La storia del Papato è storia di briganti.
Dai condottieri del medio evo che quel governo debole e demoralizzatore assoldava per mantenere l'Italia in uno stato normale di dissidenze e di guerre intestine per dominarla ai briganti che ai nostri giorni mantiene per impedirne la ricostituzione, io lo ripeto!, quella storia è una storia di brigantaggio.
Chi ha visitato Civitavecchia nel 1849, avrà senza dubbio inteso parlare di Gasparo, famosissimo capo-brigante, parente del cardinale A…. Molti stranieri giungevano espressamente in quella città per vedere quell'uomo straordinario.
Gasparo alla testa della sua masnada avea sfidato la potenza del governo pontificio: sostenuti molti scontri e coi gendarmi e colle truppe e il più delle volte le truppe ed i gendarmi erano stati da Gasparo messi in fuga.
Non potendo il governo avere quel valoroso bandito colla forza, si provò a pigliarlo coll'astuzia.
Come abbiamo detto, Gasparo era parente di uno dei cardinali più autorevoli della Corte, e siccome entrambi erano nativi di S…. ove avevano parenti comuni, così questi furono intermediari fra il governo ed il brigante, portando al bandito le splendide offerte del porporato congiunto.
Gasparo fidatosi delle promesse fattegli, licenziò la banda. Arrestato e condotto in catene nelle prigioni di Civitavecchia, vi si trovava nel 49, cioè al tempo della Repubblica ed allora noi potemmo vederlo.
Il principe C…., fratello della nostra Irene, avea per i racconti de' pastori avuto sentore d'una bella abitatrice della foresta; dai connotati e dalle circostanze aveva dedotto che essa non poteva essere che la propria sorella.
D'accordo col cardinale A….. egli divisò di trarla a qualunque costo da quella che egli chiamava una prigione, ed era un nascondiglio.
Appoggiato dal governo, ed autorizzato a marciare alla testa del reggimento di cui aveva il comando, il principe non era sicuro per mancanza di pratica dei luoghi chiusi da foltissimi boschi di poter riuscire, laonde chiese al cardinale A…. se gli volesse dare come guida il suo vecchio parente, prigioniero in Civitavecchia.
"Ottima scelta!—rispose il cardinale,—Gasparo vi condurrà nei più reconditi siti della foresta più facilmente che a traverso le vie di Roma. Egli è tal uomo che prendendo un pugno di fieno e odorandolo, anche a mezzanotte, vi saprà dire precisamente ove si trova in qualunque parte di quei deserti. Badate che è vecchio ora ma per coraggio lo credo ancora buono ad affrontare il demonio".
Quando Gasparo nelle carceri di Civitavecchia seppe che dovevano condurlo in Roma si tenne per ispacciato e tra sé stesso diceva: "Meglio così, bisogna pur finrla una volta! sono già stanco della vita. Un solo dispiacere porto meco nella tomba,—aggiungeva picchiandosi la fronte il vecchio Gasparo,—di non potermi vendicare del tradimento di questi cani in sottana".
Due compagnie di gendarmi, una a piedi, l'altra a cavallo, condussero l'antico principe dei briganti in Roma. Il governo avrebbe bensì desiderato ch'ei viaggiasse la notte ma di notte v'era pericolo di fuga o di rapimento perché i vecchi compagni di Gasparo non erano ancor morti. Bisognò dunque acconciarsi a tradurlo di giorno: e di giorno la popolazione correva sullo stradale affollata per contemplare il famoso bandito. Il passaggio del Papa non avrebbe attratta tanta gente.
Condotto in Roma alla presenza del Cardinale A. e del principe C. con molte promesse ed oro, lo impegnarono a coadiuvarli nella proposta distruzione dei briganti libertini(46) e nel ricupero della principessa.
(46) Libertini, nome che i preti danno ai liberali.
Gasparo assentì non volendo perdere sì bella occasione di prendere il largo e vendicarsi di chi lo aveva sì scelleratamente tradito.
Eran vari giorni che Clelia, Silvia e John abitavano il Castello di Lucullo ospiti d'Orazio e d'Irene e non si accorgevano di starvi male. Fra i compagni d'Orazio ve n'erano di ricchi, di nascosto dal governo ricevevano sussidi dalle famiglie di Roma e quindi potevano provvedere la loro nuova dimora di quanto abbisognava; l'abbondante caccia della foresta forniva ogni specie di selvaggina e la galanteria dei nostri giovani romani, specialmente verso la perla di Transtevere, non era poca e, mi perdoni il bel sesso per cui vecchio come sono conservo una vera adorazione, benché afflitta dall'assenza dell'amante che ella ama con tutta l'anima, la donna un po' di galanteria l'accetta sempre volentieri, s'intende bene senza far torto al lontano suo prediletto.
Clelia sarebbe stata felicissima d'avere seco il suo Attilio, anche a patto di star tutta la vita nella foresta; Silvia, la buona Silvia talora sospirava incerta del destino del suo Manlio, e John? Oh! John poi era l'essere più felice di questa terra. Orazio lo aveva armato di una delle carabine prese ai briganti che assaltarono la carrozza di Giulia e di più lo teneva come compagno inseparabile in tutte le sue escursioni di caccia.
Un giorno Orazio e John si trovavano nella foresta cacciando un cervo. John doveva fare la battuta ed allontanossi seguendo le istruzioni del suo compagno. Orazio rimase alla posta. Le disposizioni d'Orazio furono efficaci, poiché dopo circa mezz'ora un grande cervo venne a pascere sulla sua posta. Col primo tiro lo colpì, ma l'animale non cadde; allora Orazio lasciò andare il secondo colpo e la belva diede un lamento e stramazzò.
Aveva appena Orazio scaricato i due tiri della sua carabina quando un movimento dei cespugli lo fe' accorto che qualche cosa s'avanzava verso lui dalla parte più folta del bosco. Non poteva essere John, egli era troppo lontano ancora. Un sospetto balenò alla mente d'Orazio ed un brivido involontario lo percorse nel sentire le due canne della carabina vuote.
Non s'era ingannato: appena aveva posto il calcio dell'arme a terra per ricaricarla, un ceffo molto più somigliante a quello d'una tigre che d'un uomo sbucò dalla macchia a pochi passi di distanza.
Sui valorosi ancorché colti all'improvviso il timore non ha forza, e col pugnale alla mano il nostro Coclite s'avanzava impavido contro l'apparizione quando questa gli gridò: ferma!, con tanta autorità e sangue freddo che ne fu sorpreso il nostro prode Orazio e fermossi.
Armato da capo a piedi il nuovo venuto aveva un aspetto veramente straordinario. Un cappello puntato alla calabrese copriva il suo capo irsuto di folta capigliatura bianca come la neve. La barba bianca, sprizzata qua e là di qualche ciocca del primitivo colore ed irta come quella d'un cignale, copriva l'intero volto ad eccezione degli occhi. Eretta e posata su poderosa spalla gli anni non eran stati capaci di piegare quella testa maestosa e selvaggia. Sul largo suo petto teneva affibbiato un giustacuore di velluto stretto al cinto dall'indispensabile cartucciera. Di velluto oscuro era pure il resto del vestito e dal ginocchio in giù, uose calzava elegantemente affibbiate.
"Io non ti sono nemico Orazio—disse Gasparo (poiché era egli stesso)—anzi io vengo ad avvisarti di un pericolo che ti sovrasta e che potrebbe essere la tua e la rovina de' tuoi compagni".
"Che non mi sei nemico—rispose Orazio—lo prova il tuo contegno; tu avresti potuto uccidermi se lo fossi pria ch'io mi trovassi in istato di difesa, e so di più: che Gasparo sa servirsi assai bene della sua carabina".
"Sì,—rispose il bandito—vi fu un tempo in cui di rado mi occorreva di tirare un secondo colpo al cervo ed al cignale ed oggi stesso, benché gli occhi miei comincino a fallirmi io non starò indietro ad alcuno, quando si tratti di assalire un nemico. Ma sediamo, devo narrarti cose importanti".
Seduti sul fusto di una vecchia pianta rovesciata, Gasparo cominciò a favellare dei disegni della corte papale coadiuvata dal Principe C. Narrò che lui stesso era stato inviato dal Principe per scoprire ove potevano trovarsi i liberali ed infine che egli, Gasparo, bramoso di vendicarsi del governo dei preti offriva invece il suo concorso ad Orazio colla sola condizione di esser accolto nella banda liberale.
"Ma voi avete molti delitti, mio povero Gasparo, se è vero ciò che si racconta di voi e noi non potremmo accogliervi in nostra compagnia".
"Delitti!—rispose altiero il bandito.—Io non ho altro delitto che di aver purgato la società d'alcuni prepotenti e dei loro sgherri, il delitto d'aver soccorso gli oppressi ed i bisognosi. E credete voi che se io fossi un miserabile delinquente, il governo dei preti avrebbe di me tanta paura e che io sarei così generalmente amata dalle popolazioni?
Il Governo mi teme perché sa che io non temo di lui come glielo provai in tanti incontri. Il governo mi teme perché sa d'avermi vigliaccamente ingannato e tradito e s'io ritorno alla testa de' miei coraggiosi compagni egli sa che gli farò pagar caro la sua malafede ed i suoi tradimenti. Sì, alcuna volta io mi son servito dell'avvocato Carabina per far giustizia ed ho la coscienza d'averlo sempre fatto conformemente ai dettati del diritto. Posson dire lo stesso i preti?".
Qui giungeva John, ed Orazio pensò bene di marciare colla preda ed il nuovo compagno verso il castello, per provvedere agli avvenimenti che si preparavano.
Avendo il Principe riconosciuto per relazione di spie più fidate di Gasparo che i liberali trovavansi nel castello preparossi a dargli l'assalto dopo avere disposto la sua gente in modo da circondare il castello ed impedire da ogni parte l'uscita ai rinchiusi.
Ma simile a molti generali che sprecando e disseminando la loro gente per eccesso di precauzioni su troppi punti, con sentinelle, picchetti, distaccamenti, osservazioni, ecc. finiscono a rimanere con poche forze sotto mano e sono bene sovente sconfitti, il Principe più che al vincere, parve provvedere ad assicurarsi la vittoria.
Da' suoi esploratori egli avea avuto un'idea della situazione del castello, ma inesatta. Avea mandato anche Gasparo in esplorazione, ma questi non compariva onde impaziente egli dispose la sua gente, che ammontava a circa un migliaio d'uomini, in vari distaccamenti. Li inviò in diverse direzioni a fine di chiudere ermeticamente il nemico e quindi avanzare restringendo il cerchio per finalmente assaltare la posizione.
Successe per l'appunto ciò che doveva succedere con tante precauzioni e movimenti combinati. La parte verso Roma, da tramontana, ove il Principe stesso comandava, seguì veramente la sua marcia diretta verso il castello; ma gli altri distaccamenti un po' per incuria, naturale ai soldati del Papa, un po' per colpa dei pratici, anche loro poco vogliosi di venire a combattimenti, invece di seguire vie praticabili, s'intricavano nel folto del bosco ove, chiama di qua rispondi di là, vi volevano delle ore per intendersi, e si finiva qualche volta, dopo d'aver faticato molto, col tornare al punto di partenza.
Il Principe avendo tenuto seco circa dugento uomini dei più fidi, giunse verso le 4 pomeridiane alla vista del castello, ove s'accorse che v'erano già preparativi di difesa. Contando sulla bravura de' suoi e sulla cooperazione degli altri distaccamenti, egli da prode com'era veramente, la sciabola alla mano, fece spiegare la metà della sua gente a modo di tiratori, l'altra metà tenne in colonna ed ordinò alle trombe la carica.
Orazio co' suoi giovani Romani, avrebbe potuto scansare il combattimento scendendo colla sua gente giù pe' sotterranei. Ma sdegnando una ritirata prima di misurarsi coi mercenari della Corte papale fu deciso di tener fermo. Perciò si costrussero prontamente della barricate a tutte le porte del Castello si aprirono feritoie, ed infine si tenne pronta ogni cosa per la difesa.
L'ordine dato da Orazio alla sua gente era di non tirare da lontano, aspettare il nemico a bruciapelo ed allora dovesse ciascuno col suo tiro abbattere il suo uomo. E così si fece. Gli assalitori avanzavano con passo ardito verso il castello, e già la catena di tiratori era giunta a toccare quasi il peristilio dell'edilizio, quando una scarica generale di quei di dentro distese sul terreno tanti papalini quanti furono i tiri. Quell'improvvisa scarica scosse alquanto i primi arrivati. Vi furono alcuni che vedendo i compagni caduti volgevano indietro per fuggire ma il Principe, alla testa della sua colonna, veniva sui talloni dei tiratori e giunse infatti al castello poco dopo loro.
Orazio, da capitano avveduto, avea fatto preparare cariche quante armi si trovavano nel castello ed alle donne, aveva lasciata la cura di ricaricarle insieme ad alcuni domestici, a misura che si sparavano. John avea sdegnato rimanere colle donne come volea lasciarlo il suo protettore, impugnò la sua brava carabina, si pose a fianco d'Orazio e lo seguì durante il combattimento come fosse la sua ombra.
Giunto il Principe al coperto della barricata del peristilio e vedendo la strage che s'era fatta della sua gente in poco tempo capì con che nemici avea da fare, vide dipinto sulla fisionomia dei suoi il timore. Ma poiché la ritirata era morte sicura, dovendo percorrere di nuovo lo spazio avanzato sotto il fuoco micidiale di tali tiratori com'eran quei di dentro e pungendolo di più la vergogna di una ritirata che avrebbe somigliato a una fuga risolvette di tentare l'assalto della barricata.
Passò l'ordine ai migliori ufficiali che gli stavano vicini diede comando alle trombe di suonar la carica, saltò per il primo sull'orlo della barricata, superolla e si lanciò fra i pochi difensori di quella, menando sciabolate da disperato.
Uno dei difensori all'aspetto del Principe rimase immobile e come di sasso. Era Orazio! Egli aveva ravvisato sulla maschia fisionomia del nemico le care sembianze della sua Irene.
Orazio aveva una canna della sua carabina carica e poteva ammazzarlo ma non si mosse. John all'incontro senz'altre cerimonie spianò la sua arma al petto del nemico e lasciò andare il colpo ma il braccio robusto di Orazio deviò l'arma, che andò a ferire uno degli assalitori che varcava allora la barricata.
Pochi furono i seguaci del Principe che gli tenner dietro e quei pochi o sulla barricata o già dentro furono spacciati dai valorosi campioni della libertà di Roma.
Finalmente, una circostanza inaspettata liberò del tutto il castello dai suoi assalitori, che sparvero in tutte le direzioni come la nebbia al vento.
Dalla parte orientale del bosco mentre la truppa era tutta raccolta sotto le barricate e gli officiali la incoraggiavano a seguire il Principe s'udì un grido spaventoso d'una decina d'armati e si videro questi dieci leoni (che potevano esser cento, pensarono i soldati) precipitarsi sul fianco destro della truppa e sbaragliarla e disperderla come fosse stato un branco di pecore.
Da prima i soldati li avevan creduti dei loro e rimanevano in osservazione, quando però alla foggia del vestire ed alle busse che menavano riconobbero essere i liberali, colla paura che già avevan nelle ossa pel numero degli uccisi a gambe se la diedero e lasciarono il campo di battaglia interamente in potere dei coraggiosi che gli avevano assaliti.
Il Principe, rimasto solo, avendo notato l'atto generoso del suo nemico, pensò esser oramai inutile il combattere e rimise la sua spada ad Orazio. Questi la ricevè e vedendo che ormai non v'eran più nemici, condusse il suo prigioniero ad Irene.
Dobbiamo confessare essersi fatti degli immensi progressi in questo ultimo secolo. Non parlerò di quelli delle scienze fisiche e meccaniche, veramente portentosi, ma dei progressi morali specialmente.
L'emancipazione del popolo dal prete è un gran fatto non interamente avverato, ma che cammina a passi di gigante al suo compimento.
Quando si pensa che la distruzione del pretismo è proprio opera degli stessi preti!
Chi può calcolare quale consolidamento avrebbe ottenuto il Papato se Pio IX continuava nel sistema di riforme iniziato e se identificava la causa sua con quella della Nazione italiana disposta di darsi al diavolo purché il diavolo la costituisse? Eppure la Provvidenza accecò quel vecchio tentenna per il bene di questo povero popolo, e lo lasciò sulla perversa e miserabile via de' suoi antecessori a patteggiare cioè collo straniero, vendendogli vilmente il sangue de' suoi concittadini.
La Nazione italiana vide alla luce del sole il ceffo deforme degli impostori, marciare col crocefisso in mano alla testa delle masnade straniere(47) suscitando dovunque quel brigantaggio che devasta ancora le nostre province meridionali con ogni specie di orribili delitti per tentare la dissoluzione dell'unità nazionale sì felicemente costituita.
(47) Li ho veduti io, marciare alla testa degli Austriaci contro di noi.
Un altro fatto che attesta grandemente il progresso umano della nostr'età è l'avvicinamento dell'aristocrazia al popolo.
Vi sono bensì ancora dei baroni, più o meno duri, più o meno forti e coperti di ferro, che affettano ancora l'alterigia e le prepotenze de' bei tempi del diritto della coscia(48). Ma questi sono pochi e la maggior parte dei nobili e i veramente nobili d'animo si avvicinano a noi, ed accomunano le loro alle aspirazioni nostre.
(48) Antico diritto feudale sui matrimoni, un po' osceno a narrare.
Di tal tempra era il fratello d'Irene. Egli avea bensì fatto l'ultimo tentativo da noi riferito per liberare la sorella che credeva in mano d'assassini, ma quando conobbe che erano tutt'altro gli uomini coi quali aveva combattuto, e Romani, egli sentì orgoglio di tanta bravura de' suoi concittadini. Poi egli doveva la vita a quel magnifico e valoroso soldato della libertà ch'era Orazio e venne a conoscer esser lui lo sposo legittimo di sua sorella, ch'egli teneramente amava.
Allora cambiò concetto. E tutte le suddette considerazioni militarono in favore della nostra Irene quando, riconosciuto il fratello, essa diede un grido di sorpresa e si precipitò ai suoi ginocchi stringendoli fortemente e dirottamente piangendo commossa nel rivederlo, anche perché la presenza di lui richiamavale il genitore perduto che il fratello maggiore rappresentava per l'aspetto e per l'autorità.
Il Principe sollevò Irene gentilmente ed ambi rimasero per più minuti abbracciati, spargendo lacrime di commozione. Orazio, commosso lui pure sino al fondo dell'anima, prese la spada del Principe, per la punta e presentandogli l'elsa gli disse: "Un valoroso non deve essere privo dell'arma". Il Principe l'accettò con gratitudine, e strinse affettuosamente la mano abbronzata del duce della foresta.
E Clelia non l'aveva essa riconosciuto il suo Attilio nel ruggito che avevan mandato agli assalitori? Oh sì! quando il grido di quei dieci fece risuonar le volte del castello e tanto spavento suscitò nell'anima dei papalini, Clelia abbandonò un'arma che aveva allora terminato di caricare e volò a un balcone da dove potè osservare la scena. Essa vide per un istante il volto che portava scolpito nel cuore ma bastò quell'istante per farla felice.
Ed era veramente il nostro Attilio con Muzio, Silvio e sette altri compagni che avevan così bravamente caricate e fugate le masnade del papa.
Silvio conosceva perfettamente il castello di Lucullo e spesso era stato ospite d'Orazio non solo, ma compagno, ed era lui il veicolo di comunicazione tra i liberali di dentro e quelli della campagna. Egli dunque, quando in Roma per parte dei capi liberali si prese la determinazione di pigliare il campo e riunirsi alla banda d'Orazio si pose alla lor testa per guidarli e come s'è veduto, giunse felicemente in tempo per dar l'ultimo colpo alle truppe papaline.
Lascio pensare qual fu la gioia nel castello all'arrivo dei nuovi amici che sì potentemente avean contribuito alla liberazione dei fratelli.
Quante interrogazioni! quanti abbracciamenti, quante richieste di parenti, di fatti, di speranze, di delusioni!
"Mio! mio!" ripeteva Clelia a sé stessa, mentre Attilio, per la prima volta, coglieva un bacio sulla fronte dell'adorata vergine. "Mio! a dispetto della trista caterva dei chercuti e del mondo!".
"Eh! signorina! l'odore della polvere ed il fragore della battaglia vi hanno esaltato alquanto la testolina. Ma ve la passiamo". L'amore vero, sublime, eroico, l'amore che si portavano quelle due angeliche creature, non è egli la vita dell'anima, il fomite di quanto s'opera di grande, l'incivilitore dell'umana razza?
Un bell'acquisto l'avean fatto davvero i liberali nella persona del principe E. Trasformato dalle scene che noi abbiamo descritte, si trovò un altr'uomo intieramente, perché egli, generoso e prode per natura, sentiva nell'anima l'umiliazione della patria ed ardeva di vederla liberata da' suoi oppressori stranieri e chercuti. Educato fuori di Roma ed in condizioni diverse da quelle dei giovani che tenevan nelle mani la trama della rivoluzione Romana ad onta del suo carattere e de' suoi sentimenti v'era rimasto estraneo. Poi per condiscendere al desiderio del padre egli aveva accettato un posto nell'esercito pontificio e si comprende di leggeri che un tale impegno lo allontanava ancora più dai nostri amici.
Ora dai suoi occhi era caduta la benda e senza quell'impaccio egli potè arditamente contemplare tutta la grandezza dell'avvenire italiano. Una nazione sminuzzata in tante parti, e perciò esposta al disprezzo e al ludibrio del mondo vide costituita in un corpo solo, potente, rispettata, come lo fu nei bei tempi di Roma, come la sognarono i grandi italiani di tutte le età.
Appena intravveduta la vita nuova il principe si sentì attratto verso di lei, innamorato de' suoi nuovi compagni e così deciso a rifarsi del tempo perduto, che fece sacramento a sé stesso di vivere e morire per la causa santa del suo paese.
Ricco e potente come egli era e generoso, diventò nel futuro il più forte sostegno dei proscritti, i quali dal canto loro non ebbero che a rallegrarsi d'aver collocata la loro fiducia in quel nobile carattere.
Orazio dopo aver accolto e lodato i nuovi amici e fratelli pensò di provvedere alla sicurezza generale. Chiamò a sé Attilio ed il Principe, ormai consacrato corpo ed anima alla causa nazionale, e parlò loro così:
"Noi fummo felici nell'ultimo incontro, è vero; credo però esser questo sito ormai troppo noto ai nemici, e quindi per noi pericoloso. Il Governo farà di tutto, impiegherà ogni mezzo per snidarci e distruggerci: di questo non c'è dubbio. Esso è capace di mandare qui tutto il suo esercito e con la sua artiglieria rovesciare queste antiche mura. Io non consiglio una subita ritirata perché anche il Governo abbisogna di tempo per fare i suoi preparativi. Ma da qui innanzi, fa mestieri usare tutta la vigilanza possibile, per conoscere le mosse del nemico e non essere sorpresi.
Voi, Principe, dovete tornare a Roma. La vostra presenza qui non è necessaria per ora, mentre là, potete esserci utile, credetemi, di un'utilità somma. Potete dire che vi abbiamo posto in libertà sotto il vincolo della vostra parola d'onore, di non combattere contro di noi. Dimettendovi dal servizio voi non potete temere di essere molestato".
Rispose il Principe. "Il vostro consiglio è savio ed io farò quanto voi dite. Comprendo che più utile vi potrò essere in Roma e vi dò la mia parola d'onore che sarò con voi per la vita e per la morte!".
Attilio fu della stessa opinione, quindi soggiunse che per le relazioni sulle mosse del nemico bisognava far capo a Regolo, e Regolo darebbe avviso di tutti i movimenti delle truppe papaline. Poi, avendo il Principe desiderato un mezzo sicuro per restare in relazione con loro, Attilio, su d'un pezzettino di carta tanto piccolo da potersi inghiottire al bisogno, scrisse a Regolo una linea di riconoscimento pel Principe.
Il resto della giornata fu impiegato a seppellire i morti, che non eran pochi, ed alla cura dei feriti, sì gli uni come gli altri quasi tutti papalini. I liberali ebbero tre feriti soli, e questi non gravemente perché nella pugna i valorosi pericolano meno e se si desse un colpo d'occhio alla statistica di tutte le battaglie, si vedrebbe sempre che i fuggenti hanno perduto un numero immensamente maggiore di uomini che i vittoriosi.
Nella notte il Principe partì per Roma e sapete con che guida? con Gasparo, il Cesare dei banditi di tutte le età, divenuto anche lui uno sviscerato liberale, siccome lo avea provato nell'ultimo combattimento facendo prodigi coll'infallibile sua carabina.
Io sono di natura tutt'altro che pessimista e quindi credente nel miglioramento umano sotto tutte le forme e se l'umanità non migliora con sensibile progresso la maggior colpa l'hanno i governi. Coi buoni trattamenti e le carezze si dominano, si addomesticano le belve e se ne migliora l'indole feroce.
Cosa volete sperare da un popolo ridotto alla miseria dalle vostre esazioni, dalle vostre imposte, dalle vostre tasse? Egli sa che queste tasse, imposte ed esazioni non sono, come voi dite, per la difesa dello Stato e per mantenere l'onore nazionale, ma per ingrassarvi ed ingrassare la sterminata caterva di parassiti, qualunque sia la loro denominazione, parassiti che sono pel popolo quel che gl'insetti per il corpo, i vermi pel cadavere, atti soltanto ad immiserirlo e divorarlo.
Chi negherà che le popolazioni dell'Italia meridionale non fossero migliori, perché meglio governate, nel 1860 che non lo sieno al giorno d'oggi?
Allora, appena si sospettava il brigantaggio e non v'eran prefetti, non gendarmi non birri. Oggi all'incontro con quell'immensità di satelliti, che minano le finanze dell'Italia esiste nella parte meridionale della penisola, l'anarchia, il brigantaggio e la miseria. Povere popolazioni! Dopo tanti secoli di tirannide e dopo la brillante rivoluzione del 60, esse speravano un Governo riparatore, un'era di riposo, di progresso e di prosperità e non l'ottennero!
Sì! Gasparo si era battezzato alla vita dei liberi col sangue degli oppressori. Egli fu accolto dalla giovine brigata con indulgenza, con entusiasmo ed ebbe l'importante missione di guidare il Principe I…. fuori della foresta, fin sulla via di Roma.
Le previsioni d'Orazio sugli apparecchi del Governo papale si avverarono. Dopo il rovescio del castello di Lucullo i mitrati decisero in consiglio d'inviare a quella volta tutto il loro esercito con artiglieria e giacché, pensarono con ragione, i liberali, non staranno molto tempo ad aspettare la tempesta, bisogna mettere il disegno immediatamente in esecuzione.
E non soltanto i soldati papalini ma si divisò d'impiegare in quell'ardua impresa tutta la truppa straniera, che si trovava al servizio del Papa. Un generale straniero di gran fama fu chiamato a dirigere la grande campagna e tutto si preparò con alacrità per giungere in tempo che il famoso attacco cadesse nel santo giorno di Pasqua, generalmente propizio ai preti, poiché in quel giorno grasso essi satollano meravigliosamente la pancia, loro divinità principale, alla barba dei divotissimi fedeli.
Orazio ed i suoi compagni non dormivano frattanto. Informati da Roma di quanto vi accadeva e degli strepitosi preparativi che vi si facevano i quali, benché il governo cercasse di tenerne segreto lo scopo, erano senza dubbio al loro indirizzo, dapprima i nostri amici eseguirono una minuta esplorazione dei sotterranei conosciuti da Orazio e da taluno de' suoi, particolarmente dal vecchio Gasparo, già tornato dalla sua missione col Principe.
Fra le meraviglie che si trovano nella gran metropoli dell'orbe, le catacombe e i sotterranei non sono le meno notevoli.
I primi cristiani, perseguitati dal governo imperiale di Roma, allora pagano, con atroce accanimento, si rifuggivano nelle catacombe, per salvezza sovente e sovente per potersi adunare, consigliarsi, istruirsi nella nuova loro religione.
Quei sotterranei furono pure indubitatamente il rifugio dello schiavo e di quanti infelici cercavano sottrarsi a quel sistema tirannico, che fu l'impero a Roma, che produsse i mostri i più abbominevoli della terra: quali Nerone, Caracalla, Eliogabalo, ecc.
Di quei sotterranei ve ne sono di diverse specie. Alcuni scavati e costrutti col divisamento di conservarvi i cadaveri, altri per il servizio d'acquedotti che dovevano portare fiumi d'acqua dolce nell'immensa capitale, quando la sua popolazione ascendeva a due milioni. Famoso è quello della Cloaca Massima che da Roma conduceva al mare e finalmente di molta considerazione erano quelli che particolari(49) ricchissimi facevano scavare con grandi spese per sottrarsi alle depredazioni di quei grandissimi ladri che si chiamavano Imperatori, ed in tempi meno antichi alle persecuzioni ed alle stragi dei barbari,
(49) Privati cittadini (N.d.C.).
Il terreno sui cui Roma è edificata, come quello de' suoi dintorni, offre facilità alle escavazioni, essendo un composto di tufo Vulcanico, facile a scavare e sufficientemente solido ed impermeabile da poter formare abitazioni sicure. Io ho veduto molte mandre e mandriani alloggiati in quelle caverne.
Colle esplorazioni nei sotterranei si pensò pure ad inviare i feriti più gravi, accompagnati da quelli che lo erano meno e sotto la custodia dei vicini pastori, verso Roma.
Dei liberali, come dicemmo, non v'eran gran feriti e dei papalini molti chiesero di rimanere e seguire la sorte dei proscritti, poiché non v'è milite per poco onorevole che egli sia (degli italiani s'intende), che serva volentieri i preti. Quando l'ora suoni di liberar l'Italia e Roma da quell'immondizie non vi sarà un soldato che resti con loro, meno alcuni mercenari stranieri.
Inviati i feriti, introdotta ogni cosa migliore ed utile del castello nel sotterraneo, con provviste d'ogni specie per vari giorni, i liberali colla maggiore pacatezza aspettarono l'oste numerosa che doveva giungere coll'ordine preciso di sterminarli. I nostri non mancarono di prendere tutte le misure necessarie di precauzione, distendendo una rete di sentinelle e di esploratori in tutte le direzioni ad onta della precisione degli avvertimenti che ricevevano da Roma su tutte le mosse del nemico.
La comitiva s'era accresciuta in questi ultimi giorni. Colla venuta d'Attilio e de' suoi compagni, coll'accettazione d'alcuni soldati romani, che non volevan più sapere di preti e col l'arrivo da Roma di vari giovani, che la notizia della recente vittoria aveva esaltati, si componeva di circa sessanta individui, senza contare le donne.
L'autorità d'Orazio sulla banda crebbe invece di diminuire coll'aumento del numero. Attilio, quantunque fosse stato alla direzione delle cose di Roma, e comandante dei trecento, era quello che mostrava maggiore docilità agli ordini del bellicoso e prode fratello d'armi.
In quattro legioni suddivise Orazio la banda; e queste furono comandate da Attilio, Muzio, Silvio ed Emilio, l'antiquario, che era stato secondo in comando prima dell'arrivo dei nuovi amici.
Emilio tenne ad onore di cedere la sua posizione di secondo comandante al capo dei trecento, ma Attilio non volle accettarla e già una generosa gara s'era iniziata tra loro e non sarebbe finita senza l'interposizione d'Orazio il quale assicurava Attilio non ritenere egli per sé il primo comando se non coll'assoluta condizione accettasse lui il secondo.
Tale era l'abnegazione di quei militi della libertà di Roma. Liberare la patria o morire! era il loro proposito, e poco loro importava di gradi, ciondoli e decorazioni che stimavano mezzi adoperati dal dispotismo a corrompere la metà della Nazione, per avvilire ed incatenare l'altra.
Era la vigilia di Pasqua, tutto si trovava in ordine nel castello ed i proscritti che non eran di guardia stavano con Orazio, Attilio e le donne nella vasta sala da pranzo. Là dopo una cena lieta ed alcuni brindisi patriottici, per rallegrar la serata poiché bisognava tenersi desti e stare sull'avviso per qualunque cosa potesse succedere, Emilio l'antiquario chiese permesso al suo comandante di narrare una sua istoria alla brigata. E così cominciò:
"Giacché noi dovremo viaggiare per sotterranei e catacombe, vi voglio raccontare un fatto che accadde proprio a me, or fan pochi anni, nelle vicinanze di Roma.
Voi ricordate il superbo Mausoleo di Cecilia Metella, eretto dal padre in onore della figlia morta dodicenne. Anche quel mausoleo, voi sapete, è l'orgoglio delle rovine e con il Pantheon è una delle meglio conservate. Ciò che voi non sapete forse, si è l'esistenza dell'immensa catacomba, che comincia nell'interno del monumento e non si sa dove vada a finire.
Un giorno io mi proposi d'investigar da me le latebre di quell'immenso sotterraneo; mi sembrò che facendolo accompagnato avrei menomato il merito dell'impresa; quindi nel mio orgoglio giovanile ed inconsiderato mi accinsi ad eseguirla da solo.
Provvisto di un voluminoso gomitolo di filo, un mazzo di torcie, pane in sacoccia ed un fiasco di vino a tracolla, mi avventurai di buon mattino nel seno della terra, legai un capo del filo all'entrata della catacomba e cominciai il mio misterioso viaggio.
Cammina cammina, sotto quelle tetre volte, più avanzavo e più cresceva in me la curiosità di scoprire.
Pare impossibile come l'essere umano destinato da Dio alla superficie della terra, godendone i frutti e la luce benedetta del sole, si sia condannato a quelle tenebre eterne e vi abbia lavorato tanto per costruirsi, simile alla talpa, un'abitazione sicura ma spaventosa! Dovevano essere ben infelici e fieramente perseguiti coloro che si procuravano questa terribile dimora a furia di tante fatiche! E molto ricco doveva essere chi pagava l'esecuzione di opere sì gigantesche.
Mentre questi pensieri mi passavano per la mente, io camminava al chiaror del mio cero, scioglievo il filo del gomitolo e procedevo procurando di seguire la direzione indicata dalla ristretta linea dell'imboccatura. Ma coll'andare innanzi il sotterraneo si dilatava e presentava tra le colonne di tufo, che ne sostenevano l'immenso tetto, vari anditi che conducevano in direzioni diverse e un po' fantastiche e fuori di simmetria, come se l'architetto avesse voluto gettare nell'inganno il visitatore raggirandolo in una specie d'inestricabile labirinto.
Tutte queste viste ed osservazioni m'inquietavano alquanto, e dico il vero: qualche volta mi sentivo fallire il coraggio. Ero sul punto di tornare indietro ma l'amor proprio mi gridava: vergogna! a che tanti preparativi per fare un fiasco? e allora mi adontavo contro me stesso per la mia paura. Poi non avevo in mano il filo salvatore, che doveva ricondurmi a rivedere il cielo?
E cammina, e cammina, sgomitolando il mio filo ed accendendo un nuovo cero a misura che si consumava l'acceso!
Giunsi finalmente al termine, non del sotterraneo ma del mio filo e con mio dispiacere riscontrai che non avevo nella mia impresa scoperto altro che la terribile solitudine che mi stava ancora davanti. Stanco, forse alquanto scoraggiato di dover rifare sì lungo tratto di strada, me ne stavo lì, preoccupato dalla vanità delle ricerche e dalla noia della mia posizione. Stringevo il filo che temevo di perdere e contemplavo il lume che temevo di spegnere. Credo che dovessi essere alquanto istupidito quando uno strascichio, come di veste di donna, si fece udire dietro di me e mi destò quasi di soprassalto. Curioso, sorpreso, impaurito mi volgo verso la parte dove mi pareva aver udito il fruscio. Ma nell'atto di volgermi un soffio spegne il lume, il filo mi viene strappato di mano, robuste braccia cingono e stringono le mie in modo da stritolarmi le ossa ed un panno mi viene avvolto intorno alla testa forse per bendarmi gli occhi, ma in guisa da impedirmi quasi la respirazione.
Il presentimento del pericolo spesso è peggiore del pericolo stesso: ed io che veramente era stato colpito da timore al primo segno dell'avvicinarsi di qualcuno, come fui in potere di quel qualcuno, sentendomi condotto per mano come un bambino, il timore si dileguò e camminai francamente dietro la guida.
Benché cogli occhi bendati m'accorsi che un nuovo lume era stato acceso: dal tocco e dai passi che io udiva accanto a me conobbi ch'ero guidato da esseri viventi, non da spiriti, ma le mie scoperte rimasero lì, ed in tal guisa procedetti per vari minuti.
Finalmente la benda mi fu levata e allora i miei occhi poterono vedere che ero stato condotto, con mio grande stupore, in un salotto magnificamente illuminato, in mezzo al quale stava una mensa imbandita ed intorno una ventina di gioviali e festosi commensali".
Durante il racconto dell'antiquario un sorriso di compiacenza, velato d'una tal quale mestizia, sfiorava la ruvida guancia di Gasparo. Quando il primo ebbe finito, il vecchio si levò, avvicinossi, lo prese per la mano, la scosse e con voce commossa: "quelli erano bei tempi, amico caro!—sclamò, poi dirigendosi alla brigata:—Io allora abitavo—continuò—le catacombe colle mie bande e gli sgherri di Roma pria di avventurarsi in questa immensa campagna erano soliti a far testamento.
La donna che vi spense il lume, e che poi fu ben gentile con voi, come lo era con tutti, era la mia Alba, morta non è molto dal dolore de' miei patimenti e della mia prigionia".
"Oh!—sclamò alla sua volta l'antiquario,—eravate dunque quello seduto in capo alla mensa e tenuto in tanto rispetto dai vostri che un sovrano non potrebbe esser di più?".
"Era io—rispondeva dolorosamente il bandito.—Gli anni hanno corrugata questa fronte e s'è imbiancato il pelo tra i ferri e le sevizie di quegli scellerati che si chiamano ministri di Dio. La mia sola coscienza è rimasta pura! Io ho trattato ogni creatura infelice benignamente e lo potete attestar voi se vi fu torto un capello, se alcun danno v'incolse tra noi. Certo! ho voluto abbassare quei superbi sibariti, che vivono nel vizio e nella lussuria a spese dell'umanità sofferente, come ora coll'aiuto vostro e di Dio, vecchio come sono, io non dispero di vedere la mia patria libera da quei mostri".
"Sì,—rispose l'antiquario affettuosamente—io fui trattato con gentile cortesia dalla vostra donna e da voi e lo ricorderò tutta la vita con gratitudine". Poi rivolto ai compagni, proseguì: "Scosso dalla fatica del viaggio, forse dalle commozioni dell'incontro, rimasi due giorni febbricitante in quel sotterraneo e in tutto quel tempo ebbi cordiali affettuosissime cure da quell'amabile Alba, la quale non solo di ogni cosa necessaria mi provvide ma assiduamente mi visitava al mio capezzale.
Dopo due giorni, rinvigorito, appena ne feci richiesta, fui condotto per una nuova via che mi parve lieve alla luce del sole che io aveva creduto sulle prime di non più rivedere. La nuova uscita delle catacombe si trovava nella foresta. Data la mia parola d'onore di mantenere il segreto sulla mia involontaria scoperta, uno della banda mi scortò sulla via di Roma".
"Ora ci si fa davanti la bella regione in cui l'uomo crebbe più grande che in qualunque altra contrada del mondo, e vi operò portenti di energia e di senno: entriamo nella sacra terra da cui venne la luce che illuminò l'universo. Anche qui alla rigogliosa vita d'un tempo è succeduta la morte; e in molti luoghi non trovi più che macerie in mezzo a vasto deserto, a solitudine desolata, a silenzio d'essere umano. Caddero le città dei dominatori del mondo ma i rottami dei monumenti che ingombrano il suolo, mandano ancora una voce eloquente che rompe il silenzio dei secoli, e dice della grandezza degli antichi abitatori nelle campagne latine, comecché desolate tutto è magnifico.
L'austera natura accresce solennità alle rovine delle città e dei sepolcri e alle grandi memorie. In mezzo al deserto, ad ogni passo, sono le vestigie di una potenza che ti sgomenta il pensiero. Spesso nel medesimo luogo e sul medesimo sasso, ti è dato di leggere i ricordi, gli affetti, i dolori di età fra loro lontanissime. Qui tu trovi le colonne dei templi, dai quali gli antichi ciurmatori coi loro oracoli ingannavano le turbe per renderle schiave: e più in là incontri ciurmadori moderni che la religione fanno stromento di sozza tirannide: tristizie antiche e nuove, memorie di prepotenza e prepotenze viventi.
Se ti fa fremere il grido lontano dei miseri che la fiera aristocrazia precipitava dalle gemonie, fremito più profondo ti desta il grido vivente che esce dalle prigioni piene delle vittime del furore papale: e scavando la terra, puoi trovar le ceneri dei difensori del popolo antico, miste a quelle dei martiri che all'età nostra in nome di Dio e del popolo dettero il sangue alla nuova Repubblica, e caddero protestando contro il barbaro dominio sacerdotale. E dal meditare sulle memorie recenti ed antiche, trarrai coll'afflitto animo qualche conforto vedendo che per volger di secoli, e per imperversar di tirannide, i lontani figli non perderono l'energia dei primi padri, e su questa terra degli augurii prenderai lieti presagi alla nostra povera patria, che le antiche fortune ha ormai scontate con troppo lunghe sventure"(50).
(50) Il Lazio, i suoi abitatori, e le sue città. Tradizioni sui primi tempi di Roma, i re, la rivoluzione e la guerra ai tiranni. (Atto Vannucci, Cap. I)
Questo superbo squarcio di poesia patria del grandissimo scrittore dell'Italia anticaio ho voluto addurre per sorreggermi nella troppo, per me, ardua impresa di descrivere la Roma dei tempi eroici e la non morta virtù degli abitatori del Lazio moderno. E dovendo narrare di quell'accozzaglia di gente nostrana e straniera, che oggi si chiama Esercito Romano io desidero che si consideri cosa ponno essere uomini che si consacrano al servizio di un governo come quello del Papa, il quale non può ispirare che disprezzo.
Giova ripetere ciò che già dissi: solo il prete poteva cambiar nell'ultimo popolo della terra, questo "che nacque in una regione ove l'uomo crebbe più grande che in qualunque altra contrada del mondo". L'esercito romano è composto di Romani che sono sotto la vigilanza di soldati stranieri, e di soldati stranieri e romani custoditi da birri, sotto il nome di gendarmi. Mercenarii tutti poiché qual uomo d'onore e non spinto dalla sete dell'oro potrebbe adagiarsi su tale letamaio?
Il nome di soldato del papa è schernito. Lo straniero, per malandrino che sia, giungendo a far parte di questo esercito crede nobilitarlo. Disprezza quindi lo straniero, i soldati romani, e di qui le botte tra romani e stranieri, quasi sempre con la peggio degli ultimi, perché gli indigeni malgrado tutto lo studio dei preti per corromperli ed imbastardirli conservano ancora qualche avanzo dell'antico valore.
Ecco lo stato del moderno esercito romano, ed ecco perché i nostri proscritti informati d'ogni cosa se ne stavano tranquillamente aspettandone le mosse, mentre le mosse tardavano perché la confusione e la discordia regnavano in quella parodia d'esercito.
Gli stranieri, sprezzatori dei romani, volevano la destra nell'ordine di battaglia; e questi non temendo gli stranieri e giustamente credendosi migliori di loro non volevano cederla. Le sottane, impotenti a metter ordine in quella ciurmaglia, si rodevano d'impazienza, di rabbia e di paura.
Il giorno di Pasqua destinato allo sterminio deibrigantipoco mancò non segnasse la distruzione dei mercenarii e se le malve(51) italiane di fuori non avessero gridato "alla moderazione, all'ordine!" era questo il momento di farla finita con quella canaglia, morbo e disonore del nostro paese.
(51) Nome dei moderati.
Regolo e con lui la maggior parte dei trecento, dinanzi al veto che era giunto di fuori "di non tentare nulla per allora a favore di Roma", non vollero rimanere inoperosi, e per molestare l'eterno nemico presero queste determinazioni. Si arrolarono nelle truppe pontificie indigene; e catechizzarono i soldati in modo che nell'ordinanza di marcia, col pretesto che lor toccava la destra si ammutinarono. Gli ufficiali che volevano usare la loro autorità furono bastonati ed avendo il Generale D. mandato alcune compagnie straniere per metterli all'ordine cominciò una di quelle zuffe peggiori di una battaglia campale il risultato della quale fu che gli stranieri volti in fuga riguadagnarono le loro caserme.
Uno degli instigatori principali della sommossa era stato il nostro sergente di dragoni, Dentato.
Uscito dalle torture dell'inquisizione che avea sostenute con uno stoicismo degno de' tempi antichi avea giurato di vendicarsi alla prima occasione e non l'avea perduta. Alla testa de' suoi dragoni, col suo sciabolone alla mano, egli era stato visto caricare nel più folto di un gruppo straniero dove avea fatta strage di mercenarii.
Terminata la zuffa, sapendo quale premio gli serbavano i preti per le sue sciabolate, senza smontare da cavallo si avviò coi compagni fuori di Roma in cerca dei proscritti che lo accolsero fraternamente. Narrò loro i successi della capitale e con grande ilarità di tutti ne fu udito il racconto.
Il più santo dei vincoli che esistano nell'umana famiglia è il matrimonio. Lega per la vita due esseri e li fa felici se veramente meritano d'esserlo.
Dico "se lo meritano" poiché quell'atto solenne deve essere contratto coll'intendimento reciproco di rendersi felici, e base dell'unione deve essere il vero amore, l'amore celeste!(52)
(52) Amore celeste; vero amore dell'anima. Gli antichi lo distinguevano dal sensuale.
A questa base, a questo amore, un calcolo mercantile è macchia, il sentimento materiale lo riduce al termine di pretta brutalità.
L'amoreggiamento che precede il matrimonio ha già aggentilito gli amanti, poiché essi vogliono piacersi reciprocamente e lo devono, altrimenti c'è il pericolo di rifiuto.
Il sentimento d'essere felici fa poi migliori i coniugi. L'amore che portano alla prole li ingentilisce e li rende umani verso gli altri, colla speranza che i loro figli godano il ricambio della gentilezza altrui.
L'infedeltà è sciaguratamente fedele compagna di molti matrimoni moderni. Ma coloro stessi, d'un sesso o dell'altro, che son venuti meno al dovere, ove non siano induriti nel vizio, provano tale rimorso che se potessero tornare indietro alla primitiva loro purezza sarebbero per l'innanzi ben forti contro la tentazione.
Oh! se sono giovani i miei lettori, badino al mio consiglio, tengano la fedeltà in pregio, come un impegno d'onore, si risparmieranno afflizioni pungenti per l'innanzi e godranno il vero paradiso sulla terra ancorché la loro condizione non sia delle più brillanti. I disagi stessi, passati in comune, sono alleggeriti dalle cure amorevoli del consorte e lasciano di sé cara e non dolorosa ricordanza.
Ma anche nel matrimonio la prava istituzione pretesca semina e diffonde una diabolica influenza. Il morbo pretino, si sente in tutti i matrimoni dell'orbe in ragione diretta del numero di coloro che vengono congiunti da quegli esseri maleficamente parassiti. S'immagini poi quello che deve accadere in Roma, ove i preti, sono tanti, ricchi, sovrani, onnipossenti?
Ho già detto che Roma è la città del mondo che conta più nascite illegittime, e ciò deriva naturalmente dalla prostituzione delle nubili. Su questo dato, benché non pubblico nelle conseguenze, quale sarà la prostituzione nel matrimonio?
Tiriamo un velo sulle turpitudini e mi perdoni chi legge se per avventura lo scandalizzai. Ma quando penso ad un governo, che si disse riparatore e che per interesse e per compiacere ai libidinosi capricci di un despota s'inginocchia davanti a quel corrotto e corruttore fantoccio supplicandolo quasi di non disertare la terra che desolò per tanti secoli, il popolo grande che umiliò all'ultima delle degradazioni umane, allora non so frenarmi, e voi mi potete perdonare, potete concedermi uno sfogo di rammarico al pensiero delle miserie e delle vergogne del mio povero paese!
Pur mi si dirà: voi lamentate l'intervento dei preti e lo credete dannoso; ma fino a ieri, chi consacrava il matrimonio se non il prete, ed il prete esclusivamente?
Pur troppo è vero! La nascita e la morte, ogni più importante atto della vita, l'educazione della gioventù, tutto fu monopolio dei preti, perfino il mondo futuro che offrono agli altri, tenendosi caro per sé il presente.
Dacché la società umana ebbe impostori, sorsero preti, se già i primi non furono essi. Certo però i maggiori, i più astuti, i più fortunati impostori del genere umano furono sempre i preti. Più furbi degli alchimisti e dei ciarlatani essi posarono le basi della loro scienza in parte ov'era difficile che la luce giungesse a smascherarli.
L'alchimista cercò la formazione di pietre preziose e dell'oro con elementi di poco costo e morì, lasciando l'eredità del desiderio insoddisfatto accanto al vero tesoro delle esperienze, dalle quali partendo, i moderni chimici hanno fatto portenti.
I ciarlatani, spaccianti balsami ed elisiri miracolosi sono scomparsi, ma prepararono il posto all'utile e matematica chirurgia moderna.
Il prete dura e il suo nebuloso edifizio continua a star ritto. Non monta che le antiche rivelazioni tentennino all'urto del senso comune; il prete dura benché i ciechi soltanto non s'accorgono che egli è il primo a farsi beffe delle favole che spaccia.
Vuol dire che il prete è più astuto d'ogni altro e che i non-sensi e le assurdità più grandi hanno il privilegio di una più tenace resistenza.
Non indignazione ma nausea mi sento veramente nel vedere i miei concittadini inginocchiarsi davanti a quei simulacri dell'impostura! davanti a quei detrattori di Dio!
"La crepa dell'intonaco, palesa che crolla il muro". "Basta un primo passo". "Il pugno di neve crea la valanga". E ce n'è voluto per osare questo primo passo!
Or ora appena si è compreso che il prete è impostore e non degno di celebrare l'atto più importante della vita: il matrimonio. L'autorità municipale, che deve sapere ogni cosa dei cittadini e registrarne gli atti, presiederà a questo atto solenne. Questo è il primo passo, poi in luogo dell'autorità cittadina verrà la paterna, i genitori, che sono l'autorità più legale e secondo natura.
A quest'ultimo partito si attennero Clelia ed Attilio.
"Mio! mio!" avea detto Clelia, al racconto d'Irene ed ora che quel suo caro era lì, ai suoi piedi, beandosi dell'atmosfera benefica che la circondava, adorandola! Perché essa doveva negarsi alle oneste sollecitudini dell'amante? "Sì" disse ella finalmente ad Attilio. "Sì, chiedimi a mia madre e sarò tua per tutta la vita".
Silvia per vero avrebbe voluto avere il suo Manlio accanto per consultarlo sulla sorte dell'adorata fanciulla, ma benché un po' timida di carattere, era troppo savia e piena di buon senso, da non capire la necessità dell'unione dei due amanti, massime nelle circostante presenti di proscrizione e di solitudine e si teneva sicura dell'assentimento del marito.
Anche Silvia non era amica dei preti. Municipio lì non ve ne era, né altra autorità all'infuori di quella dell'onesto lor salvatore Orazio e la propria per supplirvi. Non fu difficile quindi convincerla che la più legale autorità era questa, la più naturale e più semplice di ogni altra.
La celebrazione del matrimonio de' nostri cari fu una vera festa per tutti nel castello e per Irene sopra ogn'altro. Pratica del matrimonio silvestre, ch'essa aveva celebrato alcuni anni prima, superba di fare da sacerdotessa per amici che amava teneramente, essa improvvisò un altare al piede della più maestosa delle quercie coll'aiuto della sua ancella e di John, il quale ebbe occasione di fare gran pompa delle sue capacità ed agilità marinesche arrampicandosi e saltellando per i rami dell'immensa figlia della terra, docile però sempre agli ordini dell'amata sua protettrice. In poco tempo fasci di verzura e ghirlande di fiori silvestri adornarono un magnifico tempietto coperto dalla gran cupola dell'albero ed illuminato dal maggiore degli astri, figlio primogenito di Dio.
La cerimonia non fu lunga ma semplice, patriarcale, al cospetto della maggior parte di quei prodi romani, che facevano corona alla bellissima coppia.
Irene, collocatasi dinanzi agli sposi, colle seguenti brevi parole ne sancì l'unione sacra:
"Giovani cari e avventurosi, l'atto da voi compiuto in questo giorno vi unisce con vincoli indissolubili del corpo e dell'anima. Voi dividerete per la vita, il bene e la sciagura. Ricordatevi, che nell'amore e nella fiducia reciproca, troverete sempre felicità duratura e che, quantunque qualche volta questa felicità possa essere alterata da afflizioni, queste saranno sempre menomate o dome dall'amor vostro reciproco. Dio benedica l'unione vostra! e così sia".
Silvia, piangendo amorosamente, pose ambe le mani sul capo de' suoi cari, e ripetè: "Dio vi benedica!" senza poter articolare altra parola.
L'atto di matrimonio, anticipatamente scritto, fu presentato da Orazio alle firme degli sposi, poi a quelle dei testimonii, dopo averlo firmato egli stesso.
Così ebbe fine quest'atto solenne colla maggiore semplicità possibile. Celebrato nel vero tempio dell'Onnipotente, rischiarato dall'universale luminare, non fu per la sua semplicità men sacro, né men fedeli per tutta la vita si mantennero l'uno all'altro i nostri sposi.
Dall'altare la comitiva festosa si diresse al castello, ove splendida mensa l'aspettava.
Dopo il pasto, in mezzo alla universale letizia si fecero brindisi, si cantarono inni patriottici e sino il piccolo John riscaldato dal calore della festa volle regalare i suoi amici coi patriottici e simpatici canti della tua terra: il "God save the Queen" ed il "Rule Britannia"(53).
(53)Dio salvi la ReginaeBritannia regge le onde.
Come si vede, l'esercito di Serse, ossia del Papa, avea concesso tutto questo bel tempo ai proscritti senza sturbarli ed essi conoscendone le condizioni, davansi poca briga di allontanarsi.
A noi però, durante questa sosta, converrà tornare ad alcuni personaggi principali e cari della nostra storia, che abbiam pur troppo lasciati in dimenticanza; voglio parlare di Giulia e de' suoi compagni così prodigiosamente scampati dal tempestoso Tirreno.
Dopo due giorni dalla sua partenza da Porto d'Anzo, la Clelia entrava con vele e bandiere spiegate a Porto Longone.
Appena ancorata i nostri amici videro scendere da Capo Liberi, piccolo villaggio che domina il porto, un gruppo di gente che giunse alla marina, imbarcossi in un palischermo e si diresse verso lo Yacht. Giulia accolse gentilmente la comitiva, composta di persone d'ambo i sessi, e l'invitò ad asciolvere nella camera della nave ciò che gli ospiti accettarono volentieri.
Seduti a tavola con davanti un bicchierino di Marsala, vino col quale gli inglesi amano sempre adornare le loro mense, i nuovi arrivati, volgendosi a Manlio, che credettero padrone del legno accennarono di voler parlare. Quindi con accento toscano, non maschio come il romano e robusto ma più dolce, simpatico e comunque sia coll'accento d'un dialetto cui l'Italia deve la maggior parte del suo risorgimento perché in quel dialetto sta uno dei più saldi fondamenti dell'unità nazionale italiana:
"Signore!—disse l'anziano della comitiva—in Capo Liberi v'è l'uso che nascendo un bimbo contemporaneamente all'arrivo d'una nave si preghi il capitano a voler essere padrino al nuovo nato. Vorreste esser tanto buono di concederci l'onore d'avervi per compare e comare con questa vostra gentile signorina?".
Manlio sorrise a tale richiesta e tutti ammirarono la facilità con cui lo straniero può nell'Elba imparentarsi cogli isolani, poi rispose: "Io sono qui un semplice ospite come voi, la signorina è la padrona del legno, ed essa deciderà su quel che sia da fare".
Giulia, la bella viaggiatrice, l'antiquaria, l'artista, l'amica della libertà italiana, fu incantata di trovare tanta semplicità di costumi in quella buona gente e: "per me accetto volentieri la gentile vostra offerta—soggiunse—e siccome odo da voi che il padrino deve essere il capitano della nave lo consulterò e se consente, saremo a disposizione vostra".
Chiamato il capitano Thompson, Giulia spiegò la cosa al bravo marinaio, al che Thompson rise graziosamente e rispose con garbo alla sua signora che sarebbe ben onorato di poterla accompagnare tanto più colla prospettiva d'aver a diventare suo compare.
Detto fatto! Dopo che Thompson ebbe dato i suoi ordini al Muto(54) s'imbarcarono tutti, dirigendosi a Capo-Liberi,
(54) Secondo il comando.
Qui mi toccherebbe dir qualche cosa ancora dei preti, ma ne risparmierò il tedio al lettore. È una fatalità, che ad onta dell'invincibile antipatia che essi mi suscitano, io me li debba sempre trovar sulla via. Ma questa volta passiamocela netta a questo di Capo Liberi, il quale non è che un curato. Meno male!
La festa per essere più semplice che nella capitale non fu meno splendida e più lieta per la cordiale e patriarcale semplicità di quei buoni abitanti. Tutti parevan contenti e felici e il capitano Thompson, benché un po' confuso, era in un vero paradiso. Onorato del braccio di quella cara e bellissima creatura ora divenuta comare sua egli più nulla udiva, né vedeva, tanto che incespicò lungo la scabrosa via del villaggio che conduce alla chiesa e senza l'aiuto efficace del braccio di Giulia, egli certamente andava ad infrangere il suo bompresso(55) sul lastrico d'irregolari macigni che ivi formavano mosaico.
(55) Albero inclinato sul davanti della nave.
Per buona sorte Giulia non era confusa come il nuovo compare e col contegno suo freddo ma dignitoso, rimise alla via(56) l'andatura del capo marino il quale dappoi, temendo qualche nuova secca da prora(57) e per non ripetere il grottesco primitivo scappuccio contava camminando tutti i ciottoli della via. Così si giunse al tempio.
(56) Termine di mare. (57) Da prora, davanti.
Quivi Thompson fece buona figura: Un po' noiato dalle superflue cerimonie egli non dié segno d'impazienza e la noia in parte gli venne compensata dal piacere di sorreggere il suo nuovo figlioccio, un grosso e ben formato bimbo, che nelle robuste braccia del capitano sembrava però leggiero come una piuma.
Terminata la cerimonia, la brigata riprese la via della casa del compare, ove un lauto banchetto stava preparato e dove l'eccellente vino di Capo-Liberi era destinato a riportare i maggiori e ben meritati onori.
Il capitano Thompson si contentò di farne gli elogi perché dovendo ricondurre la signorina a bordo, e ricordandosi di quella tale inciampata, credette indispensabile il mantenersi moderatissimo.
Un altro motivo, diciamolo pure, trattenne il capitano Thompson da certe indulgenze che la professione sua qualche volta permette: ed era, il desiderio di piacere alla Aurelia. Quella buona signora, benché non più sul fiore degli anni, si manteneva abbastanza fresca e grassetta, poi piena di gratitudine alle attenzioni che il capitano le avea prodigate in quel finimondo di tempesta pareva corrispondere un po' ai segni di simpatia non cortigianeschi, ma leali ed aperti dell'inglese il quale ripeteva tra sé stesso un adagio spagnolo imparato a Cadice:
Tiempo d'hambra no hai pan duro(58).
(58) In tempo di fame non c'è pan duro.
E tutto andò perfettamente per i nostri quasi-naufraghi dellaClelia, giacché, per lupo di mare che uno sia, la terra co' suoi divertimenti, ed i suoi agi è sempre preferibile ad una tempesta marittima. Giulia andava in estasi dinanzi alla semplicità antica di quegli eccellenti ospiti; Manlio, meditava il concetto di un gruppo in marmo per il suo arrivo in Roma, che rappresentasse la bellissima Giulia sostenente il suo compare barcollante e in procinto di dare del naso in terra. Aurelia e Thompson avean dimenticato la natura intiera tormentati da certo pizzicore, le cui espressioni erano occhiate incendiarie. Così retrocedevano a bordo, accompagnati dall'intiero villaggio con suoni ed evviva generali.