CAPITOLO XLIV.CECCO RESTA AL LACCIO.
Il lettore si sarà certamente maravigliato del vedere come anche la duchessa mandasse un presente alla sposa di Guglielmo; ma la maraviglia cesserà tosto, s'egli ricorda quel che fu da me toccato qua dietro, che la duchessa, non solo avea temperata molto la sua gelosía, ma anzi vedea volentieri, per le ragioni quivi accennate, il matrimonio di Guglielmo. Senza che era stato anche espresso desiderio del duca che la sua donna si unisse con lui, e com'egli faceva un presente a Guglielmo, così ella il dovesse fare alla donna di esso; ed a queste due cagioni si aggiunse ancora la terza, di addormentare sempre più maestro Cecco, e di accertarsi se egli era al convito, e come vi era trattato, e qual fosse il modo di esso convito, e la letizia degli sposi, ed ogni minimo che. Al quale effetto ella mandò a recare il presente un suo fidato donzello; e questi, ritornato in palagio, riferì ogni cosa per appunto, e come Cecco fosse trattato, non pure onorevolmente da tutti, ma anche amorevolmente da messer Geri; e del lieto pronostico ch'egli fece.
E veramente il povero Cecco restò colto in certa maniera all'artifizio della duchessa, perchè parvegli così nuovo questo amorevol procedere di lei con la Bice, che ebbe per certo, o essere diventata così benigna per secondare l'umore del duca, il quale benignissimo si mostrava con Guglielmo, a cui molto aveva commendato il suo matrimonio con la Cavalcanti; o essere veramente venuta meno in lei ogni gelosía. Laonde a poco a poco gli usciva il sospetto dal cuore; e non che già tenesse per sicura la benignità della duchessa; ma non credeva poi celarvisi sotto tanta iniquità, quanta credeva dapprima; e alla Corte e' si mostrava più spesso dell'usato: già avea ripreso l'antico suo fare disinvolto e sicuro, piacevoleggiando alle volte, ed ancor motteggiando, se capitavane il bello, con apparente soddisfazione di Maria, la quale appostava pur sempre l'occasione di farlo rimaner colto a qualchelaccio. Quando l'occasione venne anche senza troppo cercarla.
L'argomento di tutti i ragionamenti, per più giorni appresso lo sposalizio, era quello, su in palagio, del matrimonio di messer Guglielmo, lodando chi la bellezza, chi la bontà, chi la gentilezza della sposa novella; e celebrando altri il valore e la cortesía di Guglielmo. La duchessa, udendo tante lodi della Bice, mostrò desiderio di rivederla, e di accertarsene ella stessa; e chiamato a sè maestro Cecco, benignamente gli disse:
— Tu, maestro, che questa novella sposa di messer Guglielmo conosci così bene, e che del suo matrimonio sei stato sì gran parte, sembrati egli che la sia di qualità che si accosti volentieri alla Corte?
— Madama, rispose Cecco, non saprei qual sia l'intimo pensiero di madonna Bice degli Artese; ma, a quel che ne posso inferire, parmi di cuor gentilissimo, capace degli affetti più soavi; ma aliena da ogni fasto, e da ogni rumoroso sollazzo.
Quando Cecco nominò la Bice per il cognome degli Artese, la duchessa torse lievemente le labbra con atto di stizzoso dispregio; e poi con altero piglio:
— Io ho parlato della mia Corte, e non di rumorosi sollazzi....
Ma accorgendosi che si scostava da quella benignità che voleva simulare; continuò con volto ridente:
— Oimè! maestro; parmi che un uomo del tuo senno e della tua sapienza, dovesse parlare con più certezza. Io so del bel pronostico che facesti rispetto al matrimonio di messer Guglielmo: dammi ora ad intendere come mai tu vedi le cose future, e nelle cose che ti sono presenti sei così incerto, che dicinon so, parmi, o simili dubitazioni?
— Vedo nel futuro, madama, leggendo nelle stelle; ma del conoscere l'animo di madonna Bice d'Artese, le stelle non possono dirmi nulla.
— Come può essere codesto? Fa che l'intenda.
— Madama, è cosa questa di altissima speculazione e di ascosa sapienza, nè potrei senza troppo tediarvi farlo comprendere alla vostra signoría. Bastivi che parlino i fatti; e i fatti, voi e monsignor lo duca gli avete veduti spesso: e ilpronostico della guerra, che voi stessa, madama, credeste fallito, e che vedeste poi così abbondantemente avverato, di tali fatti è il più solenne.
— Così ti avessi avuto presso di me quando mi nacque l'ultimo figliuolo! — disse qui la duchessa, fingendo rammarico di ciò, e fiducia nell'arte astrologica di Cecco — come io e monsignore lo duca saremmo stati certi per tempo del prossimo danno; e non ci saremmo trovati a doversi por giù delle liete speranze che avevamo prese di lui.
E ad un tratto, come se le venisse in mente cosa di grande importanza:
— Oh Dio! bel maestro; e nemmeno la mia dolcissima figliuola, il primo pegno di amore che io diedi or fa due anni a monsignor lo duca, quando tu non eri per anco venuto alla corte, neppure ad essa fu fatta la natività. Piacerebbeti egli, bel maestro, che io ne fossi contenta per opera tua?
— A me piace, madama, quello che piace alla signoría vostra.
— Fa dunque che tu sia di qui a due ore appresso di me e di monsignor lo duca, per soddisfare a' nostri desiderj.
E detto che vi sarebbe, continuarono i varj ragionamenti de' cavalieri e delle dame, finchè non venne il momento che ciascuno tornò alle sue case.
Cecco non sospettava più tanto, come dissi qua dietro, del maltalento della duchessa verso di lui; ma nondimeno questo desiderio ch'e' facesse la natività della piccola Giovanna, dopo due anni della sua nascita, gli sapeva un poco di strano, e non vi andava troppo di buone gambe. Ma poi ripensava fra sè:
— E che può ella farmi la duchessa, quando io parli secondo scienza; posto ancora che alcuna cosa spiacevole io leggessi nelle stelle? Ella mostra di dar fede alla scienza di astrología, e non potrà certamente accagionarne me. E poi, monsignor lo duca ha temperato in altre occasioni l'ardore della sua donna, ed anche in questa il tempererebbe.... Quel suo cancelliere per altro mi guarda troppo di mal occhio: egli ha l'orecchio del duca, e il duca gli crede.... è de' frati minori, che qui hanno il governo dell'Inquisizione.... Ah spaventosa parola! Quante orribili stragi in nome dellareligione! Qual furore infernale sotto nome di santo zelo!... E questo è egli per necessità di influenze celesti?.. Quanto può insegnarmi la scienza, no... O dunque?... La mia mente ci si smarrisce; e solo raccapriccio al pensiero che una religione di tanta misericordia debba avere così spietati e feroci ministri.... Ed io fui già nelle costoro mani, donde campai per miracolo! E qui per avventura si studia di ricondurmivi! nè il duca avrebbe, neppur egli, autorità di liberarmene, tanto hanno saputo questi preti e questi frati sopraffare i signori temporali, e porsi loro sopraccapo, e così vilmente essi il comportano. Fin qui ho avuta fidanza e nel duca, ed in messer Guglielmo, e ne stava in piena sicurtà; ed ora, non so indovinare il perchè, ogni speranza di sicurtà mi abbandona ad un tratto, ed un presentimento funestissimo mi occupa tutto. E la mia scienza non può ella darmi ora verun conforto?
Qui Cecco stette un pezzo meditabondo; e poscia, scotendo desolatamente il capo:
— Ah! vanità di vanità! la scienza nel mio maggiore uopo è al tutto muta!.... Nelle più alte speculazioni della filosofía, e dell'astrología, là nella mia età novella, era sovente tratto fuor di me stesso: e mi parve che meco venisse a ragionare, e fossemi guida, un benefico spirito, come già ebbe il divino Platone; e più e più volte mi è stato lume e scorta nelle mie dubbiezze. Dove sei ora, Florone? Soccorri al presente bisogno mio: i miei nemici sono congregati contro di me... — Florone? Ma l'ho io mai veduto questo Florone? o non è piuttosto un fantasma della mia mente, datogli forma e corpo, ingannando prima me stesso, e poi gli altri?... — Ricordo sempre le amare parole della duchessa quando tolsi commiato per Lucca: «A Firenze non c'è più buon'aria per te: va, e sii più savio da qui innanzi». Sì, lascerò Firenze, dove la scienza è così vilipesa e perseguitata: non voglio far contento quel vilissimo Dino del Garbo e il fanatico furore de' frati minori. Si vada intanto dalla duchessa, e si dissimuli quanto più si può, finchè non venga il momento opportuno.
E senza indugio fu alla stanza del duca che stava aspettando con la sua donna, la quale come prima lo vide con atto benigno gli disse:
— Maestro, piaceti egli il farne lieti della tua alta sapienza, alla quale nulla è nascoso delle cose della natura, e che vede il futuro come se fosse presente? — Al maestro parvero troppo esagerate queste parole; e come quegli che oramai era entrato in sospetto, comprese tutto il veleno di cui erano piene, e forse lo vide maggiore; il perchè, celando il suo sdegno, rispose con quella umiltà che potè più grande.
— La mia scienza, madama, è cosa degli uomini, e non può vincere gli arcani della natura, e veder nel futuro chiaramente; chè questo può solo fare il creatore. Ma, come il creatore ha posto certe leggi, e dato certe qualità e certi influssi alle stelle, che sempre sono i medesimi, così la scienza umana può, guidata da questi e ajutata dalla grazia, non dirò vedere chiaramente nel futuro come fa il creatore; ma tanto apprenderne quanto gli dia modo d'argomentarne gran parte della verità. E questa piccola scienza che io posso avere, e la mia vita altresì, io son pronto a spendere in servigio vostro, madama, e di monsignore lo duca mio signore.
— Lasciamo stare, disse qui il duca, tutte codeste diceríe. Tu sai che te e la scienza tua conosco ed apprezzo, e non vi ha mestiere d'altre prove o attestazioni. Madama la duchessa ti ha chiamato per la natività della nostra diletta figliuola: andiamo dunque a lei, e tu fa l'opera tua come si conviene.
— Monsignore, rispose Cecco, prima ch'io vegga la regale figliuola vostra, fate ch'io sappia il giorno, l'ora e il punto che ella nacque.
Il duca mandò tosto a sapere dal vescovo di Aversa, suo cancelliere, quello che facea di bisogno al maestro; nè stette molto che venne carta del cancelliere medesimo, dove e il giorno e l'ora e il punto della nascita della piccola Giovanna era segnato con tutta esattezza. Avuta la carta, fu condotto là dove la bambina era con la sua balia: e dopo averla attentamente considerata, pregò che il lasciassero solo, acciocchè potesse fare riposatamente e senza veruna distrazione sua arte.
Rimasto solo il maestro, che pure credeva nella sua scienza astrologica, si mise a studiare per ogni modo il soggettoche aveva alle mani, provando e riprovando per più e diverse volte. E come il risultamento dello studio suo era spiacevole troppo per il duca e per la duchessa, così egli aveva fatto proposito di tacerlo, componendo piuttosto una favola di suo capo, la quale il duca e la duchessa dovesse anzi lusingare che sdegnare; e già stava pensandola, e mezza l'aveva composta, quando, facendo un atto di sdegno:
— No, esclamò, non vo' mentire alla scienza. Ad ogni modo, che cosa mi profitterebbe il lusingare adesso quella fiera donna? Me ne vorrebbe essa più bene? Il suo odio è mortale; ed io o prima o poi dovrei provarne l'effetto. Si parli dunque senza velo: darò una coltellata in quel cuore tristo ed ambizioso, e gusterò almeno per un poco il piacere della vendetta ancor io; poi abbandonerò la corte, Firenze, e forse l'Italia.
Presa questa risoluzione, fu tosto colà dove il duca e la duchessa aspettavano, i quali, come prima il videro, quasi ad una voce esclamarono:
— Dunque, bel maestro?
— Monsignore, madama, ho potuto vedere assai chiaramente il corso della vita della vostra reale figliuola....
E qui esitava a continuare; al che sollecitandolo la duchessa, Cecco rispose:
— Madonna, non tutte le mie parole saranno liete e piacevoli: volete voi ascoltarle? Mi date voi sicurtà che io possa dirle senza che ne pigliate sdegno meco?
La duchessa e il duca si turbarono visibilmente; ma pure, non volendo rimanere col dubbio nel cuore, confortaronlo che dicesse senza verun sospetto; e la duchessa ne lo confortò più accesamente del duca, perchè, udendo aver egli cose spiacevoli da dire, e prestando poco fede alle predizioni astrologiche, sperava che ne potesse nascere qualche occasione favorevole al proposito suo. Laonde maestro Cecco, tra per l'avuta sicurtà, e per pigliare un poco di vendetta della duchessa, cominciò:
— Monsignore e madama, la regale vostra figliuola è nata in quel punto che Marte aveva l'ascendente su Venere, ed in quella dolce stagione che Giove suole allegrarsi nel mirare la sua figliuola. Ella sarà reina di possente e fiorito reame, morto che sia il presente re....
— Qual reame, maestro.... — interruppe qui il duca atterrito; perchè, essendo figliuolo unico del re Roberto, e per conseguente suo successore, quando il reame di cui parlava Cecco fosse stato quello di Napoli, ne seguitava che a suo padre egli non succederebbe.
— Qual reame non dicono le stelle; e reina dall'altro canto può interpretarsi moglie di possente re — rispose Cecco per calmare l'apprensione del duca.
La duchessa per parte sua ebbe carissima la mala impressione che fecero sull'animo di suo marito le parole del maestro; a cui senza far dimostrazione veruna, ella disse:
— Continuate, bel maestro.
E Cecco continuò;
— Sarà regina di un possente e fiorito reame, e donna di altissimo senno; ma si lorderà le mani del sangue de' suoi; e nell'opera di lussuria resterà famosa tra coloro che chiameranno antico questo tempo.
— Sciagurato! — esclamò il duca, tutto infiammato d'ira e mettendo mano alla spada — dimentichi tu dove sei, ed a chi parli?
La duchessa, vedendo il duca così montato in furore, le parve già di essere a buon porto del suo desiderio: ma celò quanto potè la letizia sua; anzi, per accrescere il mal talento del duca, simulò estrema afflizione, e vergognoso orrore delle parole di Cecco, coprendosi il volto con le palme, e facendo segno di piangere. Questi ben presto si accorse della sua troppa imprudenza; e rimase veramente atterrito dal furibondo sdegno del duca, perchè così vedea dileguarsi ogni sua speranza ed ogni rifugio; il perchè tentò di abbonirlo con queste umili parole:
— Monsignore, parlai a sicurtà della fede datami da voi; ma la mia vita è vostra: se ho fallato, fate di me a senno vostro. Morrò volentieri per quella scienza, che voi già deste così benigne prove di tener in pregio.
— Alla data fede non ho mai fallito, nè fallirò questa volta; ma il vederti qui più a lungo ora, potrebbe farmene dimenticare. Va, dunque, se brami ir salvo.
Cecco partissene tanto confuso che non sapeva più dove fosse, nè dove s'andasse; ed a fatica trovò la via di uscir di palagio. Rimasti soli il duca e la duchessa, questa usòtutta l'arte onde era maestra per destare sempre più in esso la compassione verso di lei, e l'ira e lo sdegno contro il povero Cecco: mostravasi compresa della grande afflizione; piangeva e sospirava; e tra' sospiri diceva:
— Mio dolce signore, e fia possibile tanta nequizia in una figliuola nostra? nella dilettissima nostra Giovanna, che somiglia un angiolo del paradiso?
Il duca sopraffatto dall'inaspettato prognostico, e affollato da diversi e strani pensieri, poco attendeva alle parole della duchessa; e senza rispondere ad essa:
— Micidiale de' suoi! — esclamava tra sè — Rotta al vizio di lussuria!... Regina di possente e fiorito reame!... E qual reame più fiorito e più ricco del reame di Napoli?... Ed io?... Oh malnato Ascolano! tu ne menti per la gola: son bugiarde le tue stelle.
— Monsignore — disse allora la duchessa, volendo battere il ferro mentre era caldo, ma pigliando altra strada, poichè le precedenti parole sue aveva il duca mostrato di non intenderle — le stelle, io mi penso che sieno sempre state un pretesto per il vostro diletto astrologo. E ripensando bene a tanto impudente suo procedere, vedo che l'ha fatto per isfogo del suo maltalento contro di me, perchè sempre mi sono addimostrata poco credula della sua scienza, e perchè non ho cessato mai di consigliarvi a rimuovere da voi tanto scandalo, quanto è quello di tenerlo alla vostra corte.
— Ed oserebbe egli di oltraggiare così fieramente la moglie del suo signore, e il suo signore stesso ad un'ora?
— E d'onde, mio dolce signore, donde prendete voi cotanta fiducia della costui lealtà? Egli vi è noto solo da pochi anni in qua; e con meraviglia di tutti i buoni, vi siete lasciato prendere alla costui astuzia, e falsa scienza. Ma chi il conosce fino dalla sua gioventù, chi sa le nequizie sue, le brighe avute con santa chiesa per conto delle sue eresíe, le sozzure onde va brutta la sua vita; chi sa queste e tante altre cose di lui, l'una più vituperosa dell'altra; ne fa giudicio ben diverso da quello che ne fate voi: e tutti coloro che vi riveriscono, che vi amano, e sono desiderosi della vostra grandezza, gemono in cuor loro e si attristano, vedendo costui tanto onorato a questa corte, con vergogna e periglio vostro e di noi tutti.
— Pericolo? e che pericolo ci può essere?
— Lasciamo andare che i fiorentini tutti veggono troppo di mal occhio esser tanto onorato appresso di voi questo negromante, nemico loro e della loro città: voi de' fiorentini non temete, nè delle loro querele vi date briga; con tutto che la signoría che non si fonda sull'amore e sulla estimazione del popolo, sia sempre di vetro, che ogni piccolo urto può romperla....
— Madonna, voi siete troppo accorta maestra di reggimenti di popoli — disse il duca con lieve sorriso; ma celando a fatica la mala impressione di tali parole di sua moglie.
— L'amore è sempre accorto e buon consigliere — disse la donna con amoroso sorriso — Ma lasciamo stare i fiorentini, e le signoríe temporali. Voi siete qui capo della parte guelfa, e prediletto figliuolo di santa chiesa: parvi egli dicevole, non solo il comportare che uno, già condannato per eretico, la eresía insegni qui pubblicamente; ma anche il tenerlo appresso di voi; l'onorarlo, il promettergli difesa contro qualunque de' suoi nemici?
— Insegna la eresía? Gli ho promesso difesa?
— Sì, mio signore, egli legge — dee pure avervelo detto altra volta il cancelliere vostro — egli legge, colà in Calimara, un certo suo libro eretico, per il quale fu condannato a Bologna; e lo legge mancando altresì al giuramento solenne che fece di più non leggerlo: per la qual cosa non può fallire che di corto non debba renderne ragione al tribunale della santa Inquisizione. Volete voi allora mettervi a contrasto con santa chiesa per difendere un così vil paltoniere...?
— Ma io difesa non gli promisi....
— Egli però mena orgoglio di questa vostra promessa: e fidando in essa, ogni dì cresce la sua baldanza, e ne fa prova, come vedeste non ha guari, contro la donna medesima del suo signore, e contro il suo stesso signore. E voi comporterete più tal tracotanza, ed onta sì grande?
Il duca, che per l'addietro non aveva mai ascoltato, se non sbadatamente, le querele fattegli contro Cecco e dal cancelliere e dalla duchessa, questa volta le udiva attentamente, e gli parvero molto gravi, e molto vere; tanto più poi perchèaveva già l'animo mal disposto contro di lui a cagione del prognostico sulla figliuola; nel quale, se parvegli gravissima l'onta fatta a sè ed alla sua casa, rispetto alla scandalosa vita della piccola Giovanna, più che altra cosa gli rimase fitta nel cuore quella predizione ch'ella sarebbe regina d'un potente e fiorito reame, perchè c'intravvedeva, la morte sua dover precedere quella del re Roberto suo padre, e dover succedere nel regno questa sua figliuola, come veramente poi fu. Di sorte che ne stava troppo di mala voglia: e non solo per il pensiero del non dover succedere nel regno; ma perchè Cecco fosse stato così ardito da dirglielo in viso. Laonde, stato un pezzo sopra di sè, volsesi alla duchessa, e baciandole caramente la mano:
— Mia dolcissima donna, gran mercè: le vostre parole sono savie; e mi danno certezza del vostro amore per me.
E senz'altro uscì della stanza. Come il duca fu un poco discosto, la donna, mandando un alto sospiro di compiuta satisfazione, esclamò con voce ed atto di gioja feroce:
— La vendetta è vicina.
E senza indugio, mandò dicendo al vescovo d'Aversa cancelliere del duca, che fosse da lei.