Lasciamo per un momento queste scene di desolazione e d'orrore, quest'atmosfera infetta dal fiato prestilenziale de' carnefici e seguiamo sulla strada di Porto d'Anzo le graziose nostre viaggiatrici, meste, perché il loro cuore rimaneva in Roma co' loro cari ma finalmente respirando l'aria libera della campagna in quella stagione purissima.
La campagna romana, un dì sì popolata e fertile, è oggi, lo ripeto, un deserto seminato di macerie e coperto di paludi e di macchie. L'ammiratore della natura selvaggia trova pascolo colà all'esaltata immaginazione e forse è difficile rinvenire un altro lembo di terra sulla superficie del globo che presenti alla memoria tante ricordanze di peripezie, di grandezza e di miseria.
Il cacciatore vi trova selvaggina d'ogni specie, dalle quaglie al cignale, ed alimento del corpo e dell'anima vi trova colui, che alla infezione della capitale, alle sue lussurie, preferisce la quiete del deserto.
Pochi, lo abbiamo detto, sono i proprietari di quelle feraci ed immense pianure e tutti son preti, ingolfati nei vizi della metropoli, che non hanno mai veduti questi loro possessi e vi tengono al più qualche mandra di bufali e pecore.
Ma nella campagna romana si trova qualche altra cosa.
La pianta brigante è inseparabile dal governo dei preti, ed è naturale; essa non può non prosperare accanto ad un governo codardo, servito da mercenari imbelli ed abbrutiti. Quindi il ladro, l'omicida o il compromesso politico, trovandosi questa immensa campagna vicina ove loro non mancherà rifugio ed alimento, vi si gettano e molti vi passano l'intiera lor vita.
Le statistiche assicurano essere gli omicidi in Roma più frequenti che in alcun'altra parte, e non può essere altrimenti coll'educazione corruttrice dei preti e la miseria prodotta dal loro infame governo. Quindi necessariamente la campagna è popolata da molti di questi fuorusciti delinquenti od innocenti, tutti conosciuti sotto la denominazione di briganti.
A questa non piccola famiglia di briganti per necessità vanno aggiunte le numerose e terribili bande assoldate dai preti stessi contro il presente governo italiano, bande abbastanza note e che tante stragi commisero in questi ultimi anni.
Eppure, con tutto questo, io ho simpatia dei briganti!
Le mie simpatie non si stendono certo alle iene assetate di sangue che mutilano i loro prigionieri prima di trucidarli, che bruciano, devastano, distruggono per selvaggio istinto di distruzione. No! costoro mi mettono orrore!
Ma quei briganti che odiano un governo scellerato come quello dei preti, o simile, che piuttosto di sottostare ai soprusi ed alle umiliazioni a cui ogni giorno il cittadino è esposto, preferiscono la vita vagante della foresta, senza macchiarsi con furti o con omicidi, quelli là hanno la mia simpatia.
Quando poi all'onesta indipendenza aggiungono l'indole coraggiosa del leone e si battono valorosamente contro chiunque cerchi sopraffarli, allora non solo simpatia, ma ammirazione si meritano, e francamente, nell'abbassamento presente della nostra gloria militare, io sovente insuperbisco tra me stesso, pensando che pochi italiani (ispirati da falso principio è vero) combattono contro polizie, carabinieri, guardie nazionali, esercito, un mondo di nemici, senza che questi giungano mai a vincerli o domarli.
Comunque sia, tolte le crudeltà commesse dai briganti assoldati dai preti, quella classe di gente, ha mostrato in questi ultimi tempi una tenacità ed una bravura degna di miglior causa; il che prova che gli stessi uomini sospinti dall'amor di patria e ben guidati sarebbero una barriera insuperabile contro qualunque invasione straniera.
Fatalmente quei poveri ma coraggiosi contadini sono sempre stati coi preti e da loro sono forviati. Per questo li vediamo armati contro l'unità nazionale.
E quanto tempo ci vorrà ancora per portarli sulla buona via?
Che i briganti non sieno tutti assassini lo prova Orazio, il valoroso Romano che tutti in Trastevere, specialmente le donne, ammiratrici sempre della bravura, credevano discendente dal famoso Coclite, che da solo difese il ponte contro l'esercito di Porsenna. Egli aveva questo di particolare, oltre il valore che lo ravvicinava all'antico eroe: gli mancava un occhio che nell'infanzia, in una rissa aveva perduto. Un giovinetto della sua età, ch'egli aveva battuto, per vendicarsi gli piantò una canna nell'occhio sinistro e glielo svelse.
Orazio aveva servito con onore la Repubblica romana. Ancora inerbe, egli fu tra i primi che nel glorioso 30 d'aprile caricarono e fugarono gli stranieri invasori. A Palestrina riportò onorevole ferita di palla alla fronte. A Velletri, dopo aver freddato un ufficiale di cavalleria napoletano col suo archibugio, lo spogliò delle armi e le portò in trionfo a Roma.
Ventura sarebbe stata per Giulia e le sue compagne, se fossero cadute in potere di un tal brigante; ma non fu così: altre bande della peggior natura da noi descritta incontrò la gentile comitiva mentre si avvicinava alle spiaggie del mare, ed una fucilata uscita da un bosco circostante, che rovesciò il cocchiere dalla banchina, diede indizio agl'infelici della situazione loro.
Caduto il cocchiere, Manlio, con un'intrepidezza ed una agilità superiore all'età sua slanciossi sul davanti della carrozza, ed impugnò le redini, ma inutilmente; quattro masnadieri armati di tutto punto, si precipitarono ai freni dei cavalli e li fermarono.
"Non vi movete o siete morto" gridò con voce imperiosa uno della banda che avea apparenza di comando, e veramente inutile sarebbe stata la resistenza d'un solo e inerme contro quattro armati e di quella specie!
Manlio rimase immobile sulla banchina ove era salito. Alle donne si ordinò di scendere con certo piglio poco galante dapprima, ma scese che furono, abbarbagliati da tanta bellezza, i malviventi rimasero muti e per un pezzo stettero a considerare Clelia e Giulia con aria mista d'ammirazione e di rispetto.
Finalmente predominati dalla fiera e malvagia natura, il capo della banda così si espresse: "Signore, se voi vi decidete ad accompagnarci di buona voglia, io vi assicuro che non vi sarà torto un capello, ma se non condiscendete a quanto io vi chiedo potete essere certe che la vostra vita non è sicura, e cominceremo a darvene prova, col fucilar subito quell'uomo lassù che vi accompagna" e accennava Manlio.
Lascio pensare l'effetto dell'ultime parole sulle povere donne.
Silvia cominciò a singhiozzare, e così Aurelia, che non potè trattenersi dal farle riscontro. Clelia si sentì un brivido nelle ossa, ed impallidì alla minaccia di ucciderle il genitore; Giulia sola colla impavida freddezza caratteristica della sua nazione, essendo già ne' suoi viaggi meglio delle compagne assuefatta alle peripezie della vita mostrò forte e maschio contegno.
"Non potreste—disse Giulia avanzandosi verso il masnadiero—prenderci quanto possediamo, e noi ve lo diamo senza difficoltà (così dicendo trasse fuori la sua borsa e gliela porse) lasciandoci andare per la nostra via".
Lo scellerato, cui il peso dell'oro che teneva in mano, in luogo di soddisfarlo, sembrava aver risvegliate altre libidini, sorrise al discorso della seducente Inglese rispondendo: "Oh! Signora! fortune come questa d'oggi non capitano tutti i giorni a noi miseri perseguiti, e la fortuna, se non la si piglia pei capelli quando arriva, fugge e sovente per non più tornare. Crede lei che possano giungere ogni giorno tanti gioielli?".
E il furfante così dicendo facea l'occhietto girando lo sguardo dall'una all'altra delle due giovani.
Giulia non si scosse dinanzi alla gravità del pericolo ma andava ruminando nella mente la possibilità di un tentativo per liberarsene mantenendosi intanto fredda e silenziosa. Non così Clelia, che al brivido d'orrore provato alla minaccia d'uccisione del padre, sopravveniva lo sgomento pel suo onore minacciato dalle parole dell'assassino.
Percorse in un lampo colla meridionale sua immaginazione tutto l'orrore della loro situazione e la disperazione succedendo ad ogni altro senso si ricordò del pugnaletto, lo impugnò ed avventossi come una furia sul ladro procace. Giulia, non meno coraggiosa, vedendo l'eroica risoluzione della compagna, assalì il nemico con eguale trepidezza, e certo, se avessero avuto da fare con lui solo, il brigante era spacciato. Ma il più vicino dei malandrini afferrò e tenne salda Giulia in guisa che la povera Clelia trovossi sola a lottare col nerboruto avversario il quale, benché ferito in varie parti, era ben lunge dal potersi dire vinto ed atterrato.
Le cose erano a tal punto: Giulia veniva portata via dal brigante verso la macchia, le due donne mature minacciate da un altro che le teneva sotto la bocca della sua carabina a due colpi; seguivano Giulia, Manlio, che aveva ricevuto ordini dal terzo di scendere dalla banchina, seguiva la comitiva sotto la stessa minaccia, ed ultima Clelia, trascinata dal capo, da cui invano cercava di svincolarsi, veniva alquanto più in dietro.
A un tratto un colpo, come di clava, cadde sul cranio del rapitore di Clelia e la coraggiosa fanciulla nello stesso momento si sentì sciolta e vide lui rovesciato nella polvere quasi colpito dal fulmine.
Il nuovo attore comparso su quella scena di violenze non era un gigante, solo di alcuni pollici soprastava all'ordinaria statura. Però alla robusta disposizione d'un corpo svelto ed elegante, alla quadratura delle spalle, ai movimenti tutti della persona, tu dicevi: "costui ne vale una dozzina!".
La capigliatura d'ebano gli scendeva innanellata sulle spalle e l'occhio nero, quando era fiso nel tuo occhio ti facea l'effetto del raggio di sole allorché, uscito improvvisamente dalle nubi, ti colpisce lo sguardo e ti abbarbaglia.
Com'è bello il valoroso che si slancia in soccorso del debole! Come la sua energia è raddoppiata, massime quando il debole ha il volto di Clelia!
Rovesciato il capo-brigante con un pugno sul cranio, il nuovo arrivato spianò la sua carabina prima sul guardiano di Manlio, poi su quello delle donne, ed egli, che metteva una palla nell'occhio del cignale a dugento passi di distanza, appena curossi della caduta dei due, gettando invece un colpo d'occhio sulla perla di Trastevere. Ma questa, non curante del simpatico significato di quell'occhiata, "avanti!" gli gridò: segnandogli il sentiero, per il quale Giulia ed il suo rapitore erano scomparsi.
Quasi mosso da un elettrico impulso, il liberatore, che sembrava tanto agile, quanto forte, si avventò sulle traccie del fuggente ed in pochi minuti ritornava lieto con Giulia verso gli amici. Il brigante quando sentì la tempesta venire sulle sue traccie aveva abbandonata la preda, mettendosi in salvo fuggendo.
Il vittorioso campione, ricaricata la carabina, disse a Manlio di armarsi: le armi che restavano sul suolo e sui cadaveri depose nella carrozza, raccogliendo i cavalli occupati a pascolare, ad onta del freno, sull'orlo della strada.
La comitiva ammirava stupefatta il coraggioso liberatore mentre egli, come assorto in contemplazione di cosa che stesse sopra gli oggetti materiali presenti, pareva col pensiero lontano da quella scena di sangue.
Una delle più belle qualità della donna è l'apprezzamento squisito del bello e dell'eroico. Siate pulito, valoroso, sprezzatore della morte, generoso, e certo avrete non solo il plauso, ma l'affetto della bellezza! Io non dubito che questa simpatia del bel sesso non sia il principale motore dell'incivilimento umano.
L'uomo si fa pulito, elegante, cortese per piacere alla donna. Egli ha lo stesso incentivo nel suo slancio verso le grandi azioni. In generosità, in coraggio, in eroismo quindi si può considerar la donna vera educatrice dell'uomo, prima agente del creatore, per migliorare questa razza burbera e di testa dura.
Le donne dunque volgevano il loro sguardo sul brigante (mi ripugna di dargli questo titolo ma pure era così chiamato dai preti e per loro era un vero brigante) e curiosamente lo fermavano su quel corpo così ben fatto, su quella capigliatura d'ebano, su quella fronte spaziosa così graziosamente ornata da un… da un buco tondo tondo, che il piombo straniero vi aveva forato. Pareva non potessero distogliere gli occhi da quella persona, vero modello della forza e del coraggio. Il difetto dell'occhio spento era, oppure sembrava, in quell'istante quasi impercettibile.
Bisogna confessarlo, in quel momento i nostri cari, non men belli e non men coraggiosi, Attilio e Muzio, furono dimenticati dalle nostre eroine. Così è più forte di noi questa nostra debole natura umana.
Lo stupore dei viaggiatori si accrebbe ancora quando il brigante uscito dalla sua posizione contemplativa, si avanzò graziosamente verso Silvia, le prese la mano, gliela baciò commosso, lasciandovi cadere sopra una lagrima.
"Voi non mi riconoscete, Madonna?—egli le disse.—Guardate un poco questo mio occhio sinistro che per cura vostra gentile e materna non mi costò la vita!".
"Orazio! Orazio!—gridò la matrona abbracciandolo e spargendo un torrente di lagrime.—Orazio! mio figlio, figlio della migliore amica mia!
"Sì, Orazio! che voi raccoglieste morente, che curaste con affetto di madre, ed a cui porgeste un pane nella sventura quando fu orfano!" soggiungeva egli, e la buona Silvia, quasi fuori de' sensi, si abbandonava nelle braccia del suo robusto antico protetto.
"Qui non v'è tempo da perdere—disse finalmente Orazio, rivolgendosi a Manlio, con cui aveva pur ricambiato mille segni di reminiscenza e di gratitudine.—Questo luogo è pieno zeppo di malviventi e quel fuggito potrebbe ricondurre una banda più numerosa".
Pigliando dunque i cavalli per i morsi invitò la comitiva a rimontare in carrozza e mettendosi egli stesso al posto del cocchiere, s'incamminò velocemente verso la marina secondo i voti dei viaggiatori.
Giunti alla spiaggia, l'aria balsamica del Mediterraneo sembrò ravvivare i nostri stanchi amici, e l'effetto apparve sorprendente sulla bella Giulia. Figlia della regina del mare ella, come tutti coloro che nascono sulle sue sponde, ne era innamorata. Lontani lo sospirano, al rivederlo, par loro rivedere una persona amata.
L'effetto prodotto sui dieci mila Greci di Senofonte al rivedere il mare dopo lungo e pericoloso viaggio pedestre a traverso la Persia, si comprende facilmente. E le grida di gioia e l'inginocchiarsi a salutare Anfitrite liberatrice, come il mare fosse la patria loro, non hanno d'uopo di spiegazioni.
"Dondola, o graziosa Naiade, gli eleganti tuoi fianchi sull'onda Mediterranea. Io ti rivedo commossa con tutto l'affetto dell'anima mia!
E perché non amerei te come un'amica? Te, a cui devo tante emozioni, tanti piaceri sublimi!
Io ti amo! Quando l'Oceano fatto specchio riflette ogni oggetto esistente con magica somiglianza, come è bello veduto dalla tua tolda! E come è bello quando increspato dalla brezza, dolcemente tu gonfi l'eburnee tue ali quasi danzando, scherzando e sogghignando dinanzi all'umile sdegnosetta forza dell'Espero(24).
(24) Piccola brezza.
Ti amo perdutamente quando simile allo indomato corsiero del deserto, spumando dalle narici infocate(25), ti slanci impavida sull'onda irritata e la soperchi, la schiacci e procedi infiammata dagli ostacoli che la tempesta accumula sul tuo cammino glorioso!
(25) Spesso durante un temporale sul davanti delle navi si forma una specie di meteora giallo-azzurra che somiglia un arco baleno infocato.
Ti amo graziosa Naiade perché so che tu ti chiameraiCleliaper l'avvenire, in onore della bella e cara mia compagna, in onore della coraggiosa fanciulla che affrontò un demone quasi certa di perder la vita, per non soggiacere al vituperio!".
Così, con enfasi sclamava Giulia, e veramente dal momento in cui ella avea vedutoCleliaslanciarsi sul masnadiero con tanta intrepidezza diventò di lei entusiasta e le giurò nel fondo dell'anima sua un affetto imperituro. Tali sono gl'istanti delle anime grandi. La bassa, la volgare gelosia non vi attecchisce mai. Così da una parte l'ammirazione e dall'altra l'ammirazione e la gratitudine strinsero queste due bellissime fanciulle d'un amore indissolubile per tutta la vita.
Giulia, non potendo condurre l'intiera comitiva a Porto d'Anzo ove si potevano risvegliare le apprensioni di quelle sospettose autorità pontificie, condusse seco Manlio come cocchiere ed Aurelia come cameriera, lasciando Silvia e Clelia ad una certa distanza nel bosco che tocca la sponda del mare sotto la custodia di Orazio.
Eran ben custodite di certo. L'Orazio Romano le avrebbe difese contro un esercito e si sarebbe lasciato fare a pezzi per loro.
Il Capo d'Anzo a mezzogiorno e Civitavecchia a tramontana sono i limiti di quella spiaggia inospitale e pericolosa che si chiama "la spiaggia romana". Il navigante nella stagione d'inverno si tiene al largo in alto mare per non esser sorpreso dai venti di Libeccio che vi soffiano impetuosi e vi cagionano non pochi naufraghi.
L'imboccatura del Tevere che si trova quasi nel centro di questa spiaggia è praticata nella sola foce di Fiumicino da legni che non pescano più di quattro o cinque piedi d'acqua e nella sola stagione primaverile essendo pestifero il luogo, a cagione delle febbri, la state, e pericolosissimo d'inverno per i venti di mare.
Sulla sponda sinistra del Tevere, verso Capo d'Anzo e Monte Circello, abitavano anticamente i bellicosi Volsci, che tanto da fare diedero ai Romani per sottometterli. Di Arde loro capitale, città cospicua, sussistono tuttora le rovine e attestano la prosperità di quei popoli antichi. Oggi, sotto il governo dei preti, quel paese è deserto.
Il Capo d'Anzo, adunque, forma col suo promontorio il porto che piglia il suo nome. Porto capace soltanto di piccoli legni ed in questo stava ancorato l'elegante Yacht della nostra Giulia pronto a' suoi ordini.
L'arrivo di Giulia nel porto se non fu una festa per le autorità pretine, sempre nemiche degli Inglesi, ai quali imputano il doppio delitto di eretici e di liberali, ben lo fu per l'equipaggio dellaCleliaverso il quale la nostra eroina era sempre gentile, e a cui era carissima.
L'uomo di mare, esposto quasi tutta la vita a pericoli, ha molti titoli alla benevolenza della donna sempre propensa, come già dicemmo, ad apprezzare i coraggiosi; e la donna trova pure grandi predilezioni tra i rozzi, ma leali e generosi marinai. Giulia poi aveva troppi meriti perché non fosse adorata dall'intero equipaggio!
Giunta sulla tolda, la bella inglese dopo d'avere corrisposto ai saluti affettuosi de' suoi concittadini discese nella camera, chiamò il capitano Thompson e con lui conferì sul da farsi per levare le compagne dal punto ove le aveva lasciate e condurle in luogo sicuro.
"Aye, Aye!" esclamò il bravo marinaio stanco d'esser rimasto per tanto tempo nell'ozio e altero di poter obbedire la sua giovane padrona in qualunque impresa fosse anche a pericolo della vita.
In meno d'un'ora da che erano saliti a bordo i nuovi personaggi laCleliaaveva già levato l'ancora e con tutte le vele spiegate, usciva dal porto con debole brezza da Greco che la spingeva.
Ricorderanno i lettori che siamo nella seconda quindicina di febbraio e questo mese, lo dico ora, è il peggiore di tutti per coloro che corrono il mare, specialmente il Mediterraneo. "Febbraio corto, peggio d'un turco" dicono i marinai italiani a cui la rima, come si vede, non è troppo famigliare.
Il capitano Thompson, ardente di obbedire al desiderio della padroncina, s'era perfino scordato di consultare il barometro; ed il barometro abbassava furiosamente, ed in questi mari la caduta del mercurio è segno infallibile di forti venti da Libeccio.
Come dicemmo, laCleliausciva con tutte le vele spiegate dal porto d'Anzo ed orzando a maestro(26) con piccola brezza da Greco, cominciava a graziosamente dondolarsi con un po' di mare a traverso. Dico "graziosamente" per il capitano Thompson o per un osservatore dalla spiaggia, non per il nostro Manlio né per la povera Aurelia, che ambedue per la prima volta gettati loro malgrado sull'elemento infido cominciavano a risentire le nausee del mal di mare.
(26) Orzare significa avvicinare la direzione della prora all'origine del vento.
Era durante la notte che lo Yacht doveva avvicinarsi alla costa ove si trovava Orazio con le due donne, a circa tre miglia a tramontana di porto d'Anzo. Giulia aveva dato ordine al capitano di fare in guisa di trovarsi appunto la notte al luogo determinato; con Orazio era convenuto che dovesse segnalare la sua presenza accendendo un fuoco; e il romano ed il capitano inglese non erano uomini da mancare al loro dovere. Il temporale fu quello che decise altrimenti.
Il lieve Greco che aveva spinto laCleliafuori dal porto a due miglia calmò intieramente: nuvoloni neri neri si avanzavano da Libeccio e, peggio di tutto, il mare da quella via veniva ingrossando spaventosamente: il vento dapprima temuto dai nostri Argonauti era ora ardentemente desiderato poiché lo Yacht privo di quell'aiuto si vedeva spinto verso la spiaggia senza governo ed in pericolo quasi certo di dare contro alla costa e perdersi.
Cadeva la notte, la costa co' suoi pericoli era vicina e Thompson alla disperazione avvertì la signora che il solo rimedio per evitare un naufragio era quello di dar fondo all'àncora.
Giulia, coraggiosissima in terra come in mare, avvolta in un ampio scialle, si teneva sulla tolda osservando il movimento e delle nubi e del mare e del povero legno, che somigliante a persona travagliata, gemeva sbattuto dalle onde crescenti che lo spingevano senza posa verso le scogliere della costa.
L'osservazione del capitano di dar fondo era giusta, ma in quel paraggio, che bastimento potrebbe tenere all'àncora contro la traversia? Pure altro rimedio non v'era, e Giulia acconsentì. Già i marinari dalla prora stavan col serrabozze(27) nelle mani per lasciar andar l'àncora quando un grido della nostra eroina fece sospendere l'opera incominciata.
(27) Corde o catene colle quali si tengon sospese le àncore alla prora.
Un primo soffio di Libeccio avea sfiorato la guancia di Giulia e in quel soffio ella intravvide l'inutilità e il pericolo della intrapresa manovra. LaCleliainfatti, aveva contemporaneamente rigonfiate le vele e cominciava a prendere una posizione più stabile a sentire il timone, e ad orzare alquanto sulla sinistra. La prora, che senza governo aveva vagato da tramontana a maestro prendendo il mare a traverso cominciò ad avvicinarsi verso il ponente maestro e n'era ben tempo! Essendosi il legno colla deriva avvicinato ai bassi fondi della costa, un colpo di mare nell'atto che cominciava ad orzare, quasi quasi lo sommerse. La terribile traversia delle spiagge romane non si fece aspettare lungamente.
La bufera veniva a man dritta; vele, manovre, scotte, alberi, tutto cigolava, strideva, minacciava rovina. La parte destra dellaCleliain pochi minuti fu sommersa dal mare ma l'agile legno saltava sui marosi spumanti come un delfino. Il bravo Thompson colle voci succinte ed energiche del comando inglese ordinava all'equipaggio di tenersi sulle drizze(28) ma di non ammainare nulla.
(28) Drizze; corde con le quali si alzano le vele.
Orzando in fuori con quella valentia che hanno le navi di questa specie, presto si sentirono meno i frangenti, ed ingrossando il vento il comandante ordinò che si diminuissero le vele. In circa mezz'ora furono presi tutti i terzaruoli alle due rande(29) alla trinchettina(30) e ritirato il fiocco(31), continuandosi ad assicurare ogni oggetto contro la violenza del mare.
(29) Vele principali del Yacht. (30) Vela triangolare di straglio. (31) Vela triangolare sull'estremità della prora.
LaCleliaproseguì colle mure alla sinistra(32) e prima delle dieci essa lottava contro una decisa tempesta.
(32) Cioè vento che veniva dalla sinistra.
"Quel colpo di mare tremendo—disse Thompson a Giulia la quale non aveva voluto ancora lasciare la tolda—ci ha portato via il nostro John!".
"Povero giovane!" rispose Giulia, con un profondo sospiro.
Lo Yacht era orientato(33), i boccaporti chiusi ermeticamente. Il capitano, afferrato alle sartie di maestra del vento(34), aveva presso di sé quasi tutto l'equipaggio, ognuno fortemente tenuto per non essere portato via dal mare; i timonieri (poiché due erano al timone) erano anch'essi legati a metà corpo(35). Il capitano finalmente potè ottenere dalla sua signora che scendesse in camera, il che fece, piuttosto per aver contezza de' suoi amici che per riguardo al proprio pericolo.
(33) Orientare vuol dire colle vele ed ogni cosa preparate a'temporale.(34) Dalla parte dove viene il vento.(35) Un colpo di mare che si frange sulla coperta d'una nave puòportare via la gente che non si trova ben tenuta ed anche itimonieri.
A Giulia, entrando nella camera, si presentò uno spettacolo, dinanzi al quale non potè a meno di scoppiare in uno scroscio di risa.
Aurelia, che forse lo stesso colpo di mare il quale aveva portato via il povero John slanciava come un sacco sulla parete di sottovento, ove già trovavasi Manlio spintovi da analogo impulso, si teneva disperatamente a lui avviticchiata. La povera donna che per la prima volta si trovava vittima d'una tempesta di mare credette venuto il finimondo, e trovandosi al contatto di un corpo umano vivente, vi si era abbarbicata con quella forza che dà la disperazione.
Invano Manlio gridava non lo strangolasse, invano, che anzi quando conobbe la voce amica dell'artista per impulso di simpatia gli si strinse intorno ancor più fortemente. Lo scultore assuefatto a muovere dei massi in marmo sarebbe pervenuto a svincolarsi da quegli abbrancamenti ma uomo buono e primitivo com'era, e un po' fiaccato da quelle maledette nausee altro non faceva che sforzarsi col miglior modo possibile a respingerla tanto da evitare la soffocazione.
In questa posizione tragicomica trovò Giulia i suoi compagni di viaggio. Dopo essersi abbandonata all'irrefrenabile ilarità ella chiamò un domestico e col suo aiuto pervenne a collocare gli amici in situazione più conveniente.
LaClelialottò ancora tutta la notte colla tempesta e ben le valsero le superiori sue qualità marine per non essere soperchiata e non le valse meno l'intrepidezza del suo coraggioso equipaggio.
All'alba il temporale rallentò alquanto del suo furore ed avendo il vento girato all'ostrolibeccio si pensò di far correre(36) per Porto Ferraio o Longone onde riparare le sofferte avarie che non erano poche.
(36) Prendere direzione
I due palischermi erano stati strappati e portati via dal mare; delle murate, da poppa a prora, non esisteva più un sol pezzo e di quanti oggetti si trovavano sulla coperta, nulla vi era rimasto.
Poco prima di giorno un maroso gigantesco come una montagna s'infranse sul trinchetto, lo sfondò e dié così agio alla bufera di continuare la sua opera di distruzione.
Quando il capitano Thompson era d'avviso di cercare un porto per ripararsi voleva dire che la necessità era estrema non essendo lui, come la maggior parte de' suoi connazionali, propenso a cedere alle prepotenti velleità dell'Oceano.
Torniamo alla bella omonima del superbo e valoroso Yacht ed ai suoi compagni di solitudine. Orazio, siccome era convenuto con Giulia, accese un bel fuoco sulla spiaggia appena fu notte e con molta ansietà stette per un pezzo osservando se compariva il palischermo che doveva condurre le donne a bordo. Ma l'arrivo istantaneo della bufera e l'agitazione conseguente dell'onde lo persuasero ben tosto che era inutile pensare all'imbarco durante quella notte.
Orazio inoltre, benché non fosse uomo di mare, s'era accorto prima ancora dell'imbrunire che lo Yacht ch'egli non aveva perduto di vista dopo uscito dal porto si trovava tutt'altro che in istato d'inviare imbarcazioni alla costa; anzi coll'imperversare della tempesta egli temette per la salvezza del legno.
Dopo aver cercato un ricovero alle donne nelle rovine d'una vicina torre(37). Orazio si mise a percorrere in su ed in giù la spiaggia con l'intento di prestar aiuto se ne fosse stato d'uopo a qualche naufrago. E non fu invano. Fregandosi gli occhi acciecati dagli sprazzi del mare e dalla pioggia che gli flagellavano il volto parvegli scorgere sulla cresta di un maroso che brillò un istante nell'oscurità qualche cosa di scuro che si sforzava di tenersi a galla. Questa scoperta spinse Orazio ad avvicinarsi vieppiù verso l'onda e nell'andirivieni di questa finalmente ei giunse ad afferrare un corpo umano che si moveva a stento. Era il povero John che si dibatteva contro la morte, dopo aver lottato con sovrumani sforzi co' flutti imperversanti.
(37) In quasi tutte le coste del Mediterraneo vi sono torri di guardia, che servivano al tempo dei pirati barbareschi per dar avviso delle loro apparizioni.
Colse Orazio nelle robuste sue braccia il giovane Inglese e lo trasportò verso le donne situate in un canto della torre, dove d'accordo si sforzavano ad alimentare un fuoco preziosissimo in quella disastrosa notte.
Era John una di quelle simpatiche fisonomie di giovine marinaro inglese, dagli undici ai dodici anni, però sviluppato e forte. Lascio pensare con che amorevolezza lo accolsero le nostre Romane. Lo spogliarono, lo asciugarono, lo coprirono dei loro abiti asciutti; mancava il grog(38) per il piccolo John, ma un fiasco d'Orvieto di cui Orazio aveva provvisto le viaggiatrici vi supplì dovutamente e John dopo due ore coi suoi abiti asciutti, rifocillato ed in sì bella compagnia, avea dimenticato Yacht, tempesta, il mondo e russava colla testa sopra un sasso ed i piedi vicini al fuoco, come se fosse in un letto di piume.
(38) Bevanda fatta d'acquavite o rhum allungata con acqua.
Orazio dopo aver percorso la spiaggia un gran pezzo ad onta dell'infuriante tempesta col timore e la speranza di poter essere utile a qualch'altro disgraziato, tornò alla torre e procurò anch'egli d'asciugarsi i panni e rifocillarsi.
Clelia accantucciata colla madre in un angolo col capo appoggiato in grembo di lei, avea pur essa ceduto alla stanchezza ed alla gioventù, beandosi in un profondo sonno.
Silvia non dormiva, sonnecchiava. Coll'indole sua delicata e gentile essa era stata troppo scossa dalla sequela di così terribili avvenimenti. Madre affettuosissima, sosteneva il caro peso della sua Clelia e stava immobile per timore di svegliarla; un pensiero affannoso le annuvolava la fronte piena di mestizia: "Che sarà del mio Manlio in questo finimondo?". E poi, quasi un rimorso la colpisse di consacrare i suoi pensieri unicamente allo sposo, aggiungeva: "e la povera Aurelia?!". E sonnecchiava affannosamente!
Non così il Romano. Egli sapeva d'esser troppo vicino alle volpi pretine di Porto d'Anzo perché s'abbandonasse al riposo. Seduto sopra un gran sasso delle ruine ch'egli avea avvicinato al fuoco, lo alimentava di quando in quando vigilando.
Il suo mantello lo avea lasciato alle donne che se ne coprivano; tutti i pezzi delle vestimenta bagnati nelle sue escursioni sulla spiaggia erano stati asciugati l'un dopo l'altro e rivestiti; la sua cartucciera di cuoio maestrevolmente lavorata, cingeva alla cintura. Due revolver pendevano ai suoi fianchi nelle rispettive fonde, il suo pugnale a larga lama da potersi usare come arma di guerra e coltello da caccia, sporgeva obliquamente dalla cartucciera ov'era immerso per metà e la fida carabina ch'egli avea minutamente ispezionata pria di sedersi, posava adagiata alla sua sinistra.
Era vestito di velluto oscuro con bottoni inargentati. Le uose affibbiate fino al ginocchio coprivano un piede comparativamente piccolo e ben fatto e contornavano graziosamente la polputa sua gamba. Al collo cingeva una cravatta di seta nera ed un elegante fazzoletto di raso rosso sciolto circondava le sue magnifiche spalle annodato sul petto. Un cappello nero di forma quasi calabrese un po' inclinato sulla destra copriva il capo di cui si sarebbe onorato Marte, e compieva l'abbigliamento.
Quando il chiarore della fiamma da lui ravvivata risplendea sull'abbronzata e maschia fisionomia del liberatore, un maestro dell'arte del bello chi sa cosa avrebbe dato, per poter ritrarre in quel marziale aspetto il simbolo della forza, del coraggio e dell'eroismo!
E qual delitto era se la sensibile Silvia, sonnecchiante, tra una beccata e l'altra contemplava il suo protettore con occhi spalancati e dimenticava per un momento solo il suo caro Manlio battuto dalla tempesta e forse in quell'istante non troppo dolcemente stretto dalle braccia d'Aurelia?
Dican pur ciò che vogliono gli ermafroditi moderni inginocchiati davanti al menzognero simulacro d'una teocrazia buffona o dinanzi ai gradini del trono d'uno spergiuro straniero, brutto di sangue concittadino e nostro! Chiamino pure briganti come il prezzolato dal prete il mio Orazio Coclite. Ove il suo brigantaggio si confini a voler l'Italia una e sia sempre pronto a menar le mani contro l'impostura e contro lo straniero io dirò sempre: Ecco il mio uomo! Ecco il mio eroe! Ecco l'Italiano com'io lo sogno e come diverrà quando non sia più educato dai settari di Lojola.
"Signora!—disse Orazio con una voce che fe' rimescolare ancor più la nostra buona Silvia tanto essa era dolce e filiale—Signora! il giorno non deve trovarci in queste macerie e subito che vi sia tanta luce da poter mettere il piede sicuro sul sentiero della foresta noi dobbiamo internarci allontanandoci dalla sede dei nostri nemici". "E Manlio, Aurelia, e Giulia?" disse la donna volta dolorosamente col pensiero a quei cari.
"Essi—rispose Orazio—sono probabilmente lontani in alto mare e speriamo fuori di pericolo. Nonostante pria d'internarci nel bosco ricercheremo la spiaggia ove è meglio che non si trovino".
"Dio li liberi!—esclamò la donna colle mani giunte e gli occhi rivolti al cielo—Dio li liberi! d'esser stati gettati alla costa da sì furioso uragano!".
Un silenzio assoluto succedeva a queste parole. Orazio che non cessava di spiare l'apparire dell'alba, quando s'accorse che le donne ci potevan vedere tanto da non mettere in fallo il piede sul terreno si alzò e disse: "È tempo di porci in viaggio".
Silvia scosse dolcemente la sua Clelia; col calcio della carabina fu destato John ed in pochi minuti i quattro con Orazio alla testa uscivan dalle macerie dirigendosi verso tramontana e seguendo l'orlo della macchia non lontani dalla costa.
La tempesta aveva rimesso della sua furia ma non abbastanza perché le donne non ne fossero disturbate nel procedere; per buona sorte la pioggia avea cessato ma i frangenti del mare inviavano i loro sprazzi sul volto dei viaggiatori in guisa da incomodarli assai. Pur bisognava scoprire il lido pria di addentrarsi nel bosco ed Orazio salito su d'un monticello di sabbia con dietro John spingeva l'acuto suo sguardo su tutta l'estensione del litorale già abbastanza rischiarato dal giorno. Fortunatamente nulla scoprì che dasse indizio di naufragio in quello sconquasso spumante dell'onde infuriate sulle deserte e desolate spiagge romane.
Tornati alle donne, ch'erano rimaste in una specie di avvallamento del terreno, Orazio disse: "I nostri amici sono fuori di pericolo, tocca ora a noi a fare altrettanto". Così dicendo prese a destra per un sentiero a lui conosciuto e s'internò nel deserto accompagnato dalla silenziosa comitiva.
Dopo l'avvenuto nelle Terme di Caracalla, la posizione d'Attilio, e de' suoi amici divenne ben pericolosa. Il traditore avea pagato il fio con la sua vita; i cagnotti del Governo avevano avuto la peggio, ma la polizia era sulle tracce della cospirazione e certo ne conosceva, od almeno ne sospettava i capi.
Se gli amici di fuori fossero stati pronti come lo erano i romani, nella stessa notte del 15 febbraio si poteva farla finita coi preti e lo si poteva in qualunque altro giorno. Ma i moderati sempre paurosi ed indissolubilmente legati al carro dei potenti non volevano saperne di menar le mani e volevano a qualunque costo aspettare la manna dal cielo, e dal beneplacito dello straniero, la libertà della patria.
Che importava loro del decoro nazionale? del sogghigno beffardo di tutte le nazioni Europee, di provincie compre coll'oro, e coll'oro vendute? Essi, avviticchiati ai lucri ed agli impieghi, eran sordi a qualunque proposito generoso che potesse compromettere l'Eldorado(39) a loro consegnato dalla Rivoluzione, che altro per sé non volle che il bene e l'unità nazionale. Quindi l'Italia da tanti secoli divisa, depredata, avvilita, corrotta da quella caterva di iene in sottana, si trova oggi ancella ringiovanita, riportata all'altare del sacerdozio di Satana a rinnovare l'antico bacio della pantofola.
(39) Paese dell'oro.
I porporati, assoldatori di briganti, tornarono alle grasse prebende, il popolo alle solite miserie ed i valorosi che bagnarono del loro sangue tutte le terre italiane obbligati a ripigliare la via dell'esilio, ad errare nelle foreste per sottrarsi alle vendette dei preti.
Tale era la condizione di Roma nei primi mesi di quest'anno 1867 in cui si vedevano mercenarii stranieri sostituiti da altri mercenarii ancora peggiori impossessarsi della città nostra; si vedeva l'Italia prostrata ai cenni di un devoto assassino rinnegare Roma e le sue glorie per compiacergli e potendo viver bella, rigenerata, rigogliosa, sorta colla superba aureola di libertà e d'indipendenza sì caramente acquistate per virtù de' suoi figli, la si vedeva ravvoltolarsi spudoratamente nel fetido brago dei corruttori e persecutori del genere umano.
Ma torniamo indietro al nostro racconto,
Una sera dei primi di marzo in una stanzuccia sul di dietro della casa di Manlio in Trastevere s'eran riuniti, Attilio, Muzio e Silvio per conferire sul da farsi. Dal 15 febbraio eran rimasti in Roma per tentare la fortuna; ma la fortuna di Roma era intricata in un labirinto tale che tutto il generoso patriottismo dei nostri giovani eroi e de' loro trecento bellicosi compagni, non poteva trovarne l'uscita.
"Oggi,—diceva Attilio,—non v'è più merito a dar la vita per il proprio paese quando è santificato il principio delnon fareper non disturbare il bell'andamento di cose ordite dal moderantume. I nostri amici di fuori sonosi rappattumati vergognosamente con questi nemici d'Italia, ma noi!… come lo potremo mai? Potremo noi vivere in famiglia e concordi cogli scellerati, che ci venderebbero cento volte allo straniero, che corruppero, che depravarono questa nostra città e la prostituirono come solo loro sono capaci di prostituire, che arsero i nostri padri, che stuprarono le nostre vergini, che fecero della nostra Roma, un bordello! una cloaca!!!".
Attilio fuori di sé alzava la voce oltre misura, onde Silvio più pacato gli disse: "Parla sommesso, fratello! Tu sai come siamo perseguiti e non è difficile che nei dintorni di questa casa vi sieno sgherri appiattati. Qui già non si può più stare, lasciamo Regolo incaricato delle cose nostre in città e prendiamo la campagna. Là, non mancano amici, i coraggiosi vivono dovunque. Lasciamo che Italia si stanchi d'essere ludibrio di queste sue mignatte in maschera liberale, di questi mercanti di uomini tra l'impostura e il dispotismo! Andiamo!—continuò Silvio dopo un istante di pausa, durante la quale pareva che un'ignota forza volesse collocarsi fra lui e il suo divisamento.—I nostri nemici ci chiameranno briganti, avventurieri, come ci chiamarono nella gloriosa spedizione di Marsala. Che importa? come allora, noi tuteleremo la libertà di questa nostra patria infelice e marceremo alla riscossa quando essa voglia devvero emanciparsi dalla tirannide".
Dopo aver camminato per circa due ore nella foresta, per sentieri ove in molti luoghi mancavano le traccie dell'uomo e somigliavan piuttosto ad aperture dovute alle corna del bufalo. Orazio che era sempre alla testa della comitiva composta di Silvia, Clelia e John, e che adoperavasi a sbarazzare il sentiero da piante cadute, e dai rami che lo attraversavano, fermossi finalmente in uno spiazzato, ove il bosco aprivasi per lasciare il posto ad un ameno praticello.
Il tempo s'era rasserenato, alcune raffiche di vento, resto della notturna tempesta, colpivano ancora le cime delle secolari piante ma nel sito ove si trovavano i nostri viaggiatori appena se ne sentiva il soffio.
"Signora Silvia,—diceva Orazio:—voi con Clelia, adagiatevi qui in questo luogo e riposatevi che ne avrete molto bisogno. Io con John m'allontanerò per poco a cercar da mangiare". Così dicendo distese il mantello sull'erba e facendo un segno a John che lo seguisse s'imboscò con lui per una nuova direzione nella foresta e entrambi scomparvero.
Silvia era stanca veramente. Clelia giovane e di costituzione più robusta lo era meno, però anch'essa trovò ben piacevoli alcuni momenti di riposo in quel sito ameno e appartato dal mondo ove altra traccia di creatura umana non si distingueva che quella da loro stessi solcata sull'erba.
Dopo un momento di riposo la nostra eroina cedendo alla vivacità dell'età sua ed avendo scoperto che il praticello era variopinto di fiorellini alzossi e si mise a raccoglierne un mazzolino da presentare alla mamma. Tornata a Silvia, e sedutasi accanto, nel mentre che porgeva il mazzo, un tiro di carabina s'udì a non molta distanza e l'eco della foresta lo ripetè più volte.
Silvia fu scossa dal rimbombo della scarica e certamente per la sua delicata natura, quel tuonare subitaneo in quella silenziosa solitudine ebbe qualche cosa di straordinario. Clelia però accorgendosi dell'effetto provato dalla madre disse sorridendo: "ma questo è uno sparo del nostro amico; sta pur sicura, mamma, che presto noi lo vedremo qui di ritorno con della selvaggina". Un abbraccio amoroso alla sua Clelia fu la risposta di Silvia ed ambe s'intrattennero a ricordare i loro cari, le straordinarie vicende che le avean divise da loro, ed a pascersi della speranza di poterli rivedere presto.
Non tardarono Orazio e John a raggiungere le loro compagne portando a stanga un giovane cignale che la carabina del Romano aveva atterrato.
"Clelia,—disse Orazio,—fate capire all'Inglese di raccogliere legna secca per far fuoco"; e Clelia che conosceva un poco quella lingua ed era stata l'interprete del giovin marinaro glielo spiegò. John si accinse colla miglior voglia del mondo a spezzare rami, ad ammassarli, ed in pochi minuti un magnifico fuoco scoppiettava allegramente in mezzo ai nostri viaggiatori.
L'arte del macellaio è disprezzata e veramente quell'imbrattarsi di sangue d'altra creatura e sminuzzarne le carni ripugna, ha del selvaggio, e per indurito che sia il cuore dell'uomo egli non può a meno di risentirsene. Io, per esempio, mi sarei volentieri conformato alla vita dei Pittagorici(40) e più crescon gli anni, più aumenta in me la ripugnanza degli eccidi animali e, devo confessarlo, cacciatore una volta, io soffro oggi nel vedere anche un uccello ferito.
(40) Seguaci di Pittagora che s'imponevano l'obbligo di non mangiare altro che vegetabili.
Non so se lo stesso sentimento provasse Orazio, il coraggioso figlio della foresta; ma repugnante o no, come avrebbe egli potuto vivere senza la caccia, obbligato com'era a tenersi lontano dall'abitato? Per quella volta intanto, egli con molta grazia distese la sua preda sull'erba, trasse il suo coltello pugnale, fece in pezzi il cignale, acconciò a guisa di spiedo un virgulto di legno verde, v'infilzò la carne, ed in poco tempo presentò ai suoi compagni affamati un arrosto da invogliarne anche un moderato.
L'appetito servì di condimento alle vivande, e non mancarono durante il pasto motti graziosi, massime sul conto del piccolo John che, eccitato dalla Clelia a parlare italiano principiava, com'era naturale, col dire spropositi che mettevano la compagnia in una cordiale ilarità.
Il marinaro poi è un essere più allegro degli altri quando è a terra e da lungo tempo egli non l'ha toccata. Questo non era veramente il caso del nostro John ch'era rimasto molti giorni in Porto d'Anzo ed avea visitato coll'Yacht la maggior parte dei porti d'Italia; ma, comunque fosse, in questo nuovo mondo della foresta, egli si trovava perfettamente e non invidiava punto i suoi compagni nel tempestoso Tirreno. Poi Clelia era così bella! così gentile! ed Orazio uno di quei tipi che affascinano la gioventù, ed era inoltre il suo salvatore!
Terminato il pasto frugale, la comitiva si rimise in viaggio, seguendo all'incirca la stessa direzione tenuta nel venire e dopo aver camminato a lungo, giunse verso sera alla vista di quegli edifizi antichi che il tempo sembra avere rispettato, simili all'immortale Panteon a cui non posso pensare, senza tributargli un pensiero di rispetto e di ammirazione.
Erano i nostri sul limitare della foresta, ove il sentiero metteva in un ampio prato quasi circolare. Secolari querce erano sparse con certa regolarità su tutta la superficie del circolo e le reliquie di quelle antiche figlie della terra, cadendo per secoli al loro piede, identificate col piedestallo delle naturali colonne, vi avean formato dei graziosi tumuli, recessi di verdura, che invitavano gli stanchi viaggiatori al riposo.
"Riposatevi qui per un momento", disse Orazio alle donne, e mettendo alla bocca un piccolo corno ch'ei portava a tracolla ne trasse dei suoni che sembravan sproporzionati alla piccolezza dell'istromento. Un suono simile rispose da una capanna di guardia, situata sopra uno dei detti tumuli, capanna che Orazio certo doveva conoscere e della quale i suoi compagni non si erano accorti.
Un individuo vestito alla foggia d'Orazio uscì dalla capanna, gli si fece incontro con aria di rispetto ed una stretta di mano dei due accennò che non si trovavano per la prima volta. La sentinella (perché tale era lo sconosciuto) dopo breve colloquio, facendo segno alle donne di alzarsi, incamminossi precedendole verso l'edifizio.
Il periodo di grandezza e di gloria durante il quale la capitale del mondo maggiormente rifulse si chiuse colla Repubblica, e la maestà del sistema Repubblicano con gli Scipioni. Dopo la battaglia di Zama(41), quando Roma non ebbe più nemici potenti, e facile divenne mettere le mani su ciò che v'era ancora da conquistare dei paesi sconosciuti, i Romani impinguati delle spoglie dei vinti dieronsi alle gare interne e ad ogni sorta di lussuria da cui furon trascinati poi all'ultimo stadio di degradazione a diventare gli schiavi dei loro schiavi. E fu giustizia che così avvenisse: Dio li pagò della stessa moneta con la quale essi avevano trattate le nazioni.
(41) Zama in Africa ove Annibale fu disfatto da Scipione.
Ma l'ultimo periodo della Repubblica ha in sé qualche cosa di grande. Prima di morire, quella schiatta di giganti (parlo degli ultimi Repubblicani), presenta alla storia un complesso di uomini tali da far giustamente meravigliare. Lucullo, Sertorio, Mario, Silla, Pompeo, Cesare son tali uomini, tali generali, uno solo dei quali basterebbe per illustrare i fasti guerrieri d'una grande nazione.
Se la perfezione fosse possibile all'uomo e Cesare alle sue qualità avesse unita l'abnegazione di Silla, io direi come l'autore della Grandezza e Decadenza dell'Impero romano "Cesare è il più grande di tutti i grandi uomini del mondo".
Di Silla in fatti strenuo generale anche lui questo racconta la storia. Dopo aver voluto correggere i Romani e sottrarli alla corruzione con mezzi terribili sino ad ordinare l'eccidio di ottomila cittadini in una volta, un bel giorno radunò il popolo nel Foro e sedendo in mezzo alla adunanza al posto di dittatore, rimproverò ai Romani i loro incorreggibili vizi, quindi disse loro: "Tenni la dittatura colla speranza di migliorarvi. Oggi mi son convinto che non lo posso. Ritorno privato cittadino, pronto a dar ragione del mio operato a chi me lo chieda". Così dicendo scese dalla tribuna, e si confuse nella folla tranquillo ed altero, mentre dei Romani non uno gli chiese conto di un torto.
E sì a molti dei presenti egli avea ucciso congiunti, amici, fratelli.
Cesare non sanguinario al pari di Silla ma d'un'intelligenza a lui superiore, non seppe imitarne l'abnegazione, si lasciò cullare dalla propria ambizione, e sognò di poter cingere la fronte d'una corona. I pugnali degli ultimi Romani distrussero il suo sogno trafiggendolo a morte.
Sulle rovine della Repubblica sorse l'Impero.
Fra gl'Imperatori ve ne furono dei meno tristi come Trajano, Tito Antonino e Marco Aurelio. La maggior parte però furon mostri che non contenti delle immense ricchezze che possedevano nelle loro condizioni supreme, cercavano ancora usurpare le sostanze altrui, e guai al ricco Romano ch'essi potevano depredare con uno od altro pretesto!
I cittadini che possedevan grandi ricchezze procuravano d'allontanarsi da Roma. Alcuni cercavan rifuggire in paesi stranieri, altri in siti reconditi ove non vi fosse probabilità di venire molestati. Tra questi ultimi un discendente di Lucullo sotto il regno di Nerone era andato a stabilirsi nel luogo ove all'estremità della foresta i nostri viaggiatori avevano scorto un antico monumento. Colà egli si credette di trovarsi al sicuro dalle carezze di quel pezzo di galantuomo ch'era l'incendiario di Roma(42).
(42) Nerone un giorno fece mettere fuoco a Roma per godere lo spettacolo dell'incendio dall'alto del suo Belvedere.
Il sito adunque ove Marco Lucullo edificò il suo castello era lo stesso in cui noi lasciammo la nostra Clelia coi compagni e forse alcuna fra le quercìe che ne adornavano il parco ricordavasi del figlio di quel vincitore dell'Asia(43).
(43) Lucullo fu uno dei generali romani che maggiori conquiste ebbe a fare nell'Asia.
L'architettura del castello era superba e superbamente conservata. Le facciate esterne dell'edificio erano ricoperte d'edera ingigantita dai secoli, ma, l'interno ripulito accuratamente dai moderni abitatori, se non presentava tutti gli agi che si possono aspettare in una casa moderna, offriva buon numero di sale e stanze ben conservate e spaziosissime.
Privo d'abitatori per molto tempo, oltre all'edera che lo tappezzava, il castello era pure nascosto dalle piante gigantesche che lo circondavano, e questa circostanza lo rendeva acconcio ai bisogni d'Orazio e dei suoi compagni di proscrizione. Di più, come tutte le abitazioni edificate in quei tempi di sospetto, il castello aveva i suoi sotterranei in cui non solo era agevole il nascondersi, ma a traverso i quali si poteva percorrere immenso tratto di paese nel seno della terra.
Chi avesse chiesto qualche cosa ai pochi pastori il cui gregge pascolava nei dintorni della foresta avrebbe udito rispondersi, che nel centro di quella v'era un castello abitato dagli spiriti cui nessuno aveva mai potuto avvicinarsi perché de' più coraggiosi che lo tentarono non se n'ebbe mai più notizia.
Raccontavano ancora, che una figlia del ricco principe I…, che con la famiglia s'era trovata ai bagni marini di Porto d'Anzo, essendosi avvicinata colle sue damigelle all'orlo del bosco, era stata, a' loro occhi veggenti, portata per aria dagli spiriti e più nulla se ne era saputo ad onta delle minute indagini fatte praticare dal padre in tutti gli angoli della foresta.
Ecco, in quel paese di meraviglie capitò la comitiva condotta daOrazio.
Sul peristilio del castello ove giungevano i nostri quattro viaggiatori scorgevasi una giovine donna, il cui aspetto indicava la matrona romana forse un po' più delicata del tipo antico.
Ai suoi vent'anni, al vederla si avrebbe potuto aggiungere un lustro di più perché al suo sorriso angelico corrugavansi alquanto le bellissime guancie. Neri gli occhi e la capigliatura il suo portamento era incantevole e maestoso.
Avvertite le donne, con un inchino graziosamente le salutò, mentre Orazio le diceva: "Irene, ti presento Silvia e Clelia, la sposa e la figlia del nostro celebre scultore Manlio", e allora con un bacio cordiale Irene accolse le ospiti.
Il piccolo John incantato di trovare tanta bellezza e tanta grandezza ove aveva supposto di non trovar altro che solitudine e deserto fu più sorpreso ancora quando, seguendo la compagnia nell'interno del castello, s'accorse che in uno splendido salotto stava preparata una ancor più splendida mensa riccamente e copiosamente imbandita di ogni specie di vivande.
"Tu m'aspettavi dunque stasera?" disse amorosamente Orazio ad Irene.
"Oh sì! me lo diceva il cuore, che non avresti passata un'altra notte fuori", e un nuovo amplesso dei due amanti chiudeva il breve colloquio.
Clelia, la bella Clelia fu ben lungi dall'esserne gelosa. Ella era già troppo affezionata a quei due esseri e in quella vece il suo pensiero ed il suo cuore corsero ad Attilio. Credo non affermare cosa che il lettore non abbia indovinato aggiungendo che la buona Silvia mandò un sospiro pel suo povero Manlio.
John coll'appetito di dodici anni, stimolato da una passeggiata ben lunga per un poverotar(44), all'aspetto della mensa imbandita non ebbe pruriti d'amore, ma di sincerissima fame.
(44)Tar, marinaro in inglese.
Una nuova scena di lì a poco colpì la madre e la figlia, e più di queste John, che ancora se ne stava a bocca aperta. Avendo Orazio dato di piglio a quel suo magico corno, comparvero come per incanto, l'uno dopo l'altro, quindici nuovi ospiti e tutti poco più, poco meno, vestiti alla foggia d'Orazio, ed armati.
L'ora già tarda, e la sala poco illuminata fecero più solenne sulle prime quella comparsa, ma venendo accesi i lumi le aperte, maschie e gentili fisonomie dei nuovi arrivati, guadagnarono loro l'ammirazione e la fiducia universali. Orazio allora "a tavola" gridò, facendo sedere Silvia alla sua destra, alla sinistra Clelia e dopo lei Irene. I compagni d'Orazio, sedute che furono le donne ed il loro capo, per cui mostravano gran rispetto, presero posto a tavola, mentre John s'era già collocato allato a Silvia.
Un bicchiere di wermuth brindato "alla libertà di Roma" iniziò il pranzo, che continuò poscia con molta alacrità per parte di tutti i commensali.
Terminato il pranzo, le donne si ritirarono nelle stanze d'Irene e mentre una serva di lei, conformandosi agli ordini ricevuti, preparava i letti per le nuove arrivate, esse con Irene contraccambiarono quattro paroline, siccome è uso del bel sesso, sulla reciproca loro storia.
Di Silvia e Clelia noi già lo sappiamo e ne resta a sapere ciò che la bella castellana raccontasse sul conto suo alle nuove amiche e il suo racconto fu il seguente:
"Sono figlia del principe T… che credo voi conosciate in Roma, famoso per le sue ricchezze, splendidamente educata da mio padre, a me non mancò nessuna specie d'istruzione, ma cosa singolare!, invece di propendere a studi che sembrerebbero più adatti al nostro sesso come la musica, il ballo ed altri femminili passatempi ed occupazioni, mi sentiva attratta verso gli studi seri e d'indole più grave che alle donne forse non si convenga. Quando venni allo studio della nostra Roma me ne appassionai in un modo strano, ed in quella stupenda storia della Repubblica sì piena di grandi fatti, di leggende e d'eroismo la mia giovine fantasia s'esaltava al punto da divenirne pazza.
Paragonando poi quei tempi eroici con gli obbrobrii dell'impero e della decadenza e in ispecie colla più moderna storia dei preti, così avviluppata in un caos di umiliazioni, di prostituzioni, di miserie, sentii tutto il peso d'una mortificazione inesprimibile. Studiando concepii un immenso disprezzo, un odio profondo per il Clericume, istrumento principale dell'abbassamento e del servilismo del nostro popolo. Con indole tale e tali sentimenti, vi persuaderete facilmente che le occupazioni e i divertimenti principeschi della mia casa, gli sterminati omaggi dell'aristocrazia Romana serva del prete e dello straniero, non potevano avere le mie predilezioni. Non tra le cortigianesche passeggiate, le feste, i balli e le dissipazioni vane, ma tra le splendide ed immense ruine di cui è seminata la nostra Metropoli, io trovavo le mie delizie, e cavalcando o a piedi, quasi ogni giorno, passavo alcune ore tra quei superbi avanzi della grandezza Romana. Giunta all'età di quindici anni, più dell'ago, dei ricami e delle mode, mi erano famigliari i capi d'opera dei maestri dell'arti belle, le macerie del Foro e quelle sparse nella deserta campagna intorno a Roma.
Soleva fare le mie escursioni lontane a cavallo accompagnata da un vecchio e fido domestico di casa. Una sera, di ritorno da una di quelle passeggiate, mentre traversavamo Transtevere alcuni soldati stranieri ubbriachi, i quali avevano attaccato rissa in una osteria uscirono colle sciabole perseguitandosi. Il mio cavallo si spaventò, prese il morso coi denti e di carriera precipitandosi per la via mi trasportava colla celerità del baleno rovesciando quanto gli si parava davanti, non potendo io rallentarne il corso per quanti sforzi facessi.
Era forte in sella e coloro che senza pericolo mi vedevano correre ammiravano, ma finalmente il corsiero continuando la sua furia la lena venne a mancarmi ed ero lì lì per lasciarmi cadere. Certo cadendo, mi sarei fatta in pezzi sul selciato, o contro qualche ostacolo della via, quando un giovane coraggioso lanciatosi dal marciapiedi come un lampo attraversa la via, getta la sua mano sinistra alle briglie e mi cinge robustamente colla destra mentre già mi abbandonavo sfinita. Allo strappo violento della mano del mio salvatore il cavallo fa un mezzo giro a sinistra, inciampa e va a fracassarsi il cranio contro il muro di una casa. Io era salva, ma svenuta e quando ripresi i sensi mi trovai nel mio letto, in casa mia, attorniata dalle mie donne. E chi era stato il mio salvatore? a chi chiederlo? Feci chiamare il domestico che mi accompagnava ma tutto quanto egli mi seppe dire era: che seguendomi da lontano giunse sul luogo della catastrofe quando io era già trasportata in una casa vicina da dove, palesando il mio nome mi fece trasferire subito nel mio palazzo. Altro non seppe dirmi del mio salvatore se non che egli era un giovine e che s'era ritirato dopo avermi consegnata alle donne di quella casa.
Però la mia ardente immaginazione aveva indovinato o distinto anche in mezzo a tale pericolo i lineamenti atletici di quell'agile e robusto giovine.
I suoi occhi avevan lampeggiato un solo istante nei miei ma quel lampo si era indelebilmente trasfuso ed impresso nel mio cuore. Io non potei più dimenticare quella sua fisionomia che ricordava gli eroi Romani scolpiti nell'anima mia. Oh! lo riconoscerò ben io se lo rivedo, dicea tra me, fosse egli romano! se è romano dev'essere della schiatta de' quiriti, del mio popolo ideale! del mio culto!
Una sera (voi conoscete l'uso in Roma di visitare il Colosseo al chiarore della luna), una sera, dico, accompagnata dallo stesso domestico io usciva da quel gigante delle ruine per tornare a casa. Ad una certa distanza essendosi diradata la folla, nel girare il canto della via che dal Tarpeo mette al Campidoglio ed all'ombra di quell'immenso edificio, un colpo di bastone rovesciò il mio domestico e due malandrini afferrandomi per le braccia cominciarono a trascinarmi violentemente verso l'arco di Severo(45). In quel punto le svelte forme dell'uomo che io aveva scolpito in cuore si delinearono nel chiaroscuro delle ruine: una lotta corpo a corpo s'impegnò tra i tre, ed in meno ch'io nol dico, i due assassini erano rovesciati nella polve. Vedendo il domestico rialzarsi e venire a noi, lo sconosciuto mi prese la mano, la baciò ed allontanossi frettolosamente.
(45)Tarpeo: Rocca donde i Romani precipitavano i rei.Campidoglio: Palazzo di governo degli antichi.Arco di Severo: Magnifica ruina che s'incontra entrando nel campo Vaccino, che fu edificato da Settimio Severo Imperatore.
Io era rimasta così attonita da tanti e sì subitanei avvenimenti che non ebbi la presenza di spirito di articolare una sola parola.
Mio padre, amorevolissimo, (io non aveva conosciuta mia madre) soleva nella stagione estiva andare ai bagni di mare in Porto d'Anzo forse più per compiacermi che per desiderio proprio, sapendo che io amava il mare e soprattutto amava di allontanarmi dalla società aristocratica della Metropoli per la quale non avevo la più lieve simpatia.
Fuori di Porto d'Anzo, a poca distanza verso il settentrione e non lontana dal mare, vi era una villa proprietà di mio padre da noi abitata nelle nostre escursioni estive.
Io amava la vista del mare, quivi vivea più volentieri che a Roma, ma vi era un vuoto nella mia esistenza, una smania nell'anima mia che mi turbava, che mi rendeva inquieta e malinconica. Io sentivo di amare perdutamente lo sconosciuto mio liberatore.
Sovente passava delle ore al balcone del mio appartamento, gettando lo sguardo in tutte le direzioni e su tutti i passanti, cercando le sembianze dell'uomo de' miei pensieri. Se scorgeva un palischermo, una navicella sul mare, puntava il mio binocolo su quel punto, non per altra brama che di scoprire fra la ciurma o tra i passeggeri l'idolo del mio cuore.
Una sera era già tardi ed io seduta al balcone della mia stanza in balìa ai mesti miei pensieri, quasi involontariamente stava contemplando l'astro della notte che spuntava sul lontano orizzonte delle pianure Pontine. Il tonfo d'un corpo che pareva piombare dall'alto del muro della villa mi trasse dalle mie contemplazioni: il cuore cominciò a battermi, non di paura però, e mentre l'astro notturno alzavasi ed aumentava il chiarore mi sembrò discernere tra le piante qualche cosa che s'avvicinasse. Poi mi parve distinguere una persona. Quando l'ombra o la persona uscì dal folto delle piante e si trovò all'aperto, un raggio di luna, che quasi orizzontale la illuminava, mi fece palesi le fattezze di colui che io aveva cercato invano per tanto tempo. Un grido di sorpresa e di gioia m'uscì incontanente dal petto e, lo confesso, tutto il mio pudore di donna bastò appena per trattenermi dal corrergli incontro e gettarmi nelle sue braccia. Il mio carattere solitario e sdegnoso de' costumi della Capitale mi aveva mantenuta in una innocenza eccezionale ed io, prole di principi appartenente alla più corrotta delle corti del mondo, era rimasta una semplice ed ingenua figlia della natura.
Irene!—mi disse una voce che mi scese nel più profondo dell'anima.—Irene! potrei avere la fortuna di dirvi due parole là o qua giù, come a voi piace?
Scendere mi sembrò più conveniente che introdurlo nelle mie stanze, e scesi! Ei mi prese quasi timidamente la mano, poi mi condusse verso il bosco e là ci sedemmo sopra un banco campestre l'uno accanto all'altro, all'ombra delle piante. Egli avrebbe potuto condurmi seco fino agli estremi confini della terra: io mi sarei lasciata guidare dove a lui meglio piaceva.
Stemmo un pezzo silenziosi; finalmente rompendo il silenzio egli mi disse: Irene! voi perdonate il mio ardimento, non è vero? Io non risposi, ma senza resistenza lasciai che traesse a sé la mia mano che egli baciava fervidamente.
Voi saprete, continuava egli, ch'io sono un plebeo. Irene, un orfano!, i miei genitori perivano entrambi alla difesa di Roma contro gli stranieri: su questa terra altro non mi rimane che il braccio ed un animo consacrato all'Italia ed a voi.
Predisposta com'era ad amarlo fin da quando egli non era per me che una creazione della fantasia che dava una forma al mio liberatore, potete immaginarvi se in quel momento, in cui l'essere fantastico della mia immaginazione, e del mio affetto aveva presa forma viva, che ne udiva la maschia ma affettuosa e soave voce io mi trovassi veramente beata.
Sentivo di esser sua ed egli avrebbe potuto disporre di me come d'una schiava; tale era il fascino che esercitava sopra la mia volontà.
Irene!—egli continuava—è d'uopo ascoltiate ancora, che sappiate che io non solamente sono un povero orfano, ma sono proscritto, condannato a morte, obbligato a vìvere nelle foreste, perseguitato dagli sgherri del Governo, inseguito come le belve.
Un presentimento, un intuito della generosa indole vostra, non lo dico per vantarmene, credetelo, diceva al mio cuore che voi mi amavate e che quell'amore vi faceva infelice. Per questo sono venuto, o Irene!… e sono venuto… a dirvi… che voi non potete esser mia!
Dopo un istante di pausa, rinfrancatasi la voce, ch'era andata grado grado abbassando eì proseguiva: Voi dovete dimenticarmi, Irene, io sono già pago del poco che ho potuto fare per voi. Me ne sento superbo, quindi a me non dovete gratitudine e se mai fossi tanto fortunato da spendere questa povera vita per voi, oh!, credo che allora il mio sogno sarebbe compiuto! Perdonatemi!… Irene!…—Così dicendo, egli si alzava, con voce sicura mi diceva addio e lasciando andare la mia mano che aveva tenuta nella sua, si allontanava…
Io era rimasta tutto quel tempo assorta in tanta estasi da dimenticare me stessa, il mondo intero! Non udiva, non sentiva più nulla! ma la parola Addio quasi scintilla elettrica m'infiammò, corsi a lui, e "fermati!", dissi, prendendolo per il braccio e riconducendolo al sedile. "Tu sei mio! tu devi essere mio, gridai, ed io tua!… per tutta la vita! Sì! io voglio essere tua in eterno!" e mi abbandonai così dicendo nelle braccia di lui.
Dopo pochi giorni di preparativi io seguiva Orazio in questa foresta e qui dimoro da più anni. Non dirò, per essere esatta nella mia storia, che sono perfettamente felice. No! provo un'afflizione, l'unica, quella di aver forse accelerata la morte del mio vecchio ed amoroso genitore". Qui una lacrima rigava la guancia bellissima della regina della foresta.
Silvia, quantunque stanca, non aveva potuto a meno di prestare attenzione all'interessante istoria dell'amabile ospite, Clelia non ne aveva perduta una parola. Quante volte durante la narrazione non era essa stata sul punto di esclamare: il mio Attilio anch'esso è bello, valoroso, degno d'essere amato di un simile amore! Sì! il mio Attilio!, mio! essa ripeteva a sé stessa, intanto che Irene guidava alla loro stanza le due nuove amiche.