CAPITOLO LII.L'ESAME DI FRATE MARCO.
Avuto fine il parlamento de' savj di guerra, Guglielmo se ne tornò diviato alle case sue, pensando sempre alla sventura del povero maestro Cecco, e sempre ruminando come potesse salvarlo. La Bice, vedutolo appena, si accorse del costui turbamento, e paurosa nella faccia, il domandò che avesse. Anch'ella rimase dolorosissima del fatto, e come ad un tratto si sparse la novella per casa, anche a messer Geri ne parve male, ed alla stessa Simona; la quale, se avealo creduto un negromante laggiù a Settimello, dopo le assicurazioni del suo prete e del bel cavaliere, la seconda volta che vi fu, e dopo le dolci parole che Cecco quella seconda volta le disse, lo aveva discreduto non solo, ma gli aveva anche cominciato a volere un certo che di bene, tanto che, sapendo che erano stati i frati di S. Croce quelli che l'avean preso, non solamente con licenza, ma con approvazione e conforti di Guglielmo e della Bice, si mise ad andare tutte le mattine alla prima messa alla loro chiesa, se mai, facendosi devota d'un di que' frati potesse raccogliere qualcosa del fatto e dello stato del maestro.
Ma prima di dire altro, andiamocene un po' a sapere che avea trescato frate Marco, frugato come lo vedemmo dalla paura. Egli erasi avviato là nel Casentino, non troppo lungi da Arezzo, presso un prete suo vecchio amico; ma strada facendo, pareva che quella gran paura gli scemasse quanto si allontanava da Firenze, risolvendosi quasi affatto che o l'Inquisizione non avrebbe fatto il processo di Cecco, o che quegli sarebbe riuscito a fuggire da Firenze celatamente: e, non che e' fosse tornato subito addietro; ma, se avesse avuto qualche altro conoscente più vicino, si sarebbe anche fermato a mezza strada, per attingere più agevolmente novelle, e per aver più agevole la tornata. Non avendo per altro dove posarsi, arrivò fino lassù dal suo prete, il quale lo accolseamorevolmente, ed a cui colorì in certo suo modo quella improvvisa andata, allegando che era dovuto venire ad Arezzo per comandamento del suo priore, e che, con licenza di esso, non era voluto tornare a Firenze, che non avesse visitato lui suo antico amico. Ma era passato appena il primo giorno, che eccoti il messo del priore di Santa Maria Novella, il quale intimavagli a nome della santa obbedienza che tosto cavalcasse a Firenze, dove al luogo loro si dovevano trattare bisogne gravissime della regola, e dovevano esserci tutti quanti i frati.
Frate Marco non sospettò di nulla per questa chiamata: ma tuttavía non la ebbe troppo per bene; e a Firenze non tornava di troppo buona voglia, finchè non avesse saputo altro della sorte di maestro Cecco: tuttavía il voto di ubbidienza voleva che andasse e andò, e appena giunto fu subito dinanzi al priore, il quale senz'altro preambolo:
— Frate Marco, che frutto avete voi fatto colla vostra predica là, in Casentino?
E poichè queste parole disse severamente accigliato, a modo di chi vuol fare acerba rampogna, egli tutto timido rispose:
— Messere, quel prete mio amico.... gli avevo promesso....
— Chetatevi, non mentite anche al vostro prelato per giunta alle altre peccata.... Quante volte vi aveva io ammonito di lasciar andare la pratica di quel maestro Cecco come pericolosa a chicchessía, e troppo disdicevole a un frate? Ora esso è preso per eretico; e l'inquisitore richiede voi per testimone.
— O Dio, messere, liberatemi voi....
E così dicendo gli cadde ginocchione dinanzi, abbracciandogli le ginocchia, e piangendo amaramente. Ma il priore con tono ed atto gravissimo:
— Osereste voi richiedermi di essere contumace alle leggi della Santa madre Chiesa, e di frastornare l'opera della santa Inquisizione contro l'eresía? Fate di essere tosto al vescovado, e fate di non mostrarvi indegno dell'abito che portate.
E datogli per compagno un converso, furono tosto al vescovado, che appunto il vicario dell'inquisitore stava esaminandoaltri testimoni nel processo di Cecco, la maggior parte de' quali, essendo fatti fare ad arte ed a prezzo, avevano tirato ad aggravare il reo; e più di tutti, come il lettore crederà senza ch'io troppo mi affatichi a dirglielo, lo aggravò Dino del Garbo, che fu udito il primo, come colui che avea fatta la denunzia, e dovea confermarla in qualità di testimonio. Ma come il vicario fu avvisato da un familiare dell'Inquisizione essere giunto frate Marco de' predicatori, e' lasciò stare ogni altro testimonio, e si fece venire innanzi lui, al quale, datogli il giuramento di dir la verità cominciò l'interrogatorio in questa forma:
— Sai tu per avventura, o frate Marco de' predicatori, la cagione che io ti ho citato a questo presente esame?
— Se voi, reverendo padre in Cristo, non me lo dite — rispose tremando il frate — io non so nulla.
— Conosci tu verun eretico, o negromante, o che per eretico sia stato condannato, o che di eresía sia in qualche modo sospetto?
— Cessi Dio che de' casi fatti io ne conosca mai niuno!
— E Francesco Stabili da Ascoli, che si fa chiamare maestro Cecco, nol conosci tu?
— Ah! si, messere, il conosco.
— E non sai tu che egli fu già condannato per eretico?
— Ma so che fece penitenza, che ricredè i suoi errori, e che fu perdonato.
— E non andavi tu a udirlo leggere là in Calimara?
— Sì padre: vi andava.
— E non vi leggeva egli quel suo comento alla Sfera, che fu condannato ed arso per libro ereticale? e cui egli con tutto ciò continua ad insegnare, spregiando il fatto giuramento che più non lo leggerebbe?
— Messere, il maestro insegnò sempre dottrina cattolica.
— Ti metti tu innanzi al tribunale della S. Inquisizione, che quel libro e il suo autore condannò? — rispose il vicario tutto acceso nel volto.
E il povero frate, che per lo spavento già cominciava a perdere il discorso:
— Cessilo Iddio! cessilo Iddio!
— Udisti tu mai ch'egli insegnasse, gli uomini nascere sotto necessità delle influenze del corso del cielo; e anchemesser Jesu Cristo non essere da tale necessità ito esente; potersi per virtù di scienza astrologica indovinare le cose avvenire, e tutto il corso della vita umana, con altre ed altre proposizioni pazze ed ereticali?
— No, messere, no.
— Ricorditi tu che hai giurato sopra le Sante Dio Guagnele[35]di dire la verità?
— Lo giurai e la dico.
Allora il vicario, fatto cenno al tormentatore, frate Marco fu preso, legatogli ambedue le mani dietro, e messo alla còlla, fu tirato su e datogli un tratto. Quell'infelice mise uno strido acutissimo, e cominciò ad esclamare:
— Spiccatemi, spiccatemi, chè dirò la verità.
E spiccato che fu, lasciatogli per altro le mani sempre legate, tutto piangente disse:
— Messere, Cecco d'Ascoli insegnava tutto quello che dite voi: io credo tutto quello che mi dite ch'io debba credere: condanno tutto quello che mi dite essere da condannare.
— Udisti tu mai che Cecco impugnasse la libertà dell'umano arbitrio?
— Sì, udii.
— Che facesse incantesimi e natività?
— Sì, udii.
— Vedesti che per forza di magía si fe' cadere a' piedi la sua propria testa?
— Vidi.
— Che per forza di magía e con filtri ajutasse illeciti amori?
— Codesto, messere, no.
— Ricorditi tu, frate Marco, che giurasti di dire la verità.
— E la dico, messere.
E il vicario, fatto cenno da capo, il tormentatore prese il frate e accennava di far l'ufficio suo.
— No, messere, no: dirò tutto. Udii e vidi quello che voi dite.
— Udisti che egli si facesse beffe delle scomunicazioni papali, e ne impugnasse la efficacia?
— Udii.
— E perchè non denunziasti le predette cose alla santa Inquisizione?
— Per non ricordarmi di esserne tenuto, come ho avvertito adesso che me lo ricordate voi.
Le quali cose udite e registrate, gli fu letta e fatta firmare la sua deposizione; gli fu fatto giurare che terrebbe stretta credenza, e fu licenziato.
Ma non era finita lì. Quel povero diavolo, tutto rotto della persona, e con le braccia e quel mo' scarrucolate, uscito appena dalla sala del tribunale, gli si fe' incontro un famigliare della Inquisizione che il doveva menare alla presenza dell'inquisitore, dove giunto, quel terribile uomo gli disse con severo piglio:
— Sappine grado al priore del tuo monastero ed all'abito che tu vesti, se anche te non ho compreso nel processo di questo pateríno maledetto da Dio, di cui tu, a vituperio del tuo ordine, e a grave scandolo de' buoni cattolici, fosti uditore e seguace. Ma bada, un'altra fiata nè priore, nè abito, nè ordine, nè altra umana considerazione ti salveranno; e se ora hai trovato misericordia appresso questo sacro tribunale, allora pagheresti gravissimamente anche le pene presenti.
Frate Marco, che aveva assaggiato la tortura, e come dicevan gli antichi, non avea più osso che ben gli volesse, pensò che cosa dovesse essere l'ira e il furore del sacro tribunale, se quella usata con lui era misericordia; e tutto umile rispose:
— Reverendo in Cristo padre, della misericordia vostra ho avuta tal prova, che mai la dimenticherò. Gran mercè, messere.
— Togli, soggiunse l'inquisitore senza neppure badargli, recherai al tuo priore questa carta. Va, e il signore ti illumini.
E frate Marco, presa la carta e baciata la mano all'inquisitore, si strascicò alla meglio al convento, e fu al priore. La carta scritta dall'inquisitore diceva che frate Marco, a sua intercessione escluso dal processo, era per altro degno di pene gravissime; e però rilasciava a lui, suo prelato, ildargli quelle che gli paressero più acconce, così per esempio agli altri, come per l'obbligo strettissimo che ciascun prelato ha di non lasciare impuniti peccati simili: il perchè, il priore comandò che frate Marco fosse messo tosto nella prigione loro, e quivi sostenuto fino a comando contrario.