CAPITOLO XIX.LA CENA DI SETTIMELLO.

CAPITOLO XIX.LA CENA DI SETTIMELLO.

Maestro Cecco, senza metter tempo in mezzo, si dispose a cavalcare verso Prato, lieto in cuor suo che il duca gli avesse così dato modo di riveder Guglielmo, il quale s'immaginava dovere stare in grande angoscia per la sua Bice; e come sapeva fino ad un puntino in che modo erano ite le cose, e già aveva pensato un suo disegno, così, per aver modo più agevole di colorirlo acconciamente, volò da frate Marco:

— Frate Marco, ho mestieri del vostro ajuto.

— Cosa ch'io possa...

— Sareste acconcio di cavalcar meco sino a Prato? Io sono poco pratico delle vie.... e poi potreste giovarmi molto in cosa di gran momento.

— Salva la volontà del mio prelato, eccomi qui tutto per voi.

E chiesta ed ottenuta la licenza dal priore, montarono tosto a cavallo ambedue, e mossero da Firenze verso mezzo giorno, facendo assegnamento di essere a Prato non prima di nona, perchè sapevano che le vie erano male agiate, e per la tempesta dei giorni passati, e per i guasti che aveva fatto la gente del duca, col fine di trattenere più che fosse possibile Castruccio, se mai avesse avuto intenzione di venire contro Firenze, come molti temevano. Ma quando furono a un terzo di cammino, si levò da capo un vento così furioso, e un nevischio così fitto e sodo, che i due cavalcatori doveano far gran forza per andare innanzi, ed appena potean tenere gli occhi aperti, tanta era la furia di quel nevischio che dava loro nel viso; ed i cavalli medesimi s'impennavano e ritrosivano; e spesso dovevano fermarsi per cansare un poco il furore di quel tempo indiavolato. Laonde, arrivati con grande stento a poche balestrate di là da Sesto, si erano veduti quasi al perso; e se non che frate Marco si ricordò che il priore di Settimello era suo conoscente, non avrebber saputo proprio come fare, e sarebbero dovuti riparare in uno di que' miseri casolari di lavoratori, con poca sicurezza per avventura dell'avere e della persona, essendo allora quelle campagne infestate da' malandrini.

La ricordanza del priore di Settimello richiamò le smarrite forze ne' due viandanti; e vincendo stenti e disagj, arrivarono alla chiesa dopo vespro. Settimello era, come è anche adesso, un piccolo borgo di poche case con una prioría, posto lungo la via di Barberino di Mugello, alla base occidentale del poggio ora detto leCappelle, e che forma uno degli sproni meridionali di Monte Murello, presso dove termina, o meglio incomincia, la fertile pianura di Sesto. Questa piccola terra non è ricordata nella storia per niun fatto notevole: solo gli ha dato fama l'essere stata patria del più valente poeta latino del risorgimento delle lettere, dico quell'Arrigo o Arrighetto da Settimello, lodato scrittore della fine del secolo XII, noto specialmente per un poemetto elegiaco, intitolato:De diversitate fortunae, et philosophiae consolatione, operetta stata un tempo in gran pregio, che serviva nelle scuole per esempio di buona latinità, e della quale ce ne ha una pregevolissima traduzione italiana del secolo XIV.

Era priore di Settimello nel tempo che qui discorriamoser Giovanni da Vicchio; un ometto di quarant'anni, o poco più, piccolo assai della persona, ma atticciato e rubizzo: acceríto naturalmente, che gli si sarebbe potuto accendere uno zolfanello sul viso: sciatto assai nel vestire: pronto e vivacissimo parlatore, benchè di piccola dottrina; amante del viver lieto; vago del vino e dei buoni bocconi; ma poi buona pasta d'uomo e buon prete. Aveva costui una fante, che si chiamava la Simona, vecchia oramai, cerpellina, secca spenta, e un poco zoppa da un piede: scrupolosa e divota per modo che non sarebbe mai uscita di chiesa: svenevole negli atti e nella voce; seccatora ed uggiosa quanto ne può entrare in una donna; ed oltre a questo, essendo oggimai vent'anni che stava col prete, aveva preso in casa tal padronanza, che quel pover uomo alle volte ne avrebbe rinnegata la pazienza, e levatasela d'attorno. Ma, come la Simona avea le man benedette, e gli sapea fare certe pietanzine ghiotte e appetitose da far risuscitare anche un morto, così piuttosto si rassegnava a ingollare qualche amaro boccone, e molte volte chiudeva gli occhi, e figurava di non sentire, per non trovarsi a perdere così valente cuoca.

E quella sera appunto la Simona era in gran faccenda per una cenetta più allegra del solito; frutto di certo grasso mortorio, che il sere ci aveva avuto il giorno innanzi: e già incominciava a preparare tutto il bisognevole per la cucina, quando i due viandanti entravano in paese.

Settimello a quell'ora e a quel freddo pareva un deserto; e maestro Cecco con frate Marco non si abbatterono in anima viva. Arrivati alla canonica e picchiato all'uscio, nè alla prima nè alla seconda niuno rispose, e già i due assiderati temevano di dover avere la mala notte; ma picchia e ripicchia, si udì un vocione di terreno gridare:

— Chi è costà?

Il frate riconobbe la voce del sere, e non fu tardo a rispondere:

— Son io, sere Gianni, son frate Marco di S. Maria Novella; aprite, per l'amor di Dio, chè si spirita dal freddo.

Il prete, riconosciuta la voce del frate, aprì senza indugio, e fatta a lui e al suo compagno lieta accoglienza, li fece passare di là, ed acceso prima di tutto un bel fuoco, e dato loro un bicchier di vernaccia, gli riconfortò tutti.

— Che gran cagione, frate Marco, vi muove a uscir da Firenze con questa furia di tempo? E, se vi piace, chi è cotesti che vi accompagna, e che all'abito sembra persona di gran qualità e di scienza? domandò sere Gianni.

— Questi, rispose il frate, è veramente uomo di gran qualità e solenne maestro; egli è maestro Cecco d'Ascoli, poeta, filosofo, astrologo, medico, e tutto quel che volete. Egli si è mosso veramente per grave cagione da Firenze; chè deve ire a Prato, a medicare per comando di monsignore lo duca Carlo, un gran signore provenzale, rimasto ferito nella battaglia sotto Pistoja; ed io son venuto solamente per compagnía di esso, chè da lui imparo astrología.

Il prete era, come ho detto, uomo di non molta dottrina, anzi era piuttosto idiota che no, e forse, o non aveva mai sentito mentovare Cecco, o ben poco ne sapea; ma, udendolo tanto celebrare da frate Marco, incominciò a giocar d'inchini e di riverenze; e fattogli un monte di profferte, condusse ambedue in una camera, che si riposassero un poco, ed allogati i cavalli alla meglio, chiamò la Simona, ordinandole che facesse la cena più abbondante, ed ammazzasse di più quattro piccioni da fare arrosto, chè voleva farsi onore coi nuovi arrivati: egli poi penserebbe a trovar giù in cantina un par di fiaschi di quello proprio pisciato dagli angeli.

— Messere, disse la Simona, abbiate un poco di discrezione; io or ora son vecchia, e ho un par di braccia sole: è già passato vespro da un pezzo: come si fa così su due piedi a far quasi una cena di sana pianta?

— Va, va, monna Simona: sii buona, via, per istasera; non mi fare scomparire: eppure a frate Marco gli vuoi bene anche tu!... e quell'altro, sai, è un gran teologo, un mezzo santo.

La Simona, scotendo il capo, andò al lavoro; e il prete ritornò dai forestieri, e mostrò a Cecco la chiesa e tutta la canonica, infino alla cantina e al pollajo e alla piccionaja. Egli era quella sera più lieto del solito, e lo mostrava nel parlare e negli atti; per modo che a Cecco gli piacque assai, e studiatolo per tutti i versi, conobbe poter essere uomo acconcio al proposito suo.

Intanto fra una cosa e l'altra, e tra il motteggiar del frate, e tra le spesse visite, che or l'un or l'altro dei trefacevano in cucina a monna Simona, la quale ne mostrava assai fastidio, venne l'ora della cena; e si misero tutti a tavola. La Simona era ritrosa e brontolona, come ho detto; ma al padrone era affezionata, e aveva caro che si facesse onor cogli amici, ed era ambiziosa di far vedere la sua perizia nel far da cucina; e però la cena riuscì veramente gustosa, e lo stesso prete ne la lodò assai, unendo le sue alle lodi dei forestieri. Non mancarono i lieti ragionari, e i motti, così del prete come di maestro Cecco, il quale era alle volte di umore piacevolissimo.

— Sere, disse Cecco tra l'altre, pare che la vostra chiesa vi renda assai bene, se potete apparecchiare così gustosi mangiari, ed avete nella cella di questi vini così squisiti.

— Maestro mio, rispose il prete, e che altra satisfazione abbiamo noi che in queste tre dita? — e misurossi con tre dita della mano la gola. — Qua le leggi sopra i conviti non ci arrivano; e un bocconcíno buono, e un buon gotta di vino, ci tengon luogo di tutti gli spassi e di tutti i sollazzi che si hanno per le città. E come qua non arrivano neppure le leggi sopra i mortorj, e ieri vi fu un assai ricco mortorio d'un gran cittadino di Firenze, che ha una gran possessione qui presso, così oggi ho voluto fare un po' di rialto, e son proprio lieto che siate capitati voi altri; chè, la roba mangiata in buona compagnía ha miglior sapore il doppio; e approda più, e fa miglior sangue. Ho detto in buona compagnía, perchè quella che mangiai anno in compagnía di altri, mi mise veleno, e mi par di averla sempre qui alla gola.

E domandandogli maestro Cecco ed il frate che cosa volesse dire con quelle parole, il prete continuò:

— Dovete pur ricordarvi che nel passato anno Castruccio disertò quasi tutto il contado pistojese, e tutto il contado fiorentino, correndo fino sotto le mura di Firenze; e dovete ricordarvi che tra le castella corse e distrutte da lui vi fu Calenzano a poche balestrate di qui; ed io reputo a miracolo del mio Santo, se io e la Simona siam vivi tuttora. Ma la vita la comprai cara: mi si piantarono qui in casa tre caporali della gente di Castruccio; e quei maledetti da Dio facevano del mio come del loro; e per maggiore scherno volevano che io mangiassi con loro, perchè avessi anche ilmartoro di vederli gavazzare con quella grazia di Dio che avevo in casa.

E diceva queste parole con gli occhi così stralunati, e con atto di tanta stizza, che un poco era una compassione, ed un poco una festa a vederlo.

— Comprendo anch'io, rispose Cecco, deve essere stato un grande strazio per voi. Ma oramai acqua passata non macina più; e stasera non si deve parlare se non di cose liete. Oh! a proposito — soggiunse, quasi gli tornasse in mente cosa lasciata indietro, ma per entrare a trattare del proposito — questa non è la strada che mena in Mugello?

— È, rispose il prete.

— Ditemi, se Dio vi dia bene, il monastero di S. Piero è molto lungi di qui?

— Oh! è assai di lungi: tre ore di cammino bastano a fatica per giungervi. Pensate se io lo so! Sono familiare di madonna la badessa, che è una dei Cavalcanti, la quale fa sempre capo a me per ogni suo bisogno.

Se maestro Cecco fu lieto di apprender ciò, non è qui bisogno di dirlo; ma, dissimulando la sua letizia:

— Sentite, frate Marco? Ed appunto voi dovete conferire con quella badessa per cosa che importa. Il sere qui potrà efficacemente ajutarvi.

E così dicendo, ammiccò al frate che lo secondasse. Ma il frate, non indovinando se non così in nube a che cosa si riferissero le parole di lui, si teneva sulle generali:

— Eh sì, il sere può efficacemente ajutarmi, ed io ne lo pregherò.

— Eccomi qua tutto per voi, disse il prete, e per maestro Cecco, il quale tanto mi piace, che mi pare di essere suo amico da cento anni in qua.

E il maestro, per sempre più farselo suo:

— Proprio vero che i sangui s'incontrano; ed anch'io, vedete, sere Gianni, mi pare di essere vecchio amico vostro, tanto schietta e tanto piacevole, e tanto benigna persona voi siete. Ma, tornando al monastero, è molto tempo che non siete stato colà?

— La cosa è fresca fresca: ne venni due sere sono.

Frate Marco, che cominciava a indovinare il pensiero diCecco, per agevolargli la via alle sue richieste, domandò egli al prete:

— Oh Dio! quanto mi piace che siate conoscente della badessa! Voi sapete com'io sono famigliare de' Cavalcanti di Firenze, e forse potete aver saputo come messer Geri de' Cavalcanti abbia in quel monastero rinchiusa una sua figliuola.

— Potete aver saputo? Ho veduto, voi avete a dire. Povera fanciulla! Vi accerto che fa pianger le pietre. Ma perchè fu rinchiusa così?

— Vi dirò, questa fanciulla ama un cavaliere provenzale....

— Il più nobile, più gentile e più cattolico cavaliere di tutta Provenza — interruppe Cecco.

E il frate, continuando al primo detto:

— Un cavaliere provenzale, che, siccome ben dice il maestro, è il fiore de' gentili cavalieri; e questi arde di pari amore per lei, e vorrebbe torsela per donna. Ma il padre non vuol sentirne parlare nemmeno, e piuttosto che vederla a lui maritata, l'ha, si può dire, seppellita viva così.

— Debb'essere un padre ben crudo quel messer Geri, esclamò il prete.

— E però vedete, bell'amico, sarebbe opera da vero cristiano l'ajutare il buon esito di questo amore: e voi lo potreste; chè siete familiare della badessa, la quale è de' Cavalcanti, come avete detto dianzi, e debb'essere parente di messer Geri.

— I Cavalcanti, dei quali è la badessa, sono per avventura consorti della case onde esce messer Geri, ma assai alla lontana — entrò qui a dire frate Marco.

— Ma, ripigliò Cecco, voi che foste ier l'altro a quel monastero, come si porge umana la badessa inverso la sventurata fanciulla?

— Una madre, disse il prete, può arrivare fin lì; e quando essa è lontana ne parla con tanto affetto e con tal pietà, che si stenta a comprendere qual di loro due sia più addolorata.

Cecco aveva compreso quanto bastava; e però senza moltiplicar domande, provò a venir a mezza spada così:

— Sere Gianni, fate quest'opera pietosa; venite con essonoi di qui a qualche dì fino al monastero, e vediamo se fra tutti si riconduce alla vita quella povera fanciulla.

E il prete, che, siccome ho detto, era meglio del pane, non solo disse che sarebbe stato sempre disposto al piacere di Cecco, ma se ne mostrò invogliato quanto lui.

Dopo ciò ricominciossi a parlare di cose piacevoli ed a motteggiare, quando tutta rossa nel viso, unta e bisunta, entrò la Simona co' quattro piccioni arrosto, così ben crogiolati, e con un odore così ghiotto che dicevanomangiami, mangiami. Posato il tagliere sulla tavola, ed invitato maestro Cecco a spezzargli, come prima fu per infilar la forchetta in uno di essi, si vide rimpennato e levare il volo per la stanza; a che il maestro disse ridendo:

— Monna Simona, se Dio vi dia bene, come volevate voi che mangiassimo il piccione vivo?

La povera Simona, non che avesse balía di rispondere, ma rimase stralunata ed a bocca aperta, nè sapeva che si pensare; e il prete non fu meno stupefatto di lei. Anche frate Marco, benchè sapesse quanto maestro Cecco fosse valente in opera di prodigj, pure, non aspettandosi allora quello, ne rimase un po' stupito; mentre maestro Cecco, come se non toccasse a lui, tirava a spezzare gli altri piccioni; e finito che ebbe, porse il tagliere al prete che si facesse la parte sua. Ma il prete, il qual fino allora aveva accettato ogni cosa portagli da lui, questa volta non aveva cuore di accettare, e ci andava come la serpe all'incanto. Pure alla fine si vinse; e a tutti, fuorchè alla Simona, che sempre era rimasta lì insensata, riuscì il prendere la cosa in giuoco. Riavutasi un po' la Simona, fu anche ella cercata di persuadere che del piccione non era stato se non un giuoco: e la cosa sarebbe rimasta lì, se maestro Cecco non avesse voluto burlarsi un altro poco del prete e della serva. Venute le frutte, e presentatone un tagliere a maestro Cecco, come prima egli ci ebbe messo le mani, spariron tutte: preso il fiasco del vino per mescere, nel bicchiere suo il fiasco versò il solito vino, e in quello del prete acqua limpidissima: la lucerna cominciò a dare una luce rossa come di sangue; per modo che il prete e la Simona spaventati fuggirono, l'una chiudendosi in camera, l'altro correndo in chiesa per armarsi de' suoi paramenti, ed esorcizzare maestro Cecco. Frate Marco andòdietro al prete, e con quelle parole più efficaci che poteva lo accertò non essere i prodigj operati dal maestro opera diabolica, ma frutto di lungo studio e della sua grande scienza; ed alle parole del frate si aggiunsero quelle di Cecco stesso, che anch'egli era venuto dal prete, facendogli vedere come il piccione volato era uno di quelli di piccionaja, da lui preso nel girar la canonica, e nascostoselo dentro una manica; e come fece le altre cose glielo mostrò, e glielo spiegò minutamente.

Il sere rimase chiarito quasi del tutto; ma, siccome era di già parato, ed ogni dubbio non gli era uscito ancora affatto dal cuore, così volle fargli l'esorcismo in tutte le regole, per vivere del tutto sicuro, alla qual cosa Cecco si prestò di buon animo: e dette le orazioni preliminari, e fatte le aspersioni dell'acqua santa secondo il rito della chiesa, venne a chiedere il nome dello spirito maligno con questa orazione:

«Spirito immondo, che occupi questo corpo, qualunque tu sia, per i meriti della gloriosa passione, resurrezione e ascensione del nostro signore Gesù Cristo; per la missione dello Spirito Santo e per l'avvento di lui, ti comando, qualunque tu sia, che mi manifesti e mi dica il tuo nome, il giorno e l'ora della tua uscita dal corpo col segno dello spegnere il lume. Da capo ti comando per i meriti della gloriosa Vergine Maria madre di Dio, di san Zenone, di sant'Ambrogio e di san Gimignano, di tutti i santi e sante di Dio, che tu mi manifesti e mi dica il tuo nome, e il giorno e l'ora della tua uscita, col segno dello spegnere il lume.»

E ripetè questa intimazione con poca varietà anche la terza volta. Lo spirito naturalmente non rispose nulla, e il prete badava a dire con più fervore tutte le lunghe orazioni del rituale, aspettando se nulla uscisse di corpo al maestro. Il quale mal si potea tenere di non ridere, e ne avrebbe fatta qualcuna delle sue da fare spiritare quel buon sere; ma se ne ritenne per timore di sdegnarlo, e di non poter poi giovarsene più per la faccenda del monastero di s. Piero. All'ultimo, vedendo che il diavolo non rispondeva, e vinto dalle parole di frate Marco e del maestro stesso, fu persuaso che questi non era il diavolo, nè aveva diavoli addosso; eaccompagnati i due ospiti nella camera loro assegnata, andò a letto anche lui.

Se il prete per altro era persuaso che Cecco fosse un uomo come gli altri, non era persuasa per niente la Simona, la quale, serratasi in camera, si mise in ardente orazione, tirando giù tutti i santi del paradiso: rifrustò per il soppidiano tutte le reliquie, che ne aveva un subisso, e l'appiccicò tutte all'uscio della sua camera, perchè il diavolo si spaventasse di accostarsi; e prima di entrare nel letto, altre di esse ne mise sotto il capezzale; e si rannicchiò tutta sotto le lenzuola, biasciando avemmaríe, e ripensando ai prodigj di Cecco, e con la paura addosso di sentir qualcosa per casa. Insomma stette tutta quanta la notte con l'animo sollevato, e non potè chiuder occhio.


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