Convalescenza.
Seguirono alle emozioni di quella notte giorni di febbre cocente e di delirio, che tennero in pena l'animo del dottore, il quale non sapeva a che cosa pensare, se a una febbre infettiva di carattere maligno o a una congestione cerebrale: e invece, quando nessuno se lo aspettava, il male si dissipò da sè, lasciando indietro una grave prostrazione di forze e una straordinaria tranquillità morale inesplicabile in quel carattere rivoluzionario.
Era discesa dai monti colla febbre in corpo e si pensò che la fatica del viaggio, il sole preso nel ritorno, il latte della zia Maddalena e la quantità d'acqua trangugiata per spegnere l'arsura avessero prodotto questo male: e Flora lasciò che credessero al sole, all'acqua, al latte della zia Maddalena. Essa vedeva bene da dove era venuta la sua febbre.
Tuttavia nella debolezza grande in cui era caduta le pareva di trovare in fondo a' suoi mali una pace nuova, non priva di qualche conforto, come se la febbre avesse abbruciata anche l'idea maligna che l'aveva fatta soffrire. Non era stato male ch'ella avesse potuto vedere co' suoi occhi la verità: e non era male che la sua vita si costituisse nella verità.
Mentre il dottore parlava alla mamma di crisi, di flogosi del sangue, di sovraeccitazione nervosa, di macchie epatiche, essa compiacevasi d'aver finito di soffrire. Strappata l'ultima illusione, non aveva che da aspettare che la ferita si rimarginasse da sè. Per chi l'aveva fatta soffrir tanto e inutilmente non rimaneva in lei più che una immensa compassione: a quella donna non osava nemmen discendere col pensiero. La figlia del colonello Polony, la contessina del Castelletto, la nipotina della donna, che aveva con un colpo di pugnale vendicata un'ingiuria, s'era avvilita fin troppo a credere che la sua felicità potesse essere contrastata da questi volgari intrugli di amori melodrammatici celebrati al raggio di luna. La nausea è un male che libera spesso da altri mali.
Ad avviarla e a guidarla su questa buona strada di pensieri modesti e ragionevoli giovò non poco la parola dolce e misurata di Elisa D'Avanzo, la buona amica che al primo telegramma della signora Matilde era corsa a sedersi accanto al letto della malata. Con Flora s'erano conosciute durante le vacanze, che Elisa D'Avanzo veniva a passare tutti gli anni sul lago: e quantunque questa fosse di parecchi anni più innanzi e d'indole grave, quasi austera, Flora aveva trovato in lei un'interprete intelligente che l'aiutava mirabilmente a comprendere sè stessa. L'amicizia non è in fondo che la fortuna di trovare in altri la parte che ci manca. In questa funzione integrale Elisa D'Avanzo rappresentava per Flora Polony quella virtù riflessiva, che non abbondava nell'indole della più giovane, troppo facile a credere agli impeti del cuore. Poco era il tempo che le due amiche vivevano insieme, perchè le condizioni ristrette e l'ufficio d'insegnante non permettevano alla D'Avanzo che un breve soggiorno sul lago tra il settembre e l'ottobre; ma la buona relazione continuava nelle copiose lettere che Flora mandava a Torino tutto l'anno, specialmente nelle lunghe e vuote giornate d'inverno, in cui pare che ogni vita morale si ritiri dalla campagna per rifugiarsi nei grandi centri. Erano lunghe confessioni, sfoghi innocenti, confidenze illimitate, nelle quali Flora amava mettere a nudo il suo cuore per il piacere di contemplarlo; erano sunti di letture fatte, consigli chiesti, pensieri trascritti dai libri, pagine intere della sua vita e di sensazioni che nascevano spesso e morivano sul foglio stesso che le raccoglieva.
Elisa D'Avanzo era a parte di quel segreto che la fanciulla non aveva mai osato confessare molto apertamente nemmeno a se stessa; nè si era maravigliata che un'illusione fondata sull'egoismo altrui dovesse cadere un giorno o l'altro come una baracca mal costruita nella sabbia. Essa era venuta subito, anticipando il suo arrivo, a raccogliere le rovine di questa illusione e ora sforzavasi di costruire con quel che si poteva salvare un edificio più modesto, ma più solido per il bene della povera Flora.
Elisa D'Avanzo aveva sofferto la parte sua nella vita, perchè potesse parlare con qualche autorità: ma più che i dolori conosceva della vita quelle spinose necessità e quei nudi bisogni, che sdegnano la pietà e che vivono giornalmente della nostra carne viva.
Da quasi vent'anni era insegnante nelle scuole comunali di Torino, costretta a mantenere una povera sorella scema che non aveva altro aiuto. Per quanto esaurita dal lavoro, conservava ancora al di sotto del logoramento fisico della persona magra e leggera, i tratti di una sana e delicata bellezza, vivificata dalla luce di due grandi occhi pieni di pensieri e sempre attenti alle cose buone. Vestita quasi sempre di nero o con pochi ornamenti vedovili, essa portava da dieci anni il lutto all'unico amore della sua vita, perchè si considerava veramente la vedova dell'uomo che l'aveva amata, che aveva promesso di sposarla e che a ventisei anni era morto vittima di una infezione cadaverica sul punto in cui stava per ottenere una cattedra di fisiologia all'università.
Colla morte di Annibale Perrone la scienza ebbe a rimpiangere una forte speranza spenta troppo presto per l'onore della patria. Amici, colleghi, discepoli, corpi scientifici, riviste italiane e straniere ripeterono per un anno l'elogi che segue ai valorosi e benemeriti cittadini; un busto di marmo fu innalzato nel cimitero dov'è sepolto… ma ad altre cose ebbe poi a pensare il mondo. Altri uomini, altri studi, altri maestri, altri ideali sorsero a far dimenticare l'opera di un trapassato, come l'erba cresce sull'erba segata dalla falce del villano; ma dopo dieci anni la donna era ancor viva al suo dolore. Il mondo si rinnova e dimentica: la donna che ha amato bene una volta, vive e muore nel suo amore. Crollano le lapidi e i monumenti attaccati ai muri: ma una memoria che sia sepolta nel cuore di una donna è un albero sempre verde che mette ogni anno una radice di più. Così Annibale Perrone, che nessuno ricordava più, continuava a vivere delle luminose speranze della giovinezza nel modesto cuore d'una povera maestra elementare, che all'educazione dei figli del popolo dava tutto quel che non era morto in lei, in compenso della pace che il lavoro le aveva procurato.
Per Flora fu una vera medicina la compagnia della cara amica, che, senza bisogno di interrogarla, seppe rispondere con carità e con prudenza ai gemiti di quel povero cuore lacerato.
—No, no—le andava dicendo Elisa, nei momenti in cui vedeva la malata più disposta ad ascoltarla—tu non puoi sacrificare il tuo avvenire, i tuoi pensieri, i tuoi doveri al culto di un uomo che non ti ama e che non puoi stimare. Se egli ha potuto suscitare in te un'illusione, non fu che un raffinamento del suo egoismo, perchè volle cogliere in te un fiorellino modesto dal profumo delicato e ornarsene per un'ora l'occhiello; ma non tardò a farti capire che si è subito pentito di quest'atto d'imprudente poesia. Per tutto l'oro del mondo egli non sacrificherebbe un giorno della sua libertà e un solo dei suoi capricci alla perpetua felicità di una donna che lo vuole tutto per sè. Il nostro modo di amare, cara Flora, non è tutto piacevole perchè coll'amor nostro noi diamo tutte noi stesse e per sempre. Ma questi signori più che la donna amano le donne: o almeno non ci considerano se non come carte che servono a fare il giuoco e che si cambiano ad ogni partita. Tu, nell'ingenuità tua, non potevi immaginare che il mondo fosse così; ma è forse bene che il caso t'abbia aperti gli occhi. Ogni tua violenza farebbe peggio. Più si sente incalzato da te, più ti si ribella e provocherà le occasioni per dimostrarti che non intende sacrificarti nulla, nè un risentimento, nè una vendetta, nè una seduzione. Più cattivo lo renderesti quel giorno che tu ti presentassi come creditrice. Nulla è più odioso quanto un creditore che non si può pagare. Sicchè per il tuo meglio, se proprio ti pare di avergli voluto bene e se ti duole di sciupar del tutto una immagine che ti fu cara, credo che ti convenga rinunciare tranquillamente a lui, e riprendere invece quei modesti doveri che tu hai verso tua madre e verso te stessa. Vedi me. Quando ho dovuto per forza rinunciare alla felicità, mi son rifugiata ne' miei doveri, come mi sarei rifugiata in una chiesa per salvarmi da un acquazzone, E così il mio sacrificio invece di restare morta radice nel suo egoismo, fruttò a me e agli altri, se non una felicità migliore, certamente un riposo non inutile e qualche beneficio.
Flora ascoltava attentamente e ringraziava cogli occhi teneri l'amica del bene che le faceva colle sue parole.
Un'altra volta il discorso cadde sulle grandi obbligazioni che sua madre aveva verso il signor Cresti del Pioppino e sull'avvenire incerto che avrebbero incontrato tutt'e due, se per non voler più aumentare queste obbigazioni, Flora avesse persuasa sua madre a lasciare il Castelletto e a seguirla in una grande città in cerca di lavoro e di pane. Anche su questo punto Elisa D'Avanzo aveva le idee chiare e positive di chi ha vissuta la sua esperienza.
—Vivere in una grande città oggi è un negozio arduo e faticoso per chi vi è nato, per chi vi ha parenti, amici, clientela, avviamento naturale; ma a chi arriva nuovo la grande città si apre come un deserto inesplorato; la piccola come un sepolcro. Tu vai in città a chiedere il tuo pezzo di pane; ma nessuno ha mai pensato che tu avessi diritto di averne: anzi molti si meraviglieranno che tu possa osar tanto e venir da lontano apposta per portar via un poco di quel pane che basta appena a chi c'è: molti se ne sgomentano; molti stringono i pugni e digrignano i denti.
Vincere colla forza la concorrenza di chi aspira al tuo medesimo pezzo di pane non sempre si riesce: perchè più abile della forza è l'astuzia: e di tutte più ancora la malignità. Onde i buoni in questa gara son già vinti prima di entrare. Ma date pure eguali condizioni, il vincere non riesce facile nemmeno a chi fin da fanciullo si preparò l'animo alla lotta e per tutti gli anni della sua giovinezza non fece che addestrarsi nell'esercizio di questa lotta, rompere, per dir così, la volontà a tutte le ripugnanze, fortificarsi contro gli assalti dei più cupi avvilimenti. Ma chi non ha mai lavorato o imparò l'arte sua solamente come un diletto della vita, se anche l'ingegno l'assiste, non può essere sicuro di non smarrirsi, di non stancarsi, di non avvilirsi, di non trasformare il suo stesso lavoro in un acuto strumento di tortura e di cader vittima della sua stessa energia.
—E allora—diceva la buona amica—che sarebbe di tua madre?
—La povertà è cosa assai triste—soggiungeva malinconicamente col tono di chi sa quel che significa contrastare giornalmente colla sorte avara e cogli intrattabili bisogni.—La povertà è cosa triste per tutti, anche per chi vi è nato in mezzo e non conosce altra sorte; ma per una fanciulla bella e gentile, che non voglia rinunciare al suo prezioso orgoglio, l'essere povera è una condizione insopportabile.
La gente fa ai poveri una colpa persino di quella stessa dignità che nei ricchi è stimata come un pregio del carattere; e io ho sentito accusare di alterigia certe povere donne, che preferivano una goccia del loro magro caffè fatto in casa, alla grassa abbondanza d'una minestra offerta per nulla da una cucina economica. Il povero ha sempre torto d'essere povero e di offendere col suo spettacolo gli occhi beati di chi lo vede; ha torto di essere seccante, quando chiede, e arrischia di offendere il beato egoismo della gente felice anche quando si ostina a non chiedere. Al povero è difficile perfin d'esprimere la sua riconoscenza, o perchè dice troppo o perchè dice troppo poco; ma più per la ragione che il ben ricevere non è più facile che il ben dare.
Chi poi può paragonare la povertà sopravvenuta a una perduta agiatezza ed è nella condizione dolorosa di dover continuamente paragonare quel che è a quel che era, quel che aveva prima a quel che non ha più, condanna sè stesso ad un supplizio, che è paragonabile soltanto allo strazio che farebbero due cavalli che tirassero un misero corpo in due versi opposti: tra le memorie e i disinganni, tra il passato e il presente Io strazio rompe la vita.
Ora tu hai qui sull'uscio—conchiudeva la giudiziosa amica—chi ti offre amore, amor vero, non fiamma di paglia, tranquillità d'animo, ricchezza con decoro: è un uomo schietto che tu non potrai non amare, quando potrai più da vicino conoscere il suo cuore e misurare il valore della sua virtù nascosta. Non è il biondo cavaliere della leggenda che passa nei sogni della giovinetta bionda: ma tu non sei romantica e sai quel che valgono i cavalieri di ventura.
L'uomo che io ho amato più di mio padre e più di mia madre non era bello: nè mai mi son chiesta s'egli lo fosse o se era un male che non lo fosse. Era il dottor Perrone che aveva guarita mia madre, era il bravo professore, amato da' suoi allievi, era la gloria della scienza e bastò perchè a me paresse più bello d'un dio. Sento che l'amerei dell'istesso amore anche se egli mi comparisse davanti coi capelli bianchi, già vecchio cadente. Consacrarsi al valore di un uomo è qualche cosa di più attraente che non amarlo per la sua gioventù e per la sua bellezza. Perciò ti ripeto che tu fai male a non incoraggiare il signor Cresti. Sarebbe per te il miglior modo per guarire del tutto da una febbre non buona, che non vien tutta dal cuore…—
Flora arrossì: gli occhi le si riempirono di lagrime di pentimento.—Forse, sì, forse avete ragione; io devo però meritarmi quest'amore e fargli un posto degno nel mio cuore. Avete ragione, non vi può esser nulla di buono in questa febbre d'odio e di gelosia che consuma la parte migliore di me. Dite intanto al buon Cresti che venga a trovarmi.—
* * * * *
Quando il solitario del Pioppino, incoraggiato da tutte le patti, scese al Castelletto a far visita all'illustre inferma si consolò tutto nel vedersi accolto con un sorriso di tenera bontà.
La malata ancor ravvolta negli scialli, con in testa una delle cuffiette della mamma, che faceva brillare i riccioli dei capelli sull'orlo della fronte, coi colori attenuati della convalescenza, stava nel seggiolone di mamà, nel vano della finestra, dove il sole batteva, mettendo nel salotto un lieto e giallognolo tepore.
La mamma era in cucina a preparare la seconda minestra della convalescenza, in cui era stato concesso di lasciar cadere un fegatino di pollo: Elisa era uscita per la sua solita passeggiata mattutina, che doveva riattivare un appetito da lunghi mesi inerte: Flora nel vano della finestra, fissi gli occhi a due nuvolette vaganti nel cielo come fiocchi di lana, si abbandonava con un molle piacer fisico alla sua dolce stanchezza, appoggiando la testa al dorso della poltrona, correndo dietro col pensiero ai rumori che venivano dal villaggio e allo sciacquìo dell'onda che gorgogliava ai piedi della casa: voci e suoni che si mescolavano a visioni e a memorie di cose lontane, cadute da un pezzo in dimenticanza.
La mente fatta più docile e meno impedita dal vigore della resistenza fisica si abbandonava con più indulgenza a ripensare le cose passate e a considerare con un senso di maggior benevolenza il destino della vita. Il bene, andava persuadendosi, è nella moderazione dei desideri e non si riposa mai così bene come nella propria bontà. E come il suo corpo godeva del tepore del sole e l'appetito invocava come un gran bene la piccola scodella di minestra, silmilmente nella sua convalescenza morale essa augurava al suo spirito la guarigione che fa godere d'ogni minimo bene, e quella sana volontà naturale che dà sapore ad ogni modesta fortuna.
Era così assorta, in contemplazione d'un farfallone che, svolazzando, urtava nel vetro, ostinato anche lui contro l'impossibile, quando Beniamino Cresti entrò.
—E così, Flora? va bene, sento….
Flora, che non l'aveva sentito entrare, piegò la testa e vide il signoretto del Pioppino con un enorme mazzo di rose gialle in mano, le più belle rose di quella qualità che fossero sul lago.
—O Cresti, buon dì. Grazie, sto bene davvero. Son per me queste rose?
—S'intende: le ho colte apposta.
—Come si chiamano?
—Roserêve d'or….
—Come son belle! me le lasci veder bene.
Cresti lasciò cadere il grosso mazzo sciolto in grembo alla fanciulla, che rispose con un piccolo grido di gioia.
—Hanno un profumo inebriante: o è forse la mia debolezza che me lo fa sentire?
—Il profumo è l'anima dei fiori—sentenziò l'amico, che da qualche tempo andava spigolando in un florilegio di bei pensieri; e per far la sentenza più rotonda e più significante, chinandosi sulla fanciulla, che pareva sprofondata nel seggiolone della mamma, soggiunse:—E il sorriso è il profumo dell'anima.
—Ma ci son dei profumi acri che fan pensare più alle spine che non ai fiori.
—Dunque, proprio bene? sentiamo un pò….—Cresti le prese il polso, trasse l'orologio d'oro e misurò le pulsazioni sul tic tic dei minuti secondi—Polsetto un pò debole ancora, ma regolare: segno che il cuore è in ordine.
—Domani potrò uscire in giardino. Ma sieda, Cresti.
—Ho premura—si scusò egli—son venuto soltanto per far la mia visita medica e anche per chiedere un consiglio.
—A me?
—Sì, un consiglio d'arte.
Cresti che pareva già sulle spine, fatto un mezzo giro intorno alla tavola, tornò presso la poltrona, trascinandosi dietro una sedia; ma si accontentò di appoggiarvisi colle braccia.
—Sa che ho comperato il Ravellino….—riprese in tono semplice, fissando lo sguardo al di là dei vetri verso la riva, dove si poteva scorgere la piccola villa.
—È affare fatto? benissimo.
—Bersi mi stava alle costole e io ho detto: Cosa fatta capo ha.
—Ha fatto bene—disse lentamente Flora, portando alla bocca una rosa, su cui tenne fisse le labbra.
—Per me ne ho fin troppo del mio vecchio Pioppino, ma capisco che non a tutti possa piacere un luogo così solitario, lontano dal lago, ficcato in una crepa di montagna. Al Ravellino avremo la nostra barchetta…
Cresti si arrestò, sentendo che parlava in plurale; socchiuse un poco gli occhi e aspettò che altri finisse un discorso che non osava andar avanti da sè.
—Avremo la nostra barchetta… ma il Ravellino è in un disordine orribile. Bisognerà che ci spenda molto denaro per ripulirlo e per togliere tutto quel che c'è di barocco e cattivo gusto. Avrò quindi bisogno di molti consigli.
—Verremo a vedere, consiglieremo…—disse lentamente, con dolcezza, Flora, secondando con benevolenza il pensiero del suo buon amico, mentre coll'orlo delle labbra andava mordendo e sfogliando la bella rosa.
Cresti si appoggiò allo schienale, distese un braccio sulla sponda della poltrona e con una intonazione in cui tremolava il suo povero cuore riconoscente, soggiunse:
—Sicuro, vorrei far restaurare una bella camera grande in stile del Rinascimento con un bel soffitto a rosoni dipinti: e poi anche il giardino ha bisogno di mille adattamenti. Quel Bersi era un ostrogoto… Un artista ha posto di guazzare fin che vuole: e io faccio conto sul buon gusto degli amici.
—Grazie. Metteremo fuori tutta la nostra dottrina artistica.
—E poi c'è ancora una cosa…—soggiunse l'amico, che tirava lentamente il pensiero come se temesse che, rompendosi il filo, l'animo dovesse precipitare in un pozzo.—Ravellino è un nome che non dice nulla; troppe baldorie vi hanno fatto in questi anni quei famosi scapestrati: e quando sia lavato e purificato, bisognerà battezzarlo con un nome un po' poetico.
—È giusto—disse Flora.
—Ho scritto qui alcuni nomi—riprese, mentre levava con mano tremante dal portafogli un cartoncino; e balbettando per l'estrema commozione:—Cioè… veramente ne ho scritto uno solo; anzi o sarà questo o non sarà nulla. Ma non posso scriverlo sul.. sul frontispizio, se prima non ho la debita autorizzazione.
—Dalla prefettura?—chiese ridendo dietro il fascio di rose la contessina.
—Eh… già… forse anche dalla prefettura, ma prima ancora ci vuole un'altra autorizzazione. Ecco: io le lascio questo cartoncino in una busta, Flora. Non dica nulla a nessuno, ma ci pensi e mi sappia dire schiettamente il suo parere… No, non lo guardi adesso.
Flora aveva già letto sul cartoncino: Villa Flora.
—Lei non mi deve dare la risposta nè oggi, nè domani, nè dopo: potrà anche non darmela mai e non cesseremo per questo d'essere buoni amici.
Egli aveva ripreso la piccola mano della signorina e se la teneva stretta nelle sue. Flora sentì gli occhi intenerirsi davanti a questa devozione così pietosa, così tenera, così umile e prima di ritirare la mano strinse quella del vecchio amico con un lungo indugio di benevolenza.
—Scriveremo…—balbettò essa, guardandolo cogli occhi molli.
Il pover'uomo, che non si aspettava tanto, fu per piegare un ginocchio in terra. Si limitò ad appoggiare la testa al dorsale del seggiolone fino a toccare coll'orlo delle labbra i nastrali della cuffietta. Ma parendogli che la casa si rovesciasse col tetto nel lago, fuggì senza manco dire addio. Nel corridoio s'incontrò nella signora Matilde che veniva colla minestrina in mano. Le fece alcuni segni colle mani, senza riuscire a farsi capire; finalmente la baciò in fronte e scappò via. Sulla porta di strada dette proprio nella signorina d'Avanzo, che tornava dalla passeggiata: fece anche a a lei alcuni segni, baciò anche lei in fronte e corse verso il Pioppino nella speranza d'incontrare a mezza via il suo caro Massimo. Una grande beatitudine istupidiva il suo cuore e non capiva perchè egli seguitasse a tenere alla bocca la mano chiusa come se stringesse una moneta preziosa. Su quella mano ancor calda della muta promessa non cessava dall'imprimere baci.
E intanto non restava dal fuggire, come se la sua felicità gonfia di vento lo portasse in aria. Camminò un bel pezzo verso la strada lacuale; passò oltre, senza vederla, la strada del Pioppino: si arrampicò per un viottolo, che metteva in un altro, scese per la strada d'un torrente, saltò rive e scarpe di campi e di vigne, sempre stringendo in mano il suo prezioso pensiero, e non si arrestò, se non quando la schiena del monte gli si rizzò erta e minacciosa davanti. Sentendosi stracco, affannato, colle ossa dislogate, si lasciò cadere sopra uno strato d'erba ancor molle di rugiada e lasciò che le lacrime non mai sparse durante la sua vita colassero tutte in una volta.
Tra zio e nipote.
Le giornate di Ezio non avevano più regola. A casa non lo si vedeva quasi più o vi passava appena il tempo di togliersi un vestito e di mettersene un altro, di cambiare un paio di scarpe, di far volare in aria qualche cosa con grande spavento della povera Bernarda, che non arrivava a tempo a contentarlo. Poi scompariva di nuovo, per ricomparire dopo tre o quattro giorni come un luminello riflesso da uno specchiotto lontano.
Lo specchietto era a Cadenabbia.
Col pretesto di frequenti gite, di scampagnate e di colazioni in comitiva egli era sempre con lei o accanto a lei; e siccome la prudenza non era la virtù principale della bella baronessa, e amore è cieco anche perchè non abbia a vedere i pericoli, ne venne fuori un lieto pettegolezzo, per non dire uno scandalo, che finì coll'impensierire gli amici. Il Bersi ne parlò al Cresti che ne discorse con Massimo, perchè vedesse d'intervenire colla sua autorità di zio e di uomo saggio. Questi provò a scrivergli, e in tre righe serie, da uomo serio che sa di compiere un dovere, gli chiese un abboccamento per cose, gli diceva: «che riguardano il tuo onore e la tua pace».
Ezio capì il latino: e dopo aver nicchiato alquanto, non osò rifiutare al caro zio, tornato fresco dall'America, la consolazione di recitare la sua parte di padre nobile: e per aver un terreno neutro, su cui ciascuno fosse padrone delle sue idee, fissò egli stesso un bell'incontro all'albergo Bazzoni a Tremezzo con una letterina umoristica, che finiva così: «Gravi o non gravi che siano le cose che hai a dirmi, è inteso che la colazione la paghi tu».
Zio e nipote furono precisi all'abboccamento: e poichè la giornata era bella e tiepida, piuttosto che rinchiudersi in una sala, preferirono sedersi a una tavola sulla terrazza che prospetta il lago all'ombra fitta d'un pergolato, che faceva il luogo segregato e fresco.
Massimo, che sentiva tutta la delicatezza della sua missione diplomatica e che temeva di rompere prima di toccare, fece di tutto per essere fin dal principio tenero, affettuoso, espansivo; prese il ragazzo sotto il braccio, si fece ragazzo con lui e rimproverandolo amorevolmente, gli disse:—Che ti abbiamo fatto noi poveri vecchi che non ti si vede più?
Ezio, che senza mai essere stato nè in Bolivia nè in Venezuela, credeva di conoscere anche lui la sua diplomazia, stringendo tra le due mani il panciotto bianco del suo caro zio ambasciatore, rispose:—Non si è mai meno padroni di sè stessi come quando non si ha nulla a fare. Ma vedo che tu hai indossato ilgiletdelle grandi circostanze. Che c'è di nuovo? è vero che Cresti prende moglie? Non si parla d'altro sul lago: e si dice anche che quell'altro animale poco ragionevole, che risponde al nome di Bersi, gli abbia venduto il Ravellino: una bella trappola. Conta, conta.
Si misero a tavola e mentre una bella ragazza si affrettava a stendere la tovaglia, il giovane che temeva di perdere la parola, continuò sempre con un'intonazione tra il tenero e il burlesco:—Però avete ragione di lamentarvi di me e bisognerà che io faccia qualche cosa per contentarvi. Intanto, se permetti, facciam dire a questa bella ragazza quel che si potrebbe mangiare, perchè mi sento vuoto come la canna d'un fucile sparato. Bevi vin toscano, zio Massimo? qui è eccellente.
—Ordina quel che vuoi…
In poche parole s'intesero. Quando il piatto del salame fu portato in tavola e che il vino fu trovato buono, lo zio sentì ch'era arrivato il momento d'intonare l'antifona:—Raccontami un po' il gran nulla a fare che porta via tutto il tuo tempo. Che diavolo fai a Cadenabbia?
—Si fa di tutto per non annoiarci, zio.
—Alla tua età non si dovrebbe aver paura della noia.
—La noia è come il veleno della vipera: guai se ci lasciamo cogliere dal sonno!
—E per fuggire al fumo tu vai ad abbrustolire nelle braci—arrischiò il buon zio, che aveva sempre una delicata paura di offendere la irritabile suscettibilità del giovane.
—Mi sono assicurato contro i danni delle scottature—riprese con gaiezza il nipote che, quando si trattava di fuggire, possedeva l'agilità del gatto.
—Se tu ti diverti, non so che cosa dire: sei nel tuo diritto. Ma ho paura che tu prenda troppo sul serio il tuo piacere…—Un altro passo era fatto, per quanto il cortese diplomatico andasse col piede di piombo.
—Troppo sul serio, no—ribattè Ezio canzonando—perchè di serio al mondo non c'è che la morte; ma si procura di non lasciar scappare le buone occasioni. Chi sa quante volte ti sei pentito anche tu, mio amabile pedagogo, di aver lasciato scappare una lepre che ti passò sotto il naso. Se l'Italia non avesse lasciato scappare le buone occasioni….
—Lascia stare l'Italia che di cattive figure ne ha fatte fin troppo—fu pronto a interrompere lo zio.—Tu parli di piaceri e quando si hanno ventiquattro anni è assurdo che si abbia a discorrere di teologia; ma non ci sono soltanto piaceri a questo mondo.
—Lo so: ma i dispiaceri vengono da sè senza bisogno che uno vada a cercarli. Intanto procuro di sfruttare più che posso i vantaggi della mia età.
—Volevo dire che ogni età accanto a' suoi piaceri ha i doveri suoi, mio caro—disse lo zio con uno stile eguale e freddo come un protocollo.
—Eccoti arrivato a parlare della mia laurea—fu lesto e furbo a continuare il giovine vice-ammiraglio che sapeva con rara abilità schivare i colpi di vento.—Non è vero che tu mi hai invitato a colazione per questo? Ebbene, mio vecchio sentimentale, ti assicuro che ci penso sempre a quella benedetta laurea come a una ragazza che ho l'obbligo di sposare. E la sposerò se tu mi dai tempo.Quod differtur non aufertur. Dillo alla mia matrigna che ti ha incaricato di farmi questo discorso. Ci penso. Se non sarà questo autunno, sarà a Pasqua: se non sarà a Torino andremo a pigliarla a Genova o a Napoli dove la piglian tutti, ma sento che di quà devo passare. È una promessa che ho fatto al povero babbo e la voglio mantenere. Se quest'inverno vieni a stare un poco con noi, vedrai che Aristotile d'un nipote! e tu mi devi aiutare anche a pubblicare quelle care memorie che devono onorare il nome di mio padre: e questo te lo dico sul serio, vè, da uomo d'onore.
Il giovine parlava con tanta e così sincera convinzione che lo zio Massimo, stendendogli la mano al di sopra della tavola, credette giunto il momento propizio di conquistarlo:—Bravo!—gli disse—e allora fa anche il resto.
—Che cosa devo fare ancora?
—Lasciar quella donna che ti perde.
Ezio ritirò la mano che stava per offrire e abbandonandosi sulla sedia, disse con ironico sorriso:—Tu non mi avrai invitato a colazione per farmi mangiare un piatto indigesto, Se questo è il motivo del nostro abboccamento, fa conto che sia finito.
—Ezio—disse lo zio Massimo, asciugandosi i baffi col tovagliolo—non si è viaggiato mezzo mondo senza fare qualche esperienza.
—Ma è anche una bella cosa che ognuno faccia la sua esperienza da sè.
—Non c'è nulla di più noioso che di far delle prediche. Se insisto su questo argomento, è perchè ti vogliamo bene, Ezio.
—E se mi volete bene che gusto avete di annoiarmi? Guarda, tu mi fai scappare l'appetito.
—È in giuoco il tuo avvenire, Ezio.
—So difendermi da me.
—Si vede—soggiunse lo zio, sorridendo amaramente—Questa donna ti ha accecato.
—Ebbene, che giova dissimulare? prese a dire colla testa alta il giovine e in tono imperioso di spavalderia.—L'amo e mi ama: è la cosa più semplice del mondo.
—È la più indegna di te—fu pronto a soggiungere lo zio con una intonazione austera che Ezio non si aspettava di sentire da quell'uomo blando, vestito di cerimonie. Massimo Bagliani era di quegli uomini timidi, che nel fitto d'una mischia si fanno avanti per i primi.
—Ora hai detta una brutta parola, amico mio—disse lentamente Ezio, impallidendo un poco.
—Ebbene la ripeto:—la più indegna di te.
—Sei stato giovine, tu?—
—Io?—e il dabben uomo non seppe nascondere un'emozione che gl'imporporò la testa.—Credo di essere stato giovine in un tempo, quando l'essere giovani voleva dire qualche cosa di più che il far correre una barca. E sarei anche morto volentieri ai miei ventiquattr'anni, se mi fosse toccata una palla nello stomaco. Tu faresti lo stesso, son certo, se i tempi avessero bisogno del tuo sangue: è dunque inutile che tu mi tiri il discorso su queste sciocchezze.
Ezio arrossì lui questa volta.
Seguì un momento in silenzio penoso per tutt'e due le parti. Il giovine Bagliani pareva irrigidito in un senso di cupo dispetto, e mentre il signor commendatore non cessava di pulirsi nervosamente col tovagliolo i baffi e la bocca, il nipote faceva saltellare la lama del coltello sull'orlo del piatto.
Fu Ezio il primo a uscir da questa noiosa reticenza:—Forse ti hanno male informato, il mio caro zio: o forse hai di me una idea sbagliata. So da chi hai ricevuta l'imbeccata. Donna Vincenzina tutte le volte che vede naufragare un suo vecchio ideale si prende dei grandi pensieri per la salute dell'anima mia.
—Tu intendi parlare della tua seconda madre, quando dici donna Vincenzina?—sorse a dire il severo inquisitore, che alla freddezza caustica del giovine sentiva di dover opporre un risentimento quasi personale:—Io non so di quale ideale tu intenda parlare: ma son certo che quella donna che tu nomini in un modo così poco decoroso non può che desiderare il tuo bene: e noi in questo suo desiderio siamo tutti solidali con lei. Cresti mi ha sempre scritto che essa ti ama come un suo vero figliuolo e fino a cinque minuti fa non c'era nulla che ti autorizzasse a credere il contrario. Essa non desidera che una cosa sola…. che tu faccia onore al nome di suo marito.
—Ora la pigli troppo alta—balbettò Ezio che si sentiva dominato da quel modo lento e preciso di argomentazione.—Quando avrò bisogno d'un buon avvocato non avrò molta strada da fare.
—Non la piglio troppo alta, ragazzo mio—ribattè Massimo con uno tono alquanto arruffato, che tradiva il turbamento di un spirito che non sapeva dominare se stesso. Non c'è nessun motivo che tu attribuisca alla tua matrigna delle basse intenzioni per giustificare i torti che tu hai verso di lei e verso te stesso.
—Essa non potrebbe trovare un più zelante difensore—uscì a dire il giovinotto con un fare di monelleria con cui cercò di coprire la sua disfatta—Ed è naturale.
—Che cosa è naturale?—interrogò l'uomo offeso nel suo più intimo affetto.
—Nulla—troncò secco il giovine.—Ti pare che questi discorsi possano far digerire una cattiva colazione? non sarebbe meglio che noi ordinassimo due caffè con due bicchierini di cognac? ho promesso ad alcuni amici d'essere a San Giovanni e possiamo dire come alla Camera che l'incidente è esaurito.
—Si, è meglio. Mi avvilirei a chiedere spiegazioni a un ragazzo che non sa quel che si dice.
Ezio capì che dallo zio commendatore e ambasciatore della Bolivia stava per uscire il capitano d'artiglieria d'altri tempi: e non volendo ritirarsi colla peggio, si alzò, distaccò il suo bel cappellino di paglia dal pergolato ed accostandosi al signor zio con un portamento più spavaldo che contegnoso, credette secondo l'indole sua presuntuosa di farla finita del tutto con quattro di quelle parole enigmatiche che possono far intendere tutto quel che si vuole.
—Caro zio—gli disse—quando tu mi hai fatto l'onore di chiedere la mia ospitalità, dopo non so quanti anni di assenza, io non ti ho chiesto se ti riconduceva un sentimento di rispetto alla memoria d'un defunto, o un pentimento o una curiosità o quale altra memoria de' tuoi ventiquattro anni. So di averti ricevuto bene, con discrezione, con rispetto. Non invoco per me che un egual trattamento di tolleranza e di libertà…. E con ciò grazie della colazione….—E gravemente stese la mano per congedarsi.
Massimo Bagliani non rispose, non si mosse, ma coll'occhio rimpicciolito, con un tremito nervoso addosso che scoteva tutto il suo grosso corpo d'uomo lento e ipocondriaco, fece capire che non aveva più nulla a dire. Ma non volle stringere la mano che il giovine gli aveva stesa.
Ezio si carezzò con un atto d'irritazione i piccoli baffi, mosse qualche passo intorno alla tavola, esitò un istante tra il bene e il male; ma come sempre, anche questa volta vinse il diavolo peggiore. Levò il portafogli e cavato un biglietto da cinque lire lo buttò sul suo piatto e se ne andò. C'era da pagar lautamente quel che aveva mangiato coll'aggiunta d'una buona mancia per la bella ragazza.
Massimo, il povero zio Massimo, rimase lì sotto il peso dell'oltraggio, tutto tremante, colla testa appoggiata ai palmi. Improvvisamente gli parve che il cielo si rannuvolasse: ma capì che un pugno di lacrime gli faceva gli occhi grossi. Una brutta frase si presentò in quell'oscuro turbamento, ma non osò pronunciarla per rispetto ai morti e ai vivi. «Il figlio è degno del padre» avrebbe voluto dire: ma ebbe compassione di tutt'e due.
Tra il marito e… l'altro.
Il barone Samuele Hospenthal che unpotagetroppo sugoso aveva reso più disgustato e più svogliato del solito, da una settimana non usciva dalla sua camera se non per muovere quei dugento o trecento passi cadenzati, che gli erano necessari per digerire la sua acqua di Vichy. Il resto della giornata lo passava rinchiuso a scorrere una quantità di riviste e di giornali inglesi e tedeschi, a cui mescolava qualche avventuroso romanzo di Rudyard Kipling, il suo ultimo autore prediletto.
Alla rapida decadenza della sua giovinezza fisica egli sapeva opporre uno spirito resistente, instancabile, invincibile davanti a uno scopo, fosse questo l'impianto di una nuova banca o il piacere di battere un cavallo in una sfida di corsa o quello più modesto di dare agli amici una colazione superiore alle solite.
Quando ebbe conosciuta la bella Ersilia Batacchi la prima volta a Cannes in un Casino-Concetto, la sua prima idea era stata di far di lei una moglie della mano sinistra: ma la resistenza passiva di lei e quella più cauta del sor Paoleto lo persuase a sposarla secondo la legge civile e a presentarla al suo mondo misto di uomini d'affari, di grandi uomini e di oscuri agenti di cambio, di artisti e di vagabondi internazionali, in mezzo a cui le signore passavano quasi senza vedersi. «Libera coscienza in fedeltà d'amore» poteva essere il motto della famiglia. Il contratto era stato pari dalle due parti: egli aveva portato i suoi milioni, essa la sua vistosa bellezza: egli una tristezza fondamentale su cui a stento correva qualche sorriso di compiacenza e di critica bonaria: essa una giovialità senza fine, che avrebbe rallegrata una sinagoga: egli un'esistenza minuziosa che minacciava di triturare la sua vita: essa una risoluzione pronta e capricciosa, che travolgeva come un torrente furioso i progetti di suo marito. Ma giova dire che in questa volontà così diversa dalla sua il barone trovasse qualche vantaggio, perchè difficilmente osava contrastrare a sua moglie anche quando il muoversi rappresentava per lui una passività o una inquietitudine.
La baronessa poco si faceva vedere nei giorni in cui suo marito stava rinchiuso in camera. Veniva e restava con lui qualche mezz'ora al mattino, qualche mezz'ora dopo colazione, qualche minuto la sera, ma gli obbediva volentieri se le diceva di non lasciar soli gli amici. La malattia di suo marito era di quelle che guariscono più presto quanto meno si secca il malato: nè ci poteva essere rimorso da parte sua dal momento che Samuele desiderava di rimaner solo anche per sbrigare un'enorme quantità di corrispondenza, che gli correva dietro di posta in posta come uno sciame di mosche a un cavallo accaldato.
Per spedir telegrammi, per impastar francobolli sulle buste, per mandare a ricevere vaglia postali eragli di sufficiente aiuto il sor Paoleto suo suocero, un ometto svelto e discreto che sapeva tacere, quando vedeva l'acqua di Vichy più torbida, e sapeva in un altro momento raccontare mille storie, aneddoti e reminiscenze della sua vita di teatro e riportare i piccoli pettegolezzi d'albergo, di cui l'illustre genero si dilettava nei momenti di lingua meno sporca.
In ricompensa di questi servigi il barone gli regalava di tanto in tanto sotto forma di gratificazione un pezzo di venti lire in oro col patto che non dicesse nulla a Ersilia, che avrebbe voluto tenere il vecchietto goloso e dissipatello più a stecchetto; ma anche questa piccola frode rendeva il regaluccio più saporito tanto a chi dava quanto a chi riceveva. Il pezzo d'oro barattato secondo il corso del cambio fruttava un altro piccolo guadagno, che aggiungeva al piacere del dono il gusto più squisito della speculazione. I cinquanta, i sessanta, i sessantacinque centesimi che a seconda dell'aggio il vecchietto guadagnava, gli erano quasi più gustosi che non le venti lire del suo pezzo d'oro: e non minore era la sua felicità di quella che fosse la gioia un po' patetica del suo illustre genero, quando con due righe di telegramma guadagnava alle Borse di Parigi e di Amburgo le sessanta o le centomila lire sulle oscillazioni dei valori. Il che dovrebbe ancora una volta dimostrare che la miglior felicità, come la miglior scarpa, è quella che va bene al piede di chi la porta.
* * * * *
Fra le molte lettere che il sor Paoleto portò in camera una di queste mattine in cui il barone rimase ritirato, l'occhio strologato dell'affarista ne sceverò una d'una scrittura poco commerciale, chiusa in una busta profumata, color carne, su cui svolazzava un piccione d'argento entro i ghirigori azzurri d'un'elle maiuscola.
Vecchio frequentatore di alberghi e dimaisons garnies, non del tutto refrattario a qualche umile distrazione, il banchiere fiutò nell'acuto profumo di sapone Windsor una di quelle seduzioni, che per chi si lascia prendere si risolvono, alla fine, in un conto da pagare aux ordres de madame. Mise in disparte la letterina e quando ebbe pazientemente percorsa tutta la corrispondenza utile, mentre il segretario tornava per la seconda volta alla posta, gettò un'occhiata svogliata anche al piccione svolazzante, aprì la letterina galante dall'acuto profumo di sapone e credette di decifrare in un ghirigoro sotto una mezza dozzina di righe non troppo solide nell'ortografia il nome di Liana, un nome di guerra che probabilmente minacciava guerra a qualcuno.
La lettera diceva: «Caro Barone, il mondo ride dite che sei uomo di troppa buona fede e di sublime confidenza. Se vuoi vedere come la tua bella moglie t'inganna con un falso amico traddittore trovati la mattina tra le dieci e le undici alla Pasticceria Omoboni di fianco al Coiffeur.»
Samuele Hospenthal, uomo riflessivo e filosofo quanto è necessario per non dare alle cose del mondo più peso che non abbiano naturalmente, sulle prime prese la cosa in ridere e credette di vedere in questa letterina lo sfogo d'una gelosia e d'una vendetta di donna; diversamente che poteva importare a Liana che la moglie d'un banchiere di passaggio andasse a mangiare delle sfogliate tra le dieci e le undici nella bottega d'un pasticciere? Evidentemente un senso d'odio contro il falsotraddittoreaveva messa la penna in mano alla misteriosa donna dal piccione svolazzante.
Chi poteva essere il falso amicotraddittore?
Eran presto contati sulle dita i suoi amici: ma si guardò bene dal fermarsi a far delle indagini. Nella sua esperienza di uomo pratico e positivo il barone credeva di conoscere sua moglie più di chiunque, quando diceva di fidarsi più del temperamento che della virtù di una donna.
La virtù come ogni meccanismo morale, è suscettibile di composizione o di scomposizione, e, simile a un orologio in mano a un ragazzo, di rado la virtù nell'opinione di una donna segna l'ora giusta. All'incontro il temperamento è il metallo stesso del meccanismo, che non si muta se non si distrugge. Ersilia era vana, desiderosa di piacere e amava provocare gli adoratori per quell'ambizione che nella sua antica povertà le aveva insegnato a provocare gli applausi del pubblico: ma era troppo scarsa di cuore e di immaginazione per accendere una passione in casa sua e per sacrificare la sua felicità agli intrighi d'un romanzetto d'amore. Troppo attaccata ai vantaggi della sua ricca posizione sociale, era troppo egoista per non essere abbastanza savia: ed era appunto perchè la sapeva virtuosa per interesse, che suo marito le permetteva di concedere agli adoratori tutte le frangie e tutti i frastagli della sua civetteria. Purchè fosse salvo il suo diritto, nel suo ipocondriaco egoismo non vedeva mal volentieri che gli amici lo sollevassero qualche volta del peso di far divertire una donna insaziabile di passatempi, come su una festa da ballo uno stanco ballerino cede volentieri a' suoi compagni una dama troppo pesante. Questi patti di reciproca tolleranza, se non erano stati esplicitamente discussi, si osservavano ormai da troppo tempo, perchè una delle due parti avesse a non trovarli utili e legittimi.
La bella Ersilia sapeva che, se fosse venuta meno agli obblighi suoi con scandalo e incomodo di suo marito, non aveva più a sperar grazia presso di lui. Conosceva troppo bene l'ostinazione morale di quel filosofo per arrischiarsi ad un giuoco così pericoloso. La divisione assoluta, la perdita d'ogni diritto d'assegno per lei e per suo padre era ciò che l'avrebbe aspettata al di là d'un tradimento.
Ma se il sistema aveva dei vantaggi per le due parti contraenti, riusciva qualche volta pericoloso agli ingenui, che, poco esperti di economia domestica e di bilanci compensatori, si fidavano alle apparenze e cedevano all'esca d'una passione. Per un pelo il Bersi fu per abbruciarsi le ali alla fiamma di questa candela più luminosa che ardente; e ora si sentiva in obbligo di avvertirne Ezio Bagliani dalle ali più leggiere. Ma pare che questa volta il giuoco di far saltare il fuoco nelle mani finisse col danno dei giocatori.
Da parte di Ezio c'era già stato un precedente pericoloso a Nizza. L'incauto intervento della gelosa Liana, la scenata ai giardini pubblici, l'animo presuntuoso, caldo, prepotente del giovine, fecero sì ch'egli, entrato nella partita quasi per passatempo, si sentisse impegnato seriamente nel cuore e nell'onore. In lei il puntiglio di vincerla sopra una rivale, la giovinezza dell'amante, un senso di amor proprio e di curiosità insoddisfatta la condussero questa volta più in là di quel che era utile e nello stesso tempo onesto.
Al punto in cui erano arrivate le cose nè egli, come s'è visto, sapeva arrendersi ai buoni consigli della prudenza, nè essa sapeva resistere alla forza della passione. Acqua lenta, placida, trasparente, contenta di riflettere in pace le cose, una volta che s'era avviata per la china sentiva con terrore la forza del gorgo che l'attirava; ma non vi poteva più contrastare. A molte donne fantastiche questo finire in spume nelle vertigini di un abisso piace più che lo stagnare inerti nella placida palude della virtù casalinga. Essa avrebbe voluto andar fino all'orlo della cascata e poi tornare indietro; ma non si urta colle leggi della gravità.
Ecco perchè il mondo, ossia la poca gente che stava a pigliare il fresco nelle poltrone, cominciò a ridere, a pigliare scandalo e gusto tutte le volte che la strana baronessa andava a comperaremarrons glacésalla pasticceria Omoboni e a scegliere saponi e cosmetici dal vicinoCoiffeur.
* * * * *
Il barone avrebbe finito col gettare nel cestino il roseo biglietto, se il bisogno di riflettere non l'avesse trattenuto a sofisticare sul caso. Gli capitava spesso d'essere infelice per troppa riflessione, che è il castigo di chi pensa bene.
Sonò il campanello e alla cameriera che accorse domandò se la signora era in camera.
—Nossignore, è uscita mezz'ora fa—rispose la ragazza.
Eran le dieci e mezzo all'orologio del caminetto. Che una signora esca al mattino, sola, senza una necessità, da un albergo, senza avvertire, poteva essere una cosa poco naturale. Ma la giornata era così bella….
—Ha detto quando ritorna?
—Nossignore.
—Esce tutte le mattino a quest'ora?—avrebbe voluto domandare ancora, ma o gli parve di chiedere troppo a una cameriera o lo trattenne lo sgomento di saper troppe cose in una volta.
—Va bene—e licenziata la ragazza, tornò a passeggiare per la stanza. Ma poco dopo gli parve che non ci fosse aria abbastanza e uscì per discendere in giardino. Ai piedi della scala s'incontrò in Bühler che passeggiava nell'atrio in compagnia del commendatore Zuccani. Li schivò, uscendo da un'altra porta sulla piazza dell'albergo, dove rimase un pò di tempo a strologare l'aria, incerto su quel che doveva fare di sè.
Finalmente seguendo il primo impulso, si mise lentamente per il viale di acacie che costeggia il lago e lo risalì di malavoglia, giocherellando con una sottile bacchettina sui sassolini del terreno. Andò così fino a uno dei capi del paese dove tra le molte botteguccie del solito olivo lavorato e del solito corallo di Napoli svolazzava sopra una tenda rossa la scritta in grandi parole bianche:Pasticceria Omoboni.
Nella bottega arredata con qualche gusto cittadinesco non c'era in quell'ora che un vecchio signore esotico seduto davanti a un bicchierino di cognac in compagnia di una bellissima giovine, vestita con una estrema eleganza in chiaro, che rosicchiava con grazioso appetito un piatto di pasticcini usciti allora dal forno.
Se il barone avesse avuto occhi per vedere qualche cosa al di là de' suoi pensieri, avrebbe notato che al suo entrare la bella giovine s'era scossa con un moto quasi involontario. Sedette anche lui sulla soglia del caffeuccio, all'ombra della tenda rossa in un posto da dove poteva coll'occhio correre per tutta la strada fin oltre l'albergo e per tutto il viale del lago. Tutte le botteguccie splendevano in fila nella chiara e aperta luce del sole: tra le altre, sull'angolo d'una vecchia casa sporgente sopra una viuzza laterale, luccicava in grosse parole d'oro la scrittaCoiffeur. Le indicazioni erano precise.
La mattina era lucida, arieggiata e preludiava a una di quelle giornate di lieti colori, di molli godimenti signorili, di feste deliziose, che il lago di Como offre così volentieri a chi ha tempo e denaro da spendere.
Per un senso di sincera rettitudine verso sè stesso il barone confessò che non era venuto nè per fare la spia, nè per dar la caccia a nessuno e molto meno per il gusto di tormentare sè stesso. Egli era troppo epicureo nel suo animo freddo e metodico per andare in traccia di dolori inutili sopra gl'indizi malfidi d'una lettera anonima, molto più che nella sua languidezza fisica cominciava a sentire che le brighe e le gelosie d'amore non valgono gl'interessi di quel capitale che una bella donna tien impegnato o morto.
Mentre col cucchiaino andava rimestando nella chicchera un caffè mezzo freddo, che non aveva voglia di farsi bere, correva di pensiero in pensiero, di ipotesi in ipotesi fino ad immaginare che cosa avrebbe dovuto fare nel caso che Ersilia avesse mancato indegnamente al suo contratto. Non gli pareva ch'egli dovesse dare in ismanie, perdere l'equilibrio della vita e molto meno dar spettacolo, come un attore tragico, del suo furore e della sua vendetta.
Per il suo spirito aritmetico, che secondo la teoria del Bentham suo filosofo prediletto, metteva il bene nell'utile, Ersilia cominciava a rappresentare una passività nel bilancio della sua vita e in questo disavanzo il suo stomaco non era il meno danneggiato de' creditori. E allora piuttosto che andare incontro agli svantaggi d'un fallimento, la più semplice della contabilità insegna a venir presto a un concordato prima che le liti e gli avvocati abbiano a consumare quel che si può meglio impiegare in economie.
La figlia del sor Paoleto, che egli aveva sposato per assicurarsi un sano godimento, non meritava il sacrificio di tutta la sua vita e di quei grandi interessi ch'egli andava fabbricando nel mondo; forse conveniva sfruttar anche quest'accidente e liquidare in una composizione amichevole i danni emergenti e i lucri cessanti….
Stava seguendo il filo d'una logica di cui era tessuta per nove decimi la stoffa del suo sentimento, quando, a scompaginare le somme, vide comparire non dalla bottega delCoiffeur, ma da una porticina contigua, Ezio Bagliani, che, attraversata la strada, venne a cercar l'ombra delle acacie, e due minuti dopo sua moglie usciva dalla bottega, senza ch'egli l'avesse vista entrare in tutto il tempo ch'era rimasto sulla soglia della pasticceria. Attraversò anch'essa la strada dove, fingendo d'incontrarsi per caso, si salutarono……
Il barone, prima ancora che il ragioniere di casa consultasse i registri della convenienza, si mosse. Un gran buio sì fece a un tratto nel suo cervello e i numeri scritti col gesso scomparvero sul fondo della tavola nera. I sottilissimi fili logici, che legavano l'uomo ai pioli del suo egoismo, non valsero a trattenere il gigante che si risvegliò in lui in quel momento e che gli diede il senso d'una forza terribile. Mai s'era sentito così violento in vita sua, tranne una volta a Nizza, quando si accorse che un conte ungherese gli rubava sul giuoco con carte false. Gli parve di vacillare su un terreno insidioso e malfermo: anzi tale fu la confusione de' suoi sensi, che non si accorse che la bella coppia s'era incontrata in quella de' suoi amici Bühler e Zuccani, che scendevano anch'essi lungo il viale. Egli sopraggiunse quinto non previsto. La baronessa, arrossendo, cercò di coprire un improvviso turbamento coll'esclamare:
—Oh ecco il mio gran malato… Hai fatto bene a uscir con questo bel tempo…
—Permetti una parola, Bagliani?—disse con voce gelida senza turbarsi il barone, invitando il giovine a seguirlo in disparte, mentre Ersilia si attaccava, come se cercasse una protezione, al braccio robusto di Bühler.
Per quanto Samuele Hospenthal mantenesse al di fuori una meravigliosa imperturbabilità e parlasse umile e discreto, come se proponesse un affare, con tutto ciò gli amici, ai quali non era ignoto quel che sì poteva dire il segreto di pulcinella, videro o intuirono che il marito chiedeva una di quelle spiegazioni che gli amanti non sono in grado di dare.
Unico segno di risentimento di quell'uomo corretto come una somma giusta era un picchiare nervoso della bacchettina sul tronco della vicina pianta.
Il giovane sosteneva il noioso interrogatorio con un viso duro, provocante, in cui passavano dei guizzi ironici.
Fu un colloquio breve, di due minuti che parvero una eternità a Ersilia, la quale andava stringendo e quasi graffiando il braccio del buon banchiere di Zurigo. Questi interrogò cogli occhi il commendator Zuccani, che, non sapendo che pesci pigliare e non volendo impacciarsi di cose che uscivano dal suo dicastero, prese a pulire le lenti degli occhiali.
—Non toccarmi—disse repentinamente con voce quasi sguaiata il giovine Bagliani, alzando una mano contro la bacchettina che il barone gli faceva vibrare sopra la testa.—Guai se mi tocchi!—e prima ancora che il barone avesse idea di nuocere, il temperamento del giovane la vinse sulle ragioni della prudenza, perchè a un tratto fu visto strappar di mano all'avversario, romper la bacchettina e buttargliene in viso i mozziconi.
—Ecco quel che rispondo—disse il disgraziato trascinato o dalla sua superbia, o da un falso giudizio che convenga, quando più si ha torto, sopraffare colla violenza le ragioni dell'avversario. Il temperamento monotono e remissivo del barone potè forse fargli credere in un vantaggio che la violenza non ha sempre sopra la resistenza.
Il barone gli fu coi pugni sulla testa. Accorse il commendatore, mentre Ignazio Bühler trascinava via Ersilia, che non aveva saputo trattenere un grido. Già alcuni passanti si eran voltati e stavano a vedere…
—Allora sarà necessario vederci altrove—disse quasi umilmente il barone, che non potendo impallidire s'era fatto giallo.
—Dove vuoi, quando vuoi, come vuoi…—rispose con fredda cortesia il giovine spavaldo, e fatto un inchino, se ne andò svelto per la sua strada, cioè per quella che aveva davanti.
Il barone si accompagnò al commendatore che gli si pose ai fianchi, in un rispettoso silenzio per tutto il tempo che occorse a misurare tre volte innanzi e indietro il viale delle acacie.
Quando all'orgasmo e ai giallori della bile sottentrò il giudizio e la visione delle cose, il barone aprì la bocca e col tono di chi invita un camerata a una partita a domino, disse al suo vicino:
—Commendatore, posso far conto anche sopra di lei?
—Ella mi onora, barone—disse colla sua cantilena il meridionale segretario generale, alzando la barba.
Se Bühler accetta, non desidero di meglio che di essere assistito da lor due. Essi hanno vista l'offesa, intendono, forse sanno anche quel che non posso dire. Non desidero che due cose: far presto e senza rumore.
—Forse sarà bene che ella non ritorni all'albergo in questo stato d'eccitazione—si arrischiò di consigliare l'illustre personaggio, pensando alla povera signora, a cui da ventiquattro ore andava facendo un poco la corte.
—Ci ho già pensato. Prenderò questo battello che sta per arrivare e andrò a far colazione a Bellagio, dove resterò a vostra disposizione. Ella intanto, commendatore, mi renderà un primo favore, se dirà a mio nome a quella signora che vada direttamente a Milano con suo padre in attesa de' miei ordini. Non bisogna dar spettacolo di sè alla gente: e, ripeto, più presto che si può, nel miglior modo che si può.
Quando il battello ebbe gettate le corde, il barone, stringendo la mano del commendatore, gli disse con sorridente tristezza:
Scusate, cari amici: sono piccole avventure di viaggio.
—Sul ponte s'incontrò di nuovo nel vecchio esotico e nella bella giovine vestita di chiaro, che lo carezzava dolcemente cogli occhi; ma Hospenthal aveva l'itterizia ne' suoi.
Ezio intanto era corso in cerca del Bersi e insieme mandarono un telegramma ad Andreino Lulli.
Poichè si era venuti ai ferri corti voleva amici fidati, discreti, gentiluomini provati, che non gli lasciassero fare una cattiva figura.
Il duello.
Il temporale rumoreggiava da una mezz'ora nelle alte valli, quando, cessato un poco il vento che faceva stridere le frasche, cominciò a cadere nella chiusa oscurità della notte un'acqua torbida e grossa, che riempì ben presto i solchi, i viottoli, le incavature del monte e prese a correre e a inondare le strade più basse. Ogni qual tratto un lampo vermiglio s'accendeva nelle lontane regioni del cielo e faceva passare un guizzo, come un'idea luminosa, nell'anima oscura della notte; e a quel bagliore uscivano per un istante le creste, le rive, le case, il fondo livido del lago; poi l'oscurità ripiombava in una nerezza più fitta, più chiusa, più profonda in cui il tuono non cessava mai dal brontolare. Era però un temporale più rumoroso che cattivo, che nelle stesse sue furie faceva sentire, come, una volta sfogati i risentimenti d'una giornata calda ed afosa, avrebbe lasciato il tempo più bello di prima. I lavoratori dei campi, che vedevano la terra farsi già dura e spaccarsi in screpolature aride e sitibonde, sentivano con piacere stramazzare questo stroscio refrigerante di pioggia sopra i campi e sopra gli orti, saltare e gorgogliare nei canali e sui tetti delle case, ristorare le fatiche di tutti, come se in ogni goccia di quel diluvio scendesse dal cielo in terra una piccola benedizione; e allentando i corpi nei loro giacigli, dopo aver alzato un poco la testa per ascoltare se in mezzo all'acqua non saltasse qualche cosa di cattivo, cedevano più dolcemente al sonno.
La furia della pioggia non era ancora cessata, quando il Cresti, che girava per la sua casa ad assicurare usci e finestre, credette di sentir sonare il campanello del cancelletto di strada.
—Chi sarà con questo diavolo di tempo?—disse tra sè, aprendo un poco una finestra meno esposta alla sferza della pioggia; e stette lì ad ascoltare se era un'immaginazione o uno scherzo del vento. Il campanello risuonò ancor più forte.
—Chi è?—gridò, sporgendo il capo e gettando la voce verso la strada, per vincere il frastuono della pioggia.
—Mi manda il signor Ezio con una lettera—rispose una voce mezzo affogata.
—Ezio?—si chiese con un'intonazione di meraviglia come se dicesse:—l'imperatore della China?—e senza poter immaginare di che cosa potesse aver bisogno il signor Ezio in quel momento, con quel tempo, ma presentendo qualche cosa di poco allegro, scese sotto il portico, scelse tra molte ombrelle una assai grande e massiccia di tela rossa, e accesa la candela d'un lanternino a vetri, si fece coraggio e prese a discendere tra le due siepi di mortella per il viale che spicciava acqua da tutti i sassolini.
La luce del lanternino, che riempiva la cupola dell'ombrellone, sbatteva vermiglia sulla faccia e sulle mani e mandava l'ombra nera di due gambette sull'arena lucida del viale tutto chiazzato di fossatelle di acqua: e un'ombra più larga e spampanata passava sotto gli alberi di frutta come quella d'un immenso fungo proiettato da una gigantesca lanterna magica.
—Che cosa c'è Amedeo? una disgrazia?—chiese quando ebbe ravvisato l'uomo che, rannicchiato anche lui sotto una rustica ombrella dalle ossa dislogate stava attaccato colle mani alle sbarre del cancelletto, che gli offriva l'illusorio riparo di due magri pilastri ritti senza tetto.
—È per il signor ambasciatore. Il signor Ezio mi ha raccomandato di consegnarla subito stasera, ma c'è voluto del bello a trovare il Pioppino con questo buio.
—Qualche cosa di male?
—Ho paura di sì. È partito, credo per la Svizzera. A Tremezzo si dice si abbia a battere in duello.
—Venite dentro.
—No, torno subito, mentre son già bagnato, a pigliare il resto.
—Buona notte, povero Amedeo.—E lottando di nuovo contro il vento, che cominciava a pulir qualche stella e che minacciava di portar lui e l'ombrello nelle nuvole, il Cresti, risalì a saltucci il viale e, grondante come un pesce venne a cercar rifugio sotto l'atrio. Che fare di quella lettera molle anch'essa come una pezza? Massimo s'era già chiuso in camera da un'ora e cullato dal rumore della pioggia, che persuade il sonno, dormiva così placidamente ch'era peccato guastargli la notte per i capricci d'un moscardino che andava a battersi per chi? per la donna d'un altro: vergogna! e questo dopo le belle amabilità che il caro nipote aveva risposto al caro zio in un colloquio quasi degno di storia. Il povero Massimo, dopo quel malaugurato incontro con Ezio a Tremezzo, non aveva mangiato per tre dì, come se le amabilità del caro nipote degno figlio d'un uomo duro ed egoista gli fossero rimaste sullo stomaco. E se ora il signor Ezio Bagliani affogava, che cosa voleva da loro? che corressero con quel tempo in piena notte a gettargli una corda per trarlo a riva? Era meglio lasciarlo dormire l'amato zio e aspettare la luce del dì. Il Cresti pensava giusto. Zio e nipote non si eran più visti, nè Massimo si sentiva disposto a correre in cerca d'un giovinotto, anzi d'un ragazzaccio, che l'aveva stupidamente, bambinescamente oltraggiato nei suoi più nobili pensieri. Per non correre il pericolo d'imbattersi in lui e per non aver l'aria di mendicare un'ospitalità ch'egli non voleva più accettare, non si era lasciato più vedere a Villa Serena, tanto che laggiù non sapevano che cosa pensare. Cioè, donna Vincenzina, temendo di aver mancato in qualche cosa, in pena per sè e per lui, non osando mandare a chiedere al Pioppino, fece domandare al Castelletto se sapevano qualche notizia: e quando tornarono a dire che stavano tutti bene sentì crescere la sua tristezza. Si domandava se per caso ella non si fosse mostrata troppo poco indulgente con un vecchio amico e nello stesso tempo cominciò a dubitare d'essere stata troppo indulgente fino al punto di mettere il vecchio amico in qualche perplessità: nè ora avrebbe voluto mostrar di desiderarlo troppo e nemmeno rattristarlo con un atto di fredda trascuranza. Per quanto antica sia questa giurisprudenza dell'amore, che si sappia, non pare ancora compilato un prontuario che risponda a tutti i casi: e per quanto uno vada col piede di piombo, arrischia sempre di dare un cattivo consiglio, specialmente a sè stesso.
Prima che il sole dipingesse in rosa le cime biancheggianti delle montagne, che l'uragano della notte lasciava spruzzate di neve, il Cresti ricevette un altro biglietto di Erminio Bersi, che gli scriveva:
«Ezio e il barone si batteranno domani alla pistola—il biglietto era stato scritto la sera prima—a condizioni piuttosto gravi che non fu possibile evitare. Per vostra norma l'indirizzo è Lugano per Villa Elvetica. Manderò subito un telegramma al Pioppino se sarà necessario.»
—Cioè, se occorrerà di aggiustare una testa rotta commentò —acerbamente il Cresti, che per regola generale non sentiva mai una —grande compassione per chi va a cercare i suoi guai col lanternino —come si cercano le lumache. In questo caso particolare poi, in cui —era in giuoco la riputazione d'un pericoloso rivale, non sarebbe —stato uomo, se non avesse sfruttato a suo vantaggio la cavalleresca —avventura. Se un rimasuglio di rimpianto restava ancora nel cuore di —Flora, questo duello veniva opportuno a dimostrare che i tempi della —cavalleria nobile e generosa sono scomparsi da un pezzo. I giovani —campioni si battono ancora qualche volta per le belle, ma lo fanno —per necessità; per esempio, per non lasciarsi infilzare dai mariti —gelosi. E in quanto alle belle Angeliche di questi nuovi paladini —potrebbero essere anche loro balie. Che ne sanno dell'ideale questi —gaudenti giovinotti? (continuava nel suo umor sarcastico il —misantropo del Pioppino). Se non possono aver l'amore a buon —mercato, c'è sempre un buon amico che fa le spese. Così godono e —invecchiano questi furbi: e quando gli acciacchi cominciano a farsi —sentire, prima che la macchina irrugginisca del tutto, procurano di —rifarsi una seconda giovinezza legale, collo sposare qualche ingenua —ragazza provinciale, che insieme all'ignoranza dell'anima porti in —dote un sacco di denari. L'idealismo è poco, ma il ragioniere di —casa trova che l'operazione accomoda meravigliosamente le partite —sconnesse, rimette in equilibrio il bilancio domestico e augura al —suo padrone un erede che gli somigli.
Ecco la vera poesia pratica della vita, che non ha nulla a che fare con quella vaporosa poesia del cuore che fa sognare le ragazze belle e povere, che hanno la testa piena di letture, le dita piene di musica e lo spirito pieno di coraggio.
Il buon Cresti metteva in questi suoi segreti brontolamenti un sentimento alquanto involuto in cui lottavano confusamente mescolati e il piacer d'aver avuto ragione e il rancore contro gli avventurieri della felicità e dell'amore, che guastano il cuore delle ragazze. Vecchio idealista non avvizzito del tutto nel suo bozzolo, anzi presso a mettere le ali d'una nuova speranza, si avviava a riconoscere che una certa legge di equilibrio c'è nel mondo, la quale somiglia e rasenta qualche volta la giustizia.
Prima di entrare a discorrere con Massimo mandò un ragazzo con un biglietto a Regina per sapere da lei se la notizia del duello era già arrivata al Castelletto. La pregava di far in modo che le signore non sapessero nulla, se si era ancora in tempo a nascondere la verità: più tardi sarebbe venuto lui. Verso le sette bussò alla camera di Massimo.
Questi era ancora a letto, immerso nella descrizione della battaglia di Waterloo, nella tiepida tranquillità delle coltri, che abbracciavano dolcemente la sua pigrizia; e quando vide entrare l'amico, capì che un pensiero doloroso gli attraversava la fronte.
—To', leggi e vedi quel che significa essere giovani senza giudìzio.È il tuo amabile nipote che scrive.
Massimo prese la lettera, si rizzò un poco a sedere sul letto, e corse su queste parole:
«Caro zio, parto stasera per Lugano, dove dovrò avere una partita d'onore col barone. Cose che capitano ai vivi! procura che a Villa Serena non si sappia nulla o ritarda la notizia fin che è possibile. L'amico Bersi, nel caso d'una disgrazia sa quel che deve fare. Se, come non credo, non tornassi subito, ho lasciato per te, mio burbero benefico, una lunga lettera in camera di papà. Perdona al tuo Ezio.»
—Ecco, ecco, ecco…—uscì a dire il povero zio, agitando la lettera in aria.—Ho detto io che si doveva venire a questa! benedetto figliuolo, se mi avesse ascoltato. Ora non si è più in tempo a impedire nulla.
—Che cosa vorresti impedire? non possiamo volargli dietro. Del resto se l'è cercata.
—No, no, non possiamo star qui a far nulla, caro Cresti—disse l'amico.—Vediamo se siamo ancora in tempo… Lugano non è in fin del mondo.
—Si potrà andar a sentire… Intanto che tu ti vesti, faccio una scappata a Cadenabbia, dove si saprà qualche cosa. Il direttore dell'albergo potrà mettere a nostra disposizione una carrozza con due buoni cavalli se non saremo più in tempo a prendere la ferrovia di Menaggio. Bersi ha promesso di telegrafare: e forse, mentre parliamo, è già tutto finito colla pace di tutti.
—No, no, va a sentire, Cresti. Io ti raggiungo subito.
Mentre l'amico scendeva a corsa le scale, il buon zio ambasciatore, a cui la notizia aveva fatto battere il cuore in un modo straordinario, nel raccogliere i vestiti sul letto, andava sospirando:—L'ho veduta come in uno specchio. Mi avesse ascoltato! Che ci posso fare ora?…—
L'ultima frase della lettera: «Perdona al tuo Ezio» aveva d'un tratto disarmato i risentimenti d'un uomo, che a differenza di molti altri, più che le baruffe dell'amor proprio, amava di voler bene e di farsi voler bene.
Dopo una lunga vita sterile e vagabonda sentiva il bisogno di qualcuno che gli occupasse il cuore: e poichè c'era al mondo un ragazzo simpatico e ardito, che portava il suo nome, che non aveva che a chiedere il suo affetto, avrebbe voluto che Ezio corrispondesse con altrettanta confidenza. Per questa disposizione s'era commosso fino alle lacrime il giorno che l'avevano ricevuto a Villa Serena con tanta amorevolezza: e per questa disposizione aveva sofferto le pene dell'inferno nel vedersi a un tratto respinto, quasi oltraggiato da quel figliuolo. Ma ora che la mala passione aveva tirato il castigo, il cuore dell'uomo si sentì giovine, indulgente, tratto dalla sua stessa esperienza a compiangere nel povero ragazzo questa nostra povera vita, che tra i mali è una pagliuzza raggirata da un turbine.