CAPITOLO XXXV.IL PARTO.
La gravidanza della duchessa era quasi al suo termine, dando sempre novelli segni che il parto dovesse essere laborioso, per la qual cosa, oltre la continua assistenza della ricoglitrice, passava buona parte del giorno in palagio anche maestro Dino del Garbo, per esser pronto a qualunque caso potesse avvenire; e spesso trovavasi in colloquio col cancelliere del duca, con quel frate minore vescovo d'Aversa, che il lettore già conosce, e quasi sempre i ragionamenti loro battevano sopra maestro Cecco, odiato mortalmente da ambedue.
— Ma per la buona mercè di Dio, — esclamò Dino un giorno, dopo che avevano parlato lungamente delle nequiziedell'Ascolano, — monsignor lo Duca ha finalmente aperto gli occhi, ed ha purgata la sua Corte da tanta puzza: duolmi solamente che quello sciagurato abbia fuggito la degna pena che meritava la sua tristizia e la sua empietà.
— Eh! maestro, disse il vescovo, o ch'io veggo troppo torto con gli occhi della mente, o che sotto questa disgrazia del duca si cela qualche grave cosa. Troppo era accecato monsignor lo duca nel fatto di quel tristo, e troppo grande stima faceva di ciò che e' chiamava sua scienza, da dover credere che a un tratto lo abbia disamato, e toltogli la sua grazia.
— E che ne pensereste voi, messere?
— Che pensarne non so; ma parmi quasi certo che una cosa si veda di fuori, e dentro ce n'abbia un'altra contraria. Ho avuto certa spia che Cecco è presentemente a Lucca. Sarebbesi egli posato cotanto vicin di Firenze, quando veramente avesse perduto la grazia di un signore così potente come il duca nostro? E che recapito può egli trovare in Lucca? Presso Castruccio no certamente, perch'egli dispregia l'astrologia e gli astrologi, nè presso lui trovano favore se non persone valorose e cortesi. Altri mi accerta che sta colà per medico appresso uno dei grandi cittadini di quella terra....
— Medico? interruppe qui Dino. E quando mai seppe di medicina? Egli ha spacciato e va spacciando tuttora certe sue strane dottrine sulle virtù che dagli astri influiscono nelle erbe, e secondo esse pretende anche sanare certi malori; ma dell'arte nostra non ha nemmeno le prime e più semplici notizie; e guaj a quel misero che gli capitasse sotto.
— O faccia l'una cosa o l'altra colà a Lucca, io, vi torno a dire, son fermo nel pensiero che tutto sia una mostra; e non dubito che o prima o poi lo rivedremo qui in Firenze.
— Lo credete davvero? E credete che egli punto non sospetti che, ritornando qua, verrebbe in bocca al lupo.
— E' pretende di leggere negli astri e di veder nel futuro, e gli sciocchi gli credono; ma ha la veduta più corta di una spanna, per le cose che gli stanno dinanzi; e se ne sta a baldanza del duca, e di quel messer Guglielmo, che al duca è tanto caro.
— E anche alla duchessa — disse con maligno sorriso maestro Dino.
— Madonna la duchessa, — rispose gravemente il vescovo — è di sangue reale; è moglie del signore di questa terra e nostro; ed è castissima donna: nè di lei vuolsi parlare, se non con parole di riverenza.
— Ed io quelle parole ho dette, non ch'i' le creda: ma perchè Cecco d'Ascoli le andava spargendo per Firenze, e mi pensava che lo sapeste. E le ho dette quasi per recarvi a memoria anche quest'una delle tante nequizie di quel malnato.
— Maestro, Dio non paga il sabato, ma a otta e tempo; ed a cui Dio vuol male gli toglie il senno. Cecco ritornerà a Firenze; e non penerà molto a pagare degnamente la pena della sua iniquità; sol che i buoni cattolici e figliuoli di santa chiesa non vengano meno del loro zelo e del debito loro.
Questo colloquio fu interrotto da un donzello del duca, il quale chiamava maestro Dino che fosse subito da madama la duchessa, che sentivasi troppo di mala voglia. E ne aveva ben onde, perchè di lì a poco vennero i dolori del parto, che la travagliarono assai; benchè poi partorì senz'altra operazione, e nacque un fanciullo.
Il duca e tutta la corte ebbero di ciò contento grandissimo, perchè la duchessa al primo suo parto aveva fatto una femmina, quella Giovanna che fu poi troppo famosa regina di Napoli. Se ne spedì tosto al re Roberto particolare ambasciata, e se ne mandò formale avviso a tutte le signoríe amiche d'Italia, ed al re di Francia.
Il gonfaloniere, che era Luigi de' Mozzi, con tutti i priori, non furono tardi ad andare solennemente a rallegrarsene col duca, domandandogli per grazia che non gli dispiacesse che lo facesse battezzare il comune; la qual domanda essendo accettata benignamente da lui, furono fatti sindachi a ciò dal comune di Firenze messer Simone della Tosa, e messer Salvatore Manetti dei Baroncelli, che lo lavarono al sacro fonte in S. Giovanni, battezzandolo con gran solennità il vescovo di Firenze, che era allora Francesco di Baldo Savestri da Cingoli della Marca, dottore di ambedue le leggi, ponendosegli nome Carlo Martello per volontà espressa del Duca; a cui forte dispiacque che non fosse in Firenze maestro Cecco, da potergli fare la natività, o comeor dicesi, l'oroscopo. Per volontà poi e a spese del comune, si festeggiò per tutta la città con quella letizia e con quello splendore che si fosse mai fatto, anco nei tempi della sua maggior quiete e ricchezza: tra le quali feste fu nobilissima una giostra fatta sulla piazza di S. Croce, dove tutti que' cavalieri francesi, provenzali e italiani fecero ogni bella prova di prodezza e di cortesía: e monsignor lo duca volle che, per segno della sua letizia, dopo la giostra fosse apparecchiato a sue spese un assai nobile convito, in sulla propria piazza di Santa Croce, a duegento popolani della città, tanti per Sesto, scelti da' capi di ciascun'arte; e nel tempo di esso convito giullari rallegravano i convitati co' loro giuochi e co' loro motti; e trovatori cantavano le lodi e le gesta di casa d'Angiò.
In questa occasione volle il duca fare un atto di generoso perdono, col ribandire Sennuccio del Bene, uno dei chiari poeti d'allora. Questo Sennuccio nella giovinezza si trovò con Dante Alighieri e con altri ghibellini: fu segretario di Stefano Colonna, ed amico del Petrarca, il quale l'onorò del titolo di signore e lo chiama in un sonettometà di sè stesso; ed aveva co' suoi versi acquistata assai chiara fama. Lo consumava il desiderio di ritornare in patria; ed il cardinal Gaetano, che era stato suo protettore, e in quel tempo era legato a Firenze, più volte avea supplicato il duca che gli piacesse di ribandirlo, nè mai l'aveva potuto ottenere; ed ora, tornatagli in mente la cosa, da sè proprio volle concedergli il tornare in patria, a maggior dimostrazione della gioja che aveva preso di questo figliuolo.
Ma la gioja fu breve, chè in capo a otto giorni il piccolo Carlo Martello morì, e fu sepolto in S. Croce, tra le lacrime del duca e della duchessa, che ne stettero dolenti per molto tempo. Il duca però da questo fatto ne prese cagione a richiamare a sè maestro Cecco, pensando che, dove egli fosse stato a Firenze, e ne avesse fatta la natività, non avrebbe, nè egli nè la sua donna, fondate tante speranze su quel fanciullo, sapendo di doverlo perdere così tosto; e alla perdita si sarebbero preparati, e così sarebbe loro stata meno amara.
Noi invece, che nell'astrología giudiciaria non abbiamo fede veruna, penseremo essere stata una fortuna per maestro Cecco il non essere in Firenze; dacchè forse egli avrebbe,per piacere al duca, presagito chi sa che gran cose di quel fanciullo, ed avrebbe troppo presto perduta gran parte dell'affetto e dell'estimazione del signore e degli amici.