—E non quello degli asini che perdono?…—rimbeccò la lingua maledica di Flora.
—Non per nulla tu hai sul capo quei capelli rossi e rabbiosi come bisce.
—Se avete qualche cosa a fare non perdetevi in ciarle—osservò la signora Matilde, prendendo posto nel suo seggiolone di velluto nel vano della finestra, mentre i giovani si mettevano a sedere alla tavola di mezzo.
—Brava, tu hai lavorato come un angelo, biondina, e bisognerà che ti faccia un bel regalo…—Bello, mirabile, incantevole…—andava ripetendo Ezio, mentre faceva passare le pagine del manoscritto.—Questi svolazzi faranno colpo sugli esaminatori.
—Bisogna che rileggiamo insieme qualche pagina che non ho ben capita. Quel tuo gobbetto, a ogni fiato, t'incastra una citazione latina che è uno spasimo.
—Il latino dà il sapore alla scienza come i lardelli allo stufato.
Si cominciò col ridere a questo paragone dei lardelli.
La mamma cercò di far la voce grossa, ma i ragazzi risero ancor più forte. Il sole entrava lieto per le due finestre e andava a battere sul volto di nonna Celina, che pareva rider anche lei nella vecchia cornice.
—Prima permettimi una pregiudiziale, come dite voi legali—soggiunse Flora.—Non c'è pericolo che l'autore di questa dissertazione abbia già presentata per roba sua la tesi o l'abbia già venduta ad altri? tu faresti una brutta figura.
—Punto primo la roba vien da Napoli e da Napoli a Genova c'è di mezzo il mare: punto secondo ho mutato il titolo e il principio dei capitoli: punto terzo i professori non sono così bestie da legger quel che noi presentiamo.
—Allora perchè fate le dissertazioni?
—È un uso così.
—Come le cravatte di Lolò.
—Oh no, più stupido.
—Sarete almeno chiamati a esporre le idee fondamentali del vostro lavoro.
—Questo sì. Sarebbe un'eccessiva imprudenza andare agli esami senza aver letto almeno una volta quel che si è scritto. Vuoi una sigaretta, Flora?
—Cominciamo.
—Cominciamo pure. Leggi tu, mentre io tiro due boccate. Tu permetti, zietta?
—Purchè non si faccian discorsi inutili.
Ezio si abbandonò sulla tavola, appoggiò la testa al palmo della mano, e seguendo coll'occhio il manoscritto originale, invitò Flora a leggere la sua copia.
La giovine cominciò con voce netta e scorrevole:
«Nella leggede Sicariistroviamo eguagliato chi prepara il veleno a chi lo somministra.Qui hominis necandi causa…—vuoi masticarlo tu questo lardello?
—Necandi causa—continuò Ezio, mentre Flora seguiva il manoscritto colla punta della penna—venenum confecerit, dederit, vel vendiderit, vel habuerit; quive falsum testimonium dolo malo dixerit… quo… qui…tu hai ragione, questi son scorpioni, non parole,
—Non c'è voluto meno che la mia pazienza e il mio amore per la tua laurea, se ho potuto resistere sino alla fine.
—Tu avrai un bel posto in paradiso.
—Speravo che mi dicessi: ti troverò un bel marito.
—A questo potrò pensarci quando avrò presa la laurea.
—Ahimè misera allora…!—conchiuse ridendo la fanciulla, che sapeva affrontare gli argomenti sdrucciolevoli per darsi il gusto di scivolarvi sopra.
—quo… qui pubblico judicio rei capitalis damnaretur…cioè gli si tagli il collo—continuò il mariuolo, che sapeva anche lui scivolare sugli argomenti sdrucciolevoli.
—…—retur—fece eco Flora:—E altrove nella stessa legge Cornelia:—Nihil…
—Nihil interest occidat quis an causam mortis praebeat.
—…praebeat, Ottaviano Augusto, Valentiniano, Valente, Graziano sotto il titolo:—de iis qui latrones…..
—Salta il lardello, biondina.
—Ulpiano tiene responsale di furto chi persuade il servo a fuggire e cita la conforme opinione di Pomponio Labeone che scrive:—non minus delinquunt…
—Salta!
—Non capisco se questo Pomponio è una persona sola con Labeone o so siano due giureconsulti.
—Che te ne importa? quando si sta bene in salute.
I due giovani risero di nuovo in coro e fecero ridere di nuovo la mamma zietta, che si sforzava di aguzzare una faccia severa sopra il calcagno d'una calza che teneva nelle mani.
Essa temeva sempre in cuor suo che Flora si abituasse a scherzare col fuoco e ne avesse poi a riportare qualche scottatura. Ma Flora diceva sempre:—Non aver paura, mamma; so fin dove posso andare.
—Tira avanti che è bello, Flora—comandò Ezio.
—«Ulpiano afferma…»—ma li conosci tu questi bravi signori?
—Ulpiano credo di averlo sentito nominare. In quanto a Pomponio Labeone, dacchè l'ho dato alla balia, non ho mai avuto notizie de' fatti suoi.
—«Noi non intendiamo con ciò di negare il fattore antropologico del delitto—continuò Flora, leggendo nel manoscritto—ma intendiamo soltanto di dimostrare questa verità: l'unione degli individui peggiora moralmente ciascuno,»—Ma sai che quel tuo gobbino ne dice delle belle? Par che abbia conosciuto Lolò.
—Va avanti, lingua velenosa,
—«Avviene allora…»—senti anche tu, mamma, come scrive bene il nostro Ezio, quando fa il Pomponio Labeone:—«avviene allora una degenerazione fatale dovuta a quella verità dolorosa che nella società come nella natura sono i germi peggiori quelli che più facilmente si riproducono e si diffondono. Il microbo del male ha una potenza d'espansione infinitamente più grande di quella del bene—(Flora andava alzando la voce in tono di predica, gesticolando con un dito in aria)—giacchè, mentre pur troppo si sa che molte malattie sono contagiose, non è ugualmente provato che sia contagiosa la salute…»
—Ti giuro, zietta, che non le ho scritte io queste belle parole: è tutta sapienza del gobbetto.
La lettura andò avanti ancora un pochino a spinte e a calci; ma quando si fu alla fine del primo capitolo e che si annunciò il secondo sul«Manutengolismo»Ezio si alzò e disse:
—Basta per oggi: ho fame.
* * * * *
Mezz'ora dopo sedevano tutt'e tre intorno alla piccola tavola imbandita sulla terrazza, nell'ombra fitta d'una pergola di vite americana, che si appoggiava da una parte al muro della casa e dall'altra al grande oleandro in fiore. I due giovani, messi in vena dalla giurisprudenza, fecero onore alle uova, al montone, al pane fresco e al vin bianco non troppo brusco. Si parlò delle prossime Regate, che dovevano quest'anno aver luogo nel bacino di Tremezzo e che avrebbero attirata mezza Lombardia. Ci dovevano essere corse a vela, corse di canotto, corse di barcaiuoli, per le quali si stavano già raccogliendo ricchissimi premi e vessilli dalle patronesse. Ezio nella sua qualità di vice presidente aveva offerta la bella coppa d'argento vinta lo scorso inverno col suoMorning Stara Nizza, dove aveva battuto i canottieri della Senna. Di Tremezzo avrebbe corsa la gara dei barcaioli il bell'Amedeo, il fidanzato di Regina, che sperava quest'anno di battere quei di Gravedona.
Ezio, animato dal vinetto bianco e dall'aria viva che rinfrescava il terrazzo, passò dalla nautica a discorrere di scherma, e piantatosi nel mezzo dello spazio libero, mostrò a quelle due donne e alla vecchia Nunziata, che entrava col piatto dei fichi, come si giuoca una finta all'avversario, quando lo si attira per appoggiargli una puntata al petto. Flora corse a prendere due bastoni e provò a incrociare il suo ferro con quello del quasi cugino, che dopo varie mosse di cortesia, si lasciò ferire nello sparato della camicia per dar spettacolo di un uomo che, colpito a morte, barcolla e cade boccheggiando nel proprio sangue.
La mimica commosse tanto la povera Flora, che chinatasi con un ginocchio a terra sul finto morente, finse di piangere e di strapparsi i capelli rossi, i quali si sciolsero davvero dalle stringhe e dalle forcine posticcie e scesero nella loro straordinaria e rubiconda abbondanza sopra le spalle e il busto. La vecchia Nunziata, affascinata, stava lì immobile come stanno le statue del Sacro monte, colla faccia irrigidita nelle grinze, in una espressione di comica afflizione, quasi dubitasse che il signor Ezio fosse ferito davvero; e intanto lasciava cascare i fichi dal piatto.
Flora era ancora in quell'atteggiamento di Maddalena, cercando di sollevare la testa del falso moribondo, quando la signora Matilde, scattando improvisamente, gridò;
—O Cresti, da dove è scaturito?
—Dall'uscio.—Sulla porta della sala, due passi dietro la donna dei fichi, s'era fermato anche lui in un atteggiamento tra il comico e il disgustato, il solitario del Pioppino, che teneva tra le mani un canestrello di vimini, coperto da un tovagliolo, una vera figura anche la sua di presepio meccanico.
—O Cresti—declamò Ezio in accento tragico, stendendogli la mano dal terreno—tu arrivi a tempo a baciare un moribondo. Pianta, ti prego, una carota sulla mia tomba.—Com'ebbe detto ciò si lasciò andare morto del tutto, acciuffando un paio di fichi che si mangiò colla pelle.
—Morirà la capra d'una povera donna, non certe bestie—brontolò, facendosi avanti con lenti passi il padrone del Pioppino fino alla tavola, dove collocò il prezioso canestrello, che dava dei guizzi come se avesse dentro qualche cosa di vivo. Quando Flora potò supporre quel che di veramente vivo ci doveva esser dentro, dette un grido di gioia, e così come si trovava, con quella fiera chioma disciolta sulle spalle, rimosso con precauzione il capo del tovagliuolo, si prese nelle mani un coniglietta vivo, tutto bianco, una morbidezza calda che faceva tenerezza a stringere: e piagnucolandogli sopra, colla bocca appoggiata al pelo liscio e morbido-.—O che caro Cresti, si è ricordato! guarda, mamma, come son belli, Son novellini?
—Hanno poco più di una settimana.
—Cari, cari! e mangiano da soli?
—Cari, cari—disse Ezio, risuscitando—e come si mangiano?
—Tu stai meglio morto…—gli disse Cresti, mettendogli la mano dura sul petto.
—Tu mi odii, o Cresti: lo sento, lo vedo: uno di noi è troppo sulla terra. Ti lascio la scelta delle armi.
—La scopa, la scopa—ribattè il misantropo, divincolandosi tra le strette di Ezio che cercava di fargli ballare un minuetto. Quando fu possibile avviare un discorso ragionevole, Cresti insegnò a Flora come dovesse trinciare minutamente delle foglie di cavolo, ammollarle nel latte in una scodella, e come dovesse a poco a poco imboccare i coniglietti. Poi volgendosi a Ezio, gli disse bruscamente:
—È arrivato tuo zio Massimo.
—L'ambasciatore della Bolivia? e perchè non viene ad abbracciare l'unico suo nipote?
—Verrà, verremo insieme, Ora è un po' stanco del viaggio.
Ezio tirò un poco in disparte la zia Matilde e abbassando la voce, domandò:—Questo mio zio doveva sposare la mia madrina, non è vero?
—Come sai questa storia?—esclamò essa, arrossendo e confondendosi.
—Ho trovato alcune lettere tra le carte del babbo; ma voi sapete che sono uomo di mondo capace d'intendere e di compatire.
La zia Matilde strinse la mano del giovane nelle sue e mormorò:—Son storie di altri tempi: storie morte o sepolte.
—Io non desidero che di voler bene a chi mi vuol bene,
—Bravo Ezio!—disse la zia con voce commossa. Improvvisamente il giovane si ricordò che per le undici e mezzo doveva trovarsi col Bersi e con altri amici del Comitato.
Il tempo gli era volato via più presto del solito quella mattina. Sentendo sonar mezzodì, scese la scaletta che dal giardino va alla riva e diede una voce ad Amedeo, che stava stendendo alcune reti al sole. Il giovinetto venne colla barca.—Addio, addio, e grazie di tutto…—gridò saltando nel legno e afferrando un remo.—A rivederci domani per il secondo capitolo; e tu, Cresti, non augurarmi una perfida morte. Saluti carissimi allo zio: ditegli che l'aspettiamo a colazione; sarà bene che veniate tutti quanti una di queste mattine.
—Addio, Pomponio Labeone—gridò Flora all'orlo dell'acqua, mentre cercava di allacciare colle mani dietro la nuca quel suo mazzo di bisce infocate dal sole.
La signora Matilde dall'alto del muro faceva addio colla mano indulgente, ancor commossa delle parole che il giovane aveva saputo trovare in fondo al suo cuore.
Quando si volsero per cercar Cresti, non lo trovarono più. Qualche cosa aveva offesa la sua nervosa suscettibilità, al solito; ma il buon Cresti era di quegli uomini che ritornano.
La Saetta.
Flora Polony non era di quelle bellezze che saltano agli occhi e che fanno dire alla gente che passa;—Guarda che stupenda ragazza! Piuttosto alta e slanciata, la sua persona più vigorosa che ricca sentiva ancor molto lo squilibrio di uno sviluppo affrettato, che i ventidue anni cominciavano appena ora a frenare e a consolidare.
La testa molto alta sul busto, sopra un collo ammirabile per candore e per delicatezza, dominava un po' troppo con quella folta criniera di capelli color del rame, ribelli al pettine, e sempre in aria come le idee della padrona.
La natura sana, solida nei muscoli, flessibile ai cenni d'una volontà piuttosto impaziente, traspariva da quel suo corpo non ancora finito di grande collegiale, dalle lunghe braccia aguzze nei gomiti, dal collo del piede che usciva dalla balzana troppo corta della veste, dai movimenti soldateschi non corretti da nessun'ambizione femminile, anzi peggiorati da un'ingenita pigrizia per tutto ciò che fosse ordine e disciplina. Molto era in lei del colonnello di cavalleria—come soleva dire la zia Vincenzina—che avrebbe voluto vederla più corretta e più pettinata. Ma gli occhi d'un celeste chiaro erano di una bellezza rara e parlante; la voce d'una risonanza metallica aveva nelle parole e nel ridere degli squilli sonori di battaglia, che indicavano uno spirito nato per dire e per fare cose non comuni, che si rifiuta agli effetti volgari come alle regole della moda e del galateo dei salotti, in cui le signore amano sparpagliare più di quanto possono disporre. Ezio, abituato a bellezze più molli e più seducenti, non aveva mai posto mente a quel non so che di insolito e di selvatico, che era nella bellezza intellettuale di Flora; anzi ara uno de' suoi gusti, quando poteva mettere in ridicolo gli angoli e i triangoli sporgenti di questa figura geometrica di ragazzona selvatica, ingenua, ignorante di tutto ciò che forma la forza della civetteria femminile, e a cui si poteva dar a intendere tutto quel che si voleva. Certe spavalderie, che alle amiche villeggianti parevano quasi il frutto di dottrine anarchiche, non erano in Flora che la natura stessa tenuta incolta e innocente da una vita semplice e solitaria.
A ventidue anni, per quanto andava intorno con un gran cappellaccio da pastore e colle scarpe di montagna e con un passo da monello, Flora non conosceva della vita che quanto se ne può capire attraverso ai romanzi inglesi dell'edizione Tauchnitz. Si può essere sicuri che essa non conosceva nemmeno sè stessa: e più sicuri ancora che Ezio, più navigato nelle acque del mondo, sapeva per quanto poteva venderla e comperarla.
Ma noi abbiam detto che il giovinotto era in un momento di raccoglimento spirituale, in un bisogno di vita raccolta, come gli capitava di tempo in tempo, quando la nausea e la stanchezza della vita allegra lo spingevano verso idee di ordine e di riposo.
Il noioso conflitto con Liana, il bisogno che aveva di romperla con questa bellezza noiosa e cretina e di compiere definitivamente i suoi studi, gli facevano parere dolci le ore che passava a Villa Serena e al Castelletto in tranquille occupazioni amministrative, tra i libri e le memorie, nella lettura di vecchie riviste, che gli portavano in ritardo una quantità di notizie e di curiosità a cui nella furia del divertirsi non aveva tempo di fare attenzione.
Flora, creatura sana e intelligente, rivestita di bellezza morale, ritornava in questi momenti a prendere il suo antico posto nello spirito del giovine scapestrato, che nella grazia spirituale e pura di lei risentiva il fascino misterioso che la virtù esercita sempre al di sopra d'ogni altra lusinga, specialmente in chi sa e tocca colla mano di quanta cipria e di quanto belletto sia impastata la bellezza corrotta. Gli occhi di Flora avevano profondità marine: negli occhi di Liana era come guardare nell'acqua scura d'uno stagno. Una risata acuta di Flora saliva al cielo come uno scampanìo a festa; il sorriso fatuo di Liana non usciva dai labbri dipinti. I moti della fanciulla onesta erano l'espressione della forza sana e della volontà potente: le cascaggini flessuose di Liana non erano che le contorsioni della debolezza. Flora era l'aquila o il falco dell'aria; Liana e le sue pari niente di più che delle graziose lucertole.
Questi confronti tornavano, come dico, assai spesso al giudizio del suo pensiero e per quanto egli non fosse abituato ad approfondire la riflessione per non farla pesar troppo sul cuore, tuttavia sentiva che la verità della vita non era che in ciò che essa può avere di buono e di sano. Sentiva nello stesso tempo che in questa patetica convinzione vi poteva essere una trappola e un pericolo; e si propose di stare in guardia contro le seduzioni dei cappelli rossi.
Dopo ch'egli ebbe combattuto con Flora una partita di scherma sul terrazzo del Castelletto, che s'era lasciato ferire da lei, che aveva visto quel profluvio di capelli cascanti sulla sua persona, un fascino nuovo e pericoloso lo accompagnava sempre, come se il fantasma di Flora lo perseguitasse, come se tutto quel rosso gli fosse rimasto troppo impresso nella retina degli occhi.
—Adagio, Biagio!—andava raccomandando a sè stesso—qui non si scherza. Se sdruccioli nella virtù, sei finito per sempre. Peccato che Flora non abbia dieci anni meno! fra dieci anni io avrei potuto rifarmi in lei una soave verginità di cuore. Ma ora no; sarebbe male e per me e per lei… Uccel di bosco, non posso ancora desiderare la gabbia d'oro. La virtù, una volta sposata, è difficile far divorzio. Tu avrai sempre tempo di farti eremita; basta un sospiro a creare un santo. Ma nessuno ti potrebbe compensare della giovinezza perduta, quando ti vedessi già nonno a cinquant'anni.
Belle massime di beato egoismo, direte; ma per il momento egli non ne aveva di migliori. Non pensano forse così tutti coloro che possono far qualche conto sui piaceri della vita?—Il giudizio vien da sè in groppa al tempo senza bisogno di mandarlo a cercare come un chirurgo.—Era anche questa una delle sue massime!
Il caso del povero Bersi che a trent'anni si vedeva condannato al matrimonio e i cento esempi di tristezze coniugali, che nella sua breve esperienza aveva già avuto occasione di conoscere, bastavano a metterlo in guardia contro i falsi gorgheggi di quell'idealismo, che attira i merli per farli poi morire nella rete dei santi doveri, Non gli pareva di aver la barba di un padre di famiglia; quest'idea lo faceva ridere e nello stesso tempo rabbrividire.
Con ciò Ezio non rinunciava ad ammirareen artistequel che vi poteva essere di bello e di ammirabile nella galleria della virtù, cioè, per stare al caso suo, sentiva di voler bene a Flora, di cui conosceva oltre a qualche singolare prerogativa fisica, il prezioso valore morale, la linea aristocratica, la spontaneità, la freschezza, il profumo d'una rosa non ancor passata in nessuna mano.
Volentieri tornava al Castelletto, andava spesso in barca con lei: o colla scusa di farsi accompagnare in qualche esercizio di violino, la invitava spesso a Villa Serena.
Dal giorno che gli era venuta la buona idea di mettere un poco d'ordine nelle carte del babbo, l'aiuto intelligente di Flora gli era stato preziosissimo. Si voleva dare un assetto nuovo a certe sale, rimovere una libreria, preparare il materiale per una futura pubblicazione: bisognava far passare un mare di carte vecchie, di stampe, di lettere, di giornali: leggere, trascegliere il buono, metter via quel che pareva meno opportuno.
Un giorno tra gli altri, mentre la mamma era in stretta e confidenziale conversazione colla zia Vincenzina nella sala della veranda, Ezio e Flora coll'aiuto di Moschino trascinarono nel corridoio delle stanze superiori un vecchio e pesante baule, non ancora esplorato, che conteneva non so quante centinaia di volumi degli atti ufficiali del Parlamento subalpino. Che se ne doveva fare? abbruciarli era peccato: nè si voleva ingombrar stanze e scaffali con roba fuor di stagione. Ma intanto conveniva far passare quei grossi volumi che potevano contenere note e postille di qualche valore, Da un'ora i due giovani lavoravano con intenso raccoglimento, in mezzo a una nuvola di polvere, presso la finestra del balcone, levando dalla cassa i libri, che andavano disponendo in una lunga fila sopra la tavola accostata al muro. Lavoravano in buona armonia, come due camerati, comunicandosi a vicenda le loro scoperte, con tanto gusto di sentirsi vicini che non si accorsero nemmeno che il cielo s'era andato via via oscurando e che un fosco temporale rompevasi già sopra la cresta del Grussgal.
Moschino scese a chiudere le persiane contro i primi goccioloni che battevano sui vetri della veranda, mentre Ezio e Flora correvano dentro e fuori per le stanze ad assicurare porte e finestre. La casa fu presto invasa da quella oscurità, che dà ai muri e agli oggetti una improvvisa espressione di sgomento e rende l'animo pauroso delle proprie sensazioni. Il cielo divenne ben tosto d'un bigio cenere, intenso, carico di vento e di tuoni: il lago, teso, d'un color di ferro pareva scosso da impeti convulsivi, mal frenati dalla stanchezza pesante dell'acqua, su cui roteavano i gabbiani con giri instancabili e capricciosi. La pioggia cadeva già sulla montagna, ma veniva avanti a corsa, preceduta dal gemito spaventato delle piante che luccicavano nel sinistro crepuscolo: ed ecco subito scendere oscura e densa contro la casa e scrosciare con furioso impeto sul giardino che si umiliò a riceverla avvilito.
Non era un temporale come se ne danno tanti in agosto; e infatti si seppe poi che nelle valli aveva fatto il diavolo, strappato alberi, diroccato muri, gonfiato in malo modo i torrenti che menarono sassi e rovine.
Oramai non rimaneva che di chiudere la finestra del balcone, dove l'assalto dell'uragano era più forte e per la quale entrava già a rigagnoli l'acqua a innondare i libri. Flora che correva di camera in camera, gridando per un selvaggio gusto, come se in quella battaglia di elementi trovasse anche lei il suo posto di combattimento, vedendo la pioggia invadere il corridoio, cercò di chiudere le persiane anche da questa parte. Ma per far questo bisognò prima aprire i vetri e affrontare la furia dell'acquazzone, che fu più forte di lei, le strappò di mano le imposte, l'avvolse, l'accecò con un turbine così villano, che grondante acqua dai mille capelli dovette ritirarsi e chiedere aiuto. In quell'istante la saetta, che s'era tenuta in riserbo per il colpo finale, scoppiò sopra un ginocchio del monte, tutta la casa traballò e un guizzo sanguigno passò nel cielo, tra gli alberi, nel cuore della fanciulla, che si ricoverò atterrita nelle braccia di Ezio. Egli l'accolse e la protesse, tirandola nella gabbia della scala a riparo dal vento: l'accolse e l'avvolse nelle braccia e la tenne così un poco, fin che gli parve di sentir battere il povero cuore spaventato. Ma il profumo che esalava da quei molti capelli avvolse lui che ci posò la bocca e ci lasciò cadere tre grandi baci, che scesero profondi come tre goccie di piombo caldo a bruciare per un istante tutte le fibre vitali della fanciulla, che si abbandonò più pesante e si dimenticò in una breve e soave inerzia.
Fu essa la prima a rompere i lacci: e lo fece respingendolo con lenta e rigida violenza. Era pallidissima, ma splendida di un amabile terrore. Si liberò da lui, scosse due volte quella sua chioma leonina, e scese a corsa la prima rampa della scala. Egli si tenne aggrappato all'inferriata. Dal pianerottolo, Flora mandò sulla punta della mano un gran bacio a lui e scese a precipizio a cercar la mamma, che vedendola così bagnata e scomposta, le avvolse la testa in uno de' suoi scialli di lana. La fanciulla andava ripetendo:—O mamma, che spavento…!—e lasciandosi andare sopra un canapè, premendo il suo cuore colle due mani, diceva a sè stessa:—mio cuore, che dolcezza!
Ezio rimase un pezzo avanti ai vetri della finestra su cui scorrevano le goccie come lagrime lunghe, sbalordito, pentito, seccato, in collera con qualcuno poco lontano, cogli occhi fissi all'uragano che si allontanava come un vincitore, ma veramente egli non vedeva nulla. Non vedeva il raggio di luce livida, che sprigionandosi dal nugolone nero, correva sulle creste della burrasca come un faro elettrico a illuminare la danza dei cavalloni bianchi e verdognoli. Quel raggio di luce solare, come se fosse mosso da una mano nascosta nel grembo della nube, si apriva a ventaglio e scendeva a illuminare le acque più lontane che brulicavano in un colore verdicino, si posava sulla montagna, schiariva d'un chiaror umido, e stinto le case, le ville che parevano immerse in una grande lontananza. Ezio non vedeva nulla, nemmeno gli uccellacci che volticavano nello spazio.
—Perchè l'aveva baciata?—Cominciava a capire d'aver commessa una bestialità. S'era lasciato trasportare anche lui come un gabbiano da un soffio temporalesco di passione, e ora se ne pentiva per tutti i corollari che la testina logica di Flora ne avrebbe tirati.
—Maledetta la saetta!—brontolò, movendo qualche passo per il corridoio, colle mani ciondoloni nelle tasche dei calzoni, curvo nelle spalle, avvilito, pensando ai modi coi quali avrebbe potuto purificarsi di quel grosso peccato d'irriflessione. Era la prima volta che un bacio fuggiva dalle sue labbra senza il permesso del babbo: quasi stentava a riconoscerlo per suo.
—Maledetta la saetta!—brontolò tutto quel giorno in cui parve più distratto e più incontentabile del solito: e il rimorso, misto all'amaro sapore della stizza, gli saliva alla gola e gli riempiva la bocca ancora quando si cacciò sotto le coltri; per la prima volta stentò a pigliar sonno: e il letto gli parve pieno di stecchi.
L'incontro.
—Quando si va dunque a far visita a Villa Serena?—chiese per la terza volta il Cresti a Massimo Bagliani.
—Che vuoi? ho sempre un po' di paura.
—Paura di che? dei morti?
—No.
—Dei vivi?
—Nemmeno. Ho paura di me stesso.
—Tu sei un gran ragazzo. Ezio non sa capire perchè io non abbia ancora condotto il suo bravo zio d'America: e più aspetti, più dai a questa tua paura un significato che non ha,
—Allora andiamoci domani—disse finalmente Massimo dopo una lunga riflessione.
* * * * *
Massimo, fratello di Don Camillo Bagliani, più giovane di lui un certo numero di anni, poco prima della guerra del sessantasei aveva conosciuto in casa del Colonello Polony la bella Vincenzina Stellini, sorella di Matilde e se n'era perdutamente innamorato. Ma allora non era che un ufficiale in principio di carriera, sprovvisto affatto di fortuna, non in grado di pigliar moglie.
Matilde e Vincenzina Stellini, figlie di un umile cassiere della Tesoreria provinciale, eran cresciute in una casa molto modesta: e se proprio non avevan veduto la povertà, avevan vissuto in quelle piccole angustie che come un paio di scarpe strette fan più male che l'andare a piedi nudi. Ma belle e piacenti, trascinate dal padre, vecchio gaudente, alle feste di tutti i carnevali torinesi, trovarono per via la loro fortuna. Matilde sposò il conte Polony, uomo non più giovane ma di una grande amabilità, soldato valoroso, già in bella posizione e in via di andar più in su. Vincenzina, dopo alcuni anni, s'imbattè in Massimo Bagliani, che non potè sposarla subito, per mancanza di quel deposito che il regolamento chiede ai militari: ma promise di farlo appena le circostanze lo avessero permesso.
Massimo sperò nell'aiuto di suo fratello Camillo, che occupava già un grado autorevole nella magistratura. Pare che dell'asse paterno non ancora diviso una parte gli spettasse di diritto: ma c'eran contestazioni e liti da parte degli interessati per modo che non si potè far conto di questo denaro.
Forse Camillo non volle o non potè rendere allora dei conti, che non furono resi mai, nemmeno più tardi: forse Massimo non ebbe abbastanza forza d'insistere nel far valere il suo diritto: forse il suo fratello maggiore, coll'autorità che avea sempre esercitata nell'animo timido del giovane, gli dimostrò che alla sua età non gli conveniva intralciare una carriera sul principio, molto più che i tempi eran pieni di minaccie e che la guerra poteva scoppiar da un giorno all'altro… come infatti scoppiò.
Massimo dovette partire per il Veneto, e partì, lasciando nelle mani della bella Vincenzina il suo cuore. Se una palla austriaca non la faceva finita, egli sperava di tornare almeno capitano. La sua sposa l'avrebbe conquistata sul campo di battaglia. Fu una separazione dolorosa e lacrimosa di cui Vincenzina conservò un troppo debole ricordo; o almeno così dovette giudicare la gente, quando s'intese dire tutto ad un tratto che essa andava sposa ad un altro.
Che era accaduto? la storia era ancora per Massimo piena di ombre e di mistero. Sul campo di battaglia il nostro ufficialetto si era comportato assai bene, Il Conte Polony era spirato nelle sue braccia e gli aveva raccomandato, morendo, Matilde e Flora; ma gli avvenimenti precipitosi che seguirono al disastro di Custoza sconvolsero tutti i suoi progetti. Scoppiata la rivoluzione in Sicilia, il suo reggimento fu mandato laggiù in un'ingrata guerra civile: poi per nove o dieci mesi si trovò confinato nel distretto di Caltanisetta, lontano da ogni comunicazione col mondo, in continue scaramuccie coi briganti.
Qui lo raggiunsero le prime lettere di Matilde, che furono per il suo cuore il segnale di un nuovo disastro morale. Morto il colonello Polony, essa e la piccina avevano dovuto ritornare in casa del padre, il quale non poteva più provvedere a tutti. Il povero uomo in seguito a un errore commesso (che Massimo non potè mai conoscer bene) era stato costretto a chiedere il suo riposo, mentre si faceva sempre più vecchio e più esigente. Se Massimo non poteva mantenere la sua promessa, toglieva alla povera Vincenzina ogni altra occasione di ben collocarsi e di venir eventualmente in soccorso delle due famiglie. Già molte onorevoli richieste si erano presentate e altre se ne presentavano, a cui sarebbe stato imprevidenza nelle condizioni loro chiudere gli orecchi: ma Vincenzina si sentiva obbligata dalla sua parola. Il babbo Scellini reso querulo dalla sventura non cessava dal dire che le sue figliuole non avevan cuore per lui, che volevano lasciarlo morire di fame. Nel suo egoismo d'uomo gaudente e avido scriveva anche lui lettere indelicato al povero Massimo per voler sapere che conti si potevan fare sull'avvenire… Finchè Massimo, già coll'animo scoraggiato e affranto per le cose pubbliche, in un momento quasi di dispetto e di avvilimento, scrisse che egli lasciava libera Vincenzina di disporre della sua mano. Tre mesi dopo, mentre si trovava gravemente ammalato di scorbuto all'ospedale militare, suo fratello Camillo gli scriveva da Torino che intendeva dare una seconda madre al piccolo Ezio: e senza troppe parole annunziavagli il suo matrimonio con Vincenzina Stellini.
Fu un colpo che per poco non lo trasse alla morte. La condotta di Vincenzina e de' parenti suoi gli parve un basso tradimento: quella di suo fratello iniqua. Come avesse potuto avvenir ciò egli non sapeva immaginare, ma confusamente sentiva che Vincenzina, presa tra due feroci egoismi, non aveva avuta la forza di resistere. A lei forse avrebbe potuto perdonare: ma Camillo, che conosceva i suoi bisogni e il suo cuore, quest'uomo che nell'alta sua posizione sociale poteva scegliere fra cento donne della più eletta aristocrazia, questo fratello che approfittava della debolezza di un fratello minore per sopraffarlo, ah no, questo Caino non era degno di perdono.
Massimo non morì di quell'oltraggio, ma non volle che nessuno lo vedesse soffrire. Scrisse a Camillo quel che credeva necessario di scrivergli in forma alta e superba: non gli chiese nemmeno quel piccolo rendiconto dell'eredità paterna a cui aveva pur diritto: lo giudicò secondo i suoi meriti: e date le dimissioni, s'imbarcò sopra una nave inglese per la via dell'America. E non era più tornato da quel dì. Laggiù fece qualche fortuna in piccole imprese minerarie e il governo ebbe a servirsi di lui prima come console, poi gli conferì il grado di ambasciatore presso i piccoli Stati della Bolivia e della Venezuela. Unico filo che lo tenne legato al vecchio mondo fu l'amicizia di Cresti, col quale non cessò mai di corrispondere e che lo teneva periodicamente informato delle vicende grandi e piccole del suo emisfero. Quando Camillo Bagliani venne a morire, il Cresti fu il primo ad aprir trattative per una conciliazione.
Morto l'uomo che era stato causa de' suoi mali, non ci era più motivo perchè egli si condannasse a un eterno esilio.
Gli altri erano stati anch'essi vittima innocente delle circostanze. Il tempo seppellisce coi morti anche molti rancori vivi, mentre i vivi hanno bisogno di pace, di perdono, di soccorso.
Fossero questi consigli o parlasse più forte nell'animo buono di Massimo un desiderio di rivedere il sole della sua patria e col sole qualche fiore non appassito del tutto delle sue memorie, finì col lasciarsi persuadere. Anche il suo cuore che era stato malmenato in tante battaglie e che aveva palpitazioni troppo frequenti, sperava di trovar quiete e vigore nell'aria nativa. Tornò, si lasciò condurre dal vecchio Cresti fino al Pioppino; ma sul punto di scendere a Villa Serena provava ancora qualche titubanza e una specie di sgomento, quale proverebbe un attore sul punto di uscire sulla scena a recitare una parte che non sa troppo bene.
—Allora ci andremo domani—aveva detto e promesso; ma la notte prima non potò quasi dormire. Del passato non si doveva discorrere, s'intende; era bene incontrarsi come vecchie conoscenze che si fossero conosciute inillo temporein qualche amena villeggiatura, d'accordo. Nè egli doveva ricordare i torti ricevuti, nè all'altra parte conveniva riandare parole e violenze che avevano nel tempo perduta ogni loro forza. La colpa era stata di tutti: forse di nessuno o di quel destino che non si sa che cosa sia. Ezio aveva trovato in Vincenzina una matrigna buona e indulgente, e in virtù di questo bene doveva essere più disposto a far verso lo zio un atto di tenerezza, che tenesse il luogo d'ogni altra riparazione. Egli, vecchio vagabondo, sentiva il bisogno di voler bene a qualcuno. Le miniere gli avevano procurato qualche vantaggio e non voleva buttare il suo ai cani: mentre questo figliuolo, questo Bagliani, per poco che sapesse fare col vecchio zio, avrebbe potuto cavargli il cuore.
Questo pensiero d'un appoggio per l'avvenire gli aveva fatto parer dolce e ragionevole il ritorno: e poichè Cresti aveva delicatamente così ben preparato il terreno, era una sciochezza aver tutta quella sì grande paura, quasi che il rivedere la donna che si è amato inutilmente in gioventù, fosse come aprire una tomba.
—Cresti ha ragione di dire ch'io son peggio d'un fanciullo. Che cosa posso ormai temere?
Per non agitarsi troppo su questi pensieri, che gli toglievano il sonno, lesse qualche pagina della storia del Consolato e dell'Impero del Thiers, che insieme a qualche opera del Cantù e del Balbo formavano la biblioteca del Pioppino: e si addormentò nel bel mezzo della battaglia di Austerlitz.
Il giorno dopo si fece la barba e si vestì nel miglior modo con quella compitezza tutta militare ch'era rimasta ne' suoi gusti anche in mezzo ai più crudi bisogni. E dopo colazione si lasciò condurre al convegno. La sua visita era stata annunciata da Cresti, che aveva in giuoco anche lui il suo interesse. Massimo s'era assunto di aprire le prime trattative di quell'atto, che doveva essere per l'amico il passo risolutivo di tutta la sua vita.
—Donna Vincenzina—gli aveva detto il Cresti—vuol un gran bene a Flora e Flora sta volentieri a quel che dice la zia Vincenzina. Tu le devi chiedere prima di tutto quel che pensa di me, se gli sembro un uomo ragionevole o un pazzo. Se essa ci incoraggia, nessuno meglio di lei potrà fare il resto. Dille che io metto la mia vita nelle sue mani. Al punto a cui sono arrivato non posso più vivere di dubbi e di incertezze: meglio un bel colpo sul capo tutto in una volta che non questo morire a goccia a goccia.
—Io farò del mio meglio, quantunque sia un ambasciatore in disponibilità.
Per evitare il troppo sole seguirono un pezzo la stradicciuola alta in mezzo ai campi e uscirono sulla strada di Bolvedro, dove Cresti si fermò alla botteguccia d'un pasticciere a comperare un cartoccio di bocche di dama e di schiumette per le signore. Massimo andò avanti solo e alla prima ombra che trovò si fermò ad aspettare il compagno, seduto sull'orlo di un muricciuolo. Dai giardini veniva un buon profumo di erbe aromatiche. La montagna sparsa di casolari, divisa in quadratelli coltivati, nella piena luce del sole saliva a disegnarsi colla linea grossa delle sue creste sul fondo del cielo. Il lago mandava alla riva un'onda blanda, senza spume, in cui riflettevasi senza rompersi l'immagine di tre nuvolette bianche immobili sopra il San Primo.
Massimo andava osservando queste cose sparse per non voler pensar troppo alla sua parte di attore pauroso: ma per quanto cercasse di uscir di sè, non poteva a meno di non rimasticare il suo monologo:—Non è lei che debba perdonare qualche cosa a me; piuttosto sono io che dovrei perdonarle di non aver avuto fiducia nelle mie forze: ma a che giova riandare quel che non può più tornare indietro? Il perdono è un vaso delicatissimo che è difficile tanto consegnare come ricevere bene. Meglio sarà non parlarne. Ma il tempo, il tempo che cosa avrà fatto di noi? Cresti dice che ella è ancora quella di prima, se non forse più bella: ma io non son più quello e stenterò a rientrare così rotondo come sono nella sottile immagine che forse ella conserva ancora di me. Dovrà ridere un poco vedendo quel che il tempo cava fuori da un brillante ufficiale di cavalleria, o, se è vero, come vuol Cresti, ch'io sia rimasto ancor vivo nel suo pensiero, dovrà piangere, vedendomi diventato l'astuccio di me stesso. Era forse meglio ch'io non risuscitassi e restassi morto giovine nella sua memoria. Ma andiamo avanti: oggi non è per me ch'io vivo: oggi devo anch'io tornar utile a chi mi vuole adoperare. Ezio mi dovrà condurre a visitare una tomba, che ha bisogno anch'essa d'un miorequiem. Lo devo dire anche per riposo dell'anima mia, perchè da troppo tempo porto chiuso nell'anima il peso morto d'un odio inumano e inutile. Chi rientra nell'amore rientra nella vita: e nulla fa tanto piacere come una buona fiammata domestica al comparire delle prime nebbie d'autunno.
Su questo filo all'incirca correvano i suoi pensieri, mentre le cicale facevano coro dagli ulivi. Finalmente il piccolo Cresti comparì nel vano d'un portichetto e si avvicinò col suo passo diritto di soldatino di piombo, tenendo l'ombrello chiuso sopra una spalla come uno schioppetto e il pacchetto delle paste nella mano.
—Senti, ho pensato che oggi ci può essere anche Flora e che è forse meglio rimandare il gran discorso a un'altra volta—disse quando fu vicino.—E forse è meglio ancora che io non ci sia.
—Ho capito: anche tu hai una grande paura….—disse Massimo ridendo.
—Tanta paura che mi tremano le gambe.
—E allora—continuò Massimo, fermandosi nel mezzo della strada—che cosa andiamo a fare a Villa Serena? a che pro tormentarci a vicenda? Torniamo indietro.
Cresti stette a sentire se l'amico diceva da senno: a che pro tormentarci? ma quando vide che Massimo rideva di lui, appuntando un dito, gli disse:—Sei giusto tu il capitano senza paura!
—Tiriamo avanti, Massimo. Se saranno botte le piglieremo.
E in questo discorso giunsero davanti a un cancelletto che metteva nel giardino della villa. Cresti lo spinse e fece suonare due forti campanelli che ne custodivano la soglia e che riempirono il cuore di Massimo di un diabolico spavento. Ma non fu solamente il suo cuore a balzare allo schiamazzo di quei due campanelli pettegoli.
Anche donna Vincenzina, che aspettava da un'ora in ansietà, dopo una notte mal dormita, trasalì, impallidì, si lasciò andare sopra una sedia.
—E ora che cosa fai? sei pazza?—esclamò la sorella Matilde, vedendola così smarrita—possibile che tu possa aver di queste paure?
—Non è paura: paura di che? ma egli non è per me il primo che capita.Mi avrà perdonato davvero?
—Che ti deve perdonare? tu hai sempre fatto più del tuo dovere.
—Ma egli non sa tutto. Un mistero c'è tra me e lui.
—Oramai è storia finita.
—È storia finita: ma io, senza mia colpa, gli ho fatto un gran male.
—S'egli avesse in cuore qualche rancore, non sarebbe venuto.
—È vero. E poi, dodici anni sono una gran tomba. Va tu, va tu incontro per la prima: io vi raggiungo subito.
Donna Vincenzina, rimasta sola, raccolse tutte le sue forze, si arrestò un istante davanti allo specchio passò le mani sulle tempie, corse col piumino della cipria leggermente sulla fronte e sulle gote, si considerò, forse si confrontò con un'altra donna d'altro tempo e nel venir via disse, lanciando un'occhiata al quadro ch'era a capo del letto:—Cara Madonna, aiutatemi voi!
La zia Matilde trovò Ezio che aspettava nell'atrio e gli disse:—Dunque siamo intesi. Quel che è morto è morto.
—Diavolo, zietta! e speriamo che nasca qualche cosa di bene.
Uscirono insieme sul piazzaletto, mentre Massimo e Cresti scendevano adagio adagio per il sentiero ombreggiato. Al veder la figura di una donna, Massimo s'arrestò un momentino e, sforzando il fiato, chiese sottovoce:—Chi è?
—È Matilde—mormorò il Cresti. Di mano in mano che scendevano dall'ombra verso la luce del piazzaletto, le cose si confondevano come dentro a una nebbia per il povero Massimo, che non sentiva più nemmen la voce del suo compagno, che gli faceva l'effetto d'un moscone. Fu scosso dagli schiamazzi allegri d'un giovinotto che, allacciandolo, stringendolo, palpandolo, gli gridava:—È questo dunque il mio vecchio zio d'America? oh, bravo: lasciati abbracciare, uomo selvaggio. Come ti si deve dire? cavaliere? commendatore? ambasciatore?
—Zio, zio, zio…—potè finalmente esclamare quel pover'uomo affogato dall'emozione.
—Un bacio me lo vuoi dare?
—O caro…—proruppe con immensa effusione di affetto quel buon uomo d'uno zio d'America, posando un bacio lungo sulla testa del giovine, come se con quel bacio deponesse tutto il fardello de' suoi vecchi dispiaceri. E le lagrime uscirono molli dagli occhi a tutti e due.
—Il merito è tutto mio d'averlo schiodato dagli antipodi—soggiunse il Cresti, che preso anche lui dalla commozione, per non saper piangere, andava movendo le gambe e agitando l'ombrello.
—Mia zia Matilde—disse Ezio presentandola.
—Oh…. oh…. Matilde, vecchia conoscenza—esclamò, ingrossando la voce, Massimo Bagliani per darsi della forza.
—È sempre bello quando ci si ritrova—disse la pallida signora.
—Ho amato il colonello Polony quasi come un mio padre.. Ma dov'è, dov'è.. la piccina? voglio dire quella piccina che dev'essere diventata un donnone? Dov'è Flora? soleva specchiarsi così volentieri nei bottoni d'argento della mia montura.
—Flora non è potuta venire oggi: l'aspettavano alla villa Carlotta per non so quale complotto di matrimonio.
Presento invece mia sorella, Vincenzina….—soggiunse, tirandosi un poco in disparte.
—Oh… oh… donna Vincenzina, grazie, ho piacere… Che bel sito! una vista stupenda! brava…
—Bravo anche lei!…
I due personaggi si parlavano senza vedersi, perchè una specie di nube era improvvisamente discesa in mezzo a loro. A poco a poco Massimo potè in mezzo alla nebbia riconoscere una testa con molti capelli chiari, due grandi occhi chiari anch'essi, una figura di donna molto bella, forse ancor più bella d'una volta nella maestà matronale dei trent'ott'anni: ma vedere non è capire: tutta la forza del suo intendimento la concentrò nell'impedire a sè stesso di fare una cattiva figura.
Ezio e Cresti vennero opportunamente in aiuto. Entrarono in casa, fu servito il caffè nella bella veranda a vetri piena di ombre verdi e di fiori, ingombra di oggetti smaglianti, nel vago disordine dei mobili e nella mescolanza delle stoffe. La linea del lago si vedeva luccicare tra la chioma dei platani e la balconata in uno sfondo luminoso in cui passavano le vele gonfie di ritorno dal mercato. Nella buona compagnia e nellaevocazionedelle antiche memorie, molta gente morta e dimenticata fu chiamata fuori e rimpianta, si consultarono molti ritratti già sbiaditi nelle loro cornici, si ricordò la vita di Torino, di Novara, di Vercelli, i tempi eroici e i tempi romantici con una così buona volontà dalle due parti, che ricondusse il sentimento e la giovialità della giovinezza.
La nebbia che velava gli occhi si dissipò a poco a poco e i due antichi fidanzati si riconobbero. Essa era ancora la bella figura alta, bionda, d'una biondezza cenericcia, dalla fisionomia larga o delicata, dagli occhi quieti che parevano veder poco lontano e somigliavano alla sua voce per la soavità dell'espressione. Parlava scarso, in tono sommesso, svelando una naturasensibilefino alla paura, incapace d'imporsi e di affermarsi con una qualsiasi iniziativa, incapace ancor di più di volere e di non volere, di agire e di vivere per proprio conto. Ma appunto per tutte queste sue qualità negative Vincenzina era di quelle donne che son più di altre capaci di far la felicità di un uomo energico, che abbia bisogno di un'obbedienza assoluta come un cuscino di piume su cui riposare la forza dell'egoismo.
Camillo Bagliani era stato quest'uomo.
Dal giorno che con una violenza di passione aveva preso possesso di questa creatura, se n'era compiaciuto gelosamente come d'un bene dolce e arrendevole, che compensava gli acri umori del suo temperamento biliare e le asprezze della sua rapida decadenza fisica.
Vincenzina, donna di istinti semplici e primitivi, di nessuna resistenza sanguigna, come non aveva saputo opporsi all'egoismo di suo padre, aveva per dodici anni ceduto umilmente al suo dovere di moglie e di matrigna, portando nell'adempimento del suo dovere non sempre facile quella docile indulgenza e quella riservatezza che nega a sè stessa tutto quel che concede agli altri.
Adorata dal marito tiranno, aveva finito col conquistare anche la benevolenza e la stima di Ezio, che si avviava alla sua volta a essere un tiranno dispotico di deboli cuori.
Massimo ritrovò queste doti ancor fresche nella bellezza matura di sua cognata. Di mutato non trovò che la carnagione fatta d'una bianchezza un po' stanca che impallidiva di più sotto la massa dei suoi capelli più scoloriti. Ma gli occhi d'un grigio marino avevano ancora tutte le languidezze tenere e affettuose delle creature deboli che disarmano i forti.
Si fecero molti progetti per le vacanze e si stabilì che tutti sarebbero tornati a far colazione e a passare una giornata in compagnia.
Massimo, nel risalire il viale fino al cancelletto, si trovò un momento al fianco di lei e si meravigliò di sentirsi così tranquillo e così contento.
—Ezio è stato buono con me, povero figliuolo, e mi ha fatto provare una commozione di cui non mi sentivo capace. Il merito sarà anche della buona matrigna.
—Io ci ho poco merito…—balbettò donna Vincenzina, arrossendo.
—Allora il merito è di Cresti che mi ha persuaso a tornare. Dovrò discorrere anche di lui a lungo: ma ora che siam qui dovremo pur vederci assai spesso; non è vero, Vincenzina?
—Sicuro, Massimo…—Fu tutto quanto ella potè dirgli per ringraziarlo d'esser venuto: ma glielo disse in un modo così tenero e commovente, che il signor zio fu per vacillare un'altra volta.
Ezio andò ad accompagnarli un bel tratto fin verso Bolvedro, stando in mezzo a loro due colle braccia infilate nelle loro braccia.
Vincenzina ritornò colla sorella pel viale del giardino; ma quando fu presso il casino svizzero si fermò improvvisamente e ruppe in un gran pianto.
—Che cos'hai?—chiese Matilde.
—Niente.
—Perchè piangi?
—Non so.
—Voi vi siete portati bene. Ezio fu un tesoro. Non è bene forse ch'egli sia tornato e che abbia perdonato?
—Sì, sì, Tilde: non piango per questo.
—E allora?
—Non ti pare ch'egli abbia sofferto?
—Tutti abbiamo sofferto: ma è sempre bene quel che non finisce peggio. Ora tutt'insieme mi dovete aiutare a maritare quella mia figliuola. Cresti farà presto una domanda, a cui sarebbe peccato non rispondere bene. Flora ha delle idee romantiche per la testa: ma colle idee romantiche non si vive e non si paga la pigione. Cresti è un gentiluomo, è ricco, è un cuore delicato, ama la bambina e Flora stima lui per tutti i suoi meriti. Un matrimonio oggi è diventato necessario, perchè nè si vuole tenere un vecchio amico sulla corda, nè si vuole lasciar Flora al pericolo d'una fantasia sbrigliata. Da qualche giorno mi pare che la sua testa non sia molto a posto: parla, canta, salta per la casa, esce e torna cento volte, si è data alla devozione e parla di regalare un manto nuovo alla Madonna del Soccorso. Suo padre era anche lui un poco così, una testa polacca: la nonna Celina ne ha fatte di peggio. No, così non si deve più andare avanti. Io ho bisogno di tranquillità pei miei dolori e non di avere la tarantella in casa. Tu le devi parlare, tu la devi persuadere: Cresti non aspetta che un nostro segnale per farsi avanti.
Le due sorelle s'intesero sui modi di pigliar la figliuola in un momento di buone disposizioni. E intanto i due vecchi amici, lasciato Ezio risalivano lentamente la strada del Pioppino. Massimo camminava avanti raccolto ne' suoi vaghi pensieri; Cresti, che gli veniva appresso, chinavasi spesso a raccogliere una foglia di menta, un rametto di timo, o a contemplare una piccola lumaca annicchiata in qualche corteccia: ma avvolgevasi anche lui nel filo di quei teneri pensieri che da un anno andava tessendo alla trama della sua vita. Massimo guardava più al passato, Cresti all'avvenire, e camminando così fuor della loro strada, non sentivano nè il sole infocato che faceva arrabbiare le cicale, nè i ciottoli che ingombravano il sentiero.
Quando per una viottola in mezzo alle vigne sbucarono all'ombra della Cappelletta della povera mamma, Massimo Bagliani arso e trafelato si fermò, si asciugò la testa e il collo grondanti, e ruppe improvvisamente in una risata sonora, che fece tremare il volume della sua mole diplomatica.
—Che c'è da ridere?—chiese l'amico.
—Lasciami ridere, caro: è una facezia.
—Che cosa?
—Questa vita.
—Ehm! Sei forse pentito d'esser disceso a Villa Serena?
—Son felice, Cresti: tu sei un tesoro.
—T'avevo detto che l'avresti trovata più bella! queste donne senza nervi migliorano stagionando.
—Tu sei cattivo con lei, Cresti…
—Dodici anni di schiavitù non le hanno fatto male. Va a credere alle donne.
—E perchè mi tormenti allora colla Flora?—soggiunge Massimo, ripigliando quel suo ridere convulso che finì col strizzargli le lagrimette.—Sai perchè rido, Cresti?
—Che devo saper io?
—Penso che Vincenzina avrà trovato che io son diventato l'astuccio di me stesso: che…? che?.., altro che astuccio: il cofano, la cassa della mummia. Meno male che la vita è una facezia…
E su questa sentenza i due amici camminarono in silenzio verso alPioppino.
Una visita.
Flora da quel giorno famoso in cui Ezio l'ebbe tre volte baciata sui capelli, cominciò a discorrere con la mamma e colla Regina del suo dovere di regalare un nuovo manto alla Madonna del Soccorso per ringraziare la Benedetta d'averla salvata dal fulmine.
La saetta era caduta poco fuori del giardino e aveva scavezzato un antico olivo vecchio forse di duecento anni: ma questo era nulla al paragone di quei tre fulmini che erano discesi nel suo cuore.
Ezio l'amava, Ezio l'amava, Ezio l'amava!
La Madonna meritava non un manto solamente, ma una corona d'oro tempestata di diamanti. Qualche cosa bisognava ch'ella facesse dal momento che il restar rinchiusa in casa era diventato per lei quasi un supplizio.
Quel troppo di assoluto e quasi di asciutto, che era nell'espressione del suo volto fatto di linee sottili e lunghe, dalle labbra tumidette, dagli occhi pungenti, si spianò, si allargò, per così dire, in una grazia di pensieri soddisfatti e fioriti, di benevolenza tenera, di bontà amorosa, piena d'indulgenza e di carezze. E non il volto soltanto, ma tutta la persona, si abbellì d'una mollezza più femminile, che faceva comparir meglio i vestiti e toglieva al suo portamento quel non so che di rigido e di soldatesco, che ricordava troppo la figlia del colonnello.
Ora che tra lor due s'era fatta una luce solare temeva ch'egli avesse a veder meglio le macchie della sua povertà morale. Non si sentiva più così forte come prima. Una gran scossa interna aveva spezzato il macigno della sua vita arida, senza verde e senza fiori e dal fondo scaturivano in lei ruscelli da tutte le parti.
Anche le cose di fuori avevano tutt'altri colori. Il lago pareva diventato più azzurro, più d'accordo con lei, le montagne più trasparenti: le campane dicevano cose nuove e commoventi: i gridi dei bambini sulla piazzuola, così noiosi prima, facevano eco adesso ai cento fanciulli allegri che giocavano in lei. Perfino il trombone del sarto, quel terribile trombone che urtava continuamente colle sue note lacerate le case del piccolo golfo, era diventato anch'esso più sopportabile dacchè vi sentiva il soffio d'un uomo felice. Solamente i conigli del povero Cresti non ebbero grazia.
Per vedere la Regina usciva spesso a piedi o in barca e andava a cercarla alla Villa Carlotta. Una volta trovò il vecchio Bortolo che stava rattoppando una rete all'ombra dei grandi platani.
—È in casa Regina?—disse Flora al giardiniere.
—Credo che sia al ponticello.
—E quando si faranno queste nozze?
—Sento parlar della Madonna di settembre: ma i padroni son loro. Amedeo vorrebbe prima lasciar passare le Regate e cercar di vincere qualche premio. Quest'anno quei di Tremezzo voglion vincere.
—È un bravo figliuolo, siete fortunati.
—È un ragazzo a cui non pesa il remo.
—E per la casa avete potuto combinare?
—La mamma di Amedeo andrà a stare con sua sorella a Mezzegra e cederà la sua casetta al torrente. Così Regina potrà avere la scuola dell'Asilo in casa.
—È stato ben pensato. E voi Bortolo?
—Ci faremo compagnia io e la mia vecchia—disse Bortolo rassegnato—e poi non vorranno tardar molto quegli altri.
—Certo: e saranno il balocco del nonno.
—La natura è un giro—finì col conchiudere il giardiniere che amava entrare nello spirito delle cose.
—E lei, contessina, non pensa a trovare il suo Amedeo anche lei?
—Oh, oh…—protestò con enfasi la signorina del Castelletto—Chi volete che si occupi de' fatti miei?
—Io no, poverina—rispose Bortolo buffonchiando—la mia rete non piglia più pesci. Ma ho visto pescar delle anguille anche più furbe.
Flora rise alto, sentendosi paragonare a un'anguilla; e passando per la cucina della fattoria, entrò nel giardino della villa, chiamando Regina. Non sentendo rispondere, si avviò per il viale che s'inoltra in un fitto boschetto di abeti, sicura di trovarla al ponticello.
* * * * *
La Villa Carlotta, famosa in tutto il mondo per quel che ne dicono le Storie del lago e le Guide dei viaggiatori, ha intorno a sè un giardino vasto e profondo, in cui non sai dire fin dove l'arte corregga la natura e fin dove questa colla sua potenza rigogliosa nasconda i limiti dell'arte. Seguendo le sinuosità un po' erte della montagna, su cui si appoggia, il giardino è tutto una selva di piante di raro valore, antiche e folte, che nella dolcezza lusinghiera del clima, nel lento e non trascurato lavorìo degli anni continuano a mescolare i loro amplessi e i loro verdi diversi, in cui domina il bruno fisso e cupo delle conifere colossali. La mano dell'uomo non le disturba, se non in quanto vuole raddoppiarne le ombre, rimuovere gli ostacoli morti, aprire nelle macchie che sarebbero inaccessibili, qualche ombroso recesso asilo alle ninfe che ci passano, aumentarne gl'incanti con improvvise aperture sopra lo specchio luminoso del lago, con qualche grotta di tufo piangente, con scalinate rozze e muscose che menano a chioschi isolati e taciturni, in cui dorme anche il silenzio nella frescura della solitudine.
La Villa, che fu già dei Sommariva, è oggi nelle mani d'un principe tedesco che fa pagare il piacere di visitarne le gallerie, in cui trionfanoAmore e Psichedel divino Canova. Le mancie che fruttano i tesori dell'arte nostra sul lembo azzurro del nostro lago, servono a ingentilire i servi del principe tedesco, che nelle lunghe assenze del padrone, inselvaticherebbero in una oziosa sonnolenza. Così l'Italia continua l'opera sua di liberale educatrice dei popoli, dietro la tenue tassa d'una lira per la villa e d'una lira per il giardino.
Flora, per l'amicizia sua colla figlia del giardiniere poteva passare senza pagar nulla alla Germania e considerare il giardino come suo. Vi andava spesso, specialmente nei giorni più caldi del luglio e dell'agosto quando l'estate arroventa le roccie e fa dormire anche le acque del lago.
Regina, natura semplice e modesta, amava la compagnia della contessina del Castelletto, da cui aveva sempre a imparare qualche cosa di bello. E Flora da parte sua, nella sua superiorità morale sempre un po' incomoda da portare, amava di riposarsi nella bontà alquanto ignorante d'una ragazza del popolo, priva di concetti e quasi senza idee, per la quale era nuova e fresca ogni impressione che non uscisse dal paiolo, dalla calza e dal libro da messa.
Flora, che aveva letto, i suoi trecento volumi tra inglesi e tedeschi e che da un mese si storpiava lo spirito coi drammi dell'Ibsen, si rifaceva una non ingrata ingenuità e una specie di curiosità nuova e primitiva nelle senzazioni infantili della figlia del giardiniere, su cui tentava spesso delle piccole esperienze morali a sua propria istruzione come un medico curioso farebbe sulla vita d'un coniglio. Nelle ore in cui rimanevano sole nel giardino le insegnava qualche ricamo sui modelli dellaMode illustrée, le faceva ripetere le canzonette che poi Regina insegnava ai bambini dell'asilo, schizzava nella sabbia dei disegni geografici per darle un'idea di quel mondo che la ragazza non avrebbe mai conosciuto: e in compenso si faceva insegnare da lei oggi il modo di cucire un paio di sandali di corda, domani quello di intrecciare un punto a rete o di cuocere una torta di castagne. Eran poi compagne indivisibili in tutte le spedizioni di montagna che non aveva più segreti per loro e di cui conoscevano tutti i fiori e tutte le erbe lunghe e corte, che hanno un nome in botanica.
Flora, non trovando Regina al ponticello, sedette sulla solita panchina ad aspettarla. Ivi il monte scende quasi a perpendicolo con una spaccatura, in cui scorre e salta dopo le piogge un piccolo torrente tra fitte boscaglie di rovi e di felci; e sulla spaccatura è buttato un ponticello di legno rustico. Era il luogo dove le due ragazze portavano i loro lavori, i libri, la merenda. Vi rimanevano le mezze giornate a parlar dei piccoli casi del paese, tacevano spesso insieme volentieri, cantavano sottovoce le canzonette delle filande, mescolavano le loro intime confidenze fin dove lo spirito umile dell'una poteva salire alle altezze alquanto vertiginose in cui si sbizzarriva spesso lo spirito dell'altra.
Regina era una pia e sottomessa figlia di Maria. La sua religione era quella del signor curato. Aveva imparato a credere dalla sua mamma, come questa alla sua volta aveva imparato dalla nonna. Di questa scienza fatta coscienza, non che dubitare, Regina non credeva nemmen possibile che si potesse aver un dubbio, come non si dubita del sole che porta il giorno.
Invece la contessina metteva forse nella sua fede troppi capelli rossi. Ribelle alle convenzioni di quaggiù, dal suo spirito indomito era spesso trascinata a rompere anche qualche convenzione di lassù. Quel benedetto eterno paradiso, per esempio, con tutte le sue sedie d'oro in fila gli faceva l'effetto d'un sito noioso.—Se ci vado—diceva per bizzarria di spirito—la prima cosa è di cambiar posto a quegli sgabelli che non si muovon più dalla creazione del mondo…
Ma a giorni di eresie succedevano facilmente moti di grande fervore, in cui la signorina del Castelletto sentiva l'anima allargarsi fino a toccare gli orli del cielo. La felicità l'avvicinava facilmente a Dio. Nella gioia profonda del suo cuore sentiva che era poca una vita, e volentieri abbandonavasi verso una santa dolcezza in cui non le sarebbe dispiaciuto di morire.
Ezio l'amava. A questo pensiero provava una gioia che le faceva quasi paura, Bea conosceva la dolcezza infinita dell'amare, ma questa soavità dell'essere amata le arrivava nuova, immensa e in gran parte ancora incomprensibile. Per quanto nobile o sublime sia l'idea che una ragazza o una donna si formi dell'amore, l'idea è un fuoco dipinto in paragone della fiamma vera o viva che penetra in tutto l'essere e morde le fibre più sottili dell'anima.
Oggi per Flora non c'era più dubbio che Ezio l'amasse. Egli stesso aveva voluto dirglielo non richiesto col più eloquente linguaggio che sia concesso alle labbra dell'uomo. Quei tre baci avevano rivelato un Ezio buono, un Ezio tenero, un Ezio rispettoso, come non era mai stato, nemmeno quando giocavano insieme nelle ombre del giardino o guardavano insieme i torrenti della montagna o vogavano insieme nella stessa barchetta.
Che cosa grande (pensava) che cosa divina la bontà di un uomo che ti ama! la donna non saprebbe mai che cosa è l'immensità e l'infinito se un uomo non la trasportasse colla sua forza al di là di questa povera riva. Era ancora sulle braccia di Ezio che essa faceva il passaggio del mistico oceano. Essa era felice. Dopo una lunga esistenza piena di piccole angoscie e di piccinerie vane dipinte sul nulla, sentivasi finalmente rapita da un fiotto di calda giovinezza in cui rigermogliavano tutti i fiori appassiti e si schiudevano le più segrete essenze della vita.
Come al calore del sole di aprile si squagliano le nevi e scendono a precipizio i bei ruscelli chiari, mentre il sole si purifica dalle nebbie, mentre le rondini fabbricano i nidi sotto le gronde e va per tutta la natura una contentezza intima che fa fremere le foglie degli alberi e delle siepi, così pareva anche a lei d'essere tutta una primavera,
Avrebbe voluto parlar alto e cantare ai tronchi la sua felicità. Fin la sua stessa ombra le era diventata cara, perchè era l'ombra d'una creatura felice.
Sollevando gli occhi alle cime degli alberi tra le punte verdi oscillanti sotto l'azzurro del cielo, stava a lungo colla testa appoggiata alle mani, colla bocca schiusa ad aspirare la contentezza che le faceva parere così bello il cielo e così buono il Signore che vi abita.
A questa contentezza di tutti i sensi si accompagnava un senso d'orgoglio d'aver saputo attendere con pazienza l'ora sacra e predestinata del suo trionfo. Da un pezzo essa considerava il suo Ezio come uno di quei traviati peccatori, colpevoli di spensieratezza che è un onore e insieme una delizia per una donna di condurre al bene. In questa lunga speranza aveva vegliato molte notti, e pregato a molti altari, coltivando il suo amore nel giardino chiuso della immaginazione respingendo ogni altro idolo, piangendo sopra di lui come sopra un figliuolo del suo pensiero.
Ecco, Dio aveva voluto che essa raccogliesse il premio della sua fede.—Tu sai, buon Dio, che io sarei rimasta contenta d'essere la sua umile ancella; ma tu hai voluto ch'io fossi qualche cosa di più. Grazie! che tu sia lodato per sempre! Tu hai fatto sonare nell'anima mia molte corde che sarebbero state mute per sempre: tu mi dai una più viva forza spirituale, una più piena coscienza di me? quest'amore mi viene da te, o Signore, parche non può venire che dal cielo quel che fa felice una creatura.—
Aveva ragione la sua mamma di dire che c'era molto della nonna Celina in questa sua figliuola rivoluzionaria: e che bisognava darle marito.
Tanta era la contentezza e la persuasione che Flora aveva della sua felicità che non diede nemmeno molta importanza al fatto che Ezio, dal giorno fatale della saetta, non si era più lasciato vedere al Castelletto, nemmeno sotto le spoglie di Pomponio Labeone. La dissertazione era rimasta al capitolo del «Manutengolismo» ma Pomponio Labeone non pareva già più quell'uomo diligente che aveva promesso di essere.
Che importava a Flora se da sei o sette giorni non dava più segno di essere vivo? Ezio, il suo Ezio essa l'aveva vivo e grande nel suo piccolo cuore, lo portava con sè, nè c'era bisogno ch'egli si facesse vedere. Oppure spiegava quest'assenza troppo lunga nel modo più semplice e naturale. Ezio aspettava d'essere incoraggiato. Toccava a lei forse di farsi vedere non offesa a Villa Serena e dare un segno di grazia a quel brutto impertinentello. E l'avrebbe fatto: certo, essa doveva andarci appena il suo cuore si fosse sentito pronto ad affrontare per la seconda volta la prova della mitraglia.
E l'occasione venne a tempo nell'invito a colazione che il Cresti portò al Castelletto in nome della zia Vincenzina e di Ezio per festeggiare il ritorno dello zio d'America.
* * * * *
—Ecco il gran giorno!—andava ripetendo Flora in cuor suo—Bisogna che io ci vada con tutte le armi.—Volle per quella mattina essere bella, ben vestita, raggiante di quel poco di buono che Dio le aveva dato. Mai aveva sciolto tanto amido azzurro nella catinella come questa volta per dare consistenza e splendore alla sua gonnella di mussolina. Al collo volle mettere le due fila di corallo rosso che facevano brillare il candore di cigno della sua carnagione; nei capelli bastava che ci fosse un nastro che li stringesse forte nel mezzo e li lasciasse cascare liberi alla greca.
Mentre stava nella sua stanza a dar gli ultimi punti a un paio di stivaletti scuciti, sentì nel salotto da basso risonare una voce sconosciuta, una voce di donna che parlava il falsetto, ma forse più che parlare gorgheggiava con una intonazione di testa, framettendo risate acute ed esclamazioni entusiastiche piene dioh, diah, distupendi, displendidi.