CAPITOLO XXII.NELLE CASE DE' CAVALCANTI.
Nelle case de' Cavalcanti, che il lettore oramai ben conosce, era per altro maggiore desolazione che in città e in palagio.
Dal momento che allontanò da sè così spietatamente la sua Bice, messer Geri non ebbe più bene; e tra gli acciacchi suoi abituali, che erano diventati vere malattíe, e il rimorso e il rammarico che lo straziavano continui dell'essere stato così spietato con quella cara sua Bice, era ridotto una cosa tanto dolorosa, che faceva pietà a vederlo; nè consigli e conforti di amici potevano sull'animo di lui: nè a richiamare presso di sè la figliuola voleva condursi a niun patto, così per non dar segno di debolezza, chè era alterissimo, come per odio contro Guglielmo.
Aveva scritto spesso alla badessa, e le aveva spesso mandate uomini a posta, pregando che alto alto interrogasse la Bice, e spiasse più che poteva l'animo di lei, se ci fosse speranza, non appunto di levargli dal cuore l'amore di Guglielmo, ma almeno di poter far prevalere a quello l'amor filiale; ma, dove la Bice si mostrava sempre tenerissima verso suo padre, dava però sempre segno che l'amore di Guglielmo non avrebbe potuto a niun patto lasciare.
Maestro Dino del Garbo non passava giorno che non andasse a visitarlo, e vedeva chiaro che la vita del vecchio poteva durar poco più; ma, dove avrebbe potuto o tanto o quanto allungargliela, e raddolcirgliene almeno gli ultimi giorni, ingegnandosi di rappacificarlo con la figliuola, e dipingendogli la felicità del vedersela attorno, del vederla altamente maritata, e del vedersi pargoleggiare dinanzi i figliuoli di lei, tanto era l'odio che egli aveva a Cecco, favoritor dell'amor di Guglielmo, ed a Guglielmo stesso dopo il colloquio avuto con esso, che inacerbiva sempre più l'animo di messer Geri, il quale per conseguenza ne peggiorava di sanità. Ed un giorno fra gli altri ebbero insieme questo ragionamento, che lasciò dolorosissimo quel padre sventurato:
— Maestro, la vostra arte si affatica invano per me; io sento ogni giorno scemarmisi le forze, e vedo prossimo il fine. E non avrò chi mi chiuda gli occhi....
— Messere, non dite; l'arte mia ha tanta virtù, e voi avete sempre tanto vigore, che siete ben lungi ancora da quell'estremo che paventate.
— Ch'io pavento? Ah, mio dolce amico,ch'io desidero, dovevate dire. E che ha più altro di attrattivo la vita per me? La patria perduta la signoría di se stessa, e datala a gente straniera, che la schernisce e la strugge di ricchezze e di ogni suo bene, e conduce i suoi figliuoli al macello e alla vergogna della fuga. In casa eccomi qui solo e deserto: l'unica mia figliuola, che amava più dei miei occhi, ritrosa alla mia volontà, posporre l'affetto del padre all'amore di uno straniero, ed uccidermi quasi colle proprie mani.
— Non avete amico che più di me vi compianga, e che si spaventi, quasi, della durezza di questa vostra figliuola. Ma il male non deve proceder tutto da lei; è impossibile a una figliuola essere snaturata così; questo debb'essere l'effetto di qualche filtro, di qualche incantamento. Voi sapete che in sì fatto innamoramento ha le mani Cecco d'Ascoli....
E questo diceva maestro Dino, non perchè lo credesse, chè troppo era scienziato da prestar fede a fole siffatte, ma per accattar sempre più odiosità a Cecco, e per valersi, al bisogno, anche di quest'arme contro di lui.
— Ohimè! maestro — interruppe qui Geri — e veramente credete che la mia Bice sia ammaliata?
— Credolo, perchè parmi contro a natura che una figliuola disami e dispregi tanto suo padre.
— Ah maledetto sia il negromante! e maledetto questo duca, che ha ricondotto a Firenze quello sleal cavaliere; e maledetta la mia città, che tanta vergogna patisce! Oh Dio! ma come riavere tutto l'amore della mia figliuola? Come liberarla dalle mani del diavolo? Insegnatemelo, maestro: ardo di rivederla tutta mia, tutta amorosa. Povero vecchio! non ho altra consolazione al mondo. Ajutatemi.
— L'arte mia qui non può nulla. Ci vogliono medicine spirituali: intanto esortate la badessa che la tenga ben guardata; che preghi per lei, affinchè Dio le tocchi il cuore, e la ritorni figliuola obbediente e amorosa.
Povera Bice! e quando aveva ella cessato di essere figliuola amorosa? Mai: neppur quando il padre avevala trattata così duramente, gli aveva scemato di nulla l'immenso bene che volevagli; e non sapeva discernere ella stessa, se più le doleva lo stare lontana dal suo Guglielmo e il sospetto di averlo perduto per sempre, o il vedere sdegnato il suo caro babbo. Sepolta, si può dire, viva da lui, per lui ascendevano le sue più pure preghiere al Signore; e il desiderio suo era pari tanto per Guglielmo quanto per il padre. Erano già passati molti giorni che stava rinchiusa nel monastero di S. Piero, dove si struggeva in continue lagrime, trovando solo un poco di conforto nella compassione e nell'affetto che mostravale la buona badessa; e viveva solo della speranza che un giorno o l'altro dovesse venire novella da Firenze che suo padre avesse mutato il fiero proposito, e la richiamasse fra le sue braccia.
Messer Geri era rimasto così vinto e così dolente delle parole di maestro Dino, e tanto gli era parsa grave quella faccenda dell'ammaliamento, che non sapea qual partito pigliarsi. Scrisse tosto alla badessa informandola del fatto, e pregandola che facesse tutte le più devote orazioni per liberare la figliuola da sì fatta sventura; e sovvenutogli a un tratto frate Marco, di cui Geri faceva grande stima, ed era assai valente teologo, mandò tosto per esso.
Frate Marco era appunto la sera innanzi cavalcato a Firenze per bisogno del suo convento, promettendo a maestro Cecco che sarebbe tornato a Prato fra due o tre giorni, disposto ad ogni suo piacere e di messer Guglielmo: ed era appunto in sull'uscir dal convento per andar alle case de' Cavalcanti, a scoprir paese, come ne lo aveva sollecitato maestro Cecco, quando venne il messo di messer Geri, il cui invito, se fu accolto lietamente dal frate, ciascuno lo può pensare da sè, indovinando esso, qui doverci essere qualcosa che riguardasse la Bice. Arrivato dunque alle case dei Cavalcanti, entrò tosto da messer Geri, e con parole umanissime gli disse:
— Dio vi dia salute, messere. Che vi piace, chè mandaste per me?
— Bel frate, cosa non piccola vi chiedo, alla quale abbisogna e la vostra scienza, e l'affetto che sempre avete mostrato per me e per la mia casa.
— Purchè il volere non sia vinto dal non potere, son tutto vostro.
— Voi sapete quanto sia straziato il mio povero cuore dalla ritrosía e dalla disubbidienza della mia Bice, che mi son gravi e dolorose anche a doppio, vedendola perduta nell'amore di un cavalier forestiere, un di coloro che hanno fatta serva la mia terra, e sfiorato barbaramente il giglio fiorentino.
— Lo so, e ne vivo dolorosissimo. Io vi ho sempre riverito ed amato per uno dei probi e discreti e gentili uomini di questa terra; e la vostra figliuola ho sempre conosciuta per la più gentile e più bella di tutte le fanciulle fiorentine, e per figliuola buona ed amorosissima; e sempre ch'io capitavo qui da voi, mi sentivo dolcemente compreso dalla domestica felicità vostra, la quale solea ricordarsi per esempio da tutta la città, e molti e molti ve la invidiavano. E vi accerto, messere, che il rammentarmelo ora, ed il veder tanta felicità, prima avvelenata, e poi così spietatamente rotta, per opera forse della malignità e della invidia, mi accuora proprio come se tale sventura toccasse me.
A queste parole, che riduceangli a memoria le sue contentezze e le sue gioje domestiche, il vecchio si sentì tutto commuovere, e, asciugandosi le lacrime che gli piovevano dagli occhi, rispose:
— Ed ora vedete come sono ridotto!... Ma che parlate voi di malignità e d'invidia? L'amore al cavaliere straniero, e la ritrosía e disubbidienza della Bice non sono opera d'invidia.
— Il fatto non è certamente opera d'invidia; ma la invidia e il mal talento ve lo hanno colorito sinistramente. Al cuore, lo sapete, non gli si comanda; e sapete che l'amore ripara sempre al cuore gentile, come cantò il vostro Guido; e se vi ricorda con quanta sapienza egli parlò in quella sua nobile canzone della qualità e della forza d'amore, non parmi ragionevole che vi abbia a parer grave colpa, se la Bice vostra è stata vinta dalla forza di amore. Che poi voi teniate la infelice fanciulla per disubbidiente e disamorata, questa può essere opera tutta, ed è, d'invidia e di maltalento; chè io, quanto a me, la ho sempre saputa figliuola tenerissima ed ubbidiente.
— Ohimè! frate Marco; non vi par grave fallo l'aver posto il cuor suo nell'amore di uno straniero, e il contrastrare alla volontà del padre che lo divieta? e non vi pare figliuola snaturata quella che il padre comporta di veder morire per dolore, e che lo abbandona alla desolazione piuttosto che obbedirlo?
— Non approvo la disubbidienza; ma nego che avesse portato a questa conseguenza, dove non fosse stata dipinta troppo malignamente; e nego che la Bice vostra non vi ami più, e più di voi ami il cavalier provenzale. L'amore filiale è tutto diverso dall'altro, benchè forte quanto esso; ed io, invece che condannarla, compiango la Bice quanto compiango voi, perchè me la immagino combattuta fieramente da questi due affetti, il contrasto dei quali non potrà fare che all'ultimo non ispenga quella gentile vita.
Geri a queste parole si sentì correre un gelo per le ossa, e disse tutto smarrito:
— Che! pensate voi per avventura che la Bice sia veramente dolorosa dello star lontana da me, e che la sua sanità ne possa troppo peggiorare?...
— Credo — rispose il frate.
— Ah! frate Marco, anche me cruccia da un pezzo codesta paura, e per riparare a tanto danno ho appunto mandato per voi. Anch'io da poco in qua compiango la mia Bice; non perchè approvi il suo amore, o scemi la bruttezza della sua disubbidienza; nè perchè io riconosca vero quel che voi avete detto della invidia e del maltalento; ma perchè un savio e discreto uomo testè mi accertava che questa era tutta opera di malía, operata in lei da quel negromante, che si chiama qui Cecco Diascolo. E però, vorrei, bel frate, faceste ogni opera che la mia Bice fosse liberata da siffatta malía, e ritornasse tutta mia, e consolasse questi pochi momenti che tuttora mi restano di vita.
Frate Marco, udendo tali parole, gli parve di essere il più lieto uomo del mondo per due capi: sì perchè vedeva porgerglisi il destro di servire efficacissimamente maestro Cecco e messer Guglielmo, e sì ancora perchè gli pareva di intravedere tanta pietà negli atti e nel parlare di Geri, che non dovesse poi esser tanto difficile il ricondurlo a più temperati consigli. Laonde, non volendolo al tutto contrariare,volendo anzi tirarlo ad agevolargli più che fosse possibile la via per venire al suo proposito, rispose:
— Messere, maestro Cecco d'Ascoli non è quell'uomo tristo, nè quel negromante, che alcuni dicono essere, non si sa da qual passione mossi, ma senza fallo da men che onesta; egli è astrologo e filosofo molto solenne, e la sapienza sua non condurrebbe sì basso che si desse a malía o incantesimo veruno. Può bene alcuna malía essere stata fatta per opera altrui; ed io mi ci adopererò con tutta la sollecitudine. Dite dunque che cosa vi piace che io faccia.
— Quello che in simili casi prescrive la santa madre chiesa.
— Ma la Bice è assai di lunge di qui, ed è chiusa in un monastero.
— Cavalcherete per amor mio fino in Mugello, e vi accompagnerò con una mia lettera alla badessa, acciocchè vi faccia vedere la Bice. Parlatele a lungo e con tutta attenzione; accertatevi bene del fatto suo, e salvatemela. In poco d'ora tutto sarà fatto: non vi gravi l'aspettare tanto che io torni.
E così dicendo entrò in un piccolo suo scrittojo, e lasciò il frate ad aspettare; il quale, vedendosi avere occasione così propizia, diceva fra sè:
— Mi par proprio che questa sia opera della divina provvidenza. E come potea offrirsi occasione più propizia al proposito di maestro Cecco e di messer Guglielmo?... e vo' dire anche al proposito mio; dacchè tanto mi par degna di compassione la sventurata figliuola di messer Geri, e tanto puro e tanto degno il suo amore, che darei anche la vita per vederla contenta. E chi sa che non possa nascer cosa che ammollisca l'animo di questo vecchio, certamente inacerbito dalla malizia altrui, e forse di maestro Dino? Basta, io non so appunto qual sia il disegno di maestro Cecco, il quale ha fissato il priore di Settimello per andare al monastero; ma, se questo disegno non potesse colorirsi, non dispero di trovar la via del cuore di messer Geri, e di fare opera veramente degna di un sacerdote di Dio, riunendo padre e figliuola, e santificando col matrimonio l'amore di questi due cuori gentili.
Mentre frate Marco era tra questi pensieri, ritornò nella sala messer Geri:
— Ecco, bel frate, questa è la lettera per la badessa: fate che l'indugio non sia troppo lungo.
— Messere, domattina all'alba sarò a cavallo.
— E Dio vi accompagni nel cammino, e vi conceda perfetta fine alla santa opera vostra.
E come il frate prendeva commiato, il vecchio, sopraffatto da un pensiero di paterno affetto e di desiderio della figliuola:
— A Dio v'accomando, frate Marco. Oh quanta invidia vi porto! voi vedrete la mia Bice: le parlerete; ed io debbo viverne in continuo desiderio, piangendo perduto il suo amore per quello di uno strano! Deh, se ogni vostro desío si compia, rendetemi l'affetto della mia diletta Bice, spiantatele dal cuore quel maledetto e diabolico amore. Sento prossimo il mio fine, e morrei disperato, se più non avessi a vederla....
— Messere, la vostra Bice potete pure richiamarla quando vi aggrada.
— Ma voglio la mia Bice di prima: voglio quella dolcissima Bice che tanto mi faceva lieto del suo angelico affetto. Questa, e non altra io voglio; e questa spero che dobbiate ridonarmela voi. Fate ch'io abbia questa consolazione, che io l'abbia tosto: la mia vita e la mia felicità l'aspetto da voi: l'esser solo mi spaventa.... Oh Bice mia, abbi compassione di questo sventuratissimo vecchio!....
E qui diede in un pianto dirotto. Il frate fu sempre più certo dell'amore svisceratissimo che il vecchio portava alla figliuola; e gli crebbe per conseguenza la speranza che il tutto si sarebbe potuto trovar modo di acconciare: per la qual cosa, promesso a messer Geri, che nulla avrebbe lasciato a fare per ricondurre la Bice al suo affetto, prese commiato da lui, e tutto lieto in cuor suo, dispose in modo le cose da poter montare a cavallo la mattina appresso.