CAPITOLO XL.LA VENDETTA SI MATURA.

CAPITOLO XL.LA VENDETTA SI MATURA.

Alla corte del duca era per quel giorno ordinato un grandissimo convito, e dovevano esservi, col conte e con Guglielmo a cui onore si faceva, il gonfaloniere di Firenze con tutti i priori; ma prima volle il duca conferire co' due capitani le cose della guerra; perchè, se il popolo e la città vedevano solo quel che appariva di fuori, egli sapeva quel che celavasi dentro, e comprendeva bene che, se erano state veramente splendide le recenti vittorie, Castruccio non era per questo abbattuto, e ci bisognava molta forza e molta arte a sì grandeeffetto; tanto più che erano venute sicure novelle come il Bavaro si avvicinava con la sua gente alle parti di Toscana; e questa era la cagione perchè aveva comandato al conte di ritornare a Firenze con tutta l'oste, che male sarebbe stata sufficiente contro al Bavaro ed a Castruccio.

Di queste cose che il conte e Guglielmo ignoravano, come ignoravale ciascun altro, fuorchè il duca d'Atene, informò il duca i due capitani; e come lo stesso duca d'Atene era presente a questo colloquio, si deliberò lungamente che partito fosse da prendere, e si prese, come è naturale, quello di fare uomini e denari quanti più si poteva: benchè il poter aver denari dai fiorentini era cosa assai malagevole, dacchè il comune di Firenze in un solo anno di signoría si trovò speso più di cinquecento migliaja di Fiorini d'oro, che per quel tempo sarebbe stato gran cosa ad un gran reame; e tutti erano usciti dalle borse de' fiorentini: onde ciascun cittadino si doleva forte.

Per la qual cosa si propose di pensare maturamente ad ogni occorrenza, e che così il conte come Guglielmo sarebbero stati spesso a consiglio col duca per questa cagione.

Dopo ciò il duca e gli altri ritornarono nella gran sala, dove il gonfaloniere e tutti i più segnalati uomini della Corte stavano raccolti, trattenuti cortesemente dalla duchessa; e senza dar nulla a conoscere, continuarono i lieti ragionamenti e le lodi a' due capitani vittoriosi. Lodi molte non mancarono a maestro Cecco d'Ascoli per la sua predizione avverata; e il duca stesso; un poco perchè veramente il credea, e dal buon esito di questa impresa argomentava l'ottimo fine della guerra; ed un poco per dargli in cospetto degli avversarj suoi un pegno d'affetto e di estimazione, acciocchè si temperassero contro di lui, si volse ad esso dicendogli parole di gran bontà e di grande affetto, e lodandolo per il più grande scienziato di quel tempo.

L'esempio del duca fu ben tosto seguitato da parecchi cavalieri, e dal conte stesso; e più che da tutti da Guglielmo, a cui non pareva vero di avere questa occasione di parlare a lungo con maestro Cecco, il quale ebbe agio di accertarlo che messer Geri ardeva di vederlo suo genero, poco men che la Bice di vederlo suo sposo; e che facesse di trovar tostofrate Marco, come prima avesse un poco di tempo libero, il quale gli avrebbe detto molte e molte cose.

Se la duchessa e il cancelliere si rodessero dentro del vedere così carezzato dal duca e dagli altri Cecco d'Ascoli è facile l'indovinarlo; e benchè la duchessa, come accennai qua dietro, non avesse più vera gelosía per l'amor di Guglielmo con la giovane Cavalcanti, nondimeno tanto la indispettiva quel veder Guglielmo sì affezionato all'Ascolano, e tanto dall'altra parte si sdegnava della baldanza che esso mostrava dinanzi a lei, che non avea bene di sè, e non pensava se non a veder di condurlo all'estrema rovina.

E non stette molto, come prima uscì dalla sala, che volle veder il vescovo di Aversa, il quale fu a lei immantinente.

— Vi eravate apposto, messere, quando diceste che l'Ascolano sarebbe tornato qua: e con che baldanza è tornato, l'avete veduto anche voi, dopo l'avventuroso successo di questa guerra; quasi ne fosse stata cagione la sua profezía; e dopo le lodi avutene dal duca stesso. E' deve per certo averlo incantato; e parimente quel messer Guglielmo....

— Madama, lasciatelo scorrazzare a suo senno; e siate certa di questo: ora che è tornato qua, non uscirà dalle nostre mani. Fia buono per altro l'addormentarlo quanto più si può; e però voi stessa, porgetevi con esso lui non tanto acerba: dissimulate più che potete; se vi riesce, simulate altresì, dicendogli qualche lusinghevole parola. Così vi sarà più agevole il tirarlo a far cosa, che possa dispiacere anche a monsignore lo duca, la cui protezione, non che possa impedire il corso della giustizia divina, la quale si sta preparando per opera della S. Inquisizione; ma potrebbe ben tardarla, o temperarla.

— E che cosa posso io indurlo o a dire o a fare?

— Che cosa appunto non saprei nè dirlo, nè pensarlo; ma è senza dubbio più agevole che capiti il bello, quanto maggiori occasioni gli porgete di starvi attorno, e ingolfarlo in quella sua pazza astrología.

— Parmi il vostro savio consiglio, e il seguirò.

— Ad ogni modo poi il disegno nostro sarà colorito. Maestro Dino del Garbo, così buon cattolico com'egli è, si tiene gravata la coscienza del più indugiare a denunziarlo; e l'avrebbe già fatto, se non fosse stato che alla vostrasignoría piacque si aspettasse; e lo farà tosto che a voi paja opportuno.

— Non andrà molto che maestro Dino, e voi, e tutti i buoni figliuoli di santa chiesa vedranno cessare questo obbrobrio della mia corte; e piacemi il vostro consiglio di sempre più affidarlo, simulando con esso benignità, per dar materia alla sua vana baldanza di sbizzarrirsi anche più.

— Egli vive pure a fidanza di messer Guglielmo d'Artese, che, dopo le ultime imprese massimamente, ha grande autorità presso monsignor lo duca, e che ama Cecco maravigliosamente, come colui per la cui arte sottilissima messer Geri dei Cavalcanti ha richiamato appresso di sè la figliuola, e consentito che il cavaliere sia suo genero.

— Che un sì prode e gentil cavaliere, e di sì grande lignaggio quale è messer Guglielmo, abbia a essere sposo a questa pulzelletta di tanto piccola nazione, parmi troppo peccato; egli che avrebbe potuto fare ambiziosa di sè quasi una donna di casa reale!

— Madama, i Cavalcanti per altro sono di sangue gentilissimo, e la figliuola di messer Geri è quanta bellezza e quanta gentilezza può trovarsi in tutta Firenze, dove pure sono belle donne e gentili.

La duchessa a queste parole fece un atto di alto dispregio, e rispose:

— Chi così vuol così s'abbia, nè di ciò vo' che mi caglia gran fatto. Pensiamo solo al proposito nostro, per il quale seguiterò il vostro consiglio. Domani si fa l'esequie di quel cavalier provenzale, che fu ucciso a S. Maria a Monte, mentre insieme con messer Guglielmo montava sulle mura del primo cerchio. Fate che maestro Cecco sia vigilato; avvertitene anche maestro Dino; e se caso si desse da poterlo tirare in qualche imprudenza, fate che non si trascuri.

E il vescovo d'Aversa uscì tosto, per andare a conferire la cosa con Dino del Garbo.


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