellezza di cento sessantatre nespole. Per una bombarda, a que' tempi, sei o sette colpi al giorno erano un bel trarre, e ne ho detto le ragioni più sopra. Le mura erano così profondamente scombussolate, che non poteano più reggersi; e ad ogni nuovo colpo ne crollavano con alto frastuono larghissime falde. Già sui parapetti e lungo i ballatoi non si poteva più stare.

Come il Fregoso vide in tal guisa avviato il lavoro del Campora, mandò sotto le mura un araldo. Allo squillar della tromba, Antonio Del Carretto, il difensore del castello, si affacciò sulle macerie.

—Per comando dell'illustrissimo capitano generale dei Genovesi, messer Pietro Fregoso, vi è intimata la resa;—disse l'araldo;—fatelo, e sia pel vostro meglio; se no, tra due ore si dà la scalata e non isperi allora di aver salva la vita nessuno.

—Di ciò non mette conto parlare;—rispose Antonio, con piglio tra non curante e faceto.—La guerra è cosiffatta, e cui non garba il giuoco stia co' frati e zappi l'orto. Dite piuttosto, che patti ci fa il vostro capitano, se noi si rende questo mucchio di pietre?

—Libera uscita,—soggiunse l'araldo,—e portando tutti con voi le armature; ciò consente messer Pietro Fregoso, in segno d'onoranza al valore.—

Il bravo Antonio rimase un tratto sopra pensiero. Gli cuoceva di dover cedere e tuttavia ben vedeva di non poter resistere più a lungo. Per sè, avrebbe forse rifiutato; ma il patto era onorevole pe' suoi compagni, e certo, poichè la difesa avea toccato agli estremi, meglio valeva portare a Galeotto cinquanta animosi soldati, che seppellirglieli sotto le rovine d'un castello perduto.

Così pensando, chiese ancora che gli si concedesse tempo fino al giorno di poi; avrebbe reso il castello, se nello spazio di ventiquattr'ore non gli giungeva soccorso. Messer Pietro gli fu tanto cortese da recarsi egli in persona sotto le mura, per rispondergli che non poteva contentarlo. Galeotto era chiuso nel Borgo e i Genovesi padroni della vallata; cedesse adunque, accettasse i patti larghissimi da lui consentiti a un così prode nemico, e co' suoi occhi medesimi, nel tragitto dalla Marina al Borgo, si sarebbe sincerato della sfidata condizione in cui era.

Antonio ben vide che non gli restava altro scampo e si arrese. Ebbe all'uscita tutti gli onori che un esercito vittorioso potesse rendere al valore sfortunato, e mentre nel campo di San Fruttuoso le bombardelle e i falconi facevano gazzarra per questo primo trionfo delle armi genovesi, egli si ridusse malinconico al Borgo, coi suoi sessanta compagni, la sera del 18 gennaio.

—E uno!—aveva detto il Picchiasodo, palpando amorosamente il collo della signora Ninetta mentre i difensori di Castelfranco passavano muti e dimessi davanti alla loro capitale nimica.—Or viene la volta di castel Gavone.—

L'incontro di Antonio col marchese Galeotto alle porte del Borgo fu commovente. Antonio, triste e raumiliato, quasi non ardiva alzar gli occhi a guardare il cugino; ma Galeotto gli andò incontro con piglio amorevole, lo abbracciò e di altro non ebbe cura che di confortarne lo spirito.

—Di che vi accorate, cugino, quando io trovo nella vostra difesa argomento a sperar bene del futuro? La resistenza di Castelfranco ci ha fatto guadagnare un mese di tempo. La lega dei nostri congiunti ha avuto agio a raccogliere gli aiuti, che mi si annunzia esser pronti a Garessio. Anche di Francia ne aspetto. Noi qui possiamo tener saldo un anno, e in un anno molte cose possono accadere a Genova e altrove.—

Le parole di Galeotto furono molto lodate, come quelle che facevano testimonianza d'animo grande e in pari tempo avveduto.

A rinfrancare vieppiù lo spirito de' suoi, quella medesima notte egli fece dal Borgo una vigorosa sortita generale. Antonio gli aveva detto non esser gran gente nella vallata, e Galeotto ne approfittò. Ributtate le prime schiere genovesi, piombò sulla Marina prima che il nemico avesse potuto raccapezzarsi, e fu tale la furia, che egli pervenne senza contrasto alla riva del mare, dov'erano tirate in secco alcune feluche e fregate corriere. Tosto i soldati vi balzano dentro a farvi bottino, e per fermo v'appiccavano il fuoco, se l'impresa non portava via troppo tempo; indi, con larga preda e buon numero di prigioni, se ne tornano indietro.

Comandava la spedizione Francesco del Carretto, figlio a Corrado e cugino di quel Marco, signore di Osiglia, che segretamente se la intendeva coi Genovesi. Galeotto lo aveva nominato suo capitano generale, in omaggio alla Lega, di cui aspettava, siccome ho detto, gli aiuti.

Con questo colpo audace si ricattarono i Finarini della resa di Castelfranco. Già l'ho detto e ripetuto; san Giorgio ancora non avea preso partito. E lo spirito conturbato di mastro Bernardo aveva, nel giro di pochi dì, una seconda consolazione. A farlo pienamente felice mancava tuttavia che un certo Anselmo Campora fosse preso e impiccato per la gola.

Ma già, contenti in tutto, a questo mondo, trovarli!

Come Giacomo Pico parlasse a madonna Nicolosina e qual risposta ne avesse.

Riposiamoci un tratto dai combattimenti e dai pensieri di guerra. Il castello Gavone, lontano ancora da queste gravi molestie, c'invita. Lassù, in una camera alta del torrione dell'Alfiere (che guarda alla marina da ponente, come il torrione della Madonna a levante, mentre gli altri due, del Marchese e della Polvere, guardano, nello stesso ordine, dalla parte di tramontana) c'è il nostro Giacomo Pico, seduto la maggior parte del giorno su d'una scranna a bracciuoli, nella strombatura d'una smilza finestra, dond'egli beve la tiepida luce del sole.

La perdita del sangue lo ha infiacchito, lo ha reso bianco in volto come un cencio lavato; ma infine, quel che gli ha tolto di forza e di fierezza, gli ha aggiunto, in una certa misura, di leggiadria. Dico in una certa misura, intendiamoci; che non aveste a pigliarlo in iscambio d'un fior di bellezza, nato lì per lì e sbocciato sotto la penna dello scrittore, per comodità delle sue invenzioni. Vo' dire soltanto che il ruvido giovinotto s'era in quella occasione raggentilito di molto e che aveva fatto una ciera, da pigliarci amore le donne a cui piacciono le pallidezze e i languori.

Madonna Nicolosina e madonna Bannina, figlia e madre, come sapete, consolavano spesso di lor presenza il ferito. La Gilda andava e veniva, aliava a guisa di farfalla, e trovava modo, ora con un pretesto, ora con un altro, di essergli sempre dattorno. Nè ciò gli sarebbe dispiaciuto (perchè una bella ragazza non fu veduta mai di mal occhio da alcuno) se a lui da molti giorni non avesse pigliato la smania di restar solo, almeno per dieci minuti, con madonna Nicolosina.

E questo, per l'appunto, questo che desiderava più ardentemente, non gli era anche riuscito. In quella vece, e più d'una volta, era rimasta sola con lui la Gilda, desiderio e tormento del suo amico Tommaso Sangonetto. La fortuna è cieca, avrebbe notato costui, se lo avesse risaputo. Ma il lettore, che già conosce un cantuccio del cuore di Gilda, penserà con ragione che non fosse tutta fortuna, quella che faceva trovare la ragazza a quattr'occhi col ferito. Senonchè, la povera Gilda sprecava ingegno e fatica; Giacomo Pico non le aveva mai detto pur una di quelle parole, che ella si aspettava sempre da lui.

Se la Gilda avesse avuto un miccino d'esperienza degli uomini, avrebbe saputo che quando uno di questi bipedi implumi è presso ad una donna non brutta, nè spiacente, e non incomincia a coniugarle quel verbo, gli è segno evidente che l'ha coniugato, o pensa di coniugarlo ad un'altra, E la Gilda, a guardarsi nulla nulla dintorno, avrebbe capito altresì dove fosse l'argomento delle coniugazioni di Giacomo Pico. Di belle ragazze, al castello, non ce n'eran che due.

Tornando al ferito, il lettore avrà argomentato di leggieri che, se egli poteva pensare ai colloquii e mandare dal profondo dell'anima le sue giaculatorie alla giovine castellana, il suo non era un mal di morte per fermo. Diffatti, la ferita, non essendo delle più gravi, si andava rimarginando, e la gioventù, questa, gran medichessa che la sa più lunga di tutto il dotto collegio, aveva secondato le cure del cerusico Rambaldo, che era, per altro, la prima lancetta del marchesato.

Ma ohimè, se una piaga si era risanata, un'altra s'era inciprignita; e questa era la piaga fatta nel cuore di Giacomo dagli occhi inconsapevoli di madonna Nicolosina.

Così, mentre il corpo si rinvigoriva di giorno in giorno, l'animo si struggeva nel desiderio di potersi aprire alla donna de' suoi pensieri, o almeno di conoscere che cosa pensasse ella di lui. Amorevole e sollecita gli era parsa bensì in tutti que' giorni e più assai che non fosse mai stata con lui negli anni andati, quando la tenera età, non che scusare, consentiva ogni dimestichezza maggiore; ma anche qui non c'era da cavarne un costrutto, essendo l'affettuosa cura un uffizio di pietà, naturalissimo nella donna, per chi soffre d'un male visibile, a cui ella possa portare rimedio, o sollievo. Ora, se egli avesse potuto dirle di quell'altro suo male invisibile che portava nel cuore, come sarebbe stata accolta la sua confessione da lei? Questo era il busilli.

A tutta prima, vedendola giungere all'Altino, aveva argomentato in cuor suo…. Che cosa? Nulla e tutto. Nicolosina era pallida, ansante, confusa; una immensa pietà le traspariva dallo sguardo smarrito; una ineffabile tenerezza governava i moti convulsi di quella labbra smorte, che per lunga pezza non poterono profferire una parola, una sola parola, E più tardi, quali cure affettuose! quale umanità più che fraterna negli atti! come pendeva ansiosa dai responsi di messer Rambaldo, che era venuto al letto del povero ferito! con quanta sollecitudine gli occhi della leggiadra castellana si partivano dalle labbra del discepolo d'Esculapio per andarsi a posare sul viso smorto di lui!

Che pensare di ciò? Un giorno gli venne in mente che ella sapesse la cagione del suo duello col Fregoso. Volea sincerarsene; ma le parole gli morirono sul labbro. E poi, come si è detto, madonna Nicolosina non era mai sola al suo capezzale.

E voleva altresì domandare del Cascherano. Che c'era egli di vero in quella chiacchiera di mastro Bernardo, che aveva fatto nascere il guaio? Di certo, l'ostiere, anco ingannandosi sul conto de' due forastieri, non aveva inventato il personaggio e il matrimonio di pianta. E forse, anzi senza il forse, la Gilda ne sapeva l'intiero. Ma il chiederne a lei non avrebbe dato a divedere che troppo gli premeva di madonna Nicolosina? Tanto faceva aprirsi a dirittura con questa e dirle spiattellato: madonna, io muoio d'amore per voi.

Fosse almeno capitato il Sangonetto a trovarlo; si sarebbe raccomandato a lui, che pigliasse lingua da alcuno. Ma il Sangonetto aveva preso il largo; in vece sua, era diventato un pezzo grosso; tornato a mala pena dalle Langhe colla promessa degli aiuti, aveva spiccato il volo per altri lidi. Nessuno sapeva per dove; egli stesso, andato per pochi istanti a vedere l'infermo e trovar modo di bisbigliare una parolina alla Gilda (che lo vedea volentieri come il fumo negli occhi) non ne avea pur rifiatato. Vanaglorioso ed ingrato, il nostro Tommaso già sentiva la carica.

Diremo noi brevemente dove fosse andato; in Francia, alla corte di Carlo VII, il re di cui avea detto Lahire, che perdeva «allegramente» il suo regno, e a cui il fiore dei cavalieri francesi e una meravigliosa pulzella dovevano riconquistarlo più tardi; ci era andato, non già come ambasciatore, bensì col più umile e più sollecito ufficio di corriere, e portava, da buon corriere, una lettera.

In essa, Galeotto rammentava l'ossequio dei Carretti e la loro divozione ai reali di Francia; ricordava come un Nicolò, suo zio paterno, combattendo per Carlo e pel nome francese, fosse stato ucciso in battaglia dagl'Inglesi invasori; soggiungeva essere egli stato mai sempre nemico acerbo ai Fregosi, i quali, essendo Barnaba Adorno doge di Genova, avevano ingannato Sua Maestà, pigliandone molte migliaia di fiorini contro la promessa d'impadronirsi di Genova e darla a lui; e l'avevano presa e l'avevano tenuta per sè. Vendicasse adunque lo scorno patito, soccorrendo il Finaro contro i Fregosi. Questi erano odiatissimi a Genova, di guisa che sarebbe tornato agevole al re, combattendo i Fregosi e avendo dalla sua il Finaro, insignorirsi di quella repubblica. Anche Galeotto, come si scorge di qui, vendeva la pelle dell'orso. Costume dei tempi!

Andava dunque il Sangonetto con grande celerità e presentava la lettera. Essa piacque oltremodo al re, che s'era allacciata al dito la gherminella di Giano Fregoso e stimò d'avere gran sorte, se poteva, con poco disagio suo, dare a quel cattivo pagatore una grande molestia. A pronta dimostrazione dell'animo suo verso il marchese Galeotto, mandò subito al Finaro un prode italiano, allora ai servigi di Francia, messer Giovanni Sanseverino, con venticinque lancie, ed altri aiuti promise. Que' cavalli intanto dovevano essere la mano di Dio pel marchesato, che molti invero non avrebbe potuto nutrirne, o adoperarne in quelle strette sue gole, ma di un certo numero avea pure mestieri, per contrapporli ai cavalli nemici e sostenere all'uopo gli assalti dei fanti.

Ed ecco perchè Giacomo Pico non aveva più visto il Sangonetto, nè potuto sciogliere uno dei nodi che più gli stavano a cuore. Intanto i giorni passavano; la guerra, non pure era cominciata senza di lui, ma vigorosamente condotta fino alla resa di Castelfranco, senza che egli potesse ancora uscir fuori e nelle aspre fatiche del campo acquetare un tratto le acerbe battaglie del cuore.

Ben presto, dal vano della sua alta finestra, potè vedere co' suoi occhi il nemico. Una bastita per tutto l'esercito genovese era innalzata da due giorni a Monticello, proprio alla vista del borgo, e due grosse bombarde v'erano collocate a difesa. Tre battifolli subito dopo erano edificati più avanti, l'uno sul poggio di Maria, l'altro nella vigna di Nicolò Giudice, il terzo all'Argentara, sul fianco stesso della terra assediata. Quest'ultimo, per altro, non fu costrutto dai Genovesi senza grande spargimento di sangue.

Dicevasi allora che tante fabbriche militari si facessero per arricchire i Fregosi. Nicola, cugino di messer Pietro, intascava per ogni nuova bastita dugento fiorini, e questi in prezzo dell'opera sua, mentre assai più gliene erano pagati per l'opera degli artieri, ai quali non ne dava neanco cinquanta. Ma queste forse erano ciarle dei malevoli. Anche i nemici dicevano che tante bastite non servissero a nulla; eppure, la mercè di questi saldi ripari, l'esercito genovese aveva potuto farsi tant'oltre, in luoghi così malagevoli per natura, e pericolosi, poi, se tenuti da un forte e risoluto nemico.

In tal guisa era stretto il Finaro, che, a detta del Picchiasodo, non poteva uscirne un uccello a volo, che nol vedessero i Genovesi, ed egli inoltre poteva contare le casseruole e i tegami appesi alla parete nelle cucine degli assediati.

Questo era forse un vanto soverchio; ma certo la vicinanza dei nemici doveva parere già troppo molesta a Galeotto, che, insieme col fratello Giovanni, usciva ogni giorno a battaglia. Francesco, il capitano generale, non era più con esso loro; andato verso Garessio, per affrettar la venuta degli aiuti che mandava la lega, avea fatto come il corvo dell'Arca; non s'era più visto, e gli aiuti promessi, nemmeno.

Tardi ricordò Galeotto che il suo capitano generale era cugino di Marco, del tiepido signore di Osiglia; più tardi ancora riseppe che Genova a Marco e ai cugini suoi prometteva di dare la parte loro del marchesato, quella stessa che i loro antenati Emanuele ed Aleramo avevano posseduta. E quando ciò seppe, argomentò che dai congiunti suoi delle Langhe non aveva più nulla a sperare, e che le vie di Calizzano e di Osiglia, donde si sentiva sicuro alle spalle, non gli teneano più fede.

Non si smarrì tuttavia, non si perdette d'animo; che anzi, il sapersi solo, accrescendogli la malleveria dell'impresa, gli aggiunse le forze della disperazione. Sì, veramente, con mani e con piedi, come aveva scritto al doge di Genova, era egli inteso a difendersi. E quella sua baldanza inanimiva i Finarini, li incuorava non solo ad affrontare arditamente i pericoli, ma a sopportare con fermezza i danni della guerra.

E questi pur troppo erano gravi. Dal poggio di Maria, le cortane e le spingarde nemiche gittarono trecento pietre nel Borgo; trecento ne gittarono esse sole, e di gran peso, le tre bombarde maggiori, che tutte traevano a giusta mira contro la torre della Rasana, la più forte che fosse sulla cinta dei muri.

E Galeotto a rispondere con un'altra sortita, più vigorosa a gran pezza delle altre, Barnaba e Paolo Adorno lo seguono; Giovanni suo fratello, Giacomo figlio d'Oddonino, Lazzarino figlio d'Urbano, ed altri giovani egregi del suo parentado, si tengono ad onore di combattere, come semplici soldati, al suo fianco. Scende una grossa schiera da Calvisio, per la valle di Pia, e molesta i Genovesi alle spalle; si voltano essi per rincacciare gli audaci, ed ecco, sono assaliti di fronte, al battifolle del poggio di Maria, a quello dell'Argentara, con una furia che mai la maggiore. Basti il dire che in questo parapiglia improvviso, Anselmo Campora fu ferito accanto alla signora Ninetta di cui si fece riparo al corpo, mentre da solo sosteneva l'assalto di cinque nemici. Ne uscì, per altro, ad onor suo, con una di quelle che egli dicea graffiature e che altri avrebbe chiamato sberleffi belli e buoni, quantunque non belli, nè buoni. Ma la sua dama fu salva dalle ingiurie nemiche, e questo era per lui l'essenziale.

Gran danni soffersero i fanti delle tre podesterie intorno a Genova e dei vicariati di Spezia e di Chiavari. Il loro comandante, Carlino da Voltaggio, fu preso e condotto prigione, malgrado gli sforzi fatti da' suoi per liberarlo. I passi erano angusti e in molti uomini si facea come in pochi; anzi, per la confusione che nasce dal numero, assai meno che in pochi. Il battifolle del poggio di Maria fu corso e ricorso dai Finarini; così quello dell'Argentara; prigioni potevano farne non pochi; ma perchè avrebbero portato tante bocche inutili dentro del Borgo? Li lasciarono adunque e tornarono nelle mura, carichi di bottino e di gloria.

Messer Pietro Fregoso, per la prima volta dacchè era venuto all'impresa del Finaro, si morse le labbra, e sino a far sangue; tanto fu la sua stizza per l'audacia del marchese e per la nissuna vigilanza de' suoi.

In quel mezzo, giungeva il Sanseverino colle venticinque lancie e la promessa di nuovi aiuti di Francia. Galeotto, cresciuto mirabilmente d'ardire, disegnò tosto in cuor suo una bellissima impresa; che era quella di andare egli in persona a tentare un colpo su Noli, per togliere quel fortissimo luogo alla protezione dei Genovesi e in pari tempo impedir loro la ritirata, e intercettare le salmerie.

Ma qui, siccome col Sanseverino è tornato anche il nostro Tommaso Sangonetto, e Giacomo Pico ha potuto avere qualche utile ragguaglio da lui, sarà acconcio di tornare al castello Gavone e a quella camera alta, che è nella torre dell'Alfiere.

Le notizie raccattate da Tommaso Sangonetto intorno alla faccenda del Cascherano, erano più acconcie a mettere in pace, che non a turbare lo spirito inquieto di Giacomo Pico. Quel giorno incominciava bene per lui; il marchese Galeotto si disponeva a partire per alla volta di Verzi, donde, col favor della notte, per la via meno battuta d'Isasco, sarebbe piombato su Noli. Però non è a dire il rimescolamento che c'era nel castello per tutti gli apparecchi della partenza, e lo scompiglio che esso arrecava in tutte le consuetudini quotidiane della famiglia. Basti notare che madonna Bannina, tutta intorno al marito, non era comparsa nella torre dell'Alfiere, e madonna Nicolosina vi andò sola, ad una cert'ora del giorno, per salutare l'amico di casa e vedere se non avesse mestieri di nulla.

Il caso non poteva favorire meglio di così il nostro innamorato.

Madonna Nicolosina era un occhio di sole, l'ho già detto a suo luogo. Bionda i capegli, bianca la carnagione e svelta della persona come Diana, forse al pari della divina cacciatrice aveva il cuore muto all'amore; all'amicizia non già, che questa è natural sentimento di un'anima buona, laddove quello è singolare portato, rarissimo fiore, nutrito di tutti i sensi più delicati e riposti, che solo un felice concorso d'inesplorati e inavvertiti nonnulla può far muovere d'improvviso e riardere in noi.

E buona era Nicolosina, onesta e sincera come un cavaliere senza macchia e senza paura. Ho detto come un cavaliere, e giustamente; diffatti, sotto quella bionda e rosea parvenza di donna, egli c'era alcun che di virile; la lealtà, per esempio, e l'alterezza, spogliate di quella grazia languida, che la natura ha dato, insidia innocente, ma non meno pericolosa, alla più bella metà del genere umano.

Nata in altissimo stato, sentiva altamente di sè; superbia naturale e scusabile, che del resto non aveva pure occasione a mostrarsi, in mezzo ad un popolo di riverenti vassalli, i quali niente potevano vedere di strano in una dignità d'apparenze così celestiali e ammantata di tanta soavità, di tanta amorevolezza pietosa. Umana ed affabile, come sono così utilmente per sè e per altri i grandi della terra, quando si compiacciono d'esser tali, non c'era caso che la giovine castellana facesse patire anima nata, per alcuno di que' capricci e fantasie di comando, che pure son tanto frequenti nelle giovani donne, male avvezzate, anche in condizioni più umili, da cieco amor di congiunti, o da libero ossequio di cavalieri cortesi.

La bellissima fanciulla entrò nella camera di Pico, senza timore, o peritanza di sorta. Non era ella in casa sua? Forse per la prima volta andava da sola in quel luogo; ma come nella accompagnatura non c'era stato mai un deliberato proposito, così nel giunger sola non ci poteva essere un'ombra di vergogna, o di dubbio.

Bensì Giacomo Pico, al vederla comparir tutta sola, si scosse. Il sangue turbato gli si ridusse con rapido moto al cuore, indi risospinto gli corse più veloce alle tempie. Ebbe allora come un bagliore negli occhi, diede in un grido di meraviglia, e, appoggiandosi forte ai bracciuoli della scranna, si alzò da sedere.

—Ah, ah!—sclamò ella, ridendo del suo riso argentino.—Per la prima volta, messer Giacomo, vi vedo un po' di buon sangue sul volto. Ma sedete, vi prego; non vi scomodate per me.

—Non è più tempo di star seduti, madonna Nicolosina;—diss'egli sospirando.—Tutti i giorni si combatte, laggiù, ed io sono stato già troppo in disparte.

—Ma per giusta cagione, mi sembra; e con vostra buona pace, rimarrete ancora per qualche giorno tranquillo, messer paladino!—incalzò la fanciulla, con accento d'affettuoso rimprovero.—Il cerusico Rambaldo lo vuole e lo vogliamo anche noi, che non aveste a far ricadute!

—Che serve, madonna?—ripigliò Giacomo Pico, crollando malinconicamente la testa.—Sono un povero disgraziato a cui forse metterebbe più conto il morire.

—E perchè?—dimandò ella ansiosa.—Forse alcuna cosa vi manca, per viver felice tra noi? Parlate, messer Giacomo, parlate! Lo sapete pure, come qui tutti vi amano.

—Tutti!—ripetè egli, sorridendo a fior di labbro.

—Sì, tutti; ne dubitate?—replicò la giovinetta, rizzando il capo, con alto di leggiadra alterezza.—Sappiamo il debito nostro. Mio padre non è debitore a voi della vita? E quanti hanno vita e stato da lui, non vi sono obbligati del pari?

—Ah, non è di ciò che intendo parlare;—disse Giacomo Pico.—Non vo' che mi si ami per gratitudine, io!

—Oh tristo!—sclamò Nicolosina, con accento di lieve corruccio.—E non è un nobile sentimento forse?

—Sì,—rispose egli confuso;—ma infine….

—Infine,—proseguì ella,—voi siete l'amico nostro, il servitor più fedele e più caro; mio padre….

—E sempre vostro padre!—interruppe Giacomo Pico, stizzito di non poter uscire da quella cerchia di affetti tranquilli e di accenni al suo umile stato.

Qui fu per madonna Nicolosina il caso di pigliare il broncio davvero.

—Messer Giacomo, e come?—chiese ella, tirandosi indietro un passo e guardandolo severamente.—Non amereste par avventura mio padre?

—Voi mi uscite di proposito, madonna Nicolosina!—gridò il giovine, riscaldandosi a sua volta.—Ah, questo è troppo ed io ho troppo sofferto. Fossi morto almeno, di quella stoccata, più pietosa a gran pezza delle vostre parole! E perchè, voi che mi parlate ora in tal guisa, siete accorsa a togliermi di laggiù, ov'io sarei presto uscito di pena?

—Non mi fate colpa di un uffizio di carità, ve ne prego;—rispose ella turbata.—Chi soffre ha diritto alle nostre cure, e più ancora quando egli soffre per nostro servizio.

—Ah,—soggiunse egli amaramente,—voi dunque non mi amate?—

La fanciulla lo guardò stupefatta. Egli incalzò la dimanda e fu per afferrarle una mano; ma ella lo rattenne con un gesto severo.

—Messer Giacomo,—soggiunse poscia, con accento impresso di dignità e di tristezza ad un tempo,—mi farete pentire d'esser venuta a darvi il buon dì.—

Giacomo Pico, il ruvido soldato, fu scosso da quelle meste parole. Ma non era della sua natura il trattenersi a mezzo di nessuna cosa che avesse impreso a fare. Quella occasione, poi, egli l'aveva spiata con tanta cura, attesa con tanto desiderio! Se egli l'avesse lasciata sfuggire quel dì, sarebbe forse tornata? Non lo sperava egli per fermo.

—Perdonate,—diss'egli, chiudendosi rabbiosamente sul petto quella mano che la giovinetta aveva respinta da sè,—ma io vi amo, vi ho sempre amata; eravate bambina ed io già vedevo in voi quella che siete oggi per me, la più bella, la più cara, la più desiderata fra le donne. Avevo sempre taciuto, sperando di ottenervi con opere eccelse, come ricompensa dovuta al valore. Stolto! Il primo venuto, perchè conte e signor di castella, mi aveva a vincer la mano! E quando, al mio ritorno dai signori della lega, seppi che andavate sposa a questo conte di Osasco, vedete, m'ha dato volta il cervello, non ho potuto padroneggiarmi più oltre. Ah, così fosse stato egli, com'io lo credevo, quando mi abbattei nel Fregoso; che forse in cambio d'esser passato fuor fuori, l'avrei ucciso io, e dato un avviso salutare a quanti ardissero ancora di contendervi a me.

—Ah!—esclamò la fanciulla, percossa.—Non era uno scontro col nemico di mio padre?

—No, col mio nemico, col mio rivale. Così almeno ho creduto;—rispose egli impetuoso.

Un senso di compassione profonda ricercò il cuore di madonnaNicolosina.

—Fo male a dirvelo,—ripigliò ella gravemente,—perchè l'atto vostro, se pensavate di far contro ai disegni di mio padre, non fu di amico, quale egli sempre vi tenne. Ma infine, sappiatelo, io non andrò sposa al conte di Osasco.

—Lo sapevo;—disse Giacomo Pico.

Nicolosina lo guardò, in atto di sorpresa.

—Lo sapevate?—dimandò ella,—Ma allora…?

—Oh, solamente stamane l'ho udito;—soggiunse egli tosto.—Il marchese Galeotto lo ha liberato dalla sua parola, non potendo oggi, in mezzo alle angustie e ai pericoli di una guerra, accettare dicevolmente una domanda, che era stata fatta nei giorni della sua prosperità.

—Così è per l'appunto;—diss'ella sospirando.—Povero padre.

—Ah, vostro padre ha nobilmente operato. Ma quell'altro, il vile, che fu sul punto di ottenervi, s'è pure affrettato ad accettare lo scampo!

—Non parlate così, messer Giacomo! Sebbene è giusto che la cosa debba aver questo fine, è debito nostro di dire che egli non ha risposto nulla. Ed è brutto, assai brutto, accusare gli assenti.

—Voi dunque rimpiangete quelle nozze! Amavate dunque il conte diOsasco, senza conoscerlo ancora?

—Messer Giacomo,—rispose la giovinetta offesa nella sua verecondia,—io non ho a dirvi se l'amo, o no; bene ho a dirvi che una fanciulla deve rispetto a' suoi genitori e al nome che porta, e che voi dimenticate l'una cosa e l'altra in un punto.

—Ah sì!—sclamò il Bardineto, che sentiva la sferza e non era d'indole da patirla, nè da riconoscere in cuor suo d'averla meritata.—Io debbo tacere. Ama, povero sciocco, e taci! Servi, vassallo, e taci! Combatti, oscuro soldato, e taci! È il debito tuo. I tuoi padroni hanno voluto così; sul tuo corpo hanno diritto e sull'anima tua, questi superbi signori. Dite, madonna, non è egli proprio così?

—No, poichè chiedete il mio avviso, non è proprio così;—rispose Nicolosina, con risolutezza di cui qualche ora prima non sarebbe stata capace.—Avrei potuto partirmi di qui, fors'anco dovuto; rimango invece per difender me e la mia casa contro la vostra ingiustizia. Che sia il diritto dei signori sui loro vassalli e come stabilito, non so; ho imparato dal libro di Dio che tutti siam pari davanti a lui, nella speranza dei cieli, ma che ciò non muta e non scioglie i vincoli d'autorità con cui si governa la terra. Qui, poi, non vi disprezza nessuno; qui tutti vi son grati de' vostri alti servigi; nol sarebbero, se vi tenessero in conto di un oscuro soldato, o di un vil servitore. E, viva Dio, checchè diciate, messer Giacomo Pico, checchè pensiate voi dei potenti (e come lo siamo vel dica la presenza de' nostri giurati nemici alle porte di questo povero borgo) ingrati voi non potete dire i discendenti di Aleramo e della figlia di Ottone.—

Un amaro sorriso sfiorò le labbra di Giacomo. Ferito da quell'accenno, che gli parve superbo, nè badando alla commozione vivissima che accendeva il volto della fanciulla, o vedendola in quel rossore più bella, così le rispose, infiammato d'amore e di sdegno.

—Sì, lo ricordo, lo vedo, quale distanza corre tra noi. E perciò ricuso la gratitudine vostra, nobile e accetto presente tra uguali, povera ricompensa ai minori, senza il suggello di quell'amore che toglie ogni distanza…. che dico, la toglie?…. che non ne conosce nessuna. Questo amore io v'ho chiesto, madonna; questo io vi chiedo ancora, a mani giunte, in ginocchio. Credete che io non valga quanto un cavalier di corona? Ma chi era il primo d'ogni illustre legnaggio, se non per avventura un oscuro soldato, che col valore del suo braccio incatenò la fortuna? Uditemi, Nicolosina; è nella vostra medesima casa l'esempio, se pure la storia dice il vero di voi. Chi era Aleramo, innanzi che egli piacesse agli occhi di Adelasia, della bella figliuola di Ottone? E chi fu l'avo del primo imperator di Lamagna, se non un barbaro discendente degli schiavi di Roma? Ho meditato lungamente le storie, madonna, e non ho trovato la ragione per che io debba esser da meno di chicchessia, poniamo d'un conte d'Osasco. E notate; da me non aspetterete mai cosa di cui il mio breve passato non sia impromessa sicura; ho il mio destino nel pugno. Ma voi mi siete necessaria, Nicolosina, voi ricompensa e stimolo a più nobili imprese. Così sta scritto lassù; perchè ricusereste l'ufficio che vi è assegnato dal cielo?—

Così folleggiava il Bardineto, ebbro d'amore e di rabbia, allorquando un improvviso fruscìo si udì per le scale. Madonna Nicolosina, che già stava per dargli risposta, si rattenne e gli fe' cenno di non parlare più oltre.

Poco stante, l'uscio si aperse e una donna comparve nel vano. Era laGilda.

La ragazza, che pure s'aspettava di trovare la sua giovine signora nella torre dell'Alfiere, rimase lì tutta impacciata e confusa, accorgendosi, con molta e non certamente grata sorpresa, d'essere capitata in mal punto. Questo le era dimostrato aperto dall'aria scontenta con cui la sua comparsa era stata accolta da Giacomo, e dal rossore di madonna Nicolosina, che, giovine com'era e non avvezza a quelle battaglie, non sapeva, e neppure cercava, nascondere il suo turbamento.

Perciò, come ho detto, rimase impacciata sull'uscio, senza fare un passo avanti, nè indietro, e balbettò, così per aver aria di dir qualche cosa, alcune parole vuote di senso.

Non meno impacciata di lei, madonna Nicolosina ebbe mestieri di tutta la virtù dell'animo suo in quel punto.

—Che cosa vuoi?—dimandò ella, in apparenza tranquilla, ma reprimendo a stento la sua commozione.

—Niente, madonna;—rispose la Gilda umilmente.—Ero venuta a vedere se messer Giacomo non avesse bisogno di nulla.

—Per ora no;—soggiunse Nicolosina;—ci sono io…. e debbo dire qualcosa a messer Giacomo Pico.—

Questo aveva potuto il sentimento della propria dignità in quell'anima vergine, di farle indovinare che il miglior modo di cansare il pericolo di un falso giudizio era quello di affrontarlo con sicura alterezza. Tanto è vero che le profonde commozioni temprano, meglio dei lunghi insegnamenti, la umana natura. La fanciulla era morta quel giorno; la donna nasceva.

La Gilda chinò il capo, in atto d'obbedienza, e si mosse. Una sua occhiata furtiva al Bardineto voleva dire a lui tutti i dubbi che le passavano per la mente; ma egli non vi badò più che tanto, e la povera ancella se ne andò raumiliata.

Per altro, giunta a mezzo della scala, si pentì d'esser discesa. E domandò allora a sè stessa che cosa avesse a dire la sua signora di così grave a Giacomo Pico, che ella non potesse ascoltare, e che cosa significasse quel turbamento di ambedue. Dimande queste che, nel cervello di una ragazza innamorata e gelosa, non hanno mestieri di aspettare a lungo una conveniente risposta.

Or dunque, è facile argomentare che cosa facesse la Gilda. Raccolti prudentemente i lembi della veste, che non avessero a strisciare lunghesso il muro, in punta di piedi e rattenendo il respiro, tornò sopra i suoi passi, e giunta al pianerottolo, stette origliando alla porta.

Frattanto il Bardineto, almanaccando a suo modo su quella risoluzione di madonna Nicolosina, aveva dato una rifiatata di contentezza, vedendo partire l'ancella invece della padrona, come da principio gli era parso che dovesse accadere.

—Ah, rimanete?—diss'egli, esprimendo nel fervido accento tutte le pazze speranze che gli grillavano d'improvviso nel cuore.

—Sì, rimango;—rispose la giovinetta con piglio solenne;—rimango, checchè possa altri pensarne; rimango, perchè questo colloquio, giunto per vostra cagione tant'oltre, non può, non deve restarsi interrotto. Fu il primo; sarà anche l'ultimo.—

Giacomo Pico trasaltò. La sua allegrezza era in un punto svanita.Volle parlare, ma ella gli ruppe le parole sul labbro.

—Lasciatemi finire. Io v'ho ascoltato; mi avete chiesto una risposta; abbiatela ora, senza sdegno e senza ingiuria, da me. Io non ho avuto finora e non vo' avere che amicizia per voi. Siatene amico, ve ne prego. Vedete intanto il bel frutto delle vostre fantasie; che dirà di noi quella povera fanciulla, che or ora è uscita di qui? Ella vi ama; me lo ha confessato. Amatela anche voi, messer Giacomo; ella lo merita; non fate che io, senza volerlo, senza pure saperlo, abbia rapito il cuor vostro alla mia povera ancella.—

Il Bardineto alzò sdegnosamente le spalle.

—Di ciò soltanto vi duole?—gridò egli, che, nella stizza ond'era tutto invasato, non doveva imbroccarne più una.—O forse mi date l'ancella vostra a dispregio?

—Nè di ciò mi duole, nè io fo d'alcuno la poca stima che dite. Ma via, non torniamo agl'ingrati discorsi. Ancora una volta volete essermi amico?

—No;—rispose egli con ruvidezza;—o tutto o nulla. Questa impresa si leggerà nel mio scudo, quando io ne porti uno inquartato, da contendere di nobiltà coi più celebrati e superbi. E vedrò allora….—soggiunse il Bardineto, infiammandosi,—vedrò allora se non vorrete esser mia!

—Dimenticatemi, messer Giacomo Pico;—disse a lui di rimando Nicolosina, più afflitta tuttavia che ferita da quelle acerbe parole.—Siete violento e scortese. Se tutti gli uomini vi rassomigliano, io non amerò nessuno sulla terra.

—Il primo che ardirà di amarvi, lo ucciderò come un cane!—gridò ilBardineto, con piglio feroce.

—Mi farete la solitudine intorno?—replicò ella sdegnata, guardandolo in aria di sfida.—Suvvia, tentate la prova!—

Il Bardineto non vedeva più lume.

—Voi amate qualcheduno;—le disse, con voce soffocata dalla rabbia;—confessatelo!

—Sapete che non amo voi; ciò vi basti.—

In quelle asciutte parole l'animosa fanciulla aveva fatto il supremo sforzo della sua alterezza offesa. Gli occhi le si offuscarono dalle lagrime, si sentì venir meno, e le sue mani andarono instintivamente contro la parete, a cercarvi un appoggio.

Egli le si accostò, come per sorreggerla.

—Non mi toccate!—gridò ella, respingendolo. E atterrita, spinse l'uscio con tanta precipitazione che la Gilda si tenne perduta. La poveretta ebbe a mala pena il tempo di rannicchiarsi in un angolo, dietro il battente.

Giacomo Pico si morse le labbra, e freddo all'aspetto, ma coll'inferno nell'anima, stette muto, accigliato, a guardarla, dopo essersi tirato indietro d'un passo.

Fu per parecchi istanti tra i due giovani un alto silenzio. Si udiva soltanto il respiro affannoso di madonna Nicolosina e lo scricchiolare dalla scranna, di cui Giacomo aveva afferrato la spalliera, per pigliare un contegno.

Finalmente la giovinetta si riebbe, scosse la sua bionda testa, rasciugò le lagrime e così parlò, con accento mutato, al suo fiero amatore.

—Messer Giacomo Pico, io amo mio padre e non accrescerò i suoi dolori, raccontandogli il nostro colloquio. Io stessa dimenticherò le vostre parole; altro di voi non ricorderò che l'antica amicizia e i servigi.—

Ciò detto e senza aspettare la risposta che stava per darle ilBardineto, uscì dalla camera e scese con passo leggiero le scale.

Dove si vede che non arriva sempre tardi chi arriva dopo.

Come si rimanesse Giacomo Pico e che torbidi pensieri gli girassero per la fantasia, lascio argomentare ai discreti lettori. Intanto seguitiamo madonna Nicolosina, che triste, assai triste, ma col cuore un tal po' sollevato, scende la scala dell'Alfiere.

Diffatti, quella partenza era una liberazione per lei, dopo la lunga oppressura di tutto ciò che aveva dovuto udire e rispondere. Certo è gran dolore il perdere un amico; ma questo dolore non è poi senza conforti; dirò di più, è il solo che n'abbia uno sollecito, vo' dire il conforto di avere finalmente conosciuto a parte a parte l'anima della persona in cui s'era riposta ogni fede. Strana consolazione, cotesta, di avere a conoscere pienamente il nostro simile, solo in quel giorno che non possiamo più durarla nell'usata dimestichezza con lui!

Posta in chiaro questa bisogna, niente premeva di più a madonna Nicolosina che di sapere che cosa ne pensasse Gilda, quella sua povera ancella, da cui pochi giorni addietro aveva udita la confessione di un amore profondo per Giacomo. Dico che avrebbe desiderato sapere; ma senza imbattersi così presto nella Gilda, a cui lì per lì non avrebbe saputo che dire. La forza di mandarla via a mezzo del suo colloquio col Bardineto, l'aveva avuta. Il suo diritto e la necessità di finirla in una volta con lui, volevano pure così. Ma ora, a cose fatte, la pietà ripigliava il suo posto nel cuore di Nicolosina, e non le bastava l'animo di raccontare a quella povera ragazza i particolari di un dialogo, che doveva tornarle sommamente spiacevole.

Il lettore sa che la Gilda, rispetto a ciò, non aveva più niente di nuovo a conoscere. Ma la sua giovine padrona, che non l'aveva veduta nel suo nascondiglio, poteva temere d'abbattersi in lei, prima di essersi consigliata maturamente tra sè, intorno a quello che dovesse raccontarle, o lasciarle indovinare, de' suoi discorsi col Pico. Epperciò, fatte le prime scale, invece di ritirarsi nelle sue stanze, ove forse poteva essere tornata l'ancella, tirò innanzi verso la gran sala, dove sperava di trovare suo padre e di avere in altre cure un momento di tregua allo spirito.

Il marchese Galeotto non era colà, dove la sua bella figliuola era andata a cercarlo. Uscito fuori della postierla a tramontana del castello, ordinava laggiù, al coperto da ogni vigilanza nemica, gli uomini che aveva scelti a compagni nella impresa su Noli. Questo diceva a madonna Nicolosina un donzello, da lei incontrato in quel mentre sull'uscio.

Ed ella fu allora per tornarsene indietro. Ma appunto allora, sul pianerottolo per cui doveva passare la fanciulla, compariva un giovinotto, non mai veduto prima al Finaro.

Vestiva nobilmente, quantunque più da soldato che da uomo di corte. Ma in que' tempi mal sicuri, chi non era, per necessità, o per elezione, soldato? Egli poi doveva venire da lungi, e la polvere, ond'era tuttavia coperto il suo mantello di scarlatto grigio, lo diceva da pochi istanti sceso d'arcione. Giovanissimo, biondo i capegli e bianco la carnagione, lo si sarebbe tolto per una fanciulla in abiti virili, se non lo avessero chiarito del sesso forte le basette che gli adombravano il labbro fine e vermiglio; per un paggio, se gli sproni d'oro che gli fregiavano i talloni, non avessero fatto testimonianza del suo grado di cavaliere. E così leggiadro all'aspetto, colla sua spada al fianco e il biondo capo scoperto (che il tôcco di velluto, onde usava coprirsi, lo aveva allora per mano) lo si sarebbe detto piuttosto l'arcangelo Michele, venuto in un mezzo incognito a visitare il suo buon servo Galeotto, marchese del Finaro, se al tempo di cui si narra fosse durato il costume di simiglianti discese degli alati figliuoli di Dio.

Madonna Nicolosina doveva passare dinanzi a lui, per ricondursi nelle sue stanze; e passando, come il savio lettore indovina, doveva anche vederlo. Ora il vederlo e il pensare tra sè ch'egli era un bellissimo giovine, fu una cosa sola per lei, ed anche la più naturale del mondo. Un bel viso, segnatamente se accompagnato da prestanza di membra e impresso di quella serena nobiltà che spesso può stare da sola e far anco piacere ad altri chi non somigli in tutto o in parte all'Apollo dal Belvedere, un bel viso, io dico, ha sempre avuto una simile accoglienza presso i cuori ben fatti.

Per altro, se madonna Nicolosina aveva il cuore ben fatto, era anche d'animo riguardoso e severo. Epperciò, data una fuggevole occhiata al forastiero e involontariamente pensato ciò che vi ho detto, raccolse modestamente la ciglia a terra, mentre la sua bionda testolina accennava ad un mezzo saluto.

Questa era cortesia necessaria, in risposta ad un leggiadro inchino del forastiero. Il quale, del resto, nel curvare la fronte, non abbassò altrimenti le ciglia, ma le tenne alte, ferme, diritte su lei, come quegli che non volea perdere nulla di quella rara veduta.

Ho detto che madonna Nicolosina era bellissima tra le belle. Di lui v'ho raccontato pur dianzi. Aggiungo per ambedue, che mai sulle porte del paradiso si scontrò una coppia d'angioli più leggiadra di queste due creature umane, ravvicinate dal caso su per le scale del castello Gavone.

Che fanno gli angioli, allorquando s'incontrano per via? Spiriti d'amore, debbono sentirsi fratelli, vedersi assai volentieri l'un l'altro e dirselo cogli atti, se non colle parole, a vicenda. Forse (e qui un povero profano par mio non può far altro che ragionare in via d'induzione) si toccano leggermente, sfiorano col sommo delle ali la casta dolcezza d'un bacio.

Ma là non erano angioli, bensì due figliuoli degli uomini, con tutti i riguardi, con tutti i vincoli, con tutte le noie, che un cerimonioso costume e una puntigliosa morale, detta con giusto rappicciolimento etichetta, impongono ai bistrattati nipoti d'Adamo. Ed ecco perchè madonna Nicolosina, abbassò gli occhi facendo un mezzo saluto al forastiero, ed egli, dopo aver fatto un inchino, si tenne rispettosamente indietro, ma guardandola senza misura, bisogna pur dirlo, e divorandola quasi degli occhi.

La bella visione passò, cara e gioconda come un raggio di sole per mezzo alle nuvole, inebbriante come una fragranza di gelsomini, portata a noi dalla brezza. E come fu passata, il giovane forastiero senti una stretta al cuore, e, colla stretta, un desiderio infinito di rattenerla, di vedere anche una volta quel suo angelico viso, di udire il suono della sua voce.

Non vi è egli mai girato per la fantasia, vedendo una bellissima donna passarvi rasente per istrada, o soavemente composta a verecondia come la Beatrice di Dante, o splendida di consapevoli vezzi come la tormentatrice di Francesco Petrarca, non vi è egli mai girato per la fantasia di bisbigliarle all'orecchio: fermati, angelo, o demonio, io ti amo?

Io, per me, tengo che questo giuoco lo abbiano in tasca un po' tutti. Senonchè, soltanto gli sciocchi ardiscono spiattellarlo sul volto ad una sconosciuta che passa, col pretesto che ad ogni donna torni gradita la giaculatoria, anche buttata là, a bruciapelo, come si direbbe un'ingiuria. Gli assennati, in quella vece, guardano e tacciono, pensando che, se la donna è di alto grado, sarebbe offesa un omaggio così audacemente reso, e se non lo è, parrebbe atto di poca stima, o nessuna, trattarla diversamente da una di quelle che vanno per la maggiore.

Tutt'altro da questi che ho detto, appariva il caso del giovine forastiero. Egli non era per istrada, ma in casa, e, secondo tutte le più ragionevoli apparenze, in casa di lei. Colà, una parola sola poteva considerarsi come appiglio ad una onesta dimanda. Avesse anche detto dell'altro, poteva soggiungere il perchè e il percome della sua ammirazione per lei. E poi, e poi, bisognava saper le cagioni della sua venuta al castello; bisognava intendere che dubbi gli avesse fatti nascere in mente l'apparizione di quella divina creatura; bisognava capire come gli fosse mestieri di chiarirli senza indugio; indi, se proprio era il caso, dargli biasimo del suo ardimento.

Imperocchè, già s'indovina, il giovinotto si disponeva a fare qualche cosa d'insolito. Era stato in forse, aveva titubato un istante; ma il desiderio aveva soverchiato la ragione, e si era mosso per tener dietro a madonna. Ella forse dal canto suo si aspettava cotesto; senza volerlo, senza avvedersene, aveva rallentato il passo. Arcani del cuore!

—Perdonate!—disse il giovine, inoltrandosi verso di lei.

La fanciulla si volse, cortese in atto, a guardarlo, aspettando che proseguisse. E così fece egli, dopo un istante di pausa, mettendo nelle sue parole tutto il dolce che seppe.

—Madonna, è audacia senza pari la mia; fo male a trattenervi in tal guisa; ma siete così bella!—

Un amabile rossore tinse d'improvviso le guancie della giovinetta, che fu confusa, non adontata, da quelle inaspettate parole. Tanto è vero, dopo tutto, tanto è vero quello che dicon gli sciocchi, che certi omaggi non tornano mai sgraditi alle donne! ma intendiamoci, purchè non siano buttati là da uno sciocco, e con sguaiata maniera.

—Non vi offendete, vi prego;—incalzò il giovine tendendo le mani in atto supplichevole.—Ho a chiedervi cosa che troppo mi preme, ed una vostra umana risposta mi è necessaria. Infine…. ecco lo stato dell'anima mia. O voi siete madonna Nicolosina del Carretto, o ch'io sono il più sventurato degli uomini.—

Queste parole furono dette con tanto candore e insieme con tanta foga giovanile, che ella aperse, in uno scoppio d'ilarità involontaria, le labbra e mostrò le trentadue perle orientali, legate nel solito corallo da quei gioiellieri bizzarri, che sono sempre stati i romanzieri e i poeti. Rise, a farla più spiccia; e in verità, a quelle parole, e dette a quel modo, non potea dicevolmente far altro che ridere.

Lo scoppio, dopo tutto, fu breve, come si conveniva a costumata fanciulla, e si tramutò in un sorriso benevolo, come portava la gentilezza dell'indole sua, e come richiedeva quell'aria malinconica, ond'era impresso il volto del giovane forastiero.

—Sì, diffatti.—rispose ella, chetandosi,—mi chiamo Nicolosina delCarretto. E in che poss'io tornarvi utile, messere?

—Ah, basta, se forse non ho detto già troppo;—ripigliò il cavaliere arrossendo.—Grazie, madonna; grazie! A me non resta che di andare da vostro padre, dal magnifico marchese del Finaro.

—Egli non è qui, ora;—soggiunse Nicolosina;—ma poco indugierà a ritornare. Siate il benvenuto tra noi. Nella gran sala troverete alcuno dei gentiluomini della sua corte, che vi farà compagnia.—

Così dicendo, gli additava la porta dond'ella era uscita pur dianzi.

Ma il giovine non si muoveva. Si sarebbe detto, a vederlo, che il pavimento sotto di lui fosse tutto una pania. Senonchè, a guardare madonna Nicolosina o que' suoi occhi divini, si capiva subito che la pania non era per terra e che egli non era invescato dai piedi.

Il dialogo, per altro era lì lì sulle ventitrè ore, e di certo moriva, se non giungeva un terzo interlocutore in aiuto. Era questi il Picchiasodo, ma da lontano, con un colpo di bombarda, che fece tremare, nella loro intelaiatura di piombo, i vetri onde pigliava luce la scala. Traeva egli dal poggio di Maria contro le mura e le torri del borgo sottostante. E cinque o sei di questi saluti erano mandati ogni giorno dal ferreo labbro della signora Ninetta.

—Triste cosa la guerra!—esclamò il forastiero, notando un atto di sgomento che ella non aveva potuto reprimere.

—Ah sì, messere, triste cosa!—rispose la giovinetta sospirando.—Il Finaro, pur troppo, non fa lieta accoglienza a' suoi visitatori cortesi.

—Madonna, e perchè?—diss'egli di rimando.—Ognuno di costoro si recherebbe a ventura di partecipare ai pericoli e ai danni di questa nobile terra, come ho fede che presto dovrebbe partecipare al trionfo e alle gioie del vostro gloriosissimo padre. Inoltre, perchè tacerlo? con voi, madonna, anche assalito da tutte le armi della potente repubblica genovese, il castel Gavone sarebbe un luogo di delizie per esso. Vi parlo liberamente, come vogliono i casi che qui mi hanno condotto; non ve ne adontate! Che più? posso io dirvi tutto, aprirvi il mio cuore?—

E la guardava, così dicendo, con occhi tanto amorevoli, che la povera Nicolosina fu sul punto di lasciarlo proseguire. Un sentimento di verecondia la rattenne.

—No, ve ne prego, messere;—rispose ella nobilmente.—E vi dirò cosa, a mia volta, che parrà imitata dalle vostre parole di poco fa;—soggiunse poscia, con un certo sorriso leggiadramente malizioso;—o voi siete il conte d'Osasco, o ch'io vi ho già troppo ascoltato.

—Lo sono;—diss'egli, arrossendo al pari di lei in quel punto;—e come lo avete voi indovinato?—

Ingenua domanda! E come gli uomini più accorti, messi al cospetto d'una semplice donna, tornano spesso fanciulli! Nicolosina avrebbe potuto rispondergli che, ottocento sessant'anni prima di lei, un'altra donna, la bella figliuola del duca di Baviera, aveva riconosciuto Autari, il re dei Longobardi, tra que' medesimi ambasciatori che egli mandava a chiederla in moglie; questo argomentando dal fatto, che il mentito messaggiero aveva osato stringerle la mano, mentre ella gli profferiva la coppa ospitale. Chi altri, se non il suo futuro sposo, avrebbe ardito diportarsi seco lei in quel modo?

Nicolosina non gli rispose colla storia alla mano, che a dir vero non l'aveva presente. Per altro, come era simile il caso, doveva riuscire simigliante il concetto.

—Chi altri,—domandò ella per contro,—chi altri, se non il conte di Osasco m'avrebbe parlato in tal guisa? Ma dite, messere, come siete voi qui? Non avete ricevuto la lettera che v'ha mandata mio padre?

—L'ho avuta;—rispose egli inchinandosi,—ma potevo io accettare la libertà che il marchese Galeotto così nobilmente mi offriva! Vi avevo chiesta, o madonna, sulla fede della vostra bellezza ed ero grato ai vostri di avere accolto con benevolenza la domanda di tale che non è imperatore, pur troppo, nè principe, per reputarsi degno di voi. Sono venuto a chiedervi ancora una volta, e sono felice, dopo avervi veduta, che il mio cuore e il mio debito di gentiluomo non si trovino oggi a contrasto, come sarebbero stati veramente, e con grave danno del cuore, se la divina che ho incontrato pur dianzi non fosse stata madonna Nicolosina del Carretto. Voi sorridete? È bello ora il vostro sorridere e mi dà argomento a sperare. Or dunque, io porto la sua lettera al marchese vostro padre e venti lancie, che spero non gli torneranno sgradite. Anch'io combatterò pel Finaro; non mi concederete voi il premio della vostra mano?—

Nicolosina stette un momento sovra pensieri. Le sovvenne del colloquio avuto poc'anzi lassù, nella torre dell'Alfiere, e una nube di tristezza scese ad offuscarle lo spirito. Ma ella era donna di sensi gagliardi e si riebbe tosto di quello sgomento. Dopo tutto, che avrebbe mai osato Giacomo Pico? E non avrebbe ella saputo custodire la sua felicità contro ogni insidia, o minaccia?

—Conte di Osasco,—diss'ella, porgendogli la sua bella mano, su cui egli fu pronto ad imprimere il più ardente dei baci,—se mio padre accetta la vostra generosa profferta, anche domani, nella chiesa di san Biagio, sotto i colpi delle artiglierie nemiche.—

Ed ecco per qual modo s'aguzza lo spirito alle ragazze da marito. I grandi casi e le forti commozioni sono la più pronta e la più efficace delle scuole.

Il conte d'Osasco, dal canto suo, aveva ragione a reputarsi felice. E non sapeva tutto, ancora; non sapeva, verbigrazia, d'esser giunto dopo un altro e di averlo al primo lancio superato. Del resto si giunga prima, o poi, l'essenziale è di giungere in tempo. E Carlo di Cascherano, conte di Osasco, giungeva in tempo altresì per conquistarsi il cuore di Galeotto, a cui la sua venuta, dopo la lettera che lo liberava dalla parola data, doveva parer generosa oltre ogni dire.

Questi, che stava allora fuor del castello, a disporre la sua gente per l'impresa di Noli, com'ebbe udito delle venti lancie che erano venute al borgo per la strada di Cova, pensò che fossero un nuovo presente del re di Francia, o d'alcuno de' suoi generi, che ne aveva parecchi, e in alto stato; tra gli altri Onorato Lascaris, signore di Ventimiglia e di Tenda, e Alberto Pio, principe di Carpi, allora in Torino a' servigi del duca di Savoia. E per sincerarsi della cosa, tornò subitamente al castello, dove gli venne veduto il conte d'Osasco, un altro genero, sul quale egli non faceva assegnamento veruno.

L'ebbe per augurio felice, e si compiacque eziandio con paterna allegrezza del leggiadro aspetto del giovine, la cui bell'anima si dipingeva sul bellissimo volto.

Una gioia mite, ma profonda, regnava in tutta la corte del Finaro. I radi ma sicuri colpi della signora Ninetta non ottennero quel dì tutta l'attenzione che il nostro infaticabile Anselmo Campora poteva con giusto orgoglio ripromettersi. Barnaba Adorno, cogli altri fuorusciti del suo casato, e i signori del Carretto, tra i quali Giovanni, fratello a Galeotto, e madonna Bannina, festeggiavano tutti il giovine Carlo, il leggiadro cherubino di Osasco. La gran sala del castello era piena di tutti i gentiluomini che ufficio di guerra non trattenesse alle mura, e le nobili dame gustavano in quell'ora di geniale convegno un fugace riflesso dei loro trionfi cessati, degli ozi antichi e delle memori splendidezze dal castello Gavone.

A un tratto, con alto stupore di tutti, non escluso TommasoSangonetto, il quale, nella sua qualità d'ambasciatore posticcio, aveacreduto di potersi imbrancare co' grandi, comparve nella sala GiacomoPico.

La faccia del Bardineto era scura, aggrondato il sopracciglio, il labbro chiuso, il portamento più contegnoso che l'occasione non dimandasse, o che a lui vassallo non fosse consentito lassù. Ma il suo pallore, che ricordava la pugna sostenuta e facea fede d'una lunga malattia, non lasciava por mente a cotesto, e gli occhi della nobile comitiva si volsero a lui, schiettamente amorevoli.

Primo, il marchese Galeotto lo salutò con un grido di lieta meraviglia, e, andatogli incontro, lo prese per mano, facendogli le più oneste accoglienze e congratulandosi seco lui del risanamento ottenuto. E il Bardineto ne tolse appiglio a soggiungere che troppo oramai era egli rimasto inoperoso e più di quello che veramente gli bisognasse; però, con licenza del marchese, avrebbe ripigliato il suo uffizio di soldato. Sapeva della partenza disegnata alla volta di Noli; laonde, non avea voluto lasciarsi sfuggire la buona occasione e domandava di entrare nel numero degli eletti, che stava per condurre il suo signore a quella impresa, così piena di rischi e di gloria.

—Ed io pure, padre mio, che tale ben posso chiamarvi;—soggiunse il Cascherano, con impeto di onesta baldanza.—Per aver parte a' vostri pericoli sono appunto venuto, e, sebbene giunto l'ultimo tra questi degni e fedeli gentiluomini vostri, mi dorrebbe di non essere il primo a seguirvi.—

Giacomo Pico, diede un'occhiata sospettosa a colui che parlava in tal guisa, chiamando il marchese Galeotto col nome di padre. Nicolosina, che spiava attentamente, quantunque in aria di noncuranza, ogni atto del Bardineto, notò quell'occhiata e il cuore le diede un sobbalzo.

—Gran giorno per me!—diceva frattanto il marchese, a cui splendevano d'inusata luce i grandi occhi azzurri, che dovevano andar famosi nella storia del suo tempo.—Giacomo Pico, il nostro valoroso compagno d'armi, torna oggi a brandire la spada, e il conte di Osasco viene a chiedermi la sua parte, non pure nelle allegrezze, ma altresì nei pericoli della mia casa. Sì, Giacomo, tu verrai con me a questa impresa, in cui la tua avvedutezza e il tuo braccio non saranno soverchi. A voi, conte e figliuol mio, presento Giacomo Pico di Bardineto, il più fedele dei miei servitori.—

Il sospetto di Giacomo si mutava per quelle parole in certezza. Per altro, non fu molto sorpreso da quella improvvisa venuta. Respinto da Nicolosina, tutto doveva egli aspettarsi, e niente aveva a recargli stupore. Infine, e non era meglio così? In un giorno solo aveva udito la sua sentenza da lei e veduto il suo fortunato rivale. Tristi cose ambedue; ma almeno, ogni vana speranza andava in dileguo; ogni dubbio svaniva. Soltanto chi vede intiero il suo danno può degnamente provvedere a' suoi casi. E Giacomo Pico avea provveduto.

Carlo di Osasco fece un passo verso di lui e gli sporse amichevolmente la mano. Giacomo fremeva un pochino e forse sarebbe rimasto freddo, rispondendo al cortese invito con un mezzo inchino che non dicesse nulla. Ma proprio in quel punto gli venne veduta madonna Nicolosina, tranquilla in apparenza o noncurante di lui. Se l'avesse veduta in atto supplichevole, chi sa? Il cuore umano è così bizzarro nei suoi moti, che egli forse avrebbe vacillato ne' fieri propositi. Quella apparente freddezza, quella inflessibilità marmorea della donna a cui s'era umiliato poche ore prima nell'espansione dell'affetto e della preghiera, lo raffermarono ne' suoi biechi disegni. E si avanzò allora verso il conte d'Osasco, gli prese la mano e la strinse, la strinse così forte, come se volesse stritolarla.

Parve quello al conte un saluto di soldato, ruvido sì, ma sincero. La pallidezza del volto e l'aria contegnosa parvero agli altri effetto della perdita del sangue e dell'impiccio di trovarsi in così numerosa brigata, dopo esser rimasto forse due mesi nella solitudine della sua cameretta. E nessuno pose più mente a lui, salvo chi aveva argomento a temere di qualche sua sfuriata, e salvo Tommaso Sangonetto, che conosceva il segreto dell'amor suo e s'aspettava anch'egli qualche frutto della sua stravaganza.

Avvicinatosi a quest'ultimo, e col sorriso sul labbro, Pico gli parlò sottovoce, mentre faceva le mostre di salutarlo.

—Stanotte saremo a Noli;—diceva.—Farò di salire con questo bel forastiero sui merli. Chi sa che ad ambedue non tocchi la medesima scala? La sorte e così capricciosa!

—Ah, Giacomo, non far ragazzate, ti prego!—rispose il Sangonetto, con una ansietà, la cui espressione subitanea non isfuggì al vigile sguardo di madonna Nicolosina.

—Non temere;—soggiunse Pico.—Vedrai!

—Già, non vedrò niente, io!—ripigliò Il Sangonetto.—Sono ambasciatore, non uomo d'armi, e le scale a piuoli mi darebbero il capogiro. Ho preso il tuo posto; non te ne lagnare. Io non sono ambizioso; finita, bene o male, la guerra, torno ciliegia e tu sarai da capo il fico dell'orto.

—Ah sì!—sclamò il Bardineto, digrignando i denti.—Se tu aspetti ch'io serva ancora questa razza d'ingrati!…—

Mentre egli così parlava, Nicolosina aveva tratto in disparte suo padre e gli venìa favellando, con aria d'affettuosa preghiera.

—Capisco;—rispose Galeotto ridendo;—tu non vuoi che il tuo leggiadro sposo, appena giunto tra noi, vada a correre il rischio d'una piombatura sul capo. E sia, lo pregherò; ma vorrà egli accettare?

—Se tu glielo domandi, padre mio, perchè no? Non è egli uffizio ragguardevole, e non l'hai tu fin qui lasciato, certo per mancanza di uomini da ciò, a men degne persone?

—Per san Giorgio, figliuola mia, questo è un biasimo che mi date. E invero, l'ho anche un po' meritato!—soggiunse Galeotto, accarezzando con tenerezza paterna i biondi capegli di madonna Nicolosina.

E voltosi poscia al Cascherano, gli disse:

—Cavaliere, tra pochi momenti si parte. Ma se io ora vi chiedessi un sacrifizio?

—Quale?—dimandò ansiosamente il Cascherano.

—Ho mestieri di un prode cavaliero,—soggiunse il marchese,—che corra speditamente infino ad Asti, e con eloquente parola induca il balìvo di Tresnay a venire colle sue genti in aiuto del Finaro, come mi fu promesso dal buon re Carlo di Francia e ancora testè dall'illustrissimo signor duca di Orleans, giunto a mala pena di qua dalle Alpi. Per lo passato, in simiglianti negozi, mi fu utilissima l'opera diligente e sollecita di Giacomo Pico. Lui ferito e costretto al riposo, adoperai il nostro bravo Sangonetto; ma oramai colla buona volontà di lui ho fatto già troppo a fidanza….

—Magnifico messere,—disse allora il conte d'Osasco,—se è cosa che vi preme….

—Assaissimo;—interruppe il marchese;—e subito, se ci amate, dovrete salire in arcione.—

Madonna Nicolosina respirò, vedendo l'atto di consentimento del giovine. Giacomo Pico, in quella vece, si morse le labbra. Nel tardo mutar di consiglio del marchese Galeotto egli scorgeva la mano di Nicolosina e i sospetti che certo l'avevano guidata a chiedere l'allontanamento del conte.

—Non ho io forse una maschera al volto?—diss'egli tra sè.—E deve ella credere che io mi strugga d'amore e di rabbia per lei?—

La deliberazione improvvisa del marchese Galeotto non poteva piacere nemmanco al nostro Tommaso, che vedeva andarsene in fumo tutte le sue ambizioni. Imperocchè egli non era sincero col Bardineto, quando gli diceva di dover tornare ciliegia.

—Magnifico messere….—balbettò egli, ingrullito;—ed io?

—Con me e col tuo valoroso amico all'impresa di Noli;—rispose amorevole il marchese Galeotto.—È giusto che io non tolga ai miei buoni vassalli l'occasione d'illustrarsi con qualche atto di singolare prodezza. E tu, mio buon Tommaso, n'hai certo una voglia spasimata.


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