CAPITOLO XIII.ACCORTEZZA FEMMINILE.

CAPITOLO XIII.ACCORTEZZA FEMMINILE.

Finita la festa, la duchessa riprese i suoi pensieri di vendetta contro Cecco e di gelosía contro la Bice; e il duca, che anche durante la festa era stato sopra pensiero, cercò di affrettare con ogni sua forza gli apparecchj di guerra, perchè Castruccio si faceva sempre più minaccioso, e teneva in gran pensiero così lui come tutta Firenze. Prima cosa si pensò di riedificare ed afforzare il castello di Signa, preso pochi mesi innanzi da Castruccio, il quale, in onta dei fiorentini, vi fece battere certe monete piccole, con l'impronta dell'imperatore, che volle si chiamassero Castruccini. Ma poi, non parendogli agevole nè troppo sicuro il tenere quel castello così vicino a Firenze, fu da esso abbandonato, dopo averlo fatto ardere e tagliare il ponte sull'Arno. Ed ora i fiorentini, a spese del comune, lo murarono di belle mura e alte, con belle torri e forti, e fu fatto certa immunità e grazia a qualunque terrazzano vi rifacesse delle case. Dalla sua parte il duca mandò significando alle amistà, che vuol dire ai comuni alleati con lui, che spedissero ciascuna il loro soccorso: e ben tosto i Senesi mandarono trecentocinquanta cavalieri, i Bolognesi dugento, gli Orbetani cento, i signori Manfredi di Faenza cento, e il conte Ugo ci venne in persona con trecento fanti; e si fè la cerna dei pedoni per il contado fiorentino. Trattò parimente con Spinetta marchese Malaspina che entrasse nelle sue terre di Lunigiana, per guerreggiare da quella parte Castruccio, e soldò per esso in Lombardía trecento cavalieri: e il legato gliene diè dugento di quelli della chiesa. Insomma fu grande apparecchiamento: e tanto il duca quanto i fiorentini ne stavano a buona speranza, che avrebbero vinto e disfatto Castruccio con tutta la sua gente.

La duchessa intanto, come ho accennato nel principio di questo capitolo, pensava il modo di colorire i suoi fieri disegni contro la Bice; e questi apparecchj gliene diedero propizia occasione. Guglielmo era prode cavaliere, e moltosavio di guerra; è necessario allontanarlo da Firenze, e mandarlo a combattere per il suo signore: nè indugiò un momento a correre dal duca per ottenere da lui che a Guglielmo fosse data nobile parte nella prossima impresa di guerra; a che il duca consentì tosto, disegnando di farlo guidatore della schiera de' feditori, che si chiamavano così, perchè erano quelli che prima ingaggiavano la pugna.

Paga pertanto la duchessa, volle da se stessa annunziar la cosa a Guglielmo, per iscrutare anche qual effetto facesse tal cosa sull'animo di lui; e fattoselo venire alla presenza, gli disse:

— Lieta novella, bel cavaliere: il duca mio signore e vostro, conosciuta la lealtà e la prodezza vostra, vi dà la più onorevole prova di estimazione e d'affetto che cavaliere possa sperare. Aspetta grande ajuto da voi nella guerra che domani si intimerà; e vi fa guidatore della schiera de' feditori.

Guglielmo a queste parole rimase come percosso da fulmine; ma, celando quanto poteva il suo turbamento:

— Madonna, rispose, grande è l'onore che il mio signore vuol farmi; e mi studierò di non mostrarmene indegno. Ma quanti non ha egli tra' suoi cavalieri più savj e più prodi di me? Che diranno essi, vedendosi a me posposti? Fate madama...

— Cavaliere, tanto è riconosciuta appresso ciascuno la prodezza e la saviezza vostra, che invidia non può averci luogo. Ben mi pare essere soverchia la modestia vostra, e pajonmi strane certe vostre parole, che accennano come a mala contentezza di tale impresa. Viltà di cuore non può essere; chè ne' vostri pari, ed in voi specialmente, non cade: vuol essere dunque alcun'altra cagione; e forse la indovino. So dell'amor vostro.... Ma ricordatevi dei compagni di Ulisse.

— Madama, all'onore non ho fallito, nè fallirò mai per veruna cagione; ma per questa meno che per qual'altra si voglia. La mia donna stessa sarebbe la prima a garrirmene, e a disamarmi.

— La vostra donna!.... Guglielmo, non so chi la vostra donna sia; so solo essere una di queste fiorentine, niuna delle quali certamente non è degna di voi. Voi prode in arme; voi della più gentile stirpe di Provenza; voi bello della persona, e di bellissima maniera; a voi si conviene donna chepareggi i vostri pregj infiniti. Anche una regina di corona si onorerebbe di essere la donna del vostro cuore.

E la duchessa diceva queste parole con tale accento, con occhi così scintillanti, che Guglielmo vide doversi spengere tosto il nascente fuoco, e disse risolutamente:

— Madama, la donna del mio cuore è a me più che regina di corona; a lei mi sono donato, e tutto, fuor che l'onore, terrò per da meno nel mondo.

La duchessa si morse le labbra dell'essersi troppo lasciata andare nel discorso, e rimase punta fieramente da queste parole; e secca secca accomiatò Guglielmo così:

— A Dio v'accomando, cavaliere: domani moverete con la vostra schiera. Ricordatevi che molto si spera dalla vostra prodezza e dalla vostra saviezza.

— Potrà fallirmi la fortuna; ma il buon volere e la lealtà non mai.

E fatta riverenza, uscì.

Maria, come prima fu uscito Guglielmo, diede sfogo alla sua gelosa rabbia:

— Ah, disleale e villan cavaliere! Ed io sono stata sul punto di palesargli il secreto del mio cuore!.... o forse egli lo ha già compreso, e me dispregia così.... Maria di Valois posposta a una vile mercantessa italiana!....La donna del mio cuore è a me più che regina!No, no, non godrai, villan cavaliere, del tuo malnato amore. Forse egli già s'incammina da questapiù che reginaper darle l'addio....

Qui fece un atto di violenta impazienza, e chiamato a sè colui che avea deputato a spiare tutti gli andamenti di Guglielmo, gli disse:

— Siedi, e scrivi:

E sedutosi, la duchessa gli dettò:

«Messer Geri,

«In questo punto medesimo entra in casa vostra il cavaliere provenzale che donnea con la vostra figliuola. Provvedete all'onore dei Cavalcanti.

«Un amico vostro».

E piegatala, e fatto il recapito, aggiunse:

— Fa che tu non perda mai d'occhio Guglielmo; e se vedi che egli entri nelle case de' Cavalcanti; e tu trova tosto modo che questo foglio sia dato nelle proprie mani di messer Geri. Va.

E da capo ritornò nelle smanie.

— E questo pateríno scomunicato di maestro Cecco, che promise a me di attraversare tal pratica, egli invece è stato colui che ha trovato modo che si veggano e si parlino. E presume ancora di schernirmi, dandomi a vedere che il fece per secondare la mia volontà, giungendo per altra via al medesimo fine. Sciagurato! Ma poco ha andare che tu sarai pagato di ogni tua rea opera, tali parole disse ieri al duca il suo cancelliere rispetto a te. — E chiamato un valletto, gli comandò che fosse al cancelliere, pregandolo che gli piacesse di venire da lei. Era questo cancelliere del duca un frate minore, vescovo d'Aversa, che appunto il precedente giorno aveva dato a conoscere al duca quanto fosse disdicevole il tenere presso di sè maestro Cecco, condannato già per eretico, in voce di negromante, e mancatore al fatto giuramento di non insegnar più le sue pestilenti dottrine; ma il duca non aveva dato cenno di volersi risolvere a nulla contro di lui, cui egli riputava scienziato solennissimo, ed era anzi ambizioso di tenerselo appresso. Esso frate avea disegnato di tentare a questo proposito l'animo della duchessa, per modo che ricevè lietamente l'invito di recarsi da lei, parendogli che veramente dovesse venirgli la palla al balzo, e tosto le fu dinanzi. La duchessa accolselo dolcemente; e fattolo sedere appresso di sè, con accorto parlare gli disse:

— Messere, io sto in un forte dubbio circa la mia coscienza, e non trovo bene di me; consigliatemi voi.

— Madama, rispose il frate, gli anni migliori miei gli ho passati nello studio della loica e della teología, e tutto quel poco di frutto che posso aver fatto, mi recherei a gran merito il poterlo spendere per voi.

— Sapete che il duca, mio e vostro signore, ha qui nella sua corte maestro Cecco d'Ascoli, cui egli in gran maniera riverisce per sommo scienziato e letterato. Non so se questa scienza di lui sia così grande; ma so, che egli fu condannato per eretico a Bologna: e benchè chiedesse perdonanza, el'ottenesse mediante un giuramento di più non insegnare false dottrine, nondimeno si dice che al giuramento sia venuto meno, e che professi la eresía come prima. Se questo fosse vero, s'intende egli che sia come non fatta la perdonanza? può un buon figliuolo di santa chiesa tenerlo appresso di sè, e comunicare con lui? oppure si intende che partecipi alla scomunica chi nol fugge e caccia via?

Il frate, che vedeva essergli la palla venuta al balzo da sè inaspettatamente, non vi so dire se ne fosse lieto; ma, celando la letizia, e componendo il volto a solenne gravità:

— Madama, non ci ha dubbio che sia eretico relasso chi, condannato e perdonato, ritorni da capo al vomito; nè ci ha dubbio che partecipi alla scomunica chi, sapendolo, comunica con esso lui; nè può non tenerne gravata la coscienza chi nol caccia da sè, e nol denunzia alla santa inquisizione. Fino da ieri, sapendo di questo sciagurato ascolano, ne parlai con monsignore lo duca, pregandolo che cessasse da sè tanto scandalo, nè volesse incorrere nello sdegno e nelle censure di santa chiesa; ma egli non fece segno che gli piacessero le mie parole; e non posso dire quanto io ne sia addolorato per esso.

— Il duca ha troppo gran concetto della scienza di Cecco, e troppo gli sta a cuore di aver nella sua corte un astrologo così valente com'esso è: nè può, se non in casi estremi, risolversi a cacciarlo da sè.

— Non è scienza quella che contrasta alle sante dottrine della fede cattolica; ma è istigazione diabolica, che mette nella bocca del peccatore eretico parole e sentenze che a' volgari pajono scienza, e molti ne sono condotti a perdizione; e Dio voglia, che anche monsignor lo duca non sia sopraffatto da questo maledetto da Dio....

— Messere, voi mi spaventate....

— Ma lasciamo per ora star questo. Altro pericolo, e non lieve, porta con sè il favor dato a Cecco. Egli è ben noto a Firenze, perchè in quella sua sciagurataAcerba, fieramente si mostra avverso a Dante Alighieri, di cui questa terra tanto, e tanto degnamente, si onora; nè dubita di profferir parole di scherno contro di lui e della sua Commedia; e non dubitò parimente di scriver contro a messer Guido Cavalcanti, un altro illustre figliuolo di questa città. Il perchèpochi sono quei fiorentini che nol vedano di mal occhio, e che non si tengano come scherniti dal duca, accusato da parecchi di aver condotto seco, e di accordare il suo favore a Cecco per dispetto de' fiorentini e di Firenze. E il mal talento de' fiorentini si accresce alla giornata, perchè, non contento questo tristo di quello che contro al nome fiorentino ha scritto per addietro, studia ogni modo da accumular vituperj; ed è giunto a tale che, per via di amorazzi, cerca di svergognare le case de' grandi, come ha fatto di quella de' Cavalcanti.

— Ah! lo sapete anche voi?

— Sì, madama. Maestro Dino del Garbo mi ha informato di ogni cosa punto per punto.

— E come sta, se vi piace, questo fatto, del quale anche a me è giunto qualche odore?

— Messer Guglielmo d'Artese fu a Firenze per la signoría del potentissimo re Roberto, e pose amore a una dei Cavalcanti; tornato qua adesso, ha voluto riaccenderlo, e lo ha potuto fare per intermezzo di Cecco; di che messer Geri, padre della fanciulla, è grandemente sdegnato, per l'onta, che ne riceve la sua casa; e ne sono sdegnati molti amici di lui. Senza che, madama, questo Ascolano ha voce tra il popolo di esser negromante, e di avere continue pratiche col diavolo; e vedendolo caro al duca, pensano che anche il duca possa operare a suggestione diabolica: e hanno tanto orrore di ciò, che l'altrieri quando, dalle finestre del palagio, Cecco gettò alla gente quei fiori da lui maravigliosamente moltiplicati, cominciò a spargersi che erano fiori del diavolo, e tutti a furore corsero alla piazza di san Pulinari, e fattone un gran monte, gli arsero, maledicendo loro e Cecco, e non so se altri... Madama, il popolo fiorentino è buono: si guida, come dicesi, con un filo di seta; ma, provocato troppo, ferito nelle sue glorie e nella sua religione, potrebbe risentirsi; e l'ira del popolo è terribile.

La duchessa si mostrò molto impensierita di queste parole del frate, il quale, vedendo il momento propizio, tutto ardente di zelo:

— Madama, riprese, voi siete della cristianissima casa di Francia, e vostro avolo fu il santo re Luigi; monsignor lo duca è figliuolo di re cattolicissimo, e figliuolo prediletto della chiesa: fate di non oltraggiare la nostra santa fede. Perquesta fede adunque, per l'onore, e anche per la sicurezza di voi e di monsignore, fate che cessi un tanto scandalo.

— Messere, voi avete udito come già mi garriva la coscienza per questa cosa di maestro Cecco, e i vostri savj ricordi mi hanno sempre più infiammata ad essere buona e divota figliuola di santa chiesa; e vi prometto che pregherò con quelle più efficaci parole che io posso il duca mio signore a fare altrettanto, e a togliersi da dosso questa vergogna. Solo mi parrebbe di dover procedere con qualche riguardo, amando egli troppo Cecco, ed aspettare il momento opportuno, che non può fallire, assicurandosi quel perduto sull'amore del duca, e pigliandone troppa baldanza. Pare a voi che si possa fare?

Il vescovo provò con sue ragioni teologiche potersi differire, quando si faceva perchè l'effetto fosse più certo; e rimasti d'accordo che ciascuno dalla sua parte si studierebbe per ogni via di affrettar la pena delle scelleraggini di Cecco: senza accorgersi il vescovo che ajutava un disegno della duchessa dove la religione non aveva nulla che fare, si separarono.


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