NOTE:

Chi è in quel fuoco che vien sì divisoDi sopra, che par surger della piraDov’Eteocle col fratel fu miso?

Chi è in quel fuoco che vien sì divisoDi sopra, che par surger della piraDov’Eteocle col fratel fu miso?

❡ Anticamente, ciascun corpo morto, per usanza, in certe legne s’ardea, nelle quali dal più prossimano suo parente il fuoco era messo, ricogliendo cotale cenere poi e in alcuno vaso sepolto; i quali fuochi volgarmente chiamati erano pire, tra le quali, essendosi insieme in sul campo morti Teocle e Polinice, fratelli e re di Tebe, per la division del dominio che tra loro era stato, come in alcuna passata chiosa si conta, quella dove finalmente insieme dalle lor donne fur messi, ardendo due fiamme divise faceva a figurare la carnale divisione che infino a morte tra loro era stata, la quale per essenpro di due grandi della presente colpa così figurativamente qui uniti si piglia, la cui continenza giù si contiene.

Rispose a me: là entro si martiraUlisse e Diomede e così insiemeA la vendetta vanno com’a l’ira

Rispose a me: là entro si martiraUlisse e Diomede e così insiemeA la vendetta vanno com’a l’ira

❡ De’ sopradetti due Greci qui per simiglianti così si ragiona, de’ quali l’un fu chiamato Ulisse, l’altro Diomede, figurandogli insieme a modo della sopradetta pira nelle presenti fiamme, a dimostrare la gran compagnia che di cotali operazioni tra loro si ritenne, tra le quali d’alquante ordinatamente qui per ricordanza si danno, incominciandosi a quella dell’agguato del cavallo, col quale Troia da’ Greci finalmente fu tolta. La quale brevemente così si contiene, che essendo grandissimo tempo, per cagione della tolta Elena, l’esercito de’ Greci intorno da Troia dimorato, al principale di loro, cioè a’ re Menelao, per loro cotale consiglio ordinatamente si diede, che falsamente una statua grandissima d’un cavallo fosse fatta, nella quale certa quantità di gente armata si nascondessi, facendo poi celatamente l’esercito partire, e in certo luogo riporre: con la quale alcun rimanesse mostrandosi di non essere partito, e che, lasciandosi pigliare a’ Troiani dovesse loro dire che cotale istatua a sacrificio e a laude di Pallada e di tutti gli Dii, e che così sola fosse lasciata a ciò che gli Troiani la disfacessono. Per la quale essendo guasta, da loro si doveva avere Troia. ¶ Onde così per loro ordinato e fatto, uscendo i Troiani fuori, e disaminando la detta guardia, il quale Sinone avea nome, per non perdere la terra contro alla falsa opinione sacrificandolo nella terra il tirarono. Per la cui grandezza non possendo per la porta essere messo, per loro gran parte del muro della terra, disfacendolo, s’aperse. Per la quale entrata essendosivinta la terra e corsa da’ traditori ch’eran dentro coll’agguato di Greci che nel cavallo permanea, Enea Troiano con molti altri gran cittadini per campare fuggendo si misero, dietro alla quale partita, secondo che per Virgilio si tratta nel suo Eneidos, in Italia pervennero, d’i cui discendenti finalmente Roma si fece.

Piangevis’entro l’arte per che mortaDeydamia ancor si duol d’AchilleE del Palladio pena vi si porta

Piangevis’entro l’arte per che mortaDeydamia ancor si duol d’AchilleE del Palladio pena vi si porta

❡ Ancor di lor seguaci operazioni qui contra Deidamia così operando seguiro, che essendo l’esercito de’ Greci, com’è detto, a Troia, alcuna volta rivelato fu loro dagli dii che per loro non s’avrebbe vittoria sanza il figliuolo de’ re Peleo nominato Achille. Onde a grandissima cierca i detti Greci per trovarlo si misero, tra’ quali finalmente Ulisse e Diomede ciercandone, l’esser d’alcuno re dell’isola d’Aschiro, nominato Nicomede, sentito, siccome di molti e di diversi paesi avea damigelle per compagnia di sua figliuola Deidamia, immaginandosi che tra loro, siccome fanciulla isconosciutamente Achille esser potesse, il quale dalla madre sua, essendo i’ re Peleo [morto] in forma di fanciulla femina per sua guardia al detto re fu fuggito;[33]ond’egli per femmina ricevendolo, a conpagnia di sua figliuola il lasciava, colla quale crescendo, l’un dell’altro innamorati s’aviddero, usando insieme carnalmente più volte. E pervenne il detto Ulisse e Diomede alla detta isola [e] vogliendo delle dette damigelle fare prova, nobilissimi arredi da donne e da uomini per donargli loro, insiememischiati, portarono, si come di cinture e di ghirlande, e di borse e di coltella e di spade, immaginandosi che nel prendere de’ doni naturalmente ciò si vedesse. Tra le quali, essendo alla prova, e tuttavia ragionando de’ fatti de’ Greci, e prendendo, con volontà de’ re, delle dette gioie, al suo diletto, ciascuna: per Achille una spada si prese. Per la quale così conosciuto, incontanente da Ulisse e da Diomede amorevolmente fu preso, certificandosi[34]di lui col detto re Nicomede, e significandogli la cagione che convenia che nell’oste de’ Greci tornasse. Del quale, così partendosi, la detta Deidamia grossa, per l’usanza che co lui avea fatta, d’uno figliuolo maschio rimase, il quale nominato fu Pirro. Per lo quale Achille nell’esercito di Troia permanendo, a grandissima vittoria finalmente si venne, e a nobilissimi fatti, secondo che nelle sue storie si conta. Onde per cotale isconsolazione e inganno che Deidamia per Achille da loro ricevette, qui così si ragiona e simigliantemente per la tolta di Pallade, idolo de’ Troiani, cioè Iddio di sapienza, che per loro sagacitadi e malizie si fece, sanza qual tolta la detta terra pei Greci acquistare non si potea, in istatua d’oro nella rocca d’Ilion di Troia permanendo, con fattura d’alquanti cittadini traditori finalmente tra le mani de’ Greci pervenne, per cui diserta e abbassata incontanente fu Troia [in] ogni grandezza, secondo che nelle sue istorie si legge.

Mi diparti’ da Circie, che sottrasseMe più d’un anno là sopra GaetaPrima che sì Enea la nominasse

Mi diparti’ da Circie, che sottrasseMe più d’un anno là sopra GaetaPrima che sì Enea la nominasse

❡ Perchè della morte d’Ulisse nel mondo mai come di Diomede certezza non s’ebbe però qui di lui di ciò così si risponde, cominciandosi dal suo dipartire da Circe, la quale, secondo le poetiche favole, fu una donna figliuola del Sole, che, dimorando in alcuna montagna di Calavra, sopra una terra nominata Gaeta, co’ suoi beveraggi, bestie gli uomeni faceva diventare; si che tornando alcuna volta il detto Ulisse di Grecia con sua compagnia nella detta montagna pervenne, nella quale molta di sua gente così abbeverata rimase, di che egli essendosi guardato ed essendone istato da lei più volte richiesto, finalmente con alquanti compagni da lei partendosi, così cercando il mare e la terra con loro procedette, come nel presente testo apertamente si conta. Per la quale Circe, figurativamente si comprende, la secura e negligente vita sanza fama permanendo trapassa.

Cinque volte racceso e tante cassoLo lume era di sotto da la lunaPoi ch’entrati eravam nell’alto passo

Cinque volte racceso e tante cassoLo lume era di sotto da la lunaPoi ch’entrati eravam nell’alto passo

❡ Dimostrandosi, figurativamente favoleggiando, la qualità della presente fine d’Ulisse, della quantità del suo trascorso tempo, qui si ragiona dicendosi che cinque volte era acceso e spento il lume di sotto della luna, il quale di sotto della luna s’intende la mezza parte di lei che inverso la spera terrestre continuamente rimira, la quale di necessità tutto il suo corso dall’uno accendere all’altro misurato aopera, per cui cinque mesi lunari già per lo grande Oceano navigati si segue, per lo quale, figurativamente, si considera il suo trascorrere della mente per le mondane operazioni, per le quali a scura altezza finalmente pervenne.

NOTE:[32]Nel L. la chiusa:tra’ quali ..... si contaè intercalata nel periodo precedente tracaldezzaedell’animo loro.[33]V. P.Ma a guardo al detto re fugito. Cfr.Iacopo Della Lana,Inf.V. 15.[34]L.cierti fidandosi, corretta dal Luisio.

[32]Nel L. la chiusa:tra’ quali ..... si contaè intercalata nel periodo precedente tracaldezzaedell’animo loro.

[32]Nel L. la chiusa:tra’ quali ..... si contaè intercalata nel periodo precedente tracaldezzaedell’animo loro.

[33]V. P.Ma a guardo al detto re fugito. Cfr.Iacopo Della Lana,Inf.V. 15.

[33]V. P.Ma a guardo al detto re fugito. Cfr.Iacopo Della Lana,Inf.V. 15.

[34]L.cierti fidandosi, corretta dal Luisio.

[34]L.cierti fidandosi, corretta dal Luisio.

Già era dritta in su la fiamma e quetaPer non dir più e già da noi se givaColla licienza del dolce poeta.

Già era dritta in su la fiamma e quetaPer non dir più e già da noi se givaColla licienza del dolce poeta.

PROCEDENDOSI ancora nella presente colpa in questo canto d’alcuno altro modernamente ragionando si conta, assomigliando sua voce a quella d’un bue di metallo che per alcun tempo nell’isola di Cicilia si fece, la cui storia in cotal modo permane. Che regnando per alcuno[35]nella detta isola un crudelissimo signore nominato Falerio, dilettandosi d’uccidere diversamente la gente, alcuno orafo del paese, credendosigli compiacere, un bue di rame per donarglielo ingegniosamente fece, nel quale mettendovisi entro il malfattore e ’l fuoco di sotto, naturalmente mughiava, la qual prova principalmente con volontà del detto signore al detto maestro, perchè fatto l’avea, fu fatto provare. E così sua boce, a quella figurando, nelle infrascritte chiose suo essere procede.

Romagna tua non è, nè non fu maiSanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranniMa nessuna palese or vi lasciai.

Romagna tua non è, nè non fu maiSanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranniMa nessuna palese or vi lasciai.

❡ A petizione d’alcun grande tiranno già stato di Romagna, nominato conte Guido da Montefeltro, qui dellacondizione della detta Romagna così si risponde, incominciandosi a Ravenna e a Cervia, per la cui aquila l’arme di que’ da Polenta, che lungo tempo signoreggiate l’hanno s’intende. E per quella che fe già la lunga prova, Forlì, sopra la quale il comune di Bologna colla forza del conte di Romagna anticamente con gran gente francesca lungo assedio compose, dietro a le cui guerre finalmente col sopradetto conte Guido isconfiggendogli in vittoria rimase, la quale al presente, cioè nel mille treciento, sotto le branche del mezzo leon verde degli Ordelaffi signoreggiata si stava. E seguitando la condizione d’Arimino per messer Malatesta vecchio e per Malatestino suo figliuolo d’i Malatesti, della detta terra, anticamente d’un suo castello, nominato Verrucchio, si come villani di nazione discesi, che, come soleano, ancor da loro fosse guidata, ricordandosi per Malatestino il mal governo, cioè la morte che colle sue mani a Montagna de’ Parcitadi[36]da Rimino [ed] a certi altri suoi consorti, essendo in prigione, finalmente diede. E delle cittadi di Lamone e di Santerno, cioè di Faenza e d’Imola e per loro fiumi qui così nominati, che, somigliantemente, dal leoncello azzurro nel campo bianco, cioè di Maghinardo antico da Susinana reggendo fosser guidate mutando parte dalla state al verno, cioè che in Toscana era guelfo, e ghibellino in Romagna, figurando, per comperazione, Toscana alla state, perchè sotto mezzodì più che Romagna permane. E così finalmente che quella in cui, il fiume nominato Savio, la sua costa bagna, cioè Cesena, così, si come solea, istato franco di tirannia ancor si reggesse.

Io fui uom d’arme e poi fu’ cordellieroCredendomi si cinto fare amendaE certo il creder mio veniva intero

Io fui uom d’arme e poi fu’ cordellieroCredendomi si cinto fare amendaE certo il creder mio veniva intero

❡ Siccome di sopra si conta, nella presente qualità per simigliante qui il detto conte Guido vecchio da Montefeltro si notifica, il quale, finalmente, in sua vecchiezza pentendosi delle sue grandissime e inique operazioni, dell’ordine de’ frati di san Franciesco si fece, nel qual permanendo, con malvagio consiglio sopra i Colonnesi di Roma il papa Bonifazio produsse, come nel presente testo apertamente si conta.

NOTE:[35]Per alcun tempo?[36]L.dipartita, corretto col Laur. XL, 7.

[35]Per alcun tempo?

[35]Per alcun tempo?

[36]L.dipartita, corretto col Laur. XL, 7.

[36]L.dipartita, corretto col Laur. XL, 7.

Chi poria mai pur com parole sciolteDicier del sangue e delle piaghe a pienoCh’io ora vidi, per narrar più volte?

Chi poria mai pur com parole sciolteDicier del sangue e delle piaghe a pienoCh’io ora vidi, per narrar più volte?

DIMOSTRATA l’ottava sopradetta bolgia, cioè qualità della semplice froda, in questo canto procedendo la nona si segue, cioè quella di coloro che con aperta e palese dimostrazione maliziosamente in scisma e in iscandali commettono errori. La cui essenza formando, così figura che per loro diverse incisioni e macole per le carni diversamente si sostengano, a dimostrare i simiglianti[37]prodotti da loro operazioni; per la cui grandissima quantità equalità qui per simiglianti mali, e per essempro di lei di molte passate guerre e battaglie nelle contrade di Puglia fatte si contano, delle quali principalmente, incominciando a quella de’ Troiani, cioè d’Enea contr’al re Latino e Turno s’intende. E la seconda di quella che tra l’Africano Annibale e i Romani [per] dieci sette [anni] trascorse, la cui battaglia finalmente nella detta Puglia ad un luogo, nominato Cannuole[38]si fece, per la quale, secondo che Tito Livio scrive, grandissima quantità d’anella d’oro nel detto luogo rimase, per dimostrare la grandissima milizia de’ cavalieri romani e africani che quivi rimasono. E seguentemente la terza di quella d’alcun grande principe di Fiandra, nominato Roberto Guiscardo, contro a’ Pugliesi, i quali sotto sua signoria lungo tempo si ressero. La quarta di quella de’ re Manfredi, il quale, essendo ingannato da ciascun Pugliese per lor false promissioni in alcuno luogo nominato Ceperano, in Puglia, da re Carlo di Francia, finalmente combattendo con sua gente fu morto. E la quinta, di quella di Corradino simigliantemente s’intende, il quale finalmente dal sopradetto re Carlo in alcuno luogo di Puglia, nominato Tagliacozzo, fu morto, la cui isconfitta per alcuno cavaliere del re Carlo, nominato messer Alardo, si fece il quale, per sua vecchiezza col senno, sanza arme così [si] reggea, de’ quali così per loro facultade, figurati, d’alquanti nelle seguenti chiose per essempro si conta.

Vedi come storpiato è MaumettoDinanzi a me sen va piangendo AliFesso dal mento infino al ciuffetto

Vedi come storpiato è MaumettoDinanzi a me sen va piangendo AliFesso dal mento infino al ciuffetto

❡ Conciosiacosa che per due modi la presente colpa si contiene, in prima qui dello scismatico, siccome per men grave, si conta, il quale lo scommettere d’una fede in altra errando s’intende. Tra’ quali d’alcun grande prelato di Spagna, nominato Maometto, con alcuno suo conpagno nominato Ali, qui si concede, il quale anticamente essendo dal papa di Roma alcuna volta mandato oltremare, per invidia di sua facultade con grande inpromissione a predicare [di] Cristo, e con vittoria di fede tornando, e non trovando alle promessione fermo volere, ritornato di là e il contrario predicando ridisse, affermando la credenza che al presente pe’ saracini si ritiene. Onde per cotale aprire d’animo e d’intelletto, come per lui e simigliante per [lo suo] compagno contra nostra fede predicando si fece, così figurativamente aperti qui i lor corpi si fanno e così simigliantemente degli altri s’intende. Tra’ quali consideratamente alcun frate predicatore vivendo nominato frate Dolcino per somigliante s’annunzia, il quale così simigliante operazione nella montagna di Novara di Lombardia si ridusse, per la quale non possendo resistere dall’assedio celestiale della neve ed essendo da tutti i Lombardi per comandamento della chiesa ancora assediato, finalmente da lor fu preso, e nella sopradetta terra con alcuna altra sua compagnia arso.

Rimembriti di Pier da MedicinaSe ma torni a riveder il dolcie pianoChe da Vercielli a Marcabò dichina

Rimembriti di Pier da MedicinaSe ma torni a riveder il dolcie pianoChe da Vercielli a Marcabò dichina

❡ Dimostrata la prima qualità della presente colpa, cioè della scisma, qui dell’altra, che volgarmente scandalo si chiama, si contiene, il quale essere s’intende lo scommetteremaliziosamente male tra uno ed un altro, figurandogli con diverse piaghe picciole e grandi, secondo la facultà dello scommesso male e con simigliante effetto a significare in loro quel che per loro di male si produsse. Tra’ quali d’alquanti, per essempro di ciò si ragiona; incominciandosi ad alcuno di Romagna, nominato Piero da Medicina, il quale con così fatto vizio vivendo si resse; per lo quale prediciendo d’alcun tradimento fatto per Malatestino de’ Malatesti contra due da Fano della Marca, in cotal modo si conta, a’ quali essendo da lui fidati, e facendogli, ritornando, accompagnare in mare, sopra la Cattolica tra Pesaro e Fano affogare finalmente gli fece.

Questi iscacciato il dubitar sommerseIn Ciesare, affermando che il fornitoSempre con danno l’attender sofferse

Questi iscacciato il dubitar sommerseIn Ciesare, affermando che il fornitoSempre con danno l’attender sofferse

❡ Qui per simigliante colpa del sopradetto Piero, alcuno grande romano nominato Curio, si notifica, il quale essendo Cesare rubello di Roma, con gran malizia di cavalieri nella città di Rimino di Romagna già giunto, tornando di Francia, come nel Lucano nelle sue istorie si conta, con molti altri confinati di Roma per Ponpeo, a lui nella detta cittade pervenne; al quale, tra gli altri consigli, più volte proponendo e affermando dicea, che sempre con danno è l’aspettare del fornito che dovesse guerriando operare. Onde per cotale parlamento, figurativamente, qui sanza la lingua si pone, per dimostrare, che solo la eccellenza della lingua a ciò lui produsse, e quindi la sua veduta d’Arim[in]o amara procede, però che quivi più cotal colpa commise.

Gridò: ricordera’ti ancor del MoscaChe dissi: lasso! capo ha cosa fatta,Che fu mal seme per la giente tosca

Gridò: ricordera’ti ancor del MoscaChe dissi: lasso! capo ha cosa fatta,Che fu mal seme per la giente tosca

❡ Anticamente per alcun parentado giurato in Firenze e non osservato tra Bondelmonti e gli Amidei della detta terra, gli Uberti colla parte ghibellina di Firenze tra loro per cotale disdegno consigliando pruoposero che a quel ch’avea promesso il detto parentado, cioè a messer Bondelmonte de Bondelmonti fosse tagliato il naso, e chi dicea che d’una cosa fosse battuto, e chi d’un’altra, tra’ quali messer Mosca Lamberti affermando che fosse morto propose, dicendo che cosa fatta avea capo. Il cui consiglio finalmente si prese. Per la cui morte il cominciamento del partito istato di Firenze ebbe processo, ond’ei, figurativamente, sanza le mani nella presente colpa si pone, per lo scommettere dell’operazione simigliante, che per lui ordinato si fece.

E perchè tu di me novella porti,Sappi ch’io son Beltram dal Bornio, quegliChe diedi a re Giovanni[39]i ma’ conforti

E perchè tu di me novella porti,Sappi ch’io son Beltram dal Bornio, quegliChe diedi a re Giovanni[39]i ma’ conforti

❡ Ancora d’alcuno altro di questa qualità, nominato Beltram Dal Bornio, castellano d’uno castello d’Inghilterra nominato Altaforte, qui così si ragiona, che dimorando alcun tempo nella corte del buon re giovane d’Inghilterra con sue frodolenti e maliziose parole inrubellion del padre il produsse; per la quale il detto Re giovane finalmente dallo sforzo dal suo padre guerriando fu morto. Onde figurativamente qui sanza il capo il suobusto si pone, a dimostrare, che così come partì la congiunzione del padre al figliuolo che tanto è unita, che così da sè partito proceda. La qual giustizia anticamente in ciascun malificio, così nel mondo osservata contrapasso volgarmente era detta.

NOTE:[37]P. V.simiglianti mali e. P. 303similglioni.[38]P. 303Channi, 7ª e.[39]L.Giovanni, deve correggersi:giovane.

[37]P. V.simiglianti mali e. P. 303similglioni.

[37]P. V.simiglianti mali e. P. 303similglioni.

[38]P. 303Channi, 7ª e.

[38]P. 303Channi, 7ª e.

[39]L.Giovanni, deve correggersi:giovane.

[39]L.Giovanni, deve correggersi:giovane.

La molta gente e le diverse piagheAvien le luci mie si ’nebriate,Che dello stare a pianger eran vaghe

La molta gente e le diverse piagheAvien le luci mie si ’nebriate,Che dello stare a pianger eran vaghe

IN questo principio del capitolo della sopradetta colpa ancor si contiene, diterminandosi per misura di miglia la circonferenza del suo sito, la quale, secondo che qui e nel seguente canto si contiene, in [diecie parti][40]questo grado diviso per diecie si parte, procedendo negli altri secondo la larghezza della circonferenza superna, la quale si pone digradando secondo l’arte aritmetiche per.... dalla superna larghezza all’appuntato centro, la cui allegoria nelle prime chiose si conta. E significando ancora del tempo per cotal modo l’ora, dicendo la luna esser già presso che sotto i loro piedi, per la quale essendo istata il passato dì tonda, appresso del dì si considera, però che nello scorpione, essendo il sole in ariete, già nell’oriente cielo il capricorno corre. Onde per l’opposito manco l’ariete già nell’oriente si leva. Nella qual colpa finalmente ancoraper simigliante un Fiorentino degli Aleghieri, nominato Gieri del Bello, si notifica, il quale, per così fatto vizio finalmente fu morto.

Quando noi fummo su l’ultima chiostraDi Malebolgie, sì che i suoi conversiPotean parere alla veduta nostra

Quando noi fummo su l’ultima chiostraDi Malebolgie, sì che i suoi conversiPotean parere alla veduta nostra

❡ Della decima e ultima bolgia qui a dimostrare incominciando si segue, la cui qualità di coloro si considera, che semplicemente loro operazioni falsificando producono, figurandogli con molte e diverse infermitadi a dimostrare la similitudine delle inferme lor voglie, che contra natura gl’inducono. E perchè contra natura così operando la mente non sana si trova, però qui figurativamente, secondo la facoltà passionata si pone; tra’ quali d’alquanti nelle seguenti chiose divisamente si fa menzione.

Non credo che veder maggior tristiziaFosse in Egina il popol tutto infermo,Quando fu l’aer sì pien di malizia

Non credo che veder maggior tristiziaFosse in Egina il popol tutto infermo,Quando fu l’aer sì pien di malizia

❡ Per essempro della presente qualità, qui d’alcuna favola poetica così si ragiona, la cui essenza in cotal modo permane che, essendo per alcun tempo l’aria ad infermità molto corrotta in una terra di Grecia, nominata Egina, della quale era signore il re Eaco, padre del re Peleo, e avolo d’Achille, e veggendo il detto re tutta la gente, cioè il popolo della terra, morire, agli Dii lamentandosene più volte s’indusse, tra li cui prieghi, alcuna volta veggendo molte formiche sopra alcuno arbore, in uomini agurandoglisi questo così fece; di che gli Dii incontanente sua voglia seguiro.

Onde per cotal modo il suo morto popolo ristorato di seme di formiche riebbe, la cui allegoria per più brevità nella memoria si ritenga.

Io fui d’Arezzo; ed Alberto da Siena,Rispuose. Lui mi fe metter al fuocoMa quel perch’io morii qui no mi mena

Io fui d’Arezzo; ed Alberto da Siena,Rispuose. Lui mi fe metter al fuocoMa quel perch’io morii qui no mi mena

❡ Tra gli altri della presente qualità qui d’un d’Arezzo, nominato Grifolino, e d’un Fiorentino, nominato Capocchio, così si ragiona. E principalmente di Grifolino, il quale, usando di fare alchimia alcuna volta ad alcun Sanese, Alberto nominato, di volare insegnare gli promise; per la qual cosa non possendosi fornire, e riputandosi il detto Alberto da lui ingannato, a un certo inquisitore de’ Paterini in Firenze, per Paterino arder lo fece. Il quale inquisitore, padre del detto Alberto, certamente da molti era tenuto.

Onde l’altro lebbroso che m’inteseRispuose al detto mio: tranne lo StricaChe seppe far le temperate ispese

Onde l’altro lebbroso che m’inteseRispuose al detto mio: tranne lo StricaChe seppe far le temperate ispese

❡ Qui dell’altro, cioè di Capocchio, così si ragiona, il quale per eccellente operazione d’alchimia finalmente in Siena fu arso, per cui qui così della vita di Sanesi così si risponde, e spezialmente di quella d’alcun suo cavaliere, nominato Messer Niccolò Bonsignori, per lo garofano che in mano a un donzello dal cominciamento del desinare o della cena alla fine, mangiandosi poi, innanzi sè tenere lo facea, lo quale costume di Francia con seco in Siena produsse.

NOTE:[40]L.undici questo.

[40]L.undici questo.

[40]L.undici questo.

Nel tempo che Giunone era crucciataPer Seme[lè] contro al sangue tebanoCome mostrò ed una ed altra fiata

Nel tempo che Giunone era crucciataPer Seme[lè] contro al sangue tebanoCome mostrò ed una ed altra fiata

ACCIÒ che più pienamente la rabbiosa voglia di cotal qualità si dimostri, qui nel cominciamento di questo capitolo, d’alquante antiche e sceleratissime opere ancor non tanto, quanto le presenti feroci si contano, tra le quali in prima, quella d’alcun re di Tebe, nominato Atamante, dir si concede, la quale, secondo il poetico favoleggiare, così si contiene: che, essendo Giunone Idea e moglie di Giove per lungo tempo contra Tebani adirata, per alcuna donna di Tebe che Jove, per sua amica tenea, nominata Semel, della quale Bacco re de Tebani e del quale era nato[41]molte pistilenze lor producea; tra le quali il detto re Atamanto sì fuor di memoria produsse, che veggendo la moglie sua, nominata Ino, alcuna volta con due suoi figliuoli nelle braccia, rabbiosamente gridando, prese l’uno, nominato Learco e a un muro il percosse, per lo quale dolore ella coll’altro, nominato M[el]certa,[42]ad annegarsi nella marina correndo si mise. E così questa prima comperazione si contiene.

E quando la fortuna colse in bassoL’altezza de Troian che tutt’ardiva,Si che ’nsieme col regno i’ re fu casso

E quando la fortuna colse in bassoL’altezza de Troian che tutt’ardiva,Si che ’nsieme col regno i’ re fu casso

❡ Seguentemente ricordandosi colla sopradetta crudeltà qui di quelle che Ecuba, moglie del re Priamo di Troia, contra sè vide, si contano, le quali così brievemente seguirono, che, essendo da’ Greci la terra di Troia già tolta, come nelle sue istorie si conta, a’ re Priamo, suo marito, con alquanti suoi figliuoli crudelmente la morte da’ Greci dar vide, e simigliantemente alla sua bella figliuola Polissena, del cui sangue pe’ Greci sagrificio, per la morte d’Achille che per lei era morto si fece; ond’ella quindi isconsolata partendosi, nelle parti di Tracia, cioè di Turchia, finalmente pervenne, credendosi con Polidoro suo figliuolo dimorare, il quale di gran tempo innanzi con la volontà del re Priamo a guardia di molto avere nel detto paese era stato. Nel quale trovando lui morto, dal Re del detto paese, Polinestor nominato, per cagion d’aversi il detto tesoro, essendo Priamo morto, tanto dolor le giunse che, come cane latrando, abbaiava; la quale così forsennata, cioè fuor di senno, per le contrade andando, finalmente fu morta. Per le quali crudeltà il dire del presente testo per esempio si piglia.

E l’Aretin, che rimase tremandoMi disse: quel folletto è Gianni SchicchiE va rabbioso altrui così conciando

E l’Aretin, che rimase tremandoMi disse: quel folletto è Gianni SchicchiE va rabbioso altrui così conciando

❡ Siccome per falsadorirealmentei sopra detti Grifolino e Capocchio figurativamente in questa colpa prima si pongono, cosipersonalmentedi due qui si ragiona, d’iquali, l’uno fu un cavaliere di Firenze nominato messer Gianni Schicchi de’ Cavalcanti, il quale, tra l’altre sue operazioni, alcuna volta, a petizione d’un altro cavaliere di Firenze, nominato Messer Simone de’ Donati in un zio del detto Messer Simone, nominato Messer Buoso, in fine di morte stando in sul letto, falsamente trasformato il testamento di lui a suo modo fece, lasciando reda della maggiore parte del suo il detto messer Simone, nel qual testamento finalmente una sua cavalla di pregio d’alcun suo armento a sè medesimo diede. L’altra fu una donna, nominata Mirra, figliuola d’alcuno re delle parti d’oriente, nominato Cinara, quale alcuna volta, in un altra donna trasformata, nel suo letto carnalmente per sua voglia si stette, la quale, essendosen’egli avveduto per alcun segno poi, e vogliendo ella uccidere, da lui si fuggì, di cui finalmente un figliuolo maschio fece. Per le cui maliziose rabbie figurativamente in trafiggere i sopradetti falsatori di cose si pongono, a dimostrare che per loro immaginato indizio nel luogo del collo, cioè nell’appetito, l’operazioni sien sospinte.

Alla miseria del maestro Adamo;Io ebbi vivo assai di quel ch’io volli,Ed ora lasso un gocciol d’acqua bramo

Alla miseria del maestro Adamo;Io ebbi vivo assai di quel ch’io volli,Ed ora lasso un gocciol d’acqua bramo

❡ Per la terza qualità di falsadori, si come di monete qui d’alcun maestro monetiere, nominato Adamo, si conta, il quale a posta del conte Guido e del conte Alessandro da Romena di conti Guidi, fiorini d’oro falsi coniando produsse, per li quali finalmente in Firenze fu arso. Onde così figurato si pone, a dimostrare la grandissima e pregna rinchiusa sete di ciascuno in cui la cupidità della moneta così signoreggia.

L’una è la falsa ch’accusò Giuseppo:L’altr’è il falso Sinon Greco di Troia:Per febbre aguta gettan tanto leppo

L’una è la falsa ch’accusò Giuseppo:L’altr’è il falso Sinon Greco di Troia:Per febbre aguta gettan tanto leppo

❡ Essendosi dimostrate le tre qualitadi della presente colpa, qui ultimamente quella della mente parlando si conta, riducendosi primamente in alcuna donna, nominata ..... e figliuola d’alcuno signore nominato ..... delle parti d’oriente, la quale, secondo le storie della Bibbia, d’un suo famigliaro, nominato Gioseppo, figliuolo di Jacob, ardentemente era vaga, il quale, essendo venduto al sopradetto signore da’ fratelli, come nelle sue storie si conta, contra lui di lei niun fallo accettava. Ond’ella alcuna volta con lui in camera istando, e proferendogli di sè il diletto, e egli non vogliendo, per panni gridando, per farlo perire, lui prese. Per la cui ispaventevole partita de’ suoi panni in mano le rimase, mostrando cotal segno al marito e dicendogli come sforzar la voleva. Onde il marito pigliandolo, nella prigione del re Faraone meterlo fece. Della quale finalmente, per rivelazione d’alcuno sogno de’ re Faraone, secondo che nelle sue istorie si conta, liberato n’uscì. E così alcun altro Greco, nominato Sinone, ancora cotale colpa s’induce, il quale, secondo che nelle troiane storie si conta, essendo rimaso solo col cavallo, nel quale l’agguato de’ Grecci si mise, e lasciandosi ei pigliare a’ Troiani falsamente essendone disaminato da loro, di tale dificio rispose, secondo che nella chiosa del vigesimo sesto canto di questo libro, in alcun luogo per Ulisse si conta. Le cui ardenti e fiammanti qualitadi figurativamente significano le superflue caldezze false che in loro animo si conservano.

Tu hai l’arsura, e ’l capo che ti duoleE per leccar lo specchio di NarcissoNon vorresti a ’nvitar troppe parole

Tu hai l’arsura, e ’l capo che ti duoleE per leccar lo specchio di NarcissoNon vorresti a ’nvitar troppe parole

❡ Secondo alcuna favola d’Ovidio, Narcisso fu un bellissimo giovane, il quale, alcuna volta veggendo sè medesimo ispecchiandosi in una fontana, tanta vaghezza, di sua vista comprese che non partendosene finalmente quivi la morte comprese, per cui asemplative ciascuna fontana suo specchio s’appella. La cui allegoria brevemente si considera, che rimirando e attendendo troppo alla vaghezza corporale, a morte intellettuale ciascun si produce.

NOTE:[41]Della quale e del quale Bacco.... era nato.[42]Corretto col P. 303.

[41]Della quale e del quale Bacco.... era nato.

[41]Della quale e del quale Bacco.... era nato.

[42]Corretto col P. 303.

[42]Corretto col P. 303.

Una medesma lingua pria mi morseSì che mi tinse l’una e l’altra guanciaE poi la medicina mi riporse

Una medesma lingua pria mi morseSì che mi tinse l’una e l’altra guanciaE poi la medicina mi riporse

DIMOSTRATA la semplice frodolente qualità del presente ottavo infernal grado, qui in questo canto in verso il nono ultimamente si procede, facendosi qui nel cominciamento alcuna conperazione della sopradetta correzione di Virgilio a lui ad alcuna virtudiosa proprietade che già della lancia de’ re Peleo di Grecia e d’Achille suo figliuolo si credea, la quale, in cotal modo poetando si conta, che niuno da lor ferito giammai non gueriva, se quella medesima lancia nella ferita un’altra volta pacificamentenon entrasse. E così procedendo, la qualità del nono grado si segue.

Dopo la dolorosa rotta, quandoCarlo Magno perdè la santa gestaNon sonò sì terribilmente Orlando.

Dopo la dolorosa rotta, quandoCarlo Magno perdè la santa gestaNon sonò sì terribilmente Orlando.

❡ Per similitudine del figurato suono che qui nel presente testo si conta, di quel che per Orlando si fece quando Carlo Magno perdè la sua gesta, cioè de’ Paladini, nella battaglia di Santa Maria di Valle rossa[43]essendo con loro e’ da’ Saracini isconfitti, così si ragiona.

Sappi che non son torri, ma gigantiE so’ nel pozzo intorno dalla ripaE dal bellico in giù son tutti quanti

Sappi che non son torri, ma gigantiE so’ nel pozzo intorno dalla ripaE dal bellico in giù son tutti quanti

❡ Acciò che nella allegoria della seguente qualità, cioè del nono grado, più ordinatamente si proceda, qui sopra la qualità di suoi figurati giganti in prima, così è da considerare, che, si come sanza iniqua superbia nella qualità frodolente che tradimento volgarmente si chiama, non si procede così qui circustanti al suo sito figurativamente i giganti per entrata e a guardia son posti, i quali, come nelle filosofiche e poetiche iscritture, alle dette superbie qui figurati sono. La cui allegoria in cotal modo permane, che, si come la superbia oltre il dovere della natura con grandissimo cuore operando trapassa, così in forma umana oltre il dovere di grandezza e di possa figurati si fanno, le cui qualità quie nell’altre iscritture diversamente secondo loro propietadi si danno.

Si che la ripa che v’era per zoma[44]Dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto,Di sopra, che di giungere alla chioma

Si che la ripa che v’era per zoma[44]Dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto,Di sopra, che di giungere alla chioma

❡ Izoma anticamente si chiamava alcuna vesta di panno, che solamente dal mezzo in giù, cioè dal bellico infino alle gambe copriva, la qual è cinta e increspata in queste parti, come nelle meridionali s’usava.

Poi disse a me: egli stesso s’accusaQuest’è Nebroth per lo cui mal cotoPur un linguaggio nel mondo non s’usa

Poi disse a me: egli stesso s’accusaQuest’è Nebroth per lo cui mal cotoPur un linguaggio nel mondo non s’usa

❡ Secondo le storie de’ giganti che per la divina e filosofica scrittura si conta, una superbia dall’età di Noè dietro al diluvio così fatta discese, la quale figurativamente Nembroth chiama, nella cui istoria figliuol di Noè si considera, il quale essendo queto il diluvio nelle parti d’India, una grandissima torre, per superbia di salire a Dio, ordinato compose, la cui altezza acciò che più non procedesse, la comune loquela di loro il voler d’Iddio in più parti divise. Onde figurativamente suo favellare sanza alcuna intelligenza qui si compone.

O tu, che nella fortunata valleChe fece Scipion di gloria redaQuando Annibal [co’ suoi] diede le spalle

O tu, che nella fortunata valleChe fece Scipion di gloria redaQuando Annibal [co’ suoi] diede le spalle

❡ Tra l’altre qualitadi di superbie, figurativamente nominate e in giganti formate, qui d’una, nominata Anteo, così si ragiona; il quale, secondo le poetiche iscritture, in alcuna valle di Barberia, appresso Cartagine, con grandissima e furiosa forza lungo tempo si resse, nella quale da Ercole essendo passato di Grecia con intenzione di liberarla da lui, combattendo, finalmente fu morto. La quale superbia, cioè Anteo, siccome per meno grave a rispetto dell’altre, qui per passo si toglie, lodando e lusingando suo essere e rammentandogli la grande battaglia di Flegra tra li Dii e giganti, e della fortunata valle le sue prede, a dimostrare la qualità del superbo, che solo per lode di sè s’aumilia. La quale fortunata sopradetta valle di Cartagine fortunata si chiama per le molte guerre e battaglie che anticamente in lei si son fatte, tra le quali quella che per lo buono Scipione di Roma vittorioso contra Annibale Africano si fece, fu l’una; l’altra, quella di Giulio Cesere contra Iuba e Catone, essendo morto Pompeo com molte altre assai, delle quali qui non si ragiona. E così figurando, per lui nel nono e ultimo grado si scende, la cui qualità e allegoria nelle infrascritte sue chiose [per ordine si conta][45].

NOTE:[43]P. 303. Rossavalla in Ispagna.[44]La volgata: “si che la ripa ch’eraperizoma”; voce greca: veste.[45]«per ordine si conta» manca nel L.

[43]P. 303. Rossavalla in Ispagna.

[43]P. 303. Rossavalla in Ispagna.

[44]La volgata: “si che la ripa ch’eraperizoma”; voce greca: veste.

[44]La volgata: “si che la ripa ch’eraperizoma”; voce greca: veste.

[45]«per ordine si conta» manca nel L.

[45]«per ordine si conta» manca nel L.

S’io avessi le rime aspre e chioccie,Come si converrebbe al tristo bucoSovr’ ’l qual pontan tutte l’altre roccie

S’io avessi le rime aspre e chioccie,Come si converrebbe al tristo bucoSovr’ ’l qual pontan tutte l’altre roccie

SECONDO l’ordine delle cose infernali il quale nelle soprascritte chiose in più luoghi si tocca, ultimamente in questo nono grado quella che con froda rompe l’amore naturale e la fidanza promessa e non promessa procede, la quale, volgarmente tradimento chiamata, in quattro partiti circostanti al centro dell’universo nel presente grado si pone, siccome per quattro modi cotale effetto si segue, d’i quali i due naturali, cioè di naturale fidanza, e gli altri volontarii si considerano. E perchè dell’uomo è meno colpa la fidanza naturale che la volontaria incisione, però prima, secondo l’ordine della gravezza usato qui nella men grave di lei a dimostrar procede, la qual di coloro s’intende che ne’ lor carnali e parenti ciò fanno, chiamandola Caina, a derivazion di Caino, che di ciò fu principio. E figurandogli in una freddissima ghiaccia, a significare la freddezza dell’animo loro, privato d’ogni calore d’amore natural che per loro si contiene. Per la qual ghiaccia l’ultimo di quattro fiumi infernali si considera, cioè Cocito, che pianto interpetrato si chiama. Fra’ quali nelle seguenti chiose d’alquanti per simiglianti si conta, procedendo nell’altre con simigliante allegoria secondo la gravezza di loro.

Ma quelle donne aiutino il mio versoCh’aiutar Amfïone a chiuder Tebe,Sicchè dal fatto il dir non sia diverso

Ma quelle donne aiutino il mio versoCh’aiutar Amfïone a chiuder Tebe,Sicchè dal fatto il dir non sia diverso

❡ Anticamente alcun di Tebe, nominato Amfione, e nelle dieci iscienze naturalmente complesionato, vogliendo per più fortezza di mura chiudere sua terra, con tanta dolcezza pregando d’aiuto la gente richiese, che compiutamente al suo volere ne pervenne. Onde per vertù delle donne, cioè delle dette iscienze, cotale edificio per cotal modo si fece, alle quali chiamandosi qui per simigliante l’effetto produce.


Back to IndexNext