CIARLE E MACCHIETTEUn bel caso.Il marchese Alfonso Orlandi, uomo di tatto se non di spirito, subito si era accorto che ci faceva la parte del terzo incomodo: per ciò, passati neppure dieci minuti in ciarle inconcludenti, si alzò dalla poltrona, e con l'inchino misurato del gentiluomo corretto, porse la mano guantata alla bella padrona di casa.— Contessa: a rivederci.— Così presto!— Si figuri con che piacere rimarrei: ma ho ancora cinque o sei visite da fare e alle sei devo trovarmi al municipio, col conte....— Questo municipio!— Salute pubblica, contessa! — esclamò il marchese, sorridendo.— Ma, dunque, c'è pericolo!— Dicono.— Dio! quel mio marito è tanto preoccupato!...da che lo hanno delegato all'igiene, è diventato proprio un uomo impossibile; son due giorni, si figuri, che lo vedo e non lo vedo. Stamane, m'ha fatto sapere che farebbe nottata al municipio. Ma, dico io, bisogna essere matti!— Ah, contessa, non ci condanni!— Che? anche lei?— Sì; anch'io passerò la notte al municipio.— A vegliare sulla salute pubblica?— Dica.... a dormire sopra un sofà.Il marchese Orlandi fece un mezzo giretto e s'inchinò alla baronessa Manassero, poi strinse la mano a un giovinotto seduto presso il pianoforte, dicendogli:—Ciao, Eugenio: ci vediamo, stasera, al circolo?— Sì.... cioè, non so.— Se vieni, mi ci trovi di certo; non tornerò al municipio che verso mezzanotte.Il marchese andò via; non così la baronessa Manassero, vecchia pettegola, che s'accorgeva benissimo quanto la sua presenza fosse d'imbarazzo, ma ci pigliava gusto appunto per ciò.La conversazione languiva e la contessa Emilia aveva soffocato più d'un leggero sbadiglio sotto il fazzoletto di pizzo di Fiandra: ma la baronessa si mostrava inesorabile.Alla fine, la contessa si alzò, dicendo alla vecchia:— Ah! lei ancora non ha visto gli acquerelli del povero De Nittis, comprati ier l'altro da Ottavio? venga, venga.... stanno di là.Era un congedo in piena regola e la baronessa, passando davanti al marchese Eugenio Jung, gli porse la mano, in segno di saluto, con un risolino sarcastico di vecchia maligna.Due minuti dopo, la contessa rientrava, sola, nel salotto, e con le belle braccia incrociate si fermava davanti a Eugenio Jung.— Dunque, tu mi vuoi compromettere?— Ma che fo, io?— Sfido! Son già passate quattro visite e tu sei sempre là, come un mobile di casa. Che figura ci fo, io?— Colpa tua! se tu m'avessi detto un sì....— Ma ripensaci meglio; sono idee da matti.— Ma no, vedi. Tuo marito passa la notte al municipio. Alle otto, tu dici d'andare a teatro e io t'accompagno. Non c'è nulla di strano, mi pare! ti ci ho accompagnata cento volte. Invece di andare in legno, si va a piedi: il teatro è così vicino! Io preparo un legno qualunque, alla prima svoltata, e andiamo alla palazzina In cinque minuti....— Non tentarmi, te ne prego. Ma se qualcuno ci vedesse!— Impossibile: a quell'ora, la strada è deserta;nella palazzina, non c'è anima viva; ho io le chiavi in tasca. Dunque?E le prendeva le mani, baciandole.— Senti: vado subito a preparare una cenetta da innamorati. Non mi dire di no!... Delle frutta, dei biscotti, delloChampagne!— Ci penserò.— No, no.... devi dire di sì.— Sta zitto, che vien gente!— Ma dimmi di sì, allora!— Ho paura.... non so.... vien gente davvero....— Alle otto io son qua.— E sia.... ma non te l'assicuro.... vieni alle otto.... se mi vedrai vestita per uscire, allora....Il cavalier Clemente Mascagni entrò nel salotto, e la contessa gli mosse incontro col più amabile dei sorrisi.Il marchesino Eugenio Jung salutò e andò via con passo leggero e il viso raggiante.Appena fu nella strada, subito si occupò dei preparativi della cenetta: comperò del pasticcio di Strasburgo con tartufi, delle pastine inglesi alla vainiglia, dellepralinesdi Boissier, delle scatole di frutti canditi di Napoli, dei barattoletti di conserva di ribes, dello Chablis, dell'Johannisberg, dello Champagne da venti lire la bottiglia, e lui medesimo, con una vettura da nolo, portò quell'ammasso di ghiottonerie nella misteriosapalazzina, in via dei Colli, dicendo a sè stesso:— Emilia verrà! oh, verrà!La sera, alle sette e tre quarti, tornò al palazzo Reginaldi e la cameriera gli disse:— La signora contessa finisce di vestirsi e subito è da lei: ma già, c'è tempo più di mezz'ora al teatro!— Ah, sicuro! — fece Eugenio, e un lampo di trionfo e di piacere gli balenò negli occhi: — e Ottavio?— È già andato al municipio.Ah! quella cenetta, col pungolo dello paure, coi misteri piccanti del frutto proibito, era veramente incantevole!Donna Emilia, raggiante in un pittoresco disordine, rovesciava spesso la testa sulla spalliera, mostrava i denti bianchi come il gelsomino e diceva:— Pare la scena del terz'atto delDivorçons!... è il secondo o il terzo? non me ne ricordo più.Eugenio, con gli occhi lustri e le guancie accese, non faceva che stappare bottiglie, e i vini giallicci spumavano, ondeggiavano, brillando al chiarore dei candelabri, come una pioggia di topazi.— Oh, Dio! come farò per tornare a casa? — esclamò la contessa, e intanto le sue dita stringevano il calice di Murano, colmo di vin del Reno.A un tratto, la contessa si fece terribilmente pallida.— Come mi sento male!... apri un po' le finestre.... no, non aprirle.... Oh, Dio!Eugenio, spaventato, con la testa confusa, l'abbracciava, la baciava, piangeva.— Che hai? che ti senti?— Oh, Dio! se continua, muoio!E lui, fuori di sè, le versava acqua, aceto sulla testa, la slacciava, le faceva vento; ma il malessere si sviluppava con un crescendo spaventevole.— Ma che è, mio Dio? — gemeva la povera contessa: — qualcuno.... un medico!...— Corro io.....— No! non lasciarmi sola.Che fare? che fare?— Come ti senti?La contessa non poteva rispondere: i suoi lineamenti stravolti, contraffatti, facevano paura e pietà.Eugenio escì di corsa, senza cappello: entrò nel primo portone che trovò e disse alla portinaia:— Cinque lire per voi, se mi trovate un medicoo lo conducete subito qui accanto: che prenda una carrozza, mi raccomando!... presto!...Dieci minuti dopo la portinaia tornava con un medico addetto al servizio notturno dello spedale. Eugenio stava sulla porta della palazzina: diede le cinque lire alla donna e la mandò via; disse al cocchiere di aspettare e introdusse il medico. Il quale trovò la contessa in uno stato deplorevole. La esaminò ben bene e crollò la testa. Poi chiese al marchese:— È sua moglie?— Sì.... signore.— Scusi, come si chiama lei?— Io?... Eugenio.... Martini.— Andrò io — rispose il medico — a preparare una pozione di laudano: cinque minuti, neppure, e son di ritorno: intanto, pigli delle pezzo di lana, e faccia delle frizioni.... forti: m'intende?Dopo cinque minuti, il dottore infatti tornava con una pozione di laudano e con.... due guardie municipali.— Scusi, signor Martini — disse al marchesino — scusi, se faccio il mio dovere. Non sarà niente, spero, ma intanto, abbiamo i sintomi d'un caso sospetto.Eugenio impallidì come un morto.Uno degli agenti municipali si pose di sentinella al portone e l'altro rimase nella sala, in aiuto del medico.Il marchesino pareva una statua, e il suo terrore crebbe, quando udì che il medico diceva alla guardia:— Chi è andato al municipio?— Il nostro brigadiere, signor dottore.— Sta bene.Sonavano le dieci, quando la contessa tornò pienamente in sè, ma con gli occhi ancora smarriti, infossati, le labbra livide, profondamente abbattuta.In quel momento, per la via deserta, s'udì un gran rullìo di carrozze, e due legni si fermarono davanti al portone della palazzina. Eugenio, con gli occhi fuori della testa, si lanciò giù per le scale e nel portone s'incontrò col conte Ottavio Reginaldi, seguìto da un segretario di prefettura, da un sanitario municipale e da quattro guardie.— Eugenio! — esclamò il conte: — e tu che ci fai, qua?— Ti dirò.... appunto....Intanto, il segretario di prefettura ascendeva i primi scalini. Eugenio l'afferrò per le falde del soprabito, gridando al conte:— Te ne supplico! che nessuno salga, se prima non ho parlato con te.Il segretario stupito si fermò e il marchese, traendo il conte in un angolo del portone, gli disse con voce bassa, tremante, rotta dall'emozione:— Sai.... mi succede un caso tremendo.... Io, ero qui con una signora....— Con la signora Martini?— Ma che Martini!... è un nome falso: è una signora....— Maritata?— Già: che forse quel signore là conosce; che forse tu stesso conosci.... capisci? sarebbe uno scandalo.... io.... lei.... morirebbe di certo.— Oh, corpo di.... ma guarda che cosa va a succedere! e come si fa adesso? io devo prendere le misure che.... capisci bene! il primocaso, il primocaso!— Ma che caso! non è niente, ti ripeto: è un disturbo passeggero; non capisco come quell'asino di dottore!...— In realtà non ha denunciato un caso di colera; ma semplicemente un caso sospetto....— E allora che serve tanto apparato? dal momento che già vi son due guardie, basta! stiamo almeno un po' a vedere: che ne dici?— Pensa un po' se io voglio compromettereun amico come te.... Ma guarda in che razza d'impicci ti sei messo!... però, almeno, bisognerebbe sentire il dottore.— Aspetta, che lo porto subito qua e sentiremo.Eugenio ascese gli scalini a quattro a quattro; entrò nella sala come una bomba, chiamò il dottore in disparte e gli disse all'orecchio:— Senta: giù c'è l'autorità municipale, ma se lei dice che è un caso di colera, io, parola d'onore, lo strangolo! Parola d'onore!E il dottore, intontito:— Ma che colera! non era che un'indigestione e la signora adesso sta meglio, tanto che, tra un'oretta, ci scommetterei, non avrà più nulla.Eugenio lo abbracciò con effusione.— Davvero? ma allora, santo Dio, perchè tanto chiasso?— Capirà bene! i sintomi erano quelli!Il dottore, con la guardia e col marchesino, scese nel portone e dichiarò, sul suo onore, essersi dileguato qualunque sospetto di morbo epidemico. Poi, si ritirarono tutti, mentre il conte Ottavio Reginaldi, stringendo la mano al marchesino Jung, gli diceva, strizzando gli occhi:— Perdoni il disturbo, signor Martini!Un'ora dopo, la contessa Emilia, pallida, sfinita, mal reggendosi in gambe, rientrava nel suo palazzo,al braccio di Eugenio, quasi più pallido di lei.— Ma che ha? — le chiese, premurosa, la cameriera: — si sente male?— No.... sono ancora tutta commossa.... era tanto straziante, quel dramma!... ho pianto dalla prima all'ultima scena.— Me ne vergogno — soggiunse il marchesino — ma ho pianto anch'io.Quando la contessa fu a letto, la cameriera riferì il caso al portiere, che le faceva un po' di corte.— Davvero? — disse lui; — ma che diavolo di dramma facevano? voglio un po' vedere.E fece un salto alla prima cantonata, dove lesse sul manifesto teatrale:IL MONDO DELLA NOIA!— Oh, questi drammacci francesi! — esclamò.E tornò a palazzo.La sera appresso, nel circolo serale intimo della contessa, non si parlava che dell'argomento del giorno.Tutti avevano letto nel foglio del mattino che, in un palazzina di via dei Colli, era successo — come dicono i cronisti — un “falso allarme”.— Ma si trattava davvero d'una indigestione? — chiesela baronessa Manassero al conte Ottavio Reginaldi; — perchè, già, voi altri del municipio siete capacissimi di nascondere la verità.— Oh, giuro che si trattava d'una indigestione! — rispose l'ottimo Ottavio.Poi, guardando con la coda dell'occhio il marchesino Jung e ridendo come un matto:— Sebbene si trattasse d'un caso sospetto.... oh, molto sospetto!I lampioni..... Quella sera, seduto sopra una colonnina di Monte Cavallo — nella poetica posa di tutti i grandi uominigiovanetti, derivati dal Colombo del Monteverde — me la godevo un mondo, alla vista di quel vasto ondeggiamento di folla in letizia, mentre i lanternini variopinti tremolavano su cappelli e cheppì, mentre i due simulacri dei Dioscuri,di oscurisi facevan luminosi, per la luce dei bengali, tingendosi in rosso, in verde, in viola — e l'acqua della fontana, mormorando insieme alla folla, pareva ora una pioggia di smeraldi, or di topazi. Quel formicolare gigantesco di luci e d'ombre, quel festoso gridìo che si spandeva nella serenità della notte romana, infondeva in me come negli altri un senso di giocondo entusiasmo e gli occhi si fermavano, con orgogliosa tenerezza, su quel gruppo di vecchi reduci dai patrii eserciti, da cui sorgeva una fila di lampioni oscuri, con lettere bianche e luminose, combinate in modo che risaltava in aria la scritta:I VETERANI.Per quanto fu lungo il tragitto, quelle radianti lettere non si scomposero mai, come se coloro che le portavano si ricordassero ancora l'antica esattezza militare e, nel passare tra le fitte spalliere di popolo, provocavano un saluto e un plauso dalla moltitudine.Mentre anch'io, come tutti gli altri, ammiravo la bella riuscita del corteo e lo stupendo insieme del gruppo dei veterani, per via d'antitesi ricordavo un caso di luminaria andata a male — saranno ormai quattordici o quindici anni — nel modesto quanto ignoto comune di Crescimbeni, sul Nervia.Da tempo immemorabile, era sindaco di Crescimbeni il cavaliere Procopio De Collepranis, uomo illetterato e integerrimo, il quale, nel commercio dei semi oleosi, aveva riunito con felice abilità un patrimonio considerevole e la fiducia amministrativa de' suoi concittadini.In seguito a otto giorni di pioggia, il Nervia si gonfiò in modo straordinario e minacciò una inondazione nei bassi fondi sociali di Crescimbeni. Il sindaco — raccogliendo tutta la sua energia nelle misure precauzionali — chiamò a sè un abile falegname e gli ordinò dodici cassette pensili, destinate a raccogliere le oblazioni a pro degli inondati, e poi aspettò.Ma il Nervia — con la malignità pettegola deifiumi di provincia — deluse la generosa antiveggenza del sindaco e il cavaliere Procopio De Collepranis, facendo riporre le dodici cassette nelle cantine municipali, disse all'usciere:— Ricordatevi che i romani conquistarono il mondo con sole dodici tavole.La frase fece il giro della farmacia di Crescimbeni e il maestro comunale disse, con accento d'autorità:— Il cavaliere De Collepranis è un.... parallelo di Plutarco; bisognerebbe far qualche cosa in onor suo; un arco di trionfo.... un sonetto.... una serenata.... sei bottiglie di Barolo con le firme degli elettori.... qualche cosa, insomma.La sera medesima s'adunò in solenne assemblea ilClub dei caciocavallie, dopo lunga discussione, fu decisa una fiaccolata in onore del cavaliere Procopio, con incarico al maestro comunale di fissarne il programma: anzi, facesse pure di sua testa quel che credesse meglio.Il maestro comunale, Diodato Ciuffetti, rimuginando l'alfabeto, pascolo abituale dei giovanissimi idioti ai quali impartiva la luce dell'anima, ebbe un'idea originale, un concetto felice e straordinario. Fece fare venticinque lampioni di carta oliata e di forma ovoidale: ognuno dei quali con lettera trasparente: in tutto venticinque lettereche, disposte abilmente su tre file, si presentavano così:VIVAPROCOPIODE COLLEPRANIS.E non basta. I lampioni, ogni tanto, avrebbero dovuto mutar posto con precisione matematica, per comporre delle nuove scritte, in onore del sindaco, degli anagrammi più o meno riusciti, come sarebbe questo:VIVAIL SINDACO EROE.Fatti i lanternoni, il maestro riunì attorno a sè venticinque analfabeti di buona volontà e li educò militarmente con la pazienza d'un vecchio sergente istruttore che ha da insegnare a reclute di montagna quale sia la man destra e quale la sinistra.Il maestro Ciuffetti, venuto il gran giorno (era una domenica, sull'avemaria) tenne i suoi militi sotto le armi per sei ore di seguito, poi dichiarò al comitato ch'egli era pronto a scendere in piazza.Sull'imbrunire, si formò il corteo che dai casotti del dazio, attraversando la via principale,si mosse lentamente verso la piazza del municipio.I lampioni, ordinati con cura dal maestro Ciuffetti, partirono insieme come un lampione solo, facendo vedere sopra una linea le parole:VIVA PROCOPIO DE COLLEPRANIS.Ma, dopo cento passi, l'ondeggiamento irregolare della folla aveva già sensibilmente alterato la situazione dei lampioni, senza contare che un'R s'era fermata a un'osteria per berne un quintino, e tentava inutilmente di raggiungere il suo posto già invaso da un'N.Quando si fu vicini alla chiesa parrocchiale, il prevosto — nemico politico del maestro — apparve, con un sorriso sarcastico, sulla gradinata.— Voglio che crepi di bile! — pensò il maestro, e volgendosi ai lampionai gridò:— Componete il primo anagramma.La massa dei lampioni si scompose come i pezzi d'un caleidoscopio, poi parve riordinarsi, ma la prima fila non mostrò che questa misteriosa, indecifrabile parola:PERACOLDENImentre, proprio nel passare davanti al prevosto,una seconda fila si presentò con questa combinazione:VIVA IL PORCOPIOIl prevosto si ritirò, gridando al maestro:— Canaglia! me la pagherà.Diodato Ciuffetti ebbe un leggero brivido di paura, ma poi si strinse nelle spalle e tirò innanzi, gridando ai lampionai:— State attenti, somaracci infami! Adesso passiamo sotto la casa del sindaco e, a un mio segnale, farete quel primo anagramma che non vi riuscì:Viva ilsindaco eroe.... avete capito? Attenti, che c'è appunto la sua signora alla finestra.E salutando ossequiosamente la moglie del sindaco, il maestro Ciuffetti diede il segnale e tosto i lampioni si presentarono cosìVIVALE CORNADEL CAPRO....SI— Schifosi! — urlò il povero maestro, scagliandosi contro i lampioni e, nel suo cieco furore, diede un pugno sugli occhi al D, unoschiaffo per uno ai tre P e un calcio all'N, calcio che a dirittura sfondò l'ANIS del nome sindacale.Intanto, il corteo, tra bene e male, più male che bene, giungeva sulla piazza del municipio; il maestro Ciuffetti si strappava i suddetti a dozzine dalla testa, e si spolmonava gridando ai lampionai:— Ma non vi ricordate quel che vi ho insegnato, brutti infami?E poi, con voce carezzevole:— Da bravi, figlioli miei, un po' di buona volontà! componetemiViva il sindaco eroe!Non vedete che si arriva davanti al municipio? Noi siamo disonorati!...Tra i gemiti del maestro, i lampioni fecero una sosta, s'incrociarono, si confusero, parvero riordinarsi e finalmente si formarono così:CREPI IL RIO SCARPONE....Il maestro Ciuffetti, con gli occhi fuori della testa, prende per le orecchie il primo V che, trascinato dalla folla, gli capita tra le mani e lo scaraventa contro un muricciolo. Proprio in quel momento, ecco trafelato il presidente delClub dei caciocavalli, che strilla al maestro:— Presto! presto!... il cavaliere De Collepranis scende le scale del municipio.... presto!—Viva il sindaco eroe!lampioni, riabilitatevi!Il sindaco appare maestosamente sulla porta del municipio e i lampioni si combinano così:ARRIVA IL VIL POPCONEIl Sindaco(cominciando il discorso). Grazie, o fratelli....Testolina sventata.Il tramonto è soave: il mare è di un turchino intenso cupo, e il cielo è d'oro: le torri della fortezza si profilano in grigio scuro sull'orizzonte, che ha i riflessi dei grandi mosaici bisantini; sulla rotonda delPirgoè un elegante ronzìo di signore che, nella penombra crepuscolare, sgranocchiano amorucci, mode, piccole maldicenze e scioccherie. I fredduristi, i manipolatori dicolmi, gli amatori di logogrifi passano da un gruppo all'altro, spacciando come possono la chincaglieria dello spirito. Secondo l'indole, i gusti, l'età, il temperamento o l'abitudine, si formano i piccoli crocchi dell'intimità che negli stabilimenti dei bagni sono sempre composti di quattro persone: la coppia balnearia è, invariabilmente, una duplice coppia: si è in due soltanto a patto d'essere in quattro.Esempi(non si citano che le categorie principali).Gruppo di corte lecita con avviamento al matrimonio: la figlia — l'innamorato — la mamma — l'amico che fa discorrere la mamma.Gruppo eventuale, senza avviamento probabile allo stato civile: la figlia — l'amante — la mamma della suddetta — una vecchia signora che distoglie l'attenzione della mamma e ne salva la dignità.Gruppo di famiglia: la moglie e il marito — l'amico — il viceamico che gioca a tarocchi col marito.Gruppo autorevole; la moglie del prefetto — l'amico della moglie del prefetto — il prefetto — l'amica del prefetto.La coppia in quattro è, ripeto, inevitabile in uno stabilimento di bagni: pure c'è, per il momento, una coppia in due, ma non si tratta che di due dame e il caso è tanto raro quanto temporaneo.La coppia è formata dalla contessa di Mallare e dalla marchesa di Santelmo, due graziose donnine inseparabili, le quali, senza dirselo, nonaspettano altro che il momento di formare anche loro la famosa coppia balneare in quattro, e intanto passeggiano su e giù a braccetto, bisbigliando confidenze e sparlando, con garbo e spirito, delle amiche intime.Ma, ogni tanto, anche senza volerlo, gli occhi loro guardano verso l'ingresso e le labbra vermiglie fanno qualche smorfiettina d'impazienza. La contessa di Mallare non sa capire come il capitano Trocchi di Costigliole ancora non sia venuto, mentre per solito a quell'ora non manca mai; la marchesa Santelmo, a sua volta, domanda a sè stessa dove diamine si sia cacciato il giovine baroncino di Cherasco, e sente il cuore tenagliato da un'indistinta gelosia.Ciascuna ha il suo pensiero fisso, ma si parla di tutt'altro e il discorso corre lo stesso, tanto più che non ha soggetto determinato e va a capriccio, come il volo delle farfalle.La Santelmo, per dir qualche cosa, domanda alla contessa di Mallare:— Che fa la Gabrielli? È tanto tempo che non l'ho vista.— Che cosa vuoi che faccia? Fa.... paura.— Come?... È tanto brutta?— Bruttissima: quasi quanto la De Sottaz.— Quale De Sottaz! io non la conosco.— Come, non la conosci?— Per niente.— Ma che! tu la conosci benissimo. Non ti ricordi.... il male che ne abbiam detto ieri?Un giovanotto attraversa la sala da ballo, avviandosi verso la rotonda e la contessa di Mallare dice, con accento maliziosetto:— Ecco finalmente il di Cherasco!La marchesa Santelmo trasalisce e guarda per poi soggiungere:— No, non è lui.— Però, guarda, come gli somiglia! non ti pare?— Non mi pare: in ogni caso, non me ne rallegro con lui, perchè quel povero baroncino ha una figura tutt'altro che simpatica.— Ma che dici?— E poi è così stupido, così noioso, così pretenzioso, Dio mio!— Fai male, vedi, a dire di queste malignità.— Ho detto di peggio iersera, nella sala, e c'erano più di venti persone. Che me ne importa?— Hai fatto anche peggio: non bisogna che il pubblico prenda parte a questi malumori.— E perchè?— Perchè il pubblico, cara mia, fa un mondodi supposizioni perfide e maligne sui rancori di due persone che si sono amate.— Ma come! anche tu, come altra gente, credi che io sia stata l'amante del di Cherasco?— Sicuro!— Ma questo è un abominio; questa è una calunnia! io ti posso provare che non c'è niente di vero, che non c'è mai stata neppur l'ombra di una relazione fra me e lui.E qui la bella e stordita marchesa di Santelmo si mette a sciorinare, dirò così, tutti i documenti umani secondo i quali resta assodata la purità della sua condotta.La contessa ascolta freddamente questa apologia con un sorrisetto di scetticismo.— Non sei dunque persuasa? — conchiude la marchesa.— No: per niente.— Ma in base a che ti ostini a credere ch'egli sia stato amante mio?— In base a che?!...ma se, mia cara, sei proprio tu che me lo hai detto!— Davvero?— Davvero.— Guarda un po'! me n'ero scordata.Alla ricerca dell'infelicità.— È inutile! più mi ci provo, a farmi un po' di coraggio, e più sento d'avere una paura maledetta di questa epidemia.— Carissimo Macario! — soggiunse il dottore, alzando le spalle, — io non so davvero che razza di consiglio darvi: siete troppo affezionato alla vita, voi!... se non foste così fortunato, così felice, la morte, vicina o lontana, non vi farebbe tanto spavento: credete a me.— Dunque: contro la paura non c'è rimedio?— Oh sì: ce ne sarebbe uno: ma non so se il rimedio sia preferibile alla malattia.— Dite pure: io non tremo, davanti alle medicine: la paura.... mi darà un coraggio di leone. Che devo fare?— Una cosa dolorosa, ma facilissima.— Sentiamo.— Procurarvi.... molta infelicità....Macario Tuccimei fece un par d'occhi bovini e guardò fisso la faccia pallida e canzonatrice del dottor Giulio Sottani, come per chiedere:— Da burla o sul serio!Il dottore sorrise e continuò, con la sua voce flemmatica:— Siate molto infelice, Macario mio, se volete essere meno infelice di quel che siete adesso. Quando vi sarete convinto che la vita è un soffrire continuo, poco più vi premerà morire di colera o di tubercolosi....— E dite queste cose voi? un medico!— Appunto. Più vado innanzi e più mi persuado che anche la vita è una malattia. Forse è la sola da cui si possa guarire.... col tempo.L'onesto Macario Tuccimei escì, pensoso, dalla casa del dottore.— E se, poi, avesse ragione lui? pure è curiosa che un uomo, per essere tranquillo, si deva procurare una certa dose d'infelicità!... e se mi ci provassi?L'eccellente Macario Tuccimei passò, mentalmente, in rassegna le fonti principali della propria felicità: una salute di ferro, un solido patrimonio, una moglie virtuosa e adorabile.Mentre andava ruminando, fu fermato da suocugino Augusto Marinelli, libero ma ozioso cittadino, scioperato, pieno di debiti e di vizi.— Senti, Macario mio: mi dovresti fare un gran favore: ho giocato e ho perso sulla parola....— Non mi parlare di queste faccende!— Se non m'aiuti, parola, mi brucio le cervella.Macario pensò:— E se, per cominciare, buttassi via dei quattrini?Poi, come uno che prenda una risoluzione, chiese al cugino:— Meno ciarle: quanto t'abbisogna?— Diecimila lire.— Corbezzoli!— Ma ti giuro che, dentro il mese, te le renderò.Macario Tuccimei andò, col cugino, dal suo banchiere e gli fece consegnare dieci biglietti da mille: poi, quando rimase solo, esclamò:— È come se m'avesse strappato un pezzo di cuore. Quanto mi fa piacere d'essere così scontento di quello che ho fatto!Così, mentre adagino adagino tornava a casa,Macario s'abbandonava alle più dolci riflessioni.— Adesso dirò a Celestina che ho prestato diecimila lire ad Augusto, e son sicuro che mi farà una scena terribile! — e si stropicciava le mani: — sarà la prima volta, ma son certo che, appena lei lo sa, mi carica di improperi. Ci tiene tanto al denaro!Appena deposto il cappello e consegnato alla moglie il bastone di bambù, Macario prese un aspetto contrito e cominciò:— Sai, moglie mia: mezz'ora fa ho commesso una corbelleria tale....E le raccontò il caso; poi, conchiuse:— Sì: a quello scioperato d'Augusto, che non potrà restituirmele mai più.E abbassò il capo, aspettando la tempesta.Celestina, invece, gli si buttò al collo, tutta intenerita:— Che cuore che hai! dopo tutto, bisogna aiutarli, i propri parenti!...Il giorno appresso, Augusto Marinelli, con un dispaccio in mano, entrò come una bomba in casa Tuccimei e gridò a Macario:— È morto di colèra alla Spezia lo zio Luciano e m'ha lasciato ventimila lire di rendita. Che fortuna! che fortuna!Poi, correggendo:— E che tremenda, irreparabile disgrazia!Tre giorni dopo, Augusto restituiva le diecimila lire al cugino, più — a titolo di regalo — due magnifici anelli di brillanti, che facevano parte dell'asse ereditario.— Scommetto, — pensava il povero Macario, — che, se butto in mare centomila lire, il giorno dopo il cuoco me le riporta a casa dentro un pesce. E sia! non ci pensiamo più....Poi, guardando Celestina, che ricamava un orrendo paio di pantofole:— E se mi procurassi delle infelicità coniugali? che idea!... Ma intendiamoci! non già che lei.... io piuttosto potrei.... sicuro! perchè no?...Andò nello studio e, alterando un poco la calligrafia, fece una mezza dozzina di lettere amorose dirette a sè medesimo, le firmòClorindae le pose nella tasca interna del soprabito, che poi appese all'attaccapanni.Sulla fine del pranzo, disse a Celestina:— Vedi un po' nella tasca interna del mio soprabito: ci devo avere dei sigari.— Dove sta?— Sta appeso nello studio.Celestina, premurosa, andò e tornò subito.— Nella tasca interna, hai detto?— Sì.— Non c'è niente.— Come: non c'è niente!— Non ci hai che una quantità di carte.... mi son parse lettere....— Spero che non le avrai lette? — gridò Macario, fingendo quasi terrore.— Ma ti pare!La sera, Macario provò a lasciare quelle lettere sparse sul comò; ma la mattina, Celestina stessa le radunò, guardandosi bene dall'aprirle, ne fece un bel pacchetto, che legò con un nastrino, e lo presentòal marito, dicendo:— Hai scordato queste carte sul comò: ti servono o le devo riporre?— Buttale magari via! — rispose Macario, profondamente deluso. — Arriverò fino all'eroismo! — pensò il desolato Tuccimei — esporrò Celestina alle seduzioni della colpa.... L'esperimento è doloroso, ma necessario!Eh, a dirlo ci vuol poco! ma come si fa? non è mica facile fermare un amico o il primo venuto per dirgli: mi farebbe il piacere di?...Tra l'altro il salotto di casa Tuccimei era frequentatoda pochissime persone e tutta gente matura che aveva altro per la testa.Mediante un processo d'eliminazione, Macario arrivò a conchiudere che, tra tutti gli amici di casa, non ce n'era che uno solo capace di rendergli quel servizio: vale a dire Cesare Marchini, non tanto bello, poco spiritoso, ma non antipatico: oltre a ciò robusto e giovane ancora, poichè non aveva, a sentir lui, che trentasei anni. Tuccimei lo aveva conosciuto assai prima del matrimonio e tra di loro c'era intimità. Quando Celestina entrò in casa Tuccimei, l'amico Cesare Marchini fu, per così dire, il convitato abituale, ch'era a pranzo o a cena un giorno sì e l'altro no, giocando poi a tarocchi con Macario e tre volte la settimana facendo — gratuitamente, si capisce — lezione di pianoforte a Celestina, che aveva pur troppo delle tendenze organiche alle romanze per camera.— Sicuro! — pensò il buon Tuccimei, a guisa di corollario: — se Cesare si prestasse!... ma come faccio io a introdurli in.... questa corrente d'idee? sono due anime così pure, così ingenue!A ogni modo, volle tentare e fece del suo meglio.Certe volte, tra la moglie e l'amico, faceva certi discorsi che pareva.... cerco un paragone possibile!... pareva (l'ho trovato) un suocero intento a gonfiare ben bene il suo futuro genero: quando, poi, si trovava solo con Cesare, si lasciava andare a certe descrizioni curiose così da rammentare quel re di Lidia che, a furia di vantare all'amico Gige le belle qualità della consorte, si fece togliere la moglie, il trono e la vita.Ma Celestina era sempre la stessa donna insignificante e Cesare non capiva niente.A pranzo, faceva bere molto vino spumante a lei e a lui, poi li lasciava soli, con un pretesto qualunque, dicendo magari che doveva partire per un giorno o due: tornava invece d'improvviso dopo un par d'orette, e li trovava seri, composti, accigliati, come sempre, seduti davanti al pianoforte, con l'eterna romanzaVorrei morirsopra il leggìo.— Dopo tutto — pensava — non sarò infelice, poichè Dio non vuole; ma è una cosa che tocca proprio il core. Oh, la felicità, l'amicizia non sono vane parole!E abbracciava Celestina con tenerezza e stringeva caldamente la mano a Cesare.Una sera, nell'alzare la tenda per entrare nel salotto, Macario si fermò.Celestina stava sopra un sofà e Cesare ai suoi piedi....Ridevano tutti e due, ridevano forte.— Che fanno? — e Macario stette nella penombra ad osservare, poi rise anche lui silenziosamente dentro di sè.Cesare non faceva che allacciarle innocentemente il cappio delle scarpine, che s'era snodato.— Son due fanciulloni! — pensò Macario, dolcemente commosso: — ma, adesso, voglio fare una bella burletta.E inoltrandosi con passo tragico nel salotto, incrociò formidabilmente le braccia sul petto e tuonò con voce stentorea:— Ah! vi ho sorpreso, finalmente!Cesare si alzò pallido, esterrefatto, e mormorò:— Potresti uccidermi, lo so: ma non fare scandali.... sono ai tuoi ordini!— Come!?..Macario sentì un tuffo al cervello, gli si annebbiarono gli occhi, gli si piegarono le gambe e cadde sopra una sedia.— E pensare che sono stato io! io!Poi, a Celestina, che si nascondeva la faccia:— No: la colpa è mia! non ho diritto di vendicarmi: non temere.... ma voglio una confessione schietta, schietta. Da quanto è che?..Celestina, singhiozzando:— Da cinque anni.— Da cinque anni??..
CIARLE E MACCHIETTE
Il marchese Alfonso Orlandi, uomo di tatto se non di spirito, subito si era accorto che ci faceva la parte del terzo incomodo: per ciò, passati neppure dieci minuti in ciarle inconcludenti, si alzò dalla poltrona, e con l'inchino misurato del gentiluomo corretto, porse la mano guantata alla bella padrona di casa.
— Contessa: a rivederci.
— Così presto!
— Si figuri con che piacere rimarrei: ma ho ancora cinque o sei visite da fare e alle sei devo trovarmi al municipio, col conte....
— Questo municipio!
— Salute pubblica, contessa! — esclamò il marchese, sorridendo.
— Ma, dunque, c'è pericolo!
— Dicono.
— Dio! quel mio marito è tanto preoccupato!...da che lo hanno delegato all'igiene, è diventato proprio un uomo impossibile; son due giorni, si figuri, che lo vedo e non lo vedo. Stamane, m'ha fatto sapere che farebbe nottata al municipio. Ma, dico io, bisogna essere matti!
— Ah, contessa, non ci condanni!
— Che? anche lei?
— Sì; anch'io passerò la notte al municipio.
— A vegliare sulla salute pubblica?
— Dica.... a dormire sopra un sofà.
Il marchese Orlandi fece un mezzo giretto e s'inchinò alla baronessa Manassero, poi strinse la mano a un giovinotto seduto presso il pianoforte, dicendogli:
—Ciao, Eugenio: ci vediamo, stasera, al circolo?
— Sì.... cioè, non so.
— Se vieni, mi ci trovi di certo; non tornerò al municipio che verso mezzanotte.
Il marchese andò via; non così la baronessa Manassero, vecchia pettegola, che s'accorgeva benissimo quanto la sua presenza fosse d'imbarazzo, ma ci pigliava gusto appunto per ciò.
La conversazione languiva e la contessa Emilia aveva soffocato più d'un leggero sbadiglio sotto il fazzoletto di pizzo di Fiandra: ma la baronessa si mostrava inesorabile.
Alla fine, la contessa si alzò, dicendo alla vecchia:
— Ah! lei ancora non ha visto gli acquerelli del povero De Nittis, comprati ier l'altro da Ottavio? venga, venga.... stanno di là.
Era un congedo in piena regola e la baronessa, passando davanti al marchese Eugenio Jung, gli porse la mano, in segno di saluto, con un risolino sarcastico di vecchia maligna.
Due minuti dopo, la contessa rientrava, sola, nel salotto, e con le belle braccia incrociate si fermava davanti a Eugenio Jung.
— Dunque, tu mi vuoi compromettere?
— Ma che fo, io?
— Sfido! Son già passate quattro visite e tu sei sempre là, come un mobile di casa. Che figura ci fo, io?
— Colpa tua! se tu m'avessi detto un sì....
— Ma ripensaci meglio; sono idee da matti.
— Ma no, vedi. Tuo marito passa la notte al municipio. Alle otto, tu dici d'andare a teatro e io t'accompagno. Non c'è nulla di strano, mi pare! ti ci ho accompagnata cento volte. Invece di andare in legno, si va a piedi: il teatro è così vicino! Io preparo un legno qualunque, alla prima svoltata, e andiamo alla palazzina In cinque minuti....
— Non tentarmi, te ne prego. Ma se qualcuno ci vedesse!
— Impossibile: a quell'ora, la strada è deserta;nella palazzina, non c'è anima viva; ho io le chiavi in tasca. Dunque?
E le prendeva le mani, baciandole.
— Senti: vado subito a preparare una cenetta da innamorati. Non mi dire di no!... Delle frutta, dei biscotti, delloChampagne!
— Ci penserò.
— No, no.... devi dire di sì.
— Sta zitto, che vien gente!
— Ma dimmi di sì, allora!
— Ho paura.... non so.... vien gente davvero....
— Alle otto io son qua.
— E sia.... ma non te l'assicuro.... vieni alle otto.... se mi vedrai vestita per uscire, allora....
Il cavalier Clemente Mascagni entrò nel salotto, e la contessa gli mosse incontro col più amabile dei sorrisi.
Il marchesino Eugenio Jung salutò e andò via con passo leggero e il viso raggiante.
Appena fu nella strada, subito si occupò dei preparativi della cenetta: comperò del pasticcio di Strasburgo con tartufi, delle pastine inglesi alla vainiglia, dellepralinesdi Boissier, delle scatole di frutti canditi di Napoli, dei barattoletti di conserva di ribes, dello Chablis, dell'Johannisberg, dello Champagne da venti lire la bottiglia, e lui medesimo, con una vettura da nolo, portò quell'ammasso di ghiottonerie nella misteriosapalazzina, in via dei Colli, dicendo a sè stesso:
— Emilia verrà! oh, verrà!
La sera, alle sette e tre quarti, tornò al palazzo Reginaldi e la cameriera gli disse:
— La signora contessa finisce di vestirsi e subito è da lei: ma già, c'è tempo più di mezz'ora al teatro!
— Ah, sicuro! — fece Eugenio, e un lampo di trionfo e di piacere gli balenò negli occhi: — e Ottavio?
— È già andato al municipio.
Ah! quella cenetta, col pungolo dello paure, coi misteri piccanti del frutto proibito, era veramente incantevole!
Donna Emilia, raggiante in un pittoresco disordine, rovesciava spesso la testa sulla spalliera, mostrava i denti bianchi come il gelsomino e diceva:
— Pare la scena del terz'atto delDivorçons!... è il secondo o il terzo? non me ne ricordo più.
Eugenio, con gli occhi lustri e le guancie accese, non faceva che stappare bottiglie, e i vini giallicci spumavano, ondeggiavano, brillando al chiarore dei candelabri, come una pioggia di topazi.
— Oh, Dio! come farò per tornare a casa? — esclamò la contessa, e intanto le sue dita stringevano il calice di Murano, colmo di vin del Reno.
A un tratto, la contessa si fece terribilmente pallida.
— Come mi sento male!... apri un po' le finestre.... no, non aprirle.... Oh, Dio!
Eugenio, spaventato, con la testa confusa, l'abbracciava, la baciava, piangeva.
— Che hai? che ti senti?
— Oh, Dio! se continua, muoio!
E lui, fuori di sè, le versava acqua, aceto sulla testa, la slacciava, le faceva vento; ma il malessere si sviluppava con un crescendo spaventevole.
— Ma che è, mio Dio? — gemeva la povera contessa: — qualcuno.... un medico!...
— Corro io.....
— No! non lasciarmi sola.
Che fare? che fare?
— Come ti senti?
La contessa non poteva rispondere: i suoi lineamenti stravolti, contraffatti, facevano paura e pietà.
Eugenio escì di corsa, senza cappello: entrò nel primo portone che trovò e disse alla portinaia:
— Cinque lire per voi, se mi trovate un medicoo lo conducete subito qui accanto: che prenda una carrozza, mi raccomando!... presto!...
Dieci minuti dopo la portinaia tornava con un medico addetto al servizio notturno dello spedale. Eugenio stava sulla porta della palazzina: diede le cinque lire alla donna e la mandò via; disse al cocchiere di aspettare e introdusse il medico. Il quale trovò la contessa in uno stato deplorevole. La esaminò ben bene e crollò la testa. Poi chiese al marchese:
— È sua moglie?
— Sì.... signore.
— Scusi, come si chiama lei?
— Io?... Eugenio.... Martini.
— Andrò io — rispose il medico — a preparare una pozione di laudano: cinque minuti, neppure, e son di ritorno: intanto, pigli delle pezzo di lana, e faccia delle frizioni.... forti: m'intende?
Dopo cinque minuti, il dottore infatti tornava con una pozione di laudano e con.... due guardie municipali.
— Scusi, signor Martini — disse al marchesino — scusi, se faccio il mio dovere. Non sarà niente, spero, ma intanto, abbiamo i sintomi d'un caso sospetto.
Eugenio impallidì come un morto.
Uno degli agenti municipali si pose di sentinella al portone e l'altro rimase nella sala, in aiuto del medico.
Il marchesino pareva una statua, e il suo terrore crebbe, quando udì che il medico diceva alla guardia:
— Chi è andato al municipio?
— Il nostro brigadiere, signor dottore.
— Sta bene.
Sonavano le dieci, quando la contessa tornò pienamente in sè, ma con gli occhi ancora smarriti, infossati, le labbra livide, profondamente abbattuta.
In quel momento, per la via deserta, s'udì un gran rullìo di carrozze, e due legni si fermarono davanti al portone della palazzina. Eugenio, con gli occhi fuori della testa, si lanciò giù per le scale e nel portone s'incontrò col conte Ottavio Reginaldi, seguìto da un segretario di prefettura, da un sanitario municipale e da quattro guardie.
— Eugenio! — esclamò il conte: — e tu che ci fai, qua?
— Ti dirò.... appunto....
Intanto, il segretario di prefettura ascendeva i primi scalini. Eugenio l'afferrò per le falde del soprabito, gridando al conte:
— Te ne supplico! che nessuno salga, se prima non ho parlato con te.
Il segretario stupito si fermò e il marchese, traendo il conte in un angolo del portone, gli disse con voce bassa, tremante, rotta dall'emozione:
— Sai.... mi succede un caso tremendo.... Io, ero qui con una signora....
— Con la signora Martini?
— Ma che Martini!... è un nome falso: è una signora....
— Maritata?
— Già: che forse quel signore là conosce; che forse tu stesso conosci.... capisci? sarebbe uno scandalo.... io.... lei.... morirebbe di certo.
— Oh, corpo di.... ma guarda che cosa va a succedere! e come si fa adesso? io devo prendere le misure che.... capisci bene! il primocaso, il primocaso!
— Ma che caso! non è niente, ti ripeto: è un disturbo passeggero; non capisco come quell'asino di dottore!...
— In realtà non ha denunciato un caso di colera; ma semplicemente un caso sospetto....
— E allora che serve tanto apparato? dal momento che già vi son due guardie, basta! stiamo almeno un po' a vedere: che ne dici?
— Pensa un po' se io voglio compromettereun amico come te.... Ma guarda in che razza d'impicci ti sei messo!... però, almeno, bisognerebbe sentire il dottore.
— Aspetta, che lo porto subito qua e sentiremo.
Eugenio ascese gli scalini a quattro a quattro; entrò nella sala come una bomba, chiamò il dottore in disparte e gli disse all'orecchio:
— Senta: giù c'è l'autorità municipale, ma se lei dice che è un caso di colera, io, parola d'onore, lo strangolo! Parola d'onore!
E il dottore, intontito:
— Ma che colera! non era che un'indigestione e la signora adesso sta meglio, tanto che, tra un'oretta, ci scommetterei, non avrà più nulla.
Eugenio lo abbracciò con effusione.
— Davvero? ma allora, santo Dio, perchè tanto chiasso?
— Capirà bene! i sintomi erano quelli!
Il dottore, con la guardia e col marchesino, scese nel portone e dichiarò, sul suo onore, essersi dileguato qualunque sospetto di morbo epidemico. Poi, si ritirarono tutti, mentre il conte Ottavio Reginaldi, stringendo la mano al marchesino Jung, gli diceva, strizzando gli occhi:
— Perdoni il disturbo, signor Martini!
Un'ora dopo, la contessa Emilia, pallida, sfinita, mal reggendosi in gambe, rientrava nel suo palazzo,al braccio di Eugenio, quasi più pallido di lei.
— Ma che ha? — le chiese, premurosa, la cameriera: — si sente male?
— No.... sono ancora tutta commossa.... era tanto straziante, quel dramma!... ho pianto dalla prima all'ultima scena.
— Me ne vergogno — soggiunse il marchesino — ma ho pianto anch'io.
Quando la contessa fu a letto, la cameriera riferì il caso al portiere, che le faceva un po' di corte.
— Davvero? — disse lui; — ma che diavolo di dramma facevano? voglio un po' vedere.
E fece un salto alla prima cantonata, dove lesse sul manifesto teatrale:
IL MONDO DELLA NOIA!
— Oh, questi drammacci francesi! — esclamò.
E tornò a palazzo.
La sera appresso, nel circolo serale intimo della contessa, non si parlava che dell'argomento del giorno.
Tutti avevano letto nel foglio del mattino che, in un palazzina di via dei Colli, era successo — come dicono i cronisti — un “falso allarme”.
— Ma si trattava davvero d'una indigestione? — chiesela baronessa Manassero al conte Ottavio Reginaldi; — perchè, già, voi altri del municipio siete capacissimi di nascondere la verità.
— Oh, giuro che si trattava d'una indigestione! — rispose l'ottimo Ottavio.
Poi, guardando con la coda dell'occhio il marchesino Jung e ridendo come un matto:
— Sebbene si trattasse d'un caso sospetto.... oh, molto sospetto!
.... Quella sera, seduto sopra una colonnina di Monte Cavallo — nella poetica posa di tutti i grandi uominigiovanetti, derivati dal Colombo del Monteverde — me la godevo un mondo, alla vista di quel vasto ondeggiamento di folla in letizia, mentre i lanternini variopinti tremolavano su cappelli e cheppì, mentre i due simulacri dei Dioscuri,di oscurisi facevan luminosi, per la luce dei bengali, tingendosi in rosso, in verde, in viola — e l'acqua della fontana, mormorando insieme alla folla, pareva ora una pioggia di smeraldi, or di topazi. Quel formicolare gigantesco di luci e d'ombre, quel festoso gridìo che si spandeva nella serenità della notte romana, infondeva in me come negli altri un senso di giocondo entusiasmo e gli occhi si fermavano, con orgogliosa tenerezza, su quel gruppo di vecchi reduci dai patrii eserciti, da cui sorgeva una fila di lampioni oscuri, con lettere bianche e luminose, combinate in modo che risaltava in aria la scritta:
I VETERANI.
Per quanto fu lungo il tragitto, quelle radianti lettere non si scomposero mai, come se coloro che le portavano si ricordassero ancora l'antica esattezza militare e, nel passare tra le fitte spalliere di popolo, provocavano un saluto e un plauso dalla moltitudine.
Mentre anch'io, come tutti gli altri, ammiravo la bella riuscita del corteo e lo stupendo insieme del gruppo dei veterani, per via d'antitesi ricordavo un caso di luminaria andata a male — saranno ormai quattordici o quindici anni — nel modesto quanto ignoto comune di Crescimbeni, sul Nervia.
Da tempo immemorabile, era sindaco di Crescimbeni il cavaliere Procopio De Collepranis, uomo illetterato e integerrimo, il quale, nel commercio dei semi oleosi, aveva riunito con felice abilità un patrimonio considerevole e la fiducia amministrativa de' suoi concittadini.
In seguito a otto giorni di pioggia, il Nervia si gonfiò in modo straordinario e minacciò una inondazione nei bassi fondi sociali di Crescimbeni. Il sindaco — raccogliendo tutta la sua energia nelle misure precauzionali — chiamò a sè un abile falegname e gli ordinò dodici cassette pensili, destinate a raccogliere le oblazioni a pro degli inondati, e poi aspettò.
Ma il Nervia — con la malignità pettegola deifiumi di provincia — deluse la generosa antiveggenza del sindaco e il cavaliere Procopio De Collepranis, facendo riporre le dodici cassette nelle cantine municipali, disse all'usciere:
— Ricordatevi che i romani conquistarono il mondo con sole dodici tavole.
La frase fece il giro della farmacia di Crescimbeni e il maestro comunale disse, con accento d'autorità:
— Il cavaliere De Collepranis è un.... parallelo di Plutarco; bisognerebbe far qualche cosa in onor suo; un arco di trionfo.... un sonetto.... una serenata.... sei bottiglie di Barolo con le firme degli elettori.... qualche cosa, insomma.
La sera medesima s'adunò in solenne assemblea ilClub dei caciocavallie, dopo lunga discussione, fu decisa una fiaccolata in onore del cavaliere Procopio, con incarico al maestro comunale di fissarne il programma: anzi, facesse pure di sua testa quel che credesse meglio.
Il maestro comunale, Diodato Ciuffetti, rimuginando l'alfabeto, pascolo abituale dei giovanissimi idioti ai quali impartiva la luce dell'anima, ebbe un'idea originale, un concetto felice e straordinario. Fece fare venticinque lampioni di carta oliata e di forma ovoidale: ognuno dei quali con lettera trasparente: in tutto venticinque lettereche, disposte abilmente su tre file, si presentavano così:
VIVAPROCOPIODE COLLEPRANIS.
E non basta. I lampioni, ogni tanto, avrebbero dovuto mutar posto con precisione matematica, per comporre delle nuove scritte, in onore del sindaco, degli anagrammi più o meno riusciti, come sarebbe questo:
VIVAIL SINDACO EROE.
Fatti i lanternoni, il maestro riunì attorno a sè venticinque analfabeti di buona volontà e li educò militarmente con la pazienza d'un vecchio sergente istruttore che ha da insegnare a reclute di montagna quale sia la man destra e quale la sinistra.
Il maestro Ciuffetti, venuto il gran giorno (era una domenica, sull'avemaria) tenne i suoi militi sotto le armi per sei ore di seguito, poi dichiarò al comitato ch'egli era pronto a scendere in piazza.
Sull'imbrunire, si formò il corteo che dai casotti del dazio, attraversando la via principale,si mosse lentamente verso la piazza del municipio.
I lampioni, ordinati con cura dal maestro Ciuffetti, partirono insieme come un lampione solo, facendo vedere sopra una linea le parole:
VIVA PROCOPIO DE COLLEPRANIS.
Ma, dopo cento passi, l'ondeggiamento irregolare della folla aveva già sensibilmente alterato la situazione dei lampioni, senza contare che un'R s'era fermata a un'osteria per berne un quintino, e tentava inutilmente di raggiungere il suo posto già invaso da un'N.
Quando si fu vicini alla chiesa parrocchiale, il prevosto — nemico politico del maestro — apparve, con un sorriso sarcastico, sulla gradinata.
— Voglio che crepi di bile! — pensò il maestro, e volgendosi ai lampionai gridò:
— Componete il primo anagramma.
La massa dei lampioni si scompose come i pezzi d'un caleidoscopio, poi parve riordinarsi, ma la prima fila non mostrò che questa misteriosa, indecifrabile parola:
PERACOLDENI
mentre, proprio nel passare davanti al prevosto,una seconda fila si presentò con questa combinazione:
VIVA IL PORCOPIO
Il prevosto si ritirò, gridando al maestro:
— Canaglia! me la pagherà.
Diodato Ciuffetti ebbe un leggero brivido di paura, ma poi si strinse nelle spalle e tirò innanzi, gridando ai lampionai:
— State attenti, somaracci infami! Adesso passiamo sotto la casa del sindaco e, a un mio segnale, farete quel primo anagramma che non vi riuscì:Viva ilsindaco eroe.... avete capito? Attenti, che c'è appunto la sua signora alla finestra.
E salutando ossequiosamente la moglie del sindaco, il maestro Ciuffetti diede il segnale e tosto i lampioni si presentarono così
VIVALE CORNADEL CAPRO....SI
— Schifosi! — urlò il povero maestro, scagliandosi contro i lampioni e, nel suo cieco furore, diede un pugno sugli occhi al D, unoschiaffo per uno ai tre P e un calcio all'N, calcio che a dirittura sfondò l'ANIS del nome sindacale.
Intanto, il corteo, tra bene e male, più male che bene, giungeva sulla piazza del municipio; il maestro Ciuffetti si strappava i suddetti a dozzine dalla testa, e si spolmonava gridando ai lampionai:
— Ma non vi ricordate quel che vi ho insegnato, brutti infami?
E poi, con voce carezzevole:
— Da bravi, figlioli miei, un po' di buona volontà! componetemiViva il sindaco eroe!Non vedete che si arriva davanti al municipio? Noi siamo disonorati!...
Tra i gemiti del maestro, i lampioni fecero una sosta, s'incrociarono, si confusero, parvero riordinarsi e finalmente si formarono così:
CREPI IL RIO SCARPONE....
Il maestro Ciuffetti, con gli occhi fuori della testa, prende per le orecchie il primo V che, trascinato dalla folla, gli capita tra le mani e lo scaraventa contro un muricciolo. Proprio in quel momento, ecco trafelato il presidente delClub dei caciocavalli, che strilla al maestro:
— Presto! presto!... il cavaliere De Collepranis scende le scale del municipio.... presto!
—Viva il sindaco eroe!lampioni, riabilitatevi!
Il sindaco appare maestosamente sulla porta del municipio e i lampioni si combinano così:
ARRIVA IL VIL POPCONE
Il Sindaco(cominciando il discorso). Grazie, o fratelli....
Il tramonto è soave: il mare è di un turchino intenso cupo, e il cielo è d'oro: le torri della fortezza si profilano in grigio scuro sull'orizzonte, che ha i riflessi dei grandi mosaici bisantini; sulla rotonda delPirgoè un elegante ronzìo di signore che, nella penombra crepuscolare, sgranocchiano amorucci, mode, piccole maldicenze e scioccherie. I fredduristi, i manipolatori dicolmi, gli amatori di logogrifi passano da un gruppo all'altro, spacciando come possono la chincaglieria dello spirito. Secondo l'indole, i gusti, l'età, il temperamento o l'abitudine, si formano i piccoli crocchi dell'intimità che negli stabilimenti dei bagni sono sempre composti di quattro persone: la coppia balnearia è, invariabilmente, una duplice coppia: si è in due soltanto a patto d'essere in quattro.
Esempi(non si citano che le categorie principali).
Gruppo di corte lecita con avviamento al matrimonio: la figlia — l'innamorato — la mamma — l'amico che fa discorrere la mamma.
Gruppo eventuale, senza avviamento probabile allo stato civile: la figlia — l'amante — la mamma della suddetta — una vecchia signora che distoglie l'attenzione della mamma e ne salva la dignità.
Gruppo di famiglia: la moglie e il marito — l'amico — il viceamico che gioca a tarocchi col marito.
Gruppo autorevole; la moglie del prefetto — l'amico della moglie del prefetto — il prefetto — l'amica del prefetto.
La coppia in quattro è, ripeto, inevitabile in uno stabilimento di bagni: pure c'è, per il momento, una coppia in due, ma non si tratta che di due dame e il caso è tanto raro quanto temporaneo.
La coppia è formata dalla contessa di Mallare e dalla marchesa di Santelmo, due graziose donnine inseparabili, le quali, senza dirselo, nonaspettano altro che il momento di formare anche loro la famosa coppia balneare in quattro, e intanto passeggiano su e giù a braccetto, bisbigliando confidenze e sparlando, con garbo e spirito, delle amiche intime.
Ma, ogni tanto, anche senza volerlo, gli occhi loro guardano verso l'ingresso e le labbra vermiglie fanno qualche smorfiettina d'impazienza. La contessa di Mallare non sa capire come il capitano Trocchi di Costigliole ancora non sia venuto, mentre per solito a quell'ora non manca mai; la marchesa Santelmo, a sua volta, domanda a sè stessa dove diamine si sia cacciato il giovine baroncino di Cherasco, e sente il cuore tenagliato da un'indistinta gelosia.
Ciascuna ha il suo pensiero fisso, ma si parla di tutt'altro e il discorso corre lo stesso, tanto più che non ha soggetto determinato e va a capriccio, come il volo delle farfalle.
La Santelmo, per dir qualche cosa, domanda alla contessa di Mallare:
— Che fa la Gabrielli? È tanto tempo che non l'ho vista.
— Che cosa vuoi che faccia? Fa.... paura.
— Come?... È tanto brutta?
— Bruttissima: quasi quanto la De Sottaz.
— Quale De Sottaz! io non la conosco.
— Come, non la conosci?
— Per niente.
— Ma che! tu la conosci benissimo. Non ti ricordi.... il male che ne abbiam detto ieri?
Un giovanotto attraversa la sala da ballo, avviandosi verso la rotonda e la contessa di Mallare dice, con accento maliziosetto:
— Ecco finalmente il di Cherasco!
La marchesa Santelmo trasalisce e guarda per poi soggiungere:
— No, non è lui.
— Però, guarda, come gli somiglia! non ti pare?
— Non mi pare: in ogni caso, non me ne rallegro con lui, perchè quel povero baroncino ha una figura tutt'altro che simpatica.
— Ma che dici?
— E poi è così stupido, così noioso, così pretenzioso, Dio mio!
— Fai male, vedi, a dire di queste malignità.
— Ho detto di peggio iersera, nella sala, e c'erano più di venti persone. Che me ne importa?
— Hai fatto anche peggio: non bisogna che il pubblico prenda parte a questi malumori.
— E perchè?
— Perchè il pubblico, cara mia, fa un mondodi supposizioni perfide e maligne sui rancori di due persone che si sono amate.
— Ma come! anche tu, come altra gente, credi che io sia stata l'amante del di Cherasco?
— Sicuro!
— Ma questo è un abominio; questa è una calunnia! io ti posso provare che non c'è niente di vero, che non c'è mai stata neppur l'ombra di una relazione fra me e lui.
E qui la bella e stordita marchesa di Santelmo si mette a sciorinare, dirò così, tutti i documenti umani secondo i quali resta assodata la purità della sua condotta.
La contessa ascolta freddamente questa apologia con un sorrisetto di scetticismo.
— Non sei dunque persuasa? — conchiude la marchesa.
— No: per niente.
— Ma in base a che ti ostini a credere ch'egli sia stato amante mio?
— In base a che?!...ma se, mia cara, sei proprio tu che me lo hai detto!
— Davvero?
— Davvero.
— Guarda un po'! me n'ero scordata.
— È inutile! più mi ci provo, a farmi un po' di coraggio, e più sento d'avere una paura maledetta di questa epidemia.
— Carissimo Macario! — soggiunse il dottore, alzando le spalle, — io non so davvero che razza di consiglio darvi: siete troppo affezionato alla vita, voi!... se non foste così fortunato, così felice, la morte, vicina o lontana, non vi farebbe tanto spavento: credete a me.
— Dunque: contro la paura non c'è rimedio?
— Oh sì: ce ne sarebbe uno: ma non so se il rimedio sia preferibile alla malattia.
— Dite pure: io non tremo, davanti alle medicine: la paura.... mi darà un coraggio di leone. Che devo fare?
— Una cosa dolorosa, ma facilissima.
— Sentiamo.
— Procurarvi.... molta infelicità....
Macario Tuccimei fece un par d'occhi bovini e guardò fisso la faccia pallida e canzonatrice del dottor Giulio Sottani, come per chiedere:
— Da burla o sul serio!
Il dottore sorrise e continuò, con la sua voce flemmatica:
— Siate molto infelice, Macario mio, se volete essere meno infelice di quel che siete adesso. Quando vi sarete convinto che la vita è un soffrire continuo, poco più vi premerà morire di colera o di tubercolosi....
— E dite queste cose voi? un medico!
— Appunto. Più vado innanzi e più mi persuado che anche la vita è una malattia. Forse è la sola da cui si possa guarire.... col tempo.
L'onesto Macario Tuccimei escì, pensoso, dalla casa del dottore.
— E se, poi, avesse ragione lui? pure è curiosa che un uomo, per essere tranquillo, si deva procurare una certa dose d'infelicità!... e se mi ci provassi?
L'eccellente Macario Tuccimei passò, mentalmente, in rassegna le fonti principali della propria felicità: una salute di ferro, un solido patrimonio, una moglie virtuosa e adorabile.
Mentre andava ruminando, fu fermato da suocugino Augusto Marinelli, libero ma ozioso cittadino, scioperato, pieno di debiti e di vizi.
— Senti, Macario mio: mi dovresti fare un gran favore: ho giocato e ho perso sulla parola....
— Non mi parlare di queste faccende!
— Se non m'aiuti, parola, mi brucio le cervella.
Macario pensò:
— E se, per cominciare, buttassi via dei quattrini?
Poi, come uno che prenda una risoluzione, chiese al cugino:
— Meno ciarle: quanto t'abbisogna?
— Diecimila lire.
— Corbezzoli!
— Ma ti giuro che, dentro il mese, te le renderò.
Macario Tuccimei andò, col cugino, dal suo banchiere e gli fece consegnare dieci biglietti da mille: poi, quando rimase solo, esclamò:
— È come se m'avesse strappato un pezzo di cuore. Quanto mi fa piacere d'essere così scontento di quello che ho fatto!
Così, mentre adagino adagino tornava a casa,Macario s'abbandonava alle più dolci riflessioni.
— Adesso dirò a Celestina che ho prestato diecimila lire ad Augusto, e son sicuro che mi farà una scena terribile! — e si stropicciava le mani: — sarà la prima volta, ma son certo che, appena lei lo sa, mi carica di improperi. Ci tiene tanto al denaro!
Appena deposto il cappello e consegnato alla moglie il bastone di bambù, Macario prese un aspetto contrito e cominciò:
— Sai, moglie mia: mezz'ora fa ho commesso una corbelleria tale....
E le raccontò il caso; poi, conchiuse:
— Sì: a quello scioperato d'Augusto, che non potrà restituirmele mai più.
E abbassò il capo, aspettando la tempesta.
Celestina, invece, gli si buttò al collo, tutta intenerita:
— Che cuore che hai! dopo tutto, bisogna aiutarli, i propri parenti!...
Il giorno appresso, Augusto Marinelli, con un dispaccio in mano, entrò come una bomba in casa Tuccimei e gridò a Macario:
— È morto di colèra alla Spezia lo zio Luciano e m'ha lasciato ventimila lire di rendita. Che fortuna! che fortuna!
Poi, correggendo:
— E che tremenda, irreparabile disgrazia!
Tre giorni dopo, Augusto restituiva le diecimila lire al cugino, più — a titolo di regalo — due magnifici anelli di brillanti, che facevano parte dell'asse ereditario.
— Scommetto, — pensava il povero Macario, — che, se butto in mare centomila lire, il giorno dopo il cuoco me le riporta a casa dentro un pesce. E sia! non ci pensiamo più....
Poi, guardando Celestina, che ricamava un orrendo paio di pantofole:
— E se mi procurassi delle infelicità coniugali? che idea!... Ma intendiamoci! non già che lei.... io piuttosto potrei.... sicuro! perchè no?...
Andò nello studio e, alterando un poco la calligrafia, fece una mezza dozzina di lettere amorose dirette a sè medesimo, le firmòClorindae le pose nella tasca interna del soprabito, che poi appese all'attaccapanni.
Sulla fine del pranzo, disse a Celestina:
— Vedi un po' nella tasca interna del mio soprabito: ci devo avere dei sigari.
— Dove sta?
— Sta appeso nello studio.
Celestina, premurosa, andò e tornò subito.
— Nella tasca interna, hai detto?
— Sì.
— Non c'è niente.
— Come: non c'è niente!
— Non ci hai che una quantità di carte.... mi son parse lettere....
— Spero che non le avrai lette? — gridò Macario, fingendo quasi terrore.
— Ma ti pare!
La sera, Macario provò a lasciare quelle lettere sparse sul comò; ma la mattina, Celestina stessa le radunò, guardandosi bene dall'aprirle, ne fece un bel pacchetto, che legò con un nastrino, e lo presentòal marito, dicendo:
— Hai scordato queste carte sul comò: ti servono o le devo riporre?
— Buttale magari via! — rispose Macario, profondamente deluso. — Arriverò fino all'eroismo! — pensò il desolato Tuccimei — esporrò Celestina alle seduzioni della colpa.... L'esperimento è doloroso, ma necessario!
Eh, a dirlo ci vuol poco! ma come si fa? non è mica facile fermare un amico o il primo venuto per dirgli: mi farebbe il piacere di?...
Tra l'altro il salotto di casa Tuccimei era frequentatoda pochissime persone e tutta gente matura che aveva altro per la testa.
Mediante un processo d'eliminazione, Macario arrivò a conchiudere che, tra tutti gli amici di casa, non ce n'era che uno solo capace di rendergli quel servizio: vale a dire Cesare Marchini, non tanto bello, poco spiritoso, ma non antipatico: oltre a ciò robusto e giovane ancora, poichè non aveva, a sentir lui, che trentasei anni. Tuccimei lo aveva conosciuto assai prima del matrimonio e tra di loro c'era intimità. Quando Celestina entrò in casa Tuccimei, l'amico Cesare Marchini fu, per così dire, il convitato abituale, ch'era a pranzo o a cena un giorno sì e l'altro no, giocando poi a tarocchi con Macario e tre volte la settimana facendo — gratuitamente, si capisce — lezione di pianoforte a Celestina, che aveva pur troppo delle tendenze organiche alle romanze per camera.
— Sicuro! — pensò il buon Tuccimei, a guisa di corollario: — se Cesare si prestasse!... ma come faccio io a introdurli in.... questa corrente d'idee? sono due anime così pure, così ingenue!
A ogni modo, volle tentare e fece del suo meglio.Certe volte, tra la moglie e l'amico, faceva certi discorsi che pareva.... cerco un paragone possibile!... pareva (l'ho trovato) un suocero intento a gonfiare ben bene il suo futuro genero: quando, poi, si trovava solo con Cesare, si lasciava andare a certe descrizioni curiose così da rammentare quel re di Lidia che, a furia di vantare all'amico Gige le belle qualità della consorte, si fece togliere la moglie, il trono e la vita.
Ma Celestina era sempre la stessa donna insignificante e Cesare non capiva niente.
A pranzo, faceva bere molto vino spumante a lei e a lui, poi li lasciava soli, con un pretesto qualunque, dicendo magari che doveva partire per un giorno o due: tornava invece d'improvviso dopo un par d'orette, e li trovava seri, composti, accigliati, come sempre, seduti davanti al pianoforte, con l'eterna romanzaVorrei morirsopra il leggìo.
— Dopo tutto — pensava — non sarò infelice, poichè Dio non vuole; ma è una cosa che tocca proprio il core. Oh, la felicità, l'amicizia non sono vane parole!
E abbracciava Celestina con tenerezza e stringeva caldamente la mano a Cesare.
Una sera, nell'alzare la tenda per entrare nel salotto, Macario si fermò.
Celestina stava sopra un sofà e Cesare ai suoi piedi....
Ridevano tutti e due, ridevano forte.
— Che fanno? — e Macario stette nella penombra ad osservare, poi rise anche lui silenziosamente dentro di sè.
Cesare non faceva che allacciarle innocentemente il cappio delle scarpine, che s'era snodato.
— Son due fanciulloni! — pensò Macario, dolcemente commosso: — ma, adesso, voglio fare una bella burletta.
E inoltrandosi con passo tragico nel salotto, incrociò formidabilmente le braccia sul petto e tuonò con voce stentorea:
— Ah! vi ho sorpreso, finalmente!
Cesare si alzò pallido, esterrefatto, e mormorò:
— Potresti uccidermi, lo so: ma non fare scandali.... sono ai tuoi ordini!
— Come!?..
Macario sentì un tuffo al cervello, gli si annebbiarono gli occhi, gli si piegarono le gambe e cadde sopra una sedia.
— E pensare che sono stato io! io!
Poi, a Celestina, che si nascondeva la faccia:
— No: la colpa è mia! non ho diritto di vendicarmi: non temere.... ma voglio una confessione schietta, schietta. Da quanto è che?..
Celestina, singhiozzando:
— Da cinque anni.
— Da cinque anni??..