Il due dicembre il despota della Senna, l'Imperatore-menzogna(75), il nemico di tutte le libertà, il protettore di tutti i tiranni, dopo diciassett'anni di perverso dominio colla stessa ipocrisia con cui la tenne schiava, liberò la Niobe delle nazioni, la vecchia metropoli del mondo, la dominatrice, la martire, la più grande delle glorie umane!
(75) Napoleone III (N.d.C.)
Egli fu il continuatore della vendetta universale.
Totila alla testa delle feroci sue orde conquistava Roma, la distruggeva, ne sterminava la popolazione ed era questa giustizia di Dio! "Morrà di ferro chi uccide col ferro!" Perché i romani vollero dominare il mondo? perché dalle fertili contrade assegnate loro dalla natura vollero scorrere tanta parte di mondo aggiogando sino le nazioni le più remote derubandole, disertandole?
I popoli della terra portarono per contraccambio ai loro tiranni servitù, rovine, miserie.
Il continuatore degli Attila e dei Totila non men depredatore di loro gettossi lui pure sulla facile preda e palpitò di gioia il fallace suo cuore mentre la stringeva tra le ugne!
Che bell'appannaggio al crescente principino!… Parodia del gran zio. Ci vuol altro! Alle grandi opere, si richiede un alto cuore; ed il figlio dell'ammiraglio olandese(76), sortì cuore piccino, e codardo! Eppure in tutti gli atti della sua vita, si scorge la presunzione d'imitare lo zio ma nello stesso tempo si vede la mancanza di energia, di genio per l'esecuzione.
(76) Si dice il Bonaparte III figlio di un Ammiraglio Olandese.
I barbari antichi conquistarono e fecero un mucchio di rovine della superba conquistatrice, il moderno barbaro, il devoto camuffato da gesuita, non distrusse, non ruinò, ma considerò roba propria la grande preda. Poi, indebolito dalle lascivie e dagli anni, scosso sino alle fondamenta l'insanguinato suo trono dalle fallite imprese americane ove avea tentato, il malvagio, di dare il colpo di grazia al santuario della libertà del mondo, alla grande Repubblica, edificando alle sue porte un impero austriaco per farsi perdonare dai coronati, la sua origine plebea, l'apostata della Rivoluzione, mutò in parte pensiero.
Distruggere la libertà sulla superficie della terra per ottenere la concessione d'un posticino al banchetto della tirannide!! Povera Francia! a che fosti ridotta!
E il governo Italiano ha accettato l'eredità dell'imperatore-menzogna. Far il birro al Negromante del Vaticano, obbligarli a soggiacere al governo del S. Uffizio. Rinunziare alla capitale d'Italia, proclamata dallo stesso Governo Italiano, votata e sancita dal suo Parlamento: ecco l'opera del Governo.
Io credo che governo più codardo sia impossibile trovare nelle storie antiche e moderne e bisogna che sia proprio destino dell'umanità che si debba trovare accanto al bene tanto male, tante umiliazioni, tanta perversità!
Ho detto "accanto al bene" poiché non si può negare essere l'unificazione italiana un miracolo di bene, ad onta degli sforzi fatti da governi e da sette più o meno nere, per trattenere, e far retrocedere questo povero paese, impoverendolo, pervertendolo con ogni modo di depravazioni e di menzogne.
Governo! si può egli chiamar governo quest'agenzia di corruzione!?
Grazie ad essa il popolo è ridotto: ad una metà comprata per aggiogare l'altra, tenerla nel servaggio e nella miseria!
Salve! valoroso popolo del Messico! Oh! io invidio la tua costanza e la tua bravura nella liberazione del tuo bel paese dai mercenari del despotismo!
Accettate, coraggiosi nipoti di Colombo, dai vostri fratelli d'Italia, un saluto alla vostra libertà redenta!
A voi s'imponeva la stessa tirannide e la spazzaste come la fantesca spazza le immondizie. Noi soli!… garruli, pieni di preterizioni, vani, millantando glorie, libertà, grandezze!… e legati per il collo… imbavagliati! troppo liberi per le ciarle ma inetti a compiere quella ricostituzione politica che sola può darci il diritto di sedere accanto alle libere nazioni.
Tremanti dinanzi al despotismo d'un abbietto tiranno straniero, noi non osiamo, per paura che ci castighi, passeggiare per casa nostra, dire al mondo che siamo padroni di noi, strapparci dal fianco il dardo che perfidamente ci ha conficcato.
E più umiliante, più degradante ancora è la condizione che il despota straniero ci ha imposta, lasciò la preda che l'anatema del mondo gli vietava e ne disse: Codardi! guardatela, fate da birri in vece mia, ma non la toccate!
Oh! Roma! patria dell'anima! tu, sei veramente la sola! l'eterna! Al disopra d'ogni grandezza umana anche oggi… sotto qualunque degradazione! Il tuo risorgimento non può esser che una catastrofe da mettere a soqquadro il mondo!
Le macchie del servaggio e le rughe della miseria il popolo alla fine le lava e le spiana col suo sangue. La classe intelligente e ricca dovrebbe una volta, capirlo e risparmiare all'umanità quelle orgie di macelli, che la deturpano e la riconducono sovente alla primitiva barbarie.
In altri tempi Venezia, seguendo l'impulso della sorella lombarda, lavava nel sangue molti anni di umiliazioni e di servaggio. Non così ora. Essa sorge dalla dominazione straniera, non per propria, ma per altrui virtù.
Oh! fosse almeno la libertà sua raggiunta per opera, per coraggio dei fratelli, pazienza! Ma chi la redime sono vittorie di stranieri. Sadowa, gloria Prussiana, ha liberato Venezia! e la nazione italiana a niuno chiede ragione di tanto sfregio!
Eppure le nazioni, come gli individui, abbisognano di dignità per vivere e più della vita dell'anima abbisognano che non della vita del ventre a cui ci vogliono condannare i reggitori nostri.
Un giorno la regina dell'Adriatico portava il suo superbo leone nel lontano oriente, rintuzzava il conquistatore Ottomano e vi dettava la legge. I monarchi dell'Europa, collegati e sorretti dalle gelose italiane repubbliche, movevan compatti contro le lagune ed eran respinti dai coraggiosi repubblicani. Chi riconosce oggi quei fieri concittadini di Dandolo e dei Morosini? Per liberarsi, abbisognano dello straniero. Liberi si gettano nelle file delle raschiature di Seiano(77), setta propensa a tutte le umiliazioni! a tutti gli obbrobrii!
(77) Così Guerrazzi chiama i moderati.
Come la tirannide trasforma le più nobili creature in abietti ermafroditi! e non siete soli o veneti! Tali ho pur veduto i discendenti di Leonida e di Cincinnato.
La schiavitù imprime sulla fronte dell'uomo un marchio tale d'infamia e di depravazione da renderlo irriconoscibile da confonderlo coi beati abitatori delle foreste.
Eppure, umiliato come fu ed è ancora, il popolo italiano non dimentica i suoi divertimenti, le sue feste. "Pane e giuochi" esso grida ai nuovi tiranni come già gridava agli antichi. Ed il prete in ispecie per compiacerlo, per ingannarlo e corromperlo, si è ravvolto in un ammasso di pompe e di cerimonie da oltrepassare tutto quanto ci narra la storia dello sfarzo in cui gli impostori dell'antichità si avviluppavano.
Non parlate di politica, non ci pensate! pagate e spogliatevi di buona grazia per grassamente mantenere i vostri scorticatori. Poi, di giuochi, di divertimenti, di prostituzioni ve ne lasceremo a dovizia.
Le sponsalizie del mare erano delle cerimonie predilette del popolo di Venezia, quando questo popolo era padrone di sé, aveva un governo proprio e questo governo era presieduto dal Doge.
Nel giorno prefisso per la festa il Buccintoro, la più splendida galera della repubblica, mirabilmente adorno e imbandierato, risplendente di arazzi e di dorature con a bordo il Doge, la maggior parte dei membri del Governo, gli ambasciatori stranieri e le più cospicue tra le belle signore di Venezia in gala, moveva al suono della musica dal palazzo di S. Marco e s'avviava verso l'Adriatico.
Facevan corteo al Buccintoro altre molte galere ed un numero immenso di gondole, tutte parate a festa e portanti la maggior parte della popolazione.
Eri pur bella in quei giorni fatata regina! quando i tuoi Dandoli, i tuoi Morosini, seppellivano nel seno di Anfitrite l'anello maritale e la dichiaravano sposa propiziandola agli arditi navigatori delle lagune!… Oh! salve! Repubblica di tredici secoli, vera matrona delle Repubbliche! Oh! se alle pompe de' tuoi sponsali avessi associato un fraterno banchetto colle altiere tue consorelle italiane lo straniero all'erta sulle vostre discordie non vi avrebbe certo calpestate tutte e ridotte in servaggio!
Cancellate le cicatrici delle vostre catene, spianate le rughe che la miseria impresse sulla vostra fronte, non dimenticate ringhiose! le umiliazioni per cui siete passate e rammentate che unite potrete sempre sfidare ogni prepotenza straniera.
Ilsolitario, appoggiato ad un balcone del palazzo Dogale che dava sulla laguna, in compagnia delle nostre belle romane, di Muzio, Orazio e Gasparo, ascoltava un vecchio Cicerone che gli narrava le antiche glorie della Repubblica e dopo aver parlato d'ogni cosa, giungendo alla descrizione della festa del Buccintoro, esprimeva il rammarico di non aver più nemmeno la speranza di rivedere una di quelle feste ed accennava al sito ove dal molo partiva il legno famoso.
Seguendo la direzione del dito, l'occhio di Muzio si fermò su di una figura ben conosciuta che si teneva in piedi in una gondola col gomito appoggiato alfelzee stava per approdare ai gradini della piazza.
Sparì Muzio e in un lampo comparve al cospetto di Attilio che scendendo strinse la mano dell'amico ed appena potè articolare la mesta parola "morto!".
"Dunque era destino, che questo resto di grandezza romana venisse qui a finire" mormorò l'ex mendico avendo in parte inteso e parte indovinato la fatale storia. "Egli morì da prode" disse il capo dei trecento. E molti italiani sanno morire da prodi, pensava Muzio, ma fosse almeno contro i loro oppressori!
"Io torno alla comitiva, disse Muzio, m'intenderò colsolitarioacciocché devii la passeggiata per altra parte perché Irene ed Orazio non abbiano ad abbattersi nella salma del loro caro. Ti raggiungerò poi con Gasparo".
Un sasso!Che distingue le mie dall'infiniteOssa che in terra e in mar semina morte.(Foscolo)
Io, idolatra del Carme dei sepolcri del grandissimo poeta, sono per l'onoranza ai morti e veramente, credo, che onorare la virtù nei defunti serva d'incentivo ai viventi per imitarli. Ma quando si pensa alle smodate cerimonie con cui il pretismo accompagna il viaggio finale della salma d'un potente non si può a meno di deplorare le spese e lo sfarzo.
La morte! quel tipo vero dell'uguaglianza che distrugge inesorabilmente ogni superiorità mondana e confonde in un ammasso di putredine gli avanzi dell'imperante e del mendico! la morte deve stupire di tanta differenza fra i funerali del povero e quelli del ricco! Deve stupirsi di tanto apparato alla sepoltura d'un cadavere, ridere direi (se la morte potesse ridere) per tante fandonie di lutto che sovente altro non è che gioia nell'animo del vorace erede e nei più, indifferenza.
E i piagnistei per moneta non sono cose da far compassione? Io ho veduto in Moldavia (e lo credo uso d'altri paesi) all'accompagnamento del cadavere d'un Bojardo una frotta di donne pagate per piangere.
E che pianto! e che grida, mandavano quelle sciagurate! Del dolore che ne risentivano, lascio giudicare i miei lettori.
Colesti piagnistei li ho ricordati qualche volta, alla lettura delle discussioni parlamentari, ove certa gente pagata o che spera d'esserlo si sfiata ripetendo deibravo, bravissimoalle insulse e sovente liberticide ragioni di questo o di quell'altro primo ministro.
Il feretro del principe T. fu seguito da molta gente perché si seppe egli essere un principe e nella massa degli uomini che accompagnavanoil titoloper altro colla maggiore indifferenza, si distinguevano pure alcune fisonomie meste e queste erano i veri amici del defunto: Attilio, Muzio e Gasparo. Quest'ultimo si vedeva chiaro avere gli occhi gonfi dal pianto.
La fiera natura del vecchio sovrano della campagna di Roma era stata scossa dalla perdita del suo amico e padrone a cui s'era affezionato sinceramente il che provava la buona indole dell'uno e l'eccellente cuore dell'antico proscritto.
Piangeva egli il principe? No! egli piangeva l'amico, il benefattore!
Quanti amici potrebbero avere i grandi della terra ed a poco costo se volessero aprire l'anima loro alla beneficenza e far sentire men dura l'ingiustizia della sorte a coloro cui fu matrigna.
Molti io conosco tra i grandi benefici, anzi angeli di bontà tra il sesso vezzoso, ma sono pochi in paragone delle moltitudini sofferenti e la maggioranza dei favoriti della fortuna non solo è indifferente pei tapini ma li sprezza, li scaccia da sé, li scortica in mille modi.
Cura di governo dovrebbe essere quella di migliorare la condizione del povero e non è così sventuratamente. I governi pensano alla propria conservazione e per consolidarsi corrompono gran parte del popolo col fine d'avere dei satelliti e dei complici.
La massa dei benestanti potrebbe in gran parte correggere questo capitale difetto dei governi sorreggendo i miseri e migliorandone la sorte ma non lo fanno. Pure loro sarebbe facile! se soltanto volessero privarsi d'una parte del loro superfluo. Il povero manca del necessario per sostentarsi e il ricco nuota tra le copiose vivande e gli squisiti e variati vini il più delle volte nauseato dell'abbondanza e dalla penosa sazietà.
"A che tanto dolore per la perdita d'un nostro nemico, signor Capitano?" Queste parole furon precedute da un picchio sulla spalla destra dato a Gasparo da una figura singolare che gli veniva dietro nel funebre convoglio. Il vecchio voltossi, stette un momento a considerare il famigliare suo interlocutore, e poi con una esclamazione poco convenevole alla santità della circostanza e con sorpresa dei vicini "Accidenti ai settandue!(78) Ma sei proprio tu Marzio?!" "E chi ha da essere altro che il tuo luogotenente, mio venerabile comandante!".
(78) I 72 cardinali—bestemmia dei Romani.
Oh Dumas! Oh romanzieri francesi! che magnifica scena per voi! Qui, avevate veramente il tipo delbrigand italien.
Il vegliardo, in molti mesi di vita principesca, avea alquanto ripulita la sua fisionomia brigantesca, ma Marzio conservava il feroce aspetto del masnadiero romano. Alto della persona e quadrato, era difficile sopportare senza un brivido di timore lo sguardo tagliente che due nerissimi occhi vi lanciavano saettandovi. La sua chioma, nera e pulita come l'ala del corvo contrastava colla lunga barba dello stesso colore brizzolata di grigio in molte parti. Le sue vesti eran forse poco diverse da quelle portate, quando spargeva il terrore per le romane campagne ma alquanto più pulite. Il famoso farsetto di velluto nuovo, non mancava, e se non si vedevano al di fuori di quell'indispensabile accessorio del brigante pistole o daghe. Uncoltello-pugnaleera di certo religiosamente nascosto dalla parte di dentro. I cappelli sono portati in diversa foggia anche dai briganti e Marzio portava il suo un po' inclinato sulla destra, però di forma somigliante ad un cappello d'operaio. Le ghette di cuoio erano state abbandonate da Marzio ed il suo abito di color azzurro con ampie saccoccie non offriva oltre l'ampiezza alcun'altra singolarità.
La circostanza non era opportuna a lunghe espansioni.
Si leggeva però su quelle due straordinarie fisonomie un vero e mutuo sentimento di piacere e di simpatia.
Tant'è; io sono innamorato dei briganti e se fossi una donna chi sa, che non diventassi una brigantessa.
In questi tempi ove la gloria e l'onore italiano hanno avuto certi spiacevoli sfregi, dico il vero: quel pugno d'uomini chiamati briganti che per sette anni si sostiene contro un esercito numeroso altri due eserciti di carabinieri e di guardie di pubblica sicurezza un quarto esercito di guardie nazionali ed un'intiera ostile popolazione; quel pugno d'uomini dico: chiamateli come volete, sono almeno uomini di grande coraggio. E se voi signori governanti in luogo di mantenere la scellerata istituzionepretevi foste adoperati all'istruzione del popolo quegli stessi briganti in luogo di essere stromenti di reazione pretina sarebbero oggi nelle file nostre dandovi l'esempio del come si combatte, uno contro venticinque.
Dunque: Viva i briganti! meno gli assassini, s'intende.
E ancora una parola all'orecchio, signori alto-locati che m'intend'io! Quando voi assaltaste le mura di Roma (per devozione lo si sa) foste voi meno briganti derubando e sgozzando un povero popolo che vi credeva amici. Voi, non solo siete briganti, ma per di più traditori!
Ma mi direte: quelli erano repubblicani, gente infesta al mondo. E cosa eravate voi, signor Menzogna? non repubblicano certamente, perché per esserlo bisogna essere onesto. E… quanto ad onestà vi lascio metter la mano sulla coscienza… se pure ne avete una.
E a Castelfidardo, a Gaeta, non erano republicani che assaltavate! Con che legalità, con che diritto di genti? né più né meno di quello che vanti un brigante sulla strada od in casa colla sola differenza, che il brigante spoglia, e non sempre uccide, e vi siete imbrattate le mani nel sangue innocente.
Chiedo perdono al lettore d'averlo piantato per tanto tempo nel poco piacevole funerale d'un principe per disgredire favellando di grande e piccolo brigantaggio.
Giunto il convoglio al camposanto e sepolto il cadavere non una voce vi fu che in suo onore dicesse una parola di orazione funebre. Il povero principe con tutta la sua volontà di fare il bene n'era stato impedito da prematura morte.
E che cosa si sarebbe potuto dire di bontà, d'eroismo o d'altre qualità commendevoli non avendo egli avuto il tempo d'esercitarle?
Noi lasceremo i nostri amici occupati a consolare l'afflitta Irene per la perdita del fratello che sinceramente amava.
Ultimo rampollo dello splendido suo casato, il principe ne troncava colla sua morte la prosapia; e questa idea, sono certo, non mancava di martellare il cervello della nostra bella matrona la quale, sebbene non repugnasse da un'alleanza plebea, come abbiam veduto, ci teneva al titolo onorevole della famiglia paterna.
Alla immensa fortuna che la morte del fratello lasciava in sua balia non pensò punto, essendo troppo generosa di carattere da anteporre l'interesse alla vita del suo caro. Poi i beni di casa T… sul territorio Romano, erano stati confiscati da quelle perle di servi di Dio, i cui beninon sono di questo mondo.
Ritornati dal funerale, Attilio e Muzio si erano consultati colsolitariosul modo di comunicare alla sorella l'avvenimento fatale ed egli chiamato Orazio e la sposa nella propria stanza aveva data loro la ingrata e dolorosa notizia.
Gasparo, di tutti il più addolorato, dopo Irene, avea col racquisto del luogotenente trovato refrigerio al suo dolore e si sentiva mosso dalla smania di udire le avventure di lui che credeva perduto per sempre.
Ecco dunque i due ex-banditi riuniti a stretto colloquio nell'Albergo Vittorianella stanza di Gasparo. Dopo un mondo d'interrogazioni e di risposte, per lo più a monosillabi, non essendo l'oratoria Io studio prediletto dei briganti, gente più manesca che ciarlona, il luogotenente così cominciò:
"Dopo che voi mi diceste, mio caro capitano, che eravate annoiato della vita brigantesca e disposto di ritornare privato, dal che vi sconsigliai se ben ricordate, io continuai le solite scorrerie senza però mai allontanarmi dai saggi vostri precetti. Spogliare i potenti e sollevare i miseri. I nostri compagni, formati alla vostra scuola, pochi motivi mi diedero di reprimerli; quando qualcheduno però mancava io lo castigavo senza misericordia e così si visse colla grazia di Dio per vari anni.
L'affetto per la donna fu sempre lo scoglio del brigante e ben lo sapete voi vecchio corsaro".
Gasparo, a quegli accenti agrodolci affilava colle dita i suoi mustacchi color di neve ricordando senza dubbio più d'un'avventura galante nella carriera sua pericolosa mentre l'altro ripigliava: "Voi ricordate Nanna, quella fanciulla per cui tante persecuzioni ebbi da' suoi parenti. Non vi fate a credere che quell'adorabile creatura mi tradisse. No! l'anima sua, era, e fu pura come quella d'un angiolo! E perdonate se mi asciugo una lagrima pensando alla donna che tanto amai". Ed il ruvido capo dei masnadieri si metteva il fazzoletto agli occhi.
"Essa è adunque morta" esclamò Gasparo con affetto.
"Morta! Morta!" ripigliava il compagno e i due amici stettero un pezzo in silenzio.
Alla fine Marzio continuò: "Un giorno la mia Nanna, un po' indisposta s'era fermata a passare la notte in casa Marcello presso la povera Camilla impazzita, come avrai saputo, grazie all'infame cardinale S. Io quel dì mi dovetti allontanare colla banda per un'operazione importante. Nella notte la casa fu assaltata e portato via il mio bene in Roma.
Puoi immaginare la mia disperazione, puoi immaginare quante ricerche facessi per conoscere il nascondiglio della Nanna. Finalmente dai nostri amici di Roma seppi trovarsi la fanciulla nel convento di San Francesco, ove l'avean condannata a servire le suore e a non vedere mai più la luce.
La mia donna, al servizio delle suore! destinata a servire quella turba di giovani donne ingannate e di rantolose vecchie volpi! Ve la darò io, dissi tra me, una serva di quella tempra e, per Dio!, questa volta il diavolo si porta via il vostro convento e quante vecchie pettegole racchiude.
La notte, che tenne dietro al giorno in cui conobbi la dimora della Nanna entrai in Roma solo: solo, perché mi sembrava vergognosa codardia farmi accompagnare in una impresa ove si trattava di me solo.
Presi meco un fascio grandissimo di frasche secche, comprato in piazza Navona, lo depositai in un'osteria, ed aspettai che si facesse tardi. Verso le undici, prima che si chiudesse l'osteria, presi il mio fascio e via verso S. Francesco. Chi può impedire a un povero diavolo di portarsi un fascio di legna a casa? Poi, la nostra Roma ha questo di buono, poche persone passeggian le vie durante la notte per paura dei ladri che il liberale governo dei preti lascia liberi quanto vogliono purché non si mescolino in politica.
Giunto al portone di San Francesco, posai il mio fascio, preparai pronto ad accenderlo un mazzo di zolfanelli, calcai le frasche contro il portone e gettai lo sguardo alle due estremità della strada per attendere il momento opportuno.
Era evidente, che bruciando il portone restava la inferriata, la quale mi avrebbe lasciato con tanto di naso e nulla di compiuto. Bisognava fare del chiasso, far accorrere gente di dentro e di fuori. Pertanto dopo aver accomodato ogni cosa traversai la piazzetta e mi nascosi nel vano di una porta saldo ed immobile quale una cariatide aspettando che gente venisse, foss'anco una pattuglia di birri, per me faceva lo stesso. Né ebbi ad aspettar molto, che dopo dieci minuti mi giunse all'orecchio precisamente il suono de' passi misurati d'una pattuglia. Allora, colla velocità che tu sai".
E qui Gasparo interrompendo: "Corpo di Dio! se la conosco, esclamò. Ricordo ancora quel tal Monsignore che, sulla strada di Civitavecchia, avendoci scorti retrocedeva fuggendo a gran galoppo verso Roma ed in men ch'io nol dico tu eri al muso de' cavalli e fermavi la carrozza".
"E che presa fu quella, comandante mio! ci fu da scialacquare per molto tempo colla povertà cristiana di quel discendente degli apostoli! Ma torniamo al racconto. Quando fui certo che la pattuglia veniva innanzi, corsi al fascio, lo accesi e rapido tornai al mio nascondiglio.
In pochi minuti, una fiamma d'inferno divampava dinanzi al portone del convento e lo stesso portone poco dopo infiammandosi mostrava uno spiraglio di fuoco simile al cratere di un vulcano.
E i birri? Dovunque la più trista canaglia del mondo in nessuna parte arrivano alle tristizie di quei di Roma, i birri dico, codardi per natura e lenti per la vita infingarda che menano invece di correre sul sito a smorzare il fuoco si misero a squarciagola a far schiamazzo per svegliare il vicinato ed al fuoco non si appressarono se non quando buon numero di vicini, d'ogni parte accorrenti, giungeva sulla scena d'azione.
Tocca ora a me, pensai, e mi precipitai nel vortice di quel tramestio. Le monache potevan stare allegre che un bel liberatore ce lo avevano alla porta e potevano star allegri anche i birri, che avevano acquistato in me un famoso compagno.
Le cose meglio non potevano riuscire. Al clamore di quei di fuori, le monache non tardano a destarsi. Spalancando l'inferriata, giungono anche esse alla riscossa con secchie piene d'acqua e buglioli e catini e quanti recipienti davan loro alla mano le poverette! Dopo aver fatto mostra di smorzar anch'io dalla parte di fuori sempre fisso però il mio occhio di lince verso il di dentro, vedendo la partita ben impegnata mi slanciai nell'interno al soccorso delle suore ed una salva di acclamazioni accompagnò l'atto mio salvatore.
Appena dentro, girai lo sguardo sulla turba delle femmine ivi riunite ed alla più vecchia che mi sembrò essere la badessa: "favorisca" dissi, e in pari tempo la presi per il braccio sinistro, in modo da farle comprendere che il favore di seguirmi lo avrei ottenuto un po' anche colla forza delle mie braccia. Incontrai più resistenza da quel vecchio cataletto ch'io non avrei creduto. Si contorse, s'impuntò, e non volle muoversi che trascinata resistendo con tutte le sue forze, ma inutilmente: poi si mise a gridare onde fui obbligato a levarla nelle braccia e turarle la bocca con un fazzoletto.
Cosi mi allontanai dalla folla e giunto davanti alla porta di una cella che trovai aperta mi misi dentro col mio fardello. Il lume era acceso, il letto caldo, deposi la vecchia sul letto e chiusi la porta a chiave.
Era la vecchia attonita ma non impaurita. Non ricordo d'aver veduto mai un demonio di tanto coraggio. "Ov'è Nanna?" le chiesi, mentre mi guardava trasognata, con un certo piglio da scuoterla per benino. Nessuna risposta. "Ov'è Nanna?" tornai a dire un po' più alto di prima. Nessuna risposta. Ah! vi farò trovar io la lingua, brutta strega, esclamai infuriato, tirando fuori dalla cintura questo palmo di lama e facendolo luccicare ai suoi occhi. Eppure niente!".
"Sangue della madonna! interruppe Gasparo, sono tutte così le badesse, tutte energumene. Quando alla difesa di Roma nel 1849 la mia compagnia doveva passare nel Convento delSacro Cuoreper occupare le mura di S. Pancrazio ci fecero stare delle ore alla porta senza volerci aprire e la badessa cui era stato presentato l'ordine scritto del Governo lo fece risolutamente in pezzi e solo, quando si cominciava a buttar giù il portone colle mannaie si persuase ad accordarci l'ingresso(79)".
(79) Storico.
"E così fece questa—ripigliava Marzio.—Io non burlavo, lo puoi ben credere. Volevo la mia Nanna e cento vite di vecchie non mi avrebbero certamente impedito di portar l'impresa a buon fine. Attortigliati i suoi grigi capelli alla mia sinistra col pugnale nella destra cominciai a tastarle il collo non già colla punta del ferro per timore mi vi scivolasse ma con uno spillo della sua cuffia. Allora m'accorsi che fino al martirio non voleva arrivare la santa donna giacché cominciò a sciogliere la lingua, gridandomi lamentevolmente un: per amor di Dio! La mia Nanna o vi mando all'inferno con tutti i diavoli! rispos'io. Per amore di Dio lasciatemi, ripeteva lei ed io lasciai andare quel capo protervo.
Dopo aver respirato fortemente per assicurarsi che viveva ancora, passatasi la mano sulla fronte. "Chiedete voi conto d'una giovane della campagna Romana, di buona famiglia, che fu collocata or son quindici giorni in questo Convento?". Credo sia dessa, risposi. "Allora io vi condurrò da lei, ma a patto che non facciate scandali in questa casa del Signore".
Altro oggetto non ho fuorché portar via la mia donna le risposi.
Essendosi al quanto ricomposta e discesa dal letto mi disse: "andiamo". La seguitai per un pezzo e giunti ad un'entrata oscura c'innoltrammo in un corridoio, scendemmo varie scale ed al chiarore di un candela che avevo portato meco scoprimmo una porta di ferro sbarrata da un catenaccio. Povera Nanna! dicevo tra me stesso, che delitto avrà mai commesso quella sciagurata fanciulla da essere fitta in questa bolgia d'inferno?
Giunti alla porta ferrata la vecchia mise fuori una chiave, la introdusse nel catenaccio, aprì e mi fece segno di tirare la porta essendo troppo pesante per lei. Io feci quanto mi venne richiesto senza però perder di vista la mia guida la cui compagnia m'era troppo necessaria. Così aprendo la porta misi prima la vecchia dentro ed io dietro. Appena entrato una giovine donna scapigliata mi saltò al collo e vi s'avvinghiò disperatamente… Oh! Marzio, essa esclamò e le lagrime della mia Nanna innondavano il mio volto.
Sono troppo corsaro da non prendere le mie precauzioni in tempo d'urgenza. Fuori di me dalla contentezza per la redenzione della mia fanciulla non mancavo però di adocchiare la megera che senza il mio occhio fulminante non avrebbe mancato di svignarsela.
Passata la prima espansione d'affetto, tenendo la mia cara per mano, richiusi la porta e chiesi a Nanna se esisteva un altro uscio in quella prigione. Essa rispose di no, ma la badessa che avea intesa la mia domanda: "c'è—disse—un altro uscio e per questo vi converrà uscire per non incontrare la comitiva delle suore che saranno in questo momento sulle mie traccie".
Qui una nuova scena ed una nuova fanciulla venne ad interrompere il discorso della badessa. Io avevo veduto veramente muoversi qualche cosa nell'angolo più oscuro del carcere, ma preoccupato com'ero, non v'aveva badato. Quando a un tratto una fanciulla dell'età in circa della mia Nanna si avvicinò a me, con voce commossa: "Oh! voi non mi lascerete sola in questo carcere, caro signore, io seguirò la mia Nanna sino alla morte".
E la Nanna a me: "Sì, Marzio! per carità non lasciamo questa infelice amica mia in questo inferno. Essa era destinata da quella vecchia maga a mia compagna per farmi la spia ed all'opposto è stata per me un angiolo di consolazione. Era incaricata di farmi parlare, sapere di voi, de' vostri compagni, d'ogni cosa e poi rivelare tutto alla badessa".
E così vanno le cose, pensavo fra me stesso in questi laboratori d'ipocrisia e di menzogna!
"Era incaricata di spiarmi, di minacciarmi, di tormentarmi, in caso io rifiutassi di palesare i vostri nascondigli, le vostre riunioni abituali, i vostri disegni ed invece essa mi disse tutto, mi consolò, mi protesse ed assicurò che morrebbe piuttosto che farmi del male.
Essa poi ieri mi salvò puranco dalle disoneste brame di un infame prelato che introdottosi in questo carcere colla connivenza senza dubbio di questa vecchia strega venne a promettermi mari e monti se condiscendevo alle sue voglie malvagie. Mi salvò precipitandosi nel carcere e strillando come un'ossessa.
Invano le promisero la libertà se giungeva a sedurmi per conto della badessa e del prelato, non ne hanno potuto cavar nulla. Di giorno ci destinavano ai più vili uffizi del chiostro, richiudendoci di notte in questa spelonca".
Il pianto innondava ancora il bel volto della mia diletta a queste ultime parole… ed io vi assicuro Capitano che mi corse per istinto la mano sul ferro e divenni sitibondo del sangue della megera. Non so me mi trattenni. Ero furibondo, e avrei stritolato le ossa di quella schifosa creatura come una foglia d'autunno e noi feci, e fu bene, perché senz'essa avrei avuto immense difficoltà a rivedere la luce del cielo.
Ov'è la seconda porta di cui avete parlato?, dissi alla vecchia, e dove conduce?
"Conduce fuori del convento, e ve la mostrerò se scostate il letto di ferro che giace in quel canto". Scostai il letto ben pesante e nulla vidi.
"Provate a levare i mattoni che si vedono con materiale non secco". Dato mano ad una spranga di ferro del letto cominciai a smuovere il pavimento, staccare i mattoni e metterli da parte. Alla fine un anello conficcato nel legno mi diede indizio di una porta orizzontale da sollevarsi e con mio stupore scopersi una nuova scalinata che conduceva a basso.
Qui bisogna ordinare la marcia, pensai tra me, e spinger la vecchia in capo fila. Ingiunsi alle mie giovani compagne di seguire in retroguardia e dando il lume alla badessa senza cerimonia le dissi: Avanti!
Questa è la scala di contrabbando, pensavo io e quanti di quei poveri neri e luridi scorpioni a sottane saranno venuti a sfamare le loro libidini in questi ginecei! E le povere famiglie che credevano d'inviare le loro figliuole in questi asili di purezza per educarle!
Ma pensavo pure: oggi non hanno più bisogno di entrare furtivamente nei sotterranei, oggi quegli scellerati hanno più facile l'ingresso e la sfacciataggine per giungere fino alle loro vittime".
Les cloîtres, les cachots—ne sont point son ouvrage;Dieu fit la liberté—l'homme a fait l'esclavage.(Chénier)
"Marciava avanti la vecchia badessa col lume, io seguivo a poca distanza e le giovani chiudevano la marcia.
Scendemmo forse cinquanta gradini, entrammo in un corridoio non molto stretto che dopo pochi passi ci mise in una spaziosissima stanza, dico spaziosissima perché coll'aiuto del lumicino appena se ne potevano scorgere le pareti.
Avevamo fatto circa una diecina di passi in cotesta stanza quando mi sembrò di udire alla mia destra dei lamenti. Mi fermai, per meglio ascoltare quando al termine della mia attenzione di un momento e mentre mi accingevo a muovermi e guardare avanti anche alla mia guida mi trovai nelle tenebre.
Corpo di Dio! dissi tra me e me e mi slanciai innanzi con tale salto che certo non potrebbe di più la tigre quando dal suo nascondiglio della foresta si slancia sulla preda. Ma le tenebre furono la mia preda. Invano volteggiai a mulinello per un pezzo colle braccia tese quanto potevo colla speranza d'incontrare quel demonio in gonna. Mi avventai contro la parete, la costeggiai strisciando a rischio di scorticarmi le mani e non trovai uscio. Finalmente, dopo aver tentennato alquanto e quasi alla disperazione, mi appoggiai fortemente al muro e lo sentii cedere alla mia spinta. Ripresi speranza, ripassai la mano su quella parte di muro ed a mia sorpresa trovai che era legno, di che non m'ero accorto prima nella mia indagine precipitosa. Forzai di nuovo e sentii girare come una porta sui gangheri e nello stesso tempo un'aura, un puzzo cadaverico mi giunsero dalla parte esterna e mi colpirono quasi in modo da togliermi il fiato. Voltai la testa verso le stanze per sfuggire a quell'aria appestata. Il lamento che avevo udito prima mi ripercosse l'udito e quasi calmò il mio sussulto.
Pensai alle compagne e ad alcuni zolfanelli che tenevo in tasca ma che avevo scordato nell'esaltazione della mia mente. Accesi un zolfanello contemplai ciò che avevo creduto una porta e invece trovai essere una ruota(80) e miracolo! ben grato a Dio! a piedi e nel fondo della ruota il mio cero che la vecchia perversa avea lasciato cadere nella fuga.
(80) Ruota. I lettori conosceranno senza dubbio quella cassa cilindrica, in cui si depongono le creature abbandonate, dalla parte di fuori degli orfanotrofi, e poi si girano dentro.
Riacceso il lume mi trovai accanto le mie povere compagne tremanti come foglie. Coraggio, dissi loro, e mi precipitai nel compartimento attiguo dove mi seguirono una dopo l'altra, colla speranza di poter raggiungere la badessa ch'io non dubitai più essere fuggita da quella parte. Sollecitai il passo ma a poca distanza, Dio mi perdoni!, che orrore! Alle pareti del carname che io percorreva una massa di creature umane incatenate per il collo, alla cintola e per ambe le braccia penzolavano, la maggior parte cadaveri più o meno imputriditi. Un solo era vivo ed era questo un giovane che conservava gli avanzi di bellissime forme. Era divenuto un fantasma e spalancava verso me due occhi nerissimi che sembravano voler saltare dalle loro orbite. Aveva cessato di lamentarsi quando conobbe che io l'avevo scorto e che mi avanzavo verso di lui.
Per quanto fosse urgente il pericolo io non volli lasciare quel sofferente senza tentare ogni mezzo per liberarlo. Mi avvicinai e lo baciai sulla fronte.
Oh! sì! io mi sento attratto verso qualunque creatura che soffre. E questa sarà certo la corrispondenza gentile d'amorosi sensi a cui l'Onnipotente informa le anime che non furono infette dal soffio avvelenatore del prete.
Mi chiamino pure brigante!
Mi avvicinai all'infelice e baciai quella fronte grondante sudore ed ardente come un tizzone. Ma che fare! le radici delle sue catene erano impiombate nel muro e quei massi erano enormi. Mi ravvolsi tra il carname a cercare ferri che mi servissero a scavare nel muro o a rompere le catene. Orrore! dovunque istromenti di tortura! Dovunque, rotelle, eculei, letti di ferro, stirature, tanaglie, corde da laccio, graticole ed altre similimortificazioni del corpocome le chiamano i preti e che solo questa genia d'inferno poteva inventare per sventura dell'umana famiglia.
Nel breviario Romano approvato dal Concìlio di Trento a pagina 498 sez. IV. Notturno II. (edizione di Venezia anno 1740) esiste una lettera di S. Domenico di Guzman, patrono di Torquemada e di Arbuez, diretta a Papa Onorio III, nella quale, con un cinismo spaventevole, con una crudeltà tanto freddamente calcolata da far inorridire, egli traccia di sé medesimo un ritratto ributtante ed orribile.
Leggetela sino in fondo, se il cuore vi basta, e letta che l'abbiate adorate ancora, se ve ne par degno, S. Domenico di Guzman!
"Beatissimo Padre.
Linguadoca, 7 Aprile 1217
Con l'aiuto del Signore, io e miei compagni non cesseremo mai dallo sbarbicare dal campo della chiesa, quest'erba velenosa che merita il fuoco, prima in questa vita poi nell'altra.
E per consolare la santità vostra dalle cure gravissime dell'Apostolato le accennerò quel poco di bene che con l'aiuto di Dio(81) abbiamo operato in queste infelici provincie tanto desolate dall'eresia. Affrancati dal duca di Monfort già trentasettemila di questi nemici della religione cattolica stanno a bruciare nelle fiamme dell'inferno, e così diradate le nuvole pare che il sole della retta fede cominci a risplendere in queste contrade.
(81) Tieni ben conto lettore di quell'aiuto di Dio ed aiuto del Signoreche questi sacrilegi invocano ad ogni momento, facendo complice loro l'Onnipotente e l'infinito!
"Il piissimo duca è tanto infervorato dallo zelo cattolico che, dovunque ha sentore si annidino di queste fiere, accorre colle sue truppe e dà loro la caccia. Essi o resistano o fuggano son sempre raggiunti e puniti. Non si usa pietà aicorpidi gente che non ne usò alle anime fedeli, cui uccise col mortifero veleno dell'errore. Egli li sottopone prima a tormenti per costringere la loro ostinazione a manifestare gli aderenti. È impossibile immaginare quanto lo spirito satanico s'impossessi di loro, e li renda fermi nella infernale impenitenza. Non si lasciano fuggire un accento dalla sacrilega bocca che il demonio chiude con una mano di ferro(82). Un vecchio, posto alla tortura, e quasi stritolato sotto ad una macina, rideva ed insultava i santi ministri, i quali gli ricordavano l'obbligo della fede.
(82) Che coraggio! Che costanza! Povere vittime infelici!
Un'altragiovinetta di Belial, alla quale i soldati del Duca in punizione di aver alimentato le carni di un eretico strapparono dall'ossa con una tenaglia quelle carni maledette, sorrideva, metteva dentro le mani alle proprie piaghe e diceva di sentirne refrigerio; sicché i soldati a meglio refrigerarla seguirono per un'ora a rinnovarle quella consolazione senza poterla indurre a manifestare, dove fosse l'iniquo, che essa aveva albergato ed alimentato.
I poveri soldati sono instancabili nell'opera della fede(83) e la sera dopo la preghiera e dopo innumerevoli meriti acquistati, sono da me benedetti con la papale benedizione che V. S. mi concedette di largire nel suo nome santissimo(84).
(83) Ed anche ciò si chiama disciplina negli eserciti di tutte le età. (84) Che depravazione! Che sacrilegi!
Io crederei, Beatissimo Padre, che a rimunerare in qualche modo lafede ardentedel sig. Duca, V. S. dovesse avere la benignità di conferire o a lui, o a suo fratello Don Rodrigo canonico della cattedrale di Tolosa, la sacra porpora la quale egli si ha già acquistato con le sue escursioni tingendola nel sangue maledetto di quegli sciagurati.
Basta che in questi paesi si senta il suo nome perché gli eretici Albigesi tremino da capo a piedi. Il suo costume è di andare per le corte spacciando in un sol colpo i più arrabbiati. Quanti gliene capitano nelle mani costrìnge a professare la nostra fede con la formola ingiunta da V. S. Se ricusano, li fa battere ben bene mentre che si accende il rogo(85). Quindi interrogati se si sien pentiti ed ascoltato che no, conchiude: O credi o muori. Li mettono ad ardere a fuoco lento per dare loro tempo di pentirsi, e di meritare l'eterno perdono.
(85) Documento tolto alla Favilla, giornale di Mantova.
Alcuno di questi miserabili, benché assai raramente, sullo spirare ha dato segni di ritrattazione e di orrore della morte che meritamente subiva; ed io mi consolavo nel Signore osservando quegli atti che potevano essere indizio di pentimento. Quando più essi si dibattevano tanto più noi godevamo nella speranza che quelle brevi pene fruttassero loro il gaudio eterno, dove speriamo di trovarli salvi nel santo paradiso quando al Signore piacerà di chiamarci agli eterni riposi.
Intorno poi agli altri che furono sedotti, e perciò meno rei, non si costuma di condannarli subito ma per esercitare con essi quella carità, che il nostro Salvatore comanda, da principio si risparmia loro la vita ed invece si adoprano alcuni tormenti i quali per quanto siano gravi alla carne sono infinitamente più lievi degli altri riserbati allo spirito nelle fiamme eterne.
Si adoprano rotelle, eculei, letti di ferro, stirature, tanaglie ed altre simili mortificazioni del corpo che secondo la legge del nostro Signor G. Cristo dev'essere macerato in terra per averlo glorioso nella vita eterna.
In altra mia mi farò un dovere di rallegrare il cuore della Santità Vostra, con più minuta narrazione di questa opera che il Signore si compiace di fare per nostro mezzo(86).
(86) È veramente il Carnefice, il Dio dei preti.
Intanto prostrato al sacro piede della S. V. imploro per me e per questi miei collaboratori e compagni, l'apostolica benedizione e mi dichiaro"(87)
Della S. V.Re dei Re e Pastore dei Pastoril'ultimo dei servi e figliDOMENICO GUSMAN
(87) Documento tolto allaFavilla, giornale di Mantova.
"E Nanna e Maria (tale era il nome della compagna di Nanna) s'erano anch'esse avvicinate allo sventurato giovane e si affannavano, ma invano, a sottrarlo dall'orribile supplizio. Per fortuna di tutti la mia Nanna mi scosse coll'esclamare oh! una chiave! e veramente con molta perspicacia, volgendo lo sguardo al giovane, vi avea scoperto la chiave in un buco.
Provata la chiave nei chiavistelli della catena, andava bene, e mentre le arrugginite serrature cedevano alla mia mano d'acciaio, ad ogni crocchiare del ferro il mio cuore si dilatava e mi parea sentirmi alleggerito di un peso.
Ero all'ultimo catenaccio, anche questo aveva ceduto e liberavo le membra intirizzite del giovane quando Nanna mi afferrò per il braccio e timorosa indicommi nella direzione della ruota una luce.
Abbandonai il liberato compagno e fui tosto presso alla ruota. Appena giunto mi compariva innanzi un angiolo custode cioè uno dei birri il quale s'innoltrava girando la ruota colla sua brava lanterna sorda nella mano sinistra ed una pistola nella destra.
Fatto piccin piccino e rannicchiato io lo contemplai in tutta la maestosa sua corpulenza e nella sua apparizione fantastica e quando gli occhi suoi si fissarono spaventati sulla mia fisionomia ben poco piacevole in quel momento avevo già attanagliato la sua destra colla mia sinistra, la mia daga aveva trovato la sede della vita nelle sue viscere ed il corpaccio del birro rotolava cadavere sul terreno.
Voi sapete, Capitano, che io sono nemico del sangue e che solo per difesa personale l'ho versato. Ma là non c'era da burlare, sapevo i nemici non meno di cinque e io ero solo… ma che dico? al capitombolo dello sgherro mi avvidi di non esserlo più. Il mio liberato, rifatto agile dall'urgenza, era già sul caduto, Io spogliava delle armi e se ne armava lui stesso. Le mie valenti compagne da una vecchia graticola di tortura avevano staccato due spranghe e s'erano schierate in serrafila per aiutarmi.
La situazione era cambiata. Il morto, per adagio che lo avessi spacciato, non avea mancato di dar fuori un grugnito straziante e ciò avea insospettito i compagni e veramente io udii battere in ritirata il nemico perché i passi che noi distinguevamo perfettamente rimanendo in silenzio assoluto si sentivano allontanarsi. Lo ripeto, non c'era da burlare, né da far consigli di guerra per pigliare una decisione.
Dalla parte ove eravamo entrati, cercar di uscire sarebbe stata pazzia. E che altra via ci restava? Sapevamo tutti che le nostre romane catacombe, hanno sempre vari usci, la via di scampo non poteva trovarsi che lì, ed anche sta volta non m'ingannai.
Un'occhiata significativa al mio nuovo compagno mi confermò nelle mie congetture e senza aprir bocca toccando colla sinistra il cuore egli mi fé' capire ch'io potevo far assegnamento su lui in un viaggio per quel regno delle tenebre e della morte.
Non v'era tempo da perdere: l'alba dovea essere vicina e molte misure dovevano concertarsi nel convento per assicurare la nostra cattura. Gente armata dovunque allo sbocco di ogni uscita del sotterraneo era il meno che si poteva aspettare di trovare tardando.
L'acquisto di Tito fu per noi tutti prezioso. Egli non solo era pratico del sotterraneo ma a certa distanza alquanto a sinistra egli raccolse parecchie torcie a vento e le distribuì alla comitiva. La precauzione del mio compagno fu ben utile poiché il mio piccolo cero era sul finire e la lanterna del birro non aveva olio sufficiente per continuare un lungo viaggio sotterra.
A destra del punto ov'egli aveva trovato le torcie, Tito mi mostrò un chiarore e mi disse: quell'apertura mette nel giardino del convento e passata che sia, siamo fuori dal pericolo.
Camminammo, camminammo certo ben due ore, per un sotterraneo tagliato a scalpello nel tufo di cui come sapete, Capitano, il sottosuolo romano è composto e ne abbiamo visitate insieme di quelle catacombe ben molte nella nostra misteriosa ed illustre terra.
Catacombe terribili per chi non le conosce poiché ramificandosi per molti versi esse diventano un vero labirinto per chi non ne ha il filo.
Giovani e svelte le due donne eran sempre sulle nostre calcagna. Io chiedevo loro sovente: siete stanche, volete il braccio? ma loro: "Oh! no! Andate pure che vi seguiremo sino alla morte". "Ecco la luce", esclamò finalmente Tito: e veramente davanti a noi comparve come un bagliore che si perdeva nella lontananza.
"Da quell'uscio noi giungeremo nel bosco di Castel Guido, da dove mi trassero per condurmi a Roma in un seminario semenzaio d'immoralità e di turpidini".
Seminario! ove si seminan preti e donde escono i giovani negromanti per l'edificazione di questa nostra povera Italia! Ed il Parlamento li ha conservati questi vivai di malizia e di corruzione! Parlamento nazionale! Rappresentanti del popolo!… Maledizione ai falsarii!
"Giunti all'uscita del sotterraneo, Tito cominciò a spostare alcuni rami di lentischio che ne ostruivano l'entrata ed uscì il primo girando lo sguardo per ogni verso. Salvi! egli finalmente esclamò. Salvi! sin qui non giunsero i nostri persecutori. Uscito colle compagne non potei ristarmi dall'ammirare come un orificio sì angusto ed impercettibile, quando sia ricoperto da' rami potesse dare adito a quella spaziosa ed immensa catacomba!
Castel Guido, io dissi a Tito, ma non lontano dobbiamo avere la tenuta del nostro poeta pastore? Sì! rispose egli: a poche miglia e vi guiderò diritto a quella volta ove potremo trovare un po' di riposo ed un'eccellente ricotta per soddisfare la fame.
Il sole di Marzo era altissimo sull'orizzonte, quando lasciammo il sotterraneo e nella splendida foresta ove ci trovavamo internati, le piante secolari che ricordavano forse le immortali legioni poco accesso davano ai cocenti raggi del figlio primogenito di Dio. I sentieri solcati dalla bufala eran quindi magnificamente ombreggiati e ben piacevole sarebbe stato il passeggiarli meno stanchi ed affamati.
Alla fine sull'orlo del bosco apparve ai desiosi nostri occhi la casipola mentovata e per fortuna sulla soglia scoprimmo il nostro amico che sembrava aspettare qualcheduno.
"Accidenti!" gridò il poeta quando fummo giunti vicino a lui; "non aspettavo quest'oggi voi, Marzio!" e ci stringemmo le destre come vecchie conoscenze.
"Aspettavo birri, come al solito", continuò l'amico "giacché si vociferò che alcuni delle vostre bande si aggiravano in questi dintorni" e con voce bassa trascinandomi alquanto da parte: "Anzi qui a poca distanza v'è Emilie, soggiunse, con due compagni".
In luogo di cacciatori ti giunse adunque la selvaggina, o Lelio, ma poche parole: dacci da mangiare e da bere che noi si muore di fame.
"Entrate, qui nulla manca. Eccovi prosciutto, ricotta, pane ed una foglietta(88) proprio d'Orvieto".
(88) Specie di misura romana.
"Mangiate, bevete ch'io vi guarderò le spalle da quei malandrini diRoma. Accidenti(89) a quanti sono!".
(89) Accidenti, come già dicemmo, è imprecazione frequente in boccaal popolo romano.
Divorammo il frugale ma abbondante e sano pasto e quel primo bisogno soddisfatto, io richiesi da Tito il racconto delle sue avventure il che egli fece in poche parole. "Io, disse, sono di Castel di Guido e di onesta famiglia. Mio padre massaio dell'immensa tenuta del Cardinale M. per consiglio dell'Eminentissimo mi mandò a Roma nel seminario all'età di quindici anni per abbracciare la carriera ecclesiastica.
Eran due anni che contra all'indole mia mi trovavo a dover fare quel maledetto mestiere ed era qualche tempo che il reverendo Petraccio direttore del seminario mi mostrava simpatia ed a dispetto de' miei compagni, gelosi della mia buona fortuna, il reverendo alcune volte mi conduceva seco al passeggio. Le passeggiate con Petraccio, sempre noiose lo sembravan meno quando con lui si entrava nel convento di S. Francesco a visitare le monache. Badessa e monache forse invaghite delle mie forme (ed era veramente bello il nostro Tito) mi carezzavano sempre e mi colmavano di gentilezze. Vi lascio pensare: che traccie di fuoco lasciassero nell'anima mia quelle visite a tante belle creature. La badessa onnipotente sull'animo del direttore ottenne e senza molta difficoltà (almeno io credo) ch'io potessi essere impiegato al servizio divino del convento facendo da secondo ad un vecchio rettore che officiava per le monache.
Non tardai ad accorgermi dello scopo cui mirava la santa matrona ed eccitato come ero per la mia frequenza fra tante donne non fu difficile il farmi peccare.
Vari mesi durò quella tresca e sotto un pretesto o sotto l'altro stavo pochissimo in seminario e coll'appoggio del Direttore potevo fare quanto mi piacea. Il Direttore alla sua volta era retto dispoticamente dalla badessa che lo lasciava liberissimo gallo nel pollaio.
D'indole tutt'altro che da seminario, sin da giovinetto ero stato appassionatissimo per la caccia e per qualunque avventura che richiedesse ardimento. Così nelle mie escursioni pei dintorni di Castel di Guido avevo scoperta l'entrata del sotterraneo che noi abbiamo lasciato e moltissime volte colle mie torcie a vento ne avevo esplorate le parti più recondite.
Io stesso aveva troncato le comunicazioni col convento e me ne servivo per introdurmivi a tutte le ore, e devo confessarlo a detrimento del pudore delle giovani suore dalle quali ero adorato.
Lunga sarebbe la storia delle gelosie della badessa, che furba com'era s'era accorta della mia predilezione per le più giovani e molte volte l'avevo trovata in una irritazione tale da mettermi paura.
Infinite furon le scelleraggini da me vedute commettersi in quella casa di prostituzione durante la gravidanza ed il parto delle infelici sedotte ed il carcame delle creature distrutte appena nate è cosa da far inorridire ogni anima gentile! Dico il vero: io mi ero proposto di allontanarmi da quel luogo maledetto per non tornarvi mai più!
Ma ero destinato a pagare il fio della mia complicità a tanta abbominazione. La megera, la matrona di tante dissolutezze, sembrò aver indovinata la mia risoluzione di fuga e non mi diede tempo di eseguirla.
Un giorno: scendete Tito nel sotterraneo, mi disse, e portatemi alcune delle torce a vento, che mi furon richieste per una processione notturna. Ebbi un presentimento di sciagura, ma ardimentoso come sempre non volli dare ascolto a quella voce del mio cuore. Poi mi era balenata alla mente l'idea di profittare dell'occasione, per allontanarmi per sempre da quella cloaca.
Non avevo ancora terminato di scendere la scala della catacomba che mi sentii agguantato da quattro robusti uomini e trascinato verso il carcame che voi avete veduto e donde miracolosamente fui tratto da voi.
Eran birri, e furono inutili le mie suppliche, le mie promesse e la mia disperazione. Io doveva essere tra le vittime dell'impudicizia e dell'infamia. Ma voi mi salvaste, uomo coraggioso!" e Tito così terminando baciava la mano del suo liberatore".
"Terminato il racconto del povero Tito, io avea voglia di udire qualche cosa della storia di Maria ma rifocillati di buoni cibi e scaldati dall'Orvieto, la fatica (che non era stata poca) della notte e d'una parte del giorno fece sì che i miei occhi e quelli de' miei compagni accennassero a volontà diversa da quella di udire delle storie. Anzi di lì a non molto, tutti come per mutuo consenso, cominciammo a russare al posto stesso ove eravamo seduti.
Io non so quanto tempo rimanemmo in quella posizione, so però che un fischio acuto risuonò nell'abituro e ci fece balzare tutti in piedi.
Ci stropicciavamo gli occhi quando entrò il poeta pastore e disse:—Non vi allarmate; non c'è pericolo, ho risposto ad un fischio di mio figlio Vezio che aveva mandato in sentinella sulla sommità della rovina Petilia da dove si può distinguere chiunque si avvicini alla tenuta. Ora, chi viene è gente nostra, proprio delle tue bande.—E Marzio come non fosse in presenza del suo Capitano ma nella Campagna Romana si lisciava con la destra i nerissimi mustacchi.
Eran proprio dei nostri intrepidi compagni, terrore della birraglia pretesca. Vi lascio pensare. Comandante, qua! gioia reciproca c'inondasse nel ritrovarci. Molte furon le carezze che mi prodigarono quegli uomini che il volgo crede induriti ad ogni misfatto e che sono in sostanza la parte eletta del popolo insofferente di prepotenze ed ingiustizie. Quella parte del popolo che se invece della degradante educazione del prete ricevesse una vera educazione morale patriottica ed umanitaria darebbe all'Italia degli eroi ed al mondo gli stessi esempi di virtù e di coraggio che davano gli antichi padri nostri".
E qui tocca a me di ripetere per la centesima volta, che solo i preti furon capaci di ridurre il più grande dei popoli della terra alla condizione del più umile, del più degradato di tutti i popoli!
"Salvata sì portentosamente la mia Nanna e reduce tra i miei coraggiosi compagni, io avea ragione d'esser contento della mia sorte. Ma ripeterò il vostro adagio favorito, Capitano: "La felicità sulla terra esiste nell'immaginazione della gente, ma non è cosa reale" avete ragione! Troppo presto provai la veracità delle vostre parole.
Vi ricordate quel prete scellerato della Basilica di S. Paolo che fingeva d'essere sviscerato amico vostro ed a cui noi fummo così larghi di simpatie e di favori? Ebbene! il mostro s'era innamorato della mia Nanna e mai mi perdonò l'affetto con cui mi ricambiava quell'angelica creatura. Don Pantano con quell'astuzia infernale che distingue la sua setta malefica era riuscito a guadagnarsi gli animi nella famiglia di Nanna e ad inviperirli. I quattro fratelli di lei come ella mi disse poi, aiutati da altra gente mascherata e consigliati dal prete volpone, avevano essi eseguito il primo ratto della mia fanciulla in casa Marcello. Questa volta, dovendo necessariamente allontanarmi co' miei ed essendo la mia diletta in delicata condizione ed affranta dalle fatiche sofferte, io mi decìsi di lasciarla in casa del nostro poeta insieme alla Maria con cui era divenuta si può dire sorella d'affetto cementato dalle sventure e dai pericoli passati in comune.
Inquieto per altro sulla sorte della mia donna e conocendo la malizia del suo persecutore io mi aggirava colla banda d'Emilio intorno alla tenuta di Lelio, come la lionessa quando deposti i suoi piccini, si allontana per cercare alimento, ma circuendo sempre il nascondiglio del suo tesoro. Vi assicuro che ben difficile sarebbe stato ai primi rapitori il portar via la mia Nanna. Nella mia custodia erami Tito di non poco giovamento il quale, pratico di quelle contrade, non aveva voluto più abbandonarmi.
Ma ove non arriva la malvagità di un prete? Il Pantano, sapendo quanto ardua era l'impresa di portar via la sua preda, ideò di distruggerla lo scellerato!…
Vicina al parto, l'infelice giovane, sola, colla Maria inesperta in tali faccende seguì l'innocente consiglio di Lelio, di chiamare da Castel Guido la levatrice di quel paese sino allora tenuta per onesta. Onesta!… ma chi può fidare sull'onestà delle donne ove signoreggia il negromante? Corruzione! Prostituzione! ecco il codice dei sacerdoti della menzogna! Chi non lo crede vada a passare alcuni mesi in quel covile di serpenti mitrati ove un dì nacquero i Cincinnati e gli Scipionì.
Quanti delitti non si possono far commettere da una creatura assicurandola che essa compie la volontà di Dio! ch'essa ode la parola di Dio!
Parola di Dio! sacrilegio che solo un prete può pronunciare! Eppure ogni festa, metà almeno del mondo cattolico va ad udire la parola di Dio! in seno alla sposa di Gesù Cristo, la Chiesa!
Veleno! Veleno! si amministrò alla mia Nanna. Capitano mio! ed il veleno mi portò via donna!, prole!, ed ogni felicità sulla terra!
Fui arrestato sul freddo cadavere di lei inconscio della vita. Seppi poi, che s'impiegò al mio arresto tutto l'esercito di mercenari papalini, che i nostri bravi si batterono disperatamente per liberarmi ma sopraffatti dal numero e quasi tutti feriti si ritirarono in buon ordine.
Istupidito chiesi a più riprese la morte. Invano! il gran trionfo di quel prode esercito era più splendido se mi avevan vivo ed incatenato.
Dalla galera di Civitavecchia fui inviato a Roma dopo pochi mesi e liberato, col giuramento di assassinare il principe T…
Giuramento!… avete capito Comandante, Giuramento! quella viltà degradante della dignità umana con cui il despotismo ed il prete credono di vincolare la gente!… Giurare di servir fedelmente un impostore od un tiranno!… di obbedirgli… ancorché si dovesse assassinare il padre e la madre!…
Ed io giurai, vi dico il vero, ma giurai di far loro una guerra a morte per quanto dura questa vita d'inferno ove non abbiamo altra alternativa: che morire o ammazzare!".