Era lo loco, ove a sciender la rivaVenimmo, alpestro, per quel che v’era ancoTal ch’ogni vista ne sarebbe ischiva
Era lo loco, ove a sciender la rivaVenimmo, alpestro, per quel che v’era ancoTal ch’ogni vista ne sarebbe ischiva
IN questo cominciamento del capitolo dal sesto al settimo grado, il disciedere si mostra, nel quale, diviso in tre, come sopra si conta, la bestial ..... qualità dell’operazione umana si contiene, per la cui similitudine nel suo cominciamento il Minotauro si pone, a significare l’abito umano congiunto e col bestial unito. Il quale, secondo i poeti, così si figura togliendo alcun principio in cotal modo di lui, che alcuna reina, nominata Pasiphe, moglie de’ re Minos di Creta, per sua lussuria con un vitello istare carnalmente s’accese, la quale alcuno ingiegnioso, nominato Dedalo, che in sua corte si riducea, di ciò pregando richiese, e come a lui parve, in uno cuoio di vacca, ignuda si mise, nel quale col detto vitello usando s’incinse, di cui finalmente una criatura nacque, dal petto in su uomo e l’altro busto d’un toro. Onde maravigliandosi i’ re di cotale nazione e per suo figliuolo riputandolo, di doppio nome nominarlo volle, siccome era di doppia natura, cioè Minotauro; per lo quale s’intende Minos e Taurus. Del quale crescendo con furioso e crudele abito, finalmente agli orecchi de’ re la verità di lui pervenne, per lo quale isdegno e per sua furia raffrenare al detto Dedalo un luogo per lui determinato ingegnosamente far fece;nel quale chi v’entrasse uscire non ne sapesse, nominandolo laberinto; al quale essendovi rinchiuso, a ciascuna città del detto re signoreggiata, in ogni capo di tre anni una pulcella vergine in luogo di tributo mandare convegna, la qual finalmente divorava: con patto che chi v’entrasse il detto Minotauro uccidesse, che d’ogni tributo libera fosse sua patria. Fra le quali per la città d’Atene il suo, nominato Teseo, per liberarla si mosse. Al quale essendo giunto nel sopradetto paese, e nella corte dimorando, alcuna figliuola de’ re, nominata Arianna, innamorata di lui, sentir di se per cotal modo gli fece, che se per moglie la togliesse menandolane in suo paese, che del laberinto uscire e uccidere il Minotauro gl’insegnerebbe. Ond’egli acciò consentendo con gli ammaestramenti di lei, che delle sette arti sapea, ad entrarvi si mise, nel quale finalmente la morte gli diede, tornandosi poi nel suo paese colla vittoria e colla dettaArianna. Onde così in lui figurata qui la bestial qualità si conchiude.
Da tutte parti l’alta ripa fedaTremò sì ch’io pensai che l’universoSentisse amor, per lo qual è ch’i’ credaPiù volte il mondo in caos converso,
Da tutte parti l’alta ripa fedaTremò sì ch’io pensai che l’universoSentisse amor, per lo qual è ch’i’ credaPiù volte il mondo in caos converso,
❡ Siccome per la nostra fede è manifesto, anzi che ’l suo principio, cioè Cristo, morendo, l’umana generazione ricomperasse, egualmente il giusto come il peccatore, nel primo grado infernale, cioè ne ’l limbo era dannato. Onde vogliendosi dimostrare che nella vittoria di lui, cioè nella resurrezione, ciascun grado avesse sua via, e spezialmente quegli che in prima di colpa non ne aveano soggetto di cotale tremare,figurativamente, qui si ragiona, affigurandolo a una certa opinione d’alcuno filosafo, nominato Empedocles, il quale si come per molti altri filosofi diverse credenze dell’universo s’intendero, così questa per lui così fatta si tenne, che solamente per gli alimenti il mondo si reggesse, e che tra loro si prendesse due diversi principii, cioè odio e amore, per li quali insieme in odio regnando che ’l mondo ben si reggesse e in amore il contrario, si come confusione di molte cose unite che niente non fosse, chiamando cotale amore caos, cioè confusione di molti e diversi uniti effetti. Onde cotal dire, per tal modo figurato, qui si conchiude.
E tra ’l piè della ripa e essa in tracciaCorrean centauri armati di saetteCome soglion nel mondo andare a caccia.
E tra ’l piè della ripa e essa in tracciaCorrean centauri armati di saetteCome soglion nel mondo andare a caccia.
❡ Entrandosi nella dimostrazione bestiale del presente settimo grado, la quale in tre qualitadi divisa si pone, della prima cioè di coloro che sforzano altrui in avere e in persona, figurativamente, così si ragiona che nella circunferente stremità del grado presente una fossa di sangue bogliente immaginata permagna, nella quale ciascun cotale operante, secondo la sua facultà, ladentro più e meno sia sortito. La cui allegoria apertamente s’intende che sì come la lor voglia di torre l’altrui e di dare morte s’infiamma, così qui il somigliante significa. E che da molti centauri, cioè uomini dal petto in su, e l’altro busto cavallo, correndo sopr’essa sien vicitati, i quali significano i correnti pensieri bestiali e voglie di loro che in ciò fargli conservano, approvandogli per esempio i molti che di tale qualità anticamente più furono impressi de’ quali, poeticamente favoleggiando,di loro essere così si ragiona, che alcuno uomo nominato Ixion per alcuno tempo sforzandosi di congiungersi carnalmente con Junone, moglie di Giove, e non possendo perchè era iddea, tra’ nuvoli sua corruzione sparta trascorse, della quale diversi animali in due nature formati si generarono, cioè, di natura umana dal petto in su, e da indi in giù di cavallo. La cui allegoria, come di sopra si conta, la bestial qualità delle genti significa, d’i quali umana forma e abito bestiale si discerne, tra’ quali per più conoscenza di lor simili qui d’alquanti si fa ricordanza, incominciandosi ad un grande di Grecia, nominato Aschiro, il quale, secondo Omero, fu crudelissimo e bestiale in tutte sue operazioni, nella cui signoria principalmente Achille figliuolo del re Peleo crebbe, e seguentemente d’un altro nominato Folo, il quale tra gli altri con più ira si resse, co’ quali di Nesso, che per la bella Dianira fu morto così si ragiona. La cui vendetta e storia in cotale modo permane, che alcuna volta, in compagnia d’Ercole e Dianira sua moglie, andando, ad uno gran fiume pervennero, per lo quale temendo Ercole di Deianira che passar nol potesse, in sulla groppa di Nesso, fidandosi di lui finalmente la puose; il quale, sentendosi sopra colei di cui egli era vago, con l’intenzione d’averlasi dinanzi ad Ercole correndo a fuggire si mise, dal quale così fuggendo fu mortalmente lanciato. Ond’egli incontanente a Dianira si volse dicendo come per lei moriva; e perch’ella in amor d’Ercole ritornasse partendosi dall’amore ch’era tra lui e Giunone moglie di Giove, che la sua sanguinosa camicia togliesse, e celatamente alcuna volta ad Ercole la facesse vestire, però che tal virtù in sè ritenea, e cosìil detto Nesso morto, ella col marito, cioè con Ercole permanendo, credendo quel che Nesso insegnato l’avea, la detta camicia nascosamente ad Ercole mise, per la quale, essendone in su la carne vestito, incontanente fu morto. Così di se stesso il detto Nesso ingannando la sua vendetta si fece.
Quivi si piangon disperati danniQuivi è Allesandro e Dionisio feroChe fecie aver Cicilia dolorosi anni
Quivi si piangon disperati danniQuivi è Allesandro e Dionisio feroChe fecie aver Cicilia dolorosi anni
❡ Significata la qualità de’ centauri qui l’essenza degli altri operanti, nominandone certi si contiene, incominciandosi al grande Alessandro di Macedonia, il quale tiranneggiando signioreggiò le due parti del mondo, cioè Asia e Africa, e seguentemente al feroce Dionisio, per lo quale con grandissimo furore e forza l’isola di Cicilia lungo tempo si resse. Tra’ quali antichi modernamente di messer Azolino da Romano della Marca trivigiana con la testa bruna per sembianza si vede, il quale, ferocemente tiraneggiando Trivigio, Padoa, Vicenzia e Verona, signioreggiandole resse, e simigliantemente con la testa bionda il marchese Obizzo da Este in cotal colpa si vede, il quale signioreggiando Modona e Ferrara dal ....., finalmente fu morto.
Mostrocci un’ombra da un canto solaDiciendo colui fesse in grembo a DioLo cuor che ’n sul Tamigio ancor si cola.
Mostrocci un’ombra da un canto solaDiciendo colui fesse in grembo a DioLo cuor che ’n sul Tamigio ancor si cola.
❡ Digradandosi la vista, secondo il più e ’l meno dell’operazione per la presente qualità di coloro che infino alla gola nel sangue sortiti sono, qui d’alcuno, nominato conte Guido di Monforte d’Inghilterra, così si ragiona.Il quale essendo nimico della casa de’ red’Inghilterrauno di loro, nominato Messer Arrigo d’Inghilterra, nella città di Viterbo, levandosi il corpo di Cristo, finalmente uccise, con consentimento de’ re Carlo Vecchio, essendo collui, del quale secondo l’usanza, il cuore del corpo fu tolto e in sua terra portato, il quale in un calice d’oro coperchiato in mano ad alcuna statua in una chiesa sopra il fiume de Londre, nominato Tamigio, ancora onorato si china.
La divina giustizia di qua pungeQuell’Attila che fu fragello in terraE Pirro e Sesto: ed in eterno munge
La divina giustizia di qua pungeQuell’Attila che fu fragello in terraE Pirro e Sesto: ed in eterno munge
❡ Ancor della presente qualità nel più profondo per maggior colpa alcuno Unghero, Attila nominato si concede, il quale sanza alcun titolo di ragione ferocemente anticamente si mosse, e nelle parti d’Italia con grandissimo esercito venne rubando e ardendo le terre che a le mani gli venivano, tra le quali Padova e Firenze per lui diserte rimasero. E così operando e finalmente essendo ad assedio ad una terra di Romagna nominata Rimino, e sconosciutamente entratovi per novelle di suo stato sentire, e conosciuto da alcuno giucandovisi a scacchi collo scacchiere in sul capo percosso, incontanente fu morto. E simigliantemente in cotal colpa Pirro, figliuolo d’Achille, si considera, il quale, la marina rubando, corse nel tempo del maggior dominio di Roma, e Sesto figliuolo di Pompeo, il quale, dietro alla morte del padre, la marina simigliantemente rubando, gran tempo con suo legno corse. Co’ quali antichi ancor modernamente di due ragionar si concede. De’ quali l’uno fu de’ Pazzi di Valdarno, nominato Rinieri,e l’altro da Corneto di Maremma, simigliantemente chiamato; per li quali le strade gran tempo di Toscana furono corse e rubate.
Non era ancor di là Nesso arrivato,Quando noi ci mettemmo per un boscoChe da nïun sentiero era segniato
Non era ancor di là Nesso arrivato,Quando noi ci mettemmo per un boscoChe da nïun sentiero era segniato
DIMOSTRATA la prima qualità bestiale, cioè parte delle tre del grado presente, qui in questo capitolo, seguentemente procedendo, delle colpe [contra] il dovere, la seconda procede, cioè, quella che a sè medesimo personalmente, e realmente offende, la quale, figurativamente, in forma d’un alpestro bosco si pone dentro al detto fosso per ordine circustante, per la cui fronde certi pennuti animali, in aspetto umano volando, trascorrino. La cui allegorìa, propiamente cotale modo si procede, che si come naturalmente si vede l’umana generazione tre animati si possiede cioè vegetabile, razionale e sensitiva, delle quali la vegetabile, cioè, quella che in vita crescendo permane, alla sua fine giammai non consente. Ma perchè nel corpo umano la rationabile e la sensitiva a sua morte talora consente, però in piante silvestre cotal qualità di gente, figurativamente, si forma, siccome creature in isola vegetabile rimase, essendoci dell’altre due sè stesse private. Le cui vegetazioni di pennuti animali, le triste ricordanze e memorie di lor propia privazione significano,le quali così figurate Arpìe poetando si chiamano; delle quali, così figurativamente, secondo che tratta Virgilio nel suo Eneidos, Enea Troiano con sua gente, essendosi da Troia partito, di certe Isole, nominate Strofade, in cotal modo già furon cacciati, procacciandovi d’aver preda con sua gente da vivere, tale quali difendendosi da lor colle spade dalla Maestra di loro, nominata Cileno, ad Enea fu finalmente così detto: Tu vai per signioreggiare Italia e qui a torre mia preda se’ giunto; ma prima che tu signoreggi, tu e tua gente, i taglieri in su ch’avete mangiato per fame ancora manicherete. Il quale annunzio finalmente avvenne, secondo che nelle sue istorie per Vergilio si conta. Onde così in piante salvatiche, col dolore delle dette ricordanze e memorie, ciascun che di vita si priva, figurativamente qui si concede, tra’ quali d’alcuno nelle seguenti chiose per esempio si conta.
I’ son colui che tenni anbo le chiaviDel cor di Federigo e che le volsiSerrando e disserando sì soavi
I’ son colui che tenni anbo le chiaviDel cor di Federigo e che le volsiSerrando e disserando sì soavi
❡ Per seguitar, con esempio d’alcuno della presente qualità ominato Piero dalle Vigne, qui si ragiona, il quale, si come naturale e isperta persona nella corte dello ’nperadore Federigo in sì grazioso stato si vide, che solamente in lui ogni segreto del segnore si volgea, tenendo a suo volere le due chiavi del cuore, cioè il sì e no del suo imperato dovere, di cui per gli altri cortigiani tanta invidia si prese che falsamente dinanzi al signore abominandolo più volte, in disgrazia ricadde. Per lo qual dolore, essendone abbacinato, e menato alcuna volta presso da Sanminiato del Tedescoa Pisa in alcun suo borgo, nominato fosso arnonico, per isdegno di sè, percotendosi il capo a un muro, finalmente sè uccise.
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[Il codice Laurenziano contiene, in più, la seguente chiosa]:
Ed ecco due dalla sinistra costaGnudi e graffiati fuggendo sì forteChe della selva rompean ogni rosta
Ed ecco due dalla sinistra costaGnudi e graffiati fuggendo sì forteChe della selva rompean ogni rosta
❡ Si come per due modi l’offensione di sè medesimo per l’uomo operata puote essere, cioè personalmente e realmente, così qui nel presente sito, essendosi la personal dimostrata, la real continenza si segue, cioè la qualità di coloro che di ben temporali, e spezialmente dell’avere, distruggendo, si spogliano; figurandogli ingnudi per la detta cagione; e perchè della persona per lor non si priva, tra le piante del bosco presente personalmente in umanità son formati, i quali, figurativamente, da nere e bramose cagne, così son cacciati e disfatti, a significare la oscurità delle ’ndigenze, cioè di bisogni necessarii, che dietro alla distruzione correnti seguiscono perseguitandogli per due guise, si come per due modi cotal distruzione per lor si conserva, cioè lungo tempo vivendo mendico e povero dietro alla sua struzione [e] d’appresso di lei incontanente avere fine. Di quali per esenpio qui di ciascuno si dimostra, proponendosi l’uno in alcuno cavaliere padovano nominato messer Iacopo della Capella, cioè santo Andrea da Monselice, il quale di grandissima ricchezza lungo tempo in grande povertade divenne, e l’altro inalcun sanese nominato Lano, il quale, avendo con la scialacquata brigata di Siena sua ricchezza finita, e nella sconfitta dalla Pieve al Toppo perdente con gli altri suoi cittadini ritrovandosi, e potendosi a suo salvamento partire per non tornare nel disagio in che incorso era, tra nemici Aretini a farsi uccidere percotendo si [mise][21]. Onde chiaramente qui si significa il diverso cacciato correre di loro.
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Ricoglietele a piè del tristo ciesto,Io fui della città che nel BatistaMutò il primo padrone, ond’ei per questo
Ricoglietele a piè del tristo ciesto,Io fui della città che nel BatistaMutò il primo padrone, ond’ei per questo
❡ Però che de’ Fiorentini è propio vizio d’appiccare sè medesimi, come degli Aretini il gittarsi ne’ pozzi, qui di tutti quei di Firenze che ciò fanno, in uno si ragiona, acciò che ciascun leggendo del suo parente si creda, il quale, per sua patria nominandosi, cioè di Firenze, di lei alcuna condizione in cotal modo significa, dicendo, che per lo mutamento di suoi padroni che anticamente per accrescimento della fede cattolica d’uno in altro si fece, lasciando l’idolo di Marte, il quale, secondo i poeti, Iddio delle battaglie si chiama, e san Giovanni Batista prendendo, che per tale privamento con sua impressione il detto Marte la farà sempre dolere, privandola delle vittorie di sua arte. E finalmente approvandola, che s’e Fiorentini anticamente non l’avessero ricolto e in atti riposto, com’è al presente nellatesta del loro vecchio ponte si vede, che indarno di dietro alla distruzione di Firenze che per Attila Unghero anticamente si fece per loro edificato, così si sarebbe, per lo qual significamento, secondo l’arte della strologia, in alcun vero cotal principio per ascendente s’intende.
NOTE:[21]Corretto col P p. 313.
[21]Corretto col P p. 313.
[21]Corretto col P p. 313.
Poi che la carità del natio locoMi strinse, ragunai le fronde sparteE rendêle a colui ch’era già fioco.
Poi che la carità del natio locoMi strinse, ragunai le fronde sparteE rendêle a colui ch’era già fioco.
NOTIFICATA la prima e la seconda qualità del presente settimo grado, la terza in questo capitolo ordinatamente procede, la quale s’intende di coloro per cui la natura, cioè Iddio, coll’operazione e con la mente contro al suo dovere è sforzata la quale, si come per tre effetti, cioè modi, si produce, si come con la mente immaginando con abito di lussuria e con arte, cioè con usura, così per tre qualitadi di genti figurativamente ordinata permane, in circonferenza dentro alle sopra dette due parti figurandola in aridisimo e secco sito, sopra il quale fiammelle di fuochi continue, privan[d]o[22]a dimostrare l’asciutta caldezza dell’animo e di loro imprensione e le infiammante lor voglie. Delle quali notizia per esempio di ciascuna nelle seguenti chiose si vede sempre dal men grave peccato,incominciando secondo l’ordine del dovere nella intenzione del presente autore procedendo, figurando cotal sito alla rena d’Etiopia, cioè pianura caldissima d’Africa, sotto la meridional parte, per la quale anticamente il buon Cato di Roma, con certi Romani, innanzi alla signoria di Cesere, essendo morto Pompeo, per volere libertà in fuga si mise.
Chi è quel grande che no par che curiLo ’ncendio e giace dispettuoso e torto,Si che la pioggia non par che ’l maturi
Chi è quel grande che no par che curiLo ’ncendio e giace dispettuoso e torto,Si che la pioggia non par che ’l maturi
❡ Tra l’altre qualitadi della presente terza parte, della prima esenpio per alcuno qui si dimostra, cioè di coloro che col cuore contro a Dio parlando e dispregiando faciendoli nel detto sito sotto le fiamme giacere, a dimostrare, che quanto Idio più si dispregia, che tanto più basso al contrario dell’essere e con più pena si permagna. Tra’ quali d’alcun re, nominato Capaneo, per simigliante si fa menzione, per lo quale niuna fede negli dii vivendo si tenne, reggendo sotto alcuna regola di ragione, sanza credenza di dii, suo reame, tra’ le quali sue operazioni d’una finalmente così si ragiona: che alcuna volta essendo l’uno de’ sette regi che con Polinice assediarono Teba, essendovi dentro il fratello, nominato Eteocle, il quale, dovendogli dare a parte di reggimento la terra si come a fratello ribellandosi da lui si tenea e in sulle mura della terra, combattendo contro a’ Tebani, dispregiando gli Dii che per loro dentro si sagrificavano, in cotal modo dica: Dite a Jove e Bacco vostro iddio ed agli altri generalmente che v’aiutino ora se gli hanno forza e non hanno potenza e non sono nulla! Al quale, così dispregiandogli, pervendetta dal cielo una saetta folgore venne, che divorando l’uccise. Onde per tal vendetta ancor di sua fermezza, cosi si ragiona, affermando che se Jove ancora con tutta sua forza così il saettasse, come nella battaglia tra gli dii e giganti fece nel monte di Flegra, che chiara vendetta di lui non avrebbe. La quale battaglia, secondo i poeti, tra gli dii e giganti nel detto luogo per cotal modo si fece che, essendo l’una parte e l’altra raggiunta, finalmente gli giganti combattendo arebbono vinto, se Giove, si come signore delli altri idii, soccorso così non avesse gridando, a Vulcano iddio del fuoco, che saette folgore in quantità fabbricasse con le quali i giganti finalmente fosser percossi. ¶ Onde per gli dii la detta battaglia per cotal modo finalmente si vinse, figurativamente Mungibello in ciò nominando, però che per i poeti favoleggiando si dice, che in lui fabrica di Vulcano per l’apparenza di suo fuoco visibile sia, il qual Mongibello nell’isola di Cicilia così fiammante permane.
In mezzo il mar siede un paese guasto,Diss’egli allora, che s’appella CretaSotto ’l cui rege fu già il mondo casto
In mezzo il mar siede un paese guasto,Diss’egli allora, che s’appella CretaSotto ’l cui rege fu già il mondo casto
❡ Per lo sopradetto rivo che, per la presente qualità visibilmente trascorre, sopra il quale figurativamente ogni caldezza si spegnie [si segue] sottilmente così è da considerare: ¶ In prima, che dall’effetto di secoli, cioè dall’etadi, una acqua dipenda, cioè operazione, della quale quattro fiumi nell’infernal qualità si dirivano, de’ quali, il primo Acheronte si chiama, cioè senza alegrezza interpetrato; il secondo Stige, cioè tristizia; il terzo Flagietonta, cioè incendio; il quarto e l’ultimoCocito, cioè pianto. I quali quattro subietti delle viziose operazioni significano, la cui forma, e ’l cui principio poetando, così si produce. ¶ In prima che, secondo i Pagani, la prima età del mondo quella di Saturno s’intende, nella quale il mondo sanza alcuna malizia si resse, la cui dimora nell’isola di Creta, figurativamente, così si comprende; del quale nascendo un figliuolo, nominato Giove, a Rea sua moglie comandamento espressamente fece che tal figliuolo incontanente uccider facesse; però che rivelato gli era che, vivendo, per lui della dominazione sarebbe finalmente disposto. Onde ella pietosa del detto figliuolo nascosamente con alquante nutrici in alcuna montagna nominata Yda nella detta isola di Creta, acrescere lo fece; per lo quale il padre, cioè Saturno, del dominio finalmente fu casso procedendo Jove e di Jove in Marte suo figliuolo, e simigliantemente digradandosi nelle altre seguenti a questo, cioè nell’idolatrie di lor deitadi, infino alla presente, che per molti diversamente si contiene alle quali figurativamente si fa cominciamento di viziose operazioni a quella di Giove, però che la prima, cioè quella di Saturno, sanza alcun vizio si resse, dalla quale d’una in altra digradando crescendo cotal cominciamento si piglia. E secondo la cristiana intenzione, la prima età da Adamo purissima s’intende infino all’ora del primo peccato, dalla quale, seguentemente di Noè in Abraam, da Abraam in Mosè, di Mosè in Cristo, d’una in altra digradando, così procede. La cui allegoria poetando, figurativamente, in alcuna statua umana così formata si pone, la quale, secondo che per alcuna scrittura del Testamento vecchio si conta per visione d’alcun grandissimo primo temporale signore nominatoNabucodinosor in Babilonia dimorando, così si conchiude, che alcuna volta, dormendo, la detta statua in visione così formata gli venne, della quale i suoi savii, domandandone che ciò significasse, niente sapere ne potea. Finalmente, per alcuno ebreo, in sua prigione incarcerato, nominato Daniello, avendo a due prigioni di loro sogni ridetta la veritade, cioè di due suoi serventi, de’ quali l’uno tornato in grazia e l’altro impiccato, finalmente fu, sognando sopra sè corbi, e l’altro di primere uve in una coppa servendo dinanzi a lui, per la detta rivelazione menato, promettendogli di liberalo se di sua visione la verità gli dicesse: in cotale modo gli fu la visione rivelata, dicendo di lei come di sopra, figurativamente dell’etadi del mondo si conta. ¶ Onde così formata, qui nel presente libro nella sopra detta Montagna di Creta si pone, a significare, secondo i Pagani, il primo cominciamento di lei, e ch’ella riguardi Roma, volgendo le spalle a Damiata, a dimostrare che il dominio del presente secolo in Roma si contegna e da Babilonia partito, pognendo Damiata per segno, però che alcuna montagna tra levante e ponente, tra Babilonia e Roma mediata. Per la cui dorata testa il purissimo cominciamento di lei si considera, digradando poi ne metalli secondo la disposta qualità, della quale, finalmente, il destro piede di terra cotta si vede, per lo quale l’ultimo presente spiritual secolo si considera. Il quale di terrestre umanitade col calore divino in Cristo figliuolo di Dio si produsse, sopra ’l quale più il presente secolo che nell’altro, cioè nel temporale, si sostiene, dalla quale statua, così figurando, come detto di sopra, la qualità viziosa del mondo digradando procede.
NOTE:[22]V. P.piovendo.
[22]V. P.piovendo.
[22]V. P.piovendo.
Ora cien porta l’un d’i duri marginiE ’l fumo de’ ruscel di sopra aduggiaSicchè dal fuoco salva l’acqua e gli argini
Ora cien porta l’un d’i duri marginiE ’l fumo de’ ruscel di sopra aduggiaSicchè dal fuoco salva l’acqua e gli argini
DIMOSTRATA la prima qualità della terza del grado presente, della seconda qui in questo capitolo l’esser procede, cioè di coloro in cui l’ardente fuoco della lussuria contra natura s’induce, si come i sodomiti, e a simiglianti effetti, figurandola per diverse schiere andando, a significare in loro diversi affetti che sanza posa in cotali operazioni gli producono, tra’ quali d’alquanti, per notizia di loro, come nelle seguenti chiose e testo si contiene e dimostrano facendosi qui nel cominciamento alcune operazioni dell’essere del presente rivo, assimigliandolo a quel che e Fiamminghi per temenza del fiotto della marina fanno, la qual, secondo la grandezza sua cresce e dicresce, secondo il montare e lo scendere della luna dall’oriente all’occidente. Il qual fiotto cotal crescer s’intende naturalmente in ciascuna marina, non considerando il più e ’l meno della grandezza di loro, siccome dell’Oceano che per la sua grandissima facultà solamente di lui si ragiona. ¶ Ancora simigliantemente, a quel che per temenza i Padoani di lor fiume per iscampo di loro colture fanno, il quale delle parti fredde di Chiarantana giù deriva, la cui abbondanza nel tempo che ’l caldo della neve e il ghiaccio in acqua converte, procede, inalzando gli argini del detto fiume, nominato Brenta,per la sopra detta temenza, e simigliantemente i Fiamminghi le loro marine pianure.
E quegli: figliuol mio, non ti dispiaccia:Ser Brunetto Latino un poco tecoRitorna indietro e lascia andar la traccia
E quegli: figliuol mio, non ti dispiaccia:Ser Brunetto Latino un poco tecoRitorna indietro e lascia andar la traccia
❡ In questa seconda qualità, per simigliante si trova un Fiorentino nominato ser Brunetto Latino, il qual fu valorosa e natural persona, come ne’ suoiTesori[23]testimonianza si vede, nel cui ragionamento d’alcuni altri di sua qualità si palesa, come nel testo e qui si contiene, cioè di Presciano, e di messer Francesco d’Accorso di Bologna, di legge civile dottore, e del vescovo Andrea de’ Mozzi di Firenze, il quale essendo pastore della detta città, per cotal vizio dal papa nel vescovado di Vicenza fu trasmutato, il cui fiume così Bacchiglione è chiamato, come Arno quel di Firenze, nel quale finalmente morta sua lussuria rimase.
Già era in loco ove s’udìa rimbomboDell’acqua che scendea nell’altro fosso,Simili a quel che l’api fanno rombo.
Già era in loco ove s’udìa rimbomboDell’acqua che scendea nell’altro fosso,Simili a quel che l’api fanno rombo.
ANCORA nella presente rena per vizio di lussuria d’alquanti cittadini di Firenze in questo capitolo si fa ricordanza, e della qualità dell’ottavo seguente grado, come nelle seguenti chiose si conta.
Nepote fu della buona Gualdrada,Guido Guerra ebbe nome ed in sua vitaAssai fece col senno e con la spada
Nepote fu della buona Gualdrada,Guido Guerra ebbe nome ed in sua vitaAssai fece col senno e con la spada
❡ Tra gli altri della presente qualità, qui ragionandosi, con un cavaliere di Firenze nominato Messer Iacopo di Rusticucci, e del conte Guido Guerra, antico di conti Guidi si fa ricordanza, e di messer Teghiaio Aldobrandi de Cavicciuli di Firenze, si come di valorose persone fuor di tal vizio onorate con quali in ragionamento finalmente si conchiude alcuno valoroso uomo di corte, nominato Guglielmo Borsiere.
Come quel fiume ch’à proprio camminoPrima dal monte Viso in ver levanteDalla sinistra costa d’Appenino
Come quel fiume ch’à proprio camminoPrima dal monte Viso in ver levanteDalla sinistra costa d’Appenino
❡ Per similitudine del figurato romore del presente rivo scendendo del settimo grado nell’ottavo, d’alcun fiumicielo di Romagna qui si ragiona prendendo di lui il romore che in alcuna sua scesa si fa in una contrada dell’Alpe, che San Benedetto si chiama, la cui continenza, secondo il presente parlare, così si contiene; che alcuno monte sopra le parti di Monferrato e della Genovese riviera, nominato Monte Viso, principio sia della lunga giogana d’Appennino, la quale quella s’intende che Lombardia, Romagna, la Marca d’Ancona e Abruzzo, dalla Toscana, e dalla Val di Spoleto, cioè il ducato, e da terre di Roma con Puglia piana diparte, la cui sinistra costa guardando verso il levante quella che ’l mare Adriatico dichina sue acque s’intende, delle quali acque, cioèfiumi, il Po pricipalmente dal sopra detto Monte Viso col suo propio nome alla detta marina discorre, togliendolo a molti altri, che per la detta costa derivano, tra’ quali quel che, seguente lui, realmente infino alla marina sanza mettere in Po col suo nome corre [e] Montone per lo piano di Romagna, si chiama, e per la montagna, acqua queta: dal quale, come di sopra, si conta figurativamente esenpio dell’uso della presente scesa si piglia.
I’ avea una corda intorno cintaE con essa pensai alcuna voltaPrender la lonza della pelle dipinta
I’ avea una corda intorno cintaE con essa pensai alcuna voltaPrender la lonza della pelle dipinta
❡ Avegna che la terza qualità della presente terza parte del settimo grado ancor dimostrata non sia, qui essendosi in sulla sua interna stremità, alcuna significazione dell’ottavo grado figurando si prende, gittandovisi alcuna cintura per segno, per lo quale alcuno abito di froda in lussuriosa operazione si considera, a dimostrare che ne’ frodolenti vizij sanza alcuno segno di froda intrar non si possa, si come il simile che al simile si palesa; per lo quale segno, figurativamente, in su la frodolente forma ritorna come nel libro qui e nelle seguenti chiose di lei si contiene.
NOTE:[23]Le due sue opere:Il TesoroeIl Tesoretto.
[23]Le due sue opere:Il TesoroeIl Tesoretto.
[23]Le due sue opere:Il TesoroeIl Tesoretto.
Ecco la fiera colla coda aguzzaChe passa i monti, rompe muri e armeEcco colei che tutto il mondo apuzza
Ecco la fiera colla coda aguzzaChe passa i monti, rompe muri e armeEcco colei che tutto il mondo apuzza
IN questo cominciamento la fiera forma dell’umana froda, figurativamente, così si dimostra, la cui qualità ne’ seguenti due gradi permane, figurandola con umana figura a dimostrare che il principio della froda sia di giusta e benigna apparenza, e con busto di serpente macchiato di molti colori, a dimostrare il variato e ’l velenoso volere che in lei si contiene e ch’ell’abbia sua coda aguzza a dimostrare che finalmente sua operazione sia aguzza e mordente sempre in altrui offensione. La quale in due acute punte sua punta divide siccome per due modi finalmente offende, cioè con mezzo e sanza mezzo di fidanza, dicendo ch’ella passi muri e armi, a dimostrare che nulla da lei si difenda.
Com più color sommesse e sopraposteNon fer ma’ drappo Tarteri nè TurchiNè furn tai tele per Aragnia imposte
Com più color sommesse e sopraposteNon fer ma’ drappo Tarteri nè TurchiNè furn tai tele per Aragnia imposte
❡ Per esempro di variati colori della sopra detta fiera qui di coloro che meglio tessendo colorano, a comparazione si ragiona, tra’ quali d’alcuna donna delle parti di Libia, nominata Aragnia, così si conchiude, la quale, secondo le favole d’Ovidio, si anticamente sue tele maravigliosamente sanza arte tesseva che con alcunaidea di sapienza, nominata Pallas, alcuna volta a provare si produsse, con la quale finalmente cotal prova perdette, per la quale arroganza la detta idea un ragnatelo diventare la fece, dalla quale poi tutti gli altri così nominati discesoro. La cui allegoria in cotal modo s’intende che sempre ogni sottile intelletto e operazione contro all’ordinato senno dell’arte perdente rimane.
Come talvolta stanno a riva i burchi,Che parte sono in acqua e parte in terra,E come là tra gli Tedeschi lurchiLo bivero s’assetta a far sua guerra
Come talvolta stanno a riva i burchi,Che parte sono in acqua e parte in terra,E come là tra gli Tedeschi lurchiLo bivero s’assetta a far sua guerra
❡ Ancora per assempro del suo figurato permanere in su l’orlo del grado presente e parte nel vano che sopra l’ottavo permane, qui della qualità d’alcuno animale, nominato bivero, così si ragiona, che nelle lagune della Magna naturalmente stando e vivendo di pesci, alcuna stagione dell’anno, così a sua pastura s’acconcia, essendo di grandezza e di forma come faina, ed avendo la coda formata di pescie, la quale con tanta grassezza permane, che, stando alla riva, e percotendola nell’acque, scandelle come d’olio per l’acqua rimagnono, alle quali i pesci traendo, da lui finalmente son presi.
Per gli occhi fuori scoppiavan lor duolo;Di qua, di là soccorrien colle maniQuando a’ vapori, e quando al caldo suolo
Per gli occhi fuori scoppiavan lor duolo;Di qua, di là soccorrien colle maniQuando a’ vapori, e quando al caldo suolo
❡ Essendosi dimostrate le due qualità della terza presente parte del settimo grado, cioè di quella che giace, e di quella che in andando non passa, qui la sua terza ultimamente, sedendo a tale pena si truova, la quale di coloro si considera che in arte contra natura procedono,i quali usurari volgarmente s’appellano. E perchè in alcuna chiosa dell’undecimo canto cotale offensione disaminata permane, però solamente qui al loro essere così si procede, figurandogli nella detta rena sedere con certe borse al collo di lor segni notate, a significare il rinsedio dell’animo loro, che solamente a la moneta rimira, offendendo a Dio in ciò, come di sopra si conta, tra’ quali per conoscenza di loro detti segni, d’alquante case e uomini speciali qui si ragiona, incominciandosi in prima a Gianfigliazzi di Firenze per la borsa gialla con un leone azzurro, che per loro arme si contiene. E seguentemente per la rossa con l’oca bianca gli Obriachi della detta terra. E per la bianca con una troia azzurra gli Scofrigni di Padova, pronunziando per cotal colpa l’esser co’ loro alcun suo vicino, nominato messer Vitaliano dal Dente di Padova, e simigliantemente un altro cavaliere fiorentino, nominato messer Gianni Buiamonte, nominandolo per suo segno che tre becchi neri nel campo giallo si contiene; e così dimostrato il settimo grado nell’ottavo oggimai si procede.
Omai si scende per sì fatte scale:Monta dinanzi; ch’io vogli’ esser mezzoSicchè la coda non possa far male.
Omai si scende per sì fatte scale:Monta dinanzi; ch’io vogli’ esser mezzoSicchè la coda non possa far male.
❡ Essendosi generalmente tutte le qualitadi del settimo grado vedute, qui alla dimostrazione dell’ottavo principalmente si scende, figurandosi sopra la detta fiera, come nel presente testo si conta, a dimostrare che solamente con la froda la froda si possa cercare, comenelle soprascritte chiose si contiene, e che Virgilio, cioè la ragione umana, in mezzo tra ’l capo e la coda si contegna, a dimostrare che dove il senno è mezzo tracotal fine e altrui, avvedendosene che niente operando danneggia. La qual così figurata Gierion si chiama a derivazione d’alcun re delle parti d’occidente così nominato, il quale, secondo che per Virgilio in alcuno luogo si tratta, fu il più frodolente uomo che mai la natura formasse, conoscendo nel suo reggimento impressione di tre qualitadi, cioè umana e di serpente e di scorpione, la cui significazione assai chiaramente di sopra si contano.
Maggior paura non credo che fosse,Quando Fetonte abandonò gli freni,Per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse
Maggior paura non credo che fosse,Quando Fetonte abandonò gli freni,Per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse
❡ Per similitudine della paura di cotale scendere, alcuna favola poetica d’un figliuol del Sole, nominato Fetonte qui ragionando si conta, la quale in cotali modo permane: che alcuna volta scherzando, si come fanciullo tra gli altri fanciulli, il detto Fetonte, detto gli fu che figliuolo, come si tenea del Sole, non era, ond’egli adirato, alla madre sua, nominata Elimine per certificarsi di ciò a domandarlane corse. La quale certificandolone per più pruova di ciò, verso il padre in oriente lo ’ndusse, dicendogli che per similitudine di sè e di lui assai certo sarebbe. Ond’egli nell’oriente giunto, di ciò il padre suo, cioè il Sole, di tal tema domandò. La cui risponsione certamente nel sì si stesse, proferendogli liberamente come a figliuolo ciò che volesse. Per la quale promessa il detto Fetonte, per provarlo, cotal grazia gli chiese, che solamente un dì il suo carro gli lasciasse guidare; di che il Sole molto nell’animo suo fu crucioso. Ma perchè promesso gli avea, la sua domanda gli attenne, ammaestrandolo della via che col carro dovessetenere, e come di cavalli tegnendo gli freni si reggesse, il quale essendo mosso, e sotto il segno del celestiale scorpione ritrovandosi, di lui tanta paura comprese, che i freni de’ suoi detti cavalli abbandonati dimise, i quali, non sentendosi avere guida, fuori della detta strada trascorrendo si misero. Per cui il cielo, come nella sua galassia si vide, così si ricosse, e simigliantemente ardendo la terra, a pregare l’alto Jove s’indusse, il quale per liberare lei e il cielo, d’una saetta folgore il percosse, per la quale nel maggior fiume d’Italia, cioè nel Po, morto finalmente cadde. La cui allegoria in cotal modo permane, che male al padre e al figliuolo avegna, quando ogni voglia del figliuolo si consenta, e così la temenza del presente testo figurando si conta.
Nè quando Icaro misero le reniSentì spennar per la scaldata cera,Gridando il padre a lui: mala via tieni
Nè quando Icaro misero le reniSentì spennar per la scaldata cera,Gridando il padre a lui: mala via tieni
❡ Ancora simigliantemente, per assempro della detta temenza, qui d’alcuno altro di Puglia, nominato Icaro, figliuolo di Dedalo a ricordamento si toglie, il quale essendo col padre nell’isola di Creta apposta del buon re Minos e non possendosi partire, essendo dal detto re col detto Dedalo per sua eccellenza d’ingegno costretto, sanza arbitrio di partirsi da lui, cioè dell’isola, così eran tenuti. Il quale disiderando di sè libertade, e non trovando chi per mare il levasse, a sè e al detto Icaro alie di penne con ingegno conpuose, ammaestrandolo, che dietro a lui, nè più alto, nè più basso di lui, volando, tenesse, assegniandogli ragioni, che, se più alto volasse, che la caldezza del sole gli stempererebbe l’impegolata cera delle penne; e se più basso, chel’umido della marina l’aggraverebbe. Ond’ei movendosi per passare il mare, tra Creta e Puglia, ed essendosi in aria volando levati, e sentendosi Icaro in su l’ali leggiero oltre il comandamento del padre in alto si mise, gridandogli il padre che dietro a lui non così alto volando tenesse. Per la qual sopra detta cagione, nella marina finalmente cadde; quinci l’exempro presente procede, la cui allegoria brevemente così si contiene, che finalmente ciascuno figliuolo fuor dell’ammaestramento del padre operando, in suo danno procede.
Logo in inferno detto MalabolgeTinto[24]di pietra e di color ferrignoCome la cerchia che d’intorno il volge
Logo in inferno detto MalabolgeTinto[24]di pietra e di color ferrignoCome la cerchia che d’intorno il volge
SICCOME nel proemio delle presenti chiose e nell’undecimo canto si contiene, l’ottavo infernal grado, nel quale qui a proceder si comincia, in dieci parti, cioè qualitadi ordinate e distinte si divide, siccome per dieci modi la semplice froda, cioè quella che fidanza non rompe operando, si porge, la quale, come detto in questo presente grado figurativamente, così si contiene, che in dieci gran fosse, circustante l’una nell’altra, il suo spazio diviso si piglia, nel cui mezzo il vano del nono grado permanga. Le quali, figurativamente, bolge si chiamano, cioè luoghi per sè determinatisotto una generale qualità, nelle quali, secondo la gravezza del peccato, di lor modi d’una in altra ordinatamente si procede. ¶ Alle quali incominciando in questo canto, prima quella de’ ruffiani si dimostra, nella quale, figurativamente, con contrario andamento d’anime si pone, a dimostrare che due modi contradi la froda e lo ’nganno contra le femmine operata si segnia, cioè per suo propio diletto, o per altrui, per amistà, o per guadagno promesso, e che de’ certi diavoli isforzati sieno a significare i lor disii, da’ quali continovamente nelle operazioni spronati sono, tra quali per simiglianti nelle seguenti chiose d’alquanti si fa menzione.
Io fu’ colui che la Ghisola bellaCondussi a far la voglia del marcheseCome che suoni la sconcia novella
Io fu’ colui che la Ghisola bellaCondussi a far la voglia del marcheseCome che suoni la sconcia novella
❡ Per l’una qualità della presente colpa, qui d’alcuno cavaliere bolognese, nominato Messer Vinedico di Caccianimisi si ragiona, il quale, per certa quantità di moneta, la serocchia carnale alla voglia del marchese Obizo da Este carnalmente condusse; e per dimostrare che Bologna, più ch’altra terra di tal vizio più sia corrotta, di ciò favellando così si ragiona, prendendo per segno di lei il sito suo tra due fiumi, cioè tra Savena e Reno, e simigliantemente per alcuno suo vocabolo che sipa[25]favellando producano.
Il buon maestro, sanza mia domanda,Mi disse: guarda quel grande, che viene,E per dolor non par lagrime spanda
Il buon maestro, sanza mia domanda,Mi disse: guarda quel grande, che viene,E per dolor non par lagrime spanda
❡ Dell’altra qualità della presente bolgia, qui di Jansone, figliuolo de’ re Ysion, e fratello del re Pelleo di Grecia si ragiona, la cui storia in cotal modo permane: che regnando il detto re Pelleo colla corona di Grecia, e sentendo appresso di sè Jansone suo fratello, di valoroso e magnanimo cuore, con gran temenza che non gli togliesse il dominio di lui dimorava; per la qual cosa con intenzione di farlo morire nelle parti di Chochia, a conquistare un certo montone d’oro, con certa cavalleria cavalcar lo fece, il quale, essendo giunto nella detta parte, e proveduto alla guardia del detto montone, la quale era un aspro dragone, i cui denti prima si dovieno avere che ’l montone, e in un certo giardino seminarli con salvatici buoi, de quali denti doveano cavalieri nascere, co’ quali si conquista il Montone, come ciò potesse fornire, e nol sapiendo, dimorando pensava. Nella quale dimora, alcuna figliuola de’ re di Chocia, nominata Medea, siccome vaga di lui, promettendo gli disse che, se per moglie la togliesse, che il modo d’acquistarlo gl’insegnerebbe. Ond’egli il suo volere accettando, per suo ammaestramento arando e seminando, come di sopra si conta, così fece; con la qual Medea, e col montone, nelle sue parti vittorioso tornossi. Nelle quali dimorato alcuno tempo, Medea sua moglie, siccome iscienziata persona delle sette arti, alla vecchiezza del suocero suo, cioè di Yxion, procurando provide, facendo alcuna acqua da ringiovanire, al quale le sue vene aprendogli e della detta acqua rimettendoglivi in giovane prosperità lui produsse. La qual cosa le figliuole del re Pelleo veggiendo, graziosamente per lo padre cotal medicina le chiesero. Ond’ella, maliziosamente, acciò ch’ei morisse,perchè a Giasone procedesse i’ reame, il sopra detto modo con altra acqua insegnando compuose; colla qual medicina, credendosi far bene al padre, dormendo tagliaron le veni, rimettendovi la maliziosa acqua detta, per la quale il detto re Pelleo finalmente morto rimase, a Jasone la signoria del reame, colla quale signoria permanendo, lasciando Medea, un’altra moglie riprese; per lo qual dolore ella celatamente due suoi figliuoli in alcuno convito mangiare gli fece, per lo quale inganno parte di suo dovere qui della presente bolgia si segue.