L'uccello del malaugurio.Mauro Mortori, degno del suo nome, è ipocondriaco e vede tutto in nero cupo. Anzichè nella camera da letto, egli dormirebbe più volentieri in una camera ardente. Il suo discorso è lugubre, i suoi gesti sono sepolcrali, la sua barba è funerea, il suo temperamento è cadaverico. Per via, se incontra un amico, gli domanda:— Che hai? ti senti qualche cosa?— Niente: sto benone.— Eppure, mi sembri smagrito assai.... e poi, sei giallo, giallo.... si direbbe che stai per aver l'itterizia.— Ma va un po' all'inferno te e l'itterizia!— Dà retta a me: un buon purgante.... due oncie di sale inglese....In questi tempi di casi sospetti, Mauro è nel suo elemento.— Credete a me, — dice, — muoiono come tante mosche.E fa un certo movimento con le dita adunche quasi avesse in pugno una manata di moribondi da spargere al vento.Appena entra nella trattoria, è uno sgomento generale di tutte le sue conoscenze: poichè egli fa il giro delle tavole, guarda i piatti, e poi esce a dire:— Come! lei, signor Paolo, osa mangiare dei cardi al burro? ma se ne guardi bene! iersera, un giovane, più robusto di lei, ha mangiato i cardi al burro e stamane gli davano l'olio santo.Oppure:— Dell'arigusta! scommetto cento lire che vi resta sullo stomaco.Se va in teatro, sparge tosto l'inquietudine tra i vicini, cominciando a manifestare gravi dubbi sulla solidità delle corde che reggono l'enorme lampadario e assicurando poi che un architetto ha visto dei larghi crepacci nel soffitto.— Ancora un po' che piova — soggiunge — e casca giù a pezzi e bocconi; se poi casca intero di schianto, com'è probabile, felicissima notte!A sipario alzato:— Ma guarda dove han messo quei candelabri! a momenti dàn fuoco alla quinta.... è tuttacarta.... farebbe un lampo come un barile di polvere.E se ciò non basta, ha cura di chiedere ogni cinque minuti:— Scusate, signori: non vi sembra di sentire una gran puzza di gaz?Peggio poi se viaggia in ferrovia: non parla che di disastri, di scontri, di frane che hanno sepolto interi convogli; sì che i compagni, specie poi se donne, si sentono venir la pelle di cappone. Se si dà il caso ch'egli abbia a traversare la galleria dei Giovi, non si dimentica di dire, appena entrati neltunnel:— Se la facciamo franca, possiamo portare un voto alla madonna.Quando il treno rallenta, avvicinandosi a una stazione, Mauro s'affaccia allo sportello, e poi dice ai compagni:— Dio ce la mandi buona!— Che c'è? —— Il treno va piano, perchè si sta per passare un ponte che minaccia rovina. —Ierlaltro, vede in galleria un amico d'infanzia, gli corre incontro e lo abbraccia, dicendogli:— Vivo! tu sei vivo!— Eh.... pare di sì.— Oh Dio! m'avevano detto ch'eri morto di pleurite. Dev'essere stato un equivoco.— Probabilmente.— Ah, non ti puoi figurare il dolore che ho provato; ho pianto tutta la notte.— Grazie, di tanta amicizia!— Oh di niente!... sarà per un'altra volta. —Un vizio di educazione.Ginesio, da che campa, è vittima della sua cortesia. Se fosse maleducato, a quest'ora saprebbe Dio sa che. Invece, la sua famiglia lo ha dotato d'un'educazione talmente squisita ch'egli è diventato un essere sventurato e insopportabile. I cinesi d'antico stampo, i quali fanno sette inchini, prima di dare il buongiorno, in confronto di lui, son peggio dei visigoti e dei vandali.Ancora mi ricordo dei tempi in cui Ginesio era mio compagno d'accademia, curvi entrambi sullo stesso banco e sudanti sopra i cinque ordini d'architettura del Vignola, tra le modanature e i triglifi, tra le volute e i moduli.Ogni tanto, Ginesio perdeva il proprio lapis e mi diceva con la sua vocina giulebbata:— Scusi.... perdoni.... mi farebbe l'immenso favore di prestarmi il suo signor lapis?E così a proposito di qualunque oggetto.— Mi scusi tanto.... prego!... Avrebbe l'insignecortesia di prestarmi il suo riverito compasso?Io lo ricambiavo dolcemente, tutte le volte che avevo da riaccendere la sigaretta, dicendogli:— Dammi un po' la tua signora scatola di riveriti fiammiferi. —Nell'uscire salutava, non solo il professore, ma tutte le statue, tutti i bassorilievi, tutti i gruppi di gesso, daEttore e PatrocloalGladiatore feritoe riserbava l'ultima scappellata per il portinaio.Un giorno era a dirittura superbo, raggiante. Finalmente era riescito ad abbonarsi a un teatro di prosa per un mese. Ma proprio la prima sera, gli si ammalò una zia e lui non osò uscir di casa. La seconda sera, finalmente, fu padrone di sè stesso! Andò al teatro, s'introdusse nel vestibolo, s'inchinò profondamente ai bollettinai, dicendo:— Abbiano la bontà di scusarmi.... iersera non ho potuto venire a questo bellissimo teatro, poichè la mia signora zia era malata.Un bollettinaio lo guardò serio serio e:— Va bene! passi pure: ma.... che sia l'ultima volta. —Ginesio ha subìto i quindici giorni dellaterritoriale. Non ci fu verso nè maniera di fargli apprendere il saluto militare. Egli si ostinò a cavarsi il berretto, cosa contraria alla disciplina, e a inchinarsi fino a terra davanti a ogni qualsiasi superiore, dal caporale al colonnello.Una notte, di sentinella, vide avvicinarsi la ronda e in luogo di dare l'alt chi va là, si cavò il berretto e disse all'ufficiale:— Felicissima sera, signor tenente; buona passeggiata: si copra bene, perchè stanotte fa un frescolino....Il tenente lo mise agli arresti.Una domenica, alla passeggiata pubblica, Ginesio vide da lontano il colonnello che portava a spasso il suo cane. Tosto gli corse incontro, si tolse il berretto, e fece tre inchini:— Riverito, illustrissimo signor colonnello.— Che cosa fate? — gridò il colonnello, burbero, davanti a quel tipo a lui sconosciuto: — copritevi, subito.— Coprirmi davanti a lei? oh, non oserò mai! lei è troppo buono!— Copritevi, perdinci.— Per ubbidirla, non per altro. E.... come sta la sua signora moglie? sempre bene? e i suoi graziosi figli? Me li riverisca tanto e poi tanto.... Oh, quanto è carino il suo signor cane!Ebbene: Ginesio ancora non sa capire perchè il colonnello lo abbia messo cinque giorni a pane e acqua.I drammi della gelosia.Ieri, tutta Roma pareva immersa in un doloroso stupore, a cagione d'una tragedia che ha privato l'elegante società di uno tra i più brillanti giovanotti dell'aristocrazia.Per fortuna, la tragedia è successa ieri; se, Dio liberi, fosse accaduta, per colmo di iettatura, domani, la città avrebbe dovuto immergersi contemporaneamente nella gioia, per lo Statuto, e nel dolore.Non dirò i nomi veri, perchè il dramma è dei più comuni, ma i protagonisti sono parenti prossimi dell'almanacco di Gotha; anzi l'eroina, quand'era ancora ragazza, amoreggiò a lungo con un principe ereditario e forse l'avrebbe anche sposato, se all'ultim'ora non si fosse scoperto che egli era un commesso viaggiatore in articoli di guttaperca.Da un mese, i bottegai di via del Babuino, nei momenti d'ozio (c'è un negoziante di pietre dure la cui vita è tutta composta di momenti d'ozio) notarono che un giovanotto assai conosciuto, che io chiamerò il duchino di Zagarolo, passeggiavasu e giù, per un tratto di marciapiede, nell'atteggiamento del pizzardone in servizio, levando ogni tanto sguardi teneri a una loggetta, su cui stava affacciata una creatura deliziosa, un profilo incantevole, una silfide, una personcina ideale, la contessa Tomacelli.La contessa sarebbe una donna perfetta, se fosse riescita a farsi estirpare il marito, conte Ignazio Tomacelli, uomo brutale che, non avendo più nulla da perdere, perde le notti al banco del faraone, giocando sempre sulla parola, per cui, di parola in parola, ha un debito che ascende a parecchi vocabolari.Giovedì alle quattro, nel tornare al palazzo, il conte Tomacelli vide il duchino di Zagarolo, che passeggiava sotto le finestre, tenendo una rosa in mano, nella posa classica d'unaPrimaveradi gesso.Il conte Tomacelli, il quale è un uomo che non ischerza, entrò in casa e disse alla contessa:— Vogliamo andare a far due passi?La contessa non capì che il marito voleva portarla a passeggiare sull'orlo dell'abisso e accettò, nella dolce speranza di vedersi, un po' più da vicino, col giovane duca di Zagarolo. Ella indossò in furia un'elegantissima veste difoularddelle Indie, mentre il marito pareva indiano quanto ilfoulard; si mise in testa un cappellino di Parigi ch'era un amore, una galanteria; e uscì per via del Babuino, a braccetto del conte.L'imprudente duchino di Zagarolo li seguì a breve distanza, odorando la rosa e baciandola ogni tanto, con certe occhiate languidissime, che parevano dire:— Questa rosa è il più bel marciapiede della mia vita!Il marito, intanto, mormorava fra sè:— La rosa l'è un bel fiore, come la gioventù;passa, bastona e muore.... e non ritorna più!La coppia infelice, pedinata dal duchino, arrivò a piazza del Popolo e salì al Pincio. Arrivati dinanzi al busto di Venturoli (ah! finalmente ho saputo ch'egli è un.... un coso.... come si dice?) il conte, con perfido e soave accento, disse alla contessa:— Ti lascio un momento sola: vado a vedere l'orologio ad acqua.Ma l'acqua non era che un vile pretesto come l'orologio. Il conte si ritirò bensì dietro una siepe, ma in atto vigilante, con un occhio alla moglie, un occhio al duchino e un occhio nello spazio intermedio.Il tranello riescì perfettamente. Il duchino si gettò ai piedi della contessa dicendole:— Oh! darei la mia vita.... per avere la vostra!Al domani, il marchese A. B.... e il cavaliere G. D...., rappresentanti del conte Tomacelli, decisero un duello a oltranza, insieme con l'onorevole E. F.... e il principe russo G. H...., padrini del duchino di Zagarolo.Il combattimento doveva cessare soltanto quando i dottori, commendator I. K.... e cavaliere L. M.... avrebbero dichiarato impossibile continuare il combattimento.Il marito e l'amante si trovarono di fronte armati, sui prati dell'Acquacetosa.Un po' in distanza, sopra un rialzo di terreno, stavano i signori A. B. C. D. E. F. G. H. I. K. L. M.Al primo assalto, la testa del duchino fu divisa in due come una persica spaccarella: metà cadde sopra una spalla e metà sull'altra.I medici, dopo lunga e matura discussione, dichiararono che sarebbe pericoloso continuare il combattimento.Rientrato nel suo palazzo, il conte disse alla contessa:— Vi ho da dare una notizia che ignorate: il duchino di Zagarolo.... ha perduto la testa per voi!La contessa, sorridendo:— È più d'un mese, che me n'ero accorta!Il mercato degli stracci.Questo mercato degli stracci, per quanto un po' degenerato, ancora è una delle scene più caratteristiche di Roma. Un tempo era il ghetto, quando ancora esisteva, che una volta la settimana, il mercoledì, rovesciava al sole, sulla piazza della Cancelleria, traendoli dai fondachi saturi di muffa e sudiciume, tutti i rifiuti, tutti gli avanzi, tutti i rimasugli della capitale cristiana. Un'alluvione strana di cenci e di miseria si spingeva fin contro il superbo palazzo del Bramante, ch'è la sintesi pura e maravigliosa del gusto estetico del Rinascimento: e da quei cumuli di straccerie, quasi impelagati danteschi, sporgevano il busto lercio, troppo intonato con la merce loro, i mercanti di tutte quelle sozzure pittoresche, con certi tipi astuti, insinuanti, con quelle impronte secolari della stirpe semitica, che ricordavano le acqueforti del Rembrandt.Allora il mercato degli stracci non era frequentato che da due categorie: i poveri diavoli e gli antiquari. Il povero diavolo andava a comprarsi una camicia che l'antico proprietario non avevacreduto degna neppur delle funzioni di strofinacciolo di cucina, oppure scampoletti per toppe: l'antiquario, con un coraggio non comune, si sprofondava in quei cumuli di pulci e ragnateli, per cavarne qualche bel velluto stratagliato del Quattrocento, qualche cortinaggio di broccatello trapunto in oro, qualche prezioso arazzo fiammingo. Poichè c'è stato, non son neppure trent'anni, tale periodo d'ignoranza, di vera barbarie, che, nelle case più signorili, un vecchio arazzo magari serviva di scendiletto, e un bel cuoio cordovano istoriato andava a foderare il tendone della loggetta.In un palazzo gentilizio, una cameriera coltivava le sue piantine di basilico dentro una gran coppa di Urbino che fu venduta, non è molto, per dodicimila lire.Allora, di buon mattino, era una processione di gentuccia che andava a depositare, sulla piazza della Cancelleria, tutti gli ingombri domestici: e tra un paiolo sfondato e un tegame incrinato, si dava il caso di veder arrivare un bel piatto di Gubbio a riflessi dorati, una brocca ispano-moresca dai sottili meandri purpurei, un codice miniato, un bronzo del Pollaiolo o anche un gruppetto di vecchia di Sassonia.Ora, non c'è più quella sincerità di stracciaroli incoscienti. La malizia ha prodotto la degenerazione. Alle baracche deighettaroliautentici si sono sostituite quelle deighettarolifalsi. Il finto stracciarolo è invece un modesto, ma esperto trafficante d'antichità, che ha bottega all'Orso o al Babuino, e che, il mercoledì, sfodera nella baracca, tutti i meno pregevoli fondi di negozio e sopratutto le imitazioni, che nel gergo degli antiquagliari, si chiamanomusica.— Che cos'è quest'elmo?— È musica.È detto tutto.La finzione è una trappola per il forastiero. L'indigeno conosce e tira via. In aprile e maggio, è largo e proficuo il concorso dei merli esotici, la più parte signore, inglesi e tedesche. A vederle, sono divertentissime. Girano e guardano con avidità, quasi in procinto di scovare una statua di Prassitele per dieci baiocchi. Appena s'accostano a una baracca, mettono subito la mano sopra le cose brutte o false. Hanno una passione speciale per quelle vecchie lampade a olio, che non facevan luce, ma che in compenso mandavano un delizioso puzzo di moccolaia. E son capaci di pagarle una somma,mentre è roba che non val neppure il prezzo del metallo. La forma del contratto è ingenua. La forastiera sta sulle sue, perchè l'hanno avvisata.— Non si confonda: offra sempre la metà.L'uomo della baracca conosce questo debole e domanda il triplo. Ecco, la signora ha preso il famoso lume a olio che, trent'anni fa, quand'era nuovo, era brutto come adesso, lo guarda sopra e sotto, quasi volesse scoprire la firma dell'autore, poi chiede invariabilmente:— Essere antico?— Si figuri! è una lampada cristiana.— Quanto costare?— Per lei, non lo posso dare a meno di trenta lire.La signora, con sorriso ironico, ma arrossendo della propria audacia:— Troppo caro! quindici lire.— Creda, mi costa di più alla fabbrica.La signora, malizia suprema, finge allontanarsi, ripetendo:— Quindici lire, niente più!Il mercante l'afferra per la veste:— Gliela do perchè è lei, e voglio fare la prima vendita della giornata, ma ci rimetto!La signora sborsa e va via contenta, più che se avesse comprato una coppa di Benvenuto Cellini.L'indigeno passa indifferente davanti a queste baracche e va invece a frugacchiare in quelle due o tre d'antico stampo, tra cui primeggia quella dell'ottimo Jandolo. È un vecchietto arzillo e bonario, che ha una botteguccia presso il Foro Traiano. È così piena degli oggetti più fantastici che, a entrare, c'è quasi pericolo di vita. Prendete un libraccio e vi casca addosso un'alabarda; staccate un quadro e v'arriva sulle spalle un busto di Caracalla.La bancarella di Jandolo rispecchia ancora le vecchie tradizioni: vi si trova di tutto: una miniatura accanto a un bottone d'osso nero, una lama di Toledo sopra una sega di pompiere, una pergamena alluminata presso un mazzo ditarocchi, un niello fiorentino e una posata di stagno, una gemma incisa e una pallina della tombola.I suoi prezzi sono cervellotici, ma se ne rimette al compratore, purchè sia un cliente. Gli si chiede il prezzo d'un oggetto, e lui è capace di rispondere:— Quanto mi date? fate voi.Poco più lontano, c'è una piazzetta riservata ai libri vecchi. Sopratutto è frequentata dai preti, essendovi abbondanza spaventosa d'opere teologiche. C'è pure gran concorso di studenti, ma non si tratta dibouquinistes. Ci vanno per economia, sopratutto alla ricerca di traduzioni bell'e fatte dal latino o dal greco, o anche di qualche cattivo romanzo. Poi si vedono due o tre librai grossi e dieci o dodici amatori, che cercano le edizioni rare, o sperano comprare ilPoliphilod'Aldo Manuzio per quindici soldi.Qua e là, s'incontrano pure tipi singolari di stracciarole autentiche, le quali mettono in mostra certi capi di vestiario che vi consigliano, istintivamente, di rimanere a rispettosa distanza.Pure, con due o tre lire, c'è modo d'acquistare un abito di stoffe molto varie, ma che, col tempo, la polvere e la miseria, è diventato untout-de-même. Villici e manuali guardano con cupidigia quei panni indefinibili e vale la pena di assistere alla scenetta, quando si decidono a provarne qualcuno. La donna li veste con rapidità, li sbalordisce, a furia di cicalecci, tira da una parte, alza il bavero, rimbocca le maniche, e quando un nano è seppellito nel palamidone d'un gigante, gli dice, senza batter ciglio:— È proprio fatto a tuo dosso: ti va come un guanto.I prezzi, poi, son fuori del credibile. Ho visto un muratore contrattare un bel paio di calzonidi fustagno, tutti pieni di frittelle e con una gran pezza dietro d'altro colore.— E quanti ne vuoi?— Son nuovi, sai! te li lascio per diciotto soldi!— Ma ti dò i miei in cambio.La donna, con l'occhiata del perito:— Allora.... diciassette!Un'ultima categoria è quella degli ambulanti che vanno attorno con uno o due oggetti e soffrono stoicamente le persecuzioni delle guardie municipali. Questi zingari non hanno specialità: ora portano orologi sconquassati, ora scarpe vecchie e cappelli acciaccati: certe volte hanno ferracci di mestiere, certe altre degli strumenti idroterapici: ora offrono un ombrello, ora un quadro. S'intende, che il quadro è sempre d'autore. Per molti anni l'autore preferito fu il Guido Reni. Si aggiungeva, anzi:— È unpagadebiti.Perchè nel popolo c'è laleggenda che il Guido avesse l'abitudine d'improvvisare un quadro al giorno, per pagare i suoi debiti.L'altro ieri vidi uno di questi ambulanti, che portava gravemente una sacra, ma orrenda imagine, su cui aveva appiccicato questo cartellino:Guercino da Cento.Un collega maligno:— Dà retta a me: quello è un Guercino.... da cinque!Fate la carità....L'accattonaggio a Roma non è una piaga sociale: e invece un'industria, esercitata con le forme più ingegnose, da quel tali mendicanti che, come si sa, sono i veri nemici dei poveri.Tale industria ha tradizioni secolari e sto per dire una consacrazione ufficiale. Gli organici dello Stato pontificio si potevano dividere in tre grandi categorie: gli ecclesiastici, gli impiegati, i poveri.Oggi, a un disgraziato che non sappia come campare, purchè goda di forti protezioni, si elargisce un posto di scrivano straordinario. Vale a dire, non poca fame e molto lavoro. Il Governo papale, invece, dava un impiego di povero: ossia, l'ozio e parecchi baiocchi. La minestra dei frati era un di più: era la gratificazione, che lo scrivano straordinario, poveraccio, non ha.Il Dupaty, sullo scorcio del secolo passato, constatò che a Roma vi erano quarantamila poveri, che stavano abbastanza bene, e molti dei quali erano anche ricchi.Mutati gli ordinamenti, la tradizione viene oggi mantenuta, coi mendicanti dirò cosìufficiali, alla porta delle chiese. Se c'è una festa religiosa, un ottavario, una novena, un mortorio, un panegirico o le quarant'ore, i poveri autorizzati, sto per dire, con regie patenti, formano, con le sedie, una specie di viale di mendicità, davanti la porta maggiore del tempio. La folla dei fedeli passa attraverso questa doppia fila di vecchiaia piagnolosa, che ciangotta in vario metro i suoi lai, e i soldini piovono a destra e a sinistra.Vi sono anche i poveri fissi, che hanno la funzione speciale d'alzare il tendone greve del bussolotto e dare ai devoti in ritardo la notiziasi la messa è bbona. Anche questi poveri, come gli altri, hanno delle belle somme alla Cassa di risparmio.Corre fama, che certune, tra queste vecchie mendicanti, diano alle signore, oltre quelle della messa, altre e più interessanti notizie. Certo è, come ho potuto vedere nelle carte segrete del famoso Pasqualoni, direttore generale di polizia, che i poveri erano anche preziosi ausiliari della squadra politica, per il tramite dei parroci.Dati simili precedenti, mi par naturale che nelle vie romane infierisca e prosperi l'accattonaggio: tanto più che gli indigeni vi sono abituati e che i noiosi mendicanti mirano di preferenza a sfruttare l'elemento forastiero, che ignora gli artifizi e si lascia più facilmente commuovere.Nel centro della città, presso i Bocconi, c'è un grosso forno di pane viennese e di pasticcerie, la cui clientela è in maggioranza alimentata dalle colonie esotiche. Or bene, sul cantone di questo fornaio s'è formata un'intera banda dipiccoli straccioni, i quali hanno immaginato questo effetto scenico. Appena vedono una figura forastiera, specie se è una signora, le corrono attorno, gemendo:— Signora, ho fame: mi dia un soldino, che vado qui a comprarmi un pezzo di pane.La suggestione è così potente, che i soldi fioccano: e basta restare un momento in osservazione, per vedere i pretesi famelici che si giocano i soldarelli acarachè, a test'arme, o li spendono in ghiottonerie e sigari lunghi un palmo. Ne ho visto uno che passava ilvirginiaacceso al compagno, e correva appresso a una tedesca con la solita antifona....— Ho fame.... qui c'è il fornaio....Altra forma industre è quella del padre di famiglia vergognoso e si esercita soltanto tra le undici e mezzanotte. Si tratta d'un uomo robusto che il giorno, magari, fa il facchino, il falegname, il lustrascarpe, e la notte si becca le due, le tre lire, certe volte anche più, facendo il padre di famiglia.La località varia, secondo la stagione e gli spettacoli. Il buonpadresceglie sempre il teatroche faccia più affari e si apposta nelle vicinanze: a Sant'Eustacchio, se si tratta delValle, o in via Minghetti, se si tratta delQuirino. Egli porta in braccio, protetta da uno scialle e dal cappottone paterno, una creaturina non sua, presa in affitto, quasi con partecipazione agli utili, e quando comincia la sfilata del pubblico che rincasa, egli sfodera la litania:— Povero padre.... con questa creatura.... che muore dal freddo!Anche l'altra notte, con un caldo sciroccale che levava il respiro, la povera creatura moriva sempre regolarmente di freddo.Ve ne potrei dire altri cento, di simili chiapparelli, ma mi limiterò a quello del fiasco rotto.Una sera, passavo per piazza di Sant'Ignazio e vidi un gruppetto di gente, presso la scalinata della chiesa, attorno a un monello, che mandava gemiti strazianti. E una donnetta diceva:— Poverino! se va a casa, chi sa quante legnate! è scivolato e ha rotto il fiasco.In due o tre, abbiamo messo insieme una lira di soldini, supplicando il ragazzinodi andare a casa, chè la mamma non lo avrebbe picchiato. E la buona donnetta, pigliandolo per mano:— Vieni, Cocco, non aver paura, che t'accompagno io. Dove stai di casa?Mi fermai un minuto, per accendere la sigaretta, e vidi che la donnetta tornava addietro, raccoglieva i cocci del fiasco, poi raggiungeva il bimbo e spariva verso la Rotonda.La sera appresso, quasi alla stessa ora, ripasso di lì e che trovo? Ancora il bimbo che piange, il fiasco rotto a terra in un liquido scuro e sospetto, e la stessa donnetta che dice a due o tre pietosi:— È scivolato, poverino, e ha rotto il fiasco.... Se va a casa, suo padre lo scanna!Dalla lontana Ciociaria, nell'invernata, i mendicanti calano a sciami nella città. Come le ragazze dei monti emiliani scendono in Toscana o in Liguria, per mettersi a servizio, i ciociari d'ambo i sessi vengono invece per darsi alla strada. E vi sono, tra essi, nugoli di ragazze talvolta belloccie, che esercitano la mendicità, e dove capiti anche qualche altra cosa, unicamente per costituirsi una dote. Il fidanzato non sofistica sui mezzi, purchè la dote ci sia.E a proposito di dote.O in un volume del Valadier, o in altro congenere, ho letto un aneddoto storico. Un giovane pittore, tutte le mattine, andava in Borgo, a dipingere una di quello stradicciole pittoresche, presso Santa Maria Traspontina. Nel passare per ponte Sant'Angelo, dava abitualmente due soldi al povero di piantone, che lo salutava con speciale riguardo. Un pomeriggio, mentre il pittore tornava dal lavoro, col suo cavalletto, il povero si alzò e gli disse:— Verrebbe un momento con me?— E perchè no.Il povero s'avviò verso Porta Angelica, dicendo le cose più amabili al giovane, e poi lo introdusse in una porta di misera apparenza, passata la quale, il pittore si trovò in un quartiere assai signorilmente arredato.— Questa — disse il povero — è casa mia: la sera, mi vesto da signore e vado a spasso con mia figlia, uscendo dal portone che dà sull'altra via. Voi siete entrato.... dalla scaletta di servizio.In quel mentre, ecco sopraggiungere una stupenda signorina sedicenne.— E questa è la mia unica figlia. Voi siete un giovane talmente simpatico che, se volete la sua mano, son pronto a concludere. Le do cinquantamila scudi di dote. Qui si vive d'entrata. Anzi.... di due entrate.Adesso, non ricordo se si combinasse il matrimonio, ma mi pare di sì. L'artista avrà accettato, non foss'altro per la bizzarria del caso. Non accade tutti i giorni che un povero vi stenda la mano.... di sua figlia.Un profilo.Giacinto Ribera sarebbe davvero un buon giovane, se non avesse la manìa d'essere un perpetuo disastro finanziario. Non ha fatto mai, nè in commercio, nè in borsa, nè in banca, un'operazione di venti lire, eppure, a sentir lui, è vittima continua di speculazioni fantastiche. Appena furon messe le quarantene, disse agli amici, con accento di cupa disperazione:— Governo infame! mi fa perdere almeno quarantamila lire.— O come mai!— To'! avevo pensato di spedire in America mille tonnellate di castagne, che in America sono ricercatissime: le avrei rivendute quaranta lire di più la tonnellata e, capirete! eran quarantamila lire tonde tonde.— Ma chi te le vendeva, le castagne?— Chi ne ha.— E a chi le rivendevi?— Oh bella!... a chi non ne ha.La mattina incontra un antico condiscepolo e gli stringe la mano silenzioso, tenendo gli occhi a terra e sospirando a mantice.— Che hai, Giacinto?— Eh, ho che certe cose non succedono che a me.— Qualche disgrazia in famiglia!— Peggio: stamane ho perduto in borsa ventimila lire.— Ventimila lire! — esclama l'amico sbalordito, ben sapendo che d'ordinario a Giacinto mancano spesso venti soldi: — e come hai fatto a pagarle?— Pagarle sarebbe niente: è che invece non ho potuto intascarle. Vedi? (estraendo un giornale) la rendita è rialzata d'un punto. Se iersera avessi comprato centomila lire di rendita, oggi avrei ventimila lire nette di guadagno: ti capacita?Il sabato sera, d'ordinario, Giacinto ha la faccia d'un morto in permesso. I suoi conoscenti oramai ci han fatto l'abitudine e appena lo incontrano, fingono il più sincero compianto, e gli domandano:— Quanti ne sono usciti?— Eh, voi altri canzonate, ma intanto io perdo una fortuna. Stamane esco di casa e dico a me stesso; voglio giocare il 5, il 21, e il 90. Poi, con tutte le faccende che ho per la testa, me ne scordo e pàffete! 5, 90, 21.... escono tutti e tre. Anche se li avessi giocati di sole venti lire, terno secco, a quest'ora sarei milionario.Un giorno, dopo lunga assenza, entra al caffè con la faccia stravolta.— Qualche altra perdita enorme? — gridano gli amici.— Eh, lasciatemi stare! non me ne va una di bene. Torno adesso da Montecarlo. Sono rimasto un'ora nella sala da gioco e, ogni volta che girava la pallina, dicevo: adesso vien rosso — ora, vien nero.... ebbene, ho indovinato trenta volte di seguito. Se avessi messo la posta di seimila lire, sarei tornato via con 180 mila lire in saccoccia. Son dunque novemila marenghi che ho perduto. Quel Montecarlo è una rovina, un inferno, un abisso!Lo sorpresi, una sera, immerso nelle più gravi meditazioni, come se macchinasse un vasto piano finanziario.Per più minuti non aperse bocca, sprofondato nelle sue fantasticherie. Finalmente esclamò:— Oh! se avessi centomila lire!— Che faresti?Egli, quasi stupefatto:— Che farei?... niente.
Mauro Mortori, degno del suo nome, è ipocondriaco e vede tutto in nero cupo. Anzichè nella camera da letto, egli dormirebbe più volentieri in una camera ardente. Il suo discorso è lugubre, i suoi gesti sono sepolcrali, la sua barba è funerea, il suo temperamento è cadaverico. Per via, se incontra un amico, gli domanda:
— Che hai? ti senti qualche cosa?
— Niente: sto benone.
— Eppure, mi sembri smagrito assai.... e poi, sei giallo, giallo.... si direbbe che stai per aver l'itterizia.
— Ma va un po' all'inferno te e l'itterizia!
— Dà retta a me: un buon purgante.... due oncie di sale inglese....
In questi tempi di casi sospetti, Mauro è nel suo elemento.
— Credete a me, — dice, — muoiono come tante mosche.
E fa un certo movimento con le dita adunche quasi avesse in pugno una manata di moribondi da spargere al vento.
Appena entra nella trattoria, è uno sgomento generale di tutte le sue conoscenze: poichè egli fa il giro delle tavole, guarda i piatti, e poi esce a dire:
— Come! lei, signor Paolo, osa mangiare dei cardi al burro? ma se ne guardi bene! iersera, un giovane, più robusto di lei, ha mangiato i cardi al burro e stamane gli davano l'olio santo.
Oppure:
— Dell'arigusta! scommetto cento lire che vi resta sullo stomaco.
Se va in teatro, sparge tosto l'inquietudine tra i vicini, cominciando a manifestare gravi dubbi sulla solidità delle corde che reggono l'enorme lampadario e assicurando poi che un architetto ha visto dei larghi crepacci nel soffitto.
— Ancora un po' che piova — soggiunge — e casca giù a pezzi e bocconi; se poi casca intero di schianto, com'è probabile, felicissima notte!
A sipario alzato:
— Ma guarda dove han messo quei candelabri! a momenti dàn fuoco alla quinta.... è tuttacarta.... farebbe un lampo come un barile di polvere.
E se ciò non basta, ha cura di chiedere ogni cinque minuti:
— Scusate, signori: non vi sembra di sentire una gran puzza di gaz?
Peggio poi se viaggia in ferrovia: non parla che di disastri, di scontri, di frane che hanno sepolto interi convogli; sì che i compagni, specie poi se donne, si sentono venir la pelle di cappone. Se si dà il caso ch'egli abbia a traversare la galleria dei Giovi, non si dimentica di dire, appena entrati neltunnel:
— Se la facciamo franca, possiamo portare un voto alla madonna.
Quando il treno rallenta, avvicinandosi a una stazione, Mauro s'affaccia allo sportello, e poi dice ai compagni:
— Dio ce la mandi buona!
— Che c'è? —
— Il treno va piano, perchè si sta per passare un ponte che minaccia rovina. —
Ierlaltro, vede in galleria un amico d'infanzia, gli corre incontro e lo abbraccia, dicendogli:
— Vivo! tu sei vivo!
— Eh.... pare di sì.
— Oh Dio! m'avevano detto ch'eri morto di pleurite. Dev'essere stato un equivoco.
— Probabilmente.
— Ah, non ti puoi figurare il dolore che ho provato; ho pianto tutta la notte.
— Grazie, di tanta amicizia!
— Oh di niente!... sarà per un'altra volta. —
Ginesio, da che campa, è vittima della sua cortesia. Se fosse maleducato, a quest'ora saprebbe Dio sa che. Invece, la sua famiglia lo ha dotato d'un'educazione talmente squisita ch'egli è diventato un essere sventurato e insopportabile. I cinesi d'antico stampo, i quali fanno sette inchini, prima di dare il buongiorno, in confronto di lui, son peggio dei visigoti e dei vandali.
Ancora mi ricordo dei tempi in cui Ginesio era mio compagno d'accademia, curvi entrambi sullo stesso banco e sudanti sopra i cinque ordini d'architettura del Vignola, tra le modanature e i triglifi, tra le volute e i moduli.
Ogni tanto, Ginesio perdeva il proprio lapis e mi diceva con la sua vocina giulebbata:
— Scusi.... perdoni.... mi farebbe l'immenso favore di prestarmi il suo signor lapis?
E così a proposito di qualunque oggetto.
— Mi scusi tanto.... prego!... Avrebbe l'insignecortesia di prestarmi il suo riverito compasso?
Io lo ricambiavo dolcemente, tutte le volte che avevo da riaccendere la sigaretta, dicendogli:
— Dammi un po' la tua signora scatola di riveriti fiammiferi. —
Nell'uscire salutava, non solo il professore, ma tutte le statue, tutti i bassorilievi, tutti i gruppi di gesso, daEttore e PatrocloalGladiatore feritoe riserbava l'ultima scappellata per il portinaio.
Un giorno era a dirittura superbo, raggiante. Finalmente era riescito ad abbonarsi a un teatro di prosa per un mese. Ma proprio la prima sera, gli si ammalò una zia e lui non osò uscir di casa. La seconda sera, finalmente, fu padrone di sè stesso! Andò al teatro, s'introdusse nel vestibolo, s'inchinò profondamente ai bollettinai, dicendo:
— Abbiano la bontà di scusarmi.... iersera non ho potuto venire a questo bellissimo teatro, poichè la mia signora zia era malata.
Un bollettinaio lo guardò serio serio e:
— Va bene! passi pure: ma.... che sia l'ultima volta. —
Ginesio ha subìto i quindici giorni dellaterritoriale. Non ci fu verso nè maniera di fargli apprendere il saluto militare. Egli si ostinò a cavarsi il berretto, cosa contraria alla disciplina, e a inchinarsi fino a terra davanti a ogni qualsiasi superiore, dal caporale al colonnello.
Una notte, di sentinella, vide avvicinarsi la ronda e in luogo di dare l'alt chi va là, si cavò il berretto e disse all'ufficiale:
— Felicissima sera, signor tenente; buona passeggiata: si copra bene, perchè stanotte fa un frescolino....
Il tenente lo mise agli arresti.
Una domenica, alla passeggiata pubblica, Ginesio vide da lontano il colonnello che portava a spasso il suo cane. Tosto gli corse incontro, si tolse il berretto, e fece tre inchini:
— Riverito, illustrissimo signor colonnello.
— Che cosa fate? — gridò il colonnello, burbero, davanti a quel tipo a lui sconosciuto: — copritevi, subito.
— Coprirmi davanti a lei? oh, non oserò mai! lei è troppo buono!
— Copritevi, perdinci.
— Per ubbidirla, non per altro. E.... come sta la sua signora moglie? sempre bene? e i suoi graziosi figli? Me li riverisca tanto e poi tanto.... Oh, quanto è carino il suo signor cane!
Ebbene: Ginesio ancora non sa capire perchè il colonnello lo abbia messo cinque giorni a pane e acqua.
Ieri, tutta Roma pareva immersa in un doloroso stupore, a cagione d'una tragedia che ha privato l'elegante società di uno tra i più brillanti giovanotti dell'aristocrazia.
Per fortuna, la tragedia è successa ieri; se, Dio liberi, fosse accaduta, per colmo di iettatura, domani, la città avrebbe dovuto immergersi contemporaneamente nella gioia, per lo Statuto, e nel dolore.
Non dirò i nomi veri, perchè il dramma è dei più comuni, ma i protagonisti sono parenti prossimi dell'almanacco di Gotha; anzi l'eroina, quand'era ancora ragazza, amoreggiò a lungo con un principe ereditario e forse l'avrebbe anche sposato, se all'ultim'ora non si fosse scoperto che egli era un commesso viaggiatore in articoli di guttaperca.
Da un mese, i bottegai di via del Babuino, nei momenti d'ozio (c'è un negoziante di pietre dure la cui vita è tutta composta di momenti d'ozio) notarono che un giovanotto assai conosciuto, che io chiamerò il duchino di Zagarolo, passeggiavasu e giù, per un tratto di marciapiede, nell'atteggiamento del pizzardone in servizio, levando ogni tanto sguardi teneri a una loggetta, su cui stava affacciata una creatura deliziosa, un profilo incantevole, una silfide, una personcina ideale, la contessa Tomacelli.
La contessa sarebbe una donna perfetta, se fosse riescita a farsi estirpare il marito, conte Ignazio Tomacelli, uomo brutale che, non avendo più nulla da perdere, perde le notti al banco del faraone, giocando sempre sulla parola, per cui, di parola in parola, ha un debito che ascende a parecchi vocabolari.
Giovedì alle quattro, nel tornare al palazzo, il conte Tomacelli vide il duchino di Zagarolo, che passeggiava sotto le finestre, tenendo una rosa in mano, nella posa classica d'unaPrimaveradi gesso.
Il conte Tomacelli, il quale è un uomo che non ischerza, entrò in casa e disse alla contessa:
— Vogliamo andare a far due passi?
La contessa non capì che il marito voleva portarla a passeggiare sull'orlo dell'abisso e accettò, nella dolce speranza di vedersi, un po' più da vicino, col giovane duca di Zagarolo. Ella indossò in furia un'elegantissima veste difoularddelle Indie, mentre il marito pareva indiano quanto ilfoulard; si mise in testa un cappellino di Parigi ch'era un amore, una galanteria; e uscì per via del Babuino, a braccetto del conte.
L'imprudente duchino di Zagarolo li seguì a breve distanza, odorando la rosa e baciandola ogni tanto, con certe occhiate languidissime, che parevano dire:
— Questa rosa è il più bel marciapiede della mia vita!
Il marito, intanto, mormorava fra sè:
— La rosa l'è un bel fiore, come la gioventù;passa, bastona e muore.... e non ritorna più!
La coppia infelice, pedinata dal duchino, arrivò a piazza del Popolo e salì al Pincio. Arrivati dinanzi al busto di Venturoli (ah! finalmente ho saputo ch'egli è un.... un coso.... come si dice?) il conte, con perfido e soave accento, disse alla contessa:
— Ti lascio un momento sola: vado a vedere l'orologio ad acqua.
Ma l'acqua non era che un vile pretesto come l'orologio. Il conte si ritirò bensì dietro una siepe, ma in atto vigilante, con un occhio alla moglie, un occhio al duchino e un occhio nello spazio intermedio.
Il tranello riescì perfettamente. Il duchino si gettò ai piedi della contessa dicendole:
— Oh! darei la mia vita.... per avere la vostra!
Al domani, il marchese A. B.... e il cavaliere G. D...., rappresentanti del conte Tomacelli, decisero un duello a oltranza, insieme con l'onorevole E. F.... e il principe russo G. H...., padrini del duchino di Zagarolo.
Il combattimento doveva cessare soltanto quando i dottori, commendator I. K.... e cavaliere L. M.... avrebbero dichiarato impossibile continuare il combattimento.
Il marito e l'amante si trovarono di fronte armati, sui prati dell'Acquacetosa.
Un po' in distanza, sopra un rialzo di terreno, stavano i signori A. B. C. D. E. F. G. H. I. K. L. M.
Al primo assalto, la testa del duchino fu divisa in due come una persica spaccarella: metà cadde sopra una spalla e metà sull'altra.
I medici, dopo lunga e matura discussione, dichiararono che sarebbe pericoloso continuare il combattimento.
Rientrato nel suo palazzo, il conte disse alla contessa:
— Vi ho da dare una notizia che ignorate: il duchino di Zagarolo.... ha perduto la testa per voi!
La contessa, sorridendo:
— È più d'un mese, che me n'ero accorta!
Questo mercato degli stracci, per quanto un po' degenerato, ancora è una delle scene più caratteristiche di Roma. Un tempo era il ghetto, quando ancora esisteva, che una volta la settimana, il mercoledì, rovesciava al sole, sulla piazza della Cancelleria, traendoli dai fondachi saturi di muffa e sudiciume, tutti i rifiuti, tutti gli avanzi, tutti i rimasugli della capitale cristiana. Un'alluvione strana di cenci e di miseria si spingeva fin contro il superbo palazzo del Bramante, ch'è la sintesi pura e maravigliosa del gusto estetico del Rinascimento: e da quei cumuli di straccerie, quasi impelagati danteschi, sporgevano il busto lercio, troppo intonato con la merce loro, i mercanti di tutte quelle sozzure pittoresche, con certi tipi astuti, insinuanti, con quelle impronte secolari della stirpe semitica, che ricordavano le acqueforti del Rembrandt.
Allora il mercato degli stracci non era frequentato che da due categorie: i poveri diavoli e gli antiquari. Il povero diavolo andava a comprarsi una camicia che l'antico proprietario non avevacreduto degna neppur delle funzioni di strofinacciolo di cucina, oppure scampoletti per toppe: l'antiquario, con un coraggio non comune, si sprofondava in quei cumuli di pulci e ragnateli, per cavarne qualche bel velluto stratagliato del Quattrocento, qualche cortinaggio di broccatello trapunto in oro, qualche prezioso arazzo fiammingo. Poichè c'è stato, non son neppure trent'anni, tale periodo d'ignoranza, di vera barbarie, che, nelle case più signorili, un vecchio arazzo magari serviva di scendiletto, e un bel cuoio cordovano istoriato andava a foderare il tendone della loggetta.
In un palazzo gentilizio, una cameriera coltivava le sue piantine di basilico dentro una gran coppa di Urbino che fu venduta, non è molto, per dodicimila lire.
Allora, di buon mattino, era una processione di gentuccia che andava a depositare, sulla piazza della Cancelleria, tutti gli ingombri domestici: e tra un paiolo sfondato e un tegame incrinato, si dava il caso di veder arrivare un bel piatto di Gubbio a riflessi dorati, una brocca ispano-moresca dai sottili meandri purpurei, un codice miniato, un bronzo del Pollaiolo o anche un gruppetto di vecchia di Sassonia.
Ora, non c'è più quella sincerità di stracciaroli incoscienti. La malizia ha prodotto la degenerazione. Alle baracche deighettaroliautentici si sono sostituite quelle deighettarolifalsi. Il finto stracciarolo è invece un modesto, ma esperto trafficante d'antichità, che ha bottega all'Orso o al Babuino, e che, il mercoledì, sfodera nella baracca, tutti i meno pregevoli fondi di negozio e sopratutto le imitazioni, che nel gergo degli antiquagliari, si chiamanomusica.
— Che cos'è quest'elmo?
— È musica.
È detto tutto.
La finzione è una trappola per il forastiero. L'indigeno conosce e tira via. In aprile e maggio, è largo e proficuo il concorso dei merli esotici, la più parte signore, inglesi e tedesche. A vederle, sono divertentissime. Girano e guardano con avidità, quasi in procinto di scovare una statua di Prassitele per dieci baiocchi. Appena s'accostano a una baracca, mettono subito la mano sopra le cose brutte o false. Hanno una passione speciale per quelle vecchie lampade a olio, che non facevan luce, ma che in compenso mandavano un delizioso puzzo di moccolaia. E son capaci di pagarle una somma,mentre è roba che non val neppure il prezzo del metallo. La forma del contratto è ingenua. La forastiera sta sulle sue, perchè l'hanno avvisata.
— Non si confonda: offra sempre la metà.
L'uomo della baracca conosce questo debole e domanda il triplo. Ecco, la signora ha preso il famoso lume a olio che, trent'anni fa, quand'era nuovo, era brutto come adesso, lo guarda sopra e sotto, quasi volesse scoprire la firma dell'autore, poi chiede invariabilmente:
— Essere antico?
— Si figuri! è una lampada cristiana.
— Quanto costare?
— Per lei, non lo posso dare a meno di trenta lire.
La signora, con sorriso ironico, ma arrossendo della propria audacia:
— Troppo caro! quindici lire.
— Creda, mi costa di più alla fabbrica.
La signora, malizia suprema, finge allontanarsi, ripetendo:
— Quindici lire, niente più!
Il mercante l'afferra per la veste:
— Gliela do perchè è lei, e voglio fare la prima vendita della giornata, ma ci rimetto!
La signora sborsa e va via contenta, più che se avesse comprato una coppa di Benvenuto Cellini.
L'indigeno passa indifferente davanti a queste baracche e va invece a frugacchiare in quelle due o tre d'antico stampo, tra cui primeggia quella dell'ottimo Jandolo. È un vecchietto arzillo e bonario, che ha una botteguccia presso il Foro Traiano. È così piena degli oggetti più fantastici che, a entrare, c'è quasi pericolo di vita. Prendete un libraccio e vi casca addosso un'alabarda; staccate un quadro e v'arriva sulle spalle un busto di Caracalla.
La bancarella di Jandolo rispecchia ancora le vecchie tradizioni: vi si trova di tutto: una miniatura accanto a un bottone d'osso nero, una lama di Toledo sopra una sega di pompiere, una pergamena alluminata presso un mazzo ditarocchi, un niello fiorentino e una posata di stagno, una gemma incisa e una pallina della tombola.
I suoi prezzi sono cervellotici, ma se ne rimette al compratore, purchè sia un cliente. Gli si chiede il prezzo d'un oggetto, e lui è capace di rispondere:
— Quanto mi date? fate voi.
Poco più lontano, c'è una piazzetta riservata ai libri vecchi. Sopratutto è frequentata dai preti, essendovi abbondanza spaventosa d'opere teologiche. C'è pure gran concorso di studenti, ma non si tratta dibouquinistes. Ci vanno per economia, sopratutto alla ricerca di traduzioni bell'e fatte dal latino o dal greco, o anche di qualche cattivo romanzo. Poi si vedono due o tre librai grossi e dieci o dodici amatori, che cercano le edizioni rare, o sperano comprare ilPoliphilod'Aldo Manuzio per quindici soldi.
Qua e là, s'incontrano pure tipi singolari di stracciarole autentiche, le quali mettono in mostra certi capi di vestiario che vi consigliano, istintivamente, di rimanere a rispettosa distanza.
Pure, con due o tre lire, c'è modo d'acquistare un abito di stoffe molto varie, ma che, col tempo, la polvere e la miseria, è diventato untout-de-même. Villici e manuali guardano con cupidigia quei panni indefinibili e vale la pena di assistere alla scenetta, quando si decidono a provarne qualcuno. La donna li veste con rapidità, li sbalordisce, a furia di cicalecci, tira da una parte, alza il bavero, rimbocca le maniche, e quando un nano è seppellito nel palamidone d'un gigante, gli dice, senza batter ciglio:
— È proprio fatto a tuo dosso: ti va come un guanto.
I prezzi, poi, son fuori del credibile. Ho visto un muratore contrattare un bel paio di calzonidi fustagno, tutti pieni di frittelle e con una gran pezza dietro d'altro colore.
— E quanti ne vuoi?
— Son nuovi, sai! te li lascio per diciotto soldi!
— Ma ti dò i miei in cambio.
La donna, con l'occhiata del perito:
— Allora.... diciassette!
Un'ultima categoria è quella degli ambulanti che vanno attorno con uno o due oggetti e soffrono stoicamente le persecuzioni delle guardie municipali. Questi zingari non hanno specialità: ora portano orologi sconquassati, ora scarpe vecchie e cappelli acciaccati: certe volte hanno ferracci di mestiere, certe altre degli strumenti idroterapici: ora offrono un ombrello, ora un quadro. S'intende, che il quadro è sempre d'autore. Per molti anni l'autore preferito fu il Guido Reni. Si aggiungeva, anzi:
— È unpagadebiti.
Perchè nel popolo c'è laleggenda che il Guido avesse l'abitudine d'improvvisare un quadro al giorno, per pagare i suoi debiti.
L'altro ieri vidi uno di questi ambulanti, che portava gravemente una sacra, ma orrenda imagine, su cui aveva appiccicato questo cartellino:
Guercino da Cento.
Un collega maligno:
— Dà retta a me: quello è un Guercino.... da cinque!
L'accattonaggio a Roma non è una piaga sociale: e invece un'industria, esercitata con le forme più ingegnose, da quel tali mendicanti che, come si sa, sono i veri nemici dei poveri.
Tale industria ha tradizioni secolari e sto per dire una consacrazione ufficiale. Gli organici dello Stato pontificio si potevano dividere in tre grandi categorie: gli ecclesiastici, gli impiegati, i poveri.
Oggi, a un disgraziato che non sappia come campare, purchè goda di forti protezioni, si elargisce un posto di scrivano straordinario. Vale a dire, non poca fame e molto lavoro. Il Governo papale, invece, dava un impiego di povero: ossia, l'ozio e parecchi baiocchi. La minestra dei frati era un di più: era la gratificazione, che lo scrivano straordinario, poveraccio, non ha.
Il Dupaty, sullo scorcio del secolo passato, constatò che a Roma vi erano quarantamila poveri, che stavano abbastanza bene, e molti dei quali erano anche ricchi.
Mutati gli ordinamenti, la tradizione viene oggi mantenuta, coi mendicanti dirò cosìufficiali, alla porta delle chiese. Se c'è una festa religiosa, un ottavario, una novena, un mortorio, un panegirico o le quarant'ore, i poveri autorizzati, sto per dire, con regie patenti, formano, con le sedie, una specie di viale di mendicità, davanti la porta maggiore del tempio. La folla dei fedeli passa attraverso questa doppia fila di vecchiaia piagnolosa, che ciangotta in vario metro i suoi lai, e i soldini piovono a destra e a sinistra.
Vi sono anche i poveri fissi, che hanno la funzione speciale d'alzare il tendone greve del bussolotto e dare ai devoti in ritardo la notiziasi la messa è bbona. Anche questi poveri, come gli altri, hanno delle belle somme alla Cassa di risparmio.
Corre fama, che certune, tra queste vecchie mendicanti, diano alle signore, oltre quelle della messa, altre e più interessanti notizie. Certo è, come ho potuto vedere nelle carte segrete del famoso Pasqualoni, direttore generale di polizia, che i poveri erano anche preziosi ausiliari della squadra politica, per il tramite dei parroci.
Dati simili precedenti, mi par naturale che nelle vie romane infierisca e prosperi l'accattonaggio: tanto più che gli indigeni vi sono abituati e che i noiosi mendicanti mirano di preferenza a sfruttare l'elemento forastiero, che ignora gli artifizi e si lascia più facilmente commuovere.
Nel centro della città, presso i Bocconi, c'è un grosso forno di pane viennese e di pasticcerie, la cui clientela è in maggioranza alimentata dalle colonie esotiche. Or bene, sul cantone di questo fornaio s'è formata un'intera banda dipiccoli straccioni, i quali hanno immaginato questo effetto scenico. Appena vedono una figura forastiera, specie se è una signora, le corrono attorno, gemendo:
— Signora, ho fame: mi dia un soldino, che vado qui a comprarmi un pezzo di pane.
La suggestione è così potente, che i soldi fioccano: e basta restare un momento in osservazione, per vedere i pretesi famelici che si giocano i soldarelli acarachè, a test'arme, o li spendono in ghiottonerie e sigari lunghi un palmo. Ne ho visto uno che passava ilvirginiaacceso al compagno, e correva appresso a una tedesca con la solita antifona....
— Ho fame.... qui c'è il fornaio....
Altra forma industre è quella del padre di famiglia vergognoso e si esercita soltanto tra le undici e mezzanotte. Si tratta d'un uomo robusto che il giorno, magari, fa il facchino, il falegname, il lustrascarpe, e la notte si becca le due, le tre lire, certe volte anche più, facendo il padre di famiglia.
La località varia, secondo la stagione e gli spettacoli. Il buonpadresceglie sempre il teatroche faccia più affari e si apposta nelle vicinanze: a Sant'Eustacchio, se si tratta delValle, o in via Minghetti, se si tratta delQuirino. Egli porta in braccio, protetta da uno scialle e dal cappottone paterno, una creaturina non sua, presa in affitto, quasi con partecipazione agli utili, e quando comincia la sfilata del pubblico che rincasa, egli sfodera la litania:
— Povero padre.... con questa creatura.... che muore dal freddo!
Anche l'altra notte, con un caldo sciroccale che levava il respiro, la povera creatura moriva sempre regolarmente di freddo.
Ve ne potrei dire altri cento, di simili chiapparelli, ma mi limiterò a quello del fiasco rotto.
Una sera, passavo per piazza di Sant'Ignazio e vidi un gruppetto di gente, presso la scalinata della chiesa, attorno a un monello, che mandava gemiti strazianti. E una donnetta diceva:
— Poverino! se va a casa, chi sa quante legnate! è scivolato e ha rotto il fiasco.
In due o tre, abbiamo messo insieme una lira di soldini, supplicando il ragazzinodi andare a casa, chè la mamma non lo avrebbe picchiato. E la buona donnetta, pigliandolo per mano:
— Vieni, Cocco, non aver paura, che t'accompagno io. Dove stai di casa?
Mi fermai un minuto, per accendere la sigaretta, e vidi che la donnetta tornava addietro, raccoglieva i cocci del fiasco, poi raggiungeva il bimbo e spariva verso la Rotonda.
La sera appresso, quasi alla stessa ora, ripasso di lì e che trovo? Ancora il bimbo che piange, il fiasco rotto a terra in un liquido scuro e sospetto, e la stessa donnetta che dice a due o tre pietosi:
— È scivolato, poverino, e ha rotto il fiasco.... Se va a casa, suo padre lo scanna!
Dalla lontana Ciociaria, nell'invernata, i mendicanti calano a sciami nella città. Come le ragazze dei monti emiliani scendono in Toscana o in Liguria, per mettersi a servizio, i ciociari d'ambo i sessi vengono invece per darsi alla strada. E vi sono, tra essi, nugoli di ragazze talvolta belloccie, che esercitano la mendicità, e dove capiti anche qualche altra cosa, unicamente per costituirsi una dote. Il fidanzato non sofistica sui mezzi, purchè la dote ci sia.
E a proposito di dote.
O in un volume del Valadier, o in altro congenere, ho letto un aneddoto storico. Un giovane pittore, tutte le mattine, andava in Borgo, a dipingere una di quello stradicciole pittoresche, presso Santa Maria Traspontina. Nel passare per ponte Sant'Angelo, dava abitualmente due soldi al povero di piantone, che lo salutava con speciale riguardo. Un pomeriggio, mentre il pittore tornava dal lavoro, col suo cavalletto, il povero si alzò e gli disse:
— Verrebbe un momento con me?
— E perchè no.
Il povero s'avviò verso Porta Angelica, dicendo le cose più amabili al giovane, e poi lo introdusse in una porta di misera apparenza, passata la quale, il pittore si trovò in un quartiere assai signorilmente arredato.
— Questa — disse il povero — è casa mia: la sera, mi vesto da signore e vado a spasso con mia figlia, uscendo dal portone che dà sull'altra via. Voi siete entrato.... dalla scaletta di servizio.
In quel mentre, ecco sopraggiungere una stupenda signorina sedicenne.
— E questa è la mia unica figlia. Voi siete un giovane talmente simpatico che, se volete la sua mano, son pronto a concludere. Le do cinquantamila scudi di dote. Qui si vive d'entrata. Anzi.... di due entrate.
Adesso, non ricordo se si combinasse il matrimonio, ma mi pare di sì. L'artista avrà accettato, non foss'altro per la bizzarria del caso. Non accade tutti i giorni che un povero vi stenda la mano.... di sua figlia.
Giacinto Ribera sarebbe davvero un buon giovane, se non avesse la manìa d'essere un perpetuo disastro finanziario. Non ha fatto mai, nè in commercio, nè in borsa, nè in banca, un'operazione di venti lire, eppure, a sentir lui, è vittima continua di speculazioni fantastiche. Appena furon messe le quarantene, disse agli amici, con accento di cupa disperazione:
— Governo infame! mi fa perdere almeno quarantamila lire.
— O come mai!
— To'! avevo pensato di spedire in America mille tonnellate di castagne, che in America sono ricercatissime: le avrei rivendute quaranta lire di più la tonnellata e, capirete! eran quarantamila lire tonde tonde.
— Ma chi te le vendeva, le castagne?
— Chi ne ha.
— E a chi le rivendevi?
— Oh bella!... a chi non ne ha.
La mattina incontra un antico condiscepolo e gli stringe la mano silenzioso, tenendo gli occhi a terra e sospirando a mantice.
— Che hai, Giacinto?
— Eh, ho che certe cose non succedono che a me.
— Qualche disgrazia in famiglia!
— Peggio: stamane ho perduto in borsa ventimila lire.
— Ventimila lire! — esclama l'amico sbalordito, ben sapendo che d'ordinario a Giacinto mancano spesso venti soldi: — e come hai fatto a pagarle?
— Pagarle sarebbe niente: è che invece non ho potuto intascarle. Vedi? (estraendo un giornale) la rendita è rialzata d'un punto. Se iersera avessi comprato centomila lire di rendita, oggi avrei ventimila lire nette di guadagno: ti capacita?
Il sabato sera, d'ordinario, Giacinto ha la faccia d'un morto in permesso. I suoi conoscenti oramai ci han fatto l'abitudine e appena lo incontrano, fingono il più sincero compianto, e gli domandano:
— Quanti ne sono usciti?
— Eh, voi altri canzonate, ma intanto io perdo una fortuna. Stamane esco di casa e dico a me stesso; voglio giocare il 5, il 21, e il 90. Poi, con tutte le faccende che ho per la testa, me ne scordo e pàffete! 5, 90, 21.... escono tutti e tre. Anche se li avessi giocati di sole venti lire, terno secco, a quest'ora sarei milionario.
Un giorno, dopo lunga assenza, entra al caffè con la faccia stravolta.
— Qualche altra perdita enorme? — gridano gli amici.
— Eh, lasciatemi stare! non me ne va una di bene. Torno adesso da Montecarlo. Sono rimasto un'ora nella sala da gioco e, ogni volta che girava la pallina, dicevo: adesso vien rosso — ora, vien nero.... ebbene, ho indovinato trenta volte di seguito. Se avessi messo la posta di seimila lire, sarei tornato via con 180 mila lire in saccoccia. Son dunque novemila marenghi che ho perduto. Quel Montecarlo è una rovina, un inferno, un abisso!
Lo sorpresi, una sera, immerso nelle più gravi meditazioni, come se macchinasse un vasto piano finanziario.
Per più minuti non aperse bocca, sprofondato nelle sue fantasticherie. Finalmente esclamò:
— Oh! se avessi centomila lire!
— Che faresti?
Egli, quasi stupefatto:
— Che farei?... niente.