Poche volte, l'avvocato Paolo Emilio Genuzio ha ricorso allaforza irresistibile, ma quelle poche volte son rimaste famose, una su tutte.Ecco il fatto.Un povero diavolo, nel trasportare una gelosia, sulle palafitte d'uno stabilimento di bagni, scivola, apre le braccia, la gelosia gli casca dalle spalle, urta contro un parapetto, balza in mare, colpisce un bagnante alla testa e lo uccide sulla botta.Quel poveromo viene tradotto sul banco dei rei, sotto l'accusa d'omicidio involontario.L'avvocato Genuzio, naturalmente, fa una calorosa e commovente difesa del disgraziato; tutto in un momento, con grande meraviglia di tutti, esce fuori con l'argomento dellaforza irresistibile.Il pubblico ministero non può frenare un sorriso di compassione.L'avvocato:— C'è poco da ridere, signor pubblico ministero! chi vorrà negare laforza irresistibilein un fatto avvenuto durante un.... trasporto di gelosia?Il dottor Claudio Gemelli.Dei distratti ne ho conosciuti parecchi — dal Dondini che si dimenticava del suo casato al Desanctis che si scordava d'essere ministro — ma non ho incontrato mai un distratto perfezionato quanto il dottore Claudio Gemelli, mio compagno di studi, nel senso che non si studiava nessuno dei due.Presa la laurea, egli elesse domicilio in una graziosa città della riviera, ove i forastieri andati a male cercano, attratti dal dolce clima, un qualche ristoro alla propria salute.Il dottore Claudio Gemelli non è un'aquila, non è un'arca di scienza....Anzi ricordo che, a un esame, il professore gli chiese:— Che cosa è un'ombra?E lui pensando a tutt'altro:— L'ombra è.... un raggio di luce, che potrebbe attraversare un corpo, se questo non ci fosse.Dicevo, dunque, che il dottore Claudio Gemelli non è una celebrità, ma è tanto simpatico e provvisto di tale buon senso, che potrebbe guadagnare, in capo all'anno, un sacco di quattrini, se non fosse il guaio di quelle distrazioni, che compromettono la sua serietà professionale.Non c'è caso ch'egli badi a quanto gli esce di bocca e certe volte ne dice di quelle da far saltare i sassi.Una sera, lo chiamano all'ospedale, per curare un povero muratore, al quale un'asta di ferro era penetrata nella spalla, quasi passandolo da parte a parte.Il dottor Gemelli esamina la mostruosa ferita, poi dice al malato:— Fate veder la lingua.Il malato mostra la lingua. Il dottore, pensando a Dio sa che cosa, soggiunge macchinalmente:— Nella vostra famiglia.... andate soggetti a queste malattie?I poveri malati dell'ospedale avevano quasi terrore di questo medico distratto e non senza ragione. Un giorno, visita il malato giacente al letto N. 12 e borbotta:— Un vescicante basterà.Poi, chiede al malato:— Che numero siete, voi?— Numero 12.E il dottore scrive:— Numero.... 12 vescicanti al N. 1.Un amico ha la moglie ch'è incinta di sette mesi e che, appunto per trovarsi in quello stato interessante, soffre qualche disturbo; per ciò, manda a chiamare il dottor Gemelli.Il dottore s'avvicina alla sposa, che sta seduta sopra una poltrona, la guarda con occhio gentile, ma indagatore, poi le tasta il polso e le dice:— Va bene, va bene! sarà cosa di poco: ora mi dica esattamente.... in quali circostanze si è potuto sviluppare il fatto di cui è vittima.Due mesi dopo, nasce un maschietto di complessione delicata che, appena giunto all'età d'un anno, poverino, soffre di convulsioni.Il dottor Gemelli vien chiamato a consulto e constata una nevrosi pronunciata; suggerisce qualche rimedio, poi si mette a ciarlare d'altre cose di famiglia e, infine, guardando il bimbo che stava in culla, si alza e conclude:— Dunque, mi raccomando! evitare le preoccupazioni di qualunque genere; abbandonare il caffè e i liquori alcoolici; cercare distrazioni nei teatri e nei viaggi; sopratutto, fumare con moderazione.La moglie del sottoprefetto s'ammala di bronchite.Era una signora tanto carina, di curve molto pronunciate e provocanti.Il sottoprefetto manda, di buon mattino, a cercare in fretta del dottor Gemelli, che aveva perso la notte al circolo, al gioco del faraoncino, ch'era la sua perdizione.Il dottore si veste in fretta e, ancora stropicciandosi gli occhi, accorre alla sottoprefettura.La moglie del sottoprefetto sta, naturalmente, a letto e il marito, ansioso, assiste alla visita del medico.Dopo i soliti preliminari, il dottore dice:— Non sarà nulla di serio; ma per essere più sicuri, bisognerà procedere a una diligente auscultazione.— Faccia.... faccia pure! — dice il sottoprefetto.Il dottore, rivolgendosi alla bella malata:— Abbia la bontà di voltarmi le spalle: così.... e ora faccia il favore di togliersi la veste da camera.— Davvero? — chiede la signora, arrossendo.— È necessario.La signora eseguisce.Il dottore scansa un pochino la camicia, applica l'orecchio su quel dorso bianco e ben modellato, ascolta qualche minuto, poi si alza e dice:— Non è nulla d'inquietante: ma ora, per maggior precauzione, ascolteremo per davanti; si rimetta pure supina e respiri naturalmente, ma con un po' di forza.E il dottore, scostando un pochino i merletti della camicia di batista, applica l'orecchio sul seno abbondante della moglie del sottoprefetto.Ma, questa volta, il dottore ascolta sì a lungo, che la signora con gli occhi ammicca a suo marito, come per dirgli:— Ma che cosa fa? mi pare che si fermi un po' più del necessario.Il sottoprefetto fa un passo innanzi, ma il medico prosegue a restare immobile, con la testa appoggiata sul seno della bella ammalata.Il sottoprefetto abbassa il naso e osserva....Il dottore s'era addormentato.Le sue distrazioni gli procurarono anche altre noie, fuori della professione, come la rottura della sua amicizia con l'assessore anziano del comune.Nel calore d'una discussione di caffè, Claudio dice al suo vecchio amico:— Sei uno stupido!L'assessore se ne offende: gli amici si mettono in mezzo e danno torto a Claudio, che ne pare stupefatto.— Ma, infine, che cosa gli ho detto d'offensivo?— Sfido? gli hai dato dellostupido.— Dellostupido? oh, diavolo; perdona tanto; — grida correndogli incontro e porgendogli la mano; — te ne chiedo mille e mille scuse; l'ho detto senza badarci; e poi.... credevo che tu lo sapessi.È lui, che incontrando una signora di sua conoscenza, vestita a lutto per la morte del marito,le chiede, con accento di viva compassione:— Vedova?— Sì! il povero Tommaso è morto.E Claudio, con voce malinconica:— E non aveva che quello, di maschi?Martino Cianchetti.Pochi artisti comici hanno avuto più miseria del povero Martino Cianchetti che, dopo avere tante volte indossato un'assisa di maresciallo, un manto reale, oggi è ridotto a fare il conduttore sopra una linea di tranvai.L'ho conosciuto nei suoi momenti di gloria, quando possedeva perfino un paio di stivaloni alla scudiera, quando fumava cinquevirginiaal giorno, quando non pagava ma prendeva, ogni sera, unpunchnel primo caffè del circondario.La disdetta lo aveva perseguitato fin dalla serata in cui, trepidante di emozione, aveva esordito sulle scene d'una arena plebea di Rifredi, nella parte d'un paggio che doveva pronunciare nient'altro che questi due monosillabi:— Il re.Aveva provato tutta una settimana; inoltre, passeggiava spesso per vie solitarie, dicendo a voce alta, per trovare l'intonazione giusta:— Il re! il re! il re!Una sera, così gridando, dalla via deserta, sbucò, senza pensarci, sulla piazza del mercato, e quel suo grido bastò per metterlo alla testa d'una pubblica dimostrazione, che fu sciolta da un delegato di pubblica sicurezza davanti al portone del sottoprefetto.Viene la serata fatale deldebutto.Martino, nel suo abito di paggio, si fa pallido e rosso, di cinque in cinque minuti; il cuore gli batte; il momento s'avvicina....Il direttore della compagnia gli dà uno spintone; lui esce dalle quinte traballando, corre fino alla ribalta e grida con voce acutissima:— Il re!Una voce di loggione:— E io tre assi!La seconda parte affidata a Martino fu di una importanza che quasi lo sgomentò, poichè si trattava di dodici parole di seguito.Studiò come un martire, ma la lingua doveva infamemente tradirlo.Alla metà del terz'atto, egli entra in scena eil primo attore, come vuole la parte, gli domanda:— Hai visto Roberto?— Sì: appunto in questo momento: stava seduto sullapipa, fumando laporta.Poi, ebbe a sostenere una particina di secondo amoroso, un tipo cordialmente antipatico, che doveva assediare la prima donna con galanterie stupide e importune.A un certo punto, Martino, sotto le spoglie del suo personaggio, dice con passione:— Dite una parola, una sola parola, o io morrò di dolore!— Signore! — risponde la prima donna, — io sono stanca del vostro contegno.— Anch'io! anch'io! — gridano gli spettatori dalla platea e Martino è costretto a ritirarsi, senza poter esaurire le sue battute.Si diede alle parti di generico; ma sempre particine di poca importanza e di pochissime parole: eppure, quelle poche parole erano sufficienti a fargli dire cinque o sei bestialità. Una sera, faceva una parte di giudice istruttore, in un dramma giudiziario a forti tinte enel momento più spettacoloso dell'azione, si rivolge all'eroina, per chiederle quanti anni aveva quando rimase orfana, e invece domanda:— Dite, Silvia: che età avevate, quando vostra madre simaritò?L'attrice resta interdetta.Martino s'accorge della papera, e cerca di correggere.— Scusate, — dice, — non mi sono espresso bene. Vorrei sapere quant'anni avevate, allanascitadi vostra madre.Silvia, più trasognata che mai, balbetta:— Eccellenza! ero tanto piccina che non me ne ricordo più.Nello scambio delle parole, poveraccio, era terribile. Non c'era spettacolo in cui non facesse due o tre sbagli di questo genere:— Sciagurato! ilbeleno vevesti?— Signor conte: iltranzoè inpavola.— Allora, io lo afferro per un braccio e gli dico: traditore? se ti sfugge unmorto, seimotto!Ma il più famoso e stato questo:In un dramma a base di suicidio, Martino faceva la parte di un “servo devoto”.Al quart'atto, il primo attore giovane usciva dalla scena, annunciando che andava a suicidarsinella camera vicina. Il servo fedele gli correva appresso, per deviare il colpo e poi tornava in scena a rassicurare la madre con queste parole:— Calmatevi: è salvo!Così, infatti, procede l'azione.Il primo attor giovine rientra fra le quinte, con gesti disperati.La madre e la fidanzata restano sulla scena, in preda a contorcimenti strazianti.S'ode uno sparo.— Ah! — grida la madre — Arturo s'è ucciso!E cade in ginocchio.Martino si presenta sulla porta e grida con gioia:—Salmatevi.... egli ècalvo!Costretto a lasciare le scene, prima di darsi alla professione di conduttore sultranvai, Martino tentò di diventare autore comico e compose una farsetta, che volle, a tutti i costi, leggere al brillante d'una compagnia primaria.Il brillante fece di tutto per evitare questa rottura di scatole: ma un giorno in cui, per la centesima volta, Martino gli rimetteva il suo manoscritto alla gola, decise di farla finita e gli disse:— Sia pure: leggetela. Ma v'avverto che, secondo me, la lettura d'una farsa non deve durare più di quel che duri un sigaro. Perciò, accendo questo sigaro e, se avrete finito di leggere quando lo butto via, accetto la farsa, se no....Il brillante fuma e Martino legge rapidamente; ma tale è la rapidità della lettura e tanta la confusione, che tartaglia sempre in modo incredibile. A misura che il sigaro si consuma, egli aumenta la velocità e tartaglia più che mai.Il brillante aspira l'ultima boccata di fumo e Martino finisce l'ultima scena. Poi con un certo fare di aspettazione e di trionfo, domanda:— Ebbene: che ne dice?— Sì! — risponde il brillante; — c'è una buona trovata: quel padre, quella madre, quella figlia, quell'amoroso, quella cameriera che tartagliano tutti è un'idea abbastanza originale e mi piace.— Ma scusi, non son mica i personaggi che tartagliano.... sono io.— Ma allora, caro mio, non vale più niente!Gioco e iettatura.Tra le classi sociali che credono fermamente nella iettatura, dopo gli artisti di canto, vien certamente quella dei giocatori.Il giocatore, il vero giocatore, il giocatore di buona razza non può ammettere mai d'avere perduto per le combinazioni del gioco o per l'abilità dell'avversario; no, egli ha perduto unicamente per influenza d'una cosa o d'una persona che ha proiettato su lui tutto il fluido nefasto della iettatura.Tra i molti e bei tipi di giocatori che conosco, uno dei più singolari è il commendatore Leopoldo Bonicelli, bolognese, capo-sezione ai ministero della guerra. Tutte le sere, dalle nove alle due dopo la mezzanotte, egli va a giocare in casa del generale Gandolfi, appassionato cultore anche lui del picchetto e dell'écarté. Quando finisce il gioco in casa Gandolfi, il commendatore Bonicelli, non ancora sazio, va a passare il restodella nottata alClub nazionale, con giocatori incorreggibili della sua specie e vi resta, certe volte, fino alle cinque del mattino.L'iettatore è lo spavento segreto e continuo del commendator Bonicelli e i suoi amici, per farlo stranire, si divertono a mettergli intorno tutti quei tipi che gli sono antipatici e ch'egli ritiene capaci di iettatura. Quando fa un colpo cattivo o perde una partita, bestemmia tra i denti, dà un'occhiata torbida all'ingiro, dietro di sè, e appena vista una faccia nuova che a lui pare satura d'iettatura, esclama con sorriso pieno d'amara ironia:— Sfido!Poi, con affettazione di cortesia, ma con accento acre, si rivolge all'incognito:— Perdoni: ha proprio bisogno di sedere vicino a me, lei? ma che le ho fatto? non potrebbe andare a sedere dall'altra parte?Una notte, in casa Gandolfi, una disdetta inesorabile perseguitava il commendator Bonicelli che, malgrado la modestissima posta d'una liretta, già perdeva un cencinquanta lire all'écarté.Era furioso e non sapeva su chi rovesciare la sua bile, tanto più che nessuno dei suppostiiettatori si era messo dalla sua parte e stavano, invece, tutt'intorno alla sedia del generale.Leopoldo sbuffava, borbottando:— Devo averla addosso io, la iettatura!A un tratto, sente qualche cosa che gli rotola sui piedi. Guarda e vede il figlio del generale, un bel ragazzino ricciuto, di nove anni, il quale si baloccava con un cagnolino maltese sopra il tappeto.L'idea che quel ragazzino porti la iettatura attraversa subito il cervello del commendatore, il quale comincia a dire, con rabbia repressa:— Che bel bambinone! guarda come si diverte! ah, mi fa tanto piacere, quando i ragazzini si spassano così! bravo, bravo!...E rivolgendosi al generale:— Perchè non lo fai mettere a letto?— A momenti, a momenti!Il commendatore ricomincia una partita col generale e la perdetripla. Allora guarda con occhio di terrore il ragazzo ricciuto, borbottando:— Perdinci! figuriamoci quando sarà grande!E poi risolutamente al generale:— O tu mandi a letto tuo figlio, o io smetto di giuocare!Il generale, che conosce il debole del commendatore, fa una risata, dà un bacio al figlio e lo manda a letto, mentre il Bonicelli dice:— Bravo, bel ragazzino! va a letto, va a letto e.... mi raccomando.... piglia subito sonno. Buona notte!Il ragazzino scompare; il commendatore rimescola le carte e comincia una nuova partita, esclamando:— Mancomale!Ma ecco che, questa volta, riperde ancora una partita e doppia.— Fammi il piacere! — grida al generale — manda a vedere se tuo figlio dorme, se no è inutile!Il generale, per compiacenza, manda la cameriera per informazioni....Il figlio è già in un sonno profondo.Il commendatore questa volta, pienamente rassicurato, ricomincia la partita e.... la perde tripla come il solito. Allora, butta le carte sul tappeto, gridando:— È inutile! finchè quel macacco sarà in casa!...Una notte, il commendatore perdeva più di trecento lire e vi lascio figurare lo stato de' suoi nervi. Volendo rifarsi, comincia a giocare di grosso e, in pochi minuti, perde altre duecento lire. A questo colpo, si alza e va attorno per il salotto, cercando qualche cosa che non trova.— Che cerchi? Che vuoi?— Un paio di forbici.Un servitore gli porta un paio di cesoie: lui, allora, piglia una sedia, l'accosta alla parete, sale sopra la sedia e si mette.... a tagliare il naso d'una regina Ester dipinta a olio, grandezza naturale, dicendo furiosamente:— Sono due ore che questo vigliacco d'un naso mi porta sfortuna!Nei due mesi di luglio e agosto, il commendatore per solito è ai bagni di Civitavecchia e la sua manìa di giocare è talmente forte e invincibile, che si rassegna a giocare col primo che gli capita; così che certe volte gli succede di aver che fare, senza saperlo, con qualche figurotto, con qualche cavalier d'industria.Un anno fa, egli aveva incontrato un intrepido giocatore d'écarté, che nessuno sapeva chi fosse, nè donde venisse; a ogni modo, il commendatore giocò, perdette e gli parve di accorgersi che il gioco del suo compagno non fosse così limpido, così leale, come avrebbe dovuto essere. Nondimeno, piuttosto che non giocare, si rassegnò a un compagno simile, ma sottoponendolo a un'incessante vigilanza.A un certo punto d'una partita, il commendatoreosservò bruscamente al compagno che segnavaquattro, mentre non ne aveva chetre.— Ah! è vero; — rispose tranquillamente il giocatore sospetto; — m'ingannavo.— Domando scusa: non è voi, che ingannavate!...Il Bonicelli, che aspira al grado di capitano nella territoriale, viene esaminato dal colonnello. Ma la sua mente è fissa all'écarté.Il colonnello gli sottopone questo quesito:— La vostra compagnia è apied'armsulla piazza del Quirinale. Esce il re. E voi?Lui, franco:— Il re?... segno un punto.Questi omacci.Saloncino della marchesa di T**** — luce discreta — caffè, biscotti, maldicenza, thè, bastoncini, di cioccolatte,marrons glacés— membri più autorevoli delpetit comité: il commendatore (il quale è anche consigliere d'appello), la contessa Y**** (due bellissimi occhi, e — dicono le male lingue — uno per amante), l'abate (stile reggenza, con tendenze spiccate al nottambulismo), il cavaliere (addetto all'ambasciata e anche alla padrona di casa), altri personaggi interessanti, compresa la tappezzeria.L'argomento è il divorzio chiesto dalla contessa H****.La marchesa.— Sono bigotta io? No: religiosa, ah! questo sì, perchè un po' di religione tutti ce l'hanno; ma bigotta, no. Eppure il vostro divorzio non mi va. Ma figuratevi un po' che razza di pasticci! che ne dite, abate mio?L'abate.— Perdoni, signora marchesa; m'intendo così poco di queste cose....La marchesa.— Ma i canoni ecclesiastici?L'abate.— Sacri, rispettabili, ma.... tanto noiosi!La marchesa.— Io ripeto che se piglia piede questa faccenda del divorzio, nasceranno troppi pasticci.Il commendatore.— Già ce n'è tanti! io conosco la pratica per dovere d'ufficio; si figuri, marchesa, che 700 domande di separazione vennero presentate da coniugi che erano uniti solamente da un anno, anzi neppure.La marchesa.— Che cosa sono poi 700 domande?Il commendatore.— Aspetti, marchesa, c'è dell'altro ancora; altre 1000 domande furono presentate dai soli mariti.La contessina.— Birboni!Il commendatore.— Non tanto; altre 3500 domande furono presentate da entrambi i coniugi.Il cavaliere.— Ma le cause?Il commendatore.— 2000 per abbandono, o adulterio, che spesso è tutt'uno. Il resto per sevizie, per incompatibilità di carattere. Su 1200 casi, la domanda di separazione fu accolta conqueste proporzioni: 800 per colpa del marito, 300 per colpa della moglie, 100 per colpa di tutti e due.La contessina.— Lo dicevo io guardate questi omacci.... ottocento ottocento!Il commendatore.— Per carità, contessina bella! non facciamo quistione di sessi. Se un marito tradisce la moglie, la tradisce sempre.... con un'altra donna. È naturale! Vede dunque che le partite sono pareggiate. L'equilibrio è perfetto, gli uomini non tradirebbero, se le donne non li aiutassero a tradire.La marchesa.— Le vostre cifre non mi persuadono ancora. Già me lo figuro! si tratterà di giovanotti oziosi, scapati, farfallini, stufi della moglie, perchè vogliosi d'altri piaceri.Il commendatore.— E anche viceversa.La marchesa.— Ammettiamo pure ilviceversa. Ma io sostengo che, nella più gran parte dei casi, l'aver denari molti da sciupare, l'abitudine a una vita galante, di facili amori, l'ozio che produce la noia, sono le cause principali di queste separazioni. Guardate, invece, quali radici profonde abbia il sentimento della famiglia nella gente che vive di lavoro.Il commendatore.— Domando scusa: le cifre dimostrano tutto il contrario: su 9000 domande di separazione, 4000 soltanto sono di possidenti, moltissimi dei quali piccoli possidenti; per le altre 5000 si tratta di gente che non possiede nulla, nulla affatto. Senza contare poi che, in questa categoria, molto spesso la domanda di separazione è sostituita da una coltellata, oppure gli sposi vivono separati soltanto dalla lunghezza d'un bastone.La contessina.— Con tutto questo, caro commendatore, sono sempre convinta che gli uomini.... Non mi parli degli uomini!... se ne sentono di quelle! C'è ora il caso della baronessa di N**** e una separazione, questa volta, è necessaria.L'abate.— Ah! è vero: ho sentito raccontare la faccenda. Oh! è un caso molto curioso.Il commendatore.— La baronessa di N****? quella bionda?... alta?... che va sempre vestita di nero?La contessina.— Appunto: poveretta! è una grande amica mia: è tanto cara!La marchesa.— Eppure, passa per noiosa.La contessina.— Un pochino lo è.... anzi lo è molto. Ma, Dio buono, non è una ragione!Il cavaliere.— Ne ho sentito parlare anch'io, ma confusamente.L'abate.— È un soggetto da farsa.La contessina.— Ma intanto lei ci piange, poverina.La marchesa.— Sentiamo: che cosa è successo?L'abate e la contessina.— Dovete sapere che il barone....L'abate.—Pardon, narri lei, contessina.La contessina.— Si figuri! lei piuttosto. Conoscerà le cose con più precisione di me.L'abate.— Dica lei, dica lei, parla tanto bene.La contessina.— Ma via, andiamo!L'abate.— Ubbidisco. Il barone dunque non è mai stato un modello di fedeltà. Eppure si circondava di mille precauzioni. La baronessa era felice perchè non sapeva niente. In questi casi l'apparenza fa lo stesso effetto della realtà. Fra le principali precauzioni del barone c'era questa: egli pregava le donnine da lui corteggiate di non scrivergli mai, se non in caso d'assoluta necessità, in ogni modo di firmare sempre con un nome maschile. L'altra sera un fattorino porta una letteraal palazzo. Il barone era fuori, la lettera casca in mano alla baronessa. La busta la insospettisce. Capite? Le solite zampine di mosca. Questo non può essere che un carattere di donna, dice tra sè.... Lacera la busta e apre la lettera. Ecco che cosa legge:— Caro amico — Iersera non siete venuto! mostro! dalla rabbia ho rotto gli orecchini che mi avevi regalato. Pensa a provvedermene d'un altro paio. E pensa pure che c'è da pagare il conto del modisto. Se non vieni, guai. Il tuo affezionatissimo amico....Margherito.Ama il prossimo tuo.Piazza dell'Indipendenza, nel comune di Pignattelli-a-mare, con sottoprefettura e liceo. — A destra: ilCaffè nazionale, con quattro tavolini fuori, sei dentro; bicchieri d'acqua fresca; cameriere col cimurro. — A sinistra: laFarmacia Nottolini, centro attivo delle migliori intelligenze della comunità. Segue la tabella:Saverio Nottolini: farmacista, nano misterioso, calvo, panciuto, sempre nascosto dietro gli occhiali, sempre avvolto in una specie di toga nera, il cui tessuto è fortemente saturo di tutte le droghe di farmacia, con deposito speciale di pomate e d'unguenti sopra la manica sinistra.Tomaso Pittaformi: laureato in medicina, chirurgia,briscolaescopa, calzoni gialli, soprabito nero, coscienza analoga, cravatta azzurra, occhiali verdognoli, naso violaceo; gesto vibrato, secco; parola umida, per ortografia di sputi, a getto circolare e continuo.Gregorio Saliscendi: forma sferoidale, mani pelose, bocca postale, vestito anteriore all'alba del risorgimento nazionale, camicia ebdomadaria, cappello a cencio, sorriso perpetuo con leggera tinta d'ironia e di tabacco: tutt'insieme un grosso proprietario di calli barometrici e di latifondi seminativi liberi d'ipoteca.Ottavio Menandrei: giovane giureconsulto, giovane giocatore dicarolina, giovane giornalista, giovane candidato a qualche cosa, giovane conquistatore, giovane debitore, giovane di nessuna speranza, di poca fede, di molta vanità.Teobaldo Bagher dei nobili Leonnis: capitano in ritiro, perpetuamente afflitto da discordie intestine, complicate da ipocondria e da gotta ereditaria; del resto, vasta erudizione, concentrata in una pipa puzzolente e nera, cui sono annesse tradizioni fantastiche d'imprese immaginarie.Nottolinista dietro il banco, manipolando abilmente un purgante destinato all'assessore anziano del comune.Menandreifa, sull'uscio, il colosso di Rodi, con le mani sui fianchi e la ciambella infissa nell'occhio destro.Pittaformi, rannicchiato in un cantone, sopra un vecchio seggiolone di cuoio, s'incretinisce sulla terza pagina dell'Avvenire di Pignattelli.Saliscendisi dondola sopra uno sgabellotto, asciugandosi il sudore e pronunciando monosillabi privi di senso comune.Teobaldo Bagher dei nobili Leonnisgiocherella col bastone, ponendo a repentaglio un infame Ippocrate di gesso, che forma l'orgoglio della dinastia Nottolini.Menandrei.— Ah! eccola qui: sempre alla stessa ora (guardando l'orologio) come? le undici e sei minuti? il mio orologio va male; devono essere le undici: ella esce sempre all'ora precisa, oh! questa regolarità è indizio di una vita molto irregolare.Teobaldo Bagher(avvicinandosi all'avvocato). — Che cos'hai visto?Menandrei.— La moglie del comandante dei pompieri. Bel pezzo di donnina! tutt'i giorni.... tutt'i giorni alle undici precise esce di casa. Gatta ci cova.Bagher.— Mi pare impossibile! Sono ancora nella luna di miele.Menandrei.— L'ultimo quarto, mio caro, una luna con due corna. Io non so nulla, veh! per conto mio, è la più onesta donna del mondo, ma perchè questa uscita solitaria a ora fissa?Nottolini(agitando il purgante). — Glielo ha ordinato il medico: esercizio ginnastico.Saliscendi.— Ha fatto senso anche a me; benchè io non m'impicci per niente nei fatti degli altri. Mia moglie, ch'è amica sua, un giorno le ha detto:Come va?e lei:ah! quanto sono felice, ci vogliamo tutti e due un bene dell'anima. Dice mia moglie:pure te ne vai spesso a passeggio senza di lui. E lei:Povero Nenuccio mio! ha tanto da fare.... e poi lo voglio abituare a vedermi escir sola.... non si sa mai. Capite? lo vuole abituare.Menandrei.— Ho paura che lo abbia già abituato; me ne voglio sincerare.... Aspettate: io sono destro, peggio di un poliziotto; adesso le tengo dietro, e poi verrò a informarvi di tutto quanto. Vogliamo ridere assai.(Menandrei esce a passi lenti, e fermandosi un poco davanti a tutte le botteghe.)Saliscendi.— Che mariuolo quest'avvocato: che naso fino! ha una gran bella intelligenza, quel ragazzo.Bagher(succiando il pomo del bastone). — Bellissima, splendida intelligenza.Nottolini(agitando il purgante). — È una delle prime intelligenze del paese.Pittaformi(solfeggiando uno sbadiglio). — Se fosse un pochino più serio, se ne potrebbe fare un deputato. A lui, del resto, converrebbe: tanto qui non trova a far niente. È vero che, come avvocato, è un po' somaro.Bagher(succiando il pomo). — Oh! molto somaro.Saliscendi.— Pieno di debiti.Nottolini.— Indebitatissimo. Ha chiodi da per tutto. Anzi, per questo lato, la sua condotta è alquanto sporca.Pittaformi.— Del resto, non fa che seguire le pedate del padre.Saliscendi.— Che ha schivato la prigione per miracolo.Bagher.— State zitti, chè ritorna. (a Menandrei, che rientra) Ebbene?Menandrei.— Ella è entrata al numero 46 di via delle Cornacchie, la casa con due uscite; ci vorrebbe adesso un altro che facesse la guardia dal vicolo del Pozzetto.Bagher.— Vengo io: lascia fare a me. (Escono tutti e due.)Nottolini(facendo un pacco di pastiglie anticatarrali). — Stanno freschi! ci vuol altro, per dar la caccia alle donne.Saliscendi.— Lasciate fare al capitano: egli se n'intende assai.Pittaformi.— Sicuro! un bel furbo, lui! avrebbe fatto meglio a sorvegliare sua moglie: tante gliene ha messe che non si contano più.Nottolini(ballottando nella polvere di licopodio le pillole anti-biliose). — Mi ricordo ancora, io, quando ella faceva all'amore con l'impiegato postale.Saliscendi.— Ditelo a me! e le passeggiate romantiche col giovane del barbiere?Pittaformi.— E il pittore tedesco?Saliscendi.— E il commesso di Comparetti?Nottolini.— Povero Bagher! mi fa compassione: un uomo così prode, così leale, così nobile!Saliscendi.— Ah, sì, un bravo soldato che ha versato il sangue per il suo paese.Pittaformi.— Non esageriamo: egli non ha versato nulla.Saliscendi.— Ma le battaglie che ci racconta?Nottolini.— Non le ha mai viste, questo lo so io positivo, perchè in quell'epoca mio cugino era al campo. Il Bagher è sempre stato all'Intendenza, dietro i carri dei foraggi.Saliscendi.— Ma.... insomma, o dietro o davanti, è un nobile, un gentiluomo.Pittaformi.— Ma che nobile d'Egitto! Io ho conosciutotutta la sua famiglia. È inutile che sulle carte di visita metta tanto di Nobile Leonnis! Suo padre, Bartolomeo Leoni e non Leonnis — ditelo a me — faceva il calzolaio, a piazza de' Santi Nazaro e Celso; poi s'è messo a fare il barocciaio e non si sa bene il come il quando, è riuscito a fare un po' di quattrini. Era (vi posso dire anche la data precisa) era nel 31.... 32.... 33, quando, insomma, ogni tanto s'udiva parlare di persone svaligiate, sulla via maestra.Saliscendi(guardando l'orologio). — To'! le undici e mezzo, e ancora non sono tornati.Pittaformi.— Le undici e mezzo? Accidempoli, lasciami andare, che c'è un banchiere che m'aspetta per morire. (Prende il cappello e infila l'uscio.)Nottolini(passando al filtro una tintura madre, con profumi d'assa fetida). — Un banchiere? chiamano proprio lui, i banchieri! a sentirlo, pare che tasti il polso a tutta l'aristocrazia; ma io ci vedo bene; qui, con ricette sue non vengono che straccioni cui non riesco a cavare dieci soldi neanche se li ammazzo.Saliscendi.— Pure è uno dei primi medici.... ha studiato assai.Nottolini.— Ha studiato, sì, ma non capisce niente. Mi spedisce certe ricette che fanno pietà. Sono obbligato a correggerle io, capite,se no, passerebbe per il primo somaro dell'universo.Saliscendi.— Quanto a questo avete ragione. A rivederci, Nottolini mio: vado a vedere i listini.Nottolini.— Buoni affari.Saliscendi.— Eh! brutti tempi, per i galantuomini.(Esce sospirando).Nottolini(allineando, metodicamente, dodici cartine d'ipecacuana). — Quand'è così, non possono essere brutti per lui: uno strozzino, e che strozzino! Quanti ne ha rovinati! Eppure, la sua famiglia, poveraccia, muore di fame. Ah! se Dio misericordioso lo facesse curare da quell'asino di Pittaformi!
Poche volte, l'avvocato Paolo Emilio Genuzio ha ricorso allaforza irresistibile, ma quelle poche volte son rimaste famose, una su tutte.
Ecco il fatto.
Un povero diavolo, nel trasportare una gelosia, sulle palafitte d'uno stabilimento di bagni, scivola, apre le braccia, la gelosia gli casca dalle spalle, urta contro un parapetto, balza in mare, colpisce un bagnante alla testa e lo uccide sulla botta.
Quel poveromo viene tradotto sul banco dei rei, sotto l'accusa d'omicidio involontario.
L'avvocato Genuzio, naturalmente, fa una calorosa e commovente difesa del disgraziato; tutto in un momento, con grande meraviglia di tutti, esce fuori con l'argomento dellaforza irresistibile.
Il pubblico ministero non può frenare un sorriso di compassione.
L'avvocato:
— C'è poco da ridere, signor pubblico ministero! chi vorrà negare laforza irresistibilein un fatto avvenuto durante un.... trasporto di gelosia?
Dei distratti ne ho conosciuti parecchi — dal Dondini che si dimenticava del suo casato al Desanctis che si scordava d'essere ministro — ma non ho incontrato mai un distratto perfezionato quanto il dottore Claudio Gemelli, mio compagno di studi, nel senso che non si studiava nessuno dei due.
Presa la laurea, egli elesse domicilio in una graziosa città della riviera, ove i forastieri andati a male cercano, attratti dal dolce clima, un qualche ristoro alla propria salute.
Il dottore Claudio Gemelli non è un'aquila, non è un'arca di scienza....
Anzi ricordo che, a un esame, il professore gli chiese:
— Che cosa è un'ombra?
E lui pensando a tutt'altro:
— L'ombra è.... un raggio di luce, che potrebbe attraversare un corpo, se questo non ci fosse.
Dicevo, dunque, che il dottore Claudio Gemelli non è una celebrità, ma è tanto simpatico e provvisto di tale buon senso, che potrebbe guadagnare, in capo all'anno, un sacco di quattrini, se non fosse il guaio di quelle distrazioni, che compromettono la sua serietà professionale.
Non c'è caso ch'egli badi a quanto gli esce di bocca e certe volte ne dice di quelle da far saltare i sassi.
Una sera, lo chiamano all'ospedale, per curare un povero muratore, al quale un'asta di ferro era penetrata nella spalla, quasi passandolo da parte a parte.
Il dottor Gemelli esamina la mostruosa ferita, poi dice al malato:
— Fate veder la lingua.
Il malato mostra la lingua. Il dottore, pensando a Dio sa che cosa, soggiunge macchinalmente:
— Nella vostra famiglia.... andate soggetti a queste malattie?
I poveri malati dell'ospedale avevano quasi terrore di questo medico distratto e non senza ragione. Un giorno, visita il malato giacente al letto N. 12 e borbotta:
— Un vescicante basterà.
Poi, chiede al malato:
— Che numero siete, voi?
— Numero 12.
E il dottore scrive:
— Numero.... 12 vescicanti al N. 1.
Un amico ha la moglie ch'è incinta di sette mesi e che, appunto per trovarsi in quello stato interessante, soffre qualche disturbo; per ciò, manda a chiamare il dottor Gemelli.
Il dottore s'avvicina alla sposa, che sta seduta sopra una poltrona, la guarda con occhio gentile, ma indagatore, poi le tasta il polso e le dice:
— Va bene, va bene! sarà cosa di poco: ora mi dica esattamente.... in quali circostanze si è potuto sviluppare il fatto di cui è vittima.
Due mesi dopo, nasce un maschietto di complessione delicata che, appena giunto all'età d'un anno, poverino, soffre di convulsioni.
Il dottor Gemelli vien chiamato a consulto e constata una nevrosi pronunciata; suggerisce qualche rimedio, poi si mette a ciarlare d'altre cose di famiglia e, infine, guardando il bimbo che stava in culla, si alza e conclude:
— Dunque, mi raccomando! evitare le preoccupazioni di qualunque genere; abbandonare il caffè e i liquori alcoolici; cercare distrazioni nei teatri e nei viaggi; sopratutto, fumare con moderazione.
La moglie del sottoprefetto s'ammala di bronchite.
Era una signora tanto carina, di curve molto pronunciate e provocanti.
Il sottoprefetto manda, di buon mattino, a cercare in fretta del dottor Gemelli, che aveva perso la notte al circolo, al gioco del faraoncino, ch'era la sua perdizione.
Il dottore si veste in fretta e, ancora stropicciandosi gli occhi, accorre alla sottoprefettura.
La moglie del sottoprefetto sta, naturalmente, a letto e il marito, ansioso, assiste alla visita del medico.
Dopo i soliti preliminari, il dottore dice:
— Non sarà nulla di serio; ma per essere più sicuri, bisognerà procedere a una diligente auscultazione.
— Faccia.... faccia pure! — dice il sottoprefetto.
Il dottore, rivolgendosi alla bella malata:
— Abbia la bontà di voltarmi le spalle: così.... e ora faccia il favore di togliersi la veste da camera.
— Davvero? — chiede la signora, arrossendo.
— È necessario.
La signora eseguisce.
Il dottore scansa un pochino la camicia, applica l'orecchio su quel dorso bianco e ben modellato, ascolta qualche minuto, poi si alza e dice:
— Non è nulla d'inquietante: ma ora, per maggior precauzione, ascolteremo per davanti; si rimetta pure supina e respiri naturalmente, ma con un po' di forza.
E il dottore, scostando un pochino i merletti della camicia di batista, applica l'orecchio sul seno abbondante della moglie del sottoprefetto.
Ma, questa volta, il dottore ascolta sì a lungo, che la signora con gli occhi ammicca a suo marito, come per dirgli:
— Ma che cosa fa? mi pare che si fermi un po' più del necessario.
Il sottoprefetto fa un passo innanzi, ma il medico prosegue a restare immobile, con la testa appoggiata sul seno della bella ammalata.
Il sottoprefetto abbassa il naso e osserva....
Il dottore s'era addormentato.
Le sue distrazioni gli procurarono anche altre noie, fuori della professione, come la rottura della sua amicizia con l'assessore anziano del comune.
Nel calore d'una discussione di caffè, Claudio dice al suo vecchio amico:
— Sei uno stupido!
L'assessore se ne offende: gli amici si mettono in mezzo e danno torto a Claudio, che ne pare stupefatto.
— Ma, infine, che cosa gli ho detto d'offensivo?
— Sfido? gli hai dato dellostupido.
— Dellostupido? oh, diavolo; perdona tanto; — grida correndogli incontro e porgendogli la mano; — te ne chiedo mille e mille scuse; l'ho detto senza badarci; e poi.... credevo che tu lo sapessi.
È lui, che incontrando una signora di sua conoscenza, vestita a lutto per la morte del marito,le chiede, con accento di viva compassione:
— Vedova?
— Sì! il povero Tommaso è morto.
E Claudio, con voce malinconica:
— E non aveva che quello, di maschi?
Pochi artisti comici hanno avuto più miseria del povero Martino Cianchetti che, dopo avere tante volte indossato un'assisa di maresciallo, un manto reale, oggi è ridotto a fare il conduttore sopra una linea di tranvai.
L'ho conosciuto nei suoi momenti di gloria, quando possedeva perfino un paio di stivaloni alla scudiera, quando fumava cinquevirginiaal giorno, quando non pagava ma prendeva, ogni sera, unpunchnel primo caffè del circondario.
La disdetta lo aveva perseguitato fin dalla serata in cui, trepidante di emozione, aveva esordito sulle scene d'una arena plebea di Rifredi, nella parte d'un paggio che doveva pronunciare nient'altro che questi due monosillabi:
— Il re.
Aveva provato tutta una settimana; inoltre, passeggiava spesso per vie solitarie, dicendo a voce alta, per trovare l'intonazione giusta:
— Il re! il re! il re!
Una sera, così gridando, dalla via deserta, sbucò, senza pensarci, sulla piazza del mercato, e quel suo grido bastò per metterlo alla testa d'una pubblica dimostrazione, che fu sciolta da un delegato di pubblica sicurezza davanti al portone del sottoprefetto.
Viene la serata fatale deldebutto.
Martino, nel suo abito di paggio, si fa pallido e rosso, di cinque in cinque minuti; il cuore gli batte; il momento s'avvicina....
Il direttore della compagnia gli dà uno spintone; lui esce dalle quinte traballando, corre fino alla ribalta e grida con voce acutissima:
— Il re!
Una voce di loggione:
— E io tre assi!
La seconda parte affidata a Martino fu di una importanza che quasi lo sgomentò, poichè si trattava di dodici parole di seguito.
Studiò come un martire, ma la lingua doveva infamemente tradirlo.
Alla metà del terz'atto, egli entra in scena eil primo attore, come vuole la parte, gli domanda:
— Hai visto Roberto?
— Sì: appunto in questo momento: stava seduto sullapipa, fumando laporta.
Poi, ebbe a sostenere una particina di secondo amoroso, un tipo cordialmente antipatico, che doveva assediare la prima donna con galanterie stupide e importune.
A un certo punto, Martino, sotto le spoglie del suo personaggio, dice con passione:
— Dite una parola, una sola parola, o io morrò di dolore!
— Signore! — risponde la prima donna, — io sono stanca del vostro contegno.
— Anch'io! anch'io! — gridano gli spettatori dalla platea e Martino è costretto a ritirarsi, senza poter esaurire le sue battute.
Si diede alle parti di generico; ma sempre particine di poca importanza e di pochissime parole: eppure, quelle poche parole erano sufficienti a fargli dire cinque o sei bestialità. Una sera, faceva una parte di giudice istruttore, in un dramma giudiziario a forti tinte enel momento più spettacoloso dell'azione, si rivolge all'eroina, per chiederle quanti anni aveva quando rimase orfana, e invece domanda:
— Dite, Silvia: che età avevate, quando vostra madre simaritò?
L'attrice resta interdetta.
Martino s'accorge della papera, e cerca di correggere.
— Scusate, — dice, — non mi sono espresso bene. Vorrei sapere quant'anni avevate, allanascitadi vostra madre.
Silvia, più trasognata che mai, balbetta:
— Eccellenza! ero tanto piccina che non me ne ricordo più.
Nello scambio delle parole, poveraccio, era terribile. Non c'era spettacolo in cui non facesse due o tre sbagli di questo genere:
— Sciagurato! ilbeleno vevesti?
— Signor conte: iltranzoè inpavola.
— Allora, io lo afferro per un braccio e gli dico: traditore? se ti sfugge unmorto, seimotto!
Ma il più famoso e stato questo:
In un dramma a base di suicidio, Martino faceva la parte di un “servo devoto”.
Al quart'atto, il primo attore giovane usciva dalla scena, annunciando che andava a suicidarsinella camera vicina. Il servo fedele gli correva appresso, per deviare il colpo e poi tornava in scena a rassicurare la madre con queste parole:
— Calmatevi: è salvo!
Così, infatti, procede l'azione.
Il primo attor giovine rientra fra le quinte, con gesti disperati.
La madre e la fidanzata restano sulla scena, in preda a contorcimenti strazianti.
S'ode uno sparo.
— Ah! — grida la madre — Arturo s'è ucciso!
E cade in ginocchio.
Martino si presenta sulla porta e grida con gioia:
—Salmatevi.... egli ècalvo!
Costretto a lasciare le scene, prima di darsi alla professione di conduttore sultranvai, Martino tentò di diventare autore comico e compose una farsetta, che volle, a tutti i costi, leggere al brillante d'una compagnia primaria.
Il brillante fece di tutto per evitare questa rottura di scatole: ma un giorno in cui, per la centesima volta, Martino gli rimetteva il suo manoscritto alla gola, decise di farla finita e gli disse:
— Sia pure: leggetela. Ma v'avverto che, secondo me, la lettura d'una farsa non deve durare più di quel che duri un sigaro. Perciò, accendo questo sigaro e, se avrete finito di leggere quando lo butto via, accetto la farsa, se no....
Il brillante fuma e Martino legge rapidamente; ma tale è la rapidità della lettura e tanta la confusione, che tartaglia sempre in modo incredibile. A misura che il sigaro si consuma, egli aumenta la velocità e tartaglia più che mai.
Il brillante aspira l'ultima boccata di fumo e Martino finisce l'ultima scena. Poi con un certo fare di aspettazione e di trionfo, domanda:
— Ebbene: che ne dice?
— Sì! — risponde il brillante; — c'è una buona trovata: quel padre, quella madre, quella figlia, quell'amoroso, quella cameriera che tartagliano tutti è un'idea abbastanza originale e mi piace.
— Ma scusi, non son mica i personaggi che tartagliano.... sono io.
— Ma allora, caro mio, non vale più niente!
Tra le classi sociali che credono fermamente nella iettatura, dopo gli artisti di canto, vien certamente quella dei giocatori.
Il giocatore, il vero giocatore, il giocatore di buona razza non può ammettere mai d'avere perduto per le combinazioni del gioco o per l'abilità dell'avversario; no, egli ha perduto unicamente per influenza d'una cosa o d'una persona che ha proiettato su lui tutto il fluido nefasto della iettatura.
Tra i molti e bei tipi di giocatori che conosco, uno dei più singolari è il commendatore Leopoldo Bonicelli, bolognese, capo-sezione ai ministero della guerra. Tutte le sere, dalle nove alle due dopo la mezzanotte, egli va a giocare in casa del generale Gandolfi, appassionato cultore anche lui del picchetto e dell'écarté. Quando finisce il gioco in casa Gandolfi, il commendatore Bonicelli, non ancora sazio, va a passare il restodella nottata alClub nazionale, con giocatori incorreggibili della sua specie e vi resta, certe volte, fino alle cinque del mattino.
L'iettatore è lo spavento segreto e continuo del commendator Bonicelli e i suoi amici, per farlo stranire, si divertono a mettergli intorno tutti quei tipi che gli sono antipatici e ch'egli ritiene capaci di iettatura. Quando fa un colpo cattivo o perde una partita, bestemmia tra i denti, dà un'occhiata torbida all'ingiro, dietro di sè, e appena vista una faccia nuova che a lui pare satura d'iettatura, esclama con sorriso pieno d'amara ironia:
— Sfido!
Poi, con affettazione di cortesia, ma con accento acre, si rivolge all'incognito:
— Perdoni: ha proprio bisogno di sedere vicino a me, lei? ma che le ho fatto? non potrebbe andare a sedere dall'altra parte?
Una notte, in casa Gandolfi, una disdetta inesorabile perseguitava il commendator Bonicelli che, malgrado la modestissima posta d'una liretta, già perdeva un cencinquanta lire all'écarté.
Era furioso e non sapeva su chi rovesciare la sua bile, tanto più che nessuno dei suppostiiettatori si era messo dalla sua parte e stavano, invece, tutt'intorno alla sedia del generale.
Leopoldo sbuffava, borbottando:
— Devo averla addosso io, la iettatura!
A un tratto, sente qualche cosa che gli rotola sui piedi. Guarda e vede il figlio del generale, un bel ragazzino ricciuto, di nove anni, il quale si baloccava con un cagnolino maltese sopra il tappeto.
L'idea che quel ragazzino porti la iettatura attraversa subito il cervello del commendatore, il quale comincia a dire, con rabbia repressa:
— Che bel bambinone! guarda come si diverte! ah, mi fa tanto piacere, quando i ragazzini si spassano così! bravo, bravo!...
E rivolgendosi al generale:
— Perchè non lo fai mettere a letto?
— A momenti, a momenti!
Il commendatore ricomincia una partita col generale e la perdetripla. Allora guarda con occhio di terrore il ragazzo ricciuto, borbottando:
— Perdinci! figuriamoci quando sarà grande!
E poi risolutamente al generale:
— O tu mandi a letto tuo figlio, o io smetto di giuocare!
Il generale, che conosce il debole del commendatore, fa una risata, dà un bacio al figlio e lo manda a letto, mentre il Bonicelli dice:
— Bravo, bel ragazzino! va a letto, va a letto e.... mi raccomando.... piglia subito sonno. Buona notte!
Il ragazzino scompare; il commendatore rimescola le carte e comincia una nuova partita, esclamando:
— Mancomale!
Ma ecco che, questa volta, riperde ancora una partita e doppia.
— Fammi il piacere! — grida al generale — manda a vedere se tuo figlio dorme, se no è inutile!
Il generale, per compiacenza, manda la cameriera per informazioni....
Il figlio è già in un sonno profondo.
Il commendatore questa volta, pienamente rassicurato, ricomincia la partita e.... la perde tripla come il solito. Allora, butta le carte sul tappeto, gridando:
— È inutile! finchè quel macacco sarà in casa!...
Una notte, il commendatore perdeva più di trecento lire e vi lascio figurare lo stato de' suoi nervi. Volendo rifarsi, comincia a giocare di grosso e, in pochi minuti, perde altre duecento lire. A questo colpo, si alza e va attorno per il salotto, cercando qualche cosa che non trova.
— Che cerchi? Che vuoi?
— Un paio di forbici.
Un servitore gli porta un paio di cesoie: lui, allora, piglia una sedia, l'accosta alla parete, sale sopra la sedia e si mette.... a tagliare il naso d'una regina Ester dipinta a olio, grandezza naturale, dicendo furiosamente:
— Sono due ore che questo vigliacco d'un naso mi porta sfortuna!
Nei due mesi di luglio e agosto, il commendatore per solito è ai bagni di Civitavecchia e la sua manìa di giocare è talmente forte e invincibile, che si rassegna a giocare col primo che gli capita; così che certe volte gli succede di aver che fare, senza saperlo, con qualche figurotto, con qualche cavalier d'industria.
Un anno fa, egli aveva incontrato un intrepido giocatore d'écarté, che nessuno sapeva chi fosse, nè donde venisse; a ogni modo, il commendatore giocò, perdette e gli parve di accorgersi che il gioco del suo compagno non fosse così limpido, così leale, come avrebbe dovuto essere. Nondimeno, piuttosto che non giocare, si rassegnò a un compagno simile, ma sottoponendolo a un'incessante vigilanza.
A un certo punto d'una partita, il commendatoreosservò bruscamente al compagno che segnavaquattro, mentre non ne aveva chetre.
— Ah! è vero; — rispose tranquillamente il giocatore sospetto; — m'ingannavo.
— Domando scusa: non è voi, che ingannavate!...
Il Bonicelli, che aspira al grado di capitano nella territoriale, viene esaminato dal colonnello. Ma la sua mente è fissa all'écarté.
Il colonnello gli sottopone questo quesito:
— La vostra compagnia è apied'armsulla piazza del Quirinale. Esce il re. E voi?
Lui, franco:
— Il re?... segno un punto.
Saloncino della marchesa di T**** — luce discreta — caffè, biscotti, maldicenza, thè, bastoncini, di cioccolatte,marrons glacés— membri più autorevoli delpetit comité: il commendatore (il quale è anche consigliere d'appello), la contessa Y**** (due bellissimi occhi, e — dicono le male lingue — uno per amante), l'abate (stile reggenza, con tendenze spiccate al nottambulismo), il cavaliere (addetto all'ambasciata e anche alla padrona di casa), altri personaggi interessanti, compresa la tappezzeria.
L'argomento è il divorzio chiesto dalla contessa H****.
La marchesa.— Sono bigotta io? No: religiosa, ah! questo sì, perchè un po' di religione tutti ce l'hanno; ma bigotta, no. Eppure il vostro divorzio non mi va. Ma figuratevi un po' che razza di pasticci! che ne dite, abate mio?
L'abate.— Perdoni, signora marchesa; m'intendo così poco di queste cose....
La marchesa.— Ma i canoni ecclesiastici?
L'abate.— Sacri, rispettabili, ma.... tanto noiosi!
La marchesa.— Io ripeto che se piglia piede questa faccenda del divorzio, nasceranno troppi pasticci.
Il commendatore.— Già ce n'è tanti! io conosco la pratica per dovere d'ufficio; si figuri, marchesa, che 700 domande di separazione vennero presentate da coniugi che erano uniti solamente da un anno, anzi neppure.
La marchesa.— Che cosa sono poi 700 domande?
Il commendatore.— Aspetti, marchesa, c'è dell'altro ancora; altre 1000 domande furono presentate dai soli mariti.
La contessina.— Birboni!
Il commendatore.— Non tanto; altre 3500 domande furono presentate da entrambi i coniugi.
Il cavaliere.— Ma le cause?
Il commendatore.— 2000 per abbandono, o adulterio, che spesso è tutt'uno. Il resto per sevizie, per incompatibilità di carattere. Su 1200 casi, la domanda di separazione fu accolta conqueste proporzioni: 800 per colpa del marito, 300 per colpa della moglie, 100 per colpa di tutti e due.
La contessina.— Lo dicevo io guardate questi omacci.... ottocento ottocento!
Il commendatore.— Per carità, contessina bella! non facciamo quistione di sessi. Se un marito tradisce la moglie, la tradisce sempre.... con un'altra donna. È naturale! Vede dunque che le partite sono pareggiate. L'equilibrio è perfetto, gli uomini non tradirebbero, se le donne non li aiutassero a tradire.
La marchesa.— Le vostre cifre non mi persuadono ancora. Già me lo figuro! si tratterà di giovanotti oziosi, scapati, farfallini, stufi della moglie, perchè vogliosi d'altri piaceri.
Il commendatore.— E anche viceversa.
La marchesa.— Ammettiamo pure ilviceversa. Ma io sostengo che, nella più gran parte dei casi, l'aver denari molti da sciupare, l'abitudine a una vita galante, di facili amori, l'ozio che produce la noia, sono le cause principali di queste separazioni. Guardate, invece, quali radici profonde abbia il sentimento della famiglia nella gente che vive di lavoro.
Il commendatore.— Domando scusa: le cifre dimostrano tutto il contrario: su 9000 domande di separazione, 4000 soltanto sono di possidenti, moltissimi dei quali piccoli possidenti; per le altre 5000 si tratta di gente che non possiede nulla, nulla affatto. Senza contare poi che, in questa categoria, molto spesso la domanda di separazione è sostituita da una coltellata, oppure gli sposi vivono separati soltanto dalla lunghezza d'un bastone.
La contessina.— Con tutto questo, caro commendatore, sono sempre convinta che gli uomini.... Non mi parli degli uomini!... se ne sentono di quelle! C'è ora il caso della baronessa di N**** e una separazione, questa volta, è necessaria.
L'abate.— Ah! è vero: ho sentito raccontare la faccenda. Oh! è un caso molto curioso.
Il commendatore.— La baronessa di N****? quella bionda?... alta?... che va sempre vestita di nero?
La contessina.— Appunto: poveretta! è una grande amica mia: è tanto cara!
La marchesa.— Eppure, passa per noiosa.
La contessina.— Un pochino lo è.... anzi lo è molto. Ma, Dio buono, non è una ragione!
Il cavaliere.— Ne ho sentito parlare anch'io, ma confusamente.
L'abate.— È un soggetto da farsa.
La contessina.— Ma intanto lei ci piange, poverina.
La marchesa.— Sentiamo: che cosa è successo?
L'abate e la contessina.— Dovete sapere che il barone....
L'abate.—Pardon, narri lei, contessina.
La contessina.— Si figuri! lei piuttosto. Conoscerà le cose con più precisione di me.
L'abate.— Dica lei, dica lei, parla tanto bene.
La contessina.— Ma via, andiamo!
L'abate.— Ubbidisco. Il barone dunque non è mai stato un modello di fedeltà. Eppure si circondava di mille precauzioni. La baronessa era felice perchè non sapeva niente. In questi casi l'apparenza fa lo stesso effetto della realtà. Fra le principali precauzioni del barone c'era questa: egli pregava le donnine da lui corteggiate di non scrivergli mai, se non in caso d'assoluta necessità, in ogni modo di firmare sempre con un nome maschile. L'altra sera un fattorino porta una letteraal palazzo. Il barone era fuori, la lettera casca in mano alla baronessa. La busta la insospettisce. Capite? Le solite zampine di mosca. Questo non può essere che un carattere di donna, dice tra sè.... Lacera la busta e apre la lettera. Ecco che cosa legge:
— Caro amico — Iersera non siete venuto! mostro! dalla rabbia ho rotto gli orecchini che mi avevi regalato. Pensa a provvedermene d'un altro paio. E pensa pure che c'è da pagare il conto del modisto. Se non vieni, guai. Il tuo affezionatissimo amico....Margherito.
— Caro amico — Iersera non siete venuto! mostro! dalla rabbia ho rotto gli orecchini che mi avevi regalato. Pensa a provvedermene d'un altro paio. E pensa pure che c'è da pagare il conto del modisto. Se non vieni, guai. Il tuo affezionatissimo amico....
Margherito.
Piazza dell'Indipendenza, nel comune di Pignattelli-a-mare, con sottoprefettura e liceo. — A destra: ilCaffè nazionale, con quattro tavolini fuori, sei dentro; bicchieri d'acqua fresca; cameriere col cimurro. — A sinistra: laFarmacia Nottolini, centro attivo delle migliori intelligenze della comunità. Segue la tabella:
Saverio Nottolini: farmacista, nano misterioso, calvo, panciuto, sempre nascosto dietro gli occhiali, sempre avvolto in una specie di toga nera, il cui tessuto è fortemente saturo di tutte le droghe di farmacia, con deposito speciale di pomate e d'unguenti sopra la manica sinistra.
Tomaso Pittaformi: laureato in medicina, chirurgia,briscolaescopa, calzoni gialli, soprabito nero, coscienza analoga, cravatta azzurra, occhiali verdognoli, naso violaceo; gesto vibrato, secco; parola umida, per ortografia di sputi, a getto circolare e continuo.
Gregorio Saliscendi: forma sferoidale, mani pelose, bocca postale, vestito anteriore all'alba del risorgimento nazionale, camicia ebdomadaria, cappello a cencio, sorriso perpetuo con leggera tinta d'ironia e di tabacco: tutt'insieme un grosso proprietario di calli barometrici e di latifondi seminativi liberi d'ipoteca.
Ottavio Menandrei: giovane giureconsulto, giovane giocatore dicarolina, giovane giornalista, giovane candidato a qualche cosa, giovane conquistatore, giovane debitore, giovane di nessuna speranza, di poca fede, di molta vanità.
Teobaldo Bagher dei nobili Leonnis: capitano in ritiro, perpetuamente afflitto da discordie intestine, complicate da ipocondria e da gotta ereditaria; del resto, vasta erudizione, concentrata in una pipa puzzolente e nera, cui sono annesse tradizioni fantastiche d'imprese immaginarie.
Nottolinista dietro il banco, manipolando abilmente un purgante destinato all'assessore anziano del comune.
Menandreifa, sull'uscio, il colosso di Rodi, con le mani sui fianchi e la ciambella infissa nell'occhio destro.
Pittaformi, rannicchiato in un cantone, sopra un vecchio seggiolone di cuoio, s'incretinisce sulla terza pagina dell'Avvenire di Pignattelli.
Saliscendisi dondola sopra uno sgabellotto, asciugandosi il sudore e pronunciando monosillabi privi di senso comune.Teobaldo Bagher dei nobili Leonnisgiocherella col bastone, ponendo a repentaglio un infame Ippocrate di gesso, che forma l'orgoglio della dinastia Nottolini.
Menandrei.— Ah! eccola qui: sempre alla stessa ora (guardando l'orologio) come? le undici e sei minuti? il mio orologio va male; devono essere le undici: ella esce sempre all'ora precisa, oh! questa regolarità è indizio di una vita molto irregolare.
Teobaldo Bagher(avvicinandosi all'avvocato). — Che cos'hai visto?
Menandrei.— La moglie del comandante dei pompieri. Bel pezzo di donnina! tutt'i giorni.... tutt'i giorni alle undici precise esce di casa. Gatta ci cova.
Bagher.— Mi pare impossibile! Sono ancora nella luna di miele.
Menandrei.— L'ultimo quarto, mio caro, una luna con due corna. Io non so nulla, veh! per conto mio, è la più onesta donna del mondo, ma perchè questa uscita solitaria a ora fissa?
Nottolini(agitando il purgante). — Glielo ha ordinato il medico: esercizio ginnastico.
Saliscendi.— Ha fatto senso anche a me; benchè io non m'impicci per niente nei fatti degli altri. Mia moglie, ch'è amica sua, un giorno le ha detto:Come va?e lei:ah! quanto sono felice, ci vogliamo tutti e due un bene dell'anima. Dice mia moglie:pure te ne vai spesso a passeggio senza di lui. E lei:Povero Nenuccio mio! ha tanto da fare.... e poi lo voglio abituare a vedermi escir sola.... non si sa mai. Capite? lo vuole abituare.
Menandrei.— Ho paura che lo abbia già abituato; me ne voglio sincerare.... Aspettate: io sono destro, peggio di un poliziotto; adesso le tengo dietro, e poi verrò a informarvi di tutto quanto. Vogliamo ridere assai.
(Menandrei esce a passi lenti, e fermandosi un poco davanti a tutte le botteghe.)
Saliscendi.— Che mariuolo quest'avvocato: che naso fino! ha una gran bella intelligenza, quel ragazzo.
Bagher(succiando il pomo del bastone). — Bellissima, splendida intelligenza.
Nottolini(agitando il purgante). — È una delle prime intelligenze del paese.
Pittaformi(solfeggiando uno sbadiglio). — Se fosse un pochino più serio, se ne potrebbe fare un deputato. A lui, del resto, converrebbe: tanto qui non trova a far niente. È vero che, come avvocato, è un po' somaro.
Bagher(succiando il pomo). — Oh! molto somaro.
Saliscendi.— Pieno di debiti.
Nottolini.— Indebitatissimo. Ha chiodi da per tutto. Anzi, per questo lato, la sua condotta è alquanto sporca.
Pittaformi.— Del resto, non fa che seguire le pedate del padre.
Saliscendi.— Che ha schivato la prigione per miracolo.
Bagher.— State zitti, chè ritorna. (a Menandrei, che rientra) Ebbene?
Menandrei.— Ella è entrata al numero 46 di via delle Cornacchie, la casa con due uscite; ci vorrebbe adesso un altro che facesse la guardia dal vicolo del Pozzetto.
Bagher.— Vengo io: lascia fare a me. (Escono tutti e due.)
Nottolini(facendo un pacco di pastiglie anticatarrali). — Stanno freschi! ci vuol altro, per dar la caccia alle donne.
Saliscendi.— Lasciate fare al capitano: egli se n'intende assai.
Pittaformi.— Sicuro! un bel furbo, lui! avrebbe fatto meglio a sorvegliare sua moglie: tante gliene ha messe che non si contano più.
Nottolini(ballottando nella polvere di licopodio le pillole anti-biliose). — Mi ricordo ancora, io, quando ella faceva all'amore con l'impiegato postale.
Saliscendi.— Ditelo a me! e le passeggiate romantiche col giovane del barbiere?
Pittaformi.— E il pittore tedesco?
Saliscendi.— E il commesso di Comparetti?
Nottolini.— Povero Bagher! mi fa compassione: un uomo così prode, così leale, così nobile!
Saliscendi.— Ah, sì, un bravo soldato che ha versato il sangue per il suo paese.
Pittaformi.— Non esageriamo: egli non ha versato nulla.
Saliscendi.— Ma le battaglie che ci racconta?
Nottolini.— Non le ha mai viste, questo lo so io positivo, perchè in quell'epoca mio cugino era al campo. Il Bagher è sempre stato all'Intendenza, dietro i carri dei foraggi.
Saliscendi.— Ma.... insomma, o dietro o davanti, è un nobile, un gentiluomo.
Pittaformi.— Ma che nobile d'Egitto! Io ho conosciutotutta la sua famiglia. È inutile che sulle carte di visita metta tanto di Nobile Leonnis! Suo padre, Bartolomeo Leoni e non Leonnis — ditelo a me — faceva il calzolaio, a piazza de' Santi Nazaro e Celso; poi s'è messo a fare il barocciaio e non si sa bene il come il quando, è riuscito a fare un po' di quattrini. Era (vi posso dire anche la data precisa) era nel 31.... 32.... 33, quando, insomma, ogni tanto s'udiva parlare di persone svaligiate, sulla via maestra.
Saliscendi(guardando l'orologio). — To'! le undici e mezzo, e ancora non sono tornati.
Pittaformi.— Le undici e mezzo? Accidempoli, lasciami andare, che c'è un banchiere che m'aspetta per morire. (Prende il cappello e infila l'uscio.)
Nottolini(passando al filtro una tintura madre, con profumi d'assa fetida). — Un banchiere? chiamano proprio lui, i banchieri! a sentirlo, pare che tasti il polso a tutta l'aristocrazia; ma io ci vedo bene; qui, con ricette sue non vengono che straccioni cui non riesco a cavare dieci soldi neanche se li ammazzo.
Saliscendi.— Pure è uno dei primi medici.... ha studiato assai.
Nottolini.— Ha studiato, sì, ma non capisce niente. Mi spedisce certe ricette che fanno pietà. Sono obbligato a correggerle io, capite,se no, passerebbe per il primo somaro dell'universo.
Saliscendi.— Quanto a questo avete ragione. A rivederci, Nottolini mio: vado a vedere i listini.
Nottolini.— Buoni affari.
Saliscendi.— Eh! brutti tempi, per i galantuomini.
(Esce sospirando).
Nottolini(allineando, metodicamente, dodici cartine d'ipecacuana). — Quand'è così, non possono essere brutti per lui: uno strozzino, e che strozzino! Quanti ne ha rovinati! Eppure, la sua famiglia, poveraccia, muore di fame. Ah! se Dio misericordioso lo facesse curare da quell'asino di Pittaformi!