CAPITOLO XLII

Nell'arcipelago italiano, che comincia al mezzogiorno colla Sicilia, e termina a tramontana colla Corsica, trovasi un'isola quasi deserta. Composta di puro granito, le sue sorgenti d'acqua dolce sono stupende benché non siano in estate abbondanti. L'isola è ricca di vegetazione, non d'alto fusto, non concedendolo le buffere, che la spazzan via senza misericordia. Il guaio dei venti quasi continui e troppo forti vi produce il beneficio della salubrità dell'aria. I cespugli surti nell'interstizio de' massi, sono tutti aromatici; e se ospite su questa terra deserta tu accendi il fuoco senti la fragranza dei rami bruciati imbalsamare l'aria.

Il poco bestiame che pascola, vagando per i dirupi, è basso di statura, ma robustissimo. Così i pochi suoi abitatori, i quali vivono non splendidamente ma in un'abbondante agiatezza, coi prodotti della pesca e della caccia, un po' coll'agricoltura, e molto mercé la generosa provvidenza d'amici che dal continente inviano il necessario.

Il numero ristretto degli abitanti rende superflui Governo e Polizia. L'assenza dei preti è la maggior benedizione dell'isola. Dio vi si adora come si deve, col culto dell'anima, senza sfarzo, nel grandioso tempio della natura che ha il cielo per volta e gli astri per luminari.

Il capo della famiglia, che primeggia in quell'isola, è un uomo come gli altri, colle sue fortune e i suoi malanni. Ebbe la sorte di servire qualche volta la causa dei popoli servi come qualunque mortale, ha la sua dose di difetti. Cosmopolita, egli ama però svisceratamente il suo paese, l'Italia, e Roma, con idolatria. Odia i preti, come istituzione menzognera e nociva, ma il giorno in cui spoglino il lor carattere, malignamente buffone, e tornino uomini, egli è pronto ad accoglierli e perdonare i loro errori passati. Professa idee di tolleranza universale e vi si uniforma, ma i preti, come preti non li accetta perché egli non intende siano tollerati malfattori, ladri e assassini; e considera i preti quali assassini dell'anima, peggiori degli altri.

Egli ha passato la sua vita colla speranza di vedere nobilitata la plebe e ne ha propugnato dovunque i diritti e sempre. Ma con rammarico confessa pure che egli è rimasto in parte deluso poiché il plebeo innalzato dalla fortuna a più alto stato, ha patteggiato col dispotismo ed è diventato peggiore forse del patrizio.

Per questo non dispera del miglioramento umano; si duole soltanto di vederlo progredire lentamente.

Per lui, i peggiori nemici della libertà dei popoli, sono i dottrinari democratici o repubblicani, che hanno predicato e predicano le rivoluzioni per mestiere e per avanzamento proprio e ritiene sian stati loro che hanno rovinato tutte le Repubbliche, non solo, ma screditato il sistema e il nome repubblicano. Cita ad esempio le grandi e gloriose Repubbliche Francesi, quella dell'ottantanove particolarmente, la cui memoria s'adopera dal despotismo come spauracchio contro coloro che predicano la bontà e l'eccellenza di una tal forma di reggimento.

Quanto a lui, crede che Repubblica sia: "il governo della gente onesta" e lo prova: accennando alla caduta delle Repubbliche quando i cittadini sprofondandosi nel vizio, hanno cessato di esser virtuosi. Non crede però alla durata del governo Repubblicano composto da cinquecento individui.

Egli è d'avviso che la libertà d'un popolo consista nella facoltà di eleggersi il proprio governo. Questo governo, secondo lui, dev'essere dittatoriale, cioè d'un uomo solo. A questa istituzione dovette la propria grandezza il più grande dei popoli della terra.

Sventura però a chi in luogo di un Cincinnato elegge un Cesare!

Vuole poi limitata a tempo determinato la Dittatura, e solo in caso straordinario, come quello di Lincoln nell'ultima guerra degli Stati Uniti, consentirebbe la proroga. In nessun caso accorderebbe ereditario il potere.

Egli però non è esclusivo: pensa che il sistema del Governo veramente voluto dalla maggioranza della Nazione, qualunque esso sia, equivalga alla Repubblica, come avviene, per esempio, del Governo Inglese.

Giudica il sistema presente Europeo un bordello e i Governi tutti colpevoli dello scandalo perché tutti, anzi che cercare la prosperità dei popoli non fanno altro che assicurarsi nella loro posizione di despotismo mascherato od aperto. Di qua gl'immensi eserciti stanziali di truppe, d'impiegati e di birri che divorano la produzione del paese senza faticare, con rinascente appetito e senza produrre altro che corruzione.

E la parte più improduttiva e prava della Nazione non si contenta di consumar per uno co' suoi vizi, le sue lussurie ed il suo sfarzo, ciascuno vuol consumare per cinquanta.

Così la parte laboriosa del popolo è caricata d'imposte e priva della miglior gioventù che si strappa dai campi e dagli opifizi per l'esercito col pretesto della difesa della patria, ma in realtà per sostenere un sistema di Governo mostruoso. Le campagne abbandonate e sterili e le popolazioni malcontente ed immiserite ne sono il finale risultato

Prova che l'Europa è scelleratamente governata, si è pure lo stato di guerra quasi continuo in cui essa si trova sotto uno od altro pretesto. Colpa e vergogna questa poiché se i popoli fossero ben governati non avrebbero bisogno di uccidersi reciprocamente per intendersi.

Date un'Unione europea delle nazioni con un rappresentante per ciascuna e uno statuto fondamentale il cui primo articolo suoni: "La guerra è impossibile" ed il secondo: "Ogni lite fra le Nazioni sarà liquidata dal Congresso". Ecco veramente la guerra, flagello e vergogna umana, divenuta impossibile. Allora non più eserciti permanenti ed i figli del popolo che si guidavano al macello, coi boriosi nomi di patriottismo e di gloria resi alle loro famiglie ed ai campi, che fecondati col lor sudore, contribuirebbero davvero a migliorare la condizione generale delle nazioni.

Ecco quali sono le credenze delsolitario, e confesso anche la mia.

Quest'isola era il luogo di rifugio, che Giulia avea scelto, d'accordo con Manlio, per i fuggitivi suoi amici. Ma poiché erano rimaste Clelia e Silvia senza poter raggiungere lo Yacht, essa avea modificata tale decisione a questo modo: si visiterebbe cioè l'isoletta per prendervi parere ma si tornerebbe sul continente per aver notizia del resto della famiglia.

Era una di quelle aurore che ti fan dimenticare ogni miseria della vita per rivolgerti tutto intiero alle meraviglie colle quali il Creatore ha fregiato i mondi. L'alba primaverile che spuntava dall'orizzonte, così graziosamente tinta dei bellissimi colori dell'Iride, t'incantava. Gli astri minori impallidendo erano scomparsi nella brillante atmosfera di luce del grandissimo benefattore della natura, e l'aura mediterranea che appena increspava l'onde, ti dilatava il cuore.

Con tinta cenerognola usciva l'Isoletta dall'onda all'Occidente, e la Clelia spinta da leggerissima brezza da Levante, lentamente s'avvicinava.

Partito il giorno antecedente da Porto Longone lo Yacht aveva avuto un traversata felice e breve, con molta soddisfazione dei passeggieri romani in ispecie ed in quella bellissima mattinata primaverile esso spuntava dalla punta settentrionale dell'isola già a vista degli abitatori.

L'arrivo dello Yacht della bella Giulia era sempre una festa per gli abitanti della Solitaria, che già lo avevano veduto altre volte e lo conoscevano perfettamente. Tutti corsero alla marina festosi ad accogliere la cara ospite, seguiti pure dal vecchio capo della famiglia che per gli anni e i malanni divenuto lento seguiva da lontano la giovine e svelta brigata.

Giulia con Aurelio e Manlio scesero sulla spiaggia, ed ebbero oneste e liete accoglienze da ognuno. Giulia presentò ai suoi amici gli ospiti Romani e tutti insieme salirono verso l'abitato.

Giunti in casa—e dopo qualche riposo—ilSolitarioimpaziente chiese a Giulia:

"Ebbene, quali nuove dalla nostra Roma? Sono gli stranieri fuori? Ed i preti quando lasceranno respirare quelle infelici popolazioni che tormentano da tanti secoli?".

"Le loro miserie non son finite ancora",—rispose la bella Inglese—"e chi sa quando lo saranno! Gli stranieri si sono ritirati veramente, ma altri stranieri peggiori dei primi si assoldano ed il Governo del vostro paese spudoratamente si accinge a sostituire soldati italiani a soldati stranieri nell'infame incarico di mantenere nel servaggio del prete gli infelici Romani".

E riprendendo, Giulia continuava: "io, Inglese di nascita, ma italiana di cuore, mi vergogno nel dirvelo: Roma non sarà più capitale d'Italia! Il governo vi rinuncia ed il Parlamento sancisce quest'atto nefando per compiacere alle voglie liberticide del Bonaparte".

"Oh! vituperio dell'età moderna—esclamò ilSolitario—Italia! un dì emporio di tutte le glorie! oggi di tutte le vergogne! Giardino del mondo un giorno, oggi cloaca! Oh! Giulia! un popolo disonorato è popolo morto! Io quasi dispero dell'avvenire di tal gente!". Ed una lagrima rigava la guancia arrugata del vecchio avanzo di molte patrie battaglie.

Sull'albeggiare del 30 Aprile 1848 un sergente straniero era condotto in prigione alla presenza del comandante il Gianicolo. Caduto in un'imboscata di romani, durante la notte, quel soldato, cui i preti avevano dato ad intendere che i difensori di Roma eran tanti assassini, giunto che fu alla presenza del capo s'inginocchiò, e chiese la vita per amore di Dio(59).

(59) Storico.

Il comandante porse la destra al giovine straniero e lo sollevò di terra, lo confortò amorevolmente, quindi "Buon augurio!" esclamò il guerriero italiano, rivolto ai circostanti. "Buon augurio! la burbanza straniera prostrata davanti alla maestà romana, è indizio certo di vittoria!".

E veramente, quell'esercito straniero, che sbarcato a Civitavecchia, se ne era con fraude impadronito, e col fallace titolo d'amico, s'avanzava su Roma, beffandosi della credulità come della bravura del nostro popolo, ben caramente ebbe a pagare le sue millanterie, e rotto in fuga dai militi cittadini della Metropoli, dovette ripigliare vergognoso la via del mare.

Il 30 Aprile, giorno glorioso per Roma, non era dimenticato sui sette colli ma come festeggiarlo in presenza di tanta sbirraglia? Né in Roma soltanto, ma in tutte le città ancora soggette al Papa, rinasceva costante il desiderio di festeggiare l'anniversario della propria liberazione. A Viterbo, dove sappiamo che al tempo del nostro racconto non c'erano truppe, la popolazione avea divisato di festeggiare il 30 Aprile, come anniversario della cacciata dello straniero, e preparativi acconci furono fatti. Ma, se non v'eran truppe, non mancavano spie ed il Governo di Roma fu informato d'ogni cosa.

Il Comitato Viterbese per la festa avea fissato un programma che stabiliva: dopo il meriggio i lavori fossero sospesi, la gioventù in abito di gala si riunisse sulla piazza della Cattedrale con nastro tricolore al braccio sinistro, di là movesse in processione verso la porta Romana, per ivi dare un saluto alla vecchia matrona dell'orbe ricordando il valore de' suoi cittadini in quel giorno glorioso.

Il governo di Roma, spaventato dalla notizia di tale avvenimento, diede ordini ad un corpo di nuovi soldati stranieri, da poco tempo al soldo dei preti, di marciare in fretta su Viterbo, per reprimere la dimostrazione a qualunque costo.

Or, mentre il paese festoso, quasi dimentico del lungo servaggio, si abbandonava alla gioia, e la gioventù dopo aver fatto solenne saluto di porta Romana, a dispetto delle autorità pretine passeggiava in buon ordine preceduta dalla banda che suonava inni patriottici; mentre le signore, sempre più ardenti degli uomini quando si tratta d'atti generosi, acclamavano dai balconi, e sventolavano graziosamente fazzoletti tricolori ai passanti; mentre infine la città intiera, che i preti come tutte le altre avean tenuta nel lutto, si destava alla gioia di un ricordo glorioso dalla stessa porta Romana, spuntava la testa di colonna del corpo straniero, e con baionetta in canna, e a passo di carica invadeva la via principale della città, ove ancora si trovavano viterbesi festanti.

Un delegato di polizia, che con alcuni birri precedeva i mercenarii impose al popolo di ritirarsi. A quell'intimazione risposero fischi solenni ed alcune pietre ben dirette fecero fuggire il delegato ed i suoi compagni, che rannicchiandosi fra la soldatesca, gridavano a squarciagola: "caricate quella canaglia! Fate fuoco per Dio!". Il comandante di quella ciurmaglia, che voleva guadagnarsi qualche cindolo e sapeva che facendo macello del popolo si metteva sulla vera via per ottenerlo, persuaso ancora che giovasse aizzare i suoi cagnotti contro i cittadini, acciò che l'odio reciproco tra loro non si raffreddasse, ordinò tosto la carica alla baionetta.

I Viterbesi, che come tutte le popolazioni Romane, avevano ordine dai comitati rivoluzionari di non muoversi e quindi non eran preparati alla pugna. Si dispersero per le vie traverse, il che venne loro facilitato dalla incipiente oscurità della sera, e dal subitaneo spegner dei lumi, che le donne come per incanto, eseguirono dovunque.

La carica dei mercenarii non ebbe sfogo che contro alcuni cani e somarelli di campagna che si ritiravano a casa e non s'udiva altro che un grande abbaiare dei primi ed un urlar dei secondi, perseguiti colle baionette alle reni dai valorosi campioni delle sottane.

Eran circa le 10 della sera e tutto era tranquillo in Viterbo. La truppa aveva formato i fasci sulla piazza principale, riposandosi sugli allori dalle fatiche e vittorie del giorno. Dei cittadini, ritirati nelle loro case, non se ne incontrava uno solo per le strade. Al grande Albergo della Luna il campanello chiamava a raccolta i commensali alla gran tavola rotonda. Circa cinquanta posti erano preparati, con quel lusso che nelle odierne locande si suole spiegare.

Verso l'istessa ora, una carrozza a quattro cavalli giungeva alla porta della locanda, e vi scendeva una donna in abito da viaggio, che alla sveltezza del passo e alla scioltezza d'ogni movimento si scorgeva essere giovane. Il maestro di casa, dopo aver introdotto in una delle più eleganti camere dell'albergo la forestiera, le chiese se desiderava rifocillarsi senza uscire di stanza; ed essa rispose che volentieri sarebbe scesa alla tavola rotonda, non piacendole di pranzar sola.

La sala era già affollata, e la maggior parte degli astanti erano ufficiali stranieri del corpo recentemente arrivato. Il resto erano forestieri italiani e cittadini di Viterbo.

All'apparire della viaggiatrice, tutti gli occhi si rivolsero su lei con ammirazione ed era veramente ammirabile in quella sera la nostra Giulia, perocché la nuova venuta era lei.

Tutti fecero largo quando traversò la sala, gli italiani assunsero un'aria di gentile stupore, gli ufficiali affilarono i baffi, dilatarono il collo e rigonfiarono il torace in aria di conquistatori.

A capo della tavola s'assise il padrone di casa, elegantemente vestito, e pregò la bella inglese di sedersi alla sua destra. Gli ufficiali sollecitamente si affollarono verso il capo della tavola per mettersi accanto alla signorina e così i primi posti in un batter d'occhio furono occupati da loro. Giulia vedendosi un mercenario alla destra, si pentì di avere accettato l'offerta, ma era già troppo tardi e, mentre con aria contrita, girava lo sguardo sui commensali, i suoi occhi s'incontrarono con due occhi, che la colpirono come folgore. Erano gli occhi di Muzio! di Muzio che si trovava all'altra estremità della mensa, collocato fra Attilio ed Orazio niente meno!

Assuefatta a vedere il suo diletto col mantello, poco abituata alla fisionomia d'Orazio che aveva veduto un sol momento armato da capo a piedi nella selva, e d'Attilio, che in Roma usava il semplice vestito dell'artista, rimase incerta ed esitante e vedendoli tutti e tre in cilindro, e con abito da viaggiatori stranieri, veramente sulle prime non li riconobbe. Quando fu ben sicura che erano loro, proprio loro, rimase mortificata di trovarsi accanto a tal vicino. Ma come fare? Come alzarsi, avvicinarsi, chieder loro mille cose che essa bramava sapere senza destare sospetti, senza comprometterli, mentre sovr'essa lampeggiavano cinquanta sguardi d'uomini affascinati dall'incantatore suo volto?

E Muzio! il medico, il capo della contropolizia Romana, l'uomo che come il suo omonimo(60) avrebbe posto per Giulia, non la mano, ma la testa sui carboni ardenti; Muzio, vedeva l'astro della sua vita lì, accanto ad un soldato straniero, che egli odiava come vile strumento della tirannide. Lì! la sua Dea! il suo tutto! obbligata ad accettare le gentilezze d'una mano contaminata o da contaminarsi forse nel sangue de' suoi concittadini.

(60) Muzio Scevola.

Oh, voi! innamorato d'una donna, avete mai pensato, mai compreso quanto valete alla sua presenza, quando un profano tenta di rapirtene il possesso? Voi, se in quell'atto non valete dieci uomini, se in quell'atto non siete capace di dar dieci vite siete un codardo e la donna di codardi non ne vuol sapere!

Siate pur delinquente! Essa vi perdonerà; ma la donna non perdona che ai prodi! E Muzio era degno dell'amore della britanna vergine e guai allo straniero! Se Muzio avesse dato ascolto alla sua smania di vendetta! Quegli avrebbe veduto una lingua di fuoco lampeggiare nell'aria, avrebbe sentito la fredda lama di un pugnale penetrargli nelle viscere!

Giulia avea letto nell'occhio dell'amante la tempesta del suo cuore e lo sguardo di lei, indovinato da lui solo, placava l'anima vulcanica del Romano.

Fra una portata e l'altra, com'è naturale, gli ufficiali stranieri non mancavano d'intavolare discorsi sulle faccende di Roma e della giornata: e come al solito con poco rispetto per il popolo Romano, che erano avvezzi a disprezzare.

Giulia, infastidita dall'indecorosa conversazione, s'alzò con contegno altero e dimandò di ritirarsi. I nostri tre amici, che Dio sa quanto erano bramosi di baciarle la mano, s'erano già mossi per alzarsi anche loro quando uno scoppio di risa generale degli ufficiali stranieri li tenne curiosamente fermi al loro posto.

Era stata cagione della risata una facezia insolente d'uno di essi sul fatto della giornata che suonava così: "Io credevo di venire a Viterbo per menare le mani contro degli uomini e invece vi abbiam trovato conigli, che si son rintanati al solo nostro apparire. Ove diavolo si sono appiattati questi liberali che menan tanto romore?".

L'ultima frase aveva fatto ripigliare i loro posti ai tre proscritti e, fatto un gruppo dei tre guanti, Attilio con piglio sdegnoso lo scaglia contro il viso del maldicente, senza articolare parola.

"Oh! Oh!—esclamò il provocato—che affare è questo!" e pigliando il gruppo dei guanti li sciolse e continuò: "dunque sono sfidato da tre!… bravi! ecco un nuovo saggio del valore italiano: tre contro uno! tre contro uno!" e se la rideva sgangheratamente insieme coi compagni.

I tre lasciarono passare il nuovo clamore e quando fu finito Muzio con voce stentorea gridò: "Tre contro tutti! signori insolenti!".

L'effetto di queste parole fu magico, poiché all'accento di Muzio i tre amici s'erano alzati fulminando coi loro sguardi or l'uno or l'altro ufficiale e presentando nelle loro teste scoperte quell'insieme alla Michelangelo che abbiam descritto, quel bello e marziale aspetto che natura qualche volta prodiga ad un individuo colla sua capricciosa e maestra mano: capriccio, forse ingiustizia relativamente ai molti che non ricevono tale favore, ma dono che noi ammiriamo sempre con piacere nella persona amata, con odio, nel caso contrario.

E tale fu l'effetto prodotto sulle due fazioni, che stavano assise alla stessa mensa. Gli italiani ne furono edificati e con aspetto ilare e plaudente contemplarono i tre campioni dell'onore nazionale con ammirazione e gratitudine, mentre gli stranieri rimasero stupefatti per un pezzo e non poterono a meno di restare sorpresi dalla maschia bellezza dei tre e dal loro fiero contegno.

Passato quel momento, il sarcasmo straniero tornò in campo ed uno dei più giovani esclamò: "Amici un brindisi", e poiché tutti si alzarono col bicchiere in mano: "io bevo,—egli disse—, alla grande nostra fortuna, d'aver incontrato finalmente dei nemici degni di noi in questo paese".

Orazio rispose: "Io bevo alla liberazione della nostra Roma da ogni immondizia straniera!".

Le parole d'Orazio sembrarono troppo insultanti agli ufficiali e la maggior parte si levò portando minacciosamente la mano sull'elsa, ma uno fra loro più maturo di età tranquillandoli, disse: "Amici! non conviene turbare la quiete della città, dove sapete che siamo venuti per rimetter l'ordine. All'alba ci troveremo co' tre nostri provocatori; solamente bisogna assicurarsi che questi signori non vadano via nella notte, e ci privino dell'onore d'uno scontro".

"Troppo fortunata è l'occasione che a noi si presenta di combattere i nemici del nostro paese,—rispose Attilio—; perché ce la lasciamo sfuggire. Se vi garba staremo insieme tutti sino all'alba per movere uniti al luogo della pugna".

Gli stranieri chiesero della carta per scrivere i loro nomi e tirare a sorte chi dovesse combattere; tra i pacifici commensali italiani se ne trovarono tre che si offrirono di servire da secondi ai loro concittadini e quanto alle armi, siccome v'era insulto manifesto, da ambe le parti, si chiese il duello ad oltranza. A quindici passi: e al segnale dei padrini i combattenti marcerebbero ad incontrarsi, sciabola e pugnale.

I tre campioni dei preti usciti dall'urna, ossia da un cappello, ove erano stati deposti i nomi, furono un francese legittimista, uno spagnuolo carlista ed un austriaco. Il primo si chiamava Goulard, il secondo Sanchez ed il terzo Haynau.

I padrini nel resto della notte si occuparono a visitare le armi per fare in modo che le condizioni dei combattenti si trovassero pareggiate sul terreno.

L'alba del primo maggio spuntava appena dall'alto della selva Cimina, oggi Monte di Viterbo; quando per la via montana che la accavalla s'internavano nella selva dodici individui, avviluppati nei loro mantelli.

Procedevano tutti in silenzio, ma quando furono su di un poggio, che domina parte della foresta, Attilio disse:

"Qui, in questa selva, si rifugiarono gli ultimi avanzi dell'indipendenza Etrusca, battuti e perseguitati dai padri nostri, i Romani, e qui in un'ultima battaglia sparì dal novero delle genti italiche il più antico, il più celebre ed il più civile dei popoli della penisola".

Il capitano Goulard, che sapeva abbastanza d'italiano per capire il discorso d'Attilio e che credette fosse a lui indirizzato: "Credo che non lungi di qui,—soggiunse—; i miei antenati Galli dessero delle famose sconfitte ai vostri padri Romani e senza le oche, a cui si raccomandarono, sarebbero scomparsi allora dalla terra".

Attilio, stizzito, ma con calma, rispose: "Quando i vostri antenati camminavano su quattro gambe per le foreste della Gallia i nostri padri, i Romani, li trassero fuori, li piantarono su due piedi, e dissero loro: "siate uomini! a loro dovete la vostra civiltà moderna e la poca gratitudine verso di essi…".

"Che mi parlate di gratitudine?—intervenne il legittimista.—Dovreste ricordarvi, che senza la Francia, questa vostra Italia una non sarebbe esistita mai e poca gratitudine dimostrate voi per tanti generosi francesi, che han seminato le loro ossa sui piani della Lombardia".

"Oh!—ripigliò Attilio con veemenza.—Noi sappiamo distinguere la Francia generosa, ed i suoi prodi, pronti sempre a spargere il loro sangue per la libertà del mondo, dalla Francia Napoleonica che si è fatta propugnatrice del dispotismo dovunque, conculcando le giuste aspirazioni dei popoli". Ma soggiunse poi dopo un istante di pausa: "del resto noi siamo venuti per combattere e non per disputare".

Il luogo che i dodici avevano raggiunto era uno di quei prati ameni che natura si compiace lasciare senza ingombro d'alberi nelle foreste e che sembra di nascosto compiacersi ad ornare con prodigalità di tutto lo sfolgorante suo lusso. Quel prato incantevole doveva servire a scene di furore, ed essere imbrattato di sangue.

Il sito era scelto, misurate le distanze, i sei padrini sgombrarono dal centro, dopo aver gettato un'occhiata agli antagonisti; pronti a corrersi addosso. Il primo e il secondo segnale erano dati e si aspettava con ansia il terzo quando uno squillo di tromba che suonava la carica si fece udire improvviso dalla stessa via percorsa dai duellanti. Quasi simultaneamente si vide una compagnia di soldati stranieri del papa seguiti dal delegato Sempronio ed alcuni de' suoi fidi ribaldi avanzarsi sul luogo della pugna.

Qui conviene confessare che, quantunque mercenarii, gli ufficiali stranieri parvero mortificati e quasi sul punto di prender parte alla difesa dei loro avversarii. Certo poi li avrebbero consigliati ed aiutati a mettersi in salvo, se la truppa guidata dal delegato avesse dato tempo a riflessioni e non fosse venuta caricando impetuosamente alla baionetta la parte italiana.

Contro gente comune, quella carica sarebbe stata decisiva e una fuga precipitosa, se fosse stato possibile fuggire, ne sarebbe stato il risultato inevitabile; ma i nostri romani erano tali da sostenere qualunque assalto per ineguale che fosse il numero. Al primo squillo essi gettarono un colpo d'occhio sugli avversarii, e riscontrarono con soddisfazione che non eran complici della sorpresa. Poi, facendo fronte agli assalitori, si ritirarono in ordine, senza precipitazione, senza sgomento, verso la selva, colrevolveralla mano.

La truppa, giunta sul luogo, vedendo che tra la gente che era venuta per assalire c'erano dei suoi ufficiali rimase perplessa senza sapersi che fare. Ma Sempronio che era prudentemente rimasto indietro, vedendo l'inutile risultato di ciò che chiamava il suo piano di battaglia, inferocì, gridando a tutta gola: "fuoco! fuoco! da quella parte! da quella parte!" segnando a dito i suoi concittadini del cui sangue aveva sete, e che vedea lentamente ritirarsi verso la foresta e raggiuntala far fronte alla truppa.

I soldati, come abbian detto, esitarono un momento; ma i birri che accompagnavano il delegato fecero fuoco sugli italiani, i quali sebbene fossero coperti dalle prime piante del bosco ebbero due padrini feriti, ma leggermente. Ilrevolverd'Attilio fece immediata vendetta dei compagni feriti e la sua palla andò diritta al naso di Don Sempronio (poiché egli era un prete, vestito da birro) e gliene portò via una metà.

Fu quello un colpo da maestro; perché Sempronio con grida e lamenti che destavano le beffe, non la compassione negli astanti se la diede a gambe verso Viterbo lasciando ad altri l'esecuzione del suo famoso piano di battaglia.

Non tutti gli ufficiali stranieri erano vergognosi della brutta figura che facevano in questa circostanza: parendo evidente, che per paura di scontrarsi sul terreno cogli italiani, essi avessero preparato la sorpresa della truppa. La sorpresa era dovuta ad un maneggio del delegato di polizia che dalle sue spie, aveva conosciuta la presenza dei tre capi proscritti ed avea preso le sue misure per assicurarne la cattura, sperando con questo di meritarsi un berretto di cardinale.

Ma, come dicemmo, non tutti gli ufficiali erano scrupolosi come i sei duellisti (e non lo era certo il capitano Tortiglia, comandante la compagnia di spedizione, carlista sfegatato). Allettato da un'impresa che credeva facile, contro pochi proscritti, si accinse ad inseguirli nel bosco col maggiore accanimento.

Fin che durarono le cariche, i nostri amici che avevano pregato i due feriti d'inselvarsi, tennero testa agli assalitori; ma scarichi i revolver, furono obbligati a ritirarsi davanti ai soldati, che il comandante eccitava, spingeva, trascinava alla difficile impresa. Il capitano Tortiglia ripetendo ad ogni istante dei "Voto a Dios!e deiCaramba!"(61) continuava tenacemente l'inseguimento e giurava impadronirsi di quei malviventi, cattura che sperava gli avesse a fruttare non piccola onorificenza dal governo dei preti. Però, Orazio, si ricordò che aveva seco l'inseparabile corno, lo trasse fuori e cominciò a ripetere alcune note che già udimmo al suo arrivo al castello di Lucullo. Non appena aveva egli cessato di suonare, che da ogni parte della selva s'udì un fracasso come di torrente che si fa strada fra i diruppi e le piante a precipizio.

(61)Voto a Dios, Caramba, giuramenti spagnuoli.

Erano i compagni di Orazio e parte dei trecento che riuniti nella selva Ciminia dopo i fatti accaduti nella campagna di Roma stavano in attesa dei loro Capi, allontanatisi per alcuni giorni con missioni importanti.

Chi precedeva la banda or giunta sulla scena d'azione e la capitanava erano, niente meno che Clelia e Irene, or nuove amazzoni in cerca della pugna. Al loro fianco stava l'intrepido John, bramoso di menar le mani in sì bella compagnia.

I proscritti non fecero fuoco, ma, innestate le baionette alla punta delle loro carabine, cacciarono i mercenarii stranieri al grido diViva l'Italia!spingendoli rovinosamente dinanzi a sé, con furia uguale a quella di montano torrente che seco travolge ciotoli e rottami. I soldati impauriti dall'irrompente tempesta, se la diedero a gambe, non curando le minacce e le sciabolate dei loro ufficiali, che invano cercavano di trattenerli.

Il capitano Tortiglia non mancava di coraggio e poiché s'era spinto alla testa de' suoi era ora rimasto l'ultimo. Convien dire puranco ad onor suo ch'egli era mortificato e sdegnoso di fuggire correndo, quando fu raggiunto da Attilio, il quale gli intimò la resa.

Tortiglia, gridò, morrebbe prima di arrendersi, onde l'italiano allora attortigliatosi il mantello al braccio sinistro, allontanò con quello la spada del capitano e gli si avventò addosso col pugnale nella destra. Lo spagnuolo, che era piccolo di statura ma agile e svelto, lottò, dimenossi per un pezzo; ma l'artista lo sollevò da terra e stizzito dalia resistenza di quel fantoccio che ei non voleva uccidere lo gettò con impeto contro il suolo, come fosse un sacco di stracci. Fu ventura per Tortiglia che il suolo era erboso se no, l'arte d'Esculapio non sarebbe bastata ad accomodargli le ossa sconquassate.

Non oltre il limitare della selva i proscritti perseguirono la truppa, salutandola con alcuni tiri per toglierle la voglia di voltarsi indietro, poi, medicati alcuni feriti d'ambo le parti, inviati a Viterbo sotto la scorta dei soldati prigionieri, gli stranieri feriti, internarono nella selva i propri. Il capitano Tortiglia trattennero solo, più per ostaggio che come prigioniero.

Clelia e Irene furono festeggiate da tutti per la loro bravura e Muzio, dopo avere baciato loro la mano con affetto, manifestò la propria riconoscenza ed i propri sentimenti in questa guisa: "Coraggiose e degne figlie di Roma, siate benedette per l'esempio che avete dato non a questi prodi compagni che non ne abbisognano, ma agli infingardi d'Italia che aspettano la manna dal cielo e dai nemici la loro libertà. Essi non si vergognano di piegare dinanzi alle esigenze di un tiranno straniero, di rinnegare la loro Roma, Metropoli naturale d'Italia, votata Capitale dal Parlamento, e voluta dalla Nazione; e non si vergognano di lasciarvi quel pandemonio di preti, flagello ed onta del genere umano.

Alle donne! sì alle donne toccherà di lavare tanta vergogna, giacché gli uomini non ne sono capaci".

Era giunto Muzio a questo punto del veemente suo discorso in onore del bel sesso, quando un'apparizione di donna, come discesa dal cielo, col volto e col portamento di un angelo, apparve agli occhi suoi sul sentiero di Viterbo e a quella vista tutta l'eloquenza del giovane romano svanì ed egli rimase come una statua contemplando l'adorata sovrana del suo cuore.

Ma la stupefazione di Muzio, fu meno osservata della corsa precipitosa di John verso la bella sua padrona. Questi, lasciata andare per terra la sua preziosa carabina, che non avrebbe abbandonata per tutto l'oro del mondo in altra circostanza, correndo e saltando, in un istante raggiunse Giulia, le prese la mano, la coprì di baci e lagrime di gioia si videro sgorgare dai suoi occhi. Poverino! In quella carissima donna si riassumevano per lui mille affetti e ricordi di famiglia, d'amici e di patria!

Giulia amorevolmente baciò in fronte il giovane inglese, poi Clelia eSilvia l'abbracciarono con singolare espansione, e la presentarono adIrene di cui Giulia non ignorava la romantica storia e tantodesiderava di conoscerne l'eroina.

I prodi militi della libertà di Roma, obbliando un momento la disciplina, si affollarono intorno alla bellissima figlia d'Albione e se non la coprirono di carezze almeno poterono bearsi nella sua contemplazione.

Dopo le accoglienze d'Attilio e d'Orazio, il suo forte liberatore, Giulia si occupò un poco anche del suo amante, che in tanta confusione era rimasto alquanto eclissato e confuso.

Muzio anche da mendico avea sempre tenuto quel decoro e quella pulitezza della persona, che il ricordo de' suoi natali gì'imponevano, pur nondimeno Giulia lo complimentava ora sulla sua eleganza, complimento che non aveva potuto fargli all'albergo della Luna, per le circostanze da noi conosciute.

Veramente la condizione dell'ultimo rampollo della famiglia Pompeo, s'era migliorata assai in questi ultimi tempi. Siccio, quel fedelissimo ed amoroso servo che lo aveva raccolto bambino, salvato e nutrito con tanto affetto, era morto ed avea, pria di morire, trasmesso al cardinale F… zio la storia e una copia dei titoli del suo giovine padrone. Il prelato avea tosto dato ordine al suo procuratore di mettersi in relazione con Muzio, fornirlo di quanto abbisognava e procurare di tirarlo all'ovile. Il cardinale lo aveva incaricato pure di fargli sapere che nel suo testamento lo avrebbe fatto padrone degli immensi suoi beni e rimesso anche in possesso di quelli del padre, fraudolentemente passati nelle ugne dei Paolotti avoltoi.

Tutto questo rasserenarsi dell'orizzonte del nostro mendico, era dovuto poi al cambiamento di temperatura politica, occorso verso la fine del 1866, in cui gli Italiani, sebbene in modo indecoroso, rientravano in possesso di casa loro. Non era indifferente per il cardinale A… il poter dire "anch'io ho un nipote liberale(62) e di prim'ordine" e per questo cercava l'amistà di quel nipote.

(62) Non piùlibertinocome prima ci chiamavano i preti.

Giulia contemplava la trasformazione degli abiti di Muzio con commozione. Pure ella che tanto lo aveva amato mendico avrebbe quasi desiderato fosse rimasto lo stesso. Muzio non favellò, ma prendendo la mano di Giulia, v'impresse un bacio, nel quale versò tanto affetto e tanto cuore che la penna non potrebbe descrivere e solo donna innamorata può comprendere.

Clelia ed Irene alla lor volta erano pur felici nel riabbracciare i loro cari, e la gioia era dipinta su tutti quei giovani volti.

È forza confessarlo. Nemico del sangue come io sono pure trovo che il giorno d'una vittoria è inebbriante e, come ogni altro, io stesso ne ho assaporato la selvaggia letizia. Poco importano, il terreno seminato di cadaveri, le grida dei morenti e la spossatezza propria. "Siam vincitori! Abbiamo fugato il nemico!" e tutti i crocchi s'incontrano, si stringono allegri la destra e si fan festa.

"I fratelli hanno ucciso i fratelli"(63) ma che importa in quel momento se siamo vincitori?…

(63) Manzoni

Bisogna che i popoli diventino assolutamente fratelli.

Sotto una quercia annosa, sulle vergini, verdeggianti zolle della foresta, sedevano i capi e con loro quelle preziose donne che la sorte come per incanto avea riunite così attraenti, così belle, spiranti gioia ed amore, diffondendo intorno un'atmosfera balsamica di paradiso.

Oh! Manlio perché non sei qui a bearti nell'adorazione de' suoi cari? tu ne abbozzeresti il gruppo, che l'arte tua, lo scalpello vivificante, animerebbe ma non potrebbe uguagliare.

Silvia fu la prima a rompere il silenzio, dimandando con titubanza aGiulia:

"E Manlio, ove l'avete lasciato?". "Manlio,—ripose la bella inglese -; trovasi col Solitario e l'ho lasciato in florida salute colla promessa di recargli presto notizie vostre".

"E qual è l'opinione delSolitariocirca alle cose di Roma?" chieseAttilio.

"Egli,—rispose Giulia—, approva il nobile contegno dei pochi romani che mantengono il decoro del paese molestando il Governo dei preti e protestando dinanzi al mondo: che quell'abbominazione non è più possibile, né con temporale né con morale autorità. Egli applaude alla longanimità con cui avete sin'ora sofferto e taciuto per non turbare l'andamento dell'unità nazionale e non dare agli stranieri pretesto a creare degli imbarazzi. Nello stesso tempo egli è dell'opinione che, ove il Governo Italiano continui a stare in ginocchio ai piedi del despota della Francia e si ostini per fargli piacere a rinnegare la capitale d'Italia e mantenervi i preti tocchi a voi a decidere la questione colle armi, persuaso che ogni uomo di cuore in Italia vi debba sostenere".

"Sì—disse Muzio, che ruminava tra i denti da un pezzo la parola longanimità.—Si! la pazienza è la virtù del somaro e noi Romani per averne avuto troppa siamo stati e siamo bastonati. Ed è una vergogna avere tollerato per tanto tempo la più degradante delle caste! e d'averla tollerata padrona!".

"Ed è lontana quell'isola solitaria? Non ci potremmo andare noi stessi a passare alcuni giorni?" disse la buona Silvia ricordando il caro compagno della sua vita e solleticata forse da un geloso pizzicore rispetto all'Aurelia.

"Niente di più facile", rispose Giulia, a cui era diretta la domanda."Vicini alla frontiera come siamo noi potremo varcarla, dirigerci aLivorno ove stanzia laCleliae di là veleggiare per l'isola che nonè lontana.

"Io devo parteciparvi poi" (e questo riuscì gradito alla Silvia) "il matrimonio del capitano Thompson con Aurelia celebratosi nella Solitaria con semplice e patriarcale cerimonia perché là non vi son preti".

"Per la grazia di Dio!" interruppe Orazio, come in un soliloquio; poi sollevandosi su tutta l'atletica persona gettò lo sguardo verso l'estremità del bosco dal lato di ponente ed esclamò: "ma qui abbiamo gente nuova". E veramente si vedeva avanzare verso il loro gruppo un agile e robusto giovane, accompagnato da una donna a un di presso dell'età sua ma sulla cui fisionomia, malinconicamente bella, scorgevansi le traccie di patite sventure.

I nuovi arrivati eran Silvio e la sua Camilla. Il nostro cacciatore, dopo che la banda decise d'abbandonare la campagna Romana per passare a tramontana della Metropoli, volle dare un ultimo addio all'infelice sua donna che egli non poteva ristarsi dall'amare. Tornò dunque alla casa Marcello, fu accolto al solito da Fido e da Marcellino e trovò ancora la Camilla inginocchiata sulla tomba del genitore.

"Un delitto altrui può dunque così precipitare nell'afflizione per tutta la vita una povera creatura?" pensava tra sé Silvio addolorato, contemplando la prostrata giovane. "Oh Dio! rendimi la stella della mia vita!" quasi istintivamente egli esclamava fissando lo sguardo al cielo; e lei volgendosi all'esclamazione che fece vibrare le più intime fibre dell'anima sua fu in un momento nelle braccia di Silvio. Ambedue col volto nascosto nel seno l'uno dell'altra, piansero dirottissimamente ed a lungo senza poter scambiare una parola.

I nuovi arrivati furono accolti amorevolmente e le donne che conoscevano le sventure della giovane la colmarono di carezze.

Camilla conservava ancora qualche cosa di solenne, resto dello stato di demenza in cui era rimasta tanto tempo, ma pure era tornata in senno. Un rivolgimento miracoloso, operato dall'apparizione subitanea dell'uomo del suo cuore, quell'esclamazione di Silvio a cui accennammo sopra, e finalmente quella piena di commozioni e d'affetti risentita nell'amoroso abbracciamento, avean trasformato in un essere nuovo e risanata la povera giovane.

"Io sono passato per Viterbo" disse finalmente Silvio ad Orazio, "e vi ho veduto un finimondo, che è impossibile esattamente descrivervi: I cittadini che gli affari o la necessità fanno uscire di casa non camminano più, ma vanno correndo per le strade, e cercano rifugio quando s'imbattono nella soldatesca. Le truppe, rinforzate da forte distaccamento venuto da Roma, hanno smessa la paura che li trasportò fuggendo dalla selva Ciminìa e vogliono infilzare quanti italiani vi sono sulla superficie della terra. Per attuare il loro bellicoso disegno, hanno cominciato a saccheggiare alcune botteghe e magazzini di vino ove si sono ubbriacati a morte. Le autorità pretine che volevano arginare quel torrente di canaglie furono prese a calci di fucile e fugate verso Roma coi loro sgherri che non torneranno per un pezzo"

"I nuovi rinforzi arrivati, gridano: che l'onore della bandiera è stato macchiato e che bisogna lavarlo".

L'onore della bandiera! ciò mi ricorda la velleità di certa nostra vicina Repubblica, che dopo aver violato infamemente il nostro territorio, impadronitasi per inganno del principale nostro porto di mare, attaccata proditoriamente la nostra capitale e ricevute delle meravigliose botte, gridava: al tradimento! ed al macchiato onore della bandiera!

"Infine,—ripigliava Silvio—: quel tramestio mi ha facilitato il poter indagare innosservato ogni cosa e il potermela svignare verso di voi. Soltanto, aggiungeva, mi è successo un episodio curioso e che ben poteva impedire la mia venuta. Mentre passavo davanti all'Albergo della Luna, da una carrozza scendevano alcuni ufficiali nuovamente arrivati da Roma ed in tanta confusione non trovando domestici per portare il loro bagaglio uno di loro venne a me e gridandomi:coquin!e non so che altro mi prese per il petto e voleva trascinarmi verso la vettura.

Per fortuna, io avevo fatto un segno a Camilla di precedermi. Il primo pensiero, fu quello di metter mano al pugnale. Ma mi trattenni e, strappando la sua mano dal mio petto, gli aggiustai sul muso tale un pugno che andò a ruzzolare tra le ruote del veicolo senza più articolar parola. Come ben capite, io non rimasi a raccogliere gli allori della vittoria e con quel passo che ben conoscete raggiunsi la mia compagna e senza voltarmi indietro presi la via della selva".

L'ilarità dell'uditorio e qualche "bravo, Silvio!" fecero eco al racconto del cacciatore, che riprese ancora dicendo:

"Badate che non dobbiamo rimaner qui con troppa sicurezza, giacché non dubito che domani al più tardi avremo sulle braccia la intiera masnada degli stranieri".

"Qui in questa selva—disse Orazio—noi terremo testa all'intero esercito del Papa. Qui gli antichi Etruschi dopo essere stati disfatti in battaglia campale dai Romani nella pianura, fecero fronte per molto tempo ancora alle legioni vittoriose.

Non pensano certo gli assalitori,—egli soggiunse—: che non siamo più in pochi, e che abbiamo giù le nostre donne da proteggere!".

"Ehi!? che donne da proteggere?—esclamò Irene con ironia—avete scordato presto, signor Rodomonte che queste stesse donne oggi hanno protetto voi!".

E lì uno scoppio di risa ed un affettuoso bacio sulla mano della sua cara dal coraggioso sovrano della foresta.

Intanto l'ombra lunga ed opaca dei giganti della selva stendendosi verso levante annunciava il tramonto ed il sole nel suo glorioso variopinto manto stava per nascondersi oltre le onde del Tirreno quando Clelia rivolta a John che col predominio della bellezza, della bontà e della dolcezza aveva reso docile ed obbediente, e prima di sedersi l'avea incaricato delle vivande, gli disse in inglese: "Eh! amico mio, tutti questi eroi da romanzo, pare non si curino della cena e se non ve ne occupate voi credo che anche questa notte andremo a letto senza".

"Aye! Aye!" rispose l'allegro figlio dell'Oceano: ed in due salti egli arrivava a venti passi di distanza, ove gli assistenti avevano scaricato due muli che col bagaglio dei Capi portavano pure qualche cosa da mangiare.

Chi è che non parteggia per la civiltà in confronto del barbarismo e della vita selvaggia? Chi non preferisce gli agi di una buona casa, fresca di state ben riscaldata d'inverno, con ogni comodo e buone vivande, un po' di superfluo alle intemperie della campagna, ai disagi e alle privazioni?

Quando si pensa: essere sì pochi coloro che godono o per meglio dire monopolizzano i benefici della società incivilita e che tanti sono i sofferenti, non si può fare a meno di dubitare: se veramente la classe povera ritrae molto profitto dalla civiltà presente. Egli è lecito chiedersi ancora, se essa può qualche volta, questa classe che pure è la maggioranza, desiderare la condizione selvaggia dei primitivi abitatori della terra tra i quali se non v'eran palazzi e cuochi, e mode, ed abiti e vivande raffinate. Non v'eran preti, birri, prefetti, esattori di tasse; non v'eran carichi insopportabili di balzelli e d'imposte, non vi prendevan i figli a servire i capricci di un despota, più o meno mascherato da liberale, col pomposo pretesto di servire la patria e di lavar le macchie delle bandiere non contaminate!

Comunque sia, una cena frugale nella foresta sulla magnifica verdura, non ancora calpestata dal piede profano e desolatore dell'uomo, seduti sui tronchi delle vecchie piante che, più del sedile, vi danno un fuoco stupendo e vivificatore, accanto poi a creature, come Clelia, Giulia ed Irene; oh! per Dio! io sono per una cena nella foresta s'anco non mi presentasse altro che frutta e caccia come qualche volta ho veduto.

Ma quella sera li c'era ben altro. Gasparo, comandante del bagaglio, e John—che ambi s'occupavano della somministrazione dei viveri—giunsero in mezzo al crocchio dei capi con una cesta ben fornita, tagliarono dei freschi ramoscelli che distesero sulle zolle verdeggianti, e vi sparsero delle vivande fredde che avrebbero fatto gola ad un Lucullo.

Alcuni fiaschi di Montepulciano e d'Orvieto fincheggiavano le vivande che condite dall'appetito, di cui erano dotati i proscritti dopo una giornata laboriosa, sparivano con una celerità sorprendente.

Giulia era in estasi! Essa per la prima volta divideva quella scena campestre in mezzo a quei cari e simpatici compagni che erano il bello ideale della sua immaginazione romantica e cavalieresca. Lì era il suo Muzio, che ella aveva indovinato sotto le vesti del mendico, che mendico essa avea amato ed ora trovava il discendente d'una nobilissima famiglia e forse il più ricco erede di Roma.

Quel sentimento dell'anima che la ravvicina come per elettrico influsso all'anima amata, innamorata! che attrae come calamità, teneva Muzio accanto alla donna del suo cuore e la custodiva e la provvedeva d'ogni cosa gradita e la beava con quello sguardo che invano l'arte cerca d'imitare e non può essere descritto che da chi ama con amore squisito, celeste, insuperabile.

Giulia trovava nuovo diletto in udire nella sua bella lingua la conversazione di Clelia e d'Irene col loro beniamino John, sempre gioviale ed interessante. Vedendo l'amica star sospesa ai loro discorsi, stuzzicarono a raccontare gli episodi della sua giovine vita di mare: le tempeste, i pericoli trascorsi, massime nel suo lungo viaggio nelle Indie ed in China che egli aveva cominciato a cinque anni.

La descrizione di John, degli uomini in China che fanno ogni servizio di donna in casa, mentre le mogli vanno in barca remando e portando in un panno dietro le spalle i bambini, faceva ridere smodatamente le belle interlocutrici e tutta la comitiva quando la traduzione ne veniva fatta da una di esse.

"La nautica professione è quella a cui il mio paese deve la sua grandezza—diceva Giulia—ed i miei concittadini l'apprezzano sopra ogni altra e l'onorano. Là, non solo nei paesi del littorale marittimo vi si fanno continue esercitazioni della gioventù, remando, addestrandosi e pericolando, ma anche nei paesi interni dell'isola, ovunque ci sia un fiume o un lago. Di lì quel semenzaio di uomini di mare che son pervenuti a signoreggiare gli Oceani. Io ho veduto, in Francia ed in Italia, i giovani destinati a divenire ufficiali di marina, passar la miglior parte della gioventù alle scuole tecniche in terra, e giungere poi a bordo oltre l'età di quindici o diciotto anni. A quell'età lo stomaco non si fa più al mare, i giovani ne soffrono le nausee e sono disprezzati dai marinai.

In Inghilterra la cosa è diversa. La gioventù destinata al mare, va a bordo all'età di cinque anni e vi fa lunghissimi viaggi, compie i suoi studi a bordo e dà al suo paese la prima ufficialità del mondo. I ricchi non ammassano moneta per contemplarla(64), ma la impiegano e pochi ve ne sono che non possiedano qualche barca grande o piccola per darsi all'esercizio di un'arte che fa la gloria e la prosperità del paese.

(64) Genova particolarmente che ha la prima marinerìa dell'Italia non ha un Yacht. Eppure v'è della ricchissima gente in quella capitale della Liguria.

In Italia voi avete marinai non secondi ai migliori di qualunque nazione ma vi mancano gli ufficiali che stieno al paragone. Aveste sempre ministri di marina che non s'intendono di mare, e quindi incapaci di stimolare una professione che può fare dell'Italia una delle più importanti e prospere nazioni dell'orbe".

L'argomento trattato da Giulia era un po' estraneo ai nostri Romani ignari delle cose di mare, essendoché i loro istitutori-preti, avendo trovato pesante il remo e le reti degli apostoli, s'eran piuttosto dati al buon tempo delle gozzoviglie per la maggior gloria di Dio.

"Anche Gasparo, il valoroso principe dei banditi, potrà contarci qualche cosa della sua vita avventurosa", disse Orazio: ed il vecchio che forse ruminava qualche reminiscenza della sua vita passata rispose: "Avventure di mare io non potrei contarne veramente, perché pochissimo vi sono andato ma in terra ne ho passata la mia parte e se non vi dà noia l'udirmi vi racconterò cose da far rabbrividire".

L'uomo nasce più grande in questa terra nesono una prova i grandi delitti che vi sicommettono(Alfieri)

"Nacqui nella piccola città di S…. nello stato pontificio non lungi dalla frontiera napoletana. I miei genitori furono gente onesta, dediti alla pastorizia, al servizio del cardinale B. Di buon'ora, custodendo le mandre di vacche, di buffali, di pecore, quasi sempre a cavallo, io, forte di costituzione, come mi vedete ancora, divenni robustissimo e destro cavaliere.

Fino all'età di diciott'anni rimasi un vero figlio del deserto non conoscendo altro affetto, che quello del mio cavallo, del mio laccio e delle mie armi, con cui ero divenuto formidabile ai cervi ed ai cignali delle foreste romane. Appassionatissimo per la caccia, esercizio confacente alla mia natura, ero capace di passare delle notti intiere in agguato del cignale nelle paludi ove esso ama avvoltolarsi nel fango; conoscevo la posta del cervo e bene spesso tornavo a casa portando sulle spalle uno di quei superbi corridori.

Un giorno, avendo lasciato il mio cavallo a certa distanza, stavo nascosto nel bosco alla posta del cervo quando un rumore si fece udire sul sentiero che dietro di me conduceva al paese. Sulle prime pensai, potesse essere una belva e tenni pronta la mia carabina; ma a misura che il rumore si avvicinava, mi sembrò udire una voce umana. Mi tenni più celato allora e attesi, finché mi comparve alla vista un giovane prete che aveva vedute alcune volte nelle mie rare escursioni alla città, il quale trascinava per mano una fanciulla sui sedici anni.

Il prete, circa ventenne, alto di statura e robustissimo, mancava d'una carabina, d'un cappello puntato e del giustacuore di guerra, per sembrare un vero e magnifico masnadiero.

La fanciulla!… perdonatemi la commozione!—e le pupille del vegliardo s'erano inumidite,—la fanciulla era un angiolo! Non so come non fui scoperto, poiché vedendola fui invaso da un'emozione, da un palpito dell'anima, sì delizioso, sì nuovo per me, che mi spinse ad involontaria esclamazione. Ma troppo erano affacendati i nuovi venuti per poter udire la mia voce nella selva. Il prete, col volto di bragia, stringeva col braccio destro la fanciulla e con tutta la sua forza cercava di trascinarla avanti, ad onta degli sforzi di lei per non avanzare.

Giunta finalmente a quei modo a venti passi dal mio nascondiglio, la coppia fermossi ed io udii distintamente la ragazza piangendo, esclamare: "Giacomo, per l'amor di Dio, lasciami! non hai vergogna di usar violenza alla tua sorella?".

"Alba—rispondeva lo sciagurato—non mi parlare così, non chiedermi l'impossibile. Alba! mia bella Alba! così bella e che io amo tanto! l'anima mia, vedi, brucia come il cratere di un vulcano!". Così dicendo la stringeva nelle nerborute sue braccia e cercava carpirle un bacio. La giovane, robusta anch'essa e animata dall'ira, si svincolava dagli osceni abbracciamenti come un'anguilla. Così durarono un pezzo ma finalmente il perverso essendo giunto ad atterrarla con uno sforzo supremo, e tenerla ferma al suolo, con un fazzoletto le andava legando le mani ad onta del pianto e delle lamentazioni dell'infelice. Né qui è tutto—continuò il vecchio corrugando terribilmente la fronte;—quel demonio trasse fuori di tasca una funicella e colla fredda e spietata tranquillità del carnefice che applica la tortura assicurò alle verdi piante le membra della vittima a cui intanto ripeteva: "Vedi Alba! che ora ti tengo?".

Alba non rispondeva perché la misera era svenuta.

Io là, a venti passi, l'ebbi più di dieci volte quell'assassino sotto la mira della mia carabina e non so perché non mandai l'anima sua all'inferno. Non avevo ancora versato sangue umano e, lo confesso, mi repugnava il cominciare.

Ma quando lo svergognato tentò andare oltre, feci un salto da tigre per raggiungerlo ed il calcio della mia carabina, come fosse una clava, lo stese sul terreno senza movimento.

Slegai la fanciulla svenuta, la presi nelle mie braccia e la portai accanto ad una corrente che non era lontana, spruzzai con acqua fresca quel volto d'angiolo, ch'io tengo qui scolpito nell'anima mia ed essa rinvenne. Rinvenne, mi strinse la mano in segno di gratitudine guardandomi commossa, esterrefatta. Da quell'istanze fu deciso il destino della mia vita, ed io amai Alba come si può amare la divinità stessa.

Il terribile sacerdote di lucifero tornando in sé ripigliò la strada di S…. imprecando e giurando vendetta contro tutto il genere umano. Chiese contezza di me e lascio pensare in quale esecrazione poi mi tenne. Forte come lui, e con anima diversa, poco lo temevo.

Ma contro di me non doveva sfogarsi la rabbia di quel mostro, bensì contro il vecchio suo genitore, testimonio più immediato de' suoi turpi tentativi. La prima vittima fu lui. Ingiuriarlo, maltrattarlo, batterlo, era poca cosa: un giorno il vecchio fu trovato col cranio fracassato sul lastrico del cortile interno di casa sua. Sarà caduto? o precipitato dal terrazzo? Il cadavere non rivelò il parricida!

Che importa al prete un delitto, s'ei lo può coprire? Non ne commette uno grandissimo, quello di mentire, dicendosi ministro di Dio coprendo quell'enorme delitto coll'ignoranza del prossimo, ch'ei deride?

La professione del prete è questa: godere e far credere alle moltitudini stupide ch'egli soffre di privazioni e di disagi.

Povero prete! Ricordo d'aver veduto un quadro in America che rappresentava un prete nella sua sala da pranzo a tavola. Vivande d'ogni specie erano imbandite sulla mensa e molteplici le bottiglie di vini prelibati. Accanto al prete stava la polputa e rubiconda sua Perpetua che egli carezzava amorosamente.

Alla porta dell'abitazione di quel gaudente giungeva un povero contadino irlandese, colla moglie che teneva un bambino sulle spalle. Tutte e tre le povere creature si vedevano sparute ed in miserabile stato. Il marito metteva una moneta nel bussolo del prete sul quale era scritto: "Fate l'elemosina pel povero parroco".

Non è questa la genuina storia del prete? Da una parte il godimento, l'ipocrisia e la menzogna, dall'altra l'ignorante credulità e la miseria!

Godere dunque, per chi non deve godere per legge e per i giuramenti suoi è delitto! Quindi si copra il delitto ed incesti, infanticidi ed ogni scelleraggine, ogni bruttura si tenga celata.

Io so d'un prete che vive colla sorella in termini matrimoniali e un altro ne conobbi che con maltrattamenti e battiture cagionò la morte del padre suo. E ripeto, questi sono delitti che giungono a notizia della gente. Gl'infiniti che rimangono sepolti nei penetrali della casa, nei sotterranei del chiostro e nei sepolcri chi li novera?

Una sera—continua Gasparo:—io ero seduto nel mio abituro campestre, di ritorno dalla caccia. Avevo veduto Alba la notte antecedente poiché dal giorno fatale in cui risparmiai all'umanità un incesto e che vidi per la prima volta quella stella della mia vita, raramente passavo una notte senza vederla, ad onta di tutte le precauzioni dell'innamorato suo cerbero.

Da quando seppi da Alba prevedevo bensì una catastrofe ma non così subitanea come la precipitò il parricida, mostro di lussuria, in quella terribile notte.

Ero dunque seduto nel mio abituro ed appena entrato quando si spalancò la porta ed Alba scapigliata e fuori di sé precipitossi nella stanza stramazzando ed esclamando: Parricida! Parricida!".

"Le parole di Alba mi avevan svelato come un lampo l'orribile delitto. La raccolsi svenuta, l'adagiai sul mio lettuccio e per la prima volta potei contemplare tranquillo tutta la soave bellezza di quella sovrana dell'anima mia! Per Dio! sentii quasi menomare il mio aborrimento per l'assassino incestuoso, parricida, alla vista di sì bella creatura! forse cagione innocente di tanto delitto!

Alba risensando non mi svelò l'autore della morte del padre, né mi favellò del fratello ed io per non svegliare in lei reminiscenze dolorose scansai sempre d'interrogarla.

Il prete però, credendomi consapevole del suo misfatto, coll'odio immenso che già mi portava e la gelosia per l'amore d'Alba, mise in giuoco tutte le trame di cui è capace un demone, per annientarmi. Non ardì accusarmi apertamente della morte del padre, ma insinuò tale sospetto tra i suoi intimi, mi tese quante insidie egli potè e mise a disposizione di sicarii per uccidermi, quanto possedeva.

Al mio aspetto benché oppresso dagli anni e da' malanni voi potete congetturare ch'io dovea essere un giovane svelto, e capace di tener testa a dieci preti. Eppure quel lucifero fu tanto astuto da tendermi un'imboscata nella quale poco mancò ci lasciassi la vita.

Invano egli aveva grassamente pagati vari sicari per farmi la pelle. Io, che sapevo di quanto era capace il mio nemico, dormivo con un occhio aperto e quando uscivo di casa avevo meco due amici fedeli, il mioLionee la mia carabina, con tutti gli accessori.Lionea cento passi sentiva il rumore d'un uccelletto e cominciava a muovere la coda ed appuntava gli orecchi. Povero mio cane! egli fu vittima dell'affetto che mi portava!—e il cuore intenerito del povero vecchio l'obbligò ad una pausa finché la commozione fosse superata.—Sì, quei mostri in una mia passeggiata a S…. pervennero ad avvelenarlo.

Fra S…. e il mio abituro esistevano certi folti, certe macchie nella selva idonei ad imboscate e i sicarii vi si eran nascosti qualche volta, ma frustrati dalla mia vigilanza ed impauriti dalla mia carabina eran fuggiti al mio avvicinarsi e confessarono al prete che volean desistere dall'impresa. Così però non l'intendeva Don Giacomo: eccitati con lauti pasti e vino abbondante e guadagnati con molto denaro, una sera condusse seco i tre malandrini e venne ad imboscarsi vicino alla mia casetta, in una macchia che dava sul sentiero che io doveva percorrere.

Il mioLioneera sepolto e, ad onta delle mie precauzioni, io fui sorpreso. Quattro scariche quasi simultanee partirono dalla macchia e rimbombò un furioso grido dimuori!degli assassini che mi corsero addosso credendomi ferito. Ma non era così: quasi per miracolo, le quattro palle mi colpirono, ferendomi molto leggermente essendo la ferita più grave quella che mi portò via questo pezzo di orecchio sinistro. Un'altra palla colpì nel davanti del mio cinto di cuoio e fracassò alcune cartuccie, la terza mi forò il cappello radendomi la testa e la quarta mi sfiorò la spalla destra cagionandomi una semplice graffiatura.

Il primo che venne a me fu il prete, con la carabina nella sinistra, e la destra armata di pugnale. Sembrava un energumeno, ma il mio tiro riuscì più efficace dei loro. Il malnato, rotolò ai miei piedi, dando un grugnito da cignale. Ne rovesciai un secondo coll'altro tiro e i due ultimi, veduta la sorte dei loro compagni e scorgendomi colla pistola in mano, pronto a scaricarla, se la diedero a gambe.

La uccisione di un prete e d'un altro assassino, in difesa della mia vita, furon le mie prime colpe. In un altro paese, facendo valere i miei diritti d'assalito, avrei forse potuto scamparla perché, sebbene non avessi testimoni, la cosa era così evidente, che difficile non mi sarebbe stato provare la mia innocenza. Sotto il governo clericale, trattandosi della morte d'uno de' suoi, era altra cosa ed io pensai bene di tenere la campagna. Allora cominciò la storia del mio così detto brigantaggio; però, vi giuro, che la morte dei tanti sgherri d'ogni specie da me spacciati fu sempre una necessità per la mia difesa.

Molti, come me maltrattati dal clericume, mi seguirono, ed in poco tempo formai una banda formidabile al punto che il governo papale trattava con me, come si suol dire, con potenza costituita e riconosciuta. Assassini e ladri di mestiere meco non ne volli mai. Gli infelici d'ogni specie eran da noi soccorsi e se si assaltavano qualche volta le autorità pretine ciò accadeva per insegnar loro a non commettere infamie ed ingiustizie.

Così vissi per molti anni, sovrano della campagna romana, più di colui che siede al Quirinale, finché i coccodrilli di quella corte astutissima, vedendo che nulla potevano colla forza, ricorsero agli inganni, e quella buona lama del cardinale A…. mio degno parente, che Dio maledica, contribuì più d'ognuno alla mia cattura, avendo io avuto la debolezza di fidarmi a lui. Così rimasi per quattordici anni in ferri.

La giustizia di Dio stenderà finalmente la sua mano su quella setta di malvagi, vero flagello del genere umano.

Nelle galere pontificie, io seppi di voi. Orazio, della coraggiosa vostra resistenza ai cannibali del Vaticano e, vi assicuro, pregavo Dio, che pria di morire volesse concedermi d'esservi compagno. La mia preghiera fu esaudita, ed altro non bramo, che dar questo resto di vita per la santa causa che voi e i vostri nobili compagni, propugnate".

Giulia, incantata dal racconto del bandito, era lì lì per chiedere un cenno della vita avventuriera d'Orazio ma girando lo sguardo sugli astanti s'avvide che la stanchezza universale e l'ora tarda facevano necessario il riposo e si astenne e contemplò curiosa i preparativi dei letti da campo.

Le verdi frasche della selva in un momento distese sulla parte più piana del sito, coperto dal secolare gigante della natura, formarono un magnifico letto per le donne, che vollero dormire insieme, ravvolte con parte dei mantelli dei loro cari. Muzio con cenno supplichevole, offerse il suo alla bella inglese, e la pagò con uno sguardo di gratitudine per averlo accettato. Frattanto Orazio ed i compagni fecero un giro d'ispezione alle guardie e sentinelle avanzate, e diedero ordini di dare la sveglia prima dell'alba.

Lì, tra quelle piante, distese sulla terra, dormivano le speranze di Roma, il risorgimento da diciotto secoli di sonno e di vergogna, l'avanzo illustre dei vecchi conquistatori del mondo anelanti d'essere accolti nella grande famiglia umana!


Back to IndexNext