PARTE SECONDA.

I coniugi Hospenthal.

Dopo la brutta scena sulla strada di Cadenabbia, Ersilia aveva dovuto fare di necessita virtù, raccogliere in fretta le sue robe più necessario e farsi portare in una barchetta di nascosto al vicino Tremezzo per prendere il battello di mezzodì senza dar conti a nessuno. Suo padre che l'accompagnava non cessava di ripetere:—Te l'avea dito, benedeta!—

Gli ordini del barone erano stati precisi, perentori. Non cercassero di commoverlo, badassero a non comparigli davanti, perchè sentiva una gran voglia di schiaffeggiarli tutti e due: andassero a Milano in attesa di ordini ulteriori. Egli avrebbe fatto in modo che non avessero a morir di fame, ma non calcolassero più oltre sulla sua dabbenaggine e sulla sua misericordia. Ogni pazienza ha un fine.

Convenne obbedire nella speranza che la tempesta passasse a poco a poco anche questa volta, come erano passata molte altre.

Il barone non era stoffa da tiranno, ma vedendosi così oltraggiosamente tradito, il suo primo movimento fu quello d'un uomo semplice e primitivo, quasi direi d'un animale offeso che risponde coll'impeto naturale dell'istinto e della gelosia. Sotto la prima eccitazione egli s'era lasciato trascinare a una provocazione, a un gesto, che forse oltrepassarono le sue intenzioni; e ciò rese più gravi le circostanze e portò alle armi. Ma ultimo e languido discendente d'una antica stirpe di banchieri e di uomini d'affari, che avevano sempre coltivate le sedentarie arti della speculazione pratica e positiva, Samuele Hospenthal non era uomo nato per far l'Orlando furioso. Troppo forte parlava in lui il senso logico delle cose, che tra mille ragioni sa sciegliere la più solida, cioè quella che contiene tutte le altre: e troppo bene vedeva quel che sia la commedia umana per desiderare l'onore di ammazzare e molto meno quello più discutibile di farsi ammazzare in un mondo in cui la vita è tutto e la morte un cattivo affare. Ma una volta in ballo, ben doveva ballare; un duello non rimedia, ma placa; non giustifica, ma soddisfa: non restituisce l'onore, ma rinforza l'orgoglio: non fa un eroe, ma impedisce che un uomo si avvilisca del tutto.

Anche Ersilia sulle prime non aveva creduto che le cose dovessero andare fino alle estreme conseguenze: e se alle prime ingiunzioni obbedì prontamente e si ritirò sottomessa, non era tanto una paura che avesse di lui e de' suoi furori, quanto un'astuzia per disarmarlo più presto, facendogli sentire l'incomodo della sua solitudine.

Venne a Milano, dove non rimase che il tempo di riempire il baule e dopo aver scritto quattro righe supplichevoli, andò a nascondere la sua umiliazione in una casa di campagna presso Vigevano, dove il barone aveva dei fondi umidi. Il vecchio Baracchi, che in queste circostanze era il Talleyrand della situazione diplomatica, rimase a Milano più stordito che impaurito di questo brusco avvenimento, che sperava potesse finire in un lietoembrassons nous… Ma quando arrivò la notizia che il barone si doveva battere e battersi alla pistola, il sor Paoleto cominciò a capire che questa volta il caso era più serio.

«Battersi?—pensava—un uomo come Sam battersi, e alla pistola? a che scopo? valeva la pena di far colpi in aria per una quistione ch'era meglio mettere a dormire? e non avrebbe potuto l'adirato genero provvedere al suo onore, se proprio ci teneva tanto, con qualche altro ripiego meno drammatico e alla sua età, via, anche meno ridicolo? Un uomo di quarantacinque anni, mezzo invalido, che scende in campo contro un giovinotto di ventiquattro per una quistione di donna, aveva tutta l'aria allampanata di un barone di Monchausen in pantofole, a cui tutti dovessero augurare la mala fortuna, mentre si sarebbe provveduto così bene, se si fosse partiti tutti insieme per un bel viaggetto, per luoghi ignoti, dove non potessero arrivare le ciarle dei quattro gatti, a cui si attribuisce l'onore di rappresentare il mondo. Si era tanto parlato di un viaggio in Svezia, Norvegia e capo Nord che al sor Paoleto pareva un errore imperdonabile, da parte del barone suo genero, di non aver saputo cogliere il momento per sottrarre la povera Ersilia alle tentazioni. Un duello invece, se nove volte su dieci riesce bene, capita la volta che le paga tutte: e se il povero Sam, miope come una formica, si pigliava una palla nello stomaco chi ci guadagnavaDio benedeto?Lui no, perchè non c'è nulla di più stupido come barattare una rendita di cento mila lire con un funerale di prima classe. Non ci guadagnava la povera Ersilia, che restava compromessa per tutta la vita: e molto meno ci guadagnava l'altro bel giovinetto, che probabilmente aveva creduto di scherzare. E poi prima di morire bisognerebbe almeno fare un piccolo testamento: e c'era a temere che il barone in un momento di esaltazione mentale avesse piuttosto distrutte le buone intenzioni del suo cuore per lasciar parlare unicamente i risentimenti dell'uomo oltraggiato».

Queste apprensioni, questi sospetti non potevano lasciar quieto un uomo così tenero della sua prole come il sor Paoleto. Violando la consegna, fece una corsa sul lago per vedere d'impedire una catastrofe: ma il barone era già partito e non si sapeva per dove. Il pensiero della figliuola rimasta a Vigevano, in aria cattiva con tutto il caldo d'agosto, lo richiamò indietro e s'incontrò con lei alla stazione di Milano. Ersilia, coll'aiuto segreto del Bersi, era stata avvertita da un telegramma che si dovevano battere: sperava che suo padre avesse a portare qualche migliore notizia.

—Si devono battere, lo so, ma non so dove… Forse si son già battuti…

—Si ammazzeranno?

Perchè si devono ammazzare,benedeta?i duelli non si fanno mica per ammazzarsi, cara mia. Non è mai morto nessuno di questa malattia. Pim, pum, un po' di polvere negli occhi della gente, l'onore è salvo, eembrasson nous…—

Belle parole, degne di quell'amoroso padre, ma Ersilia ne fu atterrita.

—Si batteranno alla pistola?—L'idea che questi due uomini fossero per uccidersi per colpa sua, la sgomentò siffattamente, che per poco non cadeva in deliquio sui gradini della stazione. Il Bersi nel telegramma aveva taciuto la gravità e le condizioni dello scontro, che suo padre aveva creduto di attenuare con quel suo pim pum…

—O Dio, o Madonna, io muoio…—

Il babbo fu appena in tempo a sostenerla e a ricoverarla in una piccola sala del buffet, dove fece portare subito un'acqua di tutto cedro ben calda e un bicchierino di cognac. Ci volle tutto un fazzoletto di bucato per asciugare le lagrime di un'infelice creatura che si stemperava in un dolore disperato. Ersilia si accusava, si condannava, si accasciava, si scomponeva i capelli colle mani al pensiero che forse uno di quei poveretti fosse già morto per lei. A suo marito essa voleva bene sinceramente, riconosceva volentieri il gran bene che aveva ricevuto da lui: avrebbe voluto dimostrargli che un capriccio d'un'ora non guasta la fedeltà del cuore: avrebbe voluto correre, precipitarsi fra i due combattenti, ricevere essa i due colpi come la moglie del Padrone delle Ferriere…

—Tu mi devi condurre là—proruppe, quando potè porre un freno a' suoi singhiozzi.

—Là, dove? hanno detto che andavano in Svizzera, ma la Svizzera è grande, angiolo mio. E se andassimo a casa dove a quest'ora possono essere arrivate delle notizie? Sam ci deve pur scrivere…—E fatta accostare una vettura di piazza, ordinò al cocchiere di tornare in via del Gesù.

Sulla porta trovarono il fattorino del telegrafo. Ersilia strappò di mano al ragazzo il foglietto giallo, l'aperse con furia nervosa e lesse a voce alta:—Sano e salvo. Bagliani alquanto ferito. Arrivo alle tre.—Il telegramma era diretto al suo segretario, che sentì subito sotto le quattro parole una buona disposizione da parte dell'adirato genero.

—Ho detto io che tutto andava a finire in niente? Pim, pum, un po' di polvere in aria e poi: «Sano e salvo, l'altro alquanto ferito.» Ma sarà cosa da nulla, una scalfittura.—

Ersilia stette un istante col telegramma in mano in un'attonita sospensione, in cui non mancava un senso di contentezza. Poichè il duello doveva avere un esito doloroso per qualcuno, meglio così…—pareva che le dicesse il cuore.

—Dio, Dio, non sapevo che si potesse soffrir tanto a questo mondo!—

Mai forse era stata così sincera come in questa esclamazione. Oscillando sempre incerta nella sua debolezza morale, tra la inconsapevolezza del suo fallo e una tenerezza esaltata per i due poveretti ch'essa aveva scagliato l'un contro l'altro, si martirizzava in un supplizio di accuse e di giustificazioni: si pentiva con un sgomento più di paura che di persuasione: piangeva senza capire essa stessa che significato avessero le sue lagrime. Soffriva insomma davanti a questa dura contrarietà della sua vita come una bambina che dopo essere stata distratta tutto il tempo della scuola si vede costretta dalla mamma severa a ripetere un quesito astruso d'aritmetica, che è sicura di non capire anche se glielo danno risolto. Le idee di bene e di male erano così liquefatte nel suo spirito di bambina maleavvezza che era un pretendere troppo il volere che ella separasse l'un dall'altro o scoprisse qualche verità nel dolore che la faceva soffrire.

Questo solo le risultava, che mai le era parso di voler bene a suo marito come in questo momento. Guai se non le avesse perdonato! non avrebbe potuto resistere nella sua disperazione.

—Egli non immagina che tu sia qui, e sarà bene che per il primo momento ti faccia desiderare,povareta!Se dice che arriva, è perchè ha delle buone intenzioni; e in verità adesso, che è tutto finito bene, sarebbe assurdo mantenere dei rancori, e amareggiare questi pochi anni che abbiamo da stare al mondo. Anche lui non o senza torti, lo sa bene. Quando ti ha sposata, sapeva bene che tu non eri una mammalucca e che potevi essere sua figliuola. La colpa è anche sua se ti lascia esposta. Non puoi sempre vivere di acqua di Wichy,povareta, come vive lui: e poichè tutto è finito con un «alquanto ferito» stiamo allegri e ringraziamo la Provvidenza che non sia avvenuto di peggio. E non pensare a quell'altro, che tra due o tre giorni starà benone. Alla sua età si è come gli scarabei. Puoi tenerli infilzati un mese su uno spillo che non muoiono mica ve'…… Sicuro che non lo devi più vedere: oh sì, sarebbe troppo sfacciato, se osasse comparirti davanti. Tu devi ora tutti i riguardi al povero Sam: gli devi mostrare che gli vuoi bene, che sei pentita sinceramente, fargli qualche carezza, povero figliuolo: e vedrai che ti regalerà qualche cosa. Non gli dico che sei a Milano: tienti nascosta e non uscire se non quando te lo dico io.

Mezz'ora dopo il sor Paoleto riceveva nelle sue braccia l'amato genero, che arrivava da Como, fresco e quasi ringiovanito, come se uscisse allora da una cura ricostituente. Parlava ne' suoi occhi un nuovo piacere, quasi un nuovo coraggio, che se non si sentiva padron di casa, aveva la soddisfazione di chi gode un bell'appartamento, di cui ha pagata regolarmente la pigione. Per la prima volta da che era andato vicino a un pericolo mortale sentiva il piacere della vita, come se avesse ereditato inaspettatamente il diritto e il piacere di vivere. Gli spasimi di tre giorni d'agonia, le scosse date al freddo tronco della sua vita intirizzita, avevano mosso in lui una nuova linfa, che prometteva una fioritura di affetti più naturali e più disinteressati.

Si lasciò abbracciare dal vecchio suocero, si lasciò condurre da lui fino alla vettura, lasciò ch'egli parlasse e si congratulasse: non ritirò la mano ch'egli volle baciare e quando gli parve di aver vinta la grande emozione del primo incontro, domandò con voce, in cui tremava una timida emozione:—Dov'è lei?

—Lei… lei, è a Vigevano. Piange, si dispera e fu lì per morire. Avete esagerato, ecco: ma tutto è bene quel che finisce bene. Hai pranzato, Sam?—

Il barone si accorse di aver fame. Dal momento che i padrini l'avevano condotto via dal campo di battaglia con tutta la sua pelle intatta, sentiva con piacere un'esigenza di nutrizione che da molti anni non parlava più nel flaccido sacco del suo stomaco ipercloridato. L'offerta del suocero lo toccò come un piccante aperitivo.

—Dove mi meni?

—Dobbiamo fermarci al Rebecchino? c'è una cucina sana.

—Mi metto nelle tue mani. Mentre dò una capatina in Borsa, puoi scendere e ordinare una costoletta.

—Con un risottino bianco…—

Quando la carrozza ebbe passata la barriera daziaria, il padre che non si era mai sentito tanto padre come in quel momento, cercò la mano delicata del suo carissimo genero e lasciando cadere due lagrime, che da un pezzo stagnavano nell'angolo degli occhi, provò a supplicare:—E di', Sam, non la vuoi proprio vedere quella poverina? me la vuoi proprio far morire? Se io ti dicessi che vuol bene a te più che a tutti?

—S'è visto…,—brontolò il barone, diluendo l'amarezza della risposta in un sorriso che non potè essere del tutto ironico.

—Anche i santi sentono le tentazioni e si starebbe freschi noi poveri peccatori, se Dio non dimenticasse volentieri i nostri peccati.

—Sai che ti ho proibito di parlarmi di Dio e del tuo clarinetto….Non son cose che si possono risolvere in una carrozza. Ora vado inBorsa, poi torno al Rebecchino e ti dirò quello che avrai a fare; manon voglio essere seccato.

—Il vino lo preferisci bianco, Sam?—disse il vecchietto, mentre scendeva alla porta dell'albergo.

Mentre la carrozza, continuando la sua corsa, portava il barone al palazzo della Borsa, il sor Paoleto scriveva due righe nell'ufficio dell'albergo e le faceva spedire in via del Gesù. Vedendo il direttore, gli disse:—Il barone Hospenthal verrà qui a pranzo colla sua signora. Vorrei un salottino solo per noi.—

Il nome del barone non era ignoto al Rebecchino e le cose furono combinate in modo da accontentare lo stomaco più schifiltoso. Brodo liscio in principio: costoletta ai ferri con risottino bianco poco cotto: un quarto di dindo lessato e un fritto di pesce persico senza maionnese. In quanto al vino, dopo una breve discussione il sor Paoleto si fermò su un Monte Orobio secco, profumato, un vero tesoro nazionale che se fosse francese, gl'inglesi pagherebbero venti lire la bottiglia.

Ersilia arrivò cinque minuti prima che il barone tornasse dalla Borsa, il tempo necessario perchè il padre diplomatico la mettesse a parte delle cose.

—Gli ho detto che tu non eri a Milano. Se devo giudicare dall'umore, direi che anche questa volta non è mal disposto. Ma vuole delle promesse, è nel suo diritto e tu glie le devi fare solenni e mantenerle poi. È buono, povero Sam; è peccato disgustarlo. Devi anche riflettere che gli anni passano per tutti e due, senza contar me che sono già un fico secco e che, quando tu me l'avessi disgustato per l'ultima volta, si potrebbe andar a sonar la chitarra per le piazze.

Cinque minuti dopo i coniugi Hospenthal erano nelle braccia l'uno dell'altro. Essa avviluppò così improvvisamente il suo Sam nelle sue moine, lo intenerì così bene colle sue lacrime e co' suoi baci, che il furore già non troppo armato del barone si lasciò disarmare del tutto. Egli aveva bisogno di essere soggiogato. Se a quel tesoro di carezze e di tenerezze non osava rinunciare senza patimento prima, quando si sentiva più svogliato e malato, meno sentiva di potervi rinunciare ora che provava il gusto di vivere come non aveva provato mai.

—Bene, bravi: ecco tutto finito….—conchiuse il sor Paoleto.—Non lasciamo venir freddo il brodo.

Nelle tenebre.

La giornata era stata caldissima anche per i prigionieri di Villa Elvetica, che tra ansie e speranze e con una pazienza da santi avevano potuto persuadere Ezio a rimanere a letto tutti gli otto giorni trascorsi dopo il loro arrivo; otto giorni ch'eran parsi otto secoli.

Il giovine, che si sentiva abbruciare nella sua cameruccia, protestava di continuo di non voler più rimanere col capo fasciato nel ghiaccio, al buio come un uccello di muda, tuffato nell'aceto, nel cloroformio, nell'acido fenico; e non ci voleva che l'autorità scientifica del medico e forse un resto di buon senso, ancor vivo nel malato per trattenere il giovine da un atto di follia.

Il caldo portò anche a lui una grande stanchezza e quel giorno aveva dormito a lungo d'un sonno tranquillo; talchè Massimo persuase don Andreino a prendere mezza giornata di svago e a scendere in città.

Il povero Lolò era stato per l'amico, il più devoto e il più paziente degli infermieri. Una suora di carità non avrebbe potuto sacrificarsi di più. Di notte dormiva presso la soglia in un lettuccio, pronto ad ogni chiamata: di giorno, tranne l'ora dei pasti e della toeletta, non si allontanava mai dall'infermo. Libero del suo tempo, don Andreino era persuaso che non avrebbe potuto impiegarlo meglio che in quest'opera doverosa di carità e di amicizia: ma era un mistero anche per lui dove attingesse la forza fisica per resistere agli strapazzi e alle inquietudini del più insofferente degli infermi.

Quel giorno, una domenica, accettò volentieri il suo congedo e scese in città in un perfetto vestito tutto bianco, che era in piena armonia coi trentadue gradi di caldo che infocavano le strade e le case.

Massimo e Vincenzina rimasero soli a pranzo. Questo fu servito in un salottino che dava sulla vista del lago e rimasti soli, dopo il caffè, i due vecchi innamorati si trovarono immersi nelle vecchie memorie prima che avessero il tempo di guardarsene: e discorrendo, i loro spiriti continuavano ad avvicinarsi con quel senso di curiosa trepidazione con cui si ripassa da un luogo ove si è corso un mortale pericolo.

—Forse facciamo male a rimescolare queste foglie secche, Vincenzina: ma c'è un punto enigmatico in questo nostro passato che non so ancora a quale dei due abbia fatto più torto.

—Dite quale.

—Perchè non avete resistito di più a vostro padre il giorno che vi obbligò a rompere la vostra fede? perchè non mi avete scritto che volevano far violenza al vostro cuore? Sarei accorso, vi avrei aiutato in qualche modo. Forse non avreste sposato un uomo ricco….

—Cattivo!—interruppe essa, guardandolo con aria di rimprovero.—Perchè dite queste cose?

—Perchè ora le possiamo dire senza soffrire, come si raccontano le storie dell'Antico Testamento. Io non avrei potuto offrirvi una grande protezione, ma si sarebbe combattuto insieme.

—Questo non era possibile.

—Ecco quel che mi ha fatto più soffrire. Voi non avete avuto abbastanza fede in me.

—No, Massimo; tra me e voi… ma perchè volete farmi parlare? che giova risuscitare queste cose morte? io non ho potuto non sposare vostro fratello, ecco tutto: così ha voluto mio padre.

—Vostro padre avrà avuto dei torti, ma non fu mai un tiranno. Amabile egoista, questo sì, ma non tiranno.

—Amabile egoista—avete trovata la giusta definizione; ma egli ha sbagliato e io ho pagato, ecco tutto. Perchè volete farmi parlare di più?

—Perchè vorrei persuadere me stesso che non sono stato troppo vile e che non ho meritato il mio castigo.

—Chi fu più castigato di noi due, Massimo?—chiese donna Vincenzina, sollevando i suoi grandi occhi umidi.

Egli pure respingendo una leggera onda di tristezza, che minacciava di travolgerlo:—Sta bene—disse—siamo stati castigati entrambi: ma perchè mantenere fra noi due un mistero? non sarebbe più bello che i nostri cuori si vedessero innocenti anche a traverso alla nostra sventura? perchè volete ch'io dubiti fino alla morte ora di me, ora di voi? Se i morti hanno avuto dei torti, a noi non manca ora la pazienza di perdonarli.

Donna Vincenzina esitò ancora un istante come se finisse di consultare il suo cuore: poi riprese:

—Ci son delle ragioni sacre che comandano il silenzio…—

—Se credete che io non meriti ancora la vostra confidenza…—

Ma essa lo interruppe di nuovo per dirgli:—Devo accusare il mio povero babbo, capite? Che valore avrebbe il mio sacrificio se io lo facessi scontare a un povero morto a prezzo di vergogna? Se ho creduto utile di tacere, quando ero più giovine, quando ero bella, quando avevo qualche diritto di ribellarmi al mio destino, come potrei ora pentirmi del bene che ho fatto, senza commettere quasi un delitto? Ma voi oggi non siete più semplicemente un amico di casa; troppo ho bisogno della vostra assistenza e della vostra stima perchè non abbia a considerarvi quasi come un mio fratello, a cui posso e devo consegnare le carte più preziose e i segreti più gelosi della mia vita. Se voi dovete far da padre a Ezio, se i nostri rapporti devono continuare nell'avvenire, è bene che non vi siano diffidenze, sospetti, recriminazioni tra noi. Solamente a questo patto credo di poter rompere un segreto che doveva morire con me. Mi sarete poi grato di questo sacrificio che vi faccio? e promettete che morirà con voi la confidenza che dopo dodici anni mi tolgo per la prima volta dal cuore? e che non me ne parlerete più? e che sarete più buono e più savio con me? Quel che io sto per dire a voi, non è conosciuto nemmeno da mia sorella, che ha creduto ad altre apparenze.

—E allora, mia cara…—disse il vecchio amico come se volesse rinunciare a questo privilegio; ma o egli non ebbe abbastanza prontezza per resistere alla sua curiosità o essa non ebbe abbastanza forza per respingere il suo bisogno di parlare.

—Voi vi ricordate, Massimo, che nostro padre era impiegato alla Tesoreria provinciale, in un posto di fiducia—riprese a dire frettolosamente senza mai levare gli occhi da terra.—Quando cominciò a sentire le strettezze del vivere, non volendo nella sua bontà, che alle sue figliuole avesse a mancare nulla, bisognoso egli stesso di vivere bene, troppo incosciente dei pericoli e delle responsabilità a cui andava incontro, il pover'uomo ebbe in più riprese ad abusare della fiducia de' suoi superiori: e una volta non potè rifondere una riserva di cassa. Fu una volta sola per una somma non troppo grande: ma fu scoperto. Egli aveva anche dei nemici: immaginate. Era il disonore, la rovina, un processo, la prigionia. Il suo capo l'aveva già denunciato al procuratore del Re, che era allora vostro fratello, Camillo Bagliani, e fu sotto il terrore di questa minaccia che il povero babbo…. Dio, che giorni!… mi prese in disparte e fece a me sola, la sua cara Vincenzina, la confessione del suo peccato. Piangendo, strappandosi i capelli, mi pregò di aiutarlo, di salvarlo… Come potevo fare?—Donna Vincenzina si arrestò un momento: poi seguitò, cercando di uscir più presto dalle spine di quel racconto:—Gli proposi di andar insieme dal procuratore del Re. Mi gettai a' suoi piedi e lo pregai con tutte le mie lagrime; anche in nome vostro, Massimo, di non far male al mio povero papà. L'austero magistrato parve commosso e promise che avrebbe fatto in modo che il deposito di riserva fosse immediatamente restituito per rendere regolare il rendiconto mensile: e anticipò del suo la somma. Non mancava che di arrestare l'istruttoria del processo: e anche in questo giovò l'opera di un uomo così autorevole. Una sera venne egli stesso in casa nostra a promettere il suo valido appoggio, ma poi… (qui la voce di Vincenzina tremò) pose una condizione ch'io non ho potuto rifiutare. Ecco perchè ho sposato vostro fratello. Era il minor male che potessi fare in quel momento…—

Con voce umile e fredda troncò quasi improvvisamente una confessione, che stentatamente aveva dovuto cavare dal cuore, sulla quale era corsa colle parole come se volesse abbreviare a sè e a chi l'ascoltava un inutile martirio. Con un sorriso d'indulgenza stese la mano a Massimo, che rimase inerte come un uomo che sia stato mortalmente ferito in qualche parte del corpo e resta un istante in piedi in attesa che la morte lo faccia stramazzare.

Non era difficile intendere che Camillo aveva contrattata vita per vita. Affascinato dalla molle e tenera bellezza di Vincenzina, che il destino gli aveva condotto ai piedi, uso, come tutti i forti, a creder suo tutto quanto cadeva nel dominio del suo egoismo, stese la mano sul bene di un fratello povero e ramingo: e se ne impadronì… ossia lo comperò col denaro che servì a coprire un furto.

Massimo, che ora si pentiva d'aver troppo voluto conoscere, dopo aver fatto forza sopra sè stesso, tirò una sedia accanto a quella di lei, sedette, cercò timidamente una sua mano ch'ella non gli seppe rifiutare, e parlandole con voce dimessa e carezzevole, le disse:—voi siete una santa.

—No, no, Massimo, protestò essa, ridendo, mentre le lagrime, a stento trattenute, scendevano a inondarle il viso.

—Sì, e io sono un piccolo cuore avaro e permaloso. Sento però quanto sia stato più doloroso per voi alzar la pietra di queste memorie sepolte: è un sacrificio di cui vi sarò sempre riconoscente, Vincenzina. Se io pronunciassi davanti a voi, così buona e così santa, una parola di rancore, non sarei degno di voi. Mi vergogno di non aver saputo trovare da me la ragione che ha ispirata e sostenuto il vostro sacrificio e di aver guardato più al mio che al vostro dolore. Aiutatemi a esser buono: devo dimenticare chi mi ha fatto un così grave male.

—Io credevo già di tenerlo il vostro perdono.

—Non a voi devo perdonare, capite: voi siete sempre per me un raggio luminoso.

—Ora mi fate la corte, Massimo—interruppe essa ridendo.

—Dite più semplicemente che vi amo ancora, oggi, coi capelli quasi bianchi come vi ho amata dodici anni fa. Forse che vi offende di sentirvelo dire?

—Perchè dovrei offendermi, caro Massimo?—si lasciò condurre a dire donna Vincenzina, in cui quelle dolci dichiarazioni schiudevano le misteriose fonti della tenerezza.—Come potrei non rallegrarmi di essere stata per voi qualche cosa di buono? anche voi lo foste per me. Non posso dire che il vostro pensiero mi abbia aiutata a compiere meglio quel difficile dovere che mi ero imposto: forse è più giusto che vi dica che ho fatto di tutto per dimenticarvi, per cacciarvi via come il diavolo e non ci son sempre riuscita, pare…—

Massimo si rallegrò di sentirsi paragonato al diavolo e stava per portare la mano piccola e morbida di lei alle labbra, quando risuonò nella quiete dell'aria, e precisamente dal lato dov'era la stanza del malato, un grido straziante, che parve la voce di Ezio.

Trasalirono entrambi, si mossero con quello spavento che si può immaginare e accorsero verso la stanza. Massimo arrivò primo, spinse l'uscio e trovò il malato in piedi semivestito, presso la finestra aperta. S'era levato le bende e le fasciature e stava così a capo nudo e raso, girando gli occhi nel vano, in cui agitava le mani.

—Cosa fai Ezio? sei impazzito? stare con quest'aria, in questa luce, mezzo nudo, nel tuo stato di debolezza?

—Vuoi sentirne una bella, zio Massimo?—cominciò a dire il giovane, sforzandosi di giocare d'ironia contro un mortale accasciamento. Vuoi vedere che son rimasto orbo come un fringuello?

—Cosa ti passa per la mente? torna in letto, sii buono.

—Orbo ti dico, se è vero che questa è una finestra aperta e non un armadio: orbo, se è vero che quest'aria calda vien dal giardino e non dalla bocca di un forno; orbo, se è vero che il mio naso sente un gran profumo di fiori e di piante resinose, mentre io non vedo una saetta. Avete un bell'ingannarmi, ma son tre giorni che nutro questo sospetto. Era troppo il buio, qua dentro. Non bastavano le imposte chiuse, le fasciature, le vostre ciarle, le fanfaluche della Russia a fare questo buio maledetto… Oh, oh: questa è la finestra aperta, queste sono le frasche della glicina: questo è l'odore del pino e dell'erba tagliata. Il naso c'è, zio Massimo, ma io non ci vedo un accidente, nulla vedo, come se fossi chiuso nella scatola d'un cappello. Che il barone mi abbia portato via gli occhi?—

Sentendo a questo punto entrare donna Vincenzina, drappeggiandosi alla meglio nelle coltri, che trascinava come un paludamento, le disse:—Guarda un po', madrina, quel che hanno fatto de' miei occhi. Se io ci avessi qui due capocchie, ci vedrei di più!

—Che cosa dici, figliuolo? i tuoi occhi son belli e sani come prima.

—Sani e belli, ma io non ci vedo. Vi giuro che non ci vedo—ripetè con più voce, alzando le braccia e brancicando nello spazio per afferrarsi alle cose.—Chiamate subito quell'animale di dottore che mi ha rovinato. Altro che guarigione: questa è la cassa da morto inchiodata e ribadita.

—Non dir così. Sarà lo stato di debolezza—disse lo zio.

—O il molto sangue perduto—aggiunse affannosamente la mamma.

—O uno scherzo della polvere da fuoco… commentò il giovane con acre ironia.

—E se ti rimettessi in letto?

—C'è Andreino?

—È uscito, non può tardar molto.

—Bene, non ditegli nulla. Chiudete ermeticamente la finestra in modo che non entri il minimo filo di luce e lasciate parlare a me:—Dreino, Lolò, dove sei tu?—cantarellò mentre cercava di raggiungere a tentoni il letto, annaspando come se giocasse a mosca cieca.

Quando, aiutato dallo zio, sentì il molle delle coltri, vi si rannicchiò, mentre Andreino entrava nella stanza.

Ezio sentì il suo passo prima che gli altri avessero il tempo di parlargli:—Dreino, vien qua: fa chiudere bene quella benedetta finestra. Mi è caduta la benda e ogni po' di luce mi abbaglia la vista.—

Andreino in buona fede corse a chiudere le imposte.—Più ancora, più ancora: non sto bene che nel buio. Chiudete anche l'uscio…—E quando sentì che tutto era sbarrato come una prigione, stese la mano all'astuccio dei zolfanelli, che stavano sul tavolino, e strofinando un cerino se lo tenne acceso davanti agli occhi come una candela, finchè non sentì la fiamma attaccargli la punta delle dita.

Fu un mezzo minuto di triste silenzio nella camera, mentre la fiamma rischiarava il volto dell'infermo, pallido, irrigidito nei tratti, in cui gli occhi fissi in una vitrea immobilità parevano aver perduta l'anima.

—Buona notte, sonatori: sono orbo!—e lasciò cadere pesantemente sul cuscino la testa che rimase come un pezzo di marmo.

—Tu ti spaventi per nulla, figliuolo.

—Ora sentiremo il medico.

—È un effetto della debolezza

—Sarà una paralisi momentanea.—

Così si affrettavano or l'uno or l'altro a consolarlo; ma Ezio, cantarellando sulle parole, respingeva le loro consolazioni con una insistenza disperata che stringeva il cuore.

—Vi dico che non c'è più stoppino. La palla del barone deve avere scassinato il meccanismo della luce elettrica e le cure di quel moscovita avranno fatto il resto.

—Dammi una sigaretta, Dreino! che bella sorpresa, Giovannino, restar orbo a ventiquattro anni!—

Scherzava coll'umore ferito, resistendo con ferocia di anima all'assalto della nera disperazione che lo ghermiva, come un superbo, che, vinto e conculcato dal nemico potente, lo oltraggia sogghignandogli in faccia.

Donna Vincenzina, sentendosi venir meno, si aggrappò alla sponda del letto e s'inginocchiò per soffocare contro la coltre un doloroso singulto. Massimo perdette un istante il senso delle cose, preso da una vertigine come se precipitasse da una torre. Soltanto Andreino Lulli fu calmo e ragionevole. Colla voce naturale e convinta disse:—Il medico ha già preveduto questo caso in seguito alla forte emorragia: non per nulla ti raccomandava la quiete, il silenzio e la perfetta oscurità: ma assicura che col rinnovarsi dei globuli rossi e col ritornare delle forze, tutto scomparirà come nebbia al sole.—

Don Andreino non aveva mai detto tante bugie, ma le disse così bene e con tanta naturalezza che i cuori si confortarono.

—E allora mandalo a chiamare questo fabbricatore di globuli rossi—disse Ezio, ricuperando un poco di quella speranza che galleggia sempre anche in mezzo alle più fiere tempeste. Nelle parole dell'amico egli aveva sentito abbastanza di quel verosimile, che in cento casi tiene il posto del vero, e quasi lo tien meglio.

* * * * *

Seguirono tristissimi giorni. Il medico, che aveva fama di uomo dotto, colpito dalla novità del fenomeno patologico, non osò pronunciare un giudizio. Il proiettile non era penetrato nel cranio, non aveva attraversato le cavità orbitali e quindi non poteva aver occasionata l'atrofia assoluta dei nervi ottici e prodotta l'abolizione totale della vista. Continuando nella cura del ghiaccio sulla fronte e nella quiete somma del soggetto, che pietosamente persuase ad aver fede nella parola della scienza, egli rimise un definitivo pronostico al giorno, in cui fosse sembrato utile alla famiglia di interrogare un consulente specialista. Subito fu fatto il nome del celebre dottor Dantelli di Torino, che il Cresti aveva conosciuto all'Università. Si scrisse subito a costui che venisse a Lugano, mentre Andreino telegrafava poche parole al Bersi. Arrivarono quasi insieme col cuore pieno di paurosi sospetti e si tenne una specie di consiglio di famiglia. Che si doveva fare? Cresti era partito senza dir nulla alle donne del Castelletto. Aveva lasciato solamente due righe per giustificare una momentanea assenza.

Il Bersi si offrì di partir per Torino con una lettera di Cresti per il dottor Dantelli, che avrebbe cercato di ricondurre con sè, non parendo il caso di perder tempo, sia per riparare subito al male se il male era riparabile, sia per recare al più presto a Ezio il conforto di una parola autorevole prima che la disperazione andasse alla testa del povero figliuolo.

Le cose furono così ben condotte, che in men di ventiquattro ore dopo, il dotto specialista, ornamento dell'Ateneo torinese, scendeva alla villa. Era un uomo di apparenza ancor giovane, dalla barba brizzolata, dal viso pallido, dall'aria pensosa e modesta degli uomini, che sanno quanto scarso sia il potere umano davanti alla grandezza smisurata dei mali.

In presenza dell'infermo la nuova diagnosi non si allontanò di molto da quella del dottor russo; il fenomeno si poteva interpretare come una interruzione momentanea dell'azione visiva prodotta da coaguli sanguigni. La quiete, la cura ricostituente e la fiducia nelle buone forze della natura dovevano confortare il malato a sperar bene; ma nel venir via in carrozza con Bersi, Cresti e Andreino, il dotto clinico non nascose qualche paura che il male potesse essere irreparabile.

—Cioè… cioè?…—esclamarono in coro con un senso di raccapriccio gli amici.

—Cioè ch'egli resti cieco per sempre.

—Cieco per sempre? a ventiquattro anni?—ripetè il povero Cresti con una voce fuggevole, in cui tremava la compassione.

—Il proiettile, passando sopra la cavità orbitale dell'occhio sinistro, ha offeso i vasi neuro-retinici e occasionato un gran disturbo di circuito. L'occhio destro è rimasto illeso; ma la cecità di questo può dipendere da quella che in gorgo medico si dice compiacenza simpatica o da un travaso di sangue che una diligente cura antisepsi potrebbe—chi sa?—far scomparire. Non escludo assolutamente che vi possa essere in giuoco una morbosità nervosa dipendente dalla eccezionale eccitabilità del soggetto: ma ad ogni modo, se gli volete bene, dovete far di tutto per prepararlo al peggio…

—Ezio—disse il Bersi, mordendosi le unghie—non è un ragazzo che possa rassegnarsi a una condanna di questa natura.

—Il meno che farà—aggiunse don Andreino—sarà di tirarsi un colpo di pistola nella testa.

—Io farei lo stesso—completò il misantropo del Pioppino.

—È religioso il vostro amico?—chiese il dottore.

Gli altri si guardarono in viso per chiedersi a vicenda una risposta di cui sentivano tutta la gravità. Ezio era religioso sì e no, come lo sono un po' tutti i giovani a seconda del tempo che fa. Andava a messa in campagna per non scandalizzare la povera gente e per non perdere l'amicizia dell'arciprete; ma, figlio di un razionalista ed educato alla scuola del lieto vivere, non si era mai posto probabilmente davanti il problema filosofico di una fede in qualche cosa di superiore,

—Io ho sempre visto—continuò colla, sua parola facile e serena il dottore—che dove non arriva la nostra scienza, arriva la religione. Tutti i giorni assisto a spettacoli edificanti di pazienza e di sacrificio in gente rozza, primitiva, in poveri contadini, in povere fantesche che perdono quasi senza piangere la vista degli occhi, perchè son sicuri di veder sempre qualche cosa ancora al di là delle tenebre. Voi, amici suoi, non dovete abbandonarlo, ma far appello a tutte le forze più nobili ed elevate del suo cuore: dovrete offrirgli la parte migliore di voi, prestargli la vostra fede, se ne avete.

—Se ne avete…—brontolò il Cresti, saltando per il primo dalla carrozza, mentre arrivavano sul piazzale della stazione. Dopo aver accompagnato il dottore fino al vagone, ritornarono a piedi alla villa, discorrendo malinconicamente di questa tremenda disgrazia, che nessuno sapeva augurare a sè senza provare un brivido di morte. Chi doveva dare a Ezio la tremenda notizia? e conveniva mantenere i parenti nell'illusione? e se la pazienza e la rassegnazione fossero mancate all'infermo?

Il Cresti per parte sua si domandava che cosa avrebbe dovuto dire alle donne del Castelletto e come avrebbe intesa questa notizia Flora. Non volendo scrivere, partì lo stesso giorno, in compagnia del Bersi. Entrambi sentivano quasi una smania nelle gambe di essere cento miglia lontani. Che catastrofe! che castigo! che disgrazia per la povera donna Vincenzina e anche per il povero Massimo, ch'era venuto dall'America apposta per assistere a queste torture!

Il solo Andreino, detto Lolò, rimase fedele a quel dovere di amicizia che si era imposto. Fuggire in quel momento gli sarebbe parsa unaimpolitesseanche rispetto a donna Vincenzina: ma non rimase su un letto di rose. Il malato, passato il primo istante di confidenza, ricadde in un abbattimento morale peggiore di prima, che fece saltar fuori qualche brivido di febbre. Tre dì e tre notti rimase così rovesciato sul letto senza parlare, senza gemere, come se la morte l'avesse già toccato colle sue mani di ghiaccio.

Una scappata

Per quanto il Cresti nascondesse a Flora la tristissima notizia, non fu difficile alla fanciulla di leggere sulla sua faccia e di capire dalle sue risposte imbarazzate e incoerenti che le cose a Villa Elvetica non erano così liscie come si voleva far credere. Anche la mamma aveva silenzi e reticenze piene di tristezze. Regina, che per mezzo di Amedeo era in grado di raccogliere le voci correnti, pareva imbarazzata a rispondere e lasciava morire freddamente il discorso. Flora capì che volevano nasconderle una brutta verità, ma non osò chiedere quel che non si voleva dire. Colse invece l'occasione d'una sua visita a Villa Serena e interrogò con abilità la vecchia Bernarda. Ma la donna non seppe dire se non che da Lugano avevan chiesto molta biancheria, che il signor Ezio aveva la febbre, che era stato chiamato un dottore famoso da Torino… e che intanto non si parlava di tornare.

La partenza di Elisa D'Avanzo le fece sentire ancor di più la solitudine e la tristezza del Castelletto, dove pesava continuamente un'aria di mistero. La stessa Nunziata andava ripetendo che essa non sapeva nulla; ma lo diceva in un modo così spaventato, povera donna, che faceva pensare alle più orribili cose. Flora cominciò a non dormire la notte. Era evidente che intorno a lei s'era fatto congiura di tacere: segno che Ezio correva un brutto quarto d'ora. Se non ci fosse stato nulla di male, perchè tanti misteri? perchè la mamma aveva così spesso gli occhi rossi? perchè non le lasciavano leggere le lettere che arrivavano da Lugano?

Il non dormire la notte accrebbe questo stato di vane apprensioni. Ezio poteva essere stato ucciso, ma Ezio era pur sempre vivo nel suo cuore. Il non poter parlare di lui colla gente non impediva che essa non ne parlasse con sè stessa; a poco a poco divenne questo il suo pensiero dominante, come una luce fissa accesa nel mezzo d'una grande oscurità.

Di notte balzava a sedere sul letto scossa ancora da quella voce che l'aveva chiamata la prima volta ch'era arrivato il doloroso telegramma, una voce lamentevole, ma chiara, che chiamava:—Flora… Flora.—Al punto che essa scendeva fino all'uscio e stava a sentire, se mai fosse la mamma che la chiamasse così.

Se avesse pregato che la conducessero per carità a vedere l'infermo, non poteva aspettarsi che una risposta.—A che pro? e con qual pretesto?—avrebbero detto:—Ezio aveva bisogno di quiete. Dacchè essa apparteneva a un altro uomo, meno ancora di prima poteva invocare le ragioni dell'amicizia e dell'umanità. Nè a chiedere quel che le sarebbe stato crudelmente negato si rassegnava più il suo orgoglio, che si sentiva già prigioniero e quasi incatenato dalle meschine convenzioni: e allora si domandò se non poteva andar senza permesso. Il viaggio non era lungo. Partendo la mattina, essa poteva essere di ritorno la sera stessa. Non aveva nulla a recare, nulla a chiedere, ma voleva soltanto vedere la verità, quella verità che fa tanto più paura quanto più si presenta vestita in panni non suoi.

Fece un breve studio sull'orario delle corse e vide che, partendo la mattina col battello delle sei da Cadenabbia, poteva essere a Lugano per le nove e di ritorno al Castelletto sull'imbrunire. Prese con sè una valigietta in cui pose un libro, un pezzo di pane e una tavoletta di cioccolata, ma si accorse di non aver denaro: nè volle chiederlo alla mamma. Scrisse un biglietto a Regina in cui la pregava di recarsi subito al Castelletto: «Dirai alla mamma che son partita per Lugano, ma tornerò stasera. Non stia in cattivi pensieri per me».

Uscì di casa poco prima delle cinque, mentre era ancora tutto quieto alla riva e nello strade, e si avviò verso Cadenabbia.

Quando fu davanti al fornaio, su cui aveva già fatto i suoi conti, entrò nella bottega e chiese in prestito al padrone dieci lire in piccoli biglietti.

—Dove va a quest'ora fresca, contessina?—chiese il padrone.

—Vado su verso Menaggio per alcune compere… C'è qui un ragazzo che voglia portare questo biglietto subito alla Regina di Bortolo?

—Ci deve andare per il pane.—

Camminando lesta, fu a Cadenabbia prima dell'approdo del battello. A Menaggio trovò pronto il treno e montò in un vagoncino di terza classe, dove non c'erano che tre o quattro guardie di finanza.

Si rincantucciò, si raccolse e per tutto il tempo che il treno sbuffò su per le rampe del monte, non tolse mai gli occhi dallo specchio fermo del lago, che si dilatava a' suoi piedi. La mattina era nitida, ma prometteva una giornata calda e senz'aria.

A Porlezza discese dal treno e risalì sul battello, prendendo posto fra le ceste e i colli che ingombravano la punta di prua. Fatti i conti, s'era accorta che le dieci lire erano scarse per viaggiare in prima classe: c'era quasi pericolo di non averne abbastanza per il ritorno. Ma a questo avrebbe provveduto la zia Vincenzina. Vicino a lei sedevano altre donne coi canestri sui ginocchi, si radunavano operai e pescatori, chiocciavano le galline nelle gabbie, i discorsi comuni della gente si mescolavano ai comandi del capitano e alle voci dei battellieri che gridavano le stazioni.

Seduta su di un fascio di grosse corde, sotto il suo cappelluccio schiacciato sulla testa colle tese rovesciate per assicurarlo contro il vento, Flora, sorpresa di sentirsi così tranquilla e convinta, come se andasse a compiere un dovere naturale, fissava il punto lontano dalla sua meta, affrettando col desiderio il momento d'arrivare.—La mamma—pensava—riceverà il mio biglietto prima di alzarsi. Stasera mi sgriderà, naturalmente, ma poi mi perdonerà. Perchè io sola non devo sapere quello che tutti sanno? Quando vedrò che l'opera mia è inutile, tornerò a casa, non ci penserò più, sposerò Cresti, farò tutto quello che vorranno.—

Pensare non è la parola precisa. Era piuttosto un passar rapido di immagini, d'impulsi, di sgomenti, di riflessioni, che viaggiavano con lei, ma di cui essa non era padrona.

Giunta a Lugano, quando fu dalla folla sospinta fin quasi nel mezzo della piazza del mercato, chiese a una fruttaiola la strada per andare a villa Elvetica.

La donna non aveva mai sentito nominare questa villa, ma una guardia di città insegnò alla signorina il modo di prendere il tramwai della stazione che l'avrebbe condotta a pochi passi dal luogo. Così fece. Tutto andava bene come se fosse guidato da una mano benevola.

Dieci minuti dopo, il conduttore le indicava la villa sopra un poggio in fondo a una salita battuta dal sole. Ringraziò, discese e prese la sua strada, provando ai primi passi un senso di debolezza: ma si ripigliò subito.

L'ora si faceva già calda e il bianco della strada riverberava già la vampa cocente di quel sole, che prometteva un'altra giornata di bel tempo. Il cancello della villa era aperto ed essa entrò liberamente sentendosi tutta consolata dalla freschezza delle ombre e dei viali oscuri che salivano alla casa. Una volta si fermò ad asciugarsi la fronte, per ricomporre i capelli scompigliati dal vento, accomodò il cappellino di paglia, che aveva perduto le sue penne e fattosi cuore, disse a sè stessa:—ora ci sono: botte non me ne daranno.—

E per non lasciarsi avvilire da quella debolezza che l'aveva presa alle gambe, provò a ridere di sè e dell'ombra sua che, allungandole sul terreno la persona stretta nel suo giubbetto leggero, e dilatando le tese del suo cappelline, le faceva la figura di un giovine prete lungo lungo. Veramente la scappata era più da studente biricchino che da teologo, e chissà? chissà che cosa avrebbero detto di lei a casa la mamma, il rigido Cresti, la beata Regina, la Nunziata… E che sorpresa per la zia Vincenzina di vederla arrivare in quel modo…. Ma comunque la volesse andare, adesso era qui, stava per rivederlo dopo un secolo che non lo rivedeva, gli avrebbe parlato, ed egli avrebbe dovuto almeno ringraziarla della sua carità. Oh non gli chiedeva nulla nulla; un «grazie» un «addio Flora…» un… «poverina che sei venuta con questo caldo…» e poi sarebbe tornata a casa tranquilla com'era venuta.

* * * * *

La villa era chiusa da tutte le parti, immersa in un silenzio di chiostro.

Provò a girarle intorno, in cerca di una porta d'ingresso, provò a scuotere e a battere nelle persiane; nessun segno di vita, nè di dentro nè di fuori.

Accostando l'orecchio alle persiane chiuse, non sentì che vi fosse anima viva. Sfette un istante avvilita senza sapere che cosa pensare. Che avesse sbagliata la casa? no, il nome di Villa Elvetica era scritto a lettere d'oro sul frontone; e le soprascritte e i telegrammi che aveva potuto consultare parlavano nettamente di una villa Elvetica sopra Lugano, a pochi passi dalla stazione. Dunque non ci poteva esser errore da parte sua, e bisognava piuttosto credere che fossero partiti tutti, o che Ezio… oh Dio!… che il povero Ezio fosse stato ucciso nel duello, e che le lettere e i telegrammi non fossero che un inganno pietoso dei parenti per preparare a poco a poco l'animo suo a ricevere la tremenda notizia.

Fu tanta la violenza persuasiva di questa supposizione che le mancarono le forze e si lasciò andare sui gradini della casa, tenendosi su a fatica colle mani aggrappate agli stipiti della porta. Se non perdette i sensi del tutto fu per forza di una volontà quasi irritata che comandò di resistere, di non smarrirsi in quel deserto, di opporre agli inganni la forza de' suoi diritti

Se Ezio era morto, perchè non doveva essa saperlo? se era morto l'ideale della sua vita, ben poteva ritenere finita anche per lei ogni ragione di essere e di soffrire. Se l'avevano ingannata, non solo era stata un'ingiustizia, ma una crudeltà; una inutile crudeltà che essa avrebbe dovuto far scontare a' suoi ingannatori.

A confermarla in questo odioso sospetto ritornavano in mente alcune circostanze.

Cresti era partito una prima volta coll'animo sollevato, ma era stato chiamato improvvisamente, mentre facevano venire da Torino un celebre dottore: da allora era incominciata quell'aria cupa di mistero, che faceva gli occhi rossi alla mamma, e confuse le risposte di Regina e delle altre donne….

No, no: era possibile ch'egli fosse già morto, che lo avessero sepolto in segreto senza che la sua Flora fosse stata chiamata a piangere sopra la sua bara? Non avrebbe mai più perdonato questo delitto, ma avrebbe vendicato in sè stessa l'oltraggio, lasciandosi morire di disperazione sulla fossa chiusa….

—Ezio—gridò non sapendo più resistere alle violenze di quel dolore acerbo, battendo colla testa e colle palme contro le gretole delle persiane che risuonarono nel silenzio del giardino….—Ezio!—gridò una seconda volta più forte, stringendosi i capelli—o mio povero Ezio, dimmi che non sei morto! oh Dio, non ingannatemi. O cattivi, pietà di questa poverina; aiuto, Madonna…—

E sentendo che lo spasimo più forte della resistenza stava per travolgerla in un torrente d'angoscia si accoccolò, si rannicchiò sul freddo sasso, appoggiò la testa alle braccia; e mentre non cessava di chiamare con voci alte e straziate il suo Ezio, pianse in uno scroscio di lagrime infinite.

* * * * *

Si ridestò dopo alcuni istanti al suono d'una voce che la chiamava: credette anzi di sentir pronunciare il suo nome e alzò la testa.

—Si sente male, poverina?—chiese la donna del giardiniere, mentre cercava di sollevarle la testa.

—Fatele odorare questo profumo—soggiungeva una voce più gentile: e fu appunto all'acuto effluvio d'un'essenza che Flora si ridestò, riconobbe il luogo, riprese coscienza di sè, del suo dolore, del suo pianto, ravvisò la donna e accanto a questa, seduta su una panca del giardino, un'altra donna pietosa, assai giovine e bella, che le parlava con soavità, compassionandola, e dava qualche segno di conoscerla.

Era forse questa signora, che aveva pronunciato poco prima il suo nome.

—Perdonate—cominciò a balbettare la poverina—sto meglio. Ero venuta a cercare di questi signori, voglio dire di quel giovane che fu ferito in duello. È morto? dite. È morto?

—No. Son partiti tutti fin da ieri mattina—disse la donna.

—Partiti?—esclamò Flora, rianimandosi.—Scusate, pensavo che fosse morto e ho provato un gran colpo di cuore. La sua ferita è guarita?

—Quasi guarita o almeno il dottore assicura che da questa parte non avrà più nulla a temere. Non so per il resto.

—Cioè?

—È forse una parente la signorina?

—Sono una sua lontana cugina. Dite pure: dovrò pur sapere come sono andate le cose.

—Si teme che il poverino abbia a rimaner cieco per tutta la vita.

—Cieco?!—gridò Flora, afferrando le mani della donna—Cieco?!—E lottando contro una specie d'interna incapacità a comprendere il senso doloroso delle cose, guardava negli occhi la donna per cercare la soluzione di un enigma che non si lasciava sciogliere.

Ma a poco a poco la verità si fece strada, La nozione del male si trasformò in una sensazione oscura che l'avvolse come una notte. Il giardino così pieno di sole sprofondò in una tenebra fitta come se la verità acida e velenosa, saltandole agli occhi, accecasse anche lei.

La giardiniera, vedendola vacillare di nuovo, la sorresse col braccio e cercò di rianimarla con delle buone parole, a cui Flora si sforzò di rispondere per non perdere del tutto una forza di resistenza di cui aveva ora più bisogno di prima.

—Cieco!—Ora sentiva tutta la grandezza di questa nuova sciagura, che non osava confrontare con quella che aveva temuto prima, per paura che, dovendo sceglier tra due terribili mali, il suo cuore avesse a ingannarsi. Piangeva Ezio come morto e glielo rendevano vivo, ma cieco: non sepolto morto nella terra, ma sepolto vivo nelle tenebre, Era una scoperta orribile, da togliere ogni virtù: ma dopo aver dissipato con un atto materiale delle mani la nebbia che le ingombrava la vista, tornò in sè stessa per non so qual forza riposta, si alzò e chiese con voce subitamente rinvigorita:—Sapete se essi intendevano di tornare a casa?

—Sentivo dire che il signor Ezio desiderava tornare: ma che volesse tornar subito non saprei dire.

—Grazie, buona donna; scusate se vi ho spaventata.—La fanciulla, appoggiandosi al braccio della giardiniera, si fece accompagnare un tratto per il viale fin verso il cancello; ma fatti alcuni passi, accortasi di non aver ringraziata e salutata la bella signora che l'aveva soccorsa e di cui teneva ancor stretta nella mano un'elegante fialetta di cristallo:—Quella buona signora….—disse voltandosi a cercarla cogli occhi. Ma la buona signora era già scomparsa.

—La conoscete?—chiese alla donna.

—Dev'essere una signora americana che sta all'Hôtel. È venuta anche lei due sere fa per la prima volta a chieder notizie del ferito e restò molto impressionata, quando il contino le diede la brutta notizia. Oggi è tornata per veder la villa, perchè spera che suo marito, un milionario americano, abbia a comprargliela. Dicono che non sia propriamente suo marito: ma per noi è lo stesso, purchè la villa si venda e si esca da questa melanconia. È peccato buttar via questa grazia di Dio: e anche mio marito potrebbe guadagnare qualche cosa di più che non a servire questi usurai dell'hôtel che non danno mai un soldo di mancia. Si sa, siam povera gente che vive di incerti e di piccoli proventi.—

In Flora, al sentir parlare di mancia, si rivegliò il senso di quel dovere civile che vuole che ogni servigietto abbia il suo compenso. Tolse dal magro portamonete una lira di carta italiana e offrendola modestamente alla donna le disse:—Pregate per quel poverino e un poco anche per me.

—Lo farò, bella ragazza; non avrebbe per caso moneta svizzera?

—Oh no…—esclamò la povera Flora, arrossendo, cercando inutilmente tra le poche lire stracciate che eran rimaste nel fondo.

—Fa nulla, pregherò lo stesso.

—E ringraziate per me la signora…—disse, affrettandosi verso le strada che scendeva in città.—

La donna dalla soglia del cancello la seguì un pezzo cogli occhi e quindi, pesando il barattolo di cristallo in una mano, la logora lira nell'altra, mentre tornava sui suoi passi, prese a dire:—Peccato davvero che resti cieco quel povero figliolo, quando ha la fortuna di farsi ben volere dalle donne, dalle bionde, dalle rosse, e forse anche dalle nere. Era forse meglio che morisse addirittura laggiù in quel prato, povero figliuolo!—E seguitando ne' suoi pensieri, mentre tornava in traccia della bella americana, almanaccava:—Questa rossa, pare una sartina o una maestrina di laggiù, e a giudicare dai capelli dev'essere un diavoletto intelligente, un'anima calda: e come piangeva! sento ancora il calore delle sue lagrimone sulla pelle delle mani. Peccato che il suo borsellino sia smilzo come un agone secco. Per una lira italiana e sporca io dovrei pregare per lui, per lei, e magari accompagnarli in paradiso. L'americana non ha bisogno delle mie orazioni e se devo giudicare dall'odore, è di quelle che pregano una volta sola in punto di morte, quando il diavolo si muove per portarle via. Questa boccettina—soggiunse, portando il buon odore al naso—par di cristallo fino e il collo par d'argento, guai se non avessimo di questi proventi in questi anni di miseria!—E se la mise in tasca.—Ora non mi resta che di conoscere la maritata, quella per cui il giovinotto arrischiò di farsi ammazzare. Dev'essere assai bella se l'ha pagata con un paio d'occhi, scartando la bionda e la rossa. Ma, ah povera me! che cosa serve la bellezza, se non hai gli occhi per vederla?—

Ridendo, crollando la testa sulle sue considerazioni, la donna, che aveva nei suoi giovani anni conosciuto il mondo, finì col conchiudere che bisognerebbe nascere due volte: la prima per imparare, la seconda per vivere.

Belvedere.

Ezio smanioso di tornare a casa sua, appena si sentì in grado di affrontare le noie del viaggio, fu come se avesse i carboni accesi sotto i piedi. Sperava che a cambiar aria, potesse rompersi quel sinistro augurio che gli pesava sul capo; ma non volle ritornare per la valle di Menaggio, temendo di ripassare troppo presto da luoghi ch'egli aveva ancora negli occhi. Mostrò invece il desiderio di scendere ad Argegno sul lago di Como a poca distanza da Villa Serena, attraversando il valico d'Intelvi. Lassù, a Lanzo e al Belvedere, era andato da giovinetto con suo padre e gli era rimasta la memoria come di siti incantevoli, d'aria frizzante e leggiera, di una luce trasparentissima, piena di azzurro. Deviando un poco, era facile raggiungere anche la vetta del Monte Generoso, famoso per la grandiosità delle sue vedute sopra la catena delle Alpi e delle prealpi, e più ancora per gli spettacoli quasi divini delle sue aurore. Si ricordava di aver passata una notte di settembre in compagnia di alcuni cacciatori, che dopo averlo condotto in mezzo ai boschi oscuri della valle di S. Fedele e di Casasco, avevano acceso un fuoco e fumato nelle pipe in attesa del sole. Quel bivacco luminoso nella gran selva dei castagni gli tornava spesso nella mente e aveva la virtù di accendere ancora una vampa di fuoco nel suo viso. E ricordava quando, avvolti negli scialli per difendersi dalla brezza acuta dell'alba, s'erano accovacciati in una specie di fossa a ridosso dell'ultimo dente, e di là aveva visto schiarirsi a poco a poco il cielo, prima in un colore opalino verso la somma volta, poi in striscie più calde all'orizzonte, in cui guizzavano delle pagliuzze d'oro, finchè un vivo braciere di fuoco purpureo venne a divampare sopra le vette e a tingere di sangue le pozze e i rigagnoli dei pascoli. Ricordava con una chiaroveggenza quasi dolorosa questo sublime spettacolo, in virtù di quella vista che non è negli occhi, e che va spesso più lontano, oltre i confini del senso. Sperava di ritrovare di nuovo lassù queste vive immagini a cui l'anima sua attaccava un'ultima speranza. Quasi se le prometteva come un premio alla sua costanza, con quell'ostinazione propria delle anime forti, che rifiutano di credere ai mali che le opprimono.

Non osava ancora ammettere che le sue pupille, così pronte poco prima, osassero disobbedire al cenno imperioso della sua volontà ancora così piena di luce e di cose. Non si scongiura un male se non ribellandosi. La rassegnazione, la più umile delle virtù, non è buona se non quando è necessaria.

Arrivarono all'Albergo del Belvedere sul far della notte, dopo un viaggio lento, melanconico, in cui quasi nessuno parlò. Soltanto don Andreino si sforzò di parer qualche volta di buon umore: ma i suoi discorsi, per quanto cercasse di farli parere spontanei, avevano nell'animo de' suoi compagni di viaggio quella falsa risonanza, che mandano le posate e i bicchieri a un pranzo che segue un triste funerale. Ezio, sentendosi le ossa affrante e lo spirito depresso, si mise subito a letto dopo aver persuaso Andreino a svegliarlo la mattina all'alba, perchè desiderava di assistere alla levata del sole. E quasi che in questa speranza trovasse il suo riposo, si addormentò subito.

Intanto che il contino prendeva alcuni accordi coll'albergatore, donna Vincenzina che il doloroso viaggio aveva stancata d'anima e di corpo, era andata a sedersi in un angolo del terrazzo che domina, dall'altezza di quasi mille metri, il lago di Lugano e stava fissa a contemplare ora le stelle che luccicavano nel fondo del cielo, ora i lumi della città sottoposta, collocata nella profonda oscurità dell'abisso.

Massimo la trovò immersa nelle lagrime.

Dopo una settimana di torture, sul momento di avvicinarsi a casa, essa sentiva tutta la grandezza della sventura che li aveva colpiti e cercava nel pianto un sollievo.

Massimo sedette accanto a lei, nell'angolo dove arrivava, diluita, la luce dei fanali e languivano gli ultimi rumori che uscivano dall'albergo.

—Abbiamo ragione di piangere—disse con voce soave e tremula il vecchio amico,—È una grande sventura e non vedo come, col suo temperamento autoritario e irritabile, Ezio possa sopportarla. Temo anch'io che in un momento di maggior avvilimento egli possa commettere uno sproposito. Colla sua è la vostra disgrazia, poverina. Quale sarà la vostra vita da ora innanzi? come potete legarvi per sempre, alla sorte di un cieco?

—Che cosa pensate, Massimo? che io possa abbandonare Ezio?

—Non posso pensare nulla di male di voi, sapete: ma temo che il sacrificio sia maggiore delle vostre forze.

—Io ho sempre amato Ezio come un figliuolo.

—È vero. Avesse egli corrisposto con altrettanto affetto! Ora che la sventura l'ha colpito così tremendamente, credete ch'egli saprà trovare quella ricchezza di cuore di cui voi avete bisogno? Già sacrificata una volta all'egoismo del padre….

—Vi proibisco di parlare, Massimo—fece donna Vincenzina, posando una mano sulla mano di lui.

Massimo chinò la testa e stette un istante in silenzio. Fu essa la prima a riprendere la parola dopo un lungo intervallo, durante il quale gli occhi avevano a lungo contemplata una stella.

—Voi che cosa mi consigliereste di fare?

—Una cosa semplicissima, Cenzina—disse Massimo con una tenerezza che ricordava nel suono e nelle parole un'antica famigliarità.—Che si sia in due a portare questa croce.

—Oh sì… io faccio affidamento sul vostro aiuto, Massimo—disse lentamente.

—Ma io potrei ripartire, capite? quando fossi vostro, tutto vostro,Cenzina….—

Essa non rispose. Come se un improvviso malore l'assalisse posò la testa sul braccio appoggiato al balaustro di sasso e lasciò che il vecchio amico portasse la sua mano alle labbra. Ve la tenne un pezzo il vecchio amico e la bagnò di lagrime calde che uscivano dal vecchio cuore.

* * * * *

Fu il primo Ezio a svegliarsi e chiamò Andreino che dormiva in un letto accanto.

—Ho sentito sonar le tre all'orologio del corridoio. Aiutami a vestirmi: noi dobbiamo essere su qualche altura prima che il sole metta fuori le corna. Voglio respirare la brezza dell'alba, la buona brezza che sveglia gli uccelli e gli alberi: voglio lavarmi gli occhi nella rugiada e ricevere in viso il primo raggio di sole, riceverlo puro attraverso alla pura atmosfera.—

E su questa intonazione, in cui non avresti saputo discernere quanto di enfatico egli mettesse per sostenere i dolori del suo spirito, seguitò a discorrere finchè Andreino non fu pronto ad accompagnarlo.

—Ora sta zitto, perchè a quest'ora i cristiani dormono—gli disse il contino.

—È buio?

—Buio pesto. Appoggiati al mio braccio e sta attento a fare gli scalini che ti conto. Troveremo qui abbasso ilportierche ci aspetta.

—Non lo voglio: andiamo soli, Andreino.

—Ma io non conosco queste strade.

—Non fa nulla. Menami fuori, all'aperto, in una di queste vicine alture. Ho bisogno di respirare un'aria alta. Poi ti dirò quel che dovrai fare. Tu mi vuoi bene, Andreino: tu sei stato per me in questi giorni più che una sorella.

—Oh senti, se non hai nulla di meglio da contarmi, lascia stare anche i complimenti. Eccoti invece un buon bastone di montagna che ti aiuterà a trovare la strada. È buio anche di fuori, come se si fosse in una cantina.

—È buio? è proprio buio? Oh com'è fresca l'aria qui fuori—esclamò il giovane, vagolando sul piazzale—questa vien dal lago. Che silenzio di chiesa! dormono tutti?

—Non sono ancora le quattro.

—È nuvolo?

—No, ci sono le stelle.

—Allora questa è rugiada….—disse Ezio, tenendo alto il viso.—Andiamo bene di qua?

—Ieri sera mi son fatto insegnare un sentiero che mena alla capannuccia dettades artistes: di là dicono che si domina tutta la valle.—

I due giovani cominciarono a salire per un viottolo spianato che s'internava con arte nelle fitte ombre d'un bosco di faggio. Già il biancore primo dell'alba andava rompendo il cielo dietro le creste e un primo alito di luce animava insieme alla brezza la trama degli alberi. Qualche frullo d'ala usciva all'avvicinarsi dei loro passi. Ezio camminava appoggiato pesantemente al braccio dell'amico: ma di tratto in tratto arrestavasi e alzando il bastone in atto di protesta gridava:—Sei sicuro che di quà si va bene? mi pare invece che si discenda nella valle.

—C'è quì un cartello colla freccia che insegna la strada.

—Dov'è questo cartello?

—L'abbiamo di poco passato.—

Si ripigliava il cammino. Ezio a un punto si distaccò dalla sua guida:—Voglio provare a camminare da me. La strada è molle come un tappeto. Direi che quasi comincio a veder qualche cosa. Di', non c'è lì in faccia una fontana con un cavallo che beve?

—Dove?—chiese Andreino imbarazzato.

—Lì, in mira al mio bastone. Un bel cavallo bianco.

—Ah sì… è una grossa rupe.

—C'è però qualche cosa di bianco.

—Sì, una macchia di granito.—Non c'era nulla: ma il giovine cercava di secondarne le allucinazioni per tenergli alto lo spirito.

Ripresa la strada e usciti dal bosco, cominciarono a montare sul bel sentiero che sale il dosso erboso del monte. Sentendo un mormorìo d'acqua, Ezio volle arrestarsi a bere. S'inginocchiò sull'erba, stese la mano al rigagnolo, bevette nei palmi di quell'acqua diaccia, se ne bagnò il viso, la testa, s'inebriò di quella freschezza.

Cominciava ad albeggiare. Le creste si colorivano di rosa: il cielo diventava sempre più turchino, il verde dei vecchi boschi, meno oscuro, più ridente il verde dei prati: rumori vaghi e indistinti uscivano dai cespugli, dalle piccole siepi: e più acuto si sollevava l'odore dei muschi e delle erbe selvatiche. Il fondo delle valli continuava a restare immerso in una fredda e nebulosa oscurità, mentre si andavano via via accendendo le vette più alte, dapprima le nevose che pigliavano una chiarezza rosea di carnagione viva, poi le altre ferrigne e taglienti, che si rinforzavano nella luce, più tardi ancora i greppi, i dirupi, che parevano scostarsi per lasciar adito all'incanto luminoso dei pascoli, coi casolari alpestri raggruppati in un lieto disordine. Uscivano di mano in mano dai fuggenti vapori, come da veli lacerati e scossi, gli spacchi dei laghi, movevansi le ondulazioni delle colline lontane, svegliavansi al tocco insinuante della luce i borghi fitti di case, ridevano i poveri villaggi adunati alle falde e un intimo affetto univa la terra, patria dei dolori e il cielo, patria delle serene speranze….

Ezio andava avanti, prudentemente, alzando la faccia contro la brezza, aspirando quei profumi, raccogliendo quei suoni, sentendo intorno a sè il ritorno del solo, indovinando colla fantasia la bellezza delle cose: ma un cerchio di ferro cingeva il suo capo.

—Ah….—fece una volta, aprendo la bocca a un grido, che morì soffocato dall'angoscia mortale.—A te lo posso dire, perchè sei un uomo ragionevole. O mi tiran fuori di questa cantina o la faccio finita….

—Perchè pensi a queste cose?

—Perchè non posso a meno di pensarle. Ti par possibile questa vita di fringuello in muda? Quando sentirai che mi son tirato un colpo nel cervello, dirai: Povero diavolo, s'è liberato.


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