CAPITOLO XLI.SUOCERO E GENERO.
Mentre il vescovo di Aversa teneva questo colloquio con la duchessa, Guglielmo, accompagnatosi con Maestro Cecco, lo cominciò a domandare di ogni minimo che circa alla sua Bice ed a messer Geri, ed egli lo accertò così in generale che il vecchio era al tutto cambiato, e non vedeva l'ora di farlo suo genero; ma che per più minuti particolari era da far capo a frate Marco, il quale avrebbe senza dubbio trovato allora al convento, quando a lui piacesse l'andarvi. E come Guglielmo non desiderava altro, così egli vi fu in meno che non balena. Frate Marco, vedutolo e salutatolo, entrava in ragionamenti della guerra, delle lodi sue, del suo valore, delle sue glorie; ma il cavaliere:
— Deh! bel frate, lasciate stare adesso codeste cose. Voi meglio di me sapete per cui l'ho fatto, se ho fatto qualche cosa, che meriti lode. Parlatemi di essa, se Dio vi dia bene; ditemi di messer Geri.
— Le case de' Cavalcanti sono albergo della gioja e della contentezza, che solo è menomata dal desiderio di vedervi la persona vostra; e se il desiderio della Bice è grande, grandissimo è adesso il desiderio di messer Geri; a cui ho promesso pur dianzi che vi avrei condotto a lui come prima vi fosse dato l'andarvi.
— Così vi potessi esser tosto?
— E tosto vi saremo, soggiunse il frate.
E messisi senza mezzo in cammino, furono alle case de' Cavalcanti, dove messer Geri e la Bice stavano nella più grande ansietà, aspettando l'uno e l'altro di momento in momento che comparisse loro dinanzi il cavaliere. E l'ansietà di messer Geri era maggiore per avventura di quella della Bice, tanto era rimasto preso dalle prove fatte dal cavaliere, e tanto era rimasto abbagliato dagli onori, e dalle acclamazioni fattegli così dai signori come dal popolo. Egli non aveva terreno che lo reggesse: passeggiava su e giù per la stanza: mettevasi a sedere, e tosto rialzavasi, per farsialla finestra, e vedere se spuntasse nessuno dal capo della via; ed appunto mentre era alla finestra, benchè la vista avesse mal ferma, gli parve aver veduto metter piede in casa sua un cavaliere con altra persona, che ben non potè discernere, ma gli parve frate Marco; e non avendo un dubbio al mondo che fossero dessi, fecesi egli medesimo all'uscio della stanza, nè prima furono in capo alla scala che Geri, scorto il cavaliere, gli si fece incontro, e stesagli la mano:
— Cavaliere, ora non siete più straniero, ma figliuolo dilettissimo di questa terra; e non può nè dee, chi questa terra ama, non amare e non riverir voi; ed io vi amo e vi riverisco quanto altro fiorentino.
— Messer Geri — riprese il cavaliere, baciando riverentemente la mano al vecchio — anche quando voi mi tenevate per istraniero io vi amava, e vi riveriva come padre carissimo; nè poteva non farlo, se a colei siete padre, la quale, dopo Dio, amo sopra ogni cosa quaggiù, e per cui sola mi è cara la vita e la gloria. Pensate dunque che debbo fare adesso, che più straniero non mi tenete, e per poco mi amate qual caro figliuolo.
— Più che caro figliuolo, dovete dire; chè per voi rifiorisce il giglio fiorentino, sfiorito da parecchi anni in qua tante e tante volte. Ma voi, disse sorridendo, voi cercate qualcosa con gli occhi; e senza fallo parvi che qui manchi qualcuno.
Guglielmo non rispose, se non quanto troppo bene significò il suo desiderio con un lieve assentire del capo, e con un sorriso tenerissima: frate Marco però, stato muto fino allora, per iscrutar bene l'animo dei due, ed accortosi che l'uno era tenerissimo dell'altro, non dubitò di dire:
— Messer Geri, se il cavaliere cerca con gli occhi quel che certo sapete, e lo desidera ardentemente, dovete desiderar voi di consolarlo, e di consolare la vostra dolce figliuola, e voi stesso.
— E voi altresì, che tanto amore portate alla casa nostra, e tanto pregiate il cavaliere. Or'ora saremo lieti tutti quanti.
E sì dicendo uscì dalla stanza.
Il cavaliere e il frate rimasero con la certezza che il vecchio sarebbe tosto ritornato insiem con la Bice; e veramenteegli fu di subito alla figliuola, alla quale detto con parole e con atti di vera contentezza che il cavaliere l'attendeva, la prese caramente per mano, e andarono colà dov'erano il frate e Guglielmo. Qual fosse, ne' pochi momenti che precederono il loro incontro, il cuore de' due amanti, quanto dolci i pensieri, quanto il desiderio, io nol significo qui, perchè le più efficaci parole ch'io potessi trovare, sarebber sempre minori del vero; e chi ha cuor gentile, ed ha amato davvero, può da sè stesso immaginarlo. Quando poi messer Geri comparve sulla soglia dell'uscio con la Bice per mano, e i due amanti si furono veduti, non poteron tenersi che l'uno non corresse desiosamente incontro all'altro e castamente si abbracciassero, dandole Guglielmo un amoroso bacio sulla fronte, non senza un sorriso del vecchio Geri, che palesava tutta la contentezza dell'animo suo; e:
— Figliuoli, esclamò tutto commosso, così Dio vi benedica di lassù, come qui vi benedico io; e vi conceda lunga e prospera vita, con adempimento d'ogni desiderio vostro.
— Primo e più vivo desiderio mio e del mio Guglielmo è il vedere contento te per lunghi anni, te, che della felicità nostra sei l'unico autore.
E volta a Guglielmo:
— Guglielmo mio, quanto sono felice!
— E perchè, se testè indovinasti così bene il mio cuore, rispetto al tuo buon padre, ed hai parlato per me, non lo hai indovinato anche adesso, e non hai detto:Quanto siamo felici!
La Bice si volse a lui con amoroso sorriso, quasi in atto di ringraziarlo del gentile pensiero, quando messer Geri tutto lieto:
— Frate Marco, ecco venuta anche la vicenda vostra: vi promisi che benedireste voi l'anello alla mia Bice: fate adunque di averne licenza da messer lo vescovo, chè in capo a otto giorni si hanno a fare le sponsalizie.
La Bice e Guglielmo si guardarono amorosamente; e quasi mossi da una forza medesima, abbracciarono ambedue il buon vecchio, a cui frate Marco rispose:
— Messere, sempre ho mirato a questo santo fine dell'amore della Bice vostra; e potete immaginare con che ambiziosa gioja io compirò il sacro ufficio. Ma più efficacementedi me ci ha avuto che fare un altro, a cui senza dubbio parrebbe troppo doloroso il non partecipare alla gioja comune; il non potere accertarvi della sua osservanza per voi, e per la casa dei Cavalcanti...
— Parlereste voi di Cecco d'Ascoli? — disse rivoltandosi come un aspide messer Geri.
— Sì messere, di maestro Cecco d'Ascoli.
— Ma dimenticate voi ch'egli è eretico, negromante e nemico del nome mio? Non voglio in modo veruno che le sponsalizie di questi figliuoli miei sieno contaminate così, nè abbiano così triste augurio.
— Padre mio e mio signore, disse Guglielmo, maestro Cecco è savia e discreta persona: credetelo a me, che più d'ogni altro lo conosco, e che meno d'ogni altro vorrei aver tristi augurj alle mie sponsalizie.
— Voi messer Geri, continuò il frate, voi avete sempre negli orecchi le dicerie di maestro Dino del Garbo contro il savio maestro; ma da che sieno mosse le sue ebbre parole voi pur il sapete; e avete pur toccato con mano quanto è forsennato il suo sdegno, e la sua invidia. Maestro Cecco, siatene certo, è, come dice messer Guglielmo, savia e discreta persona; filosofo e scienziato de' più solennissimi; e il nome dei Cavalcanti riverisce ed onora; e Firenze ama come sua seconda patria....
— Ed io stesso, ritoccò Guglielmo, io stesso l'ho udito, nella presenza di monsignor lo duca, celebrare questa nobile terra, e raccomandare ad esso la libertà e il buono stato di lei.
E come Geri scoteva il capo in segno di dubbio; ma agli atti del volto accennava di lasciarsi piegare; così anche la Bice volle dire una parola:
— Sì, babbo mio dolce, maestro Cecco è buono, e ama tanto il mio Guglielmo, e te onora....
— E tu, che sai tu di maestro Cecco? — rispose Geri, rompendole le parole in bocca — e quando lo hai tu veduto o uditolo, che sei stata fin qui sotto la custodia di suor Anna in Mugello?
La Bice si era dimenticata che del fatto di Mugello quando erano stati colà Guglielmo e maestro Cecco, suo padre non ne sapeva e non doveva saperne nulla, e tardi si accorsedi essersi lasciata andare un po' troppo, nè trovava a un tratto che cosa rispondere; il perchè, accortosi frate Marco del costei titubare, la tolse egli d'impaccio:
— Messere, io sono stato per commissione vostra due volte in Mugello, e come ho parlato in bene a voi di maestro Cecco, così ne ho sempre parlato anche con la damigella. E qui vi ripeto che egli è savio e discreto; e vi riprego che vogliate dare ad esso la consolazione di esser presente anch'egli alle sponsalizie, e di partecipare alla contentezza comune, soddisfacendo al lungo suo desiderio di far riverenza a voi, e di profferirvisi.
E dacchè alle preghiere del frate unirono le loro messer Guglielmo e la Bice, messer Geri, che oramai aveva cominciato a dir sì, ed in sostanza era di ottima natura, si lasciò piegare anche a questo, con gran soddisfazione del frate e del cavaliere.
Non istarò qui a riferire i varj ragionamenti fatti tra tutti, e le dolci parole e i dolci atti de' due amanti: basta che Geri concedè al cavaliere che venisse ogni giorno alle case de' Cavalcanti, dicendogli che, dove a lui piacesse il giorno da esso stabilito per il matrimonio, si desse dal canto suo ogni pensiero di porsi in assetto, com'egli avrebbe fatto per sè e per la Bice: a frate Marco disse che fosse da messer lo vescovo di Firenze ad impetrargli licenza che le sposalizie si facessero in casa sua, e a chiedergli per sè facoltà di benedire l'anello. E restati in concordia che tutto sarebbe fatto, i due compagni, lasciando padre e figliuola consolatissimi, e pieni di consolazione essi stessi, si avviarono l'uno al convento e l'altro al palagio, dove l'attendevano ancora nuovi festeggiamenti, per lui senza veruna attrattiva, avvezzo da tanto tempo a dispregiare ciò che non fosse la sua Bice.