Il bilancio dell'interno.

— Tanto per darmi un po' di contegno, cavai di tasca un giornale. C'era un discorso di Gambetta; sei colonne di stampa minuta, minuta, me ne ricorderò finch'io viva. Ella si mosse lentamente e io dietro, fingendo di leggicchiare il discorso di Gambetta. Me lo perdoni l'illustre e compianto capo della maggioranza francese! Passo passo giungemmo in una viottola solitaria. Subivo una bizzarra allucinazione. I miei occhi s'erano smarriti tra le colonne del giornale.... tra una frase e l'altra del tribuno scorgevo un bastone e un piedino, un piedino e un bastone,un esercito di bastoni, un esercito di piedini.... Assorto in quella visione, non m'ero avvisto che la bella incognita s'era fermata e mi guardava sorridendo. Fui a un pelo di calpestarle lo strascico. Mi feci rosso come un gambero e borbottai non so che. Anch'ella arrossì.— Perdinci!— Sì, amici miei, ella arrossì e abbassò le ciglia....— Lunghe e vellutate?— Si sottintende. Il suo contegno era graziosamente impacciato; il mio, ridicolo a dirittura. Indovinate un po' come feci a cavarmela!— Con un madrigale?— Che! tutt'altro. Con un disgraziato e prosaico:Come sta?a cui rispose uno scroscio di risa.— Sfido!— Le son cose che non sì dicono neanche a una suocera.— Eppure è così. A ogni modo, mi feci un coraggio da Quinto Curzio e presi una risoluzione: risi anch'io.— E in tanto riso?— La signora non desiderava di meglio che darmi piena e intera assoluzione.— Coll'indulgenza?— Con molta indulgenza. Ci separammo, conuna stretta di mano, che valeva tutte le sei colonne del discorso di Gambetta.— Che scena commovente!— Un vero idillio.— Raffaello, ti regalerò una zampogna.— Aspettate. Non siamo che al principio....— Della fine?— Precisamente. L'indomani ero qui, nello studio, sdraiato come adesso, affumicando il tempo, a furia di sigari, per affrettare l'ora della passeggiata. Tutto in un momento odo un fruscìo di seta, su per le scale, e due colpetti all'uscio....— Era lei?— Era lei. Potete figurarvi....— Ci figuriamo, ci figuriamo! — borbottò Aristide, strozzando in fasce uno sbadiglio.— Ella entra, tutta tremante, come una cervetta spaurita; chiudo l'uscio e casca nelle mie braccia.— L'uscio?— Lei. Questa volta non le domando come sta, ma le appiccico un bel bacio sui ricci d'ebano e rincaro la dose, fino.... a guarigione completa. Trascorso un minuto, ella, con le sue manine affusolate, si stropiccia gli occhi ed esclama:Sogno, o son desta?L'avvocato Ludovico Bianchini si scosse di soprassalto.—È una realtà, bella come un sogno!— io le dissi, con accento patetico. Successe una pausa. Indi la bella incognita si ristropicciò gli occhi, e ripetè, con un'intonazione differente:—Ma, sogno, o son desta?L'avvocato Ludovico Bianchini si agitò sulla sedia, coi segni dello stupore più manifesto.— Con tutti quei sogni, — proseguì Raffaello, — ero lì lì per cavarci i numeri del lotto. Ma, dopo tutto, le passai un braccio intorno alla vita e la feci sedere accanto a me.— Furfante! — gridò Aristide, con una smorfia di vecchio satiro.— Ella riaperse le sue labbra divine, e sospirò:Sogno, o son desta?Questa frase era evidentemente un vizio organico di quella leggiadra, ma imperfetta creatura.— Ma sì, ma sì, proprio un vizio organico! — gridò l'avvocato Bianchini, levandosi in piedi; — è una cosa che fa orrore!— Ha però il suo lato poetico.— Ripeto; è una cosa che fa orrore. Ti posso ridire anche tutti gli altri intercalari di quella signora.— Come! la conosceresti?— Se la conosco.... Dio dei cieli! È da due mesi che io la sento dire:Sogno, o son desta?È da oltre due mesi che io la sento ripetere:È un oblìo di me stessa!Oppure:Io vivo d'illusioni!— È vero, perdinci! e anche di frequente:Una donna che ha avuto tanti dispiaceri....— Sì!...ha diritto di cercare qualche conforto!Le so tutte a memoria, come un buon dervis conosce tutti i versetti del Corano. Ho imparato la prima edizione, io.— Ed io la seconda. Ah, quest'è curiosa!— È magnifica!— È stupenda, è sbalorditoia: non ho mai sentito nulla di simile in vita mia! — urlò Aristide.— Insomma — soggiunse Marchetti — da due mesi e mezzo sto studiando quella donna per farle un ritratto....— Insomma — conchiuse Ludovico — da due mesi e mezzo sto studiando il tuo modello, allo scopo di capire qualche cosa in una lite di successione, che mi ha voluto affidare per forza. Figurati che gusto!— Successione di chi?— Del fu suo marito.— È dunque vedova?— All'incirca; credo bene sia così.— Ma via, — gridò Aristide col suo vocione, — poichè s'è scoperto, dirò così, questo binario, fuori il nome!— Io so appena che si chiama Natalina, — disse Raffaello, accendendo un fiammifero.Aristide trasalì.— Natalina Galimberti, — aggiunse l'avvocato.Aristide stralunò gli occhi, aperse la bocca, allargò le braccia, come un uomo assalito da reminiscenze apopletiche. Un grido rauco gli uscì, sibilando dalla strozza:— È la mia futura sposa!Fece alcuni passi barcollando e infilò l'uscio dello studio.Lodovico e Raffaello si guardarono in faccia, per due o tre minuti, senza trovar parola. Finalmente, l'avvocato si strinse nelle spalle e ruppe in uno scroscio di risa sardonico, esclamando:— Peggio per lui!Il giorno appresso, Aristide Morelli, con aspetto ilare e bonaccione, rientrava nello studio Marchetti.— So tutto, so tutto! — esclamava il proprietario di calli e di latifondi, stringendo all'inglese la mano di Raffaello. — Natalina mi ha svelato ogni cosa. Che burloni!... Ah, l'avete concertata graziosa, ah! ah! potete vantarvene.... ah! ah!... Cara, quella storia del piedino: ben ideata!... e quel birbaccione d'avvocato! che muso duro, quello lì!... Natalina, poi,è nata apposta per immaginare farsette di questo genere!... E io, imbecille, che ci son cascato!...— Sicuro; tu, imbecille, che.... ah! ah!Raffaello non sapeva che diavolo rispondere e rideva anche lui d'un riso da scimunito.Calmata la rumorosa ilarità, Aristide ripigliò:— Ma ora parliamo sul serio. Tra poco, si conchiuderà il matrimonio e io voglio che tu, per quell'epoca, mi consegni il ritratto di Natalina. Sai? voleva farmene una sorpresa!... Ma ora è inutile, già.— Lascia fare a me, — balbettò Raffaello.— Ora, poi, corro subito da Bianchini, affinchè solleciti la lite della successione. Non voglio impicci, io. Addio; stammi allegro! Ricordati che hai da essere uno de' miei testimoni. E anche Lodovico, quel caro matto!... A rivederci.Un mese dopo, il sindaco di M.... univa in matrimonio Aristide Moreni e Natalina Galimberti, alla presenza di Raffaello Marchetti, pittore, e Lodovico Bianchini, avvocato, nati e domiciliati in quella città.La sposa, entrando nella camera nuziale, si abbandonò tra le braccia del marito, si stropicciò gli occhi e mormorò languidamente:— Sogno, o son desta?Il bilancio dell'interno.Saloncino in casa dell'onorevole Erasmo commendatore Scacchetti, deputato di centro sinistro, rappresentante il collegio di Corpuscoli, nell'Emilia, giovanotto di quarantadue anni, confessati nell'espansione della gioia, il giorno in cui la Sinistra è andata al potere. Il quartiere è pulito, in via Frattina, ma è sempre un quartiere affittato con mobili, vale a dire una raccolta informe di stonature acquistate nei pubblici incanti, un'accozzaglia di oggetti provenienti dalle più disparate e strane regioni. Un seggiolonerococòa grandi intagli quasi dorati, con spalliera enorme e velluto cremisi spelato, esce certamente dal vecchio palazzo polveroso di un cardinale. La poltroncina accanto, in stoffa gialla, proviene di certo dalla casa elegante d'una donnina equivoca. Il tappeto, rappezzato in vari punti, non ha niente che fare coi mobili, nè coi cortinaggi, nè con la tappezzeria. Icapricci, sopra le tendine, sono di forma indescrivibile, e fanno terribilmente a pugni con tutto il resto.Un orologio, con base d'alabastro ingiallito, sopra cui si vede una scena arcadica veramente stomachevole, segna le undici e un quarto.Il commendatore Erasmo Scacchetti, già vestito per uscire, dissuggella, con mano nervosa, le tre ultime lettere delle cinquantasei che ha ricevuto in giornata dai suoi elettori, il più modesto dei quali non gli domanda che un'esattoria per sè, tre posti gratuiti in un buon collegio per i figli, collocamento di una donna di servizio, cugina alla larga, partita dal circondario di Corpuscoli per la capitale.La signora Diodata Magistri negli Scacchetti, donna di sesto acuto, d'animo retto e d'intelligenza ottusa, passeggia lentamente per il salotto, facendo, con moto febbrile, un lavoro all'uncinetto, assai bello, per coprire tutto un sofà di magnifico broccato antico, tanto antico che è una vera sudiceria.L'onorevole Scacchetti straccia le ultime lettere e le butta, come le altre, nel cestino, borbottando tra sè:— Di questo passo sarò costretto a stipendiare un uomo robustissimo, per dar la saliva ai francobolli.La signora(con sarcasmo). —Il faut payer sa gloire.Il commendatore(allargando le braccia). — Fammi il piacere, Diodata mia, non mi seccare anche te. È pronta la colazione?La signora.— Che pronta d'Egitto! La donna non ha potuto uscire che alle dieci e mezzo: lo sai bene!Il commendatore(con tremolìo convulso alla gamba destra, e occhi alzati al soffitto). — Sempre così. Non c'è caso che mi si voglia capire. Quando dico le undici, intendo dire le undici: se comando la colazione per le undici, è proprio per le undici che voglio fare colazione. Come parlo? parlo turco? parlo indiano?La signora.— Dopo tutto, non sono che le undici e venti, sai.Il commendatore.— Sì, ma la colazione non sarà pronta che a mezzogiorno; un'altra volta che dico alle undici, e non si dà proprio alle undici, vado alla trattoria.La signora.— Già: il signore fa presto: lui se ne va alla trattoria. La moglie non gli viene neppure in mente. Si capisce!Il commendatore.— Ti ho mai fatto morir di fame? e dunque? che cosa strilli?La signora.— E tu, di che strilli?Il commendatore.— Strillo perchè ci ho ragione di strillare. Alle dodici in punto, devo essere alla Camera, se no Morana si stranisce e mi fa il muso.La signora.— E che mi preme del tuo Morana?Il commendatore.— Preme a me, se non a te: oggi appunto devo raccomandare il tetto della casa penale di Corpuscoli, articolo 78 del bilancio. Il tetto sarà rifatto ugualmente, ma importa che gli elettori lo credano rifatto per merito mio.La signora(smettendo di lavorare). — La vera casa penale è questa, sì signore: è questa: e io sono la povera e unica condannata alla casa penale. La mattina (contando sulle dita) ti svegli di malumore, brontoli e te ne vai via. Dici che vai agli uffizi. Sarà. Il marito di Lilla non va mai mai agli uffizi, eppure è più deputato e più commendatore di te. Alle due ci hai la seduta, anzi, adesso c'è quest'altra bella novità delle commissioni. Fino alle sei, dici tu, stai alla Camera. Io sono stata cinque o sei volte alla tribuna(con biglietto che mi ha dato Pullè, perchè tu non ci pensi) e non ti ho visto mai, mai....Il commendatore(arrossendo). — Ero nel seno....La signora.— .... d'una commissione, lo so.... m'hai sempre detto così. Vieni a casa alle sei.... altro brontolìo. Il pranzo non ti va. Tutto è cucinato male. Ti domando come si passa la serata, e tu mi dici che hai la riunione della maggioranza alla Minerva, o che so io. Io ti chiedo se si va al teatro, e tu mi dici che c'è la riunione del tuo gruppo. Ti prego d'accompagnarmi in casa Serafini, e tu mi dici che hai da chiedere schiarimenti d'urgenza al ministro d'industria e commercio. Ma è possibile ch'io continui questa vitaccia d'inferno?Il commendatore(con voce glaciale). — Diodata mia: questo discorso, oramai, lo so a memoria, come quelli dell'amico Guala sulla provincia di Vercelli. Tu hai ragione, ma io non ho torto. La politica mi assorbe. Il bilancio dell'interno.... capisci? porterà con sè una discussione vitale. Si tratta dei più gravi argomenti. Figurati ch'io devo prendere la parola sull'articolo 12:Ricompense per azioni generose, sul quale ho molte idee.... Un vero programma sociale....La signora.— Dovresti avere piuttosto qualche idea sulle mie azioni generose e ricompensarle.In premio delle mie tribolazioni, t'ho chiesto un mantello di pelliccia e tu niente! Tutte le mie amiche hanno un mantello di pelliccia: io sola....Il commendatore.— L'inverno e così mite a Roma, che una pelliccia sarebbe un'offesa per il municipio. Te la comprerai un altro anno, purchè faccia freddo, cosa che non è possibile. Guarda, piuttosto, se la colazione sia pronta. Io, intanto, darò un'occhiata alle cartelle del mio discorso sullasanità interna. Non si spende neppure un milione e mezzo.La signora.— Io ti ho detto di spendere un centinaio di lire, in due piccole stufe, chè queste camere, con tutto il tuo inverno mite, sono una Siberia. Quando te ne parlo, dici sempre:domani. Non potresti fare un discorso sullasalute internadi casa tua?Il commendatore.— Tu non hai bisogno di stufa. Ti basta il calore della discussione.La signora.— E con chi devo discutere? col gatto? In casa, tu non ci sei mai! Certe volte, mi tocca aspettarti fino alle due dopo mezzanotte. Vergogna! E mi muoio dal freddo.Il commendatore.— Ma scusa, non potresti invece ardere d'impazienza? Senti, come scotto. Io ardo, adesso, per la colazione. Sono già le undici e cinquanta. E io, sciagurato, alle dodicie mezzo devo fare un discorso negli uffizi sullespese segrete.La signora(diventando verde). — Te lo farò io, un discorso sulle spese segrete! ah tu credi proprio ch'io sia una stupida? che non veda niente? Che non m'accorga di niente? Lunedì tu avevi tremila lire, nel tuo portafoglio; ieri, non ci avevi più che mille e settecento lire.Il commendatore(turbato). — Moglie mia, abbiamo deciso alla Minerva di non far quistioni di portafogli.La signora.— Che ne hai fatto di 1300 lire in ventiquattr'ore? (con amarezza) Le hai forse versate nel seno della tua famosa commissione? mi hai comprato di nascosto la pelliccia? hai acquistato di nascosto ventisei stufe, per l'appartamento? Rispondi: che cosa ne hai fatto?Il commendatore(balbettando). — Prima di tutto.... ho prestate quindici lire a un amico.La signora.— Ah! benissimo. La signora non ha pelliccia, ma il signore, presta quindici lire a un amico. La moglie non ha mai un palco, ma il signore presta quindici lire a un amico. Da due anni mi devo fare un abitino di raso nero, chè quello che ci ho è una cosa impossibile, ma il signore presta quindici lire a un amico. In casa si manca di tutto, non c'è neppure una macchinetta per l'acqua di Seltz, mail signore presta quindici lire a un amico. Dovevo andare al concerto della Cognetti, e non ci sono andata, ma il signore presta quindici lire a un amico; l'ho pregato di portarmi all'esposizione di Torino, e non mi ci ha portato, ma il signore presta.... Ma poi, quindici lire sono quindici lire. Mancano ancora 1285 lire. Spero bene che non avrete dato tante quindici lire a un centinaio d'amici.Il commendatore(prendendo il cappello). — Senti: farò colazione questa sera. Morana mi aspetta.La signora.— Ma le 1285 lire?Il commendatore(scappando). — Le ho mandate agli Asili d'infanzia.La signora(cavando con gesto drammatico un biglietto). — E l'autrice di questo biglietto in cui vi scrive che le 1300 lire non bastano.... questa Elvira Codarelli, che manca d'ortografia, è forse un Asilo d'infanzia?Tableau!Miserere mei.Le case vecchie e screpolate sono coperte di macchie d'umido e di salnitro: il cielo è plumbeo, e l'aria frizzante. L'acquerugiola, fine come nebbia e mista a un sottile nevischio, si converte in fango, prima ancora d'avere toccato le selci delle vie. Pochi passanti corrono freddolosi, infagottati, sotto gli ombrelli. Le serve stringono bene i capi dello scialle, rialzano le gonnelle poco pulite, e ciabattano rapidamente nella mota, avviandosi versocampo de' Fiori.Un convoglio funebre di monaci e di fratelloni alla spicciolata scende pervia del Governo Vecchio, come una processione di fantasmi, muniti di fiaccole, e rauche salmodie, con puzzo greve di moccolaia,si spandono per l'aria tetra, confuse col rumore dei carri, delle carrozze, con le grida dei venditori dipizza, e degli strilloni dei giornali.Due fratelloni della buona morte, coi calzoni rimboccati, e la cappa tutta tigrata di pillacchere, si trovano con passo indolente alla coda del convoglio.— ....Magnam misericordiam tuam. Aspetta un po': fammi accendere la torcia. Accidenti alla pioggia e al diavolo che ce la manda.—Ab iniquitate mea.... Com'è che hai fatto così tardi?—Amplius lava me.... ho litigato con mia suocera, e ho finito per darle due sganassoni in faccia....et a peccato meo munda me.— ....Quoniam iniquitatem meam ego cognosco..... Per crist....allo! mi sono preso una storta al piede. Questo minchione ha scelto proprio una giornata carina, per farsi seppellire.—Tibi soli peccavi.... Sai niente tu chi fosse questo sor Menichetti? m'hanno detto che faceva il droghiere a San Carlo a' Catinari....et malum coram....—Te feci. Pare fosse un galantuomo, proprio una brava persona e che abbia messo da parte un po' di quattrini. La Nena m'ha detto, che, anni addietro, faceva anche lo strozzino, madopo tutto, pur di vivere onestamente, ognuno ha il diritto di fare il comodo suo....iniquitatibus conceptus sum....—Et in peccatis concepit me mater mea.... lascia famiglia?—Incerta et occulta sapientia.... una moglie bella e giovane con due figli.— Figùrati, la povera signora, che dispiacere....lavabis me, et super nivem.— Poveretta! si sa che un marito fa sempre dispiacere....et exultabunt ossa humiliata! ma troverà modo, credi a me, di consolarsi. Si racconta che quella lì n'abbia avuto parecchi a farle la corte.—Et omnes iniquitates meas dele.... Ne ho conosciuto delle civette, ma come le donne!—Cor mundum crea in me Deus.... prima ancora che si maritasse, la gente la vedeva sempre insieme con quel biondo, che fabbrica liquori.... Sai, quello che ha sposato Paolina, la bustara di Borgo.Redde mihi laetitiam....— Ah, sì: me ne ricordo sicuro! anche la Paolina, un gran pezzo di....Docebo iniquos vias tuas.— Dimmi, hai fatto colazione tu?—Domine, labia mea aperies.... Senti? all'osteria di Bartolomeo, c'è un arrostino d'abbacchio....— Sta zitto, se no pianto il morto....ut aedificentur muri Jerusalem....—Requiem aeternam!(a un birichino che vorrebbe staccare la sgocciolatura della torcia).Va a morì ammazzato!Il chellerino.Nella birreria del Tevere — con servizio dichellerine— c'è un cameriere che si chiamerebbe Menico se gli avventori non preferissero chiamarlo con un nome di nuovo conio: ilchellerino.E in verità, a furia di strofinarsi con le gonnelle dellechellerine, alla melensaggine, al noto cretinismo di Menico, s'è aggiunto adesso un certo fare sdolcinato, mellifluo, quasi muliebre, che giustifica a sufficienza il nomignolo dichellerino, ormai passato nel sacro dominio della storia.Son molti anni che conosco ilchellerino, poichè l'ho conosciuto anche nei tempi in cui si chiamava Menico. Era appena venuto di ciociaria e s'era adattato al servizio del barone di Cerami, passando alternativamente dalle funzioni di mozzo di stalla a quelle d'aiuto al cameriere di servizioalla tavola, quando a pranzo c'era più gente del solito.Circa il servizio da tavola, Menico ha esordito in una maniera splendidissima.Era un giovedì e nella bella sala da pranzo del barone di Cerami, coi mobili di noce intagliati e i grandi piatti arabo-siculi appesi alle pareti, c'era una decina di convitati, quasi tutti, per via della Camera o del Senato, appartenenti alla politica.Prima d'andare in tavola, il barone chiama Menico davanti a una credenza e gli dice:— Tu non avrai altro da fare che servire i vini. Sai leggere, nevvero?— Sissignore.— Bene: queste bottiglie hanno ciascuna la relativa etichetta. Vedi? questo èSaint-Julien, questo èPomard, quest'altro èChambertin, eccetera, eccetera. Tu prendi la bottiglia, ti avvicini alla destra d'ogni convitato, senza urtargli il braccio o la sedia, versi piano piano e, mentre versi, gli dici sotto voce il nome. Hai capito?— Non dubiti.Ci mettiamo a tavola e il pranzo comincia. Menico afferra una bottiglia, s'avvicina al deputato Colaianni, versa del vino e, nel versare, invece di dire:Saint-Julien, si curva all'orecchio del deputato e gli bisbiglia:— Onorevole Colaianni!L'on. Colaianni si volta e gli risponde:— Che vuoi?Ma Menico è già passato all'altro convitato e, nel mescere, gli susurra all'orecchio:— Onorevole Sidney Sonnino!...Una sera, verso le otto e mezzo, mentre si versava il caffè, fumando una sigaretta, il barone lo chiama e gli dice:— Menico: vai un po' a vedere che cosa fanno stasera alCostanzi.Menico sparisce e non rincasa che.... verso la mezzanotte.— Dove diavolo sei stato? — gli domanda il barone.— Dove mi ha mandato lei: alCostanzi.— Ah! e t'hai goduto, dunque, tutto quanto lo spettacolo?Menico quasi s'inginocchia:— No!... mi perdoni, signor barone! ce n'era ancora un atto, ma son venuto via, perchè cascavo dal sonno.Visto e considerato che l'idiotismo di Menico era cronico, il barone lo licenziò, ma il poveracciolo assediò con tanti piagnistei, che il barone gli promise di trovargli un posto, e finì per trovargliene uno che gli parve adatto ai mezzi intellettuali del ciociaro.Si trattava unicamente di stare nell'anticamera d'una signora elegantissima, che riceveva molte visite e che aveva una bellissima casa, senz'avere un casato, poichè sopra le sue carte di visita non si leggeva che questo nome biblico e laconico:Sara. Sara è una delle più piacevoli etére deldemimonderomano, di quelle che hanno un certo contegno e riescono perfino, nelle grandi riunioni, a intrufolarsi nella cosidetta buona società.— Le tue funzioni, — aveva detto Sara a Menico, — sono semplicissime: devi rispondere a chi viene secondo gli ordini e le istruzioni che avrai: sopratutto, non devi vedere e non devi sentire che ciò ch'io voglio che tu veda o senta.— Stia tranquilla.Un'ora dopo, Sara si presenta in anticamera e chiama:— Menico.Menico la guarda, non si muove e non risponde.Sara lo richiama e gli fa segno d'avvicinarsi.— Non avevi sentito?— Sissignora: ma siccome aveva dettoMenicoa bassa voce, ho creduto che la signora non volesse che io udissi.Sara, quasi tutti i giorni dalle dodici alle due, riceveva un dottorino giovane, biondo, bello e pieno di spirito. Era il suo dottore, ma nelle lunghe conversazioni la salute e l'igiene, per solito, non entravano per niente. Sapeva tante graziose storielle, il dottore biondo! E poi faceva la corte, con un garbo!Un giorno, Menico bussa all'uscio della camera della padrona, che risponde dall'interno:— Non si può.— Sono io, Menico.— Che vuoi?— C'è il dottore....— Non lo posso ricevere.— E che gli devo dire?— Digli.... quello che vuoi. Trova tu una scusa.Menico torna in anticamera:— Signordottore, la padrona non lo può ricevere perchè.... èmalata.Licenziato da Sara, Menico fu, per qualche settimana, servitore in un albergo di quarta o quinta classe.Suonano al n. 6 e Menico si presenta al forastiero.Il forastiero è a letto e, appena giunto il cameriere, si cava un occhio di cristallo e dice:— Mettilo con precauzione, sul comò.Menico eseguisce, poi torna a piantarsi davanti al forastiere.— Che fai?— Aspetto l'altro.Adesso, Menico — diventato ilchellerino, — è addetto alla birreria del Tevere, ma le sue funzioni sono limitate a cambiare i piatti e le posate, nonchè a essere lo scaricatoio di tutte le bizze dellechellerine. Pure, certe volte ha la vanità di atteggiarsi a vero cameriere, e lechellerinelo lasciano fare quando, nelle ultime ore della notte, non c'è più nulla in cucina, nè di caldo, nè di freddo: allora, anzi, mandano lui a sbrigarsela con l'avventore nottambulo, che per solito è nervoso e pien di malumori.Menico si presenta col più amabile dei sorrisi.— Il signore comanda?— Che c'è di pronto?— Vorrebbe una bistecca? una buona costoletta ai ferri? delle scaloppine....— Dammi la bistecca.— Mi rincresce.... ma il filetto è finito!— Allora, dammi la costoletta.— Oh, Dio!... l'ultima la ho servita dieci minuti fa.— Oh corpo di...! vengano, almeno, le scaloppine.— Si figuri se non gliele darei; ma in cucina non c'è più un solo boccone di carne.— Dunque, non mi dai niente?— Le potrei dare.... le posso dare....E finge di pensare.— Dunque? sentiamo!— Le posso dare.... l'indirizzo di un'altra trattoria.— Eh! va all'inferno.— Se, però, il signore si contentasse di qualche cosa di freddo!...— Cioè?— Per esempio.... una granita di limone.Uno degli avventori prese a proteggere Menico e a dargli qualche soldo di mancia.Menico era pieno di riconoscenza, per questo suo benefattore, ch'egli non conosceva di nome, ma che sapeva essere cugino d'un altro avventore quotidiano: dell'avvocato Placidi.E quando il suo mecenate giungeva in trattoria, Menico diceva allechellerine:— Presto, presto, ragazze: che c'è il cugino dell'avvocato Placidi.Ma, sul principiare dell'autunno, il mecenate scomparve, con disperazione grande dell'infelice Menico, che non sapeva darsene pace e spesso esclamava a voce alta:— Ma che ne sarà successo del cugino dell'avvocato Placidi?Il mecenate ricomparve quattro mesi dopo, e Menico gli fece una festa da non descrivere.— Come va che non s'è più visto?— Ho viaggiato.— Come! non sta più in Roma?— No: non sto più a Roma.— Ah, no?... ma lo è sempre cugino dell'avvocato Placidi?L'avvocato Paolo Emilio Genuzio.Ben pochi avvocati hanno avuto la fortuna di salire a quel grado di miseria e di celebrità cui è salito Paolo Emilio Genuzio.Egli ha la specialità del cliente che non paga, ragion per cui è costretto a vivere di debiti, con un formidabile giro di cambiali in mano a strozzini d'infima categoria.E a proposito di queste cambiali, egli suol dire:— Le mie cause non producono che questi effetti!Quand'egli fa conoscenza d'uno strozzino, la prima cosa che gli domanda è questa:— Siete cattolico voi?— Sissignore.— E le vostre convinzioni religiose sono molto profonde?— Profondissime; ma perchè questa domanda?— Perchè io non amo affidare le mie cambiali a uomini di coscienza incerta, che oggi son cattolici e fra tre mesi....protestanti!E gli strozzini, bisogna dirlo, finiscono peravere una certa simpatia per l'avvocato Genuzio. Ce n'è uno, per esempio, che non manca mai alle udienze in cui l'avvocato ha la parola e, finita la difesa, corre a stringergli la mano e a fargli un sacco di complimenti. L'altra settimana, l'avvocato Genuzio difendeva con calore un cassiere accusato di truffa. Finita l'arringa, l'usuraio ammiratore si precipita verso l'oratore, gli stringe calorosamente la mano e gli dice:— Stupendo.... stupendo discorso! l'assoluzione è certa e il vostro difeso vi farà certamente un bel regalo.— Oh, grazie!L'usuraio s'allontana.Un collega domanda all'avvocato:— Chi è quel signore che prende tanto interesse ai tuoi discorsi?— Tanto? no, poveraccio: si contenta del 25 per cento.Il cassiere fu assolto e, ringraziando con effusione l'avvocato, gli disse:— Vorrei essere ricco per dimostrarle la mia riconoscenza; ma le spese di famiglia, il carcere preventivo mi hanno ridotto al verde assoluto, quindi....— Ho capito! non fa nulla! già lo sapevo.... — mormorò l'avvocato.E l'altro:— Ma verrà il giorno in cui potrò sdebitarmi; intanto mi permetta di dirle che la sua difesa è splendida, è commovente, è.... è.... come si dice?... è....— Dica pure.... impagabile!Lo studio dell'avvocato Genuzio, per giunta, è infestato dai contadini, che gli fanno perdere una quantità di tempo e di pagare non parlano mai. Qualche volta appena gli riesce di farsi pagare in natura, come dice lui, con ova, con formaggi, con bottiglie di vino, con canestre di frutta e d'ortaglie.Ho visto, nel suo studio, fino a sei canestre di fichi primaticci.— Ecco, — diceva — i frutti della mia professione!Un contadino, non so per qual diabolico litigio, ebbe con lui una lunga conferenza, poi conchiuse: quanto le devo?— Manco male! — pensò il Genuzio; — questo non è dei soliti.Poi a voce alta:— Fate voi.— No, signor avvocato: dica lei.... desidero sapere quanto le devo, perchè lì per lì non lo potrei pagare.— Oh, diavolo! datemi almeno qualche cosa per cominciare.— Eh, se, in acconto, lei volesse pigliare un lepre?...— Sicuro che lo piglierei.— Eh! se lo pigli pure.... se le riesce. Sarà più bravo del mio cane che ha corso tutta la notte, senza prendere nulla.Alcune arringhe dell'avvocato Paolo Emilio Genuzio in materia criminale sono rimaste celebri, nei corridoi della corte.Si trattava d'una rissa seguìta da omicidio.L'avvocato Genuzio si alza e grida, rivolgendosi ai giudici:— Voi siete tante bestie!Poi, rivolgendosi con gesto energico ai giurati:— E voi siete una massa di canaglia!Abbassando d'un tono la voce:— Così, secondo le deposizioni dei testimoni, cominciò la rissa funesta, che....Uno dei più potenti mezzi oratorii dell'avvocato Genuzio è quello di far piangere l'accusato, richiamandogli alla memoria il periodo onesto della sua vita anteriore alla colpa.Ma, un giorno, al momento d'impiegare questo mezzo oratorio, di molta efficacia davanti ai signori giurati, l'avvocato Genuzio si trovò imbarazzatissimo, poichè si trattava d'un recidivo incorreggibile che, dagli otto anni in poi, ne aveva commesso d'ogni risma e colore.Bisognava dunque risalire molto innanzi nell'esistenza dell'accusato, per trovare uno stadio di purità; ma l'avvocato Genuzio non si sgomentò e prese a dire, con voce patetica:— Sì, sì! ricordatevi i bei giorni che passavate.... tra le braccia della vostra nutrice, sobrio, morigerato, senza altri bisogni che quelli della natura!... l'idea di sopprimere il vostro simile, per procurarvi godimenti sfrenati, non pullulava ancora nel vostro innocente cervello! Ah.... perchè non rimaneste così?...Un altro artifizio oratorio a cui ricorre spesso il Genuzio è quello di dipingere il suo cliente come un mostro d'ingenuità facendo risaltare insieme l'ignoranza delle leggi a cui avrebbe inconsapevolmente contravvenuto....— Egli, — diceva d'un tale, accusato d'aver fatto a pezzi una donna, — egli, o signori, è forastiero: egli ignorava.... le suscettibilità della legislazione italiana!Così pure in una causa di bigamia, l'avvocato Paolo Emilio Genuzio così concludeva:— No, o signori: voi non condannerete quest'uomo così semplice di modi, proprio nel momento in cui una legislazione più umana prepara, in altra aula, la legge sul divorzio! Ma che dico? L'accusato, nella sua semplicità, la credeva già votata.E volgendosi verso l'accusato:— Non è vero che avevate l'intenzione di divorziare con una delle vostre mogli?L'accusato con voce rauca:— Oh!... con tutt'e due!

— Tanto per darmi un po' di contegno, cavai di tasca un giornale. C'era un discorso di Gambetta; sei colonne di stampa minuta, minuta, me ne ricorderò finch'io viva. Ella si mosse lentamente e io dietro, fingendo di leggicchiare il discorso di Gambetta. Me lo perdoni l'illustre e compianto capo della maggioranza francese! Passo passo giungemmo in una viottola solitaria. Subivo una bizzarra allucinazione. I miei occhi s'erano smarriti tra le colonne del giornale.... tra una frase e l'altra del tribuno scorgevo un bastone e un piedino, un piedino e un bastone,un esercito di bastoni, un esercito di piedini.... Assorto in quella visione, non m'ero avvisto che la bella incognita s'era fermata e mi guardava sorridendo. Fui a un pelo di calpestarle lo strascico. Mi feci rosso come un gambero e borbottai non so che. Anch'ella arrossì.

— Perdinci!

— Sì, amici miei, ella arrossì e abbassò le ciglia....

— Lunghe e vellutate?

— Si sottintende. Il suo contegno era graziosamente impacciato; il mio, ridicolo a dirittura. Indovinate un po' come feci a cavarmela!

— Con un madrigale?

— Che! tutt'altro. Con un disgraziato e prosaico:Come sta?a cui rispose uno scroscio di risa.

— Sfido!

— Le son cose che non sì dicono neanche a una suocera.

— Eppure è così. A ogni modo, mi feci un coraggio da Quinto Curzio e presi una risoluzione: risi anch'io.

— E in tanto riso?

— La signora non desiderava di meglio che darmi piena e intera assoluzione.

— Coll'indulgenza?

— Con molta indulgenza. Ci separammo, conuna stretta di mano, che valeva tutte le sei colonne del discorso di Gambetta.

— Che scena commovente!

— Un vero idillio.

— Raffaello, ti regalerò una zampogna.

— Aspettate. Non siamo che al principio....

— Della fine?

— Precisamente. L'indomani ero qui, nello studio, sdraiato come adesso, affumicando il tempo, a furia di sigari, per affrettare l'ora della passeggiata. Tutto in un momento odo un fruscìo di seta, su per le scale, e due colpetti all'uscio....

— Era lei?

— Era lei. Potete figurarvi....

— Ci figuriamo, ci figuriamo! — borbottò Aristide, strozzando in fasce uno sbadiglio.

— Ella entra, tutta tremante, come una cervetta spaurita; chiudo l'uscio e casca nelle mie braccia.

— L'uscio?

— Lei. Questa volta non le domando come sta, ma le appiccico un bel bacio sui ricci d'ebano e rincaro la dose, fino.... a guarigione completa. Trascorso un minuto, ella, con le sue manine affusolate, si stropiccia gli occhi ed esclama:Sogno, o son desta?

L'avvocato Ludovico Bianchini si scosse di soprassalto.

—È una realtà, bella come un sogno!— io le dissi, con accento patetico. Successe una pausa. Indi la bella incognita si ristropicciò gli occhi, e ripetè, con un'intonazione differente:

—Ma, sogno, o son desta?

L'avvocato Ludovico Bianchini si agitò sulla sedia, coi segni dello stupore più manifesto.

— Con tutti quei sogni, — proseguì Raffaello, — ero lì lì per cavarci i numeri del lotto. Ma, dopo tutto, le passai un braccio intorno alla vita e la feci sedere accanto a me.

— Furfante! — gridò Aristide, con una smorfia di vecchio satiro.

— Ella riaperse le sue labbra divine, e sospirò:Sogno, o son desta?Questa frase era evidentemente un vizio organico di quella leggiadra, ma imperfetta creatura.

— Ma sì, ma sì, proprio un vizio organico! — gridò l'avvocato Bianchini, levandosi in piedi; — è una cosa che fa orrore!

— Ha però il suo lato poetico.

— Ripeto; è una cosa che fa orrore. Ti posso ridire anche tutti gli altri intercalari di quella signora.

— Come! la conosceresti?

— Se la conosco.... Dio dei cieli! È da due mesi che io la sento dire:Sogno, o son desta?È da oltre due mesi che io la sento ripetere:È un oblìo di me stessa!Oppure:Io vivo d'illusioni!

— È vero, perdinci! e anche di frequente:Una donna che ha avuto tanti dispiaceri....

— Sì!...ha diritto di cercare qualche conforto!Le so tutte a memoria, come un buon dervis conosce tutti i versetti del Corano. Ho imparato la prima edizione, io.

— Ed io la seconda. Ah, quest'è curiosa!

— È magnifica!

— È stupenda, è sbalorditoia: non ho mai sentito nulla di simile in vita mia! — urlò Aristide.

— Insomma — soggiunse Marchetti — da due mesi e mezzo sto studiando quella donna per farle un ritratto....

— Insomma — conchiuse Ludovico — da due mesi e mezzo sto studiando il tuo modello, allo scopo di capire qualche cosa in una lite di successione, che mi ha voluto affidare per forza. Figurati che gusto!

— Successione di chi?

— Del fu suo marito.

— È dunque vedova?

— All'incirca; credo bene sia così.

— Ma via, — gridò Aristide col suo vocione, — poichè s'è scoperto, dirò così, questo binario, fuori il nome!

— Io so appena che si chiama Natalina, — disse Raffaello, accendendo un fiammifero.

Aristide trasalì.

— Natalina Galimberti, — aggiunse l'avvocato.

Aristide stralunò gli occhi, aperse la bocca, allargò le braccia, come un uomo assalito da reminiscenze apopletiche. Un grido rauco gli uscì, sibilando dalla strozza:

— È la mia futura sposa!

Fece alcuni passi barcollando e infilò l'uscio dello studio.

Lodovico e Raffaello si guardarono in faccia, per due o tre minuti, senza trovar parola. Finalmente, l'avvocato si strinse nelle spalle e ruppe in uno scroscio di risa sardonico, esclamando:

— Peggio per lui!

Il giorno appresso, Aristide Morelli, con aspetto ilare e bonaccione, rientrava nello studio Marchetti.

— So tutto, so tutto! — esclamava il proprietario di calli e di latifondi, stringendo all'inglese la mano di Raffaello. — Natalina mi ha svelato ogni cosa. Che burloni!... Ah, l'avete concertata graziosa, ah! ah! potete vantarvene.... ah! ah!... Cara, quella storia del piedino: ben ideata!... e quel birbaccione d'avvocato! che muso duro, quello lì!... Natalina, poi,è nata apposta per immaginare farsette di questo genere!... E io, imbecille, che ci son cascato!...

— Sicuro; tu, imbecille, che.... ah! ah!

Raffaello non sapeva che diavolo rispondere e rideva anche lui d'un riso da scimunito.

Calmata la rumorosa ilarità, Aristide ripigliò:

— Ma ora parliamo sul serio. Tra poco, si conchiuderà il matrimonio e io voglio che tu, per quell'epoca, mi consegni il ritratto di Natalina. Sai? voleva farmene una sorpresa!... Ma ora è inutile, già.

— Lascia fare a me, — balbettò Raffaello.

— Ora, poi, corro subito da Bianchini, affinchè solleciti la lite della successione. Non voglio impicci, io. Addio; stammi allegro! Ricordati che hai da essere uno de' miei testimoni. E anche Lodovico, quel caro matto!... A rivederci.

Un mese dopo, il sindaco di M.... univa in matrimonio Aristide Moreni e Natalina Galimberti, alla presenza di Raffaello Marchetti, pittore, e Lodovico Bianchini, avvocato, nati e domiciliati in quella città.

La sposa, entrando nella camera nuziale, si abbandonò tra le braccia del marito, si stropicciò gli occhi e mormorò languidamente:

— Sogno, o son desta?

Saloncino in casa dell'onorevole Erasmo commendatore Scacchetti, deputato di centro sinistro, rappresentante il collegio di Corpuscoli, nell'Emilia, giovanotto di quarantadue anni, confessati nell'espansione della gioia, il giorno in cui la Sinistra è andata al potere. Il quartiere è pulito, in via Frattina, ma è sempre un quartiere affittato con mobili, vale a dire una raccolta informe di stonature acquistate nei pubblici incanti, un'accozzaglia di oggetti provenienti dalle più disparate e strane regioni. Un seggiolonerococòa grandi intagli quasi dorati, con spalliera enorme e velluto cremisi spelato, esce certamente dal vecchio palazzo polveroso di un cardinale. La poltroncina accanto, in stoffa gialla, proviene di certo dalla casa elegante d'una donnina equivoca. Il tappeto, rappezzato in vari punti, non ha niente che fare coi mobili, nè coi cortinaggi, nè con la tappezzeria. Icapricci, sopra le tendine, sono di forma indescrivibile, e fanno terribilmente a pugni con tutto il resto.

Un orologio, con base d'alabastro ingiallito, sopra cui si vede una scena arcadica veramente stomachevole, segna le undici e un quarto.

Il commendatore Erasmo Scacchetti, già vestito per uscire, dissuggella, con mano nervosa, le tre ultime lettere delle cinquantasei che ha ricevuto in giornata dai suoi elettori, il più modesto dei quali non gli domanda che un'esattoria per sè, tre posti gratuiti in un buon collegio per i figli, collocamento di una donna di servizio, cugina alla larga, partita dal circondario di Corpuscoli per la capitale.

La signora Diodata Magistri negli Scacchetti, donna di sesto acuto, d'animo retto e d'intelligenza ottusa, passeggia lentamente per il salotto, facendo, con moto febbrile, un lavoro all'uncinetto, assai bello, per coprire tutto un sofà di magnifico broccato antico, tanto antico che è una vera sudiceria.

L'onorevole Scacchetti straccia le ultime lettere e le butta, come le altre, nel cestino, borbottando tra sè:

— Di questo passo sarò costretto a stipendiare un uomo robustissimo, per dar la saliva ai francobolli.

La signora(con sarcasmo). —Il faut payer sa gloire.

Il commendatore(allargando le braccia). — Fammi il piacere, Diodata mia, non mi seccare anche te. È pronta la colazione?

La signora.— Che pronta d'Egitto! La donna non ha potuto uscire che alle dieci e mezzo: lo sai bene!

Il commendatore(con tremolìo convulso alla gamba destra, e occhi alzati al soffitto). — Sempre così. Non c'è caso che mi si voglia capire. Quando dico le undici, intendo dire le undici: se comando la colazione per le undici, è proprio per le undici che voglio fare colazione. Come parlo? parlo turco? parlo indiano?

La signora.— Dopo tutto, non sono che le undici e venti, sai.

Il commendatore.— Sì, ma la colazione non sarà pronta che a mezzogiorno; un'altra volta che dico alle undici, e non si dà proprio alle undici, vado alla trattoria.

La signora.— Già: il signore fa presto: lui se ne va alla trattoria. La moglie non gli viene neppure in mente. Si capisce!

Il commendatore.— Ti ho mai fatto morir di fame? e dunque? che cosa strilli?

La signora.— E tu, di che strilli?

Il commendatore.— Strillo perchè ci ho ragione di strillare. Alle dodici in punto, devo essere alla Camera, se no Morana si stranisce e mi fa il muso.

La signora.— E che mi preme del tuo Morana?

Il commendatore.— Preme a me, se non a te: oggi appunto devo raccomandare il tetto della casa penale di Corpuscoli, articolo 78 del bilancio. Il tetto sarà rifatto ugualmente, ma importa che gli elettori lo credano rifatto per merito mio.

La signora(smettendo di lavorare). — La vera casa penale è questa, sì signore: è questa: e io sono la povera e unica condannata alla casa penale. La mattina (contando sulle dita) ti svegli di malumore, brontoli e te ne vai via. Dici che vai agli uffizi. Sarà. Il marito di Lilla non va mai mai agli uffizi, eppure è più deputato e più commendatore di te. Alle due ci hai la seduta, anzi, adesso c'è quest'altra bella novità delle commissioni. Fino alle sei, dici tu, stai alla Camera. Io sono stata cinque o sei volte alla tribuna(con biglietto che mi ha dato Pullè, perchè tu non ci pensi) e non ti ho visto mai, mai....

Il commendatore(arrossendo). — Ero nel seno....

La signora.— .... d'una commissione, lo so.... m'hai sempre detto così. Vieni a casa alle sei.... altro brontolìo. Il pranzo non ti va. Tutto è cucinato male. Ti domando come si passa la serata, e tu mi dici che hai la riunione della maggioranza alla Minerva, o che so io. Io ti chiedo se si va al teatro, e tu mi dici che c'è la riunione del tuo gruppo. Ti prego d'accompagnarmi in casa Serafini, e tu mi dici che hai da chiedere schiarimenti d'urgenza al ministro d'industria e commercio. Ma è possibile ch'io continui questa vitaccia d'inferno?

Il commendatore(con voce glaciale). — Diodata mia: questo discorso, oramai, lo so a memoria, come quelli dell'amico Guala sulla provincia di Vercelli. Tu hai ragione, ma io non ho torto. La politica mi assorbe. Il bilancio dell'interno.... capisci? porterà con sè una discussione vitale. Si tratta dei più gravi argomenti. Figurati ch'io devo prendere la parola sull'articolo 12:Ricompense per azioni generose, sul quale ho molte idee.... Un vero programma sociale....

La signora.— Dovresti avere piuttosto qualche idea sulle mie azioni generose e ricompensarle.In premio delle mie tribolazioni, t'ho chiesto un mantello di pelliccia e tu niente! Tutte le mie amiche hanno un mantello di pelliccia: io sola....

Il commendatore.— L'inverno e così mite a Roma, che una pelliccia sarebbe un'offesa per il municipio. Te la comprerai un altro anno, purchè faccia freddo, cosa che non è possibile. Guarda, piuttosto, se la colazione sia pronta. Io, intanto, darò un'occhiata alle cartelle del mio discorso sullasanità interna. Non si spende neppure un milione e mezzo.

La signora.— Io ti ho detto di spendere un centinaio di lire, in due piccole stufe, chè queste camere, con tutto il tuo inverno mite, sono una Siberia. Quando te ne parlo, dici sempre:domani. Non potresti fare un discorso sullasalute internadi casa tua?

Il commendatore.— Tu non hai bisogno di stufa. Ti basta il calore della discussione.

La signora.— E con chi devo discutere? col gatto? In casa, tu non ci sei mai! Certe volte, mi tocca aspettarti fino alle due dopo mezzanotte. Vergogna! E mi muoio dal freddo.

Il commendatore.— Ma scusa, non potresti invece ardere d'impazienza? Senti, come scotto. Io ardo, adesso, per la colazione. Sono già le undici e cinquanta. E io, sciagurato, alle dodicie mezzo devo fare un discorso negli uffizi sullespese segrete.

La signora(diventando verde). — Te lo farò io, un discorso sulle spese segrete! ah tu credi proprio ch'io sia una stupida? che non veda niente? Che non m'accorga di niente? Lunedì tu avevi tremila lire, nel tuo portafoglio; ieri, non ci avevi più che mille e settecento lire.

Il commendatore(turbato). — Moglie mia, abbiamo deciso alla Minerva di non far quistioni di portafogli.

La signora.— Che ne hai fatto di 1300 lire in ventiquattr'ore? (con amarezza) Le hai forse versate nel seno della tua famosa commissione? mi hai comprato di nascosto la pelliccia? hai acquistato di nascosto ventisei stufe, per l'appartamento? Rispondi: che cosa ne hai fatto?

Il commendatore(balbettando). — Prima di tutto.... ho prestate quindici lire a un amico.

La signora.— Ah! benissimo. La signora non ha pelliccia, ma il signore, presta quindici lire a un amico. La moglie non ha mai un palco, ma il signore presta quindici lire a un amico. Da due anni mi devo fare un abitino di raso nero, chè quello che ci ho è una cosa impossibile, ma il signore presta quindici lire a un amico. In casa si manca di tutto, non c'è neppure una macchinetta per l'acqua di Seltz, mail signore presta quindici lire a un amico. Dovevo andare al concerto della Cognetti, e non ci sono andata, ma il signore presta quindici lire a un amico; l'ho pregato di portarmi all'esposizione di Torino, e non mi ci ha portato, ma il signore presta.... Ma poi, quindici lire sono quindici lire. Mancano ancora 1285 lire. Spero bene che non avrete dato tante quindici lire a un centinaio d'amici.

Il commendatore(prendendo il cappello). — Senti: farò colazione questa sera. Morana mi aspetta.

La signora.— Ma le 1285 lire?

Il commendatore(scappando). — Le ho mandate agli Asili d'infanzia.

La signora(cavando con gesto drammatico un biglietto). — E l'autrice di questo biglietto in cui vi scrive che le 1300 lire non bastano.... questa Elvira Codarelli, che manca d'ortografia, è forse un Asilo d'infanzia?

Tableau!

Le case vecchie e screpolate sono coperte di macchie d'umido e di salnitro: il cielo è plumbeo, e l'aria frizzante. L'acquerugiola, fine come nebbia e mista a un sottile nevischio, si converte in fango, prima ancora d'avere toccato le selci delle vie. Pochi passanti corrono freddolosi, infagottati, sotto gli ombrelli. Le serve stringono bene i capi dello scialle, rialzano le gonnelle poco pulite, e ciabattano rapidamente nella mota, avviandosi versocampo de' Fiori.

Un convoglio funebre di monaci e di fratelloni alla spicciolata scende pervia del Governo Vecchio, come una processione di fantasmi, muniti di fiaccole, e rauche salmodie, con puzzo greve di moccolaia,si spandono per l'aria tetra, confuse col rumore dei carri, delle carrozze, con le grida dei venditori dipizza, e degli strilloni dei giornali.

Due fratelloni della buona morte, coi calzoni rimboccati, e la cappa tutta tigrata di pillacchere, si trovano con passo indolente alla coda del convoglio.

— ....Magnam misericordiam tuam. Aspetta un po': fammi accendere la torcia. Accidenti alla pioggia e al diavolo che ce la manda.

—Ab iniquitate mea.... Com'è che hai fatto così tardi?

—Amplius lava me.... ho litigato con mia suocera, e ho finito per darle due sganassoni in faccia....et a peccato meo munda me.

— ....Quoniam iniquitatem meam ego cognosco..... Per crist....allo! mi sono preso una storta al piede. Questo minchione ha scelto proprio una giornata carina, per farsi seppellire.

—Tibi soli peccavi.... Sai niente tu chi fosse questo sor Menichetti? m'hanno detto che faceva il droghiere a San Carlo a' Catinari....et malum coram....

—Te feci. Pare fosse un galantuomo, proprio una brava persona e che abbia messo da parte un po' di quattrini. La Nena m'ha detto, che, anni addietro, faceva anche lo strozzino, madopo tutto, pur di vivere onestamente, ognuno ha il diritto di fare il comodo suo....iniquitatibus conceptus sum....

—Et in peccatis concepit me mater mea.... lascia famiglia?

—Incerta et occulta sapientia.... una moglie bella e giovane con due figli.

— Figùrati, la povera signora, che dispiacere....lavabis me, et super nivem.

— Poveretta! si sa che un marito fa sempre dispiacere....et exultabunt ossa humiliata! ma troverà modo, credi a me, di consolarsi. Si racconta che quella lì n'abbia avuto parecchi a farle la corte.

—Et omnes iniquitates meas dele.... Ne ho conosciuto delle civette, ma come le donne!

—Cor mundum crea in me Deus.... prima ancora che si maritasse, la gente la vedeva sempre insieme con quel biondo, che fabbrica liquori.... Sai, quello che ha sposato Paolina, la bustara di Borgo.Redde mihi laetitiam....

— Ah, sì: me ne ricordo sicuro! anche la Paolina, un gran pezzo di....Docebo iniquos vias tuas.

— Dimmi, hai fatto colazione tu?

—Domine, labia mea aperies.... Senti? all'osteria di Bartolomeo, c'è un arrostino d'abbacchio....

— Sta zitto, se no pianto il morto....ut aedificentur muri Jerusalem....

—Requiem aeternam!(a un birichino che vorrebbe staccare la sgocciolatura della torcia).Va a morì ammazzato!

Nella birreria del Tevere — con servizio dichellerine— c'è un cameriere che si chiamerebbe Menico se gli avventori non preferissero chiamarlo con un nome di nuovo conio: ilchellerino.

E in verità, a furia di strofinarsi con le gonnelle dellechellerine, alla melensaggine, al noto cretinismo di Menico, s'è aggiunto adesso un certo fare sdolcinato, mellifluo, quasi muliebre, che giustifica a sufficienza il nomignolo dichellerino, ormai passato nel sacro dominio della storia.

Son molti anni che conosco ilchellerino, poichè l'ho conosciuto anche nei tempi in cui si chiamava Menico. Era appena venuto di ciociaria e s'era adattato al servizio del barone di Cerami, passando alternativamente dalle funzioni di mozzo di stalla a quelle d'aiuto al cameriere di servizioalla tavola, quando a pranzo c'era più gente del solito.

Circa il servizio da tavola, Menico ha esordito in una maniera splendidissima.

Era un giovedì e nella bella sala da pranzo del barone di Cerami, coi mobili di noce intagliati e i grandi piatti arabo-siculi appesi alle pareti, c'era una decina di convitati, quasi tutti, per via della Camera o del Senato, appartenenti alla politica.

Prima d'andare in tavola, il barone chiama Menico davanti a una credenza e gli dice:

— Tu non avrai altro da fare che servire i vini. Sai leggere, nevvero?

— Sissignore.

— Bene: queste bottiglie hanno ciascuna la relativa etichetta. Vedi? questo èSaint-Julien, questo èPomard, quest'altro èChambertin, eccetera, eccetera. Tu prendi la bottiglia, ti avvicini alla destra d'ogni convitato, senza urtargli il braccio o la sedia, versi piano piano e, mentre versi, gli dici sotto voce il nome. Hai capito?

— Non dubiti.

Ci mettiamo a tavola e il pranzo comincia. Menico afferra una bottiglia, s'avvicina al deputato Colaianni, versa del vino e, nel versare, invece di dire:Saint-Julien, si curva all'orecchio del deputato e gli bisbiglia:

— Onorevole Colaianni!

L'on. Colaianni si volta e gli risponde:

— Che vuoi?

Ma Menico è già passato all'altro convitato e, nel mescere, gli susurra all'orecchio:

— Onorevole Sidney Sonnino!...

Una sera, verso le otto e mezzo, mentre si versava il caffè, fumando una sigaretta, il barone lo chiama e gli dice:

— Menico: vai un po' a vedere che cosa fanno stasera alCostanzi.

Menico sparisce e non rincasa che.... verso la mezzanotte.

— Dove diavolo sei stato? — gli domanda il barone.

— Dove mi ha mandato lei: alCostanzi.

— Ah! e t'hai goduto, dunque, tutto quanto lo spettacolo?

Menico quasi s'inginocchia:

— No!... mi perdoni, signor barone! ce n'era ancora un atto, ma son venuto via, perchè cascavo dal sonno.

Visto e considerato che l'idiotismo di Menico era cronico, il barone lo licenziò, ma il poveracciolo assediò con tanti piagnistei, che il barone gli promise di trovargli un posto, e finì per trovargliene uno che gli parve adatto ai mezzi intellettuali del ciociaro.

Si trattava unicamente di stare nell'anticamera d'una signora elegantissima, che riceveva molte visite e che aveva una bellissima casa, senz'avere un casato, poichè sopra le sue carte di visita non si leggeva che questo nome biblico e laconico:Sara. Sara è una delle più piacevoli etére deldemimonderomano, di quelle che hanno un certo contegno e riescono perfino, nelle grandi riunioni, a intrufolarsi nella cosidetta buona società.

— Le tue funzioni, — aveva detto Sara a Menico, — sono semplicissime: devi rispondere a chi viene secondo gli ordini e le istruzioni che avrai: sopratutto, non devi vedere e non devi sentire che ciò ch'io voglio che tu veda o senta.

— Stia tranquilla.

Un'ora dopo, Sara si presenta in anticamera e chiama:

— Menico.

Menico la guarda, non si muove e non risponde.

Sara lo richiama e gli fa segno d'avvicinarsi.

— Non avevi sentito?

— Sissignora: ma siccome aveva dettoMenicoa bassa voce, ho creduto che la signora non volesse che io udissi.

Sara, quasi tutti i giorni dalle dodici alle due, riceveva un dottorino giovane, biondo, bello e pieno di spirito. Era il suo dottore, ma nelle lunghe conversazioni la salute e l'igiene, per solito, non entravano per niente. Sapeva tante graziose storielle, il dottore biondo! E poi faceva la corte, con un garbo!

Un giorno, Menico bussa all'uscio della camera della padrona, che risponde dall'interno:

— Non si può.

— Sono io, Menico.

— Che vuoi?

— C'è il dottore....

— Non lo posso ricevere.

— E che gli devo dire?

— Digli.... quello che vuoi. Trova tu una scusa.

Menico torna in anticamera:

— Signordottore, la padrona non lo può ricevere perchè.... èmalata.

Licenziato da Sara, Menico fu, per qualche settimana, servitore in un albergo di quarta o quinta classe.

Suonano al n. 6 e Menico si presenta al forastiero.

Il forastiero è a letto e, appena giunto il cameriere, si cava un occhio di cristallo e dice:

— Mettilo con precauzione, sul comò.

Menico eseguisce, poi torna a piantarsi davanti al forastiere.

— Che fai?

— Aspetto l'altro.

Adesso, Menico — diventato ilchellerino, — è addetto alla birreria del Tevere, ma le sue funzioni sono limitate a cambiare i piatti e le posate, nonchè a essere lo scaricatoio di tutte le bizze dellechellerine. Pure, certe volte ha la vanità di atteggiarsi a vero cameriere, e lechellerinelo lasciano fare quando, nelle ultime ore della notte, non c'è più nulla in cucina, nè di caldo, nè di freddo: allora, anzi, mandano lui a sbrigarsela con l'avventore nottambulo, che per solito è nervoso e pien di malumori.

Menico si presenta col più amabile dei sorrisi.

— Il signore comanda?

— Che c'è di pronto?

— Vorrebbe una bistecca? una buona costoletta ai ferri? delle scaloppine....

— Dammi la bistecca.

— Mi rincresce.... ma il filetto è finito!

— Allora, dammi la costoletta.

— Oh, Dio!... l'ultima la ho servita dieci minuti fa.

— Oh corpo di...! vengano, almeno, le scaloppine.

— Si figuri se non gliele darei; ma in cucina non c'è più un solo boccone di carne.

— Dunque, non mi dai niente?

— Le potrei dare.... le posso dare....

E finge di pensare.

— Dunque? sentiamo!

— Le posso dare.... l'indirizzo di un'altra trattoria.

— Eh! va all'inferno.

— Se, però, il signore si contentasse di qualche cosa di freddo!...

— Cioè?

— Per esempio.... una granita di limone.

Uno degli avventori prese a proteggere Menico e a dargli qualche soldo di mancia.

Menico era pieno di riconoscenza, per questo suo benefattore, ch'egli non conosceva di nome, ma che sapeva essere cugino d'un altro avventore quotidiano: dell'avvocato Placidi.

E quando il suo mecenate giungeva in trattoria, Menico diceva allechellerine:

— Presto, presto, ragazze: che c'è il cugino dell'avvocato Placidi.

Ma, sul principiare dell'autunno, il mecenate scomparve, con disperazione grande dell'infelice Menico, che non sapeva darsene pace e spesso esclamava a voce alta:

— Ma che ne sarà successo del cugino dell'avvocato Placidi?

Il mecenate ricomparve quattro mesi dopo, e Menico gli fece una festa da non descrivere.

— Come va che non s'è più visto?

— Ho viaggiato.

— Come! non sta più in Roma?

— No: non sto più a Roma.

— Ah, no?... ma lo è sempre cugino dell'avvocato Placidi?

Ben pochi avvocati hanno avuto la fortuna di salire a quel grado di miseria e di celebrità cui è salito Paolo Emilio Genuzio.

Egli ha la specialità del cliente che non paga, ragion per cui è costretto a vivere di debiti, con un formidabile giro di cambiali in mano a strozzini d'infima categoria.

E a proposito di queste cambiali, egli suol dire:

— Le mie cause non producono che questi effetti!

Quand'egli fa conoscenza d'uno strozzino, la prima cosa che gli domanda è questa:

— Siete cattolico voi?

— Sissignore.

— E le vostre convinzioni religiose sono molto profonde?

— Profondissime; ma perchè questa domanda?

— Perchè io non amo affidare le mie cambiali a uomini di coscienza incerta, che oggi son cattolici e fra tre mesi....protestanti!

E gli strozzini, bisogna dirlo, finiscono peravere una certa simpatia per l'avvocato Genuzio. Ce n'è uno, per esempio, che non manca mai alle udienze in cui l'avvocato ha la parola e, finita la difesa, corre a stringergli la mano e a fargli un sacco di complimenti. L'altra settimana, l'avvocato Genuzio difendeva con calore un cassiere accusato di truffa. Finita l'arringa, l'usuraio ammiratore si precipita verso l'oratore, gli stringe calorosamente la mano e gli dice:

— Stupendo.... stupendo discorso! l'assoluzione è certa e il vostro difeso vi farà certamente un bel regalo.

— Oh, grazie!

L'usuraio s'allontana.

Un collega domanda all'avvocato:

— Chi è quel signore che prende tanto interesse ai tuoi discorsi?

— Tanto? no, poveraccio: si contenta del 25 per cento.

Il cassiere fu assolto e, ringraziando con effusione l'avvocato, gli disse:

— Vorrei essere ricco per dimostrarle la mia riconoscenza; ma le spese di famiglia, il carcere preventivo mi hanno ridotto al verde assoluto, quindi....

— Ho capito! non fa nulla! già lo sapevo.... — mormorò l'avvocato.

E l'altro:

— Ma verrà il giorno in cui potrò sdebitarmi; intanto mi permetta di dirle che la sua difesa è splendida, è commovente, è.... è.... come si dice?... è....

— Dica pure.... impagabile!

Lo studio dell'avvocato Genuzio, per giunta, è infestato dai contadini, che gli fanno perdere una quantità di tempo e di pagare non parlano mai. Qualche volta appena gli riesce di farsi pagare in natura, come dice lui, con ova, con formaggi, con bottiglie di vino, con canestre di frutta e d'ortaglie.

Ho visto, nel suo studio, fino a sei canestre di fichi primaticci.

— Ecco, — diceva — i frutti della mia professione!

Un contadino, non so per qual diabolico litigio, ebbe con lui una lunga conferenza, poi conchiuse: quanto le devo?

— Manco male! — pensò il Genuzio; — questo non è dei soliti.

Poi a voce alta:

— Fate voi.

— No, signor avvocato: dica lei.... desidero sapere quanto le devo, perchè lì per lì non lo potrei pagare.

— Oh, diavolo! datemi almeno qualche cosa per cominciare.

— Eh, se, in acconto, lei volesse pigliare un lepre?...

— Sicuro che lo piglierei.

— Eh! se lo pigli pure.... se le riesce. Sarà più bravo del mio cane che ha corso tutta la notte, senza prendere nulla.

Alcune arringhe dell'avvocato Paolo Emilio Genuzio in materia criminale sono rimaste celebri, nei corridoi della corte.

Si trattava d'una rissa seguìta da omicidio.

L'avvocato Genuzio si alza e grida, rivolgendosi ai giudici:

— Voi siete tante bestie!

Poi, rivolgendosi con gesto energico ai giurati:

— E voi siete una massa di canaglia!

Abbassando d'un tono la voce:

— Così, secondo le deposizioni dei testimoni, cominciò la rissa funesta, che....

Uno dei più potenti mezzi oratorii dell'avvocato Genuzio è quello di far piangere l'accusato, richiamandogli alla memoria il periodo onesto della sua vita anteriore alla colpa.

Ma, un giorno, al momento d'impiegare questo mezzo oratorio, di molta efficacia davanti ai signori giurati, l'avvocato Genuzio si trovò imbarazzatissimo, poichè si trattava d'un recidivo incorreggibile che, dagli otto anni in poi, ne aveva commesso d'ogni risma e colore.

Bisognava dunque risalire molto innanzi nell'esistenza dell'accusato, per trovare uno stadio di purità; ma l'avvocato Genuzio non si sgomentò e prese a dire, con voce patetica:

— Sì, sì! ricordatevi i bei giorni che passavate.... tra le braccia della vostra nutrice, sobrio, morigerato, senza altri bisogni che quelli della natura!... l'idea di sopprimere il vostro simile, per procurarvi godimenti sfrenati, non pullulava ancora nel vostro innocente cervello! Ah.... perchè non rimaneste così?...

Un altro artifizio oratorio a cui ricorre spesso il Genuzio è quello di dipingere il suo cliente come un mostro d'ingenuità facendo risaltare insieme l'ignoranza delle leggi a cui avrebbe inconsapevolmente contravvenuto....

— Egli, — diceva d'un tale, accusato d'aver fatto a pezzi una donna, — egli, o signori, è forastiero: egli ignorava.... le suscettibilità della legislazione italiana!

Così pure in una causa di bigamia, l'avvocato Paolo Emilio Genuzio così concludeva:

— No, o signori: voi non condannerete quest'uomo così semplice di modi, proprio nel momento in cui una legislazione più umana prepara, in altra aula, la legge sul divorzio! Ma che dico? L'accusato, nella sua semplicità, la credeva già votata.

E volgendosi verso l'accusato:

— Non è vero che avevate l'intenzione di divorziare con una delle vostre mogli?

L'accusato con voce rauca:

— Oh!... con tutt'e due!


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