CAPITOLO XXVI.LA CONFIDENZA.

CAPITOLO XXVI.LA CONFIDENZA.

Al frate non era fuggito nulla del turbamento della badessa; e mulinava per la mente quale ne potesse essere stata la cagione:

— Quel nome d'Artese senza un fallo al mondo — diceva tra sè — e qualche gran segreto ci dev'essere sotto questo nome.... e non so indovinare che altro possa essere, se non amore.... Amore?.... uhm! Ma come? ma quando?.... Ben si ragiona da qualcuno che questa badessa venisse a chiudersi qui per amore.... Ma allora messer Guglielmo poteva appena esser nato.... Figl.... Eh! andiamo, frate Marco, che pensieri ingiuriosi sono codesti? una donna così gentile, così santa!... Eppure qualche cosa ci debb'essere.... Basta, qualche novità conviene che si vegga: e potrebbe anche essere che tornasse a pro di questi poveri ragazzi. — E così dicendo, si avviò verso la cappella dove la Bice aspettavalo facendo preghiere accesissime a Dio, che la consolasse in questa sua tribolazione. Intanto la badessa, recatasi in cella sere Gianni[28], e serratala diligentemente, ebbe con lui sì fatto ragionamento:

— Sere Gianni, io sono per confidarvi cosa, che non l'avrei detta ad alta voce nemmeno essendo sola; ma le ultime parole di frate Marco, mi hanno messo tal fuoco nel petto, e tal dubbio nel cuore, che ne morrei se tacessi. Voi dall'altro lato da parecchi anni siete mio familiare, e sempre vi ho esperimentato discreta persona e di me parzialissima; e però non dubito che, se io vi domando, prima di compatimento alla mia fragilità, e poi strettissimo segreto di ciò che sono per palesarvi, non mi rifiuterete l'una, e mi osserverete fedelmente l'altro. Me lo promettete?

Il prete, ansioso di ascoltare quel che mai dovesse dirgli la badessa, promise sulla fede di sacerdote di Cristo che mai non avrebbe detto a persona viva quanto le uscisse dalla bocca; e allora essa incominciò:

Voi sapete ch'io sono de' Cavalcanti: uno di que' tanti rami della famiglia, che lasciarono Firenze per cagion delle parti. Mio padre fu Filippo de' Cavalcanti, il quale erasi riparato a Napoli, dove acquistò gran favore alla Corte di Carlo II, e poscia del re Roberto. Io era giovanissima, mi dicevano bellissima, e il fiore di tutta Napoli: nè vi era gentil donzello, o cavaliere o barone, che non si tenesse beato di un mio sorriso. Mi piaceva vedermi così careggiata da quanto Napoli aveva di leggiadro, di gentile, e di prode; e come più era in me la vaghezza che il senno, così ne andava lieta vanamente; senza per altro mancar mai di un sol punto al dovere di nobile e ben creata fanciulla. E se qualche leggiero segno d'affetto l'avevo dato ad alcuno, dei molti che mi vagheggiavano, su niuno mi era fermata giammai, nè di fermarmici mai aveva fatto proposito; quando giunse alla corte un cavalier provenzale, che tutti celebravano per il più prode e per il più leggiadro cavaliere che vestisse armi, e pulcelle e maritate non parlavano se non di lui. Io lo vidi; e mi parve, ed era, più bello a mille doppj che non dicevano tutti; e come egli ebbe veduta me, in me volse ogni suo desiderio ed ogni suo affetto. Il rimanente non vogliate che il dica, lo indovinate da voi. Quell'amore, vel giuro, sere Gianni, fu sempre puro ed intemerato; ma la invidia e la gelosía seppero tanto fare, che se ne cominciò a parlare con poco onore, non solo per la corte, ma anche per la città; e le maligne arti di queste due furie dell'inferno furono menatecosì bene che mio padre, quasi vergognoso di me, mi condusse fin qua da se stesso, e del cavaliere non seppi più nulla mai. Quel cavaliere si chiamava Ramondo d'Artese.

— D'Artese! — esclamò il prete maravigliato — come il cavaliere della damigella fiorentina.

— Per lunghi anni piansi il perduto amore, e mi consumai nel dolore e nelle incertezze; e sperai anche... Ah! sere Gianni, ma la speranza fu vana: non seppi nè vidi più nulla mai!... Il tempo aveva quasi del tutto saldato le piaghe del mio cuore, e viveva, se non lieta, almeno più tranquilla, col pensiero quasi tutto alla patria celeste, quando venne la povera Bice. In essa mi parve di vedere un'altra me stessa: ne fui tutta commossa, e da capo mi sentii agitata da passioni diverse, che non mi lasciavano aver bene; tuttavía le potevo signoreggiare. Ma quando frate Marco ebbe nominato sire Guglielmo di Artese, quel nome vinse ogni mia forza ed ogni mia facoltà; mise nel mio cuore un fuoco che mi arde tutta; nè spero refrigerio veruno, se non dalla vostra pietà.

— Madonna — disse il prete tutto compunto — cosa ch'io possa.

— Voi siete buono, siete discreto; non irridete la mia fragilità: la vergogna non mi dà balía di guardarvi in faccia; ma voi non l'accrescete col garrirmene o con lo schernirmi: compiangetemi, consolatemi.

— Garrirvi! schernirvi! Madonna, questo non sarebbe della riverenza che sempre ebbi per voi, nè dell'affetto che sempre mi mostraste; e cagione o di garrirvi, o schernirvi, nè io, nè altri può avere. Prima di essere votata al signore foste nel mondo; foste bella; amaste e foste riamata, nè mai vi partiste dalla onestà....

— Ma ora sono sacrata a Dio; sono preposta a governo di donne sacrate a Dio; sono sul confin della vecchiezza, e sono consumata da una smania che è tutta mondana.

— Non colposa però. Fatevi cuore: che posso o debbo io fare per servirvi?

— Bisogna che io vegga questo cavaliere d'Artese, che io sappia chi è il padre suo, chi i suoi parenti e consorti; e tutto questo salvo il mio decoro e la dignità mia, ed inmodo che nulla si appalesi di quanto chiudo nel cuore: a ciò mi bisogna l'opera vostra.

— Rispetto al veder messer Guglielmo è agevole cosa, chè egli è qua alla chiesa di San Niccolò con maestro Cecco a adorare le mura di questo monastero. Il farlo salvo il decoro e la dignità vostra richiede molta accortezza e molta prudenza. Del non appalesarsi nulla, sta tutto in voi, madonna, e nel come vi sentite forte di ascoltare senza commuovervi troppo, quello che il cavaliere potesse dirvi.

— Preparata come io sono, e vinto questo primo commovimento d'animo, io mi sento forte abbastanza. Pensate voi al rimanente.

E il prete, stato un poco sopra pensiero, e veduto che questo era il modo certo da assicurare il buon esito dell'amore della Bice, disse:

— A fare quanto chiedete bisogna che vi porgiate benigna all'amor della Bice.

La badessa guardò il prete con quello stesso sguardo di quando le parlava frate Marco; ma questa volta il prete aveva buono in mano, e non gli venne meno il coraggio come allora; il perchè continuò:

— Madonna, voi confessate che nella Bice vedete un'altra voi, ed ora anch'io ce la vedo. Non vi sentite dunque volta al suo bene?

— Sì, — disse la badessa con profondo sospiro, — ma....

— E che vi ritiene? Non è egli ufficio di santa e prudente donna il salvare dalla disperazione tre cuori gentili? Altro non si richiederebbe che scrivere una lettera a messer Geri, per ora, e tenere a buona speranza i due giovani. E se no, che altra via c'è egli da condur qui Guglielmo?

— E quel maestro Cecco, che qualità di persona è egli? — domandò la badessa.

— La più sapiente, discreta e amorevol persona che mai conoscessi: ha onorato luogo alla corte di monsignor lo duca, e di messer Guglielmo è amicissimo. Uomo da confidargli ogni gran segreto.

— Confidar segreti no — disse la badessa guardando il prete con atto risoluto — ricordatevi bene della promessa vostra.

E qui il prete chinò il capo ed alzò la mano, in atto di togliere ogni dubbio alla badessa, la quale continuò:

— Ma giovarsi al bisogno del suo consiglio. Dite dunque il disegno vostro.

— Io direi di significare ai tre miei compagni, come voi, vinta dalle mie preghiere, consentite di essere benigna alla Bice, e di interporvi con suo padre, sì veramente che vi accertiate prima delle qualità, della nobiltà e della lealtà del cavaliere suo amante, e che l'amore di lui sia solo a buono e ad onesto fine; che il cavaliere volete vedere ed interrogarlo, per voler esser certa di ciò. Egli verrà; lo interrogherete minutamente: e così servirete voi stessa e la Bice ad un'ora, senza che altri possa trapelar nulla; dove per altro non vi lasciate vincere da voi medesima, mostrando di fuori le passioni che dentro possono turbarvi nel colloquio che avrete con Guglielmo.

— Di ciò posso assicurarmene; chè già la prossima speranza di essere tolta da ogni dubbio dal cavaliere, ha temperato molto l'ardore che mi fece quasi delirare. Ora ardo solo d'impazienza; e però, sere Gianni, fate che la cosa abbia pronto effetto.


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