—Chi è e da dove viene questa Cocorita?—domandò facendosi sul pianerottolo con quelle due scarpette in mano. E stette un poco a sentire.
La voce continuava a raccontare alla mamma storie non mai sentite di viaggi, di corse, di matrimoni, di carnevali in Riviera, di gente incontrata a Parigi, a Nizza al Cairo, a Madera e in cento altri siti meravigliosi, in cui madama Cocorita era passata ne' suoi inverni, in compagnia del barone suo marito (madama Cocorita era una baronessa). Ora eran venuti a passar qualche mese a Cadenabbia, sull'albergo, nella speranza di poter acquistare una villa in Tremezzina, di cui il barone suo marito, sovente malaticcio, era innamorato. Parlava quasi sempre lei, madama la baronessa Cocorita, con un tono di festosa declamazione, di piena soddisfazione di sè stessa, gorgheggiando, stridendo sugli acuti come un violino: e solo di tanto in tanto un'altra voce più bassa e querula andava intercalando una frase a mo' d'accompagnamento:—Mio genero el baron l'ha fato—mio genero el baron l'ha dito.
Dopo un quarto d'ora di quel concerto, stando in vedetta sul pianerottolo e spiando dalle gretole delle gelosie, vide uscire una signora—pallida e molto bella, che aveva in testa un gran cappello alla Luigi XV, ornato di larghe piume di struzzo, una figura spagnuola che pareva tolta da un quadro del Velasquez: e accanto a lei vide girondolare un vecchietto piccolo e secco come un baccalà, tutt'ufficioso e complimentoso, vestito di un'elegante stifelius di società che non pareva folto sul suo dosso, da cui uscivano due solinoni acuti e taglienti come trincetti, stretti in una cravattona verde più dell'insalata.
Mentre la mamma accompagnava questi non mai veduti visitatori verso il cancelletto, Flora sentì che la baronessa nominava la bella Vincenzina e quel caro tesoro di Ezio…
—Che c'entra costei con Ezio? chi è, da dove viene questa baronessa dalle piume di struzzo?—e appena vide la mamma ritornare, scese le scale e le andò incontro:—Vuoi dirmi chi è questa Cocorita colle penne di struzzo?
—È un'antica compagna di scuola della zia Vincenzina e venne a cercarla qui, credendo che fosse al Castelletto,
—E quel vecchietto che pare un ombrello in una fodera troppo grande?
—È suo padre, il sor Paoletto: un antico sonatore di clarinetto del teatro Regio.
—E come si chiamano?
—Lei da giovine si chiamava semplicemente Ersilia Baracchi e fu sempre una povera ragazza come noi: ma trovò qualche fortuna sul teatro.
—Ah ora capisco..! È un'ex cantante.
—Sposò un ricco banchiere. Oggi è la baronessa Ersilia Hospenthal, ricca a milioni. Fortuna e dormi, dice il proverbio. È una cara leggierona che non manca di buon cuore.
—E come ha potuto conoscere Ezio?
—Credo che si sian trovati quest'inverno a Nizza in occasione delle regate. Il barone è un gran dilettante di nautica.
—E intende di rimanere qui ad appestare l'aria co' suoi profumi giapponesi?—chiese con un tono rivoltoso la giovine aprendo le finestre del salotto.
—Peccato che tu non abbia potuto vedere i suoi splendidi brillanti.
—Non me ne importa nulla. Spero che non ci seccherà troppo spesso colle sue visite,
—Eh… che cosa ti ha fatto?
—Nulla; ma noi non abbiamo poltrone degne dei suoi milioni.
Colpo di mitraglia.
Flora scese alla Villa insieme alla mamma mezz'ora prima del tempo convenuto per la colazione, colla segreta speranza d'incontrarlo in giardino: ma egli non era lì ad aspettarla alla scaletta della darsena, come si era immaginata, nè si lasciò vedere nel giardino.
Passando davanti alla veranda, sentì invece la voce del Cresti, che parlava col signor curato,
—Faccio un giretto—disse la fanciulla, quando furono per entrare; e corse verso il boschetto delle magnolie, come se sperasse di trovarvi quel che era venuta a cercare o volesse mettere tra lei e il desiderato incontro un nuovo atto di preparazione e di raccoglimento.
Salì e discese la montagnola: e giunta all'imboccatura della grotta, sedette ai piedi di un'antica statua di Diana, in attitudine di donna stanca e smemorata, chiedendosi umilmente con infantile semplicità: —Perchè non era lì ad aspettarmi?
Nella grotta di tufo dove marcivano vecchie casse fuor d'uso, riconobbe una logora carriola di legno, in cui Ezio l'aveva condotta le cento volte su e giù pel viale della montagnola. Erano ancora le stesse piante, o quasi, magre e lunghe, che tremavano all'aria, popolate di tortorelle e di rossignoli: era ancora lo stesso odore di lago misto al più acre odore di canape che fanno marcire alla riva del torrente, un cattivo odore carico di idee buone per quel che suscitava delle antiche memorie. Che cosa era avvenuto di lei che le pareva d'esser così grande in mezzo a queste piccole cose? E perchè tanta paura sul punto d'incontrarsi in quel ragazzo, che l'aveva condotta, docile e obbediente come un buon cavallino, nella carriola di legno? Perdio soffriva già tanto di non averlo visto ai piedi della scaletta, come aveva sognato che ci dovesse essere? Pensò ch'egli fosse a far toeletta. Il signorino mutava di vestiti almeno quattro volte al giorno. Alla mattina scendeva in canotto in tela russa da marinaio: poi faceva colazione colla matrigna in abito da casa: poi usciva in costume di società, e qualche volta si lasciava imbrancare nella compagnia che, in maniche di camicia, giocava alle boccie nel giardino del curato.
Flora non osava pensare ch'egli non fosse lì a riceverla per un sentimento cattivo; ad ogni stormire di foglie credeva di vederlo uscir fuori, tra pianta e pianta, e di sentir le sue mani sugli occhi. Ma la campanella del cuoco suonò il secondo segnale senza che Ezio venisse a scovarla dal suo nascondiglio, lì allora si rassegnò a entrare in casa. Il Cresti la vide subito e corse a prenderla per mano per presentarla a Massimo, che non volle riconoscere nella grande fanciulla, che aveva davanti, la bambinella che si specchiava nei bottoni della montura. Di lei non era rimasta quasi che la gran fiamma dei capelli, diventati un vulcano.
La zia Vincenzina la rimproverò perchè era stata tanto tempo senza lasciarsi vedere; l'abbracciò, la carezzò, le raddrizzò quel che c'era meno diritto in quel suo gran vestito di mussolina, e finì di dirle sottovoce:—Ho un gran discorso a farti, in segreto. A tavola ti ho messa vicino a Cresti: sii gentile con lui.
Il vecchio Andrea venne a dire che la colazione era pronta: e tutti si avviarono verso il salotto.
Egli… egli non c'era ancora. Flora girò gli occhi e fu per gridare: Dov'è?—Il Cresti venne a offrirle il braccio, che essa accettò senza capire dove si andasse.
Si misero a tavola senza di lui: e venne in tavola il secondo piatto prima che il padroncino facesse agli invitati l'onore della sua presenza.
Flora stava già per piangere, quando Ezio entrò in gran furia, chiedendo molte scuse, stendendo la mano allo zio, al signor curato, a Cresti, prendendo il posto tra la zia e lo zio, guardando agli altri cogli occhi vuoti e distratti. Egli fece sapere che per il tocco aveva un'importantissima adunanza del Comitato dei Canottieri al Ravellino, dove sarebbe stata provata la forza di resistenza di due imbarcazioni: si voleva allenare una coppia di barcaiuoli e stabilire una graduatoria di premi; ma questo era nulla. Ciò che aveva scombussolato i suoi progetti e che lo aveva fatto comparire poco grazioso colla cara compagnia era un telegramma urgente dell'amico Bersi, che gli annunciava l'improvviso arrivo del Duca d'Aosta, il presidente onorario del club dei Canottieri. Questo l'aveva costretto a trasformare la sua toeletta; e la compagnia doveva perdonare non solo il ritardo, ma la confidenza del suo vestito mezzo da pescatore e mezzo da gentleman, cioè una maglia da canottiere sotto una giubba nera di società. Oltre a questo doveva anche chiedere il permesso di allontanarsi un po' presto, forse prima che fosse finita la colazione…
—Tutte cose importanti, una più dell'altra—interruppe con un filo d'ironia il Cresti.
—Per te non c'è nulla di più importante d'una conserva di pomodoro… ribeccò il giovine con burbanza.
—Questa almeno è ricchezza nazionale. Ma il vostro correre non vi serve che a pigliar caldo in agosto.
—Sei tu che corri?
—A me basta d'arrivare a tempo…—concluse il Cresti, piegando la testa verso Flora e abbassando la voce come se volesse parlare soltanto con lei e per lei.
—E tu, mio buon zio d'America, come hai ritrovata l'Italia dopo tanto tempo?
—È sempre il paese di Dio…—proclamò lo zio—Gira e rigira, un pezzo di lago come questo non lo trovi in nessun sito. Mi par di ricominciare a vivere.
—L'Italia—volle aggiungere il Cresti—sarebbe senza dubbio il più bel paese del mondo, se potesse essere liberata dagli italiani.
—Non prestare delle brutte parole al più buono degli zii, vecchio selvatico, coltivatore di patate…—gridò Ezio, che lanciava di tempo in tempo un'occhiata all'orologio. I suoi modi erano lieti e cortesi, ma gli occhi no; gli occhi dicevano ch'egli non vedeva l'ora di andarsene.
—Pare che tra voi due sia guerra dichiarata—osservò lo zio Massimo.
—Uno di noi due è di troppo sulla terra..—disse il giovine.
I discorsi a poco a poco si mescolarono e si scaldarono al rumore delle forchette. Massimo aveva cento cose da raccontare di quei paesi di laggiù, della Bolivia, della Venezuela, dell'America centrale: e sentendo di essere ascoltato volentieri, si lasciava andare liberamente a discorrere, provando nella famigliarità dei cari parenti e degli amici il piacere e il riposo che prova il viaggiatore che può, dopo una lunga giornata d'incomoda carrozza, stendere e sgranchire le gambe in una buona poltrona.
Cresti fece una corte spietata a Flora. Lodò il bel vestito di mussolina a bolle bianche e celesti, lodò la collana di corallo, che faceva spiccare il candore marmoreo del collo; lodò le belle mani magre e lunghe, a cui non mancava che una cosuccia sopra un dito…
Mai il solitario del Pioppino era stato così eloquente e poetico; ma sentendosi in quest'assedio spalleggiato dalla madre, dalla zia, da Massimo, trovava nel vin bianco del suo amico Ezio un coraggio di cui quasi aveva egli stesso paura.
Flora stava a sentirlo senza turbarsi, senza ridere, senz'arrossire, senza rispondere, con una impassibilità che poteva parere attenzione:—Perchè Ezio non osava guardarla? perchè questa smania in lui di andarsene? perchè non si era lasciato vedere un momento prima? perchè quei suoi occhi avevano un fondo immobile di noia e di malcontento?
Non si era ancora arrivati al caffè che il giovine, confrontato il suo orologio con quello del caminetto, disse:—Cari miei, bisogna proprio che vada. Me ne duole assai, ma non vorrei che Sua Altezza andasse a Cadenabbia e non ci trovasse.
Pare che tu non abbia soltanto degli amici a Cadenabbia—azzardò con un tratto di sfida il misantropo del Pioppino, che in questa carta un po' arrischiata aveva il suo buon giuoco.
—Cioè?—disse Ezio, coll'aria beffarda di chi accetta la sfida.
—Si dice che sarebbe arrivata anche una certa famosa altezza… Chi me ne ha parlato? credo il Bersi quest inverno, quando tornò da Nizza.
—E se anche fosse, che te ne importa? troncò netto il giovine con un'alzata aspra del viso.
A Flora, che stava parlando di musica con Massimo non isfuggì una sola parola di questo breve dialogo, in cui Ezio affettò quasi del brutto cinismo: e la colpì il modo violento con cui egli uscì senza degnarla nemmeno d'un'occhiata. Cresti rideva del suo buon giuoco—Avete visto? pare che l'abbia toccato sul vivo. Come si chiama, donna Vincenzina, quella baronessa ex cantante di cui parlava quest'inverno il Bersi? Ci deve essere stato un piccolo dramma a Nizza tra lei e quell'altra, di nome spagnuolo. Son le prodezze di questi giovinotti.
Flora si mosse improvvisamente e andò incontro alla Bernarda, che entrava col vassoio del caffè. Glielo tolse di mano e passò a preparare il tavolino e le sedie nella veranda.
Aveva bisogno di essere sola un momento. Oh se avesse potuto buttarsi colla testa in terra, piangere, gridare! Da un'ora non facevano che tormentarla in tutti i modi; ma le ultime parole odiose del Cresti avevano finito col configgerle uno spillo nel cuore. Essa non sapeva nulla del dramma a cui si accennava, ma cominciava a sentire che quella donna dalle penne di struzzo era venuta sul lago in tempo per rompere la sua felicità. Si spiegò l'istintiva ripugnanza che le aveva ispirata la sua presenza: si spiegò l'improvviso mutamento di Ezio, che già cominciava a gustare le dolcezze dello studio e della vita domestica: si spiegò la freddezza delle sue parole, la morte de' suoi sguardi, il suo spirito eccitato e caustico..
Vedendolo passare, mentre si recava verso la scala della darsena, non stette più alle mosse; ma obbedendo all'impetuosa forza che l'avviluppò, gli andò dietro. Egli doveva dirle, almeno, in che cosa si credeva offeso.
Giunta all'ingresso della darsena, sentì la sua voce irritata gridare contro il povero Moschino, che doveva averne fatta una delle sue.
—Chi ti ha detto di toccare il canotto? ecco, asino calzato, ora mi hai fracassato il timone. Ah questa non te la perdono, manigoldo.
—Misericordia!—gridò Moschino con voce atterrita.
Alle parole tenne dietro un brusco e scatenato sballottamento di legni. Ezio era fuori di sè, con qualche ragione questa volta. Quel disgraziato nel maneggiare il suo bel canottoMorning Stargliel'aveva conficcato tra il battello pesante e il muro scabro della darsena con tanta grazia che il delicato timone era saltato via in due pezzi. E questo malanno quasi alla vigilia delle regate! C'era di che morir avvelenato di rabbia. E l'ira gli andò così veemente al cervello, che saltando dal canotto sul battello, con quel pezzo di timone rotto in mano, Ezio, preso il ragazzo per il petto, dopo averlo inchiodato sul muro, gli picchiò quel legno sulla zucca, fin che ne restò un mozzicone. Il sangue colò abbondante sul viso del ragazzotto, che andava gridando:—Padron, misericordia!
—Tu non sei amabile, stamattina—disse improvvisamente la signorina del Castelletto, scendendo gli scalini e comparendo non invitata e non aspettata ad assistere a quella brutta scena.—Nemmeno le bestie si trattano così.
—Ma le arcibestie sì—ribattè Ezio senza scomporsi. E continuando nelle sue minaccie, come se Flora non ci fosse, seguitò:—E pensa a sbrattare da casa mia, brutto imbecille. Non dò da mangiare alle bestie che mi rovinano i canotti, io.
—Ora hai gridato abbastanza—interruppe Flora che in questo frattempo s'era chinata a bagnare il fazzoletto nell'acqua e cercava di fermare il sangue della piccola ferita. Poi persuase Moschino a non dir nulla e a tornare in casa dove sarebbe venuta subito anche lei. Il ragazzo obbedì. Allora la fanciulla, che la pietà e lo sdegno rendevano animosa, si volse di nuovo al signorotto di Villa Serena e gli disse:—Prima di cacciar questo povero ragazzo dalla tua casa, dovresti cacciare quel brutto diavolo che hai indosso.
Essa fremeva tutta. Commossa alla vista del sangue e dell'ingiustizia, la Polonia si sollevò e parlò chiaro in tono di sfida, in cui entravano dei personali risentimenti.
Ezio, lieto in cuor suo che essa gli offrisse così a buon mercato il pretesto di rompere le buone relazioni diplomatiche, si alzò nel mezzo del battello e parve un gigante sotto la volta bassa e tenebrosa della darsena. Nella maglia bruna che lasciava nudo il collo e nude le braccia abbronzate dal sole il suo corpo di giovine atleta si disegnò nella plastica bellezza d'un busto di bronzo. E anche l'atteggiamento ebbe del plastico, quando, appuntando verso Flora quel mozzicone di timone che aveva in mano, le disse con un sottile sarcasmo:—Contessina, quando voglio ricevere lezioni da lei so dove sta di casa.
—Ezio!—gridò la povera Flora, opponendosi con un supremo sforzo a un fiotto largo di lagrime, che minacciava di soffocarla:—Perchè sei così cattivo con me stamattina?
—Son quel che voglio essere, in casa mia—ribeccò con collera nervosa.
—Sai che ti voglio bene, Ezio—si lasciò condurre a dire la poverina con un'espressione umile di supplica; ma Ezio, aveva già col remo distaccato il canotto, che scivolò a un secondo colpo fuor della darsena nella luce aperta e svoltò dietro l'argine d'ingresso.
Essa rimase lì sull'ultimo scalino, coi piedi quasi nell'acqua mossa, in cui la persona vestita di chiaro si sconnetteva tutta in una figura tremula e convulsa.
—Sai che ti voglio bene…—stava per ripetere, mentre stringeva la testa nelle mani, come se anche lei fosse stata percossa e tutto il sangue uscisse da quella ferita.—Ezio! Ezio!—avrebbe voluto gridare, scendendo in quell'acqua oscura per corrergli dietro; ma il suo orgoglio si ridestò impetuosamente e non volle più ch'essa piangesse e pregasse. Essa non aveva bisogno di avvilirsi fino alla viltà di quell'uomo. Se egli si era abbassato fino alla menzogna e se da una menzogna cercava di riscattarsi con una violenza, perchè doveva essa seguirlo nel suo fango? no, morire prima: piangere mai!
Intanto il signor vice ammiraglio con una vigoria di colpi che facevano volare il leggiero canotto sul pelo dell'acqua, pigliava il largo come un contrabbandiere che sa come, perduto il momento propizio, non si passa più. Da una settimana andava studiando il suo piano per far capire a una ingenua che non bisogna credere troppo ai temporali d'amore.
Acquazzoni di montagna! egli aveva voluto semplicemente scherzare.
Con un pizzico di malafede diplomatica oggi poteva dimostrarle che il torto è di chi si mescola negli affari altrui.
—Piglia il tuo tempo mentre passa; (diceva accanto a lui un cattivo diavolo) nelle guerre d'amore vince chi fugge.
Poichè l'animo non era del tutto pervertito bisogna anche dire che un senso di malcontento, quasi di rimorso, gli faceva parere pesanti i remi: ma il suo diavolo, seduto in poppa, al posto del timone spezzato, andava soffiandogli negli orecchi:—Via, via, alla larga dalle ragazze che piglian l'amore troppo sul serio.
Trista ebbrezza di cattivo vino.
Ezio, accettando l'invito del barone, recavasi una mattina a far colazione a Cadenabbia.
Sul battello s'incontrò in Erminio Bersi, che veniva dalla Brianza, e che era stato invitato anche lui nella sua qualità di segretario della società dei canottieri, della quale il Barone Samuele Hospenthal era uno dei soci fondatori.
Il Bersi, un vecchio giovinotto dalla faccia rubiconda e grinzuta sotto i capelli precocemente imbiancati, raccontò di aver trovato Lolò a Merate tutto in faccende nel sostenere la candidatura di suo cugino il Marchese di Roncaglia; ma lo sport politico non gli avrebbe impedito di essere sul lago il giorno delle Regate.
—Sai chi ho visto a Como? ed abbiamo viaggiato sul battello insieme, fino ad Argegno, dov'è discesa, probabilmente diretta in Val d'Intelvi in compagnia del suo vecchio americano. Ha promesso di venire anche lei sul lago per le Regate dopo che avrà condotto il suo vecchio arcimilionario a vedere il lago di Lugano. Tu sai di chi parlo.
—Di Liana. Le hai parlato?
—Ha voluto presentarmi al suo vecchio miliardario, una specie di baccalà cotto nel petrolio, che la copre di diamanti; ma mi ha fatto capire che si annoia e mi ha chiesto di te.
—E tu che cosa le hai risposto?
—Ho detto che Ezio Bagliani si è dato interamente allaGiurisprudenza.
—Precisamente..—confermò con secchezza il giovane.
—Dice che tu sei stato troppo cattivo con lei.
—Oggi o domani bisognava che io venissi a questa decisione. Potrei risolvermi anch'io a prender moglie.—Ezio rise cogli occhi, mentre offriva una sigaretta all'amico. Poi per girare il discorso gli domandò:—Conosci il barone?
—Da un pezzo, ci siamo trovati tre anni fa ai bagni dell'Ardenza.
—Che uomo è?
—Uomo di molto ingegno, acuto come una lesina, che sa mescolare l'utile al dolce, non privo di ambizione, che aspira a rendere qualche grosso servizio alla deplorata finanza italiana. Non è l'Apollo del Belvedere, poverino, con quella fronte a pera, con quel naso da pappagallo, con quegli occhi da formica, che son sempre in cerca di occhiali; ma è una testa che pensa. Conosce egualmente bene un quadro d'autore come un titolo di rendita, e mentre ti espone un programma finanziario, è capace di citarti un verso di Orazio.
—Che tu forse non sei capace d'intendere.
—È il nostro torto, Ezio. Il mondo, mi persuado sempre più, è di chi sa.
—Paf! esclamò Ezio, picchiando un colpo di mano sul panciotto del vecchio giovinotto. In un altro momento il Bersi avrebbe dovuto pagare l'onore di aver pronunciata una sentenza così seria: ma costui nicchiando continuò:
—In quanto alla baronessa pare che tu la conosca meglio di me; dicono che ella sappia, come Rossini, pigliare il suo bene dove lo trova: ma è d'una imprudenza fenomenale. Avviso al lettore.
Ezio non diede segno di capire, ma si mosse per salutare la bella marchesa Lenzi che montava sul ponte in compagnia di due giovinette sue nipoti e di don Gino Corsi. La Lenzi, che dopo aver divorata tutta la sua parte di felicità, s'era consacrata a procacciare quella degli altri, presentò il giovane Bagliani a Fanny e a Mimì che risposero con vigorosishake hands. Il Bersi ridendo gli disse sottovoce:—Essa ti cova…
La riva e lo sbarco di Cadenabbia erano affollati. Le belle giornate, le prossime regate, il passaggio grande dei forestieri, che incominciavano a piovere dall'Engadina, rendevano la stagione sul lago molto promettente.
—C'è anche il professore—disse il Bersi, mentre il battello si accostava al ponte.
—Che professore?
—Non conosci il sor Paoletto Baracchi celebre professore di clarinetto? eccolo, quel vecchietto che agita il cappello. È il babbo della baronessa, un ometto modesto, allegro, rassegnato, che gode il papato all'ombra di sua figlia. Credo che sia l'uomo più felice del mondo. Mangiare, bere, viaggiare e trovar tutto pagato per uno che ha soffiato trent'anni in un pezzo di legno, si può dare di più?
In un gruppo in disparte Ezio riconobbe la baronessa che gli sorrise al di sotto d'un cannocchialino d'avorio che teneva agli occhi. Vicine a lei eran altre signore, tra cui due giovinette alte, bionde, di tipo esotico, due Russe che viaggiavano sole il mondo. Il barone Samuele col suo contegno umile, d'uomo che digerisce male, faceva da cicerone a un grosso signore, un tedesco all'aspetto, che approvava tutto quel che sentiva dire. Le presentazioni furono fatte sul piazzale dell'albergo. Il barone presentò i suoi amici, il nobile Ezio Bagliani e don Erminio Bersi, al commendatore Zuccani, segretario particolare di S. E. il Ministro delle Finanze al signor Ignazio Bühler, direttore della Banca federale, presidente anche lui del club dei Canottieri di Zurigo.
—C'è voluta proprio tutta la forza di Samuele per averla una mattina con noi, Bagliani—disse la baronessa, mentre serrava con una segreta corrispondenza massonica la mano di Ezio. Questi cercò di soffocare una prima emozione, mettendo in canzonatura le sue grandi occupazioni, i restauri alla villa, le regate, gli studi, le Pandette e Pomponio Labeone.
—Sì, sì, tutte belle cose, ma noi abbiamo bisogno dei nostri amici—disse la baronessa, infilando il suo braccio pesante in quello del giovine.
Ersilia Baracchi maritata al Barone Hospenthal, bella sempre nella sua floridezza di donna leggiera e sciocchina, quella mattina poteva parer bellissima anche per la singolarità del suo modo di vestire. Non più penne di struzzo in testa, ma un cappello di paglia o piuttosto un cestello di spighe e di papaveri. In dosso aveva una giacchettina a vita, di sottile stoffa inglese paglierina con risvolti gialli, sopra una sottana della stessa stoffa a pieghe pesanti, che non arrivava a nascondere gli stivaletti alti di montagna e sulla quale cascava da uno dei lati una borsetta di cuoio di Russia. Gli alti guanti svedesi che le stringevano il braccio fino al gomito e il parasole dal lungo bastone di bambù colla punta ferrata compivano il suo costume di driade calzata, che poteva far sorridere le vere dame dell'eleganza; ma che essa portava bene colla disinvoltura della seconda donna, che ne ha portati di più stravaganti.
Prima di entrare nell'albergo, dove li aspettava la colazione, la baronessa si voltò a salutare le signorine Sanin, le due sorelle russe, e diede loro un prossimo convegno.
—Io dovrò presentarla a queste signorine, caro Bagliani, per combinare con loro qualche bella gita in montagna. Sono innamorate dell'Italia, dei nostri laghi, del nostro canto… e di me.
—Poco merito!—balbettò Ezio guardandola negli occhi. Che cosa le volesse dire con quello sguardo non sapeva bene nemmeno lui; ma poichè era venuto a questo invito e gli capitava l'occasione di divertirsi con questa mimica, non voleva venir meno allo spirito della situazione. L'anima superficiale e la coltura rudimentale di una donna che scrivevaEzzioedErsiglianon potevano commuovere troppo profondamente i gusti aristocratici di un raffinato, come il nostro vice ammiraglio, che aveva navigato nei golfi più oscuri dell'amore; ed era stato ben lieto che le scenate di Nizza (dove Liana, come si raccontava, aveva preso a schiaffi la baronessa in pieno giardino pubblico) l'avessero liberato da un pericoloso perditempo e gli avessero data la forza di rompere una vecchia catena.
Ora che si trovava in un momento di raccoglimento spirituale, non avrebbe voluto ripigliare il giuoco, se non fosse stato il bisogno di opporre qualche distrazione al suo rimorso e di strapparsi alla seduzione, forse più pericolosa, di Flora.
La baronessa tornò a ripetere il suo progetto di una bella gita in montagna.—Sento che quassù c'è un'alpe dove si può anche riposare la notte. Non ho mai passata una notte in montagna. Ci deve venire anche lei, Commendatore—soggiunse volgendosi al giovine segretario particolare che era sempre in moto a cercare il cordone degli occhialetti tra i peli della barba nera e folta.
—Ovve va la bbaronessa è ssempre un sentieru fiuriddu—declamò l'illustre uomo politico, alzando il mento e socchiudendo gli occhi, come se recitasse una formola sacramentale.
—E voi, Buhler, siete alpinista?
—Fin dove arriva il barone, madama—rispose in discreto italiano il direttore della banca federale, ridendo colla traboccante giovialità d'uno svizzero contento di sè.
Il Bersi si lasciò acchiappare dal sor Paoleto, antica conoscenza, che cominciò a ricordargli certe misteriose scappate fatte insieme a Viareggio e a Chiavari nelle rosticciere popolari dei calli, dove più che aria si respira pesce fritto.
Il vecchietto dagli occhi vivi, dalle guance infossate, come se il lungo soffiare le avesse sgonfiate, solido e frettoloso come un frullino, conservava al disotto della sua nuova felicità e del signorile benessere che godeva in casa del baron suo genero, i gusti dell'antico e modesto filarmonico e il suo piacere più forte era di scappar dalla soggezione dei pranzi di lusso dei ricevimenti, per correre a soddisfare la gola con un bel piatto di spaghetti al pomodoro,non tropo coti, o di pescheria alla genovese, mangiata in tre o quattro amici sotto un pergolato d'osteria. In queste circostanze, se trovava un po' d'incoraggiamento, faceva sentire ancora il clarinetto che da sei o sette anni dormiva scomunicato nel vecchio astuccio.—Scarso e sottile nei vestiti ancor buoni che il genero milionario gli faceva (con ben intesa economia) portare, volonteroso e sempre pronto a render sevigio a tutti, il sor Paoleto non era un uomo inutile in quella gran casa senza figliuoli; curava i pappagalli, accompagnava a spasso la Tota, una vecchia cagna stanca di vivere, portava lettere, involtini, ambasciate alle sarte e alle modiste di sua figlia la baronessa e durante il tempo che i figliuoli giravano all'estero, solo, nella gran casa di Milano, restava a custodire le bestie, di cui mandava le preziose notizie fino a Parigi, a Madrid, in Egitto.
La colazione fu preparata in un elegante salotto dell'albergo, che faceva parte del quartierino che il barone aveva scelto per sè nell'angolo più ombreggiato: e fu servita con una grande profusione di piatti, di vasi, di fiori.
Bellissimi mazzi d'orchidee, dalle forme più strane e contorte, s'intrecciavano fra i trionfi di cristallo sopra un tappeto di fiori teneri dai colori delicati steso come un tovagliuolo nel mezzo della tavola. Altre orchidee dalle corolle fantastiche in mezzo a foglie vellutate e screziate come stoffe riempivano i vani delle finestre, che davano sul verde nero dal boschetto, da cui veniva un chiarore caldo, che moriva lentamente sulle argenterie, sulle cornici d'oro e sugli specchi del bel salotto tappezzato di cuoio.
Si vedeva in quell'apparato di sfarzo e di ricchezza l'intenzione di far colpo o sul segretario generale o sul direttore della Banca di Zurigo, o su tutti e due. Il barone, che sapeva così bene far qualche economia sui vestiti smessi, sapeva anche spender bene quando voleva dare un saggio della sua potenzialità economica. Cattivo stomaco, logorato da una vecchia dispepsìa, per conto suo mangiava come una gallina e non beveva che vino comune molto allungato in una quantità straordinaria di acqua di Vichy: ma conosceva troppo bene gli effetti psicologici che un buon pranzo e delle buone bottiglie producono nelle disposizioni umane. Da un anno Samuele Hospenthal, quest'uomo sempre in preda a crampi di stomaco, andava tra una stazione e l'altra della sua vita vagabonda preparando gli elementi per la costituzione di una forte Banca italo-elvetica, che doveva aver sede in Milano con appoggi solidi nella Banca Romana, che già fin d'allora godeva le simpatie di molti deputati: e siccome tutto faceva prevedere un vicino patatrac, il barone avrebbe voluto prepararsi a rilevarne le rovine con una forte organizzazione Bancaria, che fosse lì pronta a sostituirsi. A questo solo intento, tra una regata e l'altra, quell'uomo sobrio che per risparmio di respiro non finiva mai un discorso, aveva trovato il tempo di fondare e di sostenere due giornali, ilCorriere Commercialedi Genova, el'Eco della Borsadi Napoli, che andavano da sei mesi preparando un terreno propizio.
La baronessa fece sedere alla sua destra il Segretario generale che bisognava carezzare e alla sinistra Ezio Bagliani, il piccolo ribelle; in faccia aveva il marito tra Buhler e Bersi. Il sor Paoleto, per non rompere la simmetria aveva mangiato prima allatable d'hôte, ma si riservava di far onore alpunch frappéquando fosse venuto.
La conversazione corse rapida e animata tutto il tempo che durò l'elegante servizio fatto sotto la direzione stessa di monsieur Detraz, il maggiordomo, con un ordine silenzioso e colla precisione degna d'una cerimonia religiosa. Il cartello della mensa cominciava conoeufs brouillés aux truffese finiva colpunch frappépassando attraverso a deirougets grillés, a uno squisitofilet de chevreuile a piatti riboccanti di frutti e di confetture.
Nè meno squisita fu la lista dei vini che un cameriere biondo come Apollo, versò di seguito in una serie di bicchieri di cristallo degradanti come una zampogna, dal bianco Chablis, dal Bordeaux lucente come sangue vermiglio, allo Champagne biondo e spumante che traboccava fremendo dalle coppe fragilissime.
Era la calda abbondanza della buona tavola, a cui Ezio col vigor lieto de' suoi ventiquattro anni, sotto l'occhio carezzevole d'una bella donna che lo desiderava, fece un superbo onore. I discorsi seguitarono a riscaldarsi nel tepore delle vivande, che spandevano un acre odore di salse in quell'aria già carica del profumo dei fiori. Si parlò di politica, di regate, del lago di Como, in paragone coi laghi svizzeri, delle brutte notizie di Sicilia dove si faceva nuovamente sentire l'azione rivoluzionaria dei Fasci socialisti. Il Bersi, che era sempre un po' sfrenato nel bere, non trovava che un rimedio ai torbidi:—Polvere e piombo.. come il general Radetzky soleva fare coi milanesi nel 48. Finchè l'idra avesse avuta una testa (e i capi bisognava fucilarli subito) la Sicilia non avrebbe mai ricuperato la sua quiete: ma il guaio d'Italia—soggiungeva il vecchio giovinetto, chiedendo scusa a sua eccellenza il commendatore Zuccani—il guaio era tutto nella debolezza del Governo.
Il Commendatore si permetteva di osservare che la questione era complessa: che veramente un po' di miseria c'era laggiù.
—E non soltanto laggiù,—aggiunse il barone.
—E non soltanto in Italia—appoggiò il direttore della Banca federale.
—Quel che occorre è una buona circolazione monetaria e un coordinamento più razionale delle banche.
I tre illustri uomini avviarono su questo argomento una discussione piuttosto animosa, in cui entravano e il cambio traiettizio, e l'arbitraggio bancario e la massa di rispetto e il fondo di riserva, e altre astruserie di questo genere, che si accendevano come d'una lieta fiamma passando nella trasparenza dei bicchieri.
Il Bersi, che cominciava a veder confuso, si lasciò trascinare nel vano d'una finestra dal sor Paoleto che, tenendo il calice delpunch frappéfra le dita, gli spiegò minutamente come si debba trattare lo stoccafisso salato, se gli si vuol conservare il suo aroma di mare; niente burro, ma olio, olio purissimo, con qualche soluzionetta di acciuga.
Ezio si lasciò trascinare anche lui dall'onda del l'ambiente. Venuto per soffocare un'idea cattiva in un cattivo vino, il vagabondo non dolevasi di trovare nel vino qualche dolcezza. Nei fumi dell'ebbrezza, le figure del giuoco gli si confusero in mano ed egli si trovò di prender gusto alle parole insinuami di una donna, di cui sentiva il fascino fisico.
La baronessa che i calori dello Sciampagna resero ben presto irriflessiva lo dominava già cogli occhi, e lo esaltava col rapido contatto delle mani, non gli lasciava quasi più tempo di riflettere.
—So che mi hai vendicata—gli disse una volta sottovoce, dandogli di punto in bianco del tu, come se tra loro fosse già roba intesa.
—Di chi?
—Di quella svergognata tua spagnuola. È vero che l'hai battuta prima di cacciarla via?
—Chi l'ha detto?
—Lo so.
Il pericolo della conquista che stuzzica sempre quel residuo di cavalleresco ch'è nel fondo di ogni giovine elegante, l'attrattiva del frutto proibito, l'idea che tra cinquanta possibili adoratori di una donna essa sceglie te, e per te è pronta a sacrificare la sua tranquillità, dovevano a lungo andare produrre nel giovine Bagliani, che vantavasi come un uomo positivo, una cieca esaltazione, degno castigo del suo peccato.
Ben presto egli non seppe più distinguere se parlasse in lui più forte l'amore o l'orgoglio, o dove l'uno cedesse il terreno all'altro; ma si sentì travolto da tutte e due, come da due cavalli eccitati e sfrenati che trascinano un piccolo cocchio di paglia.
—Il caffè andremo a prenderlo nel chiosco—disse la baronessa alzandosi; e impadronitasi del braccio del giovine Bagliani, lo condusse verso il giardino. Gli altri seguirono infervorati, nei loro discorsi, in cui la digestione mescolavasi alla riduzione della rendita, allo scioglimento dei Fasci socialisti e alla non mai provata squisitezza di una pizza napoletana abbrustolita con pane grattugiato.
—Tu mi dirai tutto quello che è accaduto. Sapevi che sarei venuta a cercarti? non hai ricevuto una mia lettera da Parigi? Noi resteremo qui, sul lago, fino a ottobre e tu devi aiutarci a cercare una bella villa. Samuele è disposto a spendere quel che occorre e a me non sembrerà vero d'essere così vicina a te. Tu sai quel che ho sofferto dopo quella brutta scena di Nizza. Tu mi devi dare un giorno o l'altro quella donna nelle mani. Ho bisogno di flagellarla…
E rompendo in una risata comica, come se si burlasse di questa sua ferocia, soggiunse:—Ma che m'importa di lei se tu sei mio?
E intanto entravano nel piccolo chiosco costrutto in una foggia tra il turco e il chinese nel fondo di un boschetto di pini, con piccole finestre a vetri colorati, che versavano macchie rossastre e giallastre sui pochi mobili che arredavano l'interno…
* * * * *
—E ora dammi una sigaretta…—riprese la baronessa, E colla sigaretta in mano discese ad aiutare Ignazio Buhler che pienaccio di corpo e alquanto squilibrato dal vino, stentava a scalare gli ultimi gradini.
Fu servito il caffè coi liquori nell'ombra verde di quel boschetto, in cui, tratto tratto, ai grandi discorsi di economia politica osava mescolarsi il trillo di un usignolo.
Una benedizione.
La settimana che precedette alle Regate furono per Regina giorni di trepidazioni e di pensieri. Amedeo aveva accettato di entrare nella gara dei battellieri e di rappresentare con Tremezzo anche gli altri paesi minori, che stanno ai piedi del monte Crocione e tutto lasciava sperare ch'egli avrebbe battuto questa volta quei di Dongo, che da tre anni portavan via la bandiera.
Regina era in cuor suo orgogliosa, ma non c'è gloria senza palpiti. Nella sua paurosa modestia avrebbe voluto che quel benedetto giorno fosse già passato. Dopo le Regate si sarebbero celebrate le nozze: ma già gli occhi della gente erano addosso a lei, come se toccasse a lei di dar forza e coraggio ad Amedeo. Per conto suo poco ci aveva a guadagnare il giovine, se anche avesse vinto tutte le bandiere del lago, come poco ci aveva a perdere se quei di Dongo o d'altri siti l'avessero battuto: la loro gloria ormai, era un'altra: anzi le pareva che tutta questa gente che s'immischiava tra lor due portasse via la parte migliore di quella contentezza, a cui dopo due anni di aspettazione e di segreti sospiri, avevano diritto. Tuttavia, se Amedeo avesse battuto veramente quei di Dongo e fosse tornato con quella benedetta bandiera in mano, acclamato vincitore, portato in trionfo dai compagni, messo al di sopra di tutti gli altri, le pareva che sarebbe stata una bella consolazione di più.
Intanto coll'aiuto e coi consigli della signorina del Castelletto lavorava a preparare il costume da battelliere, che era fissato in una blusa di rigatino turchino con filettature bianche, nastro turchino nel cappello tempestato di stelle bianche.
Questo piccolo corredo non fece dimenticare quell'altro. Bortolo che non aveva tempo o non voleva spendere i denari di un viaggio fino a Como, pensò d'incaricare un mercantello ambulante, di quei che vanno colla cassetta sulle spalle a vendere tela e minuterie alle donne, di portargli un assortimento di stoffe, cercando di combinare il buon gusto colla non troppa spesa.
La casetta al torrente era stata imbiancata di fresco: l'aria e il sole entravano da due parti ad asciugarla.
Maria Giulia, la mamma di Amedeo, ci aveva lasciato un paiuolo, un calderotto, un armadio da cucina, quattro sedie e un laveggio: il padre della sposa avrebbe provveduto il letto, i canterani e la biancheria: alle gioie voleva pensare Amedeo colle duecento lire delle Regate, che bisognava vincere e con qualche altro risparmio messo in disparte.
La signorina del Castelletto prese sopra di sè l'incarico degli addobbi, delle tende alle finestre, dei quadri e della Madonna a capo del letto, che volle appendere essa stessa. Tutto l'appartamento degli sposi consisteva in quattro stanze, due al pian di sopra, due a terreno, che servivano anche di scuola ai bambini dell'asilo con un piccolo chioso verso la riva ombreggiato da quattro piante di fico; ma come non è mai disgrazia quando il frumento trabocca dallo staio, così non è male che la felicità sia più grande della casa che abita.
Quei due figliuoli, alla loro maniera semplice eran proprio felici, di quella felicità che non perde il tempo a definire sè stessa. Essi non discorrevano mai del bene che avrebbero trovato in quella casetta presso il torrente, per quella quasi paura che la gente incolta ha della luce che esce dalle sue più vive emozioni; ma vi guardavano ansiosamente come a una grossa moneta d'oro riposta che non conviene buttare in spiccioli. Dei due, forse il più imbarazzato davanti a questo avvenire era lo sposo, perchè era il meno ignorante dei misteri della vita, mentre la sposa, nell'innocenza sua, ci andava fidente come a un dovere voluto e benedetto da Dio: ma entrambi sentivano di essere sicuri di quella felicità che ha le salde radici nei bisogni della natura, che fiorisce e muore naturalmente nell'aria aperta e nel benefico calore del sole.
È in mancanza di questa felicità naturale che i signori inventano le serre e storpiano i fiori. Chiusi essi stessi in una atmosfera di bisogni artificiali, non le copiose rugiade del cielo rinnovano e rinfrescano le piccole radici sepolte in angusti vasi di porcellana, non il caldo del sole rinforza i gracili steli tenuti ritti dalle posticcie convenzioni. Vivono i poveri germi, senza terra di sotto di una vita tutta superficiale, come le muffe e gli agrifogli selvatici che rivestono le pareti di un umido sepolcro. Basta un soffio di novembre a irrigidire tutta questa vegetazione di salotto.
* * * * *
Se ne accorgeva già la povera Flora, per cui la felicità non era durata più di quel che dura una goccia di rugiada sul filo di una ragnatela. L'illusione era caduta e ora non le restava che di mostrare il suo amaro disinganno. Quando fu veramente persuasa che essa si era inebriata in un bel sogno, e che Ezio la respingeva per ricuperare brutalmente la sua libertà, credette per un istante di morire. Livida, coi lineamenti stravolti, passava molte ore al buio, buttata sul letto, fingendo degli atroci mali di capo, fin che sentiva la mamma che veniva a cercare di lei. In presenza sua e più ancora in faccia agli estranei, sapeva trovar la forza di nascondere il patimento del suo cuore e l'avvilimento mortale in cui l'aveva gettata la sua credulità; ma appena sola, ricadeva in quella cupa tetraggine, che è come l'ombra della morte. Idee cupe passavano nel suo cervello e la spinsero una volta ad aprire il vecchio stipo e a trarre da un nascondiglio il pugnaletto ancor col sangue rappreso, che aveva un giorno vendicato l'onore dei Polony. La sua testa in fiamme non sognava che incendi e distruzioni.
Perchè, quando ci pensava, la situazione non era più quella di prima, nè essa poteva dire a sè stessa che Ezio da allegro egoista aveva diritto di ripigliare una posizione perduta: no, non era più la stessa cosa. L'antico equilibrio non poteva più essere ristabilito con un semplice atto di volontà. Ezio l'aveva ferita al cuore e il cuore perdeva il suo sangue dalla ferita. Perchè l'aveva onorata se era sua intenzione d'oltraggiarla? perchè accendere una gran fiamma per soffocarla in un mucchio di cenere… la cenere della sua povera vita? e più si sprofondava in queste considerazioni, più andava persuadendosi che qualche cosa di nuovo era intervenuto a rendere impossibile la pace tra lei e il signorino della Villa Serena.
Che Ezio la sacrificasse al suo egoismo: che per amore di tutte le vagabonde del mondo la lasciasse languire in un'inutile speranza era storia antica: cosa dura, ma la poteva accettare, perchè sentiva di essere sacrificata al suo egoismo, cioè alla parte più forte di lui; ma che ella dovesse fare questo sacrificio a una donna… a quella donna che entrava repentinamente a portarglielo via… Alle belle Liane, Ezio non cercava che i passatempi della sua età, e una povera creatura innamorata poteva ben restar di fuori al freddo ad aspettare, come la moglie del cattivo operaio sta sull'uscio d'una bettola in attesa ch'egli esca per ricondurlo a casa. Ma questa signora dalle penne di struzzo, questa baronessa, questa donna maritata era venuta in un momento sacro ad avvilupparlo colla fatale passione che accieca e che perde. Non più giovine, ma forte della terribile bellezza che non vuol abdicare, l'ex cantante era venuta apposta (se Cresti diceva il vero) per riprendere possesso d'un tesoro contrastato, farne ludibrio delle sue basse sensazioni.
Davanti alla invasione indecente di questo male, il suo antico e modesto altare era andato travolto e distrutto. Ezio non sarebbe più tornato a lei, o non poteva tornare se non quando era troppo tardi per tutti e due. Nè essa l'avrebbe voluto più riavere, uscito da quelle mani. L'orgoglio del suo sangue rifiutavasi a bassi perdoni; ma intanto la sua misera vita soffriva come se il destino feroce la facesse morire tra le verghe.
La mamma aveva avuto ragione di dire che col fuoco non si scherza: ma una Polony discendente da eroi, poteva anche dimostrare al mondo che si può ridere e cantare anche in mezzo alle fiamme, quando sorregge un'altiera fierezza. Ma per far ciò bisognava chiamare tutte le forze più superbe intorno al cuore, affettare un sublime disprezzo per ciò che umilia, farsi vedere più occupata di altri che di sè, evocare qualche dovere più grande in cui potesse star sepolto il suo disinganno.
La mamma andava parlando di Cresti, del buon Cresti, del poveroCresti…
Non sarebbe stata la migliore delle vendette?
Non osò fermarsi su questo pensiero, ma non osò nemmeno respingerlo. Nella tempesta della sua vita Cresti era uno scoglio, in cui poteva tanto approdare come rompersi la sua barca.
Per opporre pensieri a pensieri, cose a cose, per tutta la settimana che precedette alle Regate volle mostrare di prender parte alle angustie di Regina e ai voti che tutti quelli del paese facevano per il trionfo di Amedeo. Non potendo star seduta in casa, usciva cinque o sei volte al giorno, per recarsi ora alla casetta degli sposi, ora alla Villa Carlotta, provando spesso la sensazione paurosa di una persona che fugge colle vesti in fiamme.
* * * * *
Un giorno sul piazzaletto che si allarga davanti alla fattoria, tra la chiesa e la riva, trovò seduti all'ombra dei platani il vecchio Bortolo, e la moglie sua Santina, Maria Giulia, la madre di Amedeo, in contemplazione d'un armadio che un vecchietto lungo con un collo lungo, munito d'un grosso pomo di Adamo, aveva collocato sul muricciuolo della sponda e teneva aperto come un tabernacolo.
Il mercantello detto il Cernobbio andava levando dal tabernacolo e spiegazzando sui ginocchi dei clienti una stoffa di mezzo cotone e mezza seta ch'egli assicurava essere un merinos garantito, di un colore solido che non sarebbe scomparso nemmeno a usarlo, parlando con poco rispetto, per strofinaccio dei piatti. Provassero, toccassero, palpassero: lui non aveva premura…—E per dimostrare la sua pazienza trasse una pipetta e le diede fuoco.
Bortolo levò dall'astuccio di cartone i grossi occhiali; se ne fortificò il naso e cominciò a stringere nei grossi polpastrelli di vecchio giardiniere il tessuto fino e scivolante: ma non volendo arrischiare un giudizio stette a sentire il parere delle donne.
La Santina, nella sua prudenza, dopo aver esaminata la stoffa attraverso la luce, disse bruscamente:—Possiamo vederne qualche altra?
—Finchè ne volete, la mia gente, e se non vi contento oggi voglio accontentarvi domani—disse il Cernobbio sciogliendo un'altra pezza di stoffa color acqua di mare, un alpagàs finissimo, che avrebbe fatto soggezione a una principessa.
Ricominciarono le trattative. Maria Giulia trovava che il Cernobbio diceva più spropositi che parole. A Como essa aveva visto e toccato della roba cento volte più sostanziosa per un terzo del prezzo che metteva fuori quel disgraziato mercantello.—Ora capisco perchè vi s'ingrossa il pomo d'Adamo: son lo vostre bugie…—finì col dire la mamma di Amedeo, una donna ancor viva e forte coi cappelli bianchi, che cascavano sui pomelli rossi delle sue guance essicate.
Bortolo a quel proverbio del pomo di Adamo non potè trattenersi dal ridere, mentre la Santina mostrava il desiderio di veder qualche altra cosa.
—Che il mio pomo d'Adamo possa cascarmi nell'ugola e strozzarmi, se questa roba non la pago io alBon marcêdue lire e settantacinque. Ma io non voglio far più prezzi: li farete voi i prezzi: anzi li farà questa bella signoretta che mi conosce da un pezzo e che sa quel che costa la roba bella.
Flora dovette intervenire, pigliar posto sopra una sedia, metter le mani nelle stoffe che il mercantello andava cavando fuori dal tabernacolo come se fosse il pozzo di San Patrizio.
Labrevache comincia a spirare sul mezzodì si mosse e mosse le foglie dei platani, agitando le ombre e le luci di quell'angolo in cui sedevano i piccoli bisogni di una modesta famiglia.
Mentre duravano le trattative e i tira tira sui prezzi, Regina, uscendo dalla fattoria, venne a dire:—Vedete un po' e dite quel che vi pare…—Dietro di lei seguiva Amedeo nel suo costume nuovo di battelliere, con una tunica turchina dai risvolti bianchi e le stelle bianche nel nastro del cappello. Le donne gli si misero intorno e lo fecero girare sulle gambe. Chi suggerì di trasportare un occhiello, chi avrebbe voluto più largo il bavero alla marinara: ma tutto sommato, tutte si accordarono che il giovanotto valeva i suoi cinque soldi.
Senza aspirare alla gloria di Apollo, il nostro Amedeo, non troppo alto ma ben piantato e saldo nei muscoli, largo e corazzato il petto di robustezza, era quel che si dice un bel barcaiolo. L'occhio piccolo e fermo indicava uno spirito prudente ma tenace: e se qualche cosa di troppo fiero vi poteva essere nel volto abbruciacchiato dal sole e indurito dal faticoso esercizio del batter l'onda e il vento, veniva raddolcito dalla tinta chiara dei capelli e da un velo sottile di baffi biondi che non nascondevano nulla della sua bocca robusta e de' suoi denti sani, bianchi come l'avorio.
—Regina, Reginella, ti fidi troppo a lasciarlo correre domenica—disse burlando il Cernobbio.—Tutte le ragazze di Bellagio e di San Giovanni ne vorranno un pezzetto del tuo Amedeo.
—Che mi fa?—si difese ridendo con insolito abbandono la ragazza—ho fatto senza vent'anni, farò senza ancora.
—È dell'amore come del vin buono. Si può non berne mai, ma è più difficile smettere che non incominciare.—E il vecchio mercante che dava i suoi proverbi per nulla, rivolgendosi alla signoretta del Castelletto, la chiamò in testimonio, soggiungendo:—Non è vero, signorina? o non berne o bere fino in fondo.
Flora sentì di arrossire. Fortunatamente la brigata si mosse per andar incontro a un vecchio prete, a don Malachia della Madonna del Soccorso, che veniva dalla stradicciuola di Tremezzo, col suo passo posato, agitando un bel ramo d'olivo.
—O don Malachia—disse Bortolo, togliendosi il berretto di testa e cercando colla riverenza dei buoni tempi di baciare la mano del prete, che offerse invece la tabacchiera.
—Ha proprio voluto venir giù con questo caldo…
—Nostro Signore andava lui in cerca di pecorelle.
—Si voleva venir noi alla Madonna—si scusò Amedeo,—ma non si trova più un momento.
—Mi accompagnerai a S. Giovanni colla barca: sono a pranzo da quel curato. E così? siete proprio disposti a sposarvi davvero? Che cosa mi hanno detto? che Regina voleva farsi monaca missionaria.
Regina cercò una difesa dietro le spalle di Flora.
—Ecco la nostra brava contessina—disse il vecchio cappellano, toccandola leggermente col lungo ramo che teneva in mano—Chi mi parlava di lei, ieri, con mille elogi? ah, il signor Cresti del Pioppino; anzi vuole che un giorno vada da lui a mangiar la polenta al Pioppino, Pare che abbia in aria dei progetti… diplomatici…—e col movimento delle sue dita magre e lunghe con cui accompagnò nell'aria quella parola, di…plo…matici…, fece capire che sapeva qualche cosa.
—Il tempo promette d'esser bello domenica, e sarà un gran giorno per Tremezzo e dintorni se non si mette troppo presto il vento. Sta attento al san Primo, Amedeo: se ti par di vedere della nebbia schiva il filo dell'aria. San Primo è una grande spia, Ho visto dei rematori famosi perder per tre colpi di remo appunto perchè non avevano fatto i conti coll'aria. Ma Bortolo ne sa più di me.
—Non si può dir nulla. Alle Regate è come nel mondo: non sempre arriva chi corre di più.
—Dobbiamo entrare, figliuoli?
Tutti seguirono il vecchio prete nella elegante chiesuola del palazzo e si raccolsero sopra i gradini di marmo dell'altare. Don Malachia mise al collo una stola e fece inginocchiare Amedeo, vestito della tunica nuova, sulla predella più alta: pose un lembo della stola sopra una sua spalla e cominciò a leggere delle orazioni in un libro latino.
Dietro il barcaiolo andò a inginocchiarsi Regina che aveva voluto e combinata questa benedizione speciale per il suo Amedeo, perchè potesse andare con più confidenza alla gara. Sulla soglia della porta aperta, per dove entravano lo splendore del lago e il fruscìo delle foglie scosse dallabreva, una frotta di ragazzetti che fan presto a spuntare, bisbigliavano intorno alla figura allampanata del Cernobbio che dava un'occhio all'altare e l'altro alla cassetta.
* * * * *
Flora andò a inginocchiarsi su un banco in un canto, e mentre il vecchio prete recitava sul giovane barcaiolo le preghiere della benedizione, nascosta la faccia entro le mani, essa pensò con tristezza a un altro campione che forse in quel momento era inginocchiato ai piedi di una donna… di quella donna! Una voglia amara di pungere l'assalì, la soffocò: ma seppe coll'aiuto materiale delle mani che stringeva alla bocca reprimere questa debolezza. No: non avrebbe pianto mai…
Le preghiere che i presenti risposero a voce alta, seguendo quella tremula del prete, coprirono qualche singhiozzo del suo povero cuore; e quando tutti si mossero, cercò di uscir la prima per dissipare nell'aria e nel bisbiglio dei bambini che salutavano gli sposi, l'ombra della cupa e invidiosa sua tristezza.
Le Regate.
Le Regate ebbero luogo la prima domenica di settembre nel vasto bacino del lago, che si apre tra Bellagio e Cadenabbia. Era stabilito che le vele dovessero partire dalla punta di Barbianello e le barche a remi dalla Cappelleria presso S. Giovanni per approdare allo sbarco della villa Maria poco più in alto del grand'Hôtel Britannia.
Lungo la strada davanti alla Villa era stati rizzati i palchi addobbati con maggior o minore sfarzo a seconda dei prezzi, con grande sfoggio di bandiere e di pennoni che animavano l'aria coi loro vivaci colori.
Nel giardino, dove insieme alla folla privilegiata e colle patronesse si sarebbe radunato il Consiglio della giurìa, era stato eretto un ampio e superbo padiglione sfolgorante di emblemi, dove sopra un trofeo splendevano i vasi, le coppe, i piatti cesellati, di vero o falso argento, tra le bandiere di seta ricamate d'oro che il Comitato destinava ai campioni vincitori.
Il programma stampato in piccoli libri di forma graziosa e diffuso a migliaia di copie, oltre ai nomi dei concorrenti e all'ordine delle gare, recava il disegno in fototipia dei premi più ricchi, insieme col ritratto dei membri del Comitato, che a questa industria delle gare, così utile al commercio del popolo, dedicavano le ore che avrebbero potuto consacrare a far nulla. Tutto era stato previsto, a tutto era stato dedicato un pensiero: ma nulla sarebbe riuscito, se il tempo non fosse stato d'accordo col desiderio di coloro che amano divertirsi e di quelli più furbi e più delicati, che amano veder divertirsi gli altri.
Già dalle prime ore del mattino don Malachia assicurò che la giornata non avrebbe avuto un nuvoletto, ma non osò promettere il vento, un capricioso che, come la fortuna, abbandona spesso i suoi sul più bello. Ma se le corse a vela potevano correre pericolo di restar a mezzo per mancanza di fiato, il lago era quel che ci voleva per mettere alla prova la vigoria, la resistenza e l'occhio dei rematori: non era un lago ma un biliardo.
Il popolo, che ama vedere la bravura delle braccia, la lotta aperta dell'uomo col remo e col peso della barca, fin dalle prime ore del giorno fu in moto: e finite le funzioni religiose nelle chiese, dai paesetti lungo le rive e da quelli che stanno sulla montagna cominciò a moversi in folla e a confluire verso Cadenabbia, mescolando i colori vistosi dei vestiti di festa, godendo della bella giornata, facendo pronostici e scommesse, rievocando le regate d'altri tempi, le vecchie glorie, le non mai morte gelosie.
Aperte le ville, aperti e addobbati gli alberghi, popolato il lago di barchette, rallegrata l'aria dal suono delle bande che i vari paeselli mandavano a gara, già la festa era sul cominciare, quando arrivò verso le due un gran battello a vapore da Como, sovraccarico di gente, tutto festoso di bandieruole svolazzanti, con su un paio di altre bande a bordo vestite come gli usseri; e tutta questa gente cominciò a discendere in una fila interminabile al ponte di sbarco, mescolando piume e strumenti luccicanti, si sparse per le strade, per le case, per le osterie, su per i palchi a pagamento: era un incontrarsi e un salutarsi allegro di persone che non si vedevano da un pezzo, uno stringersi di mani, un confondersi confidente di tutte le classi sociali, dal barcaiuolo, dal pescatore, dal sonatore d'organetto, dal venditore di dolci, al negoziante, al grosso industriale, al banchiere, alla contessa, al lord inglese: un viver lieto nella luce ampia e diffusa di una di quelle belle giornate d'estate, in cui più dispiacerebbe di morire, in una gioia naturale che vien dalla benevolenza stessa della natura, che quando l'uomo sa fare, non lesina i godimenti a' suoi figliuoli.
Amedeo, pettinato come uno sposino, tutto fresco nel suo vestito nuovo alla marinara, quando gli amici verso il tocco vennero a pigliarlo alla casetta del torrente, scese con Bortolo e colle donne alla riva deserta, e fattosi il segno della croce, entrò nella barca che doveva condurlo alla Cappelletta.
L'emozione non lo lasciava parlare e parve a tutti ch'egli fosse un pò scoraggiato.
—Ci penseremo noi a fargli passare la tremarella con un paio di bicchieri di vecchia rabbiosa—dissero i compagni.
—E soprattutto—raccomandò Bortolo—adagio se vuoi arrivare a tempo.
—E bacia la medaglia della Madonna—aggiunse Regina, che non sapeva più dove avesse il cuore.
Con un'altra barca Bortolo, Regina, Maria Giulia, la Nunziata del Castelletto con un'altra figliuola di nome Costanza si fecero condurre all'osteria del Galletto, poco su della strada di Griante, un luogo tenuto da un parente di Bortolo, da dove si potevano dominare e seguire molto bene i movimenti delle barche e tutta la festa che brulicava disotto.
Flora, quando li vide passare sotto il Castelletto, fece un segnale e li pregò di prenderla con loro.
—Come?—disse Regina, quando la barca toccò la riva—vuol venire in questa barca così alla buona? non va colla mamma e colla zia?
—La mamma ha i suoi dolori e la zia deve trovarsi col signor Cresti e con altri signori sul gran balcone dell'Albergo. Se non vi disturbo, preferisco venire con voi.
—Noi andiamo al Galletto—disse Bortolo—da quel nostro parente che fa l'oste.
—Ci sarà un posto anche per me—disse Flora, mettendosi a sedere sul nudo sedile tra Regina e Costanza.
—Credevo che il signor Ezio avesse riservato per loro dei buoni posti nel palco del Comitato—disse Regina, che da qualche tempo andava notando sul volto della signorina qualche cosa di insolitamente triste.
—Ha mandato dei biglietti, ma non conosco nessuno di quei signori.Preferisco venir con voi.
—Perchè non si è messo il suo bel vestito chiaro? provò a chiedere —Regina, chinandosi a toccare il vestito nero sciupato, mal assestato —in vita, che Flora portava alle Regate come una protesta contro la —gioia di tutti. Essa rispose con una spallata e girò lo sguardo per —il piano dell'acqua come se cercasse lontano una ragione per non —rispondere.
La barca spinta dai colpi lenti e pesanti dei due remi passò davanti a Tremezzo, in mezzo al fitto viavai delle barchette d'ogni foggia e d'ogni colore, che scaricavano o pigliavano gente. Dai balconi pavesati, dalle finestre, dai terrazzi delle case, dai pergolati, dai giardini era un continuo chiamare, uno schiamazzio di voci femminili, di risa, di pianoforti e di mandolini, un rimescolarsi di cappellini infiorati, di parasoli dai colori vivaci, di canotti che si distaccavano dalle darsene come canestri galleggianti di fiori, di barche e barcaccie che menavano cori di ragazze, cantanti le arie del filatoio, di lancette e di sandolini che guizzavano come pesci, mentre dalle case i servitori, le fantesche, i cuochi, sui muriccioli e sulle scale andavano stendendo le file dei palloncini, che dovevano servire per la illuminazione della sera.
Quando dal giardino della villa Maria, si sparò il primo colpo di cannoncino, che segnava il principio della gara, fu un crescere improvviso di tutte quelle voci, un affollarsi di tutte quelle imbarcazioni, che mossero come una flottiglia verso Cadenabbia, finchè si raccolsero in una piccola città galleggiante. Bortolo sforzò anche lui la macchina e venne colla barca a un approdo quasi nascosto tra i muri di due terrazze, d'onde, salendo per un brutto viottolo, si riusciva sulla strada di Griante quasi davanti all'osteria del Galletto.
Flora, attraversato un piccolo orto, condotta dalla brigatella, si trovò sotto un pergolato lungo il muricciolo, che dominava come un balcone il padiglione e i viali della villa, già gremiti di una folla elegantissima di signori e di signore!
Dalla torre del palazzo fu sparato un secondo colpo: la banda intonò un inno popolare patriottico che destò gli entusiasmi e gli applausi della folla, che si pigiava nei palchi e nelle barche, mentre un gran personaggio (chi diceva un principe, chi diceva perfino che fosse il re) scendeva da una peota veneziana condotta da otto rematori, che strascinava il lembo della sua bandiera nell'acqua.
I signori del Comitato muovono ansiosi incontro all'illustre personaggio, che sale la scalinata del padiglione, seguito da alcuni ufficiali in divisa. Cominciano le presentazioni, gli omaggi, gl'inchini, le strette di mano, i sorrisi delle belle signore, che hanno sfoggiato per questa circostanza le più fosforescenti acconciature… quand'ecco il terzo colpo di cannone avvisa che il giuoco incomincia.
Alla punta di Barbianello chi ha buona vista vede o crede di veder guizzare nell'acqua qualche cosa di bianco: sono i canotti a vela. Si muovono? non si muovono? chi lo sa. Visti da lontano sembrano uccellacci imbalsamati dall'ali bianche: ma poco importa, pare, di quel che fanno o non fanno alla gran folla accorsa a godere sè stessa, a spandere alla bell'aria e al sole la gioia d'una giornata libera e senza affanni. Quel dì, ciascuno aveva cercato di lasciare a casa i suoi.
Meno che a tutti gli altri importa a Flora di sapere chi vincerà e chi perderà. Seduta sul muricciuolo del giardinetto, appoggiata la testa al tronco di un vecchio gelso che la protegge dai rami del sole, lascia che i suoi sguardi pieni di una triste stanchezza si perdano nel gran brulichìo delle cose che la circondano, ma non vede quasi nulla. Intorno a lei è il frastuono d'una gran gioia. Regina vien spesso a parlarle de' suoi palpiti, c'è chi l'invita a scegliere un posto più bello: Bortolo vuole offrirle un cuscino, perchè non abbia a sentir il freddo del sasso. Essa risponde e si difende amorevolmente, vincendo una specie di violenza interiore che vuol trascinarla a piangere e a gridare.
Comunque vadano le cose, Amedeo ha promesso di venir subito dopo la corsa al Galletto a bere un bicchiere, o anche due, coi parenti.
Sotto il pergolato le ragazze stendono una tovaglia e tratti dai panieri le torte e i cibi freddi preparano la tavola su cui Bortolo e il cognato dispongono le bottiglie. Se sarà la vittoria ne verranno delle altre…
I vicini fanno i più sicuri pronostici su Amedeo, che è conosciuto come uno dei più bravi barcaioli del lago: e obbligano Regina a bere un mezzo bicchiere di vin bianco per tener su lo spirito, quasi che toccasse a lei a batter quei di Dongo: e c'è chi celia sulla forza che una donna può dare e può togliere a un uomo… Ma Flora a cui arriva il bisbiglio dei discorsi non capisce che la sua tristezza.
Non solamente Ezio non si era lasciato più vedere al Castelletto, nè aveva mandato a dire una parola di scusa; ma per dichiarar bene il suo pensiero non aveva nemmeno inviato quei tre o quattro biglietti di invito che aveva promesso. Dovette correre Cresti a cercarli: ma Flora dichiarò che non si sentiva di andar tra la gente… La mamma che vedeva avverarsi quel che aveva sempre temuto, non osò contraddirla e si fece venire i suoi dolori articolari. Così ormai si metteva la sua vita ed era a domandarsi perchè fosse venuta a rattristare col suo viso duro la buona allegria di questa povera gente. Quale malsana curiosità l'aveva spinta a cercare nella festa un'altra prova della sua miseria? non era abbastanza convinta dell'umiliazione sua? e quando avesse raccolta una prova di più, che le poteva giovare? che può giovare il conoscere lo strumento di tortura che ti deve straziare?
Colla testa appoggiata al tronco, le mani avvinghiate ai ginocchi, socchiudendo spesso gli occhi davanti a un ostile visione, provava di tanto in tanto l'amara voluttà di abbandonarsi a strani sogni di odio o di vendetta. Davanti a quella festa variopinta e al trionfo di tante belle creature, sfolgoranti nell'oro e nei diamanti, essa sentiva risorgere un violento spirito di ribellione e di anarchia per tutto quel che vedeva rubato a lei. Se non poteva più amare quel che era suo, ch'era sempre stato suo fin dalla fanciullezza, nessuno le poteva contendere il diritto di odiare.
Gettando lo sguardo su quel giardino di sfolgoranti bellezze, non poteva sottrarsi alla mortificazione di qualche confronto tra l'oscurità del suo destino di ragazza appassita nella solitudine, e il trionfo di quelle belle signore a cui sorrideva la vita con tutti gli incanti della bellezza, della ricchezza, dell'amore. Troppo aveva contato sopra se stessa, lo sentiva, quel giorno che si era lusingata di vincere con uno sforzo del suo cuore le mille seduzioni che la femminilità splendente e ridente offre a un giovine bello, ricco, geniale, desideroso di emozioni e di pericoli. Cresciuta nell'uggia incresciosa della sua mediocrità, misero arbusto all'ombra, aveva osato chiedere a un giovine eroe, pel quale amare voleva dire trionfare e le donne erano belle prede di guerra, un troppo grande sacrificio. Essa era stata punita della sua presunzione. Forse aveva fatto bene a procurarsi questa persuasione, a vedere cogli occhi suoi la verità di queste condizioni. Per quanto il suo orgoglio ne uscisse scornato, pure cominciava a sentire che la pazza, la pretenziosa, la sciocca era stata lei, lei la monaca del Castelletto, la povera strimpellatrice di musica, lei, la bisognosa che non aveva nemmeno un vestito di moda per assistere alle regate, che rifiutava con irragionevole orgoglio l'affettuosa proposta d'un galantuomo come Cresti, il quale avrebbe potuto farla sedere su un trono, vestirla di drappo e di seta come tutte le altre, adornarla di oro e di diamanti… e tutto ciò per correr dietro al fantasma d'un amore che l'umiliava e la rendeva cattiva…
—Partono adesso…—susurrò Regina con voce tremante, accostandosi alla signorina, che correva dietro alla corsa vertiginosa dei suoi pensieri.—Mi lasci star qui, accanto a lei. Madonna, aiutate quel poverino! Vede laggiù quelle due barche? la bandiera bianca è la nostra.
Flora si scosse dal suo torpore e cercò cogli occhi le due barche, che non più grandi di due ciotole venivano colla punta verso Cadenabbia.
Un leggero svolazzo delle bandiere e un cadenzato moto dei remi, che uscivano luccicanti dall'acqua, eran segni che già la gara era incominciata e che in quelle piccole ciotole galleggianti nei flutti fosforescenti battevano dei cuori e nei cuori delle speranze.