XI

Altri cuori cominciarono a battere nella folla quando uscite dal riverbero solare, le barche, cinque in tutto, si disegnarono più nette in una riga nel fondo ombroso del monte e si potè discernere il colore delle bandiere. Ogni barca aveva due battellieri, che remavano in piedi: già si poteva dai più pratici riconoscere la statura e la battuta di ciascuno. Quei di Dongo erano ancora davanti a tutti, quasi la misura di due battelli; poi venivano quei di Cernobbio. Amedeo era tra il terzo e il quarto…

L'oste, Bortolo, gli amici di casa, le donne, le ragazze stavan lì cogli occhi fermi, presi già dal fascino della gara, non osando quasi di parlare per non guastar il desiderio.

—È la rossa davanti.—No, è la turchina.—Amedeo si è tenuto da conto, è il consiglio che gli ho dato io. Vedrete verso la fine.—Ahi, Cernobbio perde acqua.—Qua, qua, don Malachia, che ne dice? Bortolo fece posto al vecchio rettore, che era venuto quasi a corsa sotto il sole.

—Dove sono? vediamo…—e facendosi aiutare volle salire sul muricciolo per dominar meglio la posizione. Fattosi visiera colla mano, dopo aver strologato il lago, l'aria, lo spazio tra le barche e la riva:—Non si può ancora dir nulla—sentenziò—tutto dipende dai polmoni. La battuta dei nostri è buona, e se quei di Dongo non hanno fatto patto col diavolo, potrebbero avere un osso duro da rosicchiare. In cinque minuti Napoleone ha vinto e ha perso delle battaglie.

Tacquero tutti in devoto raccoglimento, attenti a quel che il prete diceva. Vecchio laghista, figlio anche lui di barcaiolo, don Malachia in sessantacinque anni ne aveva viste arrivare delle barche e anche molte andare a fondo, proprio come capita nella vita.

Chi arriva, chi resta a mezzo, chi si lascia cogliere dal cattivo tempo, chi parte per un luogo e approda a un altro, chi s'imbarca e non torna più. Tanto nella vita come nella barca, dove non soccorre la fortuna del vento, bisogna supplire colla forza delle braccia e fidare pel rimanente nel Padrone dell'aria e dell'acqua.

—Senta come mi batte il cuore…—disse sottovoce Regina, posandosi la mano inerte e rigida di Flora sul petto.

—Meglio…—fece costei, che sentiva il suo farsi piccino e duro come un ciotolo.

—È come fare una malattia.

—Certo: e ci si muore anche.

Mentre così sussurravano all'ombra del gelso, un grande movimento si produsse accompagnato da un improvviso bisbiglio di tutta la moltitudine.

—Ecco, ecco…—sclamò il vecchio prete—Amedeo si muove, tocca quei di Dongo a randa: attenti: il fiocco va fuori, va, va: mezza barca è fuori… Bella volata, corpo di mille bombe! bravi, bravo Amedeo. Su vispa, Regina…—E che taglio netto, avete visto?… eh, eh, vien fuori anche la coda… Zitto, figliuoli; o mi sbaglio, o Tremezzo stavolta batte la campagna.—

—Forza, Amedeo!—gridò anche Bortolo, facendo conca colle mani.

La folla elegante del giardino e quella che si accalcava nei palchi, nelle barche, si agitò, come un prato di fiori alti in cui scenda un soffio di vento. Un gran tumulto d'incoraggiamento partì da tutte le parti.

Regina che teneva le mani di Flora, quando vide che Amedeo pigliava la testa, si scosse, saltò in piedi anche lei sul muro e agitando il fazzoletto, cominciò a gridare: Viva, viva, viva!

Maria Giulia e la Santina piangevano di gioia, mentre don Malachia, battendo le mani, faceva tripudio colle gambette secche come si balla a quindici anni.

—Una barca e mezza è fuori… E non si perde un'oncia, per bia! ah polentoni quei di Dongo! Già portan fuori la bandiera… Su, su una bella volata finale. Benone! stupendissimamente bene! Avete visto che arcate di violino?

Così andava commentando il prete. Un grande clamore e un confuso agitarsi di mani, di fazzoletti, di cappelli salutò gli ultimi trenta colpi di remo, che fecero volare Tremezzo al traguardo col vantaggio almeno d'una dozzina di barche. I signori del Comitato si precipitarono verso i vincitori e li condussero quasi in trionfo davanti al padiglione, dove furono circondati dalle patronesse, acclamati dalle signore. L'illustre personaggio volle stringere la ruvida mano dei valorosi barcaioli, che ricevuta la bandiera, uscirono a corsa incontro agli amici.

Furono subito presi in mezzo e portati fin al Galletto, Bortolo, Maria Giulia, la mamma, il prete corsero fuori; ma Regina corse più di tutti col suo scialle di lana aperto nelle mani, e quando vide il suo Amedeo venir a corsa sudato e trafelato l'avviluppò nello scialle e lo strinse nelle braccia, lasciando ch'egli la baciasse sulle gote con una sfacciataggine che don Malachia non aveva mai vista l'eguale.

Flora, inosservata mentre tutti correvano a prendere i bicchieri, si tirò in disparte e seguendo un vialetto, andò a celarsi in fondo a un cortile, presso il fienile, dove alcune galline razzolavano tranquille fuori dai rumori della festa. Essa non volle guastare colla sua rigida presenza la gioia espansiva di quella povera gente, che senza aver letto troppi libri, o avendone letto uno solo dalle grosse parole, sapeva tuttavia misurare gli affetti a quel che dà la sorte, spendere bene l'interesse naturale che fruttava a loro il modesto tesoro della vita, mentre altri non sa trarre dalle sensazioni che compera alla bottega della vanità se non tristezza e afflizione di spirito. Avviene della contentezza come dell'appetito, che non dipende mai dal piatto in cui si mangia.

Io per la prima sono colpevole di questa incontentabilità—pensava e rimproveravasi la fanciulla, fissando gli occhi sulla riga azzurra del lago, che disegnavasi dietro una siepe di pomidoro.

Per non aver voluto andare con Cresti aveva disgustato un vecchio e fedele amico, amareggiata la mamma e procurata a sè stessa l'aspra sensazione di non essere nè cercata nè desiderata da Ezio.

Aveva ben altro per la testa il signor vice-ammiraglio che di pensare a lei!

E così eccola qui rincantucciata nell'angolo di un fienile, in compagnia delle galline, invidiosa dell'altrui felicità, vergognosa di non saper godere nemmeno di quel poco che faceva ballare don Malachia sul muricciuolo. A questo punto si mosse come se obbedisse al comando di una voce interna. Non voleva soffrir più. Nulla di più umiliante che il farsi vittima di sè stessi. Al di sopra delle illusioni sta la verità e chi non ama la verità è un disgraziato che vive dormendo.

Una buona scossa d'orgoglio doveva svegliarla. La mendicante doveva cedere il posto alla signora, alla contessa, alla Polony che aveva diritto di comandare e di redimersi con un atto di sacro orgoglio. Dove vien meno un piccolo piacere della vita, c'è sempre il posto per un grande dovere.

Il pensiero della povera mamma rimasta a casa sola le fece desiderare di tornar presto. Bortolo si offrì di riaccompagnarla colla barca fino al Castelletto e nel breve tragitto Flora si lasciò distrarre e portar via dalla gioia e dai discorsi dei suoi compagni di viaggio. Più di tutti era felice la buona Regina, che la gioia mescolata a qualche bicchieretto di vin bianco rendeva più ciarliera del solito e come raggiante di una nuova bellezza.

* * * * *

Poco prima delle case di Tremezzo la barca s'incrociò e quasi venne urtata dalla lancia dell'Hôtel Bellagio, che un ragazzetto vestito di verde col cappello alla marinara guidava con poca esperienza. Bortolo gli diè sulla voce e lo mandò a imparare il mestiere.

—Ci vuol altro che il cappello alla marinara, Moschino—gli gridò dietro, quando ebbe riconosciuto nel ragazzo il servitorello di villa Serena.—Mangia un po' di pane ancora prima di menar a spasso i forestieri.—Moschino, cacciato da Ezio, aveva trovato questo posto presso un vecchio signore americano arcimilionario, che abitava in una dipendenza dell'Hôtel Bellagio. Seduta, per non dire sdraiata mollemente ai fianchi del vecchio negoziante di merluzzi, che dopo aver ammucchiati i dollari veniva a buttarli via in Europa, stava in uno spumoso vestito bianco una giovane bellissima, che poteva essere sua figlia. Ma Bortolo aveva sentito dire che la bella creatura era semplicemente una dama di compagnia.

—Addio a tutti, e grazie, Bortolo…—disse la signorina, scendendo al Castelletto, mentre già cominciava a imbrunire. Salì la scala del giardino e trovò la mamma sola, tutta ravvolta ne' suoi scialli sulla terrazza, seduta nella sua poltroncina di vimini, già nascosta dalla semioscurità della sera.

—O povera mammetta, che sei rimasta sempre sola—disse la figliuola, correndo verso di lei, inginocchiandosi, circondandola, come soleva fare nei momenti buoni, colle sue braccia.—Avrei dovuto restar anch'io a tenerti compagnia. Quanta gente, avessi visto! grande vittoria per Tremezzo; Amedeo fu portato in trionfo; le vele invece son rimaste a mezza via… Ma tu, poverina, avrai fame. Vieni in casa mammetta, che accendo la lucerna e ti preparo il solito caffè e latte. Mi par quasi di aver fame anch'io come se avessi vogato e vinto.

La signora Matilde era rimasta in compagnia di cattivi presentimenti. Pur troppo vedeva avverarsi quel che aveva sempre temuto. Flora non aveva voluto andare con Cresti sul balcone dell'albergo, ma era poi quasi fuggita di nascosto nella barca di Bortolo quasi per fare una dichiarazione, per non dire un dispetto anche alla sua mamma. Era troppo chiaro che la figliuola si preparava degli amari disinganni per voler correre dietro al fuoco fatuo della sua illusione.

Accesa la lucerna, Flora stese il tovagliolo e corse in cucina a far un po' di fuoco nel fornello.

—E invece non ho nè vogato nè vinto…—pensava tra sè. Vedendo che la mamma stentava a rispondere alle sue parole, tornò a carezzarla:—Scusami, sono stata cattiva: dovevo restare a farti compagnia.

—Non mi fa nulla restar sola: ma non mi piace che tu abbia a usare degli sgarbi al povero Cresti.

—Domanderò scusa anche a lui.

—Non c'è alcun motivo perchè tu abbia a disgustare un vecchio amico.

—Lo so, hai ragione…—confermò in tono arrendevole.

—Non si vuol far violenza al tuo cuore, se proprio non ti senti di corrispondere alla sua devozione e alla sua tenerezza: ma non è giusto d'altra parte che tu lo offenda.

—Povero Cresti, merita ogni riguardo—ripetè umile e persuasa.

—Sai quel che gli dobbiamo. Son cinque mila lire di cui da un anno non paghiamo gl'interessi. Speravo che un giorno o l'altro tu avessi potuto cancellare questo debito, ma capisco che non puoi sacrificarti, se il cuore non ti dice nulla. E allora, mia cara, noi dovremo pur restituire questo denaro. Bisognerà che io ne parli a tua zia Vincenzina o a Ezio.

—No, niente—interruppe imperiosamete—tu non parlerai di queste cose con nessuno. È un debito che dobbiamo pagar noi…

—Pagare è subito detto: ma per pagare ci vogliono i denari.

—Li troveremo, mamma—dichiarò solennemente la contessina delCastelletto—ma non voglio più ricever nulla, nemmeno un fiore daVilla Serena.

—Son parole, mia povera ragazza. La pensione di tuo padre vedi che basta appena per vivere poveramente.

—Lavorerò.

—Come vuoi lavorare se non hai un mestiere nelle mani? Ci vuol altro, poverina… a meno che non abbia a sposare un ricco signore… La mamma non potè non far sentire una certa canzonatura in queste parole.

—No, no… mamma—protestò Flora arrossendo io non sposerò un ricco —signore; ma posso lavorare e pagare i miei debiti. Sento anch'io che —questa vita vegetale non è degna di me e già ho scritto a Elisa —D'Avanzo che conosce molte famiglie, perchè mi procuri qualche posto —d'istitutrice o mi trovi delle lezioni di disegno, di musica o di —lingua inglese. Essa mi assicurava un giorno che con quel che so —dovrei vivere bene a Milano o a Torino. Nelle vacanze potrei trovare —delle lezioni anche qui sul lago, in queste ville… Forse abbiamo —vissuto già troppo della benevolenza altrui. Di chi è questa casa? —come paghiamo il tetto che ci copre?

—Tu sai che tua zia Vicenzina è sempre stata buona con me.

La carità e l'ospitalità della zia Vicenzina non mi pesano: ma questa casa non è sua: è di Ezio Bagliani.

Flora pronunciò questo nome con voce ferma, come se si trattasse d'un signore straniero.

—Non è più sua da un anno.

—L'avrebbe venduta?

—Dovette cederla in pagamento di un antico debito che aveva versoCresti.

—Ah… meno male…!—fece la ragazza e non disse altro. La modesta cena finì in silenzio. Troppe cose eran uscite fuori in un momento, perchè si potesse e da una parte e dall'altra collocarle a posto senza guastarle.

Mentre la povera mamma sentiva gelare il cuore al pensiero che Flora potesse correre il mondo in cerca di un tozzo di pane, che non avrebbe saputo inghiottire, Flora sentiva crescere la sua commozione per questo segreto e umile benefattore, che da un anno le aveva ricoverate nella sua casa senza mai avanzare il suo credito di benevolenza.

A scoterle dalle loro riflessioni entrarono il sarto e il calzolaio venuti in rappresentanza del paese per pregare le signore a lasciar mettere una fila di palloncini sulla terrazza del Castelletto, che in mezzo alle altre case pareva una macchia scura.

Quando Flora e la mamma uscirono a vedere, già tutto l'Arco della Tremezzina era illuminato dai più vaghi colori che si riflettevano nello specchio tranquillo del lago; e illuminate pure eran le case, le ville, gli alberghi dell'altra riva, con striscie e con disegni che spiccavano sul fondo oscuro del monte. Vagavano barche luminose nel lago, da cui veniva l'onda di serenate e di cori. Poche stelle erano nel cielo piuttosto scuro con vantaggio di quella miriade di lumini dondolanti e galleggianti infilati come pietre preziose in una lunga collana.

Flora stette a lungo quella sera alla finestra della sua camera, ricordando, meditando, contrastando co' pensieri. Non le era ignoto che dovevano a Cresti una somma di danaro prestata a poco per volta alla mamma nei momenti di tristezza; ma non sapeva che da un anno Cresti fosse il padrone del Castelletto e che a lui dovessero anche questa beneficenza. Questo non dover più nulla a Villa Serena fu per il suo orgoglio un primo conforto: poi s'intenerì al pensiero del bene umile e nascosto che il buon Cresti faceva alle sue amiche del Castelletto…

Ora si parlava ch'egli volesse acquistare dal Bersi anche il Ravellino, di cui Flora vedeva il giardino illuminato. Per poco ch'ella dicesse di sì poteva essere la signora di là e vendicarsi assai abilmente di chi l'aveva oltraggiata.

—Perchè no?—chiese a sè stessa nel chiudere la finestra.

—Perchè no?—chiedeva ancora una voce sommessa, mentre stanca delle emozioni della giornata si addormentava d'un sonno tranquillo.

Fiori e fragole.

La signora Matilde scriveva qualche giorno dopo alla sorella:—«Mi pare che Flora cominci a essere ragionevole. Bisognerebbe battere il ferro mentre è caldo».

Il Cresti, che ogni anno celebrava al Pioppino una specie di festa della polenta, mandò gli inviti anche alle signore del Castelletto coll'ordine di non mancare, Questa volta sarebbe venuto, oltre a don Malachia, anche quel poco di buono del signor Bersi, che era sulla strada della penitenza: forse si sarebbe firmato, al fumo della polenta, il contratto di vendita del Ravellino, Soltanto Ezio, in tutt'altre faccende affaccendato, sarebbe mancato quest'anno. Si sarebbe pranzato all'aperto, all'ombra degli agrifogli fioriti, colla vista dei monti da una parte, collo sfondo infinito del lago dall'altra, in mezzo ai fiori… Ma a dir tutto quello che di fresco, di dolce, di leccardo, di aristocratico, il padron di casa aveva preparato intorno alla volgare polenta di gran turco, sarebbe un far dell'arte simbolica. La polenta era un pretesto per sfoggiare ogni anno le ricche porcellane di casa Cresti e l'abilità non mai abbastanza riconosciuta delle due vecchie ragazze, che da trent'anni tenevano lo scettro della cucina.

Quest'anno c'era di nuovo la presenza di Massimo Bagliani; e la polenta guarnita dei più squisiti piaceri dell'amicizia, condita dalle profumate speranze, che avrebbero portato dal Castelletto, doveva avere un sapore particolare, un sapore che il vecchio e arruffato padron di casa sentiva già correre per la bocca prima ancora che la farina fosse gettata nel paiolo.

—Mi rincresce che questa volta non ci sia Ezio—disse a Massimo, che stava leggendo un gran lenzuolo di giornale inglese sotto il portichetto—ma è forse meglio per lui e per noi. Il Bersi me ne ha raccontate di belle di questa ex cantante moglie d'un barone banchiere e di altre vagabonde internazionali in mezzo a cui il nostro giovinotto fa una vita di vero nichilismo morale. È stato veduto più volte in canotto in costume di battelliere, colla maglia succinta e le braccia nude in compagnia di una signorina russa, a cui insegna i segreti della ginnastica italiana. Gl'inglesi ne sono orribilmente scandolezzati. In quanto al barone, giocatore nato, tira spesso il nostro ragazzo in piccole trappole, a cui tien mano anche la baronessa e il suonatore di clarinetto. Cose brutte, insomma, che fanno rabbia e a cui si dovrebbe trovare un rimedio. Tu dovresti parlarne oggi a donna Vincenzina, che una certa autorità ha sempre esercitato colla sua dolcezza sul figliuolo: e ancor meglio sarà, se gli parlassi tu stesso da uomo di mondo, che sa come si nasce e come si vive. Non si vuol mica pretendere che un giovinetto bello, ricco, simpatico prenda moglie o faccia il frate a ventiquattro anni, ma c'è modo e modo di divertirsi. Il peggio è quello che mena dritto a fracassarsi il collo.

—Io gli parlerò…—disse Massimo, persuaso.

—Ti lascio di sentinella e vado in cantina a vedere che non mi confondano i classici.

Massimo rimase sotto il portichetto con quel suo gran lenzuolo in mano in attesa degli invitati. Il pranzo, secondo il buon uso di campagna, doveva cominciare a un'ora e già dalle sponde del lago venivano le squille che annunciavano il mezzodì. Poco dopo comparvero in cima al vialetto delle mortelle tre signore, prima Flora, in capelli sotto il parasole, e donna Vincenzina per ultima con in testa un cappello rotondo di paglia a larga tesa sovraccarico di grossi fiori violetti.

Massimo, quantunque si fosse trovato ormai con lei tre o quattro volte e avesse avuto una lunga conversazione sul balcone dell'albergo durante le regate, non potè vedere quel cappello di paglia senza provare una specie di stringimento alla gola.

Del passato non s'era toccato nulla, nemmeno una parola: il perdono era stato portato e ricevuto dalle due parti con dignitosa benevolenza: essi avevano potuto ritrovarsi sani e salvi dopo dodici anni come gente che è sfuggita miracolosamente al disastro d'un lungo viaggio e che può allegramente congratularsi. Ma con tutto questo, o forse in virtù di questo, Massimo Bagliani non sapeva sottrarsi al dolce fascino che la memoria ringiovanita nell'immagine vivente della donna andava esercitando sul suo cuore naturalmente tenero e di poca resistenza.

Mentre le signore risalivano lentamente il viale, soffermandosi a considerare le novità introdotte nell'orto, Massimo si compiacque di seguire coll'occhio e di accompagnarsi alla bella signora di villa Serena. L'affanno e il caldo del salire avevano colorito il suo viso, dandole un colore giovanile che faceva un poco scomparire la povera Flora nella sua patita e battuta magrezza. Come in un golfo profondo e chiuso, le tempeste avevano potuto qualche volta increspare le acque della sua esistenza, ma donna Vincenzina non aveva mai perduta la serena trasparenza delle anime semplici. Quest'anima traspariva dai grand'occhi umidi, dai movimenti placidi, senza risoluzioni proprie, dal modo quasi infantile con cui sapeva nascondersi alle spalle degli altri, sia che la minacciasse una grande responsabilità, sia che sentisse abbaiare un grosso cane.

Massimo, che l'aveva amata appunto per questo suo timido candore di fanciullona buona da pigliarsi in braccio, credette di tornare indietro a' suoi bei tempi: ma nel muoversi, gli occhiali cascarono dal naso e andarono tra la vecchia cassapanca e il muro. Tosto si fece quasi buio. Ebbe appena il tempo di rimuovere il pesante cassone e di raccattare i suoi occhi di vetro: ma nel tirarsi su e nel risospingere quel diavolo di mobile al posto sentì scendere come tre acuti dardi al lato sinistro… Ah pur troppo, era passato il suo bel tempo! e non c'è nulla che paghi un amore perduto, nulla, nemmeno il piacere di ritrovarlo.

Cresti in vestito grigio sasso, colle uose grigie sulle scarpe gialle, lindo, ripicchiato, ingioiellato coi suoi due grossi diamanti allo sparato della camicia, con una cravatta verde ramarro, su cui faceva sangue una grossa goccia di corallo, fu pronto a riceverle ai piedi della scalinata. Agitando un enorme cappello alla panama, diede il benvenuto e corse a offrire il suo braccio a donna Vincenzina. Massimo offrì il suo a Matilde e preceduti da Flora entrarono nel luminoso salotto a terreno, dove trovarono acqua diacciata, succo di limone, piatti di uva e di fichi per un primo ristoro.

—Qui c'è dell'acqua, dell'uva, del ghiaccio e sarà bene non fare complimenti.

Le signore che non venivano al Pioppino da un pezzo trovarono tutto bello, tutto lucido e netto, come se fosse non la casa d'un vecchio scapolo, ma quella d'una sposa nuova.

—Cresti ha delle idee—disse Massimo, cominciando a lanciare un primo proiettile nella fortezza. Flora che aveva scoperto un pianoforte:—Come? come?—esclamò—da quando in qua si fa della musica al Pioppino?

—Da due o tre mesi—rispose Cresti, perdendo un poco l'equilibrio delle gambe e arrossendo sotto la pelle di patata abbrustolita.

—Chi suona?—dissero le signore.

—La sposa!—disse Massimo.

Flora avrebbe dovuto chiedere chi fosse e dove fosse questa sposa misteriosa di cui si parlava tanto, ma preferì lasciarsi bombardare.

—E come va l'inglese, Cresti?—chiese la signorina.

—Leggo, leggo,pas mal…

—Tu confondi l'inglese col francese—osservò l'ambasciatore, ridendo e facendo ridere le signore.—Pas mal! che avessi per isbaglio studiata una lingua per un'altra?

Cresti, che aveva già l'animo teso a punte di spillo sulle sue emozioni, non sapendo come uscir da quelle burle, esclamò:—Vado a veder la polenta—e scappò.

Tornò cinque minuti dopo con due quadretti antichi che diceva d'aver scoverti in una sagrestia di montagna, arrivando a tempo a salvarli dalla bocca dei topi. L'uno rappretentava una Maddalena, l'altro un sant'Antonio, due brutte croste in apparenza con qualche sfilacciatura irrimediabile nella tela; ma le carni e le teste d'una morbidezza non comune indicavano un pennello antico, forse un Lorenzo Lotto, anche a giudizio dei più competenti.

Flora senz'osare un giudizio trovò che Cresti aveva avuta la mano felice e gli raccomandò di non fidarsi troppo dei restauratori che son peggio dei topi. Inginocchiata sul tappetino del divano, essa andava scoprendo sempre nuovi particolari pregevoli nell'intonazione delle tinte e lodava Cresti, che stava lì, colle due cornici in mano, tutto contento di sentirsi lodare; tanto che Massimo gli disse:—Guarda che faccino gustoso che fa! si direbbe che li ha dipinti lui.

—La Maddalena ha una testina ideale—disse Flora.

—Anch'essa coi cappelli rossi… come il famoso ritratto di donna del Rembrandt che è a Milano, come la Venere del Tiziano, come tutte le bellezze rare… e pericolose.—Chi parlava? il signor ambasciatore, per procura; ma Cresti beveva cogli occhi quegli elogi, come se l'amico parlasse di lui. Per trovar un complimento non è necessario aver studiata diplomazia, ma egli sentiva che non gli avrebbero strappata nemmeno cogli uncini una parola un po' ragionevole. La macchina era carica di vapore, ma le valvole eran chiuse e ribadite: se non scappava via di tanto in tanto, c'era a temere ch'egli avesse a scoppiare.

A salvarlo e a renderlo meno impacciato venne a tempo l'occasione di sfoggiare tutte le sue cognizioni di orticoltore e di botanico, quando accettò di accompagnare le sue ospiti nel giardino e nel brolo, che col nome generico di vigna circondava la casa.

L'orto, il giardino e la vigna si mescolavano veramente bene in quel pezzo di montagna lavorata, che formava l'Eden del solitario Adamo del Pioppino.

Qualche vecchio olivo dal tronco rugoso e forte uscendo dalla roccia screpolata copriva coll'antichissima ombra cespugli di aloe, aggrovigliati come serpenti. Accanto alla rosa del Bengala, verdeggiava il nespolo del Giappone: filari di novelle viti di Borgogna correvano lungo gli scaglioni, alternandosi a spallierati di pere invernali che avevano rinomanza sul lago; le rive dei praticelli intermedi tra cui volgevasi una stradina polita e pastosa erano sostenute e continuamente incorniciate da un cordone di tufo scavato a foggia di cassette e dentro, a seconda delle esposizioni, il bravo giardiniere vi aveva coltivato le piante più rare, le acute spade dell'iride, i bulbi spinosi dei cacti, le felci filiformi e arborescenti, i delicati e cascanti capelveneri, le tredescanzie pioventi, chiazze giallastre e calde di nasturzi, sassifraghe dai fiorellini rosei, orchidee dai gambi contorti e carnosi: e sugli angoli dei viali e nel bel mezzo del clivo macchie di cupe sabine, o di evonimi dal verde tenace, o una magnolia dalla foglia lucente, o un giovine abete dai bruni festoni che rigavano il fondo aperto dell'aria.

Nei luoghi meno in vista, dietro gli svolti dei cigli, il giardino nascondeva l'orto; le rose tée dai flessuosi gambi coprivano il fiorellino vile del fagiuolo e della patata, al viridario dei fiori tropicali si appoggiavano gli sterrati degli asparagi e dalla cicoria.

Mai l'utile s'era così bene mescolato al bello come in questa vigna del Signore, come soleva indicarla don Malachia, che con tutte le benedizioni di cui poteva disporre non aveva mai potuto salvare quattro rose dalla ruggine e un gambo di vite dalla crittogama in quel suo freddo orticello del Santuario.

Cresti era nel suo migliore elemento quando poteva parlare sui propri esemplari, delle forze benefiche della terra e del sole, la mamma e il babbo della vita. Dove trovare un meccanismo più bello e più sorprendente di questo che ti trasforma pochi nitrati in pane, in vino, in rose, in datteri, in zucchero, in medicine che salvano, in veleni che uccidono? E di questi prodotti arricchiamo, noi animali, i nostri tessuti, i fosfati delle nostre ossa, i globuli del nostro sangue, per cui la vita scorre calda e vigorosa nelle vene; e quando si muore, lasciamo alla terra in pio compenso della vita che ci ha dato la spoglia azotata che deve rinnovare altre vite, dar volo e canto ad altri animali.

Nè i miracoli della natura si arrestano qui. Eccovi del grano da cui io saprò cavar dell'amido: eccovi un papavero che vi stillerà la morfina, il riposo: eccovi la cicuta, la morte istantanea, in poche stille. La vita si mescola colla morte, o con quella che a noi sembra morte e che in fondo non è che una vita più ignota. In questa lenta e fatale circolazione di atomi nessuna energia si perde, cosicchè al ricominciare del ciclo sono in giuoco le stesse quantità di forze che erano in giuoco all'inizio; l'animale, dopo aver mangiato una certa quantità d'alimento vegetale non ha che da aspettare: dopo un certo tempo le sue materie stesse di rifiuto gli verranno ripresentate sotto forma di materie organiche nuove…

Cresti parlava con viva eloquenza, non nascondendo quel senso di materialismo filosofico che formava il fondo roccioso del suo carattere poco verde e fiorito al di sopra.—Cresti vuol dire—osservò Massimo—che un giorno o l'altro dovremo ritornare anche noi sotto forma di cavoli.

—Perchè no? io credo di essere stato già mangiato una volta da una capra…

—Speriamo invece di rifiorire in queste belle rose—osservò donnaVincenzina, mentre se ne metteva nei capelli una stupenda che ilCresti tolse da un cespuglio.

La signora Matilde chiese di poter ritornare, mentre Flora, la zia e Massimo, seguendo i passetti e i minuetti disuguali del loro ospite, discendevano verso una spianata divisa in molti quadratelli di terra coltivata a fragole straordinarie per quella stagione. Tra gli alberelli si vedevano rosseggiare grosse e appetitose.

—Questo è il mio pascolo—disse Flora—correndo avanti per un piccolo sentiero marginale, mentre donna Vincenzina e Massimo spaventati da quel diavolo di sole, che coceva il sasso, si fermavano all'ombra d'un vecchio pero.

—Venga di qua, Flora—cominciò a dire il povero ortolano, quando si trovò solo colla fanciulla nel riparto segregato delle fragole.

—Queste son più buone. Guardi: non sono fragole, ma bombe…—E siccome bisognava coglier l'occasione col suo gambo:—Provi—le disse—supponga di assaggiare il mio cuore.

Era un primo passo verso quella grande dichiarazione, che da un anno a questa parte non aveva ancora trovata la sua formola.

—Buonissima, squisitissima…—disse Flora colle labbra ancor dolci di quel rosolio.

—Che cosa? la fragola o il cuore?

La grammatica qui non andava forse molto d'accordo col pensiero; ma bisognava pure ch'egli cercasse di non lasciar morire un discorso che, se fosse caduto anche questa volta, non avrebbe forse saputo raccogliere in mille secoli.

—Che il suo cuore sia buono, caro Cresti, è un pezzo che lo so, e anche pochi giorni fa ne ho avuta la prova, quando la mamma mi disse che il Castelletto non è più dei Bagliani.

—La mamma ha fatto male a parlare.

—Oh perchè non vuol che si sappia che ci vuol bene?

—Perchè non voglio? che cosa non voglio? lei sa bene, cara Flora, che cosa sogno nella mia selvatica modestia…—e nel dir questo le sue mani tremavano nelle foglie.

Flora ch'era venuta al Pioppino col sereno proposito di mettere alla prova il suo cuore e di essere sincera anche con se stessa, dopo un istante di riflessione, rispose colla sua voce ferma e naturale:—Vorrei poter pagare in qualche modo questo debito di gratitudine, non perchè mi pesi d'essere sua debitrice, Cresti: anzi mi piace questo sentimento che mi obbliga a riconoscere la mia povertà e il mio nulla.

—Se lei è nulla, cara Flora—interruppe con un'argomentazione arruffata il povero innamorato—che cosa sono io che in suo paragone sono meno di nulla?

—No, Cresti, abbia pazienza—replicò Flora con una specie di severa benevolenza—ognuno ha nel mondo il suo valor assoluto e il suo valor relativo; meglio è darsi per quel che si vale. Lei sa che io sono una ragazza superba come Lucifero.

—Lucifero era un angelo.

—Ma la superbia l'ha perduto.

—Quando si conoscono i propri peccati, si è già sulla buona via per convenirsi.

—Ma ci vuol la grazia, Cresti.

—Se sapessi che a fare un pellegrinaggio alla Madonna del Soccorso ottenessi un miracolo, ci andrei a piedi nudi. Che mi consiglia di fare?

—La fede muove le montagne—disse tranquillamente la signorina delCastelletto, che non voleva nè ingannare nè ingannarsi.

—E allora speriamo che la fede aiuti la speranza a compiere un atto di carità…—concluse con una complicata perorazione il buon Cresti, cercando la mano della fanciulla che non osò rifiutarla. Tra lui e Flora stendevasi ancora una nuvoletta, ma non era più la nuvola di prima. Il vento vi aveva fatto molti strappi, attraverso i quali pareva al nostro amico di veder come tanti pezzi di paradiso. Ma non si poteva, nè si doveva concludere un sì delicato affare, lì, tra le fragole, sotto quel sole che coceva la testa.

Rimasero intesi che tutti e due avrebbero fatto un pellegrinaggio alla Madonna del Soccorso, anche colle scarpe e senza corda al collo: poi si sarebbero trovati a comunicarsi sinceramente la loro ispirazione.

Lentamente, facendo colle fragole mazzetti, vennero verso il luogo dove Massimo e donna Vincenzina stavano seduti all'ombra del vecchio pero. Non avendo nulla a dirsi o per evitare di entrare in discorsi pericolosi, i due antichi fidanzati erano intenti a contar certe vele bianche che spinte dal buon vento di mezzodì uscivano una dopo l'altra dalla punta di Bellagio, di ritorno da Lecco, dirette verso Colico. Ne avevano già contate due, tre… quattro… pronunciando i numeri a voce alta, all'unissono, mentre il signor ambasciatore, posata la mano sulla manina morbida e grassoccia di donna Vincenzina, la teneva così prigioniera sull'erba fresca.

—Cinque!—esclamarono insieme, quando Flora si presentò col mazzetto delle fragole.

—O belle! come si chiama questa qualità?—chiese la zia, arrossendo anche lei come una fragola.

—Finora non hanno un nome speciale: è un mio prodotto—disseCresti.—Glielo faremo dare a Flora il nome.

—Quando saranno più mature—fu pronta a soggiungere la briccona con un sorriso di amabile compiacenza, che non dispiacque all'ortolano del Pioppino.

* * * * *

«Tutto mi persuade a credere che questa sarebbe la mia pace—scriveva Flora qualche giorno dopo a Elisa D'Avanzo, che aveva le confidenze del suo cuore—e tu mi dici sempre che alla felicità non si va che per la via della pace. Sento anch'io che gli anni passano senza frutto, l'uno più vecchio dell'altro e mi fa paura l'idea ch'io abbia a trovarmi un giorno nell'incapacità di provvedere a mia madre, e alla mia dignità. L'amico che tu conosci è buono, ricco di cuore, d'una devozione a tutta prova, d'una virtù molto superiore al mio orgoglio: e se io mi guardo nello specchio, non ho alcun motivo per aspettarele prince charmant…

«Ma con tutto questo, stento a rinunciare al mio sogno, non mi pare che ancora sia morta tutta la mia speranza. Spesso mi assale il dubbio che una vita materialmente solida e felice non valga il piacere di un sogno che esca dalle misteriose profondità dell'anima nostra; e per poco che mi abbandoni ai ricordi, sto per dire che tutto ciò che di più tenero e bello ho goduto negli anni della mia giovinezza fu più sognato che vissuto. Chi sa? forse soltanto il sogno è vero: forse è tutto quanto rimarrà di noi anche quando dormiremo all'ombra dell'erba nostra. Il mondo si trasforma a piacer nostro attraverso ai colori del nostro pensiero e per quanto l'inverno nevichi ed imperversi di fuori, chi mi vieta d'avere in me stessa una primavera sempre verde? Ma non bisogna rompere questi soavi incanti con risoluzioni che una volta prese ti immobilizzano nella realtà.

«Molto male mi dicono dilui: molto male ne penso io stessa: ormai non c'è dubbio che l'ultima speranza è perduta e sciupata; che siamo giunti al bivio—io elui—da dove ogni passo non può che allontanarci di più. Io scenderò nell'umida valle della mia desolata vecchiezza, mentreluiseguiterà a salire il monte della vita militante e trionfante; ma fin che resto libera potrò sempre guardare a lui anche da lontano. Egli non mi ama, nè potrà, nè vorrà amarmi mai: ma a me basta d'amare….

«Oh Dio, quasi sto per dire che mi basta d'averlo amato. Nèluinè altri potranno togliermi questo bene che è tutto mio, che può essere il dolce viatico di tutti i miei giorni: e troppo stimo e amo me stessa per rassegnarmi a sostituire un'insipida menzogna al mio dolcissimo sogno. Ecco perchè esito a dir di sì al buon Cresti, per quanto le vostre ragioni siano tutte belle e persuasive….

«Ma intanto soffro in due maniere: e per quel che mi hanno fatto e per quel che non so fare. Qualche volta mi pare che la fede vacilli e provo oscuri sgomenti come chi si trovasse perduto sopra altissime creste, dove è tanto pericoloso il muoversi come il rimanere. Procuro di attaccarmi più che posso agli arbusti della vita e di leggere nelle coscienze di quest'umile gente che lavora e prega, il segreto della pace. Sono stata alle Regate, ho accettato un invito al Pioppino, e domani mi lascierò condurre da Regina all'alpe di Giosuè, dove si accenderanno i falò per la festa della Madonna. Quanto ti desidero, qui, mia cara Elisa! come sapresti consigliarmi e consolarmi colle parole che escono dall'esperienza di una vita così ricca e così cauta come la tua! Qui non ho nessuno con cui discorrere e dissipare, queste tristezze. La mamma, poverina, non vede che un bene e verso questo bene mi sospinge senza che io me ne accorga. Regina è spirito troppo semplice per intendere un problema complicato, fatto metà di immaginazione e metà di disperazione: nè la zia Vincenzina è donna da saper sostenere il mio coraggio, quando io lo perdessi del tutto, come dubito di perderlo in certi istanti di oscura malinconia, un'oscurità in cui mi par di vedere balenare dei pensieri rossastri….

«Sento che attraverso un momento pericoloso della mia vita, una specie di «passo del lupo» che ti fece così paura l'anno scorso, quando andammo lassù verso il Resegone. Sotto mugge un torrente che precipita in un baratro e devi passare sopra una vecchia trave mal ferma. Queste montanare si fanno il segno della croce e passan leste a occhi chiusi cariche le spalle di una gerla di fieno: noi cariche di troppi pensieri squilibrati, nè sappiamo chiudere gli occhi, nè osiamo credere al segno della croce…. E intanto l'abisso è lì che ci affascina e ci attira.»

Una gita in montagna.

Regina aveva preparata una gita all'alpe del Giosuè per fare una sorpresa ad Amedeo, che vi doveva accompagnare alcuni signori di Cadenabbia. Una zia del giovine barcaiolo, che aveva lassù un pascolo e alcune capanne, avrebbe dato alloggio e allestito un letto sulle foglie di faggio: e poichè la luna viaggiava verso il suo pieno, c'era da godere una notte incantevole nella pace di quei monti. Flora, che cercava volentieri le distrazioni che aiutano a riflettere, accettò di accompagnarla. Per rendere l'improvvisata più gustosa, Regina propose di andare tutte e due vestite come le pastorelle «bergamine» che vi tengono le mandrie nei mesi di estate, cioè con una gonnella corta di traliccio turchino, colla bustina di velluto nero e una pezzuola in testa di cotone rosso, allacciata sulla nuca colle cocche sporgenti. Flora aveva già indossato questo costume montanino nell'occasione d'una festa di beneficenza data a favore dell'asilo infantile. Lo si cercò, lo si tirò fuori dalla guardaroba con gioia anche della mamma, che vedeva volentieri tutte le occasioni che aiutassero a portar fuori la figliuola da' suoi pensieri. Regina indossò la gonnella della Nunziata, si accomodò una specie di zendado in capo e ci mise di suo la faccia tonda e rubiconda e i fianchi solidi di una vera montanara.

Quando Bortolo, che si era offerto come guida, venne al Castelletto sul far della sera, fece i suoi complimenti alla signorina, che in quel vestito semplice da pastorella gli parve la vera beata Giannetta della Madonna di Caravaggio.

—Ho preso con me un canestro con qualche provvigione di bocca, a buon conto, per non piombare sulla povera Maddalena come un volo di corvi affamati. L'aria dei monti è aguzza come una lesina e non fa mai danno aver con sè del pan bianco e del formaggio. Più che latte e polenta e acqua fresca l'alpe non dà… Amedeo non immagina certo che arriveremo prima di lui, perchè la strada dalla Cadenabbia fa un giro, mentre noi taglieremo per i sentieri: e poi i signori amano viaggiare con comodo.

Prima che il sole fosse scomparso del tutto dietro i monti, la brigatella uscì dalla strada dell'orto, e infilato il viottolo del castello, che si arrampica e passa sopra le case del paese, si trovò sul sentiero che va all'alpe. Regina camminava avanti, col suo passo di capra, Flora nel mezzo, e Bortolo che aveva qualche annetto di più, alla retroguardia, col suo canestro sul braccio e il lungo bastone in mano.

La strada uscì presto dai muricciuoli che cingono le piccole vigne, e cominciò a serpeggiare sotto l'ombra già densa dei castagni, che lasciavano vedere attraverso alle foglie il chiarore del cielo ancora soffuso della luce del crepuscolo. Usciti anche dal bosco, il viottolo divenne subito irto e sassoso su per il fianco del monte fino a un primo balzo o terrazzo naturale, da dove l'occhio poteva dominare tutto il bacino del lago, che pareva sprofondato in una valle.

Nella luce dimessa del tramonto s'impiccolivano e si rattristavano i paesi e le ville: morivano già fioche le voci e le squille delle campane portate lontano dal corso più veloce del vento. Nitido il cielo era sul capo, d'un candore profondo, in cui biancheggiavano le prime stelle: e a queste parevano rispondere i primi lumi, che folgoreggiavano nelle tremule acque del lago.

Regina dal cuor contento, dopo aver intonato alcune canzonette, presa dall'affanno del salire e più ancora dal raccoglimento quasi religioso della luce morente, si arrestò ad aspettare il babbo accanto ad una rozza croce, dove intonò l'Angelus.

Flora rispose alla preghiera a voce alta, come se volesse farsi sentire e sentire la sua voce in quel grande spazio diffuso.

Di mano in mano che si andava su, lontani dalle cose solite e urtanti, il suo cuore provava un senso quasi di leggerezza e di liberazione. Avrebbe voluto andar sempre verso una meta altissima e lontana, che la portasse fuori da ogni triste pensiero. Il suo cuore aveva bisogno non soltanto di pace, ma di un vero lavacro di purificazione che distemprasse e sciogliesse i germi dell'odio e dei cupi rancori. Il male per la prima volta l'aveva urtata e offesa colla sua mano ruvida e caliginosa e come tutte le nature candide sentiva la vergogna e il ribrezzo di non essere senza macchie. Lassù, in quell'aria, in quel cielo purissimo, lontanissima dai contatti indecenti della realtà, Flora sentiva quasi risorgere la sua buona innocenza infantile, quando è così facile credere a tutto quello che emana dal cuore. Oh se avesse potuto andar sempre verso quelle lucidissime stelle che la guardavano!

Quando svoltarono in una valle più interna, cominciò a ondeggiare sulle piante e sulle creste una penombra vaga e confusa uniformemente sparsa, che si stringeva sempre più in se stessa, mentre dal fondo saliva una frescura umidiccia che ammolliva le foglie. Regina volle che la signorina si mettesse uno scialle di lana sulle spalle.

Lasciato il viottolo, che tendeva a sprofondarsi verso il torrente, presero a battere un sentiero appena segnato sul pelo dell'erba, nel mezzo d'una prateria in forte pendenza. Qui erano gli ultimi e piccioli campi di segale e di colza, chiusi da stecconati di legno, dopo i quali la stradina procedeva tra basse siepi fino a un gruppo di capanne basse dal tetto di lavagna, che parevano appiattarsi sotto la misteriosa protezione di un gruppo di piante gigantesche.

Era l'alpe detta delBoss, dove pascolava una mandra sparsa per i prati e che non si vedeva più per l'aria già fatta oscura: ma venivano da tutte le parti i suoni rotti delle campanelle, intonate agli accordi di una musica in cui cantano senza stonare le cose più disparate.

Flora, che amava la voce delle cose, mentre Bortolo s'era fermato a cangiar quattro parole coi pastori, andò a sedere in disparte sopra alcuni tronchi rovesciati e appoggiata la testa al palmo della mano, seguiva mentalmente la linea del paesaggio, colle casette scure che mandavano i tetti fino al suolo, umiliate sotto le ramificazioni ampie e bizzarramente frondose delle piante, che ricamavano il cielo bianchiccio strisciato da un'ultima venatura sanguigna. Dentro all'armonia sparsa e mescolata delle campanelle risuona una voce continua e profonda di acque correnti, di vento che fugge carico del buon odore del fieno. La giovenca chiama il torello dal fondo del prato, la capra si querela sulla roccia da cui ti guarda cogli occhi gialli: guizzano nei fondi umidi come spilli d'oro le lucciole: esce dalle stalle il morto tonfo delle cose misto al comando della voce umana. E voci ed ombre e lumi vagano lentamente nell'oscurità che si addensa, si raccolgono, si fanno fievoli al venir della notte silenziosa, che versa rugiada sulle erbe e sogni nelle menti degli uomini.

* * * * *

Mentre Flora si lasciava trascinare a queste poesie, nel rumor vago e fuggevole credette di udire un più distinto suono di campanelli, misto a un bisbiglio di voci e di squilli di corni, che si avvicinavano a poco a poco: e subito dopo vide sbucare dalla strada bassa della valle un baglior vagolante, come di lampioncini a vento, che si agitassero nell'aria, e tra l'ombra e le luci guizzare molte persone, che si avvicinavano insieme al frastuono crescente.

Regina venne a dire:—Son qui, son quei signori di Cadenabbia. Stiamo ben nascoste, che Amedeo non ci abbia a conoscere.

La bella compagnia si accostò, salendo pel viottolo come una mascherata. Davanti erano due uomini con lanterne chiare di carta attaccate a un bastone, che precedevano un asinello vestito e bardato come un principe. E sull'asinello era una signorina vestita di bianco come una beduina. Seguivano altre lanterne d'un colore giallastro, che accompagnavano un'altra signora pure a cavallo d'una bestia ornata di piume rosse e di campanelli.

Era questa la baronessa, imbacuccata anch'essa come una beduina. A piedi seguivano il barone, il commendatore, il banchiere svizzero, e altri giovani signori che si perdevano nell'ombra e non si facevano sentire che per un frequente strombettare nei corni da caccia che portavano al collo, a cui rispondevano altri corni più lontani, dove ondeggiavano altri lumi col resto della compagnia in ritardo. Flora non conosceva nessuno di questi eleganti viaggiatori notturni che giunti davanti alle case delBoss, si fermarono in crocchio ad aspettare chi stava più indietro.

Sotto le grandi piante quel dondolare di lumi variopinti, quel rimescolarsi di colori, quel ridere allegro di gente allegra, quel tintinnare festoso di sonagliere, quello schiamazzar di corni, offriva uno spettacolo magico e pittoresco di fiera e di festa carnevalesca, che rallegrò gli spiriti alquanto sonnolenti della nostra patetica contessina. Dal posto dove s'erano nascoste, le ragazze videro Amedeo, che pareva il capo della masnada, parlare a lungo coi pastori, e quando gli accordi furono presi, la compagnia si mosse verso un prato declinante a sinistra fino a una spianata prospiciente il lago, dov'era stato preparata un'alta catasta per un solenne falò, che doveva essere veduto, e per il luogo e per il concorso dato dall'albergo, a cento miglie lontano.

Le nostre due pastorelle lasciarono passare la comitiva ed esse poi per un sentiero dietro le case riuscirono sulla spianata, a destra della catasta, nel momento che due uomini inginocchiati mettevano il fuoco nella paglia e soffiavano colla bocca nella fiamma.

Cominciò a svolgersi un gran fumo, che spinse la bella compagnia a cercar miglior posto verso il luogo dove Flora e Regina stavano nascoste. Il Bersi per poco non veniva a piantar il suo lampione sotto il castano, dove si appiattavano le nostre due vaghe ninfe. Fu per entrambe un argomento di risa questo fuggi fuggi. Flora si dichiarò subito innamorata del bell'asinello bardato come un principe e se non fosse stato per rispetto alla bella beduina, che gli stava sopra, sarebbe riuscita a carezzargli le orecchie.

La fiamma della paglia non morse così subito alla legna alquanto verde del faggio e dei querciuoli e alle stramaglie fresche che addobbavano l'alta piramide su cui era stata conficcata la vetta d'un pino comune; ma nella nuvola fumosa che il vento andava dispiegando come una fascia cinericcia non tardarono a guizzar avide lingue di fuoco, che crepitavano con un rumor secco, penetrando nelle fibre dei tronchi.

Le fiamme alquanto trattenute dal fumo e dal verde del frascame, uscendo dalla base, cominciarono a lambire i fianchi della piramide, a scalarne l'altezza, a prender un vigore interno, a incidere con punte di fuoco i tronchi, i rami, le decorazioni di pino, finchè la vampa la vinse sul fumo e con un fremito vigoroso avviluppò tutta la catasta, rischiarando col suo baglior fantastico il verde smeraldo del prato, il masso del monte, le case dell'alpe svegliate al di sotto delle gigantesche ramificazioni, da cui fuggivan gli uccelli spaventati.

Nell'accensione libera di quella gran vampa s'illuminò pure (e fu un quadro non meno fantastico e bello) la compagnia schierata in disparte, le signore sulle cavalcature bardate, i signori nei loro eleganti costumi alpini, gli uomini dell'alpe che contemplavano con compiacenza e con un raccoglimento quasi devoto la sacra fiamma accesa in onore della Madonna e a cui per la corona dei monti in giro rispondevano altre fiamme, che accendevano altre fiamme nei profondissimi e freddi silenzi del lago, immobile come una lastra di piombo.

La fascia di fumo, dopo esser montata alta nel cielo si lasciò piegare dal vento come un pennacchio, si disperse allargandosi, scendendo verso l'oscuro vallone, che nel contrasto pareva fatto ancor più nero e pauroso; e intanto era una meraviglia il vedere come alle lingue serpentine bianche e purpuree con fuggenti anime azzurre nel mezzo succedesse a poco a poco un braciere di rubini ardenti, che cascavano fiaccandosi, mettendo in vista altri tesori più intimi e più fosforescenti, un vero incanto degli occhi, che faceva pensare ai misteriosi ripostigli delle fate e ai sogni irraggiungibili della bellezza.

Tutti si specchiavano meravigliati e assorti in questo mucchio di gemme accese, tra cui spiccavano come degli occhi ardenti e curiosi; tutti, tranne Flora, che non vedeva più nulla, non sentiva più nulla. Al sorgere impetuoso della vampa ella aveva riconosciuto Ezio, che ritto alle staffe della superba baronessa ne accoglieva le tenere espansioni, appoggiando, di mano in mano che l'ombra tornava a coprirli, la testa alla mano che essa gli abbandonava. Flora che era lì a due passi, spettatrice non invitata, sentì il cuore farsi duro come un pezzo di pietra. S'era lusingata, venendo a questa gita notturna di lasciare a basso ogni pensiero cattivo e di trovare nella solitudine dei monti un sentimento buono di perdono e di riscatto: ed ecco invece, come una malvagia evocazione, uscir di mezzo ai bagliori fantastici dell'incendio l'oltraggioso castigo della sua vita, l'ingiuria viva di quella donna trionfante sulle rovine del suo ideale. Fu buona fortuna che l'avvilimento da cui fu subito presa le impedisse di correre verso quella donna e di gridare una brutta parola; ma quando, consumato l'ultimo tizzone non rimase che un focolare di cenere e carboni, quando vide la lieta brigata muoversi per procedere verso l'alpe di Giosuè, dove era la meta della gita, essa persuase Regina ad accompagnarsi a quei signori, e si mise quasi sull'orme della coppia innamorata, suscitando le proteste della sua compagna, a cui pareva un po' troppo pericolosa l'avventura.

Ma così potè assistere, coperta dall'ombra, al momento in cui, giunta davanti alla capanna dell'albergo, la bella baronessa, scioltasi dallo sciamma in cui s'era avviluppata contro la brezza notturna, si abbandonò per discendere dalla cavalcatura nelle braccia del giovine, che la tenne un istante sul petto.

—È orribile!—mormorò tra i denti stretti, portando una mano alla bocca come per voglia di mordere. E infatti se essa misurava la colpa di quella donna al patimento che ne provava, doveva sembrarle un delitto esecrabile quel che per gli altri non era che un dei soliti amori di passatempo. Nella sua innocenza del male, nell'atto di conoscerlo, se ne sgomentava come il bambino che balza esterrefatto di mezzo al suo sogno al comparir di un bieco fantasma, che non esiste se non nella sua immaginazione. Ma non aveva essa innalzato il suo edificio di speranze al di là del vero? Non aveva essa creduto troppo al suo sogno?

—Torniamo indietro, signorina: il babbo cercherà di noi—andava replicando Regina.

—Aspetta, vediamo che è bello…—rispose Flora, trattenendola per la gonnella.

Nessuno per fortuna si accorse di queste due pastorelle che adocchiavano nell'ombra. Soltanto una volta una delle due signorine russe, sopraggiungendo alle loro spalle, chiese a Flora in buon italiano:—Come vi chiamate, cara?

La contessina Polony avrebbe voluto rispondere:Vendetta, esecrazione… ma la buona Regina la strappò per la mano e la trascinò via.

Il sentiero, che dalle capanne dell'albergo mena alle casette bianche della zia Maddalena, scende per un tratto fino a una sorgente che gorgoglia tra i sassi all'ombra e risale un altro tratto fino al colmo della prateria, battuta dal chiaro tremulo della luna che faceva luccicar l'erba.

Bortolo, che aveva presa un'altra strada, stava già discorrendo colla Maddalena, quando le due giovani sopraggiunsero. La vecchietta che non si aspettava questa visita fu tutta in tripudio: ma quando seppe chi era la bergamina che accompagnava Regina cominciò a lamentarsi che non l'avessero avvisata a tempo, perchè avrebbe fatto trovare un materasso, una coperta di lana, un po' di salame cotto; e intanto invitava la compagnia a entrare nel suo umile tugurio.

Quando le quattro persone ebbero preso posto sugli sgabelli, non ci fu più luogo per nessuno in quel bugigattolo, reso nero dal fumo, che un lumino scarso riempiva più di puzzo che di luce. Le travi gregge, oblique, logorate dal tempo e dall'uso s'incrociavano in un angolo a cui si appoggiava la pietra del focolare. Il fumo, dopo aver vagato a tingere le pareti, si risolveva a uscire per l'apertura d'un finestrino, che lasciava vedere attraverso alle lavagne del tetto la luce delle stelle.

Una piccola madia, fatta lustra dalle mani che vi eran passate sopra, un paiolo, quattro piatti di peltro, quattro scodelle di terra, quattro cucchiai di stagno formavano tutto l'arredamento di quell'antro, che serviva a un tempo di cucina e di sala di conversazione ai pastori che passavano lassù la stagione del pascolo.

Bortolo fu incaricato dalla Maddalena di stendere della paglia nuova e qualche poco di stramaglia pulita in una «baita» vicina, che serviva spesso di alloggio ai forestieri e agli alpinisti che capitavano lassù di proposito o sviati. E intanto la zia mandò Regina a sciacquare il paiolo al torrente, perchè voleva scaldare due mezzine di latte e preparar loro un po' di cena prima di mandarle a dormire.

La vecchietta, non più alta dell'usciolino della sua capanna, pareva essa pure un travicello affumicato, stretta come era o indurita ne' suoi vestiti senza pieghe e senza colore. Soltanto la faccia era ancor mobile e gli occhi in quel volto solcato da mille rughe concentriche mettevan fuori un'anima ancor giovanile e viva come l'acqua che stilla da un ruvido tufo.

—Se lei mi cerca una chicchera di caffè, cara figliuola mia, sarei imbarazzata a contentarla—disse a Flora che stava immobile ad asciugare i piedi davanti alla pietra del camino—Acqua fresca, latte fresco, polenta calda e castagne fin che ne vuole e anche dei caciolini di capra, se ne ha voglia: ma in compenso di quel che ci manca, qui non bazzica mai il dottore e non si sa che cosa sia la malinconia che fa dolere la testa ai signori. Dovrebbe lasciar giù tutto e venir a stare con noi tre o quattro mesi: vedrebbe queste braccia diventar belle e grasse—e la donna stringeva nella mano l'avambraccio della signorina come se andasse in cerca di polpa.—E non avrebbe questa ciera lunga e spaventata come se avesse visto il lupo. Ci ha già l'amoroso?

—Perchè?—chiese Flora con un atto quasi sdegnoso.

—Quando le ragazze non sono allegre, gatta ci cova. Ci son passata anch'io cinquantanni fa: ma poi le cose vanno a posto e addio buon tempo!

Bortolo entrò con un fascio di legna minuta. Regina riportò il paiolo coll'acqua della fonte: la fiamma fu suscitata e il tugurio si riempì d'una luce d'oro che ridestò tutte le mosche appiccicate ai travi. La rugiada presa e la frescura della notte rendevano piacevole anche quella vampata in cui presto cominciò a muggire il latte.

—Amedeo non tarderà a picchiare all'uscio—disse Regina—Non può far dormire gli asini in compagnia di quelle belle signore. Zitto… non vi pare di sentire un suono di campanelli?

Stettero un istante ad ascoltare e veramente un tintinnio di campanelli, a cui si mescolava una voce d'uomo, veniva su per il sentiero della sorgente.

—Nascondiamo la testa nei grembiuli e voi, babbo, voltatevi di là—disse Regina, avvolgendo la testa di Flora e la propria.

—Zi' Maddalena, siete ancora lì?—gridò la voce di Amedeo di fuori.

—Chi comanda?—chiese alla sua volta la zia Maddalena, che si divertiva allo scherzo come a' suoi tempi migliori.

—Son Amedeo con due amici. Li meno in stalla.

—Sei tu, Deo? menali e vien subito che ti dò una bella cosa…—Voi fatevi costà—disse alle ragazze—e vediam se vi conosce. Voi, Bortolo, fingete di rimestare nel paiolo.

Due minuti dopo Amedeo ritornò fischiando.

—Come state, zi' Maddalena? cent'anni che non vengo a trovarvi e voi non scendete mai.

—Ho a fare, Deo. Entra. Ci ho qui della gente venuta ieri da Bergamo.

—Da Bergamo? buona sera alla compagnia—disse Amedeo, chinando il capo per poter infilare l'usciolino.

—Sì, da Bergamo. Son due figliuole di quest'uomo venute a cercar marito all'alpe del Giosuè.

—Fate la burla a dir che son di Bergamo. Questa che ride sotto il grembiule non è di Bergamo. Questi è Bortolo e questa è… so io chi è: e se vuol maritarsi all'alpe del Giosuè, buona padrona. Io ho di là alle capanne dell'albergo tre grazie di Dio…

—Voglion giusto pigliar voi… quelle là…—fece la Regina, scoprendo il capo, tra le matte risa di zia Maddalena e di Bortolo.

—Voi non state male vestita in quella maniera—disse Amedeo, arrossendo un poco di gioia—e fu un bel pensiero il vostro d'esser venuti. Ma chi vedo? anche la signorina venuta a piedi per questi sassi? e voi, Bortolo, tenete mano al sacco? bravi! se il maggiordomo dell'albergo mantiene la promessa, ora vi porto da fare un brindisi in compagnia.

—Voi forse immaginate che vi faccia dormire nella stessa baita—entrò a dire la zia Maddalena, facendosi tra i due promessi sposi e guardando in faccia ora all'uno ora all'altra con una espressione di soddisfatta allegrezza.—Niente affatto: finchè il sor curato non avrà detta la sua, voi non direte la vostra.

—È venuto anche il signor Ezio—disse bonariamente Amedeo a Flora, che fatta rossa in viso dal calor vivo della fiamma, potè nascondere il suo interno patimento.—E pare che non perda il suo tempo colla bella cantante, un pezzo di donna che mi ha stancato due asini…—Risero tutti a questa facezia, tranne Flora che fissò gli occhi tristi nella brace.

In mezzine di terra fu versato il latte, mentre Bortolo toglieva dal canestro i cartocci e il pane.

Amedeo uscì a prendere la bottiglia che gli aveva promesso il maggiordomo. Ciascuno mangiò secondo il suo appetito; ma l'aria frizzante e la lunga camminata non dissero nulla a Flora, che solo per cortesia e per non parere selvatica in mezzo a gente così buona, trangugiò a stento una goccia di latte.

Sentendosi quasi soffocare in quel basso tugurio, si mise a sedere sulla porta da dove l'occhio correva sulla prateria, che il raggio della luna scoloriva in un verde pallido e molle. Nella conca, oltre il torrentello, nereggiavano le capanne dell'albergo, da cui venivano schiamazzi e risate allegre con un frequente pizzicare di mandolini. A un tratto s'intese una voce chiara ed educata di donna cantare con comica vivacità la canzonetta delFuniculì funiculà.. una voce da teatro, distesa, che in quel vasto silenzio alpestre correva a riempire la valle e a destare gli echi addormentati del monte.

Flora rispose al brindisi di Amedeo, bevendo un sorso di vin bianco in una pulita ciotola di legno: (la zia Maddalena non aveva altra cristalleria) e quando Bortolo cominciò a pisolare, mostrò anch'essa il desiderio di stendere le gambe stanche sulla paglia. La vecchia accompagnò le ragazze su per una scaluccia aperta, che metteva in un fienile esposto alla luce della luna e le lasciò colla buona notte.

Regina preparò due tane nel giaciglio, spiegò una coperta di lana e fattosi un covo, si addormentò presto sulla sua felicità.

Anche Flora si distese e si rannicchiò nella paglia e cercò di sprofondarsi, di annientarsi nel suo giaciglio, invocò il sonno, il riposo, l'oblio, chiuse gli occhi, ma non potè dormire.

Non le giovava di richiamare tutte le vecchie ragioni che l'avevano persuasa a rinunciare a quel che essa credeva un diritto del suo cuore, ma che non era in fondo che un audace desiderio del suo orgoglio. Non aveva già fatto capire alla mamma, a Cresti, e ad altri che essa era morta a questo passato? non le giovava nemmeno l'inventare ragioni nuove o ingegnosi sofismi per dimostrare a sè stessa che nulla era mutato nel destino antico della sua vita e che il soffrire, come faceva lei, poteva parere ormai a ogni persona ragionevole una debolezza ridicola d'un orgoglio non meno ridicolo; ma che servono le dimostrazioni a un cuore che non vuole sentirle? Al contatto crudele del male il suo cuore era arrivato a un tal punto di sofferenza che non l'avrebbe spaventata nemmeno l'idea di morir lì, nella paglia, quella notte stessa, come una mendicante a cui si è rifiutato per crudeltà un misero tozzo di pane.

Nella quiete assoluta della solitudine alpestre le pareva di sentir martellare il suo povero cuore così dolorosamente che più d'una volta si pose a sedere sulla paglia come per cercare un sollievo: poi sentendo che là dentro le mancava il respiro, scivolando adagino presso Regina, che dormiva con una lenta pesantezza, spinse l'usciolino e venne a sedersi sulla scaletta di legno, provando nella freschezza dell'aria notturna un subito ristoro.

La luna alta nel mezzo del cielo, col disco nitido e vivo diffondeva su per le vette sassose e per le pieghe aspre dei monti la sua luce, che attenua le linee più pesanti in una leggiera trasparenza quasi di cose che si sognano. Il paesaggio dell'alpe pareva palpitare come animato dai segreti spiriti della natura. Una punta rocciosa, in fondo, forse il Legnone, resa diafana dal tocco dei raggi, si alzava come un'aspirazione al cielo blando e casto, senza una nuvola, seguita a poca distanza da altre vette minori, che avevano nel tremolìo molle dell'aria e della luce una trepidazione di cose vive: spettacolo bello e sacro da strappar la preghiera a chi non avesse avuta la morte al posto della fede.

Le casette sparse, coi tetti bagnati d'una luce così bianca che pareva neve, versavan l'ombra sul verde prato e parevano anch'esse addormentate in un pensoso raccoglimento. Tratto tratto si svegliava una campanella con due tocchi sonnolenti, a cui rispondeva da lungi il belato pauroso d'una capra. Sottili fischi uscivan dall'erba, ma sui fuggevoli suoni incombeva il gran silenzio dell'ora notturna, un silenzio che pareva piovere anch'esso dalle remote scaturigini dell'infinito.

È l'ora sacra in cui pare che l'anima resa più diafana riceva nel profondo silenzio delle sue acque il riflesso delle cose invisibili che passano e s'increspano all'alito degli spiriti che non possono più nè morire nè dormire.

È l'ora in cui i desideri sepolti bussano al cuore delle fanciulle che vegliano e i sogni fanno ridere i bambini che dormono.

La notte serena versa le sue rugiade anche sui fiori del male, assopisce il rimorso indomabile, ristora le speranze affrante, rinnova i voti traditi. Quando più dormono le cose fuori di noi e come sottili profumi si sprigionano le più recondite memorie di vite che ci aspettano e ronzano intorno a noi sensazioni di oscuri mondi ignoti che ignorano il nostro sole, i nostri uccelli, le nostre rose, i nostri dolori, dove da cause più sottili derivano vite più delicate e fragili.

Il luccichìo del torrente che serpeggiava in mezzo alle erbe folte della prateria risvegliò a un tratto in Flora la sensazione fisica d'una lunga e acre arsura che la tormentava da un pezzo, confusamente percepita, ma non riconosciuta nell'oscurità del suo patimento morale. Si mosse, discese i pochi scalini spezzati, e battendo il sentiero per cui era venuta nel salire, si avviò verso la sorgente da cui quella striscia lucente d'acqua che serpeggiava nell'erba era alimentata.

Quando vide la sua persona riflessa sul terreno, nella gonnella corta, colle due cocche sporgenti del suo zendado di mandriana, invidiò l'ombra sua e stette a contemplare quel che avrebbe potuto essere, se Dio l'avesse fatta nascere in una di quelle capanne brune che toccano coi tetti la terra. Che giova alzarsi se mancano le ali al volo? umile creatura, nella terra è la tua felicità.

Prima di giungere alla sorgente entrò in una macchia di esili pioppi, che spandevano la loro ombra sottile e tremolante sul greto chiazzato del torrente: ma il luogo non era così oscuro ch'ella non potesse discernere anche nell'ombra il filo dell'acqua che usciva dalla bocca d'un canale di quercia e versavasi in una barba di spume tra i ciottoloni e le felci del solco. Scese fino al canale, vi appoggiò la bocca riarsa e bevette a lungo di quell'acqua sincera che veniva dal cuor della montagna. Poi si voltò a contemplare la luna che dietro il ricamo delle mobili piante pareva navigare verso un polo lontano.

Stette un istante inerte ad ascoltare il bisbiglio dell'acqua che rompeva tra i sassi e che nel silenzio vasto della valle pareva raccontare le sommesse storie della sua grotta oscura e meravigliosa, e avrebbe dovuto poi tornare sopra i suoi passi, se una forza non meno irresistibile di quella che trascina le nuvole nel cielo, non l'avesse condotta a proseguire oltre il boschetto, verso le capanne nere, che dormivano nell'ombra, o piuttosto verso la ragione della sua tristezza.

Essa non avrebbe saputo dire se in quel pauroso desiderio che la moveva fosse più la speranza d'incontrarsi in Ezio o la paura; se, vedendolo, per caso, uscire da una di quelle capanne sarebbe corsa a lui, a stringerlo nelle braccia, a redimerlo da una selvaggia seduzione o se invece sarebbe corsa a rimpiattarsi come una timida fiera dei boschi; ma non cessava per questo di dirigersi a quella volta, e già le capanne chiuse e silenziose eran lì a pochi passi, già ne rasentava l'ombra, quando le parve di udire un rumore, come un frascare vicino.

Si ritrasse dietro una siepe di spino che cingeva uno di quei casolari.

Qualcuno veniva alla sua volta: qualcuno entrava nel recinto stesso che chiudeva il casolare deserto e andava a sedersi sulla soglia d'un usciolino chiuso, dov'erano alcuni grossi tronchi rovesciati, nell'ombra del piovente del tetto.

Non era lui… ma una donna, la baronessa… la baronessa che, non potendo forse riposare sul giaciglio insolito del suo letto di montagna, veniva a far della poesia al chiaro di luna.

Il cuore di Flora insorse in un impeto d'ira, ma non ebbe quasi il tempo di formolare un pensiero che da un ciglione, a cui si appoggiava il muro della capanna, saltò sul prato un giovine…

Flora celata dalla siepe si trovò caduta sulle ginocchia come se a un tratto le fossero tolte le forze della vita, le si ghiacciò il cuore, le si mozzò il respiro. Sentiva che essa non poteva restar lì, invocava mentalmente da Dio l'aiuto di sorgere, di fuggire: ma non poteva reggersi.

Finalmente con un atto di estrema violenza se la comandò questa forza e la trovò: si alzò, si ritrasse con precauzione, aggrappandosi agli arbusti per non ricadere.

Nessuno saprebbe dire come avvenisse, come nessuno sa perchè un fulmine si accende e l'altro no. C'eran delle piastre di selce sparse sul terreno. Flora si chinò, se ne trovò in mano una che fischiò nell'aria come soleva farle fischiare alla riva, quando faceva il giuoco del rimbalzello a fior di acqua… e fuggì mentre uno straziante grido di donna rompeva il silenzio della notte. L'aveva colpita!


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