—Non dovresti dirmele queste sciocchezze che mi fanno male—protestòAndreino, facendo sentire nella voce un tremito di dolore.
—Sì, sì, hai ragione, povero Lolò, non dovrei dirle a te queste cose. Tu credi alla Provvidenza, tu… mentre io, in questo caso, proprio non so vedere che ci possa essere una ragione nel tormentare così un uomo come una bestia. Vien qua: dammi il braccio. Siam fuori del bosco? da qual parte è il lago? Sento che va diventando chiaro: sento che è bello qui intorno a me. Non è vero che le cime son accese come tanti falò?… Lascia che io mi sieda, qui, qui, in qualche sito: mettimi in faccia al sole. Lasciami qui solo. Non aver paura, Dreino, non mi farò del male: no, povero Lolò, vi ho già dato abbastanza noie, povera gente. Ho bisogno di star solo, un momento, per pensare al caso mio e a quel che devo fare di me…. Non immagini che pena sia sentir il sole sulla faccia e non vederlo: è una maledizione orrenda, ve', aver gli occhi, questi maledetti occhi impiombati. È una cosa ben crudele che un uomo sia condannato a questo supplizio. Tu non puoi immaginare quel che soffro: no. Nessuno al mondo può immaginare fin dove si può soffrire senza morire. È un'atrocità orribile, uno spasimo indescrivibile. È come l'esser sepolti vivi senza nemmeno la speranza di morir presto. È tutto il male del mondo concentrato nel cuore d'un uomo. O papà, o la mia povera mamma, se mi vedete, aiutatemi, fatemi morire!—
* * * * *
Steso bocconi, colle mani che raspavano la terra, il povero figliuolo lasciò uscire tutti i gridi e tutte le lagrime che da dieci giorni andava rinserrando nell'anima orgogliosa. C'era da commovere le pietre soltanto a vedere quella giovinezza schiantata nel suo fiore e a sentire quel suo dolore piangere così lamentosamente.
Andreino Lulli non seppe far altro che buttarsi a piangere anche lui sul povero suo amico. Lo carezzò, gli fece sentire il calore delle sue lagrime, lo strinse nelle braccia, lo baciò sul capo, sforzandosi di patire anche lui nella misura enorme del suo compagno, oltre la sua capacità.
Intanto il sole continuava a illuminare in una festa di colori le cime e scendeva a baciare col raggio le falde erbose popolate di pascoli. La brezza calava tra le valli, piegando gli steli rugiadosi dei fiori, recando lo scampanellare sparso degli armenti. In questi due giovani soffriva qualche cosa di più sensibile e forse di più forte della natura, qualche cosa di cui non avevano ancora la chiara coscienza, ma che sta nella vita come la scintilla nella pietra.
Triste incontro.
La sera del giorno successivo i nostri viaggiatori arrivavano a Villa Serena. Andreino aveva mandato avanti un telegramma a Cresti che avvisò le persone di servizio e fece aprire la casa. Per evitare a Ezio il su e giù del battello a vapore, ad Argegno avevano presa una barca con due buoni rematori che in breve tempo li portarono alla punta del Barbianello, dove giunsero sull'ora d'uno splendido tramonto.
La vecchia Bernarda, che non aveva quasi più lagrime per piangere, quando vide dalla punta spuntare la barca e riconobbe le persone, come se vedesse venire non una barca ma un mortorio, esclamò:—Povero il mio Ezio! ha fatto bene la sua mamma a morire.—
Il Cresti, che passeggiava da un'ora coll'orologio in mano, inquieto, colla febbre indosso, al cenno che Andreino fece da lontano col fazzoletto, vide farsi oscura l'aria. Amedeo e il vecchio Giosuè, che spiavano dalla terrazza della darsena, si mossero dicendo:—Son qui.—
Cresti non aveva detto nulla al Castelletto di questo ritorno per risparmiare a quelle donne la tristezza del primo incontro. Le cose eran andate in modo che egli non sapeva nulla del viaggio di Flora a Lugano e credeva che la fanciulla ignorasse la disgrazia toccata ad Ezio. Ma Flora, alle prime mosse aveva saputo strappar la verità di bocca ad Amedeo che il Cresti volle condurre alla villa per avere un aiuto pronto e intelligente. Prima che la barca uscisse dal Barbianello, Flora era alla casa di Regina al torrente.—Accompagnami—le disse—non possono tardar molto. È inutile che mi facciate dei misteri. So tutto.—
Regina mormorò qualche parola di commiserazione e uscì con lei. Per non lasciarsi vedere da Cresti, che avrebbe potuto mandarle via, le due ragazze si trattennero in disparte dietro il casino svizzero, da dove, senza essere viste, potevano dominare il lago.
Flora era delle due la più tranquilla. Mentre Regina non poteva frenare le lagrime e cercava di soffocare i singhiozzi nell'angolo del suo grembiule, la figliuola del colonnello Polony guardava fissa innanzi a sè come forse aveva spiato suo padre dall'alto del poggio, cinque minuti prima di comandare l'ultimo assalto.
La barca approdò non alla darsena, ma alla riva aperta, a' piedi della scala. Andreino saltò per il primo a terra e porse la mano a donna Vincenzina. Cresti, Amedeo, Giosuè scesero loro incontro: ma nessuno seppe trovare la parola che valesse a rompere un silenzio così doloroso. Aiutato da Massimo e da Andreino, Ezio, che nel toccare la soglia di casa sua sentiva venire incontro tutte le belle cose della sua giovinezza, discese dalla barca, si fece dare il bastone e quando gli parve d'essere orientato, disse:—Lasciatemi, ora son pratico.—
E venendo avanti col passo misurato e cauto del cieco, raggiunse la rampa della scala, sentì sotto la mano il ruvido della cinta e cominciò a salire.
—Son fioriti gli oleandri—disse quando fu in cima, dove si fermò un istante colla faccia rivolta verso la stesa del lago di cui sentiva l'ampiezza aperta ed il mormorìo pieno di seduzioni. I parenti seguivano a pochi passi di distanza colla stanchezza di chi torna da una battaglia perduta. Cresti non vedeva gli scalini, tante erano le lacrime che gli velavano la luce.
* * * * *
Quando ebbe respirato un poco il soffio del vento, il cieco piegò verso il boschetto delle magnolie dove s'era avanzata ad aspettarlo Flora. Pallidissima, ma rigida e forte accanto al tronco di un albero a cui appoggiava la testa, la fanciulla addolorata guardava con occhi spasimanti.
Regina, nascosta fra gli alberi, s'era lasciata cadere in ginocchio e pregava a voce alta, perchè la Madonna desse a tutti la forza di sopportare quel gran male.
Ezio veniva abbastanza sicuro, guidato dal sentiero sabbioso che strideva sotto i suoi piedi nell'ombra già folta del viale che aveva per sfondo la luce del lago; quando, parendogli di udire una voce, si fermò, alzò il bastone come spada e domandò in modo di scherzosa esclamazione:—Chi va là?—
Flora non rispose, ma si precipitò verso di lui che si sentì chiuso nelle sue braccia. Egli sentì le sue labbra sulla fronte, sentì l'affanno della muta angoscia e credette per un istante che la morte più volte invocata venisse davvero non senza qualche conforto. Tutti si strinsero davanti a quella scena improvvisa in un sacro raccoglimento, come se in quei due giovani cuori vedessero soffrire tutta la natura umana.
Il silenzio che seguì per circa un minuto fu così religioso e profondo che la voce di Regina uscì come un mesto suffragio, come la preghiera del sacrificio.
—Vedi, Flora, come mi hanno conciato?—fu il primo a dire il poverino, che si sforzava di mantenere nello spirito e nella voce la pacatezza dell'antico elegante:—Addio, maschere, Flora! nemmeno Pomponio Labeone l'avrebbe prevista.—
Essa rispose con tutte le sue lacrime, che Ezio sentì cadere così spesse e così calde sul viso che, dimenticando sè stesso si fece a consolarla.—Povera Flora—disse commovendosi, mentre lasciava scorrere la mano tremante nel fitto dei folti capelli, come se cercasse con quella carezza di darle un segno dell'antica fratellanza:—Ti faccio piangere troppo, povero cuore. So che mi volevi bene, povera Flora, è un castigo grosso… ma ci vorrà molta pazienza. Ti conterò tutte le fandonie che mi hanno dato a bere in questi quindici giorni. Fu una cura di bugie: ma ora non c'è più dubbio. Sono orbo, orbo come una talpa. Però son contento di essere a casa mia… Dove siamo? dammi la mano, Flora, così… Questa è la porta di casa, ecco il primo gradino. Qui ci sarà la Bernarda, immagino, nascosta in qualche cantuccio. Dove sei tu? credi che non ti senta piangere, mia vecchia trottola?
—Son contenta di vederla, sor padron..—fece per dire la povera donna; ma le rughe del vecchio volto s'irrigidirono in una contrazione nervosa, quasi in una smorfia di pianto trattenuto.
La grande battaglia,
Seguirono giorni di pena, di ansietà, di paura. Ezio mostravasi calmo, quasi rassegnato: ma non c'era da fidarsi. Don Andreino, scrivendone al Bersi, non nascondeva le sue preoccupazioni: «Se egli non me lo avesse già dato ad intendere a chiare parole, basta conoscere il carattere di Ezio per ritenere che un giorno o l'altro troverà un estremo rimedio a questa estrema sventura. Nessuno potrà impedirlo: quasi sto per dire poco cristianamente che non si oserebbe dargli torto.
«Ora sta sistemando le cose sue, vuol pagare i suoi debiti, ordinare le carte di suo padre, preparare un testamento. A sentirlo parlare con tanta freddezza ti fa gelo al cuore. Vi son parole di conforto per questi mali? io non ne so trovare.
«Anche mia zia, la marchesa di Villamare, è cieca da dieci anni: mace n'est pas la même chose. La marchesa ha settant'anni e dopo aver adoperato assai bene i suoi bellissimi occhi s'è data al buon Gesù. Ezio è un agnostista (uso la parola che il Brunetière adopera in un suo stupendo articolo dellaRevue des deux Mondes) e a ventiquattro anni non manca il coraggio di morire.Le gest est beau.»
La Bernarda ebbe presto motivo di persuadersi che questi sospetti non erano infondati.
Un giorno, mentre stava accomodando la biancheria, vide entrare nella stanza Ezio, che in pochi giorni aveva riacquistata la pratica della casa. Dopo aver toccato i vari cassetti dell'antico scrigno di mogano, fece scattare un battente e ne ritirò una cassetta di cuoio. Apri l'astuccio, palpò, carezzò colla punta delle dita le canne lucide e brunite delle pistole mollemente tuffate nella loro custodia di velluto, ne levò una piccola rivoltella di cui fece scattare rapidamente il grilletto….
La povera donna fu lì lì per corrergli addosso e strappargliela di mano, ma si trattenne, vedendo che il giovine rinchiudeva l'astuccio, collocava questo di nuovo nello stipo, ne ritirava la chiave, mormorando qualche parola secondo l'abitudine che aveva preso di parlare con sè stesso, quando sapeva di esser solo, quasi per un bisogno di ritrovare nel buio la sua personalità.
La vecchia domestica raccontò quel che aveva visto a donna Vincenzina, che ne parlò a Massimo e a Cresti. Che si doveva fare? mettere a fianco del giovine una persona che lo seguisse in tutti i passi non era possibile, perchè Ezio aveva dei momenti di cupa sofferenza in cui non voleva nessuno accanto a sè: e a questi succedevano ore di non meno cupa oppressione morale, durante le quali rimaneva disteso sul letto in una muta tetraggine che non sempre le lagrime riuscivano a rompere.
Se una vigilanza era possibile di giorno non era egualmente facile di notte, se anche si fosse trovata la persona capace di assumere un incarico così pericoloso.
Se ne parlò a lungo col Cresti, ma il signor Cresti aveva già troppi pensieri suoi, perchè potesse consigliare o sacrificarsi. Il matrimonio con Flora era stato fissato per la metà o per la fin d'ottobre e allo sposo stava a cuore che il Ravellino per quel tempo, lavato e ribattezzato in Villa Flora, fosse discretamente in ordine almeno nelle sue stanze principali.
La terribile disgrazia di Ezio aveva gettata un'ombra di cattivo augurio sulla felicità del solitario del Pioppino; ma alla fine bisognava che tutti si facessero ragione. Ezio non era mica un suo parente e bisognava anche dire che era andato a cercarla col lanternino. Giudicando dalle apparenze, anche Flora per la prima pareva persuasa di questa necessità. Tutto era possibile tranne il tornare indietro. Se il buon Dio avesse voluto con un miracolo ridonare la vista al cieco, Flora non poteva raccogliere l'eredità di uno scandalo. Tra lor due c'era oggi un orgoglio ferito che non si poteva più medicare, e l'orgoglio divide più della morte.
Così il buon Cresti procurava di far in modo che la logica non impedisse la sua felicità; la quale era veramente grande, saporita, luminosa. Finalmente gli pareva di aver trovata la parola lungamente cercata che spiegava l'enigma intorno a cui si era logorata la sua mente per tutti gli anni della vita. Tutte le parti dell'indovinello si schiarivano negli elementi parziali di quella parola che le riassumeva. Dite «amore» e la vita è la cosa più facile del mondo.
E Flora?
Flora viveva come una sonnambula. Quel suo povero cuore s'era quasi spezzato del tutto alla vista del cieco che veniva titubante, col viso alto e pallido, spento…. Quello non era più il suo Ezio, ma il cadavere di Ezio che camminava.
Un sacro orrore si era impadronito del suo spirito e andava continuamente scompigliando i suoi pensieri e i suoi affetti. Non sapeva più che cosa desiderare nè per sè nè per il disgraziato. Arrivavano momenti in cui non capiva nemmeno i ragionamenti più semplici e le dimostrazioni che la mamma andava ripetendo per la centesima volta.—È una grande disgrazia—diceva la signora Matilde alla figliuola—ma dal momento che egli non ha avuto occhi per te quando ci vedeva, non c'è motivo che tu perda ora i tuoi a piangere quel che non si può riparare. Ciascuno ha i suoi doveri nella vita, e come hai rinunciato a lui quando era felice e trionfante, devi per un motivo ben più nobile e santo rinunciare, a lui, ora che hai promesso il tuo cuore e la tua mano a un galantuomo che ti vuol bene. Cresti non ama veder questo tuo abbattimento. Per quanto grande sia la disgrazia di Ezio, tu non gli puoi giovare colle tue lagrime.
—Io non piango, mamma—diceva Flora.
—Non piangi, ma fai peggio. Non parli, non mangi, non capisci nulla.
—Dicono che egli si ucciderà.
—A Ezio non mancano le ragioni per vivere, se nella sua coscienza c'è ancora qualche cosa che non sia orgoglio e vanità. Ma comunque sia, o mia cara, che giova il tuo piangere?
—Io non piango mica, mamma.
—Che gli giova il tuo soffrire? egli deve essere contento di sapere che hai trovato in Cresti un onesto e sincero protettore. Settembre è quasi per finire e troppe cose abbiamo a preparare, perchè abbia a perdere il tuo tempo in questa malinconia senza rimedio.
—Tu hai ragione, mamma.—
Pareva persuasa di queste ragioni: ma scrivendone di lì ad pochi giorni a Elisa d'Avanzo essa tornava a girare ancora intorno alla sua dolorosa idea: «Dicono che se Ezio avesse la fede delle nostre madri e la nostra, troverebbe la forza di sopportare la sua sventura: e per invocarla questa fede la zia Vincenzina ha fatto celebrare un triduo alla Madonna del soccorso. Ci siamo andato ieri per la prima volta sull'albeggiare, e ho cercato di portare lassù quanto c'è di meno cattivo nell'anima mia. La buona Regina mi persuase ad accostarmi alla Santa Comunione e volentieri seguii i consigli di un'anima semplice per mettermi anch'io in quello stato di semplicità che provoca la grazia. Ho bisogno di tutti i soccorsi del cielo, mia cara, perchè questa povera testa non afferra più certe ragioni e non sa più che cosa credere e che cosa pensare. Che faccio io per salvare un'anima in pericolo? Ora egli parla di stabilirsi in un suo fondo del basso milanese, dove potrà, dice, attendere all'amministrazione delle cose sue, vivere in pace, solo, senza dar noia a nessuno: ma tutti sentiamo ch'egli cerca i mezzi per meglio ingannarci e che il suo viaggio sarà ben più lungo e più triste. E intanto mi parlano di nozze…»
La mamma se la vedeva spesso comparire in camera, di notte, pallida e agitata perchè diceva di aver udito un colpo nell'aria dalla parte di Villa Serena. Le prime volte che aveva tentato di varcare il cancello della villa dopo il suo incontro con Ezio, s'era sentita respingere da una forza invisibile. Il suo cuore era diventato un garbuglio di sentimenti, di desideri, di paure, di sgomenti, in cui non sapeva raccapezzarsi. Una specie di ripugnanza fisica urtava collo spirito avventuroso del suo carattere. Temeva di essere avara o crudele con un poverino così disgraziato, ma non vedeva in qual modo avrebbe potuto essere pietosa. Ora l'idea del suo matrimonio con Cresti le si presentava come un grottesco assurdo, ora rifugiavasi in questo destino con un senso di sollievo, cedendo volentieri al dovere, come chi approda su uno scoglio che salva da un naufragio.
Una mattina la zia Vincenzina le mandò a dire che aveva bisogno di parlarle. Venisse subito per una comunicazione urgente, ma non dicesse nulla per ora alla mamma.
Il giorno prima Ezio s'era fatto condurre dai barcaiuoli a Lezzeno in cerca di un vecchio notaio Morelli, che aveva goduto la fiducia del babbo, ed aveva avuto con lui un lungo colloquio.
Ora il notaio scriveva con riservatezza, per avvertire la signora Bagliani, che il giovine aveva dettato un vero testamento, come se fosse alla vigilia della morte. All'Istituto dei ciechi poveri di campagna aveva lasciato il grosso della sua sostanza, cioè le rendite del suo fondo di Brentana: una somma era destinata per la pubblicazione delle memorie di suo padre: venti mila lire come regalo di nozze a Flora Polony, oltre a molti altri ricordi e regali a parenti e ad amici.
Il buon notaio sentiva il dovere di rompere in questo caso i suggelli della circospezione professionale, perchè gli era parso di comprendere che il disgraziato giovine meditasse un sinistro proposito. Vedessero i parenti quel che si poteva fare per salvarlo.
La zia Vincenzina prima ancora di parlarne a Massimo e a Cresti, seguendo un segreto istinto del cuore, aveva voluto discorrerne a Flora, in cui sentiva una naturale alleata.
La fanciulla giunse alla Villa verso lo due, e dal vialetto dei carpini fece seguo alla Bernarda che corse ad avvertire la signora. La zia disceso subito e risalendo colla fanciulla il giardino, le diede a leggere la lettera del notaio e si consigliò con segreta ansietà su quel che si doveva fare.
Flora lesse e impallidì: però dopo un istante, senza smarrirsi, riprese:—Lasciami questa lettera, zia, gli parlerò io. Sì, sì, gli devo parlare. Non si può abbandonare un'anima che soffre. Non c'è nulla che vale più d'un'anima. Dov'è? andiamo subito da lui: forse ho già tardato troppo.—
* * * * *
Parlava ora con una calda animazione, senza tremiti, senza lacrime.
Il suo volto si era rianimato come sotto il riflesso d'una fiamma interiore, che fosse balzata all'improvviso dal suo cuore coperto di cenere, ma non spento. Dopo aver tentennato un pezzo tra oscuri viottoli, le pareva di vedere finalmente aprirsi una strada luminosa davanti a sè, la strada diritta che menava alla mèta, la sua strada, insomma!
—Non dirgli che ti ho parlato—soggiunse la zia Vincenzina—ma fingi d'essere venuta qui da te, a caso. Eccolo che esce ora in compagnia di suo zio. Va loro incontro e procura di scoprire i suoi pensieri. Noi vi raggiungeremo poi: oh si, dobbiamo combattere tutt'insieme questa grande battaglia. Va, e che la Madonna ci aiuti tutti, cara la mia figliuola!—
Flora andò incontro ai due che scendevano lentamente per il viale della darsena. Quando fu loro vicina cinque passi, fece un segno colla mano allo zio Massimo perchè tacesse e sentì Ezio che diceva;—No, no, miei cari. Io non voglio essere di carico a nessuno; la mia disgrazia non dev'essere la disgrazia di tutti. Per quanto non dubiti del vostro affetto e del vostro coraggio, penso che laggiù a Brentana, lontano dal mondo, mi sarà meno difficile rassegnarmi al mio destino.—
Il volto del giovine parve a Flora molto dimagrato. La barba bruna, che aveva dovuto lasciar crescere, faceva comparire ancor più pallida la tinta del suo viso, che nelle linee acute e corrette del profilo aveva un non so che di freddo e di marmoreo sotto la cornice nera d'un berretto d'astracan alla Russa, che gli copriva il capo e parte della lunga cicatrice.
L'immobilità degli occhi, oltre a dare a tutta l'espressione di quel viso affilato una rigidezza statuaria, versava sulla fisionomia, un dì così luminosa ed aperta, quasi un velo di triste oscurità. La voce già così balda e dominatrice, risonava come depressa in una lenta estenuazione piena di lacrime segrete e di rancori, che si manifestavano in bruschi scatti di tutta la persona e nel modo con cui agitava davanti a sè il bastone che gli serviva di guida. Vinto, prigioniero, incatenato nella sua sventura, il vincitore di ieri trascinava non umilmente la sua miseria: e non era difficile scorgere ch'egli pensava di procacciarsi una suprema rivincita, quasi quasi una vendetta, nell'estremo castigo che andava segretamente preparando a sè stesso.
—Ecco quà la nostra Flora—disse lo zio Massimo, quando la fanciulla con un gesto del capo ebbe acconsentito.
—Flora?—esclamò Ezio con una dolente cantilena—beato chi la può vedere! Credevo che mi aveste dimenticato voi altre del Castelletto. Anche Cresti non si vede quasi mai.
—Si teme di disturbare—mormorò la fanciulla.
—Vado a vedere se è arrivata la posta—interruppe lo zio, obbedendo ad un richiamo che donna Vincenzina gli fece da lontano.
* * * * *
Quando i due giovani sentirono di essere soli caddero e si indugiarono in un pensiero oscuro, che avvolse come una nube tutta la loro vita. Il silenzio che ne seguì parve a entrambi più pesante della pietra d'un sepolcro. Ezio sentì la necessità di uscirne per compassione di tutt'e due, per rispetto a sè e anche per quel senso orgoglioso di ribellione che non era ancor morto in lui e su cui andava facendo gli ultimi conti.
—Stanotte credo di aver avuta un po' di febbre e sento volentieri il caldo del sole—Riprese a dire, mentre sedeva sul muricciuolo di sponda, voltando le spalle ai raggi. Flora gli si fermò accanto, in piedi.
—Stavo dicendo a questo sant'uomo di mio zio che mi pare arrivato il momento di sistemare la nostra reciproca situazione. Oramai ho perduta ogni speranza ch'io possa ricuperare i miei occhi di prima. Se fosse, come volevan farmi credere, un fenomeno di debolezza nervosa, a quest'ora dovrei provare qualche miglioramento, mentre invece mi pare di scendere sempre più in un sotterraneo. È un po' dura, ve', Flora, ma è così…—E vinta anche questa amarezza, continuò, con una voce più rinvigorita:—Dunque ho pensato di farmi portare a Brentana.
—Fin laggiù?
—Per me ormai laggiù o quassù è lo stesso. Laggiù sentirò a cantare le rane.
—In quella tristezza? qui c'è chi ti vuol bene.
—Lo so; ma non posso pretendere che altri si sacrifichi per me. La mia madrina mi vuol bene, certo: e ora c'è anche questo sant'uomo dello zio Massimo, che si offre di stare con me: ma io non devo dimenticare che l'una ha già sacrificato alla mia casa forse più di quanto è giusto che una donna sacrifichi al suo dovere: e l'altro… non è alla sua età e con qualche vizio di cuore che si possono cambiare gusti e consuetudini…—E dopo aver fatto di nuovo un piccolo sforzo sopra sè stesso, come se saltasse una dolorosa idea intermedia, uscì a chiedere:—E il vostro matrimonio quando si fa? Sono un po' in collera con Cresti e un poco anche con te, Flora, perchè ho saputo di questo vostro matrimonio quasi per caso dalla Bernarda…—
Flora, saltando anch'essa con supremo sforzo alcune idee intermedie, troncò il discorso tedioso, uscendo a chiedere:—Non ti pare che qui l'aria sia troppo forte?—
Il vento di sud cominciava a muovere lo acque del lago, che luccicavano in infinite piccole increspature e a fremere nelle foglie degli antichi platani.
—Forse hai ragione. Dove siamo? Quando mi distraggo perdo facilmente la trebisonda del giardino, Dà il braccio a questo pover'orbetto.—
Flora stese la mano e strinse quella del giovine ancora irrigidita da un resto di febbre.
—Tu hai freddo—essa balbettò.
—Sempre, dacchè non vedo più il sole—rispose, appoggiandosi col peso alquanto inerte del corpo al braccio della fanciulla.
—O Ezio, tu devi aver molto coraggio…—prese a dire Flora carezzevolmente.
—Perchè? per chi? Flora?—chiese egli soffermandosi.
—Per te, per i tuoi, per noi tutti…
—So che mi volevi bene, povera Flora—si abbandonò a dire imprudentemente l'infermo, lasciandosi prendere e trascinare dall'onda di quella soave compassione ch'era venuto a cercarlo.—Mi hai perdonato, Flora, il male che ti ho fatto? Io non avrei attirato sopra di me e sopra di noi questo castigo, se avessi ascoltato i buoni suggerimenti del cuore.
—Non pensare al passato e a quel che non si può più fare—disse la fanciulla con animo sostenuto, persuasa di essere in quel momento quasi la voce di Dio:—Tu devi vivere, Ezio, non per ricordare quel che è scomparso, ma per quel che puoi fare ancora di bene: e nel bene che farai a te e agli altri troverai la forza di sopportare il male. Non devi credere di aver perduto tutto, fin che ti resta un cuore che ti vuol bene: e noi siam qui tutti intorno a te non di altro occupati che di volerti bene e di aiutarti a sopportare questa sventura. Quanto potrai vedere attraverso al nostro amore, lo vedrai come prima, forse più bello di prima. La luce non è soltanto negli occhi: anzi quella che viene dall'amore delle anime è forse più chiara. Noi ti aiuteremo a ricordare, a sperare, a credere. Non lasceremo spegnere le immagini della tua giovinezza, che invecchieranno meno presto per te che per noi, perchè tu le conserverai come un tesoro riposto e non le dissiperai in cose nuove. Qui conosci il paese: sai da dove spunta il sole e dove tramonta: conosci le piante e i fiori che ti circondano e ad ogni primavera sentirai nel profumo degli alberi ringiovanire la terra, rinverdire le siepi, rinnovarsi il piacere di vivere. E intanto noi ti leggeremo i libri più belli, ripiglieremo il nostro Beethoven in cui si può vedere tutto quello che si vuole: insomma tu vivrai di noi, qui, al Castelletto, al Pioppino, pigliando di noi soltanto quello che è più caro. E se sentiremo che ci sono altri infelici nel mondo, chi ti vieterà di ritrovare in essi la tua famiglia? Ma perchè ciò si possa fare, Ezio, è necessario che tu non ci nasconda nulla. Chi nasconde i suoi dolori comincia a disperare. Noi abbiamo troppi motivi per credere che tu c'inganni e stai preparandoci un tradimento. Ebbene, no, Ezio: tu non devi morire.
—Che cosa è il morire davanti a questo soffrire?
—No, Ezio, tu non devi morire per rispetto al tuo stesso dolore, che è più alto e più santo d'ogni rancore. L'anima è più forte della morte….
—Ma io, cara Flora, non ho più nulla a leggere in questo libro stracciato della mia vita.
—Ma puoi scrivere pagine nuove. Tu non puoi dire che la tua vita non valga nulla fin che non ne hai afferrato il significato ultimo; e meno ancora puoi dire che nulla valga la vita di là, se non hai finito di leggere questa, che comincia non quando si nasce, ma quando nasce la coscienza. Hai tu mai avuto tempo di pensare a queste cose, mentre ti divertivi e cercavi di affogare la coscienza nelle distrazioni? Forse è Dio che ha bisogno di te, Ezio, che non ha voluto perdere quel che tu gli devi e gli puoi dare: e se Dio ti vuole, inutilmente cerchi di sfuggirgli. Resta, resta dunque con noi a studiare e ad imparare tutto quello che è bello e utile di sapere: la morte verrà da sè naturalmente, a suo tempo, buona e pietosa come un sacro epilogo della nostra esperienza….
—Flora, chi ti mette in bocca queste parole?—esclamò il giovine infelice, arrestandosi e aggrappandosi più forte al braccio della fanciulla. Essa pure si scosse un poco meravigliata nell'inseguire l'eco di parole che non aveva mai nè pensate nè preparate. Chi aveva parlato in lei?
—Può essere che parli in te qualcuno a cui bisogna obbedire: ma nella morte dev'essere una gran pace, Flora.
—Ma tu lasceresti indietro un'inquietudine eterna. Tu non puoi uccidere in te tutti quelli che ti amano.—
Il tremito lagrimoso con cui Flora pronunciò queste parole disse a Ezio ch'egli non poteva morire senza ferir mortalmente anche il cuore di chi s'era fatto di lui un idolo. Egoista nel piacere, si accorse di non esserlo meno nel suo dolore: ma non volendo arrendersi tutto ad un tratto e confessare il suo torto, cercò ne' suoi stessi mali la sua giustificazione:—Ah tu non sai che significhi avere sulle spalle una testa chiusa e pesante come una palla di bronzo. Senti com'è fredda questa testa senza luce….—
Flora prese nella mani la testa che il giovine le porse e la strinse a lungo come se volesse col lungo contatto far entrare un poco di calore della sua anima. Vedendo che quasi stava per perdere i sensi, lo sorresse sotto il braccio e lo menò a sedere dietro una fitta siepe di sabine dov'erano alcuni sedili in un spazio erboso. Qui s'inginocchiò sull'erba e tratto il fazzoletto asciugò le piccole stille di sudore freddo che gli imperlavano la fronte e le lagrime che stillavano dagli occhi spenti, come se in essi si riaprisse una nuova fonte di commozione.
Rimasero così un gran pezzo in silenzio, nel segreto di quell'ombra in cui il vento che fuggiva tra gli alberi recava il profumo dei fiori misto all'umido odor del lago che ciangottava contro la ghiaia della riva vicina. Egli avrebbe voluto dire molte cose: ma una stretta convulsa gli serrava la voce nel petto pieno di dolori nervosi. Tremava tutto, agitando le mani sottili e bianche con cui cercava d'invocare pietà e compatimento. Eran troppe le cose che avrebbe voluto dire e più ancora quello che non avrebbe saputo dire e che sgorgavano nuove e impetuose dall'inesplorato fondo della sua coscienza.
Una volta la mano cadde sulla testa di Flora e vi si fermò nel fitto e caldo volume dei capelli.—O Flora, o mia povera Flora, che bene che mi fai. Tu mi scaldi la mano e il cuore. Resta, resta, tu sei il mio sole… Non ti ho mai veduta così bene come ti vedo ora. Come sei bella, Flora!
—Mi giuri che non ti farai del male?
—Sì per te, soltanto per te, lo giuro, Flora.
Verso la luce.
Una sera donna Vincenzina, sentendosi dei brividi nelle ossa, andò a letto più presto del solito. La notte i brividi divennero febbre, che crebbe sul mattino forte e ardente. Le sensazioni troppo violente dei giorni passati dovevano avere il loro contraccolpo nel suo temperamento non abituato alle fiere battaglie della vita.
Il dottore, chiamato d'urgenza, giudicò il caso non gravissimo; ma avvertì di stare in guardia contro i pericoli di una febbre infettiva.
Due giorni dopo si dichiarò il tifo, con tutti i suoi sintomi di coma e di delirio.
Non essendovi a Villa Serena una donna giovine che potesse assistere la malata, nè potendosi far molto conto sopra la povera Matilde e meno sulla vecchia Bernarda, Flora trovò che il suo posto era accanto al letto della zia, e nessuno osò contrastarla.. Per tre settimane, quanto durò il primo periodo del male, quasi non si tolse il vestito da dosso, ritrovando nella sua energia, non solo la forza di assistere la inferma ma anche quella di far andare la casa in modo che ognuno avesse il suo posto e il suo da fare. Massimo restò fin che gli parve di non essere d'impedimento: e fu un bene, perchè intorno a lui si raccolsero gli altri come intorno a un capo di famiglia.
In quest'improvviso sconcerto, nell'apprensione comune, Ezio dimenticò alquanto sè stesso e cercò di farsi dimenticare. E nell'alternativa di bene e di male, di speranze e di timori, che formavano la vita di quelle dolorose settimane, seguì un tempo di tregua salutare per lui e per tutti gli altri. Lo stesso Cresti che veniva sempre a chiedere notizie della malata non osava pensare alla sua felicità.
Per non essere d'imbarazzo Ezio usciva spesso a passeggiare solo per le stradine a lui note, ora verso la chiesa dove s'incontrava spesso coll'arciprete, ora verso il cimitero dov'erano sepolti i suoi cari, un cimitero romito e tranquillo in mezzo alle vigne; e vi restava volentieri seduto all'ombra del muricciuolo a leggere sè stesso.
Intorno a lui ronzavano i mosconi nel caldo odore dell'erba tagliata e messa a seccare. Frulli d'ala, cinguettii di passeri vagabondi e i colpi spessi delle coti sulle falci, portati dal vento e mescolati alle voci erranti del villaggio, gli facevano intorno un piccolo mondo, in cui sentiva mescolarsi la vita alla morte.
Poco lontano, colle teste quasi appoggiate al muricciuolo, ov'egli sedeva, dormivano suo padre e sua madre. Per poco ch'egli discendesse coll'occhio dell'anima sotto le zolle fiorite, ne rivedeva le care spoglie composte nell'eterno silenzio, immagini evidenti come non eran tornate mai davanti al suo occhio vivo, quando altre forze lo trascinavano ad altri pensieri. Ora fatto più chiaroveggente e più penetrante il suo spirito non si arrestava più alla superficie delle cose, ma come se una mano potente levasse il muro che separa il regno dei vivi da quello dei morti, vedeva allargarsi lo spazio in cui si muovono le cose.
Siam noi che ci sforziamo di alzare una barriera tra i vivi ed i morti; ma veramente la natura non sa dove gli uni finiscano e dove incominciano gli altri. Le cose vanno in una seguìta continuità trascinate dall'intimo spirito che le penetra, mormorando tra loro in un pensiero solo che le raccoglie, sommessa armonia che sfugge a chi ha l'orecchio pieno di frastuoni mondani, ma che le anime raccolte sentono passare insieme alle mille cose che scendono nel tempo. La morte non è che un principio. Essa è buona quando arriva a tempo come è buono il cadere d'un frutto maturo, da cui scendono alla terra nuovi semi: ma non tocca al tronco dell'albero scuotere da sè i suoi frutti.
Colui che aveva meditato il suicidio come la fine d'un triste viaggio, sentiva ora che il fiume scorre anche nelle tenebre verso un fine profondo che può essere anche un ritorno.
Ezio seduto all'ombra di quel muricciuolo cercava di richiamare coll'aiuto delle memorie il passato nel presente per rivivere le ore che aveva sbadatamente buttato via, ciascuna delle quali aveva dovuto contenere un sapore non gustato, un valore non apprezzato a tempo, scaduto per sempre, come quello delle vecchie monete che il contadino scopre in un angolo del suo campicello. L'avvenire non paga gl'interessi della vita se non a chi ha saputo ben impiegare il capitale del suo passato: ma può concedere un largo credito a una onesta speranza.
Vivere in una buona speranza è il miglior modo per consolidare l'avvenire nel presente, di dar consistenza al tempo che fugge, di far della vita l'espressione di qualche cosa.
Il cieco non sapeva capire che cosa fosse questa nuova speranza che veniva a sorreggerlo nel momento in cui tutte le forze stavano per abbandonarlo: non capiva nemmeno da dove venisse; ma ne sentiva il caldo raggio intorno al cuore come intorno al capo quello del sole ch'egli non poteva vedere.
Intanto non pensava più a morire,
—Non potresti uccidere in te, tutti quelli che ti amano—aveva detto Flora con ragione. Sì, triste è sopravvivere nel cuore altrui come un triste fantasma. La vita che viviamo in noi è troppo poca cosa in paragone a quella che ci lega agli altri. L'anello non si può strappare senza che tutta una catena di cuori si spezzi. E allora cercar la pace nella morte è un cercar il vantaggio suo nel castigo altrui, qualche cosa di più crudele e nel tempo stesso di più vile che il vivere a spese delle lagrime de' tuoi simili.
La morte che vien da Dio è invece cosa matura e buona, e nessuno dorme così bene come chi dorme benedetto nel cuore d'un fratello.
Flora aveva ragione. A lui pareva già di riposare in questa soave benevolenza piena di carità in cui avevano raccolta una povera anima ferita i suoi parenti, i suoi amici, i servi stessi della casa e le persone in mezzo a cui sentiva di passare, quando andava per le strade del paese. La povera madrina s'era ammalata di dolore, il buon zio Massimo non aveva voluto lasciar la sua casa: perfino quel piccolo uomo di Andreino aveva saputo compiere per lui meravigliosi atti di sacrificio e di coraggio: il Bersi, il buon Cresti…. tutti avevano avuto uno slancio di cuore per salvarlo dal naufragio. E Flora? che dire di questa tenera creatura, di quest'antica compagna della sua infanzia, che gli era venuta incontro nel momento più doloroso, quasi per impedire ch'egli cadesse affranto dai mali, e l'aveva rigenerato nel lavacro ardente di tutte le sue lagrime?
Da troppe parti ora si sentiva assediato e stretto perchè potesse ancora pensare a fuggire. Per tradire tante anime buone gli sarebbe abbisognata una forza ch'egli non possedeva più. Il vecchio egoista si sentiva un Sansone avvilito e disarmato.
* * * * *
Fuori della cinta del giardino continuava a salire nell'erta del monte una strada a scalinata che passando nell'ombra degli ulivi menava a una spianata molto verde e aperta dove spiegavasi la gran luce del cielo e del lago. Qui era anche una piccola grotta naturale rivestita di molte erbe e per la frescura del sito erano stati collocati alcuni sedili che invitavano a restare. Ezio imparò a contare i gradini che menavano fin lassù e una volta arrivato si compiaceva di rimanere a «contemplare» la larga distesa azzurra che dilagava davanti.
Non la vedeva propriamente con gli occhi, ma ne sentiva l'immensità in un non so che di più libero e di più arioso che circondava la sua persona.
Nella freschezza del vento sentiva un refrigerio anche al suo patimento col quale andava a poco a poco familiarizzandosi: e stupiva qualche volta di non sentirsi più così fieramente infelice. Si può amare il proprio dolore? può un'anima stanca riposare nel suo patimento come un viandante affranto dalle fatiche del viaggio trova riposo e sonno sopra un mucchio di spine? può fiorire il dolore come in mezzo alle nevi sboccia un cespuglietto di ellebori? doveva egli credere a una grazia invocata e intervenuta dall'alto o ritenere che nella vita e la fonte inesauribile di tutte le forze sempre fresche e sempre in moto come il mare?
Qualche volta portava lassù il violino che Flora aveva cavato dal polveroso astuccio e messogli nelle mani e si compiaceva di ritrovare le note dei vecchi esercizi sulle corde, evocando nell'oscura memoria frammenti di frasi melodiche che trovavano nel vecchio strumento un obbediente interprete. In breve, nella raccolta tensione del suo spirito, scoprì che le dita e l'archetto andavano agevolmente da sè in cerca di armonie nuove, di accenti sconosciuti, di voci che egli non aveva mai udito uscire dal cavo legno del suo strumento, quali forse non erano mai state scritte in nessun rigo di musica. Meravigliato inseguiva quelle note e quei gemiti in cui esalava il suo patimento e che avevano la virtù di farlo piangere.
Flora lo sorprese una volta in questa attitudine di ispirata mestizia.
—Tu ti fai bravo—gli disse.
—È sorprendente, Flora. Io comincio ora soltanto a capire che cosa è la musica. Ho sempre creduto che la musica fosse quella scritta sulla carta e mi accorgo invece che l'abbiamo in noi. Con un po' più di pratica meccanica spero di far dire al mio violino delle grandi cose. Capisco come Orfeo movesse le pietre e le piante; è una cosa divina, una cosa che fa quasi paura.
Flora, quando la zia cominciò ad aver meno bisogno di lei, saliva spesso alla grotta per riaccompagnare il cieco in una passeggiata attraverso ai campi, lungo le siepi e intanto raccoglieva un mazzetto di fiori per la sua malata.
Ezio imparò a «vedere i fiori nell'erba». Colla mano leggera toccava la riva erbosa e sceglieva la margherita e il bottone d'oro, il ranuncolo, il timo silvestre, la menta con una delicatezza prodigiosa di tocco.
—E dire che io son sempre stato un grande ignorante in fatto di botanica! e non c'è nulla di più bello di questi fiori naturali che la terra offre per nulla. Mi piacevan tanto quand'ero bambino e che venivo colla povera mamma a passeggiare sui monti. Me li ricordo quei bei fiori di allora… Li vedo tutti come tanti occhi che mi guardano con tenerezza infantile.—
Flora potè accompagnare il povero cieco in passeggiate sempre più lunghe per sentieri diversi nel fitto delle erbe di mano in mano che al venire avanti dell'ottobre anche la stagione si attenuava in una specie di tenera stanchezza.
Il sole entra con minor vampa nella trasparenza della vegetazione più rarefatta, in cui qualche foglia già rosseggiante nel verde accenna a un primo declinare dell'anno. Giornate non troppo lunghe animate da brezzoline settentrionali passano con luminosa freschezza sulle acque del lago, in cui i colori del cielo si smorzano in flutti che sembrano foglie di rose bianche. Le vette dei monti spruzzate dalle prime nevi ricevono al mattino la dipintura rosea del sole che ristora e stanno, se si può dire, quasi a ridere di gioia sotto il velo d'un cielo trasparente e senza fondo. Il rosso carmino delle aurore e dei tramonti urta e si mescola al bel verde smeraldo dei prati innaffiati ogni notte dalle larghe guazze e col grigio dell'acqua che sente già i tremiti paurosi dei venti freddi.
Contemplavano insieme questi spettacoli dagli alti gioghi, ove Ezio amava inerpicarsi o dagli aperti sagrati delle chiesuole sparse pel clivo, dove rimanevano a riposare. Ezio vedeva attraverso alle parole di Flora come dentro a cornici aperte per quella virtù di evocazione che suscita le luminose visioni dell'artista.
Una volta (era verso il tramonto di una giornata serena e mite) sentendo suonare una campanella, si lasciarono condurre dal bisbiglio e dal rumore degli zoccoletti a entrare in una di quelle cineserie che il sole bacia per ultime, mentre le case del villaggio si oscurano nella sera e si avvolgono nel fumo delle cene. Quattro muri chiudono un rozzo altare davanti a cui una povera lampada arde della fede di tanti cuori. La scienza non è mai salita fin lassù, e il dubbio, se mai vi passa stanco e perduto, si arresta volentieri a riposare sulla porta. Entrano le vecchie donne e i coloni che hanno finito di lavorare e quasi di vivere, insieme al rumore delle zoccolette che hanno corso tutto il giorno dietro alle capre: e a quell'unica fiamma d'olio che contrasta coll'ultimo raggio di sole, dietro a una voce che invita seguono le altre a rispondere il rosario in cui di umano e d'intelligibile non c'è che il sentimento che l'ispira. Poi quella stessa voce intona una litania e tutte le altre cantano, nell'ombra crescente, mentre al dondolare della lampada par che escano ombre ed immagini dal rozzo intonaco dei muri.
Ezio quella sera era in vena di cantare e provò a mescolare anche la sua alla voce delle donne e dei ragazzi. Non l'aveva mai fatto in vita sua, nemmeno da bambino le poche volte che la mamma l'aveva condotto in chiesa: più tardi aveva creduto che il cantare in chiesa fosse il teatro dei contadini che mescolano al profumo dell'incenso troppo odore di prossimo selvatico. Ma quella sera i suoi nervi affievoliti furono improvvisamente scossi da una soave pietà per tutte quelle anime che, sprigionandosi dai rozzi corpi, s'armonizzavano in una cantilena che per le finestre aperte usciva a spandersi per il cielo.
Tornarono a casa un po' tardi quel giorno, mentre già usciva qualche stella; e per tutta la strada non si dissero una parola.
* * * * *
Ai primi di ottobre ebbero luogo le fauste nozze di Amedeo e di Regina, alle quali Flora non potè assistere come aveva promesso. A stento trovò un quarto d'ora nella giornata per correre a salutare e baciare all'imbarcadero la sposa, che partiva per un breve viaggio di due giorni fino a Locarno e alla Madonna del Sasso, dove aveva promessa una «divozione». Erano alla riva Bortolo, Maria Giulia, la zia Maddalena, il parente dell'osteria del Gallo, dove s'era celebrato il modesto pranzetto, don Malachia che li aveva benedetti, gli amici barcaiuoli che avevano diviso con Amedeo i trionfi delle regate, le compagne della sposa e una piccola folla di gente del paese, che prendevano parte alla gioia di quei due ragazzi come se fosse la gioia di ciascuno e di tutti. Amedeo vestito di nuovo con una giacchetta di panno nero, su cui spiccava una lunga cravatta celeste, aveva l'aria imbarazzata e confusa di un monello colto sul fatto di una bricconeria, schivava gli occhi degli amici che tentavano di abbracciarlo, e per darsi un'attitudine seguitava a mordere ed accendere un bel sigaro nuovo che gli aveva regalato il signor Cresti in un elegante astuccio di cuoio. Regina in un vestito di pannino grigio su cui il suo bell'oro giallo faceva una stupenda figura con nulla in testa, e per tutto bagaglio uno scialle sul braccio e una valigetta in mano, si lasciava carezzare, baciare e stringere da tutte le donne, da tutte le ragazze che la invidiavano senza rancore. Era un pò pallida per le molte emozioni e per la stanchezza delle ultime giornate, ma gli occhi sereni e aperti lasciavano vedere fino in fondo la sua felicità resa sicura dall'inconsapevolezza e dalla piena fiducia nell'uomo a cui aveva detto di sì.
Nulla sarebbe stato più fuori di luogo e avrebbe fatta una più bella figura barbina di chi fosse venuto a citare a quei due figliuoli un aforisma sulla vanità delle cose e su la tristezza della vita. Oh sapevan ben essi che cosa fosse la vita, meglio di qualunque filosofo! una citazione amara e pessimista non avrebbe potuto intaccare tale felicità più che la punzecchiatura d'una mosca possa intaccare una statua di bronzo. La loro vita era così ben fusa e così ben colata negli affetti naturali che potevano senza timore affrontare le inclemenze dell'aria e le follie delle stagioni sicuri di acquistar nel tempo, che rode le macerie, anche uno smalto di più sicura bellezza. La natura non teme sofismi.
Mentre aspettava il battello che venisse a portarli via, Regina scorse in una lancetta la signorina Flora che fece un segnale col fazzoletto. Ai remi sedeva Ezio, il povero cieco, che destò un bisbiglio di compassione in tutti i presenti. La sposa si sciolse dalle compagne e scese a riva incontro alla contessina, che saltò a terra e se la prese tra le braccia.
Regina ebbe appena il tempo di nascondere la faccia nel seno della buona amica, perchè un improvviso colpo di pianto le schiantò il cuore.
—Taci, non piangere—le sussurrò Flora.—Non farti sentire, non farti vedere a piangere per me, non c'è ragione. Dio c'è per tutti, specialmente per i più infelici. Vedrai che Iddio mi aiuterà e preparerà anche a me qualche compenso. Tu non cessare di pregare per me, perlui… per tutti. Ho bisogno che Egli compia un miracolo e che mantenga in me la fede che muove le montagne, fa vedere i ciechi e camminare i morti. Guai se viene a mancare la fede a chi cammina sui flutti! si precipiterebbe tutti sul fondo. Pregherai?
—Sì, sì, tutte le volte che mi sentirò più contenta—disse Regina, asciugandosi di nascosto le lagrime.
—Grazie. Io godrò di ogni tua ora felice, Regina. Salutami il tuo Amedeo e digli che non ti rubi troppo. Avrò forse ancora molto bisogno di te….
—Anche lei presto, contessina, farà questo passo. Voglio metterle io, in capo, il velo di sposa.
—Chi sa? l'avvenire è nelle mani di Dio: e non le facciamo noi le strade per cui si cammina. Non meravigliarti se le cose andranno per un'altra strada.—
Regina cercò di scoprire negli occhi della contessina il segreto di queste parole: ma un improvviso squillo di cornetta avvertì che il battello era in vista. Le due giovani si baciarono ancora una volta sulle gote e si sciolsero senza poter pronunciare altre parole. Flora entrò nella lancetta che si distaccò lentamente dalla riva, mentre nuovi auguri e nuovi evviva salutavano i due sposi.
* * * * *
L'ottobre a un tratto si volse al piovoso, e, come accade spesso, la stagione precipitò verso l'inverno con giornate tristi e agitate da freddi venti di nord.
Il dottore fece intendere che il rimanere sul lago non poteva essere prudente per donna Vincenzina, che usciva da una grossa battaglia; e consigliò un lungo soggiorno in Riviera, dove anche Ezio avrebbe potuto trovare più conforto nella mitezza del clima.
Massimo approvò questo consiglio e si offerse di essere compagno e guida. La zia Vincenzina mise quasi per condizione che anche Flora l'accompagnasse. Era un premio che la sua infermiera s'era ben meritato; e non avrebbe fatto male manco a lei un mese di riposo dopo si grandi strapazzi. Ma bisognava ottenere l'approvazione del signor Cresti, dell'impaziente fidanzato, che vedevasi offeso nei suoi diritti per ogni minuto sottratto alla sua felicità.
Questa partenza, foss'anche per un mese solo, minacciava di ritardare ancora un matrimonio, che era già andato fin troppo per le lunghe tra mille dolorosi accidenti.
Ma la zia Vincenzina assunse sopra di sè l'incarico di scrivere al signor del Pioppino una bella lettera, a nome anche di Massimo, per implorare la desiderata grazia. Un mese di riposo in Riviera avrebbe restituita una sposa ancor più bella e robusta; e del resto chi impediva il signor Cresti di fare un paio di valigie e di partire anche lui in compagnia?
La zia lesse la lettera a Flora che s'incaricò di farla recapitare; e seguendo un suo segreto pensiero, colse questo pretesto per andare essa stessa in cerca del suo padrone e fidanzato, lassù al Pioppino.
Verso le tenebre.
Pioveva a dirotto quando Cresti la vide venire per il viale delle mortelle sotto un piccolo ombrello, che riparava a stento la testa, colle gonnelle raccolte sui fianchi per difenderle contro i colpi di vento.
A tutta prima stentò a riconoscerla: poi disse correndole incontro:—Flora? al Pioppino con questo tempo?
—Proprio io. Mi son fidata un po' troppo del tempo e l'acquazzone mi ha colta a mezza via: ma d'altra parte non potevo tardare—soggiunse correndo a ripararsi sotto il portichetto, dove depose in un cantuccio l'ombrello grondante e scosse la pioggia dalle vesti.
—Entriamo in casa dove faremo una fiammata. Ma che idea con questo tempo?
—Avevo urgente bisogno di parlarle, Cresti.
—Sarei venuto io stesso abbasso.
—No, ho bisogno di parlarle qui, in casa sua, senza testimoni.
—O diavolo, un affar diplomatico—soggiunse lo sposo, offrendole il braccio e guidandola verso il salotto. Quando furon nell'andito, abbassando un poco la voce, riprese in tono carezzevole:—Non si era rimasti d'accordo di trattarci un po' più in confidenza? che cos'è questo lei, che imbroglia tanto tutt'e due?—
Flora rispose con un moto del capo e con un freddo sorriso: ma Cresti capì che per quanto cercasse di farsi forza, la fanciulla aveva lo spirito agitato.
Il fuoco fu presto acceso. Cresti accostò una poltrona e invitò la fanciulla ad asciugarsi i piedi. Flora si levò il cappello e accomodò un poco colle mani la testa scomposta.
—Dunque a che cosa devo attribuire questa visita straordinaria?
—Ora dirò. Ma prima mi dia la sua mano, me la dia da vecchio amico e mi prometta di essere buono.
—Quando fui cattivo con….lei, signorina?—mormorò egli, piegando un poco la testa per cercare uno sguardo d'incoraggiamento: ma Flora guardava fissa nel fuoco.
—È forse necessario chiudere anche la porta?—chiese di lì a poco il padrone di casa, dopo aver ordinato all'Angiolina un caffè molto caldo.
—Non avremo bisogno di leticare.
—È però un grande discorso, da quel che vedo.
—Sì, grande. Avrei potuto scrivere, ma ho detto: «No, è meglio che vada io stessa e che gli parli.» La mamma non sa che son qui e non mi approverebbe se potesse indovinare perchè son venuta.—Flora lottò ancora un istante contro l'affanno che l'opprimeva, poi soggiunse:
—Ho una lettera della zia Vincenzina per lei, Cresti: veda—e gliela porse.
—Donna Vincenzina? in che cosa posso servirla?—E fattosi più presso la finestra per aver più luce, scorse lentamente i pochi periodi con cui si faceva appello alla sua indulgenza.
—Sta bene l'idea d'un soggiorno in Riviera; certamente farà bene a tutti. Sicuro che si rimanda ancora alle calende greche il nostro matrimonio, ma non vorrei aver l'aria di un tiranno. Che cosa pensa la mamma di questo progetto?
—Povera mamma! sento che io sono una cattiva figliuola per lei, come sono una cattiva amica per il mio buon Cresti, e una cattiva compagna per me stessa.
—Qualche volta sì—approvò con una punta di canzonatura il romito del Pioppino.—Ma veniamo al nostro caso. Per quanto il rimandare di qualche mese ancora quel che dovrebbe essere già fatto mi pesi un poco, tuttavia, per non dir di no alla zia, ci si potrebbe intendere.
Il Ravellino non è ancor pronto; ma sentiamo: ottobre, novembre…. bastano?—
Cresti tenne alzate le due dita aperte, agitandole nell'aria, poi riprese:—Possiamo far i conti almeno per la Madonna di dicembre?
—Non so!—rispose faticosamente la sposina senza togliere gli occhi dalla fiamma.
—Io non voglio, nè saprei essere un tiranno: ma ho pur bisogno di far i miei conti. Non parlo, s'intende, de' miei diritti e delle mie legittime impazienze; ma via, se la Riviera deve far bene anche a noi, giorno più giorno meno, non è quel che conta. Che cosa dice la mamma?
—Non sa nulla—rispose con tono asciutto e pauroso la signorina. Il segreto pensiero che l'aveva condotta a questo colloquio s'irrigidì quasi visibilmente nei tratti del suo volto pallido e stanco.
—Cioè…. intendiamoci—balbettò il pover'uomo che cominciava a non capire.—Questo viaggio sarebbe per caso un pretesto per… per…—
Flora si coprì gli occhi colla mano, in cui raccolse tutte le rughe della sua fronte dolente.
Cresti credette questa volta di capir troppo e s'impaurì. Che diavolo voleva dire questo improvviso scoraggiamento, questo parlar sibillino? Si smarrì, barcollò sulla sedia, si alzò, mosse un poco le mani in aria e chiese soffrendo:—Che c'è? non capisco… cioè temo di capir troppo. O Dio, Flora, m'inganno o è dunque vero, è dunque vero quel che io temo da un pezzo?
—Noi dobbiamo essere sinceri, Cresti: sì, noi dobbiamo essere forti e sinceri—ripigliò la signorina del Castelletto rianimandosi, alzandosi essa pure come per darsi quella forza di cui aveva bisogno.—Io non posso ingannare, nè Cresti vuol essere ingannato. Oggi sono troppo necessaria a quella povera gente, perchè possa pensare di abbandonarla.
—Io… non dico che si abbia ad abbandonare nessuno—balbettò il poverino—ma chiedo solo se Flora è venuta a portarmi la morte.
—Cresti, mio buon Cresti!—proruppe con un vivo abbandono di cuore la fanciulla, afferrando la mano inerte del povero amico, che si era oscurato tutto e quasi rattrappito nel suo tetro dolore.
—Oggi le cose son tutte mutate. Una grande disgrazia, un grande castigo ha colpito quel poverino. Dio non vuole che io l'abbandoni. Il mio posto è accanto a lui. Era scritto che io doveva essere per lui qualche cosa. Non potendo essere altro, sarò la sua infermiera, la sua guida. Devo vivere per aiutare lui a vivere: devo volere e vedere per lui: devo accompagnarlo fin dove Dio vorrà, per quella strada che Dio vorrà, consacrandomi a lui, tutta a lui che non vedrà più la luce del sole. Sento che l'anima sua è nella mia mano.—
La voce di Flora dapprima esitante s'era andata via via rinfrancando con un calore di convinzione che non poteva non ferire il suo timido amico. Dopo aver cercato invano due o tre volte di sorridere alle nobili declamazioni della signorina e a quel gesto con cui faceva vedere di stringere un'anima in pugno, uscì finalmente a dire con un tono tra l'amaro e il beffardo:
—Dio, già, già: è così comodo questo benedetto Iddio che è peccato non credergli…
—Egli parla attraverso il nostro cuore.
—Come in un fonografo… Eh via, è una commedia!—aggiunse con asprezza quel pover'uomo oltraggiato.—Ho diritto anch'io a qualche rispetto.—
Flora sentì alla sua volta il colpo degli oltraggi ch'egli le gettava in viso e si lasciò cadere sulla sedia.
Seguì un minuto di silenzio gelido, duro, pieno di oscure tristezze, durante il quale si fece sentire la pioggia battere contro ai vetri.
Fu ancora essa la prima a uscirne. L'uomo si sentiva così irrigidito nel male, che temeva quasi di dover spezzarsi e cadere in frantumi al minimo sforzo che avesse fatto per parlare. L'unica idea che gli andava al capo investendolo come una fiamma era quella che aveva già espresso colle parole: «Ho diritto anch'io a qualche rispetto…» Ma dai denti non usciva che un sibilo morto.
—C'è qualche cosa che è sempre più forte di noi, amico Cresti: e se il nome di Dio la offende in questo momento, ebbene la chiami pure fatalità: ma preferisco essere disprezzata e odiata piuttosto che avvilirmi ad ingannare la bontà d'un uomo giusto. Questa confessione non deve offenderla, Cresti, perchè ella sa che non è storia di ieri. Siam cresciuti quasi insieme, come fratello e sorella, Ezio ed io: insieme è cresciuta in me quell'affezione che ora si fa prepotentemente sentire e ch'è più forte di me e delle mie promesse. Avevo potuto rinunciare a lui quand'era superbo e felice: non posso abbandonarlo ora che è così misero. Amo il suo dolore. Io non ho cercato questi avvenimenti; lo sa: ero quasi superba d'aver rinunciato a lui; ma la fatalità fu più forte di noi tutti. Oggi quella pover'anima ha così bisogno di me che io non potrei essere d'altri senza rimorso e senza raccapriccio. È illogico? ebbene il mio buon Cresti non potrà accusarmi di egoismo e di grettezza di cuore. Sento tutto il male che faccio al mio vecchio amico: sento che non potrei in un modo peggiore ricompensare la sua devozione, il suo affetto: sento che per poco lo rendo il giuoco della mia volubilità: ma qui davanti a lui, nella sua casa, io non devo ragioni ad altri che a lui e non voglio essere quel che non sono.
Egli mi deve giudicare perchè appartengo più a lui che a me, ed egli conosce la storia del mio cuore più di quanto la conosco io stessa. So tutto il bene che perdo e non so a quale destino di miseri dolori mi consacro: ma oggi non posso abbandonarlo, no, senza esporre la sua anima debole e vacillante ai pericoli d'una nera disperazione. Dio mi ha messa nella mano un'anima e non posso allargare la mano. Un mio amico protettore mi offre amore, ricchezza, agiatezza, pace con decoro, per sempre: questo povero cieco non mi può offrire che tristezze. Per Cresti potevo essere più che una sorella, sarei stata una regina. Per Ezio… che cosa potrò essere? non so, non oso cercare. Non sarà Dio che parla attraverso al cuore, ma sento che una forza invincibile mi chiama a compiere questo dovere.
—Dovere?—mormorò con ironica meraviglia—non storpiamo i nomi più sacri.
—Il mio posto…
—E nell'assurdo.
—No, Cresti: nella sincerità.—
Era un'aspra sentenza in una dolce parola che veniva a cadergli sul capo. Illogico, assurdo o mostruoso, che valeva ormai contrastare a ciò che fatalmente era andato tanto avanti? Sincerità voleva dire partita perduta. Del resto, se tornava indietro col pensiero, quel che la signorina del Castelletto era venuta a dire non era interamente ignoto a lui che per molti anni aveva assistito al lungo e silenzioso aspettare di quell'amore. Più d'una volta aveva preso parte egli stesso ai dubbiosi dibattiti di quel cuore e aveva sofferto delle ingiurie che gli erano state fatte: ora non vedeva che avverarsi in un atto per lui mollificante, ma non imprevisto, le mille apprensioni, i mille oscuri sospetti, le segrete paure e le gelosie del suo stesso amore. Era dunque fatale che ciò avvenisse.
—E la mamma che dirà?—provò a chiedere.
Il colloquio fu interrotto dall'entrare di Angiolina che portava il caffè. Il padrone tolse di mano alla donna il servizio e colla minuzia dell'uomo ordinato e casalingo versò egli stesso il caffè e porse la chicchera alla signorina.
—Sediamoci, Flora—riprese a dire poco dopo sottovoce, mentre rimestava col cucchiaino nella sua chicchera.—Sediamo e lasciamo riposare un momento il cuore. Posso dire di avere sempre temuto questo istante doloroso, quantunque l'avessi più temuto che preveduto. Può essere che domani mi sembri la cosa più naturale del mondo e che l'assurdo sia io: e dovrà essere così, perchè non per nulla un uomo come son io ha potuto vegetare fin quasi a quarant'anni in una vita solitaria, scontrosa, senza scopo e senza corrispondenza di spirito. Io son stato assurdo quel dì che ho potuto credermi degno di qualche considerazione.
—Non dica questo—cercò di protestare Flora che sentiva lo strazio di quelle parole.—La nostra riconoscenza…
—Oh, la vostra riconoscenza non mi potrà mancare, lo so: anzi farete di tutto per pagarmela in lire soldi e quattrini.
—No, no, Cresti.
—Sì, sì, non vi mancheranno i mezzi per pagarmi e ve ne dovrò rilasciare ampia ricevuta, perchè non abbiate ad averne il più piccolo scrupolo. Così sarà fatta la volontà di Dio.—
La voce dell'uomo ferito rantolò, l'occhio addolorato si accese di una tenue fiamma d'orgoglio. Egli si mosse di nuovo come se scattasse da irti aculei, girò per la stanza lottando con tutto sè stesso, portando ora una mano ora l'altra alla bocca quasi per voglia di mordere, finchè voltando le spalle alla signorina Polony si fermò davanti ai vetri di una finestra vibrando in tutti i muscoli del suo piccolo corpo robusto, reso quasi cieco da un velo di lagrime morte che non sapeva più trattenere.
Flora ebbe pietà di quel gran dolore: ma non avendo più parole per consolarlo, nascose la testa fra le mani e stette così piangente in un'attitudine di umile colpevole.
Durante questo nuovo silenzio si sentì ancora la pioggia cruda battere contro i vetri e fremere sulle depresse foglie del giardino.
Le case a riva parevano agli occhi del povero Cresti sprofondate in una oscura lontananza, il cielo basso e ristretto, le cose tutte chiuse in una grigia tristezza.
E una grigia tristezza pioveva nel suo cuore. Qualche cosa di vitale si accorse che cominciava a venir meno in lui. Qualcuno già piangeva sul povero Cresti che una forza brutale trascinava a morire nel ridicolo e nell'umiliazione.
A sentir singhiozzare si voltò e vide Flora scossa dal pianto, che riempiva di lagrime il fazzoletto. Eran lagrime di sincera pietà per il male che era venuta a portare colle sue mani. Essa per la prima era la vittima delle cose. Qual colpa aveva lei se non poteva offrire un amore che non era mai nato? bisognava tener conto del suo coraggio, della sua sincerità; e perchè era venuta a deporre ai piedi di un vecchio amico la confessione del suo cuore, bisognava non negare un segno di riconoscimento a quell'atto di coraggiosa sincerità.
Non bisognava infine denudar troppo un vecchio e poco attraente amor proprio, non avvilir troppo un'antica dignità, non rimpicciolirsi troppo nelle proprie sconfitte. Cresti insomma davanti a quella bambina piangente si sentì ancora il più forte, forse perchè volle essere il più orgoglioso. Vecchio amico e protettore sentì che toccava a lui a dir la parola definitiva e si affrettò a cercarla.
—La mamma non sa nulla…. dunque….
—No.
—E non immagina nemmeno.
—Essa non vuol nemmeno che io accompagni la zia Vincenzina.
—Capisco che ella non possa approvare…. perchè… via…. quali sono i vostri progetti? ma io non voglio saper nulla di quello che non mi riguarda. Dirò solamente alla mamma le ragioni per le quali può parere utile che Flora accompagni la zia e resti per qualche mese in Riviera: le farò capire che potrei accompagnarvi o raggiungervi dopo qualche tempo e che intanto il nostro matrimonio si ritarda: va bene?—
E dopo un'altro istante di combattimento riprese:—Per ora mi pare inutile turbare la pace della povera mamma con delle spiegazioni che essa non capirebbe e che ci metterebbero tutti in un grave imbarazzo. E così anche alla gente si potrà dire che il matrimonio è rimandato a tempo indeterminato…. va bene?—a poco a poco potremo preparare la così detta opinione pubblica ad accettare i fatti compiuti. Tra noi due però resta inteso che fin d'ora tutto è…. (e compì il pensiero soffiando un poco sulle dita), mettiamo d'aver fatto un sogno…. va bene, Flora?—
E finì quasi ridendo.
—Amico mio, o come devo dire? mio protettore?—sorse a dire Flora ponendogli una mano sulla spalla—ero sicura, venendo qui, che avrei trovato indulgenza e soccorso. Nessuno al mondo—mi ero detto—mi darà ragione: ma Cresti sì. Lui solo mi aiuterà a compiere un pietoso dovere perchè Cresti è buono e mi ama come una sua figliuola.
—E allora chiamami papà—disse confusamente il vecchio amico, stringendo fra le tozze mani annerite dal sole la fulva testa di Flora, a cui accostò il viso contratto e lasciò che la grande battaglia degli spiriti combattenti passasse tutta. Flora aspettò che la battaglia finisse, poi portò le mani dell'amico alle labbra e le baciò più volte.
Non parlavano più, perchè erano arrivati a quel punto di elevazione in cui la più piccola parola può rompere la serenità del bene, come basta un sassolino a smuovere una rovina nei declivi delle altissime rupi.
Si strinsero tre o quattro volte le mani in segno muto di pace, di promessa e di alleanza. Cresti promise come potè di scendere la sera stessa al Castelletto a persuadere la mamma e a dimostrarle che un mese di Riviera avrebbe fatto bene a tutti: e accompagnò la fanciulla smarrita che non trovava più la via di uscire fino al principio del viale, mentre, cessata la pioggia, un raggio sparso di sole veniva a battere sulle grigie muraglie.
Il tuono fuggiva morendo lontano nelle alpi e dai rotti del nembo uscivano lembi di sereno, da cui veniva una fresca brezzolina a scuotere le frasche grondanti dei pergolati.
Flora si voltò una volta ancora a salutare colla mano quando fu al cancelletto e scomparve. Egli rispose colla mano e si lasciò andare sui gradini del portichetto come uomo affranto da una inesprimibile stanchezza.
Era fatale che ciò avvenisse. Non avrebbe saputo dire nè il come nè il quando, ma da un pezzo il cuore gli andava dicendo che egli seguitava a camminare per una strada sbagliata. Flora aveva per lui della buona amicizia, della stima, della riconoscenza, ma tutte queste cose messe insieme e condite dalla migliore volontà non bastano ancora a fare un boccone d'amore.
L'amore vien dal lievito dell'anima. L'amore va solo anche senza il corteo delle venerate virtù, va al tristo, al povero, al malato, al mendicante, allo storpio, al cieco: ma non c'è catena che possa trascinarlo per forza. Amore sale dove la sua natura ignea lo porta, abbrucia tanto il palazzo di marmo, come la capanna di paglia: ma tu non puoi suscitare una scintilla in un cuore di ghiaccio.
Si mosse, col corpo indolenzito, come se uscisse dalle verghe. Si trascinò verso casa, rientrò nel salotto dove morivano gli ultimi tizzoni della fiammata nella cenere. Il sole entrava per le finestre ancora sgocciolanti di piova: ma l'aria pareva fatta scura, i mobili rimpiccioliti. Sulla tavola, presso il servizio di caffè era rimasto un piccolo guanto che essa aveva dimenticato, un piccolo guanto ancor pieno della sua mano, ch'egli raccolse e strinse nel pugno, portò alla bocca per strozzarvi il singhiozzo mortale che gli usciva dal cuore.
Aveva fatto un sogno.Amen!