Dio ebbe proprio a decidere così delle cose umane, che la somma delle grandezze dovesse venir ridotta al più basso delle umiliazioni. Così quella ciurmaglia che si chiamaesercito romanodoveva tenere il posto, e il nome e calpestare il terreno dove un giorno il vero ROMANO ESERCITO dominò il mondo conosciuto. Solo il prete, lo ripeto, potè produrre tale mostruosa trasformazione.
Il generale romano, cioè straniero, al servizio del papa, giunto in Viterbo con quante forze aveva potuto raccogliere, chiamò a consiglio nel palazzo municipale gli ufficiali superiori del suo esercito pigmeo. Tra questi ultimi si trovava un maggiore, col naso enfiato, come un cocomero e coperto di striscie di cerotto. Era il famoso pugno con cui il nostro Silvio lo aveva capovolto tra le ruote della carrozza.
Costui, col volto infiammato dal vino di cui egli aveva bevuto copiosamente per coprire la sua vergogna, consigliava di marciare subito all'assalto deibriganti. Ma il generale più pacato opinò, che meglio sarebbe stato, muovere all'alba non essendo sicuro a quell'ora tarda di poter raccogliere i soldati, quasi tutti ubbriachi. Dopo alcune discussioni, si deliberò di seguire il parere del capo.
All'alba i campioni dell'altare e del trono suonarono a raccolta, ma ci vuol altro per mettere insieme quei coraggiosi adoratori del fiasco italiano, una parte stanchi dalla marcia forzata da Roma a Viterbo e della vergognosa scappata degli altri dal Ciminio.
Il sole già si presentava sulle vette dell'Appennino, quando l'esercito principiò le sue mosse complicate al solito di combinazioni difficili ad eseguirsi in una selva montuosa ove il capo ignorante era obbligato di servirsi di guide indigene che mal volentieri lo servivano.
I proscritti all'incontro, praticissimi, s'eran mossi all'alba e quando il sole spuntava, già dominavano il vertice del monte e potevan di là scoprire il nemico da qualunque parte si fosse avvicinato.
Orazio, cui nessuno contendeva il comando, aveva disteso circa cento dei suoi, comandati da Muzio in bersaglieri, tra i massi ed il bosco che dominavano il monte dalla parte ove si vedeva il nemico avanzare. Il resto, circa dugento, era in colonna dietro lo stesso vertice, pronti a caricare al primo cenno.
Avendo così disposto i suoi trecento, il capo fece chiamare a sé il capitano Tortiglia, e gli chiese degli Ufficiali che conducevano la colonna nemica e che si vedevano ascendere il monte, benché ancora lontani. "Chi comanda la vanguardia—disse Tortiglia—e viene avanti risolutamente è il maggiore Rascal, coraggioso ufficiale, ma un Rodomonte di prima categoria".
"Oh! se non m'inganno,—disse Silvio, che aveva puntato il binoccolo,—quegli è lo stesso che voleva ieri farsi portare il bagaglio da me; lo riconosco al suo naso impiastricciato di cerotti".
"E quell'altro?—dimandò Orazio—che viene a cavallo alla testa credo del corpo principale?".
"Prestatemi il binoccolo,—disse Tortiglia, e dopo averlo puntato sull'individuo accennato:—Oh per Dio!—egli esclama,—quegli è proprio il Generale in Capo dell'Esercito; e vedete che spunta anche il suo stato maggiore a cavallo".
"Ed il suo nome?".
"Il suo nome, è Conte de la Roche… de la Roche-Haricot. Questi legittimisti francesi, rappresentanti del feudalismo, hanno certi nomi, quasi tutti di Roche e che per noi della lingua delsìsono ben difficili a pronunciarsi".
"Ma anche voi siete della lingua del sì signor spagnuolo?" gli disseOrazio un po' stizzito.
"I Como nò,—articolò in spagnolo il capitano—siete forse voi soli figli degli antichi latini e soli possessori di quella universale lingua? sappiate che v'è tanta differenza tra la lingua italiana e la spagnuola e portoghese quanta tra il volto di un Calabrese e quello di un Andaluso o d'un Lusitano, che si somigliano come fratelli".
"Bravo capitano Tortiglia" disse Attilio giunto in quel momento dal corpo di battaglia che comandava. "Voi siete un vero erudito, e noi Romani educati dai preti a baciamani, a inginocchiarci, e servire la messa, nulla sappiamo di ciò che avviene fuori dalle mura di Roma".
Ma l'esercito papale avanzava ed Orazio da esperto capitano ne misurava il progresso, senza turbarsi ma con quell'ansia che non può a meno di risentire chi ha la responsabilità di un corpo di militi in presenza del nemico ed in procinto di venire alle mani. Uno degli inconvenienti della guerra per bande e che più preoccupa il capo è il dover spesso abbandonare i feriti, o affidarli agli abitanti per lo più paurosi e che temono di compromettersi.
Tale considerazione e l'ineguaglianza delle forze spinsero il prode Orazio a decidersi per la ritirata, non però senza mostrare ai mercenari del prete che i liberi italiani non li temono, anche nelle circostanze più sfavorevoli.
Ordinò a Silvio, che comandava la retroguardia, di collocarsi in posizione vantaggiosa per proteggere la ritirata ed il cacciatore, colla sagacia che lo distingueva, collocò i suoi cinquanta uomini con tale maestria come se li avesse destinati alla posta del cervo o del cignale.
Avendo comunicate tali disposizioni ad Attilio ed ingiuntogli che non s'impegnasse fortemente ma eseguisse l'ordine di ritirata in scaglioni, Orazio andò verso Muzio già pronto a ricevere il nemico che si avvicinava celeramente.
Scambiate alcune parole col comandante della squadra, il capo supremo ascese il punto più alto della posizione donde poteva distinguere ogni cosa accompagnato da soli due aiutanti.
Il Generale Haricot, che non mancava di una certa bravura, degna di miglior causa, assaliva francamente le posizioni dei liberali colla sua vanguardia in catena, sostenendola lui stesso con piccole colonne in massa.
In un combattimento od in una battaglia, il comandante supremo deve collocarsi in posizione da poter vedere il campo di battaglia più che sia possibile, il che gli verrà sempre fatto più facilmente, ove egli possa tenersi tra le sue prime truppe impegnate.
Dovendo avere informazioni di quanto accade nella pugna, se il generale in capo è lontano dall'azione ha il pregiudizio della perdita di tempo, dell'inesattezza dei rapporti e ciò che più importa, non può con un colpo d'occhio discernere le parti del suo esercito che abbisognano di un pronto soccorso o, quando sia vittorioso, lanciare in perseguimento del nemico quei corpi leggeri di cavalleria e fanteria che possono compiere la vittoria.
Tale non fu qui il torto dei due capi, che comandavano le forze opposte. Haricot, giustamente baldanzoso per la superiorità delle sue forze, le spingeva all'attacco senza riguardo ed Orazio, deciso a ritirarsi per l'inferiorità del numero, disponevasi a dare al nemico una lezione che lo facesse guardingo e meno furioso nel suo inseguimento.
La scabrosità del terreno e le folte piante avevano permesso a Muzio di collocare i suoi al coperto in vantaggiosa posizione. Egli aveva ordinato d'assaltare il nemico a bruciapelo, di scaricare a colpo sicuro e ritirarsi poscia dietro la linea degli altri scaglionati. Così fecero i suoi valorosi. Quella prima scarica seminò il terreno di cadaveri nemici e di feriti. La vanguardia dei mercenari ne fu rovesciata ed i sostegni condotti avanti dall'intrepido loro capo, rallentarono il loro progresso e diedero tempo agli italiani di compiere la loro ritirata in buon ordine.
Quando Cortez sbarcato al Messico abbruciò le navi, quando i mille di Marsala sbarcando in Sicilia abbandonarono i loro piroscafi al nemico, si tolsero ogni speranza di ritirata e tale risoluzione fruttò il contegno trepido delle due spedizioni. Ma la vicinanza di frontiere amiche è stata spesso causa di defezione nelle fazioni degli italiani. Io ho veduto tale scandalo in Lombardia nel 1848 per la vicinanze della Svizzera e disgraziatamente nell'agro romano per essere il territorio regio troppo vicino.
Così successe al corpo dei trecento, nelle circostanze qui raccontate. Benché composto d'uomini coraggiosi, si sciolse come la nebbia al toccare la frontiera italiana non pontificia e dopo avere ricordato ai militi che schiava ancora rimaneva la loro terra e che era dovere di tutti di prepararsi a muover di nuovo pugna per liberarla, i soli quattro capi, che noi ben conosciamo, con Gasparo e John, presero la via della Toscana per recarsi a Livorno ove dovevano trovare lo Yacht e notizie dei loro cari e dove li lasceremo godere un po' di riposo per rivederli sovra nuove scene e in mezzo a nuove avventure.
Ilsolitarioè sul continente ove lo chiamarono i suoi amici. Egli ha lasciato la sua dimora per compiere un dovere verso quella Italia a cui egli ha dedicato l'intiera sua vita.
Egli deve fare una peregrinazione di propaganda in molte parti della penisola e principiare dal Veneto.
Lo scopo è d'illuminare sulle elezioni politiche le popolazioni, non solo, ma di seminare il germe dell'emancipazione della coscienza che può portare l'Italia ad un nuovo primato, ad una nuova iniziativa che conduca l'umanità alla distruzione di quel tabernacolo d'idolatria e d'impostura che si chiama Papato, guidandola sulla via della religione delVero.
Noi ne seguiremo le orme tra il clamore delle moltitudini entusiastiche, festanti, alla vista dell'uomo del popolo, plaudenti alle sue dottrine d'insofferenza di dominio straniero e di umiliazioni e soprattutto esultanti alle schiette sue manifestazioni sulle turpitudini clericali e sul connubio liberticida tra il Papato e le volpi di Corte che governano l'Italia.
"Io seguo la religione di Dio!—egli dice—non la religione del prete.
Dio, padre dell'umanità intiera, vuol tutti gli uomini fratelli e felici. I preti dividono gli uomini in cento sette diverse, che reciprocamente si maledicono.
Essi attizzano gli uni contro gli altri popoli a sbranarsi, trucidarsi, distruggersi e condannano senza pietà alle pene dell'inferno i novecento milioni d'esseri umani che non appartengono alla loro bottega.
Non seguo la religione del prete io, perché il prete degrada Dio, ne fa un essere materiale, passionato, coi difetti stessi che offuscano questo misero insetto chiamato uomo, a cui fa mangiare Dio, lo fa digerire! e poi!… Anatema all'impostore che si chiama ministro di Dio! e che così lo deturpa e lo prostituisce!
Il prete che insegna Dio è un mentitore, poiché nulla egli sa di Dio.
Egli, sacerdote dell'ignoranza, persecutore della sapienza, insegnaDio! Ma se Dio avesse voluto rivelarsi all'uomo lo avrebbe fatto aiKepleri, ai Galilei, ai Newton, non a questi miserabili adoratori delventre.
E fu veramente una scintilla divina che illuminò quei grandi nelle vie celesti, quando essi scorsero sottol'etereo padiglione rotare i mondie ne manifestarono alle nazioni attonite i moti, le leggi e l'armonia a loro impressa dell'Onnipotente. Il prete, sacerdote delle tenebre, colpito nelle sue miserie e nelle sue menzogne, trascinò il più grande degli italiani, Galileo, sull'altare dell'impostura, e con torture orribili volle fargli abiurare la grande dottrina del vero!
Ed i preti passeggiano sulla terra di Galileo da padroni; e l'Italiano porge le impudiche sue labbra all'umiliante, vergognoso baciamano!
La fratellanza umana è impossibile coi preti.
Il cattolico danna all'inferno l'umanità non cattolica. Il dervis, prete dei turchi ci chiama, infedeli, maledetti, ed eccita le plebi a lapidarci. Il bonzo e tant'altra canaglia impostura fa lo stesso. E voi non potete passeggiare per le vie di Stamboul e di Canton perché la vostra vita è messa in pericolo da quei fanatici.
La maggior parte delle guerre, e le più sanguinose, furono, e sono fomentate dai preti.
La recente guerra di Crimea, ove perirono tante migliaia d'uomini e dove s'inghiottirono immensi tesori, fu suscitata dai preti. In una chiesa di Gerusalemme chiamata il Santo Sepolcro celebravano la messa un prete greco e un prete cattolico. Un bel giorno quegli oziosi litigarono sulla preminenza, uno volendo dir messa prima dell'altro. La lite fu portata davanti gli imperatori di Francia e di Russia; ne seguì la guerra e vi presero parte l'Inghilterra e l'Italia e se ne ebbe per risultato l'immenso macello.
L'Inghilterra è oggi in angustie per l'insurrezione dell'Irlanda suscitata dai preti. Dio salvi il mondo da una simile insurrezione negli Stati Uniti ove su trentatré milioni d'abitanti quasi la metà è di cattolici fanatici e compatti sotto la dittatura d'un vescovo, mentre le altre sette sono divise e si odiano cordialmente".
In questa guisa parlava ilsolitarioalle moltitudini che lo richiedevano d'una parola e le moltitudini applaudivano a quelle verità sacrosante e piangevano e baciavano le falde del mantello del popolano e giuravano di essere con lui a qualunque cimento.
Alla mattina, la maggior parte di quella folla che avea pianto e giurato di seguire i precetti delsolitarioera ammassata nel peristilio d'una bottega ove si vende l'indulgenza di Dio a contanti, ove l'idolatria, sotto le forme della creatura, ha eretto il simulacro vano e mentitore dell'onnipotente.
Tale è il popolo e tale sarà forse per molto tempo ancora. Terribile nelle sue ire suscita sovente il cataclisma delle rivoluzioni e più sovente è guidato con un fil di seta dall'impostura e dall'astuzia quasi sempre da chi è men degno di guidarlo e tende a profittare del frutto delle sue fatiche e del suo sangue.
Socrate, Gesù, Rienzi, Masaniello, i Gracchi, tribuni coraggiosi del popolo, sacrando ad esso la loro vita, son rinnegati e crocifissi! E la sorte dei tribuni moderni, sarà essa più fortunata? Che importa! Cos'è la vita? tanto sotto il saio come sotto la rossa camicia può battere la coscienza del giusto!
In fine i Cesari ed i Napoleoni vengono a scialacquare il frutto del cruento eroismo delle nazioni, ma un pugnale o il tedio delle nequizie rovescia talora nella polve anche que' simulacri della grandezza e dell'ingiustizia.
Parata a festa, la regina della laguna accoglieva su d'un Buccintoro moderno il suo simpatico visitatore, colui che per due volte (1848-1849) aveva voluto partecipare ai disagi, ai pericoli ed alle battaglie di lei. Egli la prima volta, già col piede sul legno che dovea trasportarlo a Venezia, fu chiamato alla difesa della pericolante metropoli delle nazioni e pugnò contro i discendenti di Brenno; e tinse del suo sangue il granito del ponte ove Coclite avea da solo sostenuto l'urto dell'intiero esercito di Porsenna.
Sulle alture di Preneste e di Velletri egli vide in fuga il tiranno, padre del tirannello che poi abbandonò il trono ai valorosi suoi mille e così fu rovesciato nella polve quel governoprima negazione di Dio.
Dio gli dia vita per contemplare i frantumi del secondo governo, negazione più impudente di Dio che il primo e più fatale all'Italia, laNegromanzia.
Ma Roma cadeva sotto i colpi del dispotismo Europeo, spaventato dal rivivere della padrona del mondo e dal terribile incubo della repubblica, e capitanato dalla grande repubblica di Francia condannata a morte per questo suo orrendo misfatto.
Il Bonaparte, nemico di tutte le libertà, e protettore di tutti i tiranni, volle, come per saggio, provare le sue armi contro Roma ove approdò sulle ali della menzogna e, consumato quel delitto di lesa-nazione, rovesciò i suoi inganni ed i suoi satelliti sul popolo credulo di Parigi e ne fe' macello per le strade senza distinzione di età e di sesso.
Dio rimeriti l'assassino del due dicembre e della libertà del mondo!
Cessata la difesa di Roma, non disperando delle sorti dell'Italia, ilsolitarione uscì con pochi seguaci, decisi a tener la campagna ma ci vuol altro ai popoli per liberarsi! Un pugno di prodi all'Italia non manca mai; ma contro quattro eserciti, un pugno di prodi non basta!
È vero, che in questi giorni lo spirito nazionale è innalzato e il pugno di prodi accresciuto, ma in quegli infausti giorni le popolazioni guardavan passare stupite ed impaurite considerando perduti irremissibilmente quegli avanzi della difesa di Roma. Non un sol uomo venne ad accrescere le loro file. Al contrario, ogni mattina una quantità d'armi sparse sul terreno attestava il numero dei fuggiaschi. E quelle armi si caricavano sui muli e sui carri che accompagnavano la colonna e la colonna a poco a poco, avea più carri e muli che individui. E a poco a poco la speranza di sollevare quel popolo di servi svaniva nell'anima dei fedeli e coraggiosi superstiti.
A San Marino, vedendo che non v'era più volontà di combattere uscì un ordine del giorno delSolitarioche congedava i militi rimandandoli alle loro case.
Quell'ordine del giorno diceva: "tornate alle vostre case, ma ricordatevi che l'Italia non deve rimanere serva". I più presero la via del ritorno. Ma v'erano non pochi disertori dell'Austria e del governo papale soggetti alla fucilazione e questi vollero accompagnare il loro capo nell'ultimo tentativo di guadagnare Venezia.
Qui comincia una storia più dolorosa ancora. Anita, compagna inseparabile delsolitarioneppure in questo terribile estremo consentì ad abbandonarlo. Invano lo sposo si affaticava a persuaderla di rimanere a San Marino: incinta, spossata, inferma, non vi fu verso di persuaderla. La coraggiosa donna non volle udire ammonizioni e rispondeva al suo diletto: ch'egli voleva abbandonarla!!
Attorniato da corpi di truppe austriache, cacciato dalla polizia papalina, dopo una marcia di notte, delusi i persecutori, quello stanco avanzo dell'esercito Romano giunse alle porte di Cesenatico allo spuntare della mattina.
"Scendete e disarmateli!(65)" esclamava ilsolitarioai pochi individui del suo seguito a cavallo e stupefatti i soldati delle guardie austriache si lasciarono disarmare. Poi si svegliarono le autorità e si richiesero loro pochi viveri e alcuni bragozzi(66) per imbarcare la gente.
(65) Storico. (66) Piccoli trabaccoli o barche
Non si può negare, la fortuna era stata favorevole alsolitarioin varie difficili imprese; ma qui, doveva cominciare per lui un infausto episodio di difficoltà, di contrarietà e di sciagure. Un nembo da Bora, scoppiato nell'Adriatico in quella stessa notte, aveva imperversato sul mare e la stretta bocca del porto di Cesenatico era un frangente. Immensi furono gli sforzi che si fecero per uscire dal porto co' bragozzi carichi di gente, in numero di tredici! Ma solo all'alba vi si riuscì ed all'alba gli Austriaci rinforzati e numerosi entravano in Cesenatico.
Si veleggiò, il vento spirò favorevole ed all'alba dell'altro dì, quattro dei bragozzi, uno dei quali colsolitario, Anita, Cicerovacchio e i figli, con Ugo Bassi, sbarcarono nelle foci del Po. Anita nelle braccia dell'uomo del suo cuore sbarcò morente! Gli altri nove bragozzi s'erano arresi alla squadra austriaca, che al chiarore del plenilunio, scoperti i piccoli legni, li avea fulminati di cannonate.
Come segugi in traccia delle fiere gli esploratori nemici inviati a perseguire i fuggenti, gremivano la spiaggia. Anita giaceva poco lontano in un campo di frumento, e vicino a lei ilsolitarioche le sorreggeva il capo. Leggiero(67), l'unico compagno, gli rimaneva, spiando tra gli interstizi degli steli i maledetti bracchi che cercavano preda di sangue. Cicerovacchio, Bassi e nove compagni che avevano prese direzioni diverse per sfuggire al nemico, perché così erano d'intesa con me, furono arrestati tutti dagli Austriaci e fucilati come cani.
(67) Era un coraggioso Maggiore dell'isola della Maddalena che a qualunque costo, avea voluto seguire ilSolitario. Lo avea seguito in America e poi di là in Italia inseparabilmente.
Eran nove; a forza di bastonate si condussero nove contadini a scavar nove fosse nella sabbia ed una scarica del picchetto di stranieri soldati spacciò gli infelici. Il più giovane figlio del tribuno romano(68) si moveva non ben morto dopo la fucilazione ma il calcio del fucile d'un austriaco gli fracassava il cranio.
(68) Aveva tredici anni.
Bassi ed il suo compagno Pizzaghi ebbero la stessa sorte a Bologna.
Lo straniero ed il prete gozzovigliarono nel più puro sangue italiano e la iena di Roma rimontava il suo trono contaminato sui cadaveri dei cittadini suoi fatti sgabello!
Ecco la storia secolare del papato che il despotismo cerca di eternare in Italia!
Serva agli italiani questo esempio di freddo eccidio de' loro onesti e prodi concittadini e possa insegnar loro a non più lasciare la patria terra in preda allo straniero ed ai preti suoi manutengoli, assuefatti a servirsene di villeggiatura, poi devastarla e prostituirla!
Ilsolitario, col caro peso della compagna sua, vagò addolorato tra le valli del basso Po sino a che non gli rimase che a chiuderle gli occhi e pianse sulla fredda salma di lei lacrime di disperazione. Vagò, vagò per foreste e per monti, incalzato dovunque dalla sbirraglia del Papa e dell'Austria. Ma la sorte lo serbava a nuove fatiche ed a nuovi pericoli. I tiranni dell'Italia lo troveranno sul loro sentiero, sul loro sentiero imbrattato di sangue e di delitti e guai a loro! perché, codardamente fuggenti, gli lasceranno le loro mense imbandite ed i tappeti de' loro superbi palagi porteran per un pezzo l'impronta del suo rozzo calzare!
Intanto egli è a Venezia per cui tanto aveva sospirato. Le lagune coperte di gondole salutano tripudianti la camicia rossa senza macchia e senza paura, simbolo del riscatto nazionale, ma puro, ma con ferro italiano!
Eran le undici della notte. Le gondole ingombravano i canali di Venezia e la piazza S. Marco, illuminata a giorno, era sì affollata di gente, da non potersi distinguere un palmo solo del suo lastricato. Dal balcone del palazzo Zecchin, parte dell'antica Procuratia che limita la piazza a tramontana, ilsolitarioaveva salutato il popolo e quel saluto al popolo redento, alla grande mendica, all'antico baluardo della civiltà europea, alla venduta di Campoformio, era corrisposto freneticamente dalla moltitudine esultante e commossa.
Ed anche ilsolitarioera commosso e tra sé pensava: "i solchi che il despotismo lascia impressi sul volto umano, anche qui possono distinguersi. Gli antichi dominatori del mondo furon trasformati dallo straniero e dal prete mago, la cui verga tuffata nella melma d'inferno, è solo atta a cambiare il bene in male, l'oro in immondizie e le nazioni le più prospere, le più potenti, in una turba di mendichi e di sagrestani. Questa stirpe, che si dice figlia della romana, fu pure invilita, degenerata!". E lui, che tanto ama il popolo, ne piangeva nell'anima addolorata!
Ilsolitarioera commosso ma non per questo lasciava di gettare uno sguardo scrutatore sulla folla circostante. L'esperienza di cui non doveva mancare a sessantanni di una vita di tante prove lo avvisava di star cauto rispetto alla natura delle folle e degli assembramenti popolari ove nelle moltitudini si nasconde facilmente il ladro, l'assassino, la spia ed il prete, generalmente occulto sotto mentita veste. E veramente: in quella povera Venezia, surta appena dalla tirannide straniera, formicolava ancora gran parte di quella canaglia, che rende il despotismo possibile, vendendo l'anima a quattrini e molta se ne poteva distinguere da occhio esperto frammischiata al buono ed onesto popolo.
Girava dunque il suo sguardo sulla popolazione affollata ilsolitarioquando un picchio leggiero sulla spalla lo fece accorto di Attilio. "Non vedi,—gli disse il suo amico,—quel ceffo camuffato col berretto alla veneziana frammischiarsi fra quei buoni popolani veneti? Egli è facile il riconoscerlo, come la vipera tra le lucertole, la tarantola velenosa tra le formiche. Quando cotesti rettili serpeggiano nelle moltitudini non è senza scopo. È un inviato di Roma, e certo c'è del nuovo per noi. Colui è Cencio. Addio!".
I nostri lettori ricorderanno l'agente subalterno di Don Procopio, per cui Gianni aveva affittata una stanza in vista dello studio di Manlio. Costui dopo la impiccatura del padrone era stato promosso a maggiori uffici ed era agente principale di S. E. il cardinale A…. primo ministro del papa.
Cencio, una volta liberale e traditore poi avea fatto tesoro delle cognizioni acquisite tra i democratici di Roma e perciò era reputato prezioso come agente segreto dalla curia cardinalesca. Vedremo ora qual era la sua missione in Venezia.
In un salone di casa Zecchin, affollato di visitatori, risplendevano sulle venete bellezze, le tre bellissime eroine nostre, Irene, Giulia e Clelia. La gioventù veneta assuefatta a contemplare le vezzose figlie della regina adriaca rimaneva ammirata all'aspetto delle tre romane, dico: tre romane poiché Giulia, che avea sposato il suo Muzio, benché figlia affettuosa della sua bella patria, vantavasi e si compiaceva dell'adottiva sua terra chiamandosi ella pure romana.
Irene, la più attempatella delle tre, conservava ancora tanta freschezza da nascondere sotto il maestosissimo portamento gli anni che aveva di più delle compagne. La sua bellezza era tale da poter servire di modello all'artista cui piacesse ricordarci le antiche e severe matrone della Roma dei Cincinnati.
Il matrimonio nulla avea tolto alle bellissime più giovani compagne e le tre, formavano un ornamento tale nel Veneto salone da tenere, come dissi, quella gioventù sospesa in ammirazione.
Accanto a Clelia stava Muzio e la buona Silvia con lui, talché delle nostre donne mancava solo l'Aurelia. Gettata in una vita romanzesca e di avventure che mai non avea sognato, quest'ultima finì con l'avvinghiarsi al buon capitano Thompson come l'ellera alla quercia. Benché un pochino repugnante da quelle certe tempeste il cui saggio tanto l'avea malconcia, pure col suo caro leone di mare a lato i marosi le sembravano assai meno spaventevoli.
Orazio e Muzio stavano insieme in un canto del salone conversando sugli avvenimenti del giorno quando Attilio, giungendo vicino ai due amici, partecipò loro la sua scoperta ed i tre s'incamminarono giù per le scale verso Piazza S. Marco.
Non furono pochi gli sforzi dei tre amici per rompere la moltitudine ammassata sulla piazza e penetrare sino all'oggetto della loro ricerca, ma vi pervennero alfine e mentre ilsolitariorichiamato dal popolo al balcone gettava gli occhi verso il punto accennatogli prima da Attilio potè scorgere i suoi giovani amici che accerchiavano il finto popolano di Venezia.
La mano di ferro di Orazio strinse il polso dello sgherro come una tenaglia; Muzio con quel certo accento già noto al malvagio, fissandogli negli occhi i suoi occhi fiammeggianti:
"Con noi, Cencio—gli sussurrò—e tosto". Il familiare dei preti, il traditore delle Terme di Caracalla, tremò da capo a piedi, cambiò il rubicondo suo volto in quello di un cadavere e senza articolare parola seguì la via indicata da Muzio in mezzo agli altri due romani che lo spingevano avanti irresistibilmente.
Quando si pensa all'unificazione di questa nostra Italia ed a coloro che l'ebbero a reggere sulla spinosa via che ella percorse, e che percorre ancora, non si può a meno d'inchinarsi davanti ai decreti della provvidenza che veramente volle aiutarla fino a costituirsi in nazione.
Io sovente, meditando sulla sorte di questa bella, grande ed infelice nostra patria, nell'immaginazione mia, me l'ho figurata: un carro tirato avanti a stento dalla parte generosa del popolo cui è unica meta il bene generale e che segue la sua stella provvidenziale come faro salvatore. Poi, addietro attaccata, immaginai la turba malvagia de' reggitori coll'immensa coda de' loro satelliti scapigliati e spossati ma pure disperatamente intesi a far forza per trascinare indietro il veicolo dello stato anche a rischio d'infrangerlo. Il popolo, impoverito, umiliato da quella ciurmaglia grassa e nuotante nel vizio si ferma pacato, tranquillo nelle sue miserie, sgombra volonteroso gli ostacoli accumulati sulla sua via di redenzione e procede e procede ingenuamente fiducioso in un avvenire di riparazione.
Riparazione!? e da chi verrà la riparazione? Povero popolo!… dai restauratori del clericume, del gesuitismo, dell'impostura, ricondotti nel tuo seno, a spese delle tue sostanze per mantenerti nell'ignoranza e nella miseria?
Ai molti mezzi di corruzione impiegati dai potenti per tener in servaggio le popolazioni si aggiunge oggi il più scellerato, quello della setta nera, moltiforme, ricca, sostenuta dalla forza della nazione in mani infami. E questa è la riparazione che tu aspettavi, popolo infelice! paria!, ilota delle nazioni!
Riparazione!? Da chi riparazione? da chi s'inginocchia ogni giorno, ogni ora, a piedi del sacerdozio della menzogna?
Intanto uno degli agenti di cotesto sacerdozio camminava a capo basso attanagliato nei polsi da Orazio e da Attilio mentre Muzio apriva la via, non facile ad aprirsi, in mezzo a quella moltitudine. Finalmente giunsero i quattro in un'osteria situata in una viuzza che metteva nella Riva degli Schiavoni.
Passiamo presto, e sulla punta dei piediquel mucchio di limo e di sangue che sichiama Popolo.(Guerrazzi)
Non è molto tempo trascorso che l'idra sacerdotale del Vaticano innalzava i suoi roghi nei chiostri della capitale del mondo cattolico ed all'aria aperta tra parecchie delle infelici nazioni che avevano la disgrazia d'essere ammorbate dalle sue dottrine come ad esempio la Spagna. Nei tempi moderni codesti errori non si tollerano più, ma l'idra dalle mille teste satolla ancora le sue libidini di sangue in molte altre guise: ferro, veleno, brigantaggi ed assassinii d'ogni specie.
Nella Curia romana una sentenza di morte, era stata pronunziata contro il principe T., fratello della nostra Irene, e Cencio con otto sicari della santa sede a' suoi ordini, doveva eseguire l'atroce mandato, profittando della confusione in cui si troverebbe Venezia all'arrivo delsolitario.
Gli otto complici dell'ex-liberale erano in parte stati appostati nei dintorni dell'Albergo Vittoria, in tutti gli sbocchi da dove poteva capitare la vittima. Quattro di loro tenevansi in agguato in una gondola ben pagata, con istruzione segreta, di sbarazzarsi anche del gondoliere a cose finite per non avere indiscreti testimoni, che potessero deporre contro di loro. Cencio, si era riserbato, non l'azione principale dell'omicidio ma quella del segugio che si doveva tenere ostinatamente sulle calcagna del principe. Per fortuna del nobile romano la cabala fallì perché il segugio era stato tolto dalla pesta e non solo si trovava al sicuro nelle ugne dei tre amici ma doveva fare i suoi conti anche con un quarto personaggio che valeva ciascuno dei primi e questo quarto era niente meno che il nostro vecchio e ben noto Gasparo.
Gasparo, dopo i fatti da noi raccontati nei capitoli precedenti, toccato il suolo non pontificio, s'era offerto a servire da domestico il principe T., che ben volentieri lo prese seco. Con lui venne a Venezia e mentre il padrone s'intratteneva nei saloni del palazzo Zecchin, il poco paziente domestico, che s'era fermato sull'ingresso del palazzo a godersi le scene del popolo festante, vedendo i tre romani, che amava come figli fendere la folla con tanta precipitazione volle seguirli e così anche lui si trovò all'osteria sulla Riva degli Schiavoni alle calcagna di Cencio.
Descrivere lo stupore e la paura del mercurio clericale in mezzo ai quattro è cosa ben difficile. Essi Io condussero nella stanza più recondita dell'osteria in un piano superiore, dissero al cameriere che portasse loro da bere, e poi li lasciasse perché dovevano trattare d'affari, chiusero l'uscio a chiave, ordinarono allo sgherro di sedersi contro il muro, presero posto su di una panca collocata al di qua della tavola e cogli occhi fissi sul malvivente rimasero in attitudine di giudici inesorabili.
In altre circostanze forse il malandrino avrà sentito rimorsi, e si sarà pentito de' suoi tradimenti ma in questa vi assicuro che egli ne avea ben d'onde.
I quattro amici, freddi e tranquilli, come chi ha la coscienza della forza e dell'anima intemerata, contentavasi di fissare i loro occhi in quelli del perverso e questi fuori di sé, colla bocca e gli occhi spalancati sforzavasi di articolare delle voci che non volevano uscirgli dalla strozza, riuscendo penosamente a balbettare: "signori… io non…" ed altre parole mozze.
Fu un po' barbara la tranquilla pacatezza dei quattro romani e chi avesse potuto contemplare quella scena certo coll'immaginazione sarebbe corso al paragone del sorcio sotto l'inesorabile sguardo del gatto, che ne spia ogni minimo movimento, per lanciarvisi sopra e stritolarne le ossa sotto i denti. Se un pittore avesse potuto trovarsi presente a quel muto consesso ne avrebbe tolto il soggetto di un bellissimo quadro.
Già abbiamo descritto i primi tre, veri tipi degli antichi romani, di bellezza, di forme veramente artistiche.
Gasparo era, e con ragione, una di quelle figure che un romanziere francese avrebbe pagato a peso d'oro per poterne fare il suo "Brigant Italien" e fotografato da Bernieri(69) il suo ritratto, avrebbe prodotto assai maggior lucro all'artista, che quello di qualunque sovrano d'Europa.
(69) Bernieri, Maggiore e fotografo a Torino.
Era veramente una gran bella figura di brigante quel vecchio Gasparo, ma di buon brigante, di quelli che l'hanno a morte coi birri, ma che non si macchiano con azioni infami come quei mostri assoldati dai preti che commettono eccessi da far inorridire una tigre.
Anche il successore di Gianni, avrebbe fatto un'idonea comparsa in un quadro caratteristico e certo per rappresentarne la paura in tutta la sua bruttezza, nessuno avrebbe potuto servir meglio di lui. Inchiodato al muro cui appoggiava le spalle egli lo avrebbe rovesciato, forato, se la forza fosse stata pari alla volontà, coll'intento di potersi allontanare un po' più da quei quattro tremendi osservatori lì davanti a lui, fissi, impassibili, e che pure meditavano la sua rovina, forse il suo esterminio.
La voce austera di Muzio, dell'antico capo della contropolizia di Roma, fu la prima che s'udì rompere quel sepolcrale silenzio. "Dunque:—disse egli—io ti voglio contare una storia o Cencio, forse da te conosciuta come Romano, e che imparerai se per caso non la conosci; sta attento:
Un giorno i nostri padri, stanchi delle prepotenze del primo re di Roma che fra le altre amabili imprese, aveva ucciso con un pugno il fratello Remo perché si divertiva per scherzo a saltare il fosso di cinta fatto da Romolo, i nostri padri dico, in un senato consulto decisero di sbarazzarsi del loro re, un po' troppo manesco e con disposizioni un po' troppo dispotiche. Detto fatto! gli saltano addosso colle daghe sguainate e Romolo, benché valorosissimo, dovette cadere sotto i loro colpi. L'affare era fatto, ma al popolo romano alquanto innamorato del suo re guerriero, per non avere de1 guai, bisognava contare qualche fandonia su quella morte e l'avviso d'un vecchio senatore prevalse su quello degli altri sul da farsi.
—Noi conteremo al popolo—disse il vecchio:—che Marte padre di Romolo disceso tra noi, dopo averci rimproverato d'essere un po' troppo ladri e quindi indegni d'aver a capo il figlio di un Dio, se l'ha preso seco e trasportato in cielo.
—E cosa faremo del corpo?—soggiunsero più voci di senatori.
—Del corpo?—disse il vecchio.—Niente di più facile che provvedervi—e sguainando la sua daga cominciò a tagliare a pezzi il cadavere. Quando ebbe terminata tale anatomia—ognun di voi, ora —disse—prenda uno di questi pezzi, lo nasconda sotto la toga e vada a gettarlo nel Tevere. Prima di domattina, i mostri marini avranno dato degna sepoltura a questi avanzi del fondatore di Roma.
Che te ne pare, Cencio? Senza essere re di Roma, né figlio di Dio, una morte cotale non ti parrebbe onorevole? per te che altro non sei che un miserabile traditore?".
"Per l'amor di Dio!…" gridò il satellite esterrefatto e piangente come un fanciullo e le lacrime per un pezzo gli soffocarono la voce. Alla fine alquanto sollevato dallo stesso pianto, ripigliò: "Io farò quanto mi chiederete, ma per l'amore che portate ai vostri amici, alle vostre donne, alle vostre madri, non mi fate soffrire una morte così crudele!".
"Parli di morte crudele!? Ma per uno sgherro, una spia, un traditore c'è forse morte troppo crudele?" rispondeva Muzio con quella impassibilità che Io distingueva. "Hai forse scordato quando vendevi la gioventù romana ai preti che poco mancò non la facessi crudelmente trucidare tutta dai loro carnefici?".
Nuovo pianto! nuovo pianto ancora scorreva dagli occhi del codardo.
Muzio: "Ora poi, la tua venuta a Venezia, bel soggetto! cosa significa? Chi t'ha inviato? A che sei venuto qui, perverso?".
"Vi racconterò tutto" era la risposta del malandrino. E l'altro: "Conterai tutto, vedremo! e nulla ti resti in fondo di quel sacco di malizie e di tradimenti che tieni al posto della coscienza".
"Tutto! tutto!" gridava Cencio come un energumeno. E come dimentico di quanto doveva narrare e sopraffatto ancora da immensa paura non sapeva da dove cominciare.
"Saresti più lesto nelle tue delazioni al Sant'Ufficio, boccone da forca", sussurrava Gasparo, col suo vocione. "Avanti!" esclamarono Orazio ed Attilio, rimasti pazientemente silenziosi sino a quel punto.
Un momento d'assoluto silenzio seguì quel primo atto un po' tempestoso, e Cencio principiava a narrare così: "Se vi è cara la vita del principe T….". "Del principe T.? il fratello d'Irene", sclamò Orazio varcando d'un salto la tavola ed afferrando il traditore per la gola!
Cencio, tra l'ugne di una tigre o tra gli abbracciamenti del re delle foreste avrebbe corso meno pericolo che non tra le mani del principe della campagna di Roma, che l'aveva agguantato al collo. Ma Attilio, con modo gentile: "Fratello,—disse ad Orazio,—abbi pazienza, lasciamolo parlare".
Veramente spacciato Cencio, addio rivelazioni. Ciò era chiaro come il sole, onde la suggestione del capo dei trecento di Roma fu capita da Orazio e sciolse dalla gola di Cencio le sue mani frementi.
"Se vi è cara la vita del principe T.—ripigliava il malvagio—andiamo insieme a farlo avvisato che un agguato di otto emissari del Sant'Ufficio lo apposta nei dintorni dell'Albergo Vittoria, ove egli sta d'alloggio".
Morte ai preti! Morte a nessuno! gridava ilsolitariodall'alto del balcone alle moltitudini rispondendo alla terribile loro esclamazione!
Morte a nessuno! "Eppure, chi è più meritevole di morte che la setta malvagia la quale ha fatto dell'Italiaun paese di morti(70), un cimitero? O Beccaria! le tue dottrine sono sante! io ripugno dal sangue! ma non so se l'Italia potrà liberarsi da' suoi tiranni dell'anima e del corpo senza distruggerne, senza annientarne sino l'ultimo rampollo!".
(70) Lamartine.
Queste considerazioni passavano per la mente dell'uomo del popolo e lo distraevano.
Frattanto quella parte di popolo che non avea potuto udire la voce che partiva dal balcone Zecchin ma solo il grido dimorteche mille infocate voci avevano esclamato, quella parte di popolo dico, più distante dalsolitario, ma più vicina al palazzo principesco del Patriarca, s'avanzava come l'onda d'un torrente che precipita dalle montagne ed assaltava il vestibolo del palazzo suddetto rovesciando quanti ostacoli si opponevano alla sua furia.
In pochi minuti ogni salone, ogni stanza del maestoso palazzo erano invasi e per le finestre si vedevano svolazzare tutti que' simulacri d'idolatria con cui i preti sì spudoratamente beffeggiano le ingannate moltitudini.
Molti artisti innamorati del bello avrebbero potuto gridare allo scandalo, al sacrilegio! in quel rovinìo d'ogni oggetto d'arte e per vero dei ben preziosi capolavori sotto forme di santi o di madonne andaron travolti ed in pezzi nel generale esterminio.
Tra le astuzie dei sardanapali pretini, ricchissimi com'eran furon sempre mercé la stupidità dei fedeli, non ultima fu quella d'impiegare gli artisti più eminenti nell'illustrazione delle loro favole. Quindi i Michelangeli ed i Raffaelli d'ogni età, furon da loro assoldati ed il popolo anche persuaso della vanità delle proprie credenze, e dell'impostura dei leviti di Roma rispetta ancora i simulacri della sua prostituzione perché sono capi d'opera di molto pregio.
Ma il primo capo d'opera d'un popolo non è la libertà? non è la dignità nazionale? E tutti quei portenti dell'arte, benché portenti che gli rammentano il suo servaggio e la sua degradazione, oh!, non sarebbe meglio che ei li mandasse all'inferno?
Comunque fossero, opere preziose o volgari, il popolo rovesciava, e precipitava sul lastrico ogni cosa, e tutto mandava in frantumi.
Ed il Patriarca!? guai a lui se fosse caduto nelle mani della turba furente! Ma la pelle è cara ai discendenti degli Apostoli! ai campioni della fede! Essi edificarono veramente la loro baracca sul martirio degli antichi seguaci di Gesù e su quello del Nazzareno, ma di martirio questi grassi epuloni, non ne vogliono sapere nemmen per sogno!
L'Eminenza sua al primo ruggito della tempesta popolare, se l'era svignata e per un uscio segreto avea guadagnato una delle sue gondole e con essa si era posto al sicuro.
Intanto la voce delsolitarioche esclamava: "Morte a nessuno!" era ripetuta nella moltitudine e giungeva fino agli assalitori del Patriarcato. Quella voce amata e rispettata dal popolo, calmò il fremito delle turbe, ed in pochi momenti la tranquillità venne interamente ristabilita.
Nei bei tempi del diritto della coscia(71) i principi non avevano bisogno di correre dietro ad una forosetta per implorarne il favore e ben fortunate eran quelle cui capitava di poter fissare per un momento lo sguardo de' loro sultani,
(71) Diritto dei signori feudali, come già dicemmo, altrimenti chiamato diritto della prima notte, che gli sposi vassalli dovevano subire, o redimere a danaro, a beneplacito del signore.
Oggi le cose corrono alquanto diverse: benché vi siano dei principi con tanta autorità quanta ne avevano gli antichi, anzi molti con più, perché il loro despotismo si copre con maschera liberale, pure ne vediamo nei giorni che corrono parecchi conformarsi a più moderate pretensioni ed aspirare anche all'adorazione di qualche divinità plebea. Così la pensava il nostro povero principe T…. obbligato a rimanere lontano da' suoi beni e bersaglio a tutta la rabbia pretina, tanto più accanita in quanto che giovinetto lo avevano iniziato ai segreti più intimi della Corte di Roma.
Giovane ancora ed avvenente della persona, il principe prevenuto della reputazione meritamente stabilita delle venete bellezze, non mancava di certo prurito, di certo desiderio di voler fare una conquista. Dobbiamo a giustificazione del giovane principe notare, che quel suo prurito è pure comune anche ai vecchi, il che sia detto senza mancar loro di rispetto.
Egli trovavasi dunque sul vestibolo del palazzo Zecchili ammirando le graziose visitatrici che per pura curiosità donnesca giungevano a vedere ilsolitario.
In mezzo alla calca dei saloni era arduo poter contemplare le fisonomie e massime il portamento della persona ma da quella parte del vestibolo sulla prima gradinata ove s'era collocato il romano l'osservazione riusciva più facile ed abbracciava quelle che entravano e quelle che passavano senza entrare.
Dall'interna folla, sguizza traversando ilsottoporticodel Cappello una di quelle figure che basta vedere una volta perché vi restino impresse nell'anima tutta la vita. Le ciglia, gli occhi, i capegli d'ebano il più pulito e brillante adornavano un volto che avrebbe potuto servire a Tiziano per dipingere le sue Veneri famose. Il tipo di quella donna era veramente l'ideale della veneta bellezza.
Il principe sino allora impassibile dinanzi al gran numero di passeggieri che formicolavano in un andirivieni continuo fu colpito da uno sguardo dell'incantatrice la quale sembrava adocchiare ogni cosa, ogni persona, senza fissarne alcuna. Colpito da questa apparizione, il principe precipitossi sui passi della sconosciuta i cui piedi sfioravano il suolo, in quella guisa che il Colibrì(72) sfiora i fiori eterni della zona torrida. Precipitossi sui suoi passi. Ma altro era il volere, altro il potere. La graziosa e bellissima fanciulla o più svelta o più assuefatta a scivolare fra la folla nelle calluzze della sua città era già seduta in fondo alla sua gondola, e già aveva comandato al gondoliere di andare, quando il T…. giunse alla riva del canale.
(72) Il più piccolo degli uccelli, variopinto, che succhia il polline dei fiori come l'ape. Molti ve ne sono nell'America tropicale.
Che fare? Precipitarsi nell'onde, ed aggrapparsi all'orlo della barca, come un forsennato chiedendo per pietà d'esservi ammesso, fu la prima e matta sua idea. Un bagno di marzo, nell'acqua fresca della laguna poco spaventava il nostro affascinato, ma presentarsi alla donna de' suoi pensieri così grondante, e forse senza cappello in testa, non è cosa che soddisfaccia nessuno e meno poi un principe. Egli dunque si attenne al più savio consiglio, imbarcossi in altra gondola e così pensò inseguire la sconosciuta.
"Voga—egli disse al gondoliere—e se raggiungi quella gondola là, guadagnerai una buona mancia".
"Lasci fare" rispose il gondoliere, quindi "Tita, comio!"(73) gridò al compagno di prora e rialzando su ambe le braccia la camicia rossa (poiché molti gondolieri la portavano in quei giorni per onorare l'ospite di Venezia) si accinse al maneggio del remo con quella grazia e vigore non superati da altra gente marinaresca del mondo.
(73)Comio, gomito, forza Giovanni Battista.
"Voga, voga, elegante gondola, segui e raggiungi la scivolante fuggitiva che porta seco l'anima mia! E perché non sarà essa l'anima mia quella fanciulla leggiadra, quella bellezza adriaca, che io sognai mille volte quando le lagune erano schiave come lo è la mia Roma?
Perché? perché non la vidi che un solo istante? ma essa mi saettò con quel suo occhio di fiamma che mi vinse, e mi fé' suo per l'eternità? Però non feriva essa colle sue luci tutti i circostanti egualmente! Non spargeva essa una atmosfera di balsamo che se inebbriò me doveva anche inebbriare gli altri?
È questo poi amore? È questo quel passatempo che i mortali succhiano come l'arancia e scaraventano poi nel letamaio? oppure è quell'amore celeste! sublime, che avvicina la creatura al creatore, che trasforma i disagi di questa misera vita… i pericoli… la morte in delizie indescrivibili?
Potente della terra, vieni a toccarmi questa mia donna ch'io amo d'amore che non posso descrivere. Vieni col tuo esercito di sgherri, fossero essi mille volte più numerosi. Vieni! e tocca soltanto il lembo della sua veste; questo pugnale s'immergerà nel codardo tuo seno come la lingua del Coral, la più velenosa delle americane serpi, nelle latebre dell'infame tua vita!"
"Voga! Voga!—gridava ancora il principe impaziente di raggiungere il fuggente tesoro.—Voga, e se non basta un marengo(74) ne avrai dieci. Voga!"
(74)In questa fucina di servilismo che si chiama Italia, ad ogni passo si devono ricordare le glorie dei tiranni.
"E se fosse una plebea?—ruminava ancora nel suo soliloquio il principe.—Che plebea d'Egitto? Ha forse Dio creato dei plebei e dei grandi? Non sono la malizia e la prepotenza che imposero alle moltitudini i despoti ed i tiranni?
E non era Gesù un plebeo?…
E se quella fanciulla sì bella! sì affascinante! fosse contaminata! fosse una di quelle!… Oh! profano al celeste amore non pronunziare sacrilegi!
Come potrebbe il volto di una simile donna arieggiare l'angelico viso della mia sovrana?".
Ed era precisamente plebea l'Annetta: gli scalini della modesta sua casa ove approdò la gondola ben lo accennavano.
Non atrio, non peristilio con colonnato ma semplici scalinate al di dentro e al di fuori. Non tappeti sulle scale o ornamenti di ricchi vasi e d'esotici fiori. Alcuni vasi di fiori potevano scorgersi sulle finestre perché anche Annetta amava i fiori quanto una principessa ma piccoli esemplari, non dirò miseri perché cari come erano alla giovinetta, essi valevano un tesoro.
Una donna attempata che di giorno avrebbe attratto l'attenzione di tutti tanto era l'ansia espressa sulla sua fisionomia avea aspettato sin a quell'ora, circa le undici della sera, la sua amatissima Annetta, che curiosetta avea voluto anch'essa vedere da vicino l'uomo del popolo e che non potendo essere accompagnata da Mario, unico fratello, assente, l'avea la madre affidata a Nane, il gondoliere di casa.
Quando Rosa si fu accertata che era la propria gondola che giungeva, lasciò il balcone ove era stata spiando con ansia indescrivibile e con un lume in mano scese rapidamente la scala a ricevere l'adorata figliuola.
Erano nelle braccia l'una dell'altra, come se un secolo le avesse divise, quando il principe sopravvenne e profittando della porta rimasta aperta e della distrazione delle due donne, via, dentro anche lui coll'audacia di un soldato in paese di conquista.
Sciolse dall'affettuoso amplesso, mentre la madre con dolce rimprovero cominciava: "Annetta? ma perché sei rimasta tanto fuori?" ambedue misero un grido di sorpresa vedendosi in presenza di uno straniero.
Il principe, avventurato in un'impresa così ardita, comprese che doveva mantenersi in corrispondente contegno, quindi avanzandosi verso la giovine, che al chiarore della lucerna le sembrò ancora più bella di quanto se l'aveva figurata, volle prenderle la mano per baciarla e per ispirarsi ad alcune parole convenevoli di discolpa e di ammirazione.
Ma una mano ferrea, in quell'istante stesso, colto di dietro il pugno del principe con una scossa che fece traballare l'intera persona, lo distaccò dalla donna.
Da una terza gondola approdata poco dopo le prime, era disceso svelto e risoluto un nuovo e giovine attore su questa interessante scena.
Alto di statura, nerboruto e bellissimo della persona, il nuovo arrivato vestiva la camicia rossa e sulla parte sinistra dell'ampio suo petto portava il distintivo dei prodi, la medaglia dei mille.
Morosini era l'amante riamato di Annetta e sul volto della fanciulla l'osservatore attento avrebbe letto un mondo di espansioni affettuose alla vista del suo diletto, espansioni alle quali tenne dietro subitaneo timore quando la voce di lui maschia e sonora, rivolta al principe lo incalzava con queste parole:
"Credo che vi siate ingannato, signor damerino, non troverete qui ciò che cercate. Vi prego dunque di rifar la via e andare altrove alla cerca".
La scossa ricevuta e le austere parole che la seguirono sollevarono nel principe un certo orgasmo di dispetto e poiché alla indignazione univa il coraggio, rispose sullo stesso tono al suo interlocutore.
"Non venni qui ad insultare, signor insolente ma ad ossequiare, e del vostro insulto se siete gentiluomo, me ne darete ragione. Eccovi la mia carta e sarò all'Albergo Vittoriaai vostri ordini sino al meriggio di domani".
"Io non vi lascerò aspettar tanto", fu la risposta del Morosini.
Il contadino non persegue la pernice nel folto delle boscaglie ma, dopo avere coperto le acque delle fonti circostanti, l'aspetta a quella fonte che unica lasciò scoperta e lì la caccia col vischio, colla rete o col piombo micidiale in quell'ora che la povera innocente vi cerca rifugio e ristoro alla sete.
Così nelle ore meridiane il bifolco aspetta imboscato i renitenti al giogo da cui rifuggono.
Ed il corsaro, che invano si cercherebbe sugli immensi spazi dell'Oceano, si aspetta al varco de' suoi nascondigli, ove deve condurre le prede, e là si cattura.
Analoga fu la risoluzione dei nostri quattro romani per rinvenire il principe T. che inutilmente avevano cercato in ogni via. Dopo d'aver riconosciuti e mandati a casa, col mezzo di Cencio i cagnotti del Sant'Ufficio si posero loro in agguato nei dintorni dell'Albergo Vittoriaaspettando la comparsa del T. il quale verso mezzanotte arrivò, e fu seguito nella sua stanza dagli amici suoi che gli palesarono la trama dei porporati ed ogni loro scoperta.
Era troppo nobile d'animo il principe per mettere i suoi amici a parte dell'imminente duello. Orazio specialmente il cui animo ardente ei conosceva e che non avrebbe concesso ad altri la parte di secondo. Pure d'un secondo egli abbisognava e profittando d'un momento di calda discussione tra gli amici, con un'occhiata chiamò Attilio al balcone, e lo richiese di fermarsi con lui per quella notte.
Orazio, Muzio e Gasparo si congedarono, ed Attilio rimase col pretesto d'affari particolari.
Alla prima alba, un giovine in camicia rossa picchiava alla porta della stanza N. 8 dell'Albergo Vittoriae presentava al principe T. un cartello firmato Morosini espresso in questi termini: "Io accettai la vostra sfida e vi sto aspettando alla porta dell'albergo nella mia gondola. Ho meco delle armi ma se non vi convenissero, portate le vostre. I padrini stabiliranno le condizioni del duello".
Alzatosi il principe e fatto chiamare Attilio lo presentò al secondo di Morosini ed in pochi minuti le condizioni furono fissate.
Armi: pistole. Distanza: venti passi. Facoltà di marciarsi incontro, sparando a volontà.
Il sito era dietro i murazzi, ove i contendenti potevano recarsi subito, essendo tale il piacimento dello sfidato.
In verità se s'ha a morire od ammazzare è meglio si faccia subito poiché anche alle anime più risolute tanto una cosa che l'altra ripugna e quindi si desidera abbreviare il termine della decisione.
Cosa diavolo dirò del duello? Io fui sempre d'avviso che fosse vergognoso il non potersi intendere senza uccidersi ma d'altra parte, tocca a noi, iloti ancora dei prepotenti della terra, paria dell'Europa, a predicare la pace individuale e generale? a noi, il perdono dell'oltraggio! a noi! così oltraggiati da tutti! a noi cui è vietato di passeggiare sulla nostra terra!? di fregiarci delle nostre glorie!? A noi calpestati nei nostri diritti, nella nostra coscienza e nel nostro onore dalla più vile scoria della nazione nostra!? A noi, che per vivere, per essere considerati, protetti, ci bisogna prostituirci!? Via! non duelli quando saremo costituiti, ben governati e godremo nei nostri diritti all'estero ed all'interno ma di fronte alla prepotenza, all'arbitrio e al privilegio no! non si può patrocinare la pace.
Intanto vogano verso i murazzi le gondole che portano i contendenti. Uscite da Malamocco costeggiano per un pezzo l'argine immenso costrutto dalla Repubblica, contro le furie dell'Adriatico e sbarcano finalmente alla spiaggia esterna e deserta che fuori dei murazzi è a secco quando gl'impetuosi bora o scirocco stanno in riposo. Saltarono sulle sabbie, scelsero un sito a proposito, e dopo aver misurato i venti passi i secondi porsero le pistole agli avversari che si collocarono sui due segni marcati nell'arena. Attilio doveva batter tre volte palma a palma ed alla terza i combattenti potevano avanzare e far fuoco a volontà.
Già i due colpi eran battuti e le mani erano alzate per il terzo segno quando una voce dal lido, ove si trovavano le gondole gridò: "Fermi!" ed i quattro volgendo lo sguardo videro uno dei gondolieri, canuto e di aspetto venerando, che si affrettava correndo verso di loro. "Fermi!" ripeteva ancora il vecchio venendo avanti e non si fermò se non giunto che fu tra i due armati. Allora cominciò con voce alquanto tremante ma maschia e sonora, tanto che pareva incompatibile col mucchio d'anni indicato dalla sua canizie: "Fermi! figli d'una stessa madre, l'atto che voi siete per compiere, macchierà l'uno dei due col sangue d'un concittadino! Non potrebbe essere versato invece a prò di questa terra infelice, cui tanto ancora resta a fare, per raggiungere la indipendenza a cui agogna da secoli. Tra voi, il vinto morirà senza una parola d'affetto, una benedizione de' suoi cari: il vincitore rimarrà coll'aspide del rimorso nel cuore tutta la vita! Oh voi! che ai lineamenti gentili io conosco nati su questa terra di pianto. Non ha l'Italia molti nemici ancora, e non abbisogna essa di tutte le braccia de' suoi figli per scuoter le secolari catene? Cessate dalla lotta fratricida, ve lo chiedo, ve lo impongo in nome della madre comune! Cessate! non rinnovate le gare antiche, retaggio fatale degli incauti, scellerati padri vostri, che precipitarono questa bella patria in tanta abbiezione! Tornate amici. Tornate fratelli! Domani voi proverete allo straniero che tenterà ancora di strapparvi le vostre sostanze e le vostre donne, chi dei due sia più valoroso".
Le onde dell'Adriatico infrangevansi contro gli scogli granitici che arginano i murazzi con più effetto delle parole patriottiche ed umanitarie del vecchio sull'ostinata risoluzione di quei due assetati di sangue ed il principe, con certo piglio di dispetto, che chiariva l'aristocratica origine intimò al vegliardo: "ritiratevi".
Si ripresero da capo i segnali, le battute di mano si seguirono, ed alla terza gli avversarii marciarono ad incontrarsi colla pistola armata nella destra e coll'occhio fisso l'uno sull'altro senza battere palpebra col meditato intento dell'omicidio.
A dodici passi sparò il principe e la palla sfiorò passando la parte destra del collo di Morosini: lo ferì e ne sgorgò il sangue, ma fu ferita leggera. Il soldato di Calatafimi, più freddo dell'avversario, s'avvicinò di più a forse otto passi. Sparò ed il fratello della nostra Irene si aggomitolò cadendo sul terreno come uno straccio. La palla gli avea traversato il cuore.
Il Sant'Ufficio dal Vaticano sorrise di quel sorriso infernale con cui si rallegrò ogni volta che un olocausto di sangue sparso dal pugnale della discordia bagnava questa terra infelice. E chi lo versò quel sangue italiano? Una mano italiana, consacrata alla redenzione del suo paese.