XVII.

Non conosceva le condizioni del duello: ma un duello alla pistola è sempre una partita seria. E c'era di mezzo una donna, la più irragionevole delle ragioni, ma la più difficile a confutare. Se i padrini non avevano potuto far accettare altre armi, era segno che gli animi erano troppo eccitati da una parte e dall'altra. Povero Ezio! già dalle sue parole spirava quel cattivo presentimento che galoppa sempre una mezza giornata davanti al cattivo destino.

Massimo pensava anche a donna Vincenzina, che doveva, poveretta, provare anche questa. Quasi restava incerto fra i due partiti, se era meglio correr dietro al giovine o rimanere presso la madrina: se andar lui e far restar Cresti: se partir subito o aspettare prima il telegramma.

In queste esitanze, l'uomo di sua natura già troppo meticoloso, restava immobile colla roba in mano, nel mezzo della camera, cogli orecchi aperti a tutti i rumori della casa, pronto a trasalire ad ogni colpo di campanello, imbarazzato a compiere quel solito cerimoniale del vestirsi, che turba le donne che hanno pochi pensieri e gli uomini che ne hanno troppi.

Il Cresti arrivò a Cadenabbia sul punto stesso che il fattorino usciva dalla Posta con un telegramma per lui.

—Date qua—disse, strappando quasi di mano all'uomo il foglietto. E tornò su' suoi passi, senza leggere. Invece di svoltare sulla strada ripida del Pioppino, tirò diritto coll'idea sottintesa di portare la notizia al Castelletto. Ma quale notizia? l'aveva in pugno e non osava guardare. E non osava, per paura che fosse troppo paurosa, mentre non osava augurarla nemmeno troppo lieta. Come potesse essere o troppo brutta o troppo bella questa notizia, non avrebbe saputo dire, perchè quando sono in zuffa interessi contrarii, non convien mai aver idee troppo chiare.—Si vede che il duello ha avuto luogo nelle primo ore. Bersi ha telegrafato subito e così potremo risparmiare una corsa inutile con questo caldo.

E mentre, seguendo la spinta d'un primo pensiero buono e generoso, correva verso il Castelletto, un secondo pensiero sbucando come un cane, che da una siepe esce contro un altro, lo arrestò di botto coi piedi nella polvere.

—Ma se egli è sano, salvo e glorioso, non c'è ragione che tu vada a raccontare a queste donne il nuovo trionfo di don Chisciotte. Le donne s'esaltano all'idea delle audaci imprese e c'è a scommettere che, circonfuso dell'aureola del pericolo corso, il signor Ezio abbia a ritornare più bello e più caro di prima. Flora non avea ancor detta l'ultima parola e in questo momento psicologico della sua vita non era prudente turbarne il giudizio col racconto d'un episodio epico in cui Ezio arrischiava di fare la figura d'un eroe. Flora non era più saggia delle altre donne, tutte più o meno romantiche, nel giudicare del valore di un uomo; anzi c'era a dubitare che un'avventura cavalleresca compiuta nel rimbombo delle armi avesse ad esaltare il suo spirito fantastico, imbevuto di pregiudizi rivoluzionari e di poesia polacca.

Ecco perchè il nostro umile coltivatore di cavoli, che non aveva mai sparato pistole, se non contro pipistrelli, s'era fermato coi piedi nella polvere della strada, esitante su quel che conveniva fare; finalmente scoprì che prima di fare o di non fare conveniva leggere il telegramma: e colle mani che tremavano per la troppa emozione aprì il dispaccio, si assicurò le lenti sul naso….

«Ezio ferito gravemente forse mortalmente alla testa. Venite subito tutti.»

* * * * *

—Ferito gravemente, forse mortalmente….. oh Dio mio!—uscì a dire con voce alta e dolente il buon amico, che si credette quasi punito della sua stessa malevolenza. Oh non era possibile una sì grande disgrazia; no, no: egli non aveva desiderato questo male. Nè c'era a lusingarsi che il Bersi esagerasse. Non era della sua indole e non si esagera mai nel peggio in queste circostanze. Come poteva recare questa notizia a Massimo? come avvertirne di punto in bianco queste povere donne? davanti alla crudele verità veniva meno ogni piccola invidia, ogni sofisma; e le stesse ragioni logiche, che si vantavano poco fa d'aver preveduto il male, si vergognavano ora d'essere state così buone sibille.

Cresti non aveva desiderato quel male, e ora il suo cuore buono e generoso temeva soltanto di non aver la forza di rammaricarsene abbastanza; ma aveva fatto troppi passi sulla via della gelosia e del disprezzo, perchè nella sua squisita delicatezza morale non avesse a provare un brivido di rimorso. Il godere del male altrui è già per sè una specie di complicità. Così amaro è il sapore di certe ragioni, quando ritornano in gola nei momenti del castigo, che uno si pente di essere stato troppo logico come di uno scongiuro fatto al destino. Forse questo spiega come il volgo attribuisca all'astrologo una responsabilità nei mali ch'egli ha il torto di prevedere e come la sapienza che si vanta d'aver sempre ragione sia tanto odiata nel mondo.

Riavutosi dal primo colpo, però colla testa ancora intronata, prese a salire col passo rotto e pesante la strada del Pioppino, che mai gli si era presentata così ripida.

O povera gente!—andava rimpiangendo impaurito all'idea dello spavento che doveva recare a Massimo, a donna Vincenzina e a quelle povere signore del Castelletto.

—O povero figliuolo!—soggiungeva, correndo col pensiero a immaginare Ezio buttato là su un letto, colla testa in sangue, forse agonizzante, forse già morto.—O noi imbecilli!—finì col dire nel suo amaro disgusto, vedendo con quanta facilità gli uomini buttino via la felicità che la natura mette loro davanti, la giovinezza, la salute, la pace, la ricchezza, l'amore, l'amicizia, l'aria, il sole, per correre dietro alle melensaggini d'una fantasia sbrigliata.

Che mancava a Ezio perchè fosse l'uomo più beato del mondo? non l'ingegno, che fa intendere il valore delle cose, non la salute che dà la forza di goderle, non i denari che pagano le spese: non gli mancavano intorno affetti, amicizie, tenerezze, che son la cornice d'oro, più bella, non di raro, del quadro.

Per poco ch'egli avesse stesa la mano, il mondo era suo; ma nossignori! nessuno vorrà essere quel che natura lo fa, ma il desiderio di quel che non si può avere ucciderà sempre la volontà che non si contenta. Bisognava proprio ch'egli andasse a rompersi il capo per una baronessa di princisbecco, per un ex cantante di provincia, per una donna d'altri, nè fresca, nè rugiadosa, anzi discretamente sciupata, e scioccherella. E pazienza si fosse trattato di amore, di quell'amore che non lascia tempo a riflettere; ma tutti sappiamo di che cosa son fatti questi pasticci che il mondo chiama amori di contrabbando e che i romanzieri, che non li assaggiano, amano spacciare coi colori più falsi della loro immaginazione. Per un grano di simpatia son due grani di concupiscenza diluita in un secchio d'acqua sporca di tutte le falsità d'una vita oziosa e senza sapore. Mettici un po' di spirito di avventura, un pizzico d'amor proprio e di gusto del pericolo e bevi tiepido senza sete. L'effetto finale è quasi sempre un tedio infinito, la nausea dell'amore, quando non è l'odio per la donna, un odio che avvelena per sempre il fondo della vita.

Cresti predicava ancora dentro di sè, soffermandosi di tratto in tratto a prendere forza come se portasse su un sacco di malanni, quando si trovò faccia a faccia con Massimo, che era uscito impaziente per venirgli incontro.

—E così?—chiese paurosamente l'amico.

—E così… ecco—rispose l'altro con una voce cupa, presentandogli il telegramma.

Massimo vide tremare le parole sotto gli occhi e dovette appoggiarsi colla mano al muro per non cadere sulla strada.

—Bisogna partir subito…—balbettò costui, quando potò ricuperare un filo di voce.

—Prima bisogna avvertire donna Vincenzina: non possiamo partire senza di lei.

—Andiamoci insieme—confermò Massimo colla voce strozzata.

—Mentre io entro in casa a dar qualche ordine e a prendere un po' di denaro, tu vai a fissare una barca. Ogni momento è prezioso.

Massimo rimasto solo continuò la discesa, ma ad ogni passo credeva di precipitare in una buca. Non per questo, non per assistere a questi dolori aveva attraversato il mare dopo dodici anni di esilio. Ma non mai come in questo momento aveva sentito che il suo posto era presso quella donna.

* * * * *

Flora dopo una notte dolce e riposata s'era alzata più presto del solito e, lasciando entrar l'aria nella stanza, prese a rileggere il principio d'una lettera che da due giorni stava preparando per Cresti.

Essa gli aveva promesso una risposta nè poteva ormai tardar più senza tener il povero amico sulle spine. La riflessione che la vita non è fatta di sogni, la morte delle antiche illusioni, i consigli della buona Elisa e il desiderio di accontentare la povera mamma avevano finito col farle parere non soltanto ragionevole, ma una vera fortuna per lei l'offerta di un uomo che vantava già tanti titoli di gratitudine e di benevolenza.

Il suo cuore non credeva dunque di mentire, quando diceva a Cresti in frase alla buona:

«Mi pare, mio buon amico, che io le abbia sempre voluto bene: e rispondendo sempre alla sua generosa richiesta, non dovrei che sottolineare questa parolabene, che un nuovo sentimento di gratitudine rende ancora più sacra. Come posso dubitare della mia felicità se io avrò ai fianchi una guida così tenera e così prudente? Io ho troppo vissuto nella nebbia dei vani idealismi, credendo che la vita si potesse fabbricare nelle nuvole: e ho inutilmente sofferto e fatto inutilmente soffrire, mentre la vita è cosa vera, più dolorosa che buona, per cui non bastano sempre le forze del cuore, se non sono confortate dalle ragioni della prudenza. Fidandomi in Lei, mio vecchio amico, sento che io rientro nel vero e mi colloco nella migliore condizione per compiere il mio dovere che ho forse troppo confuso fin qui colla mia volontà».

Rileggendo queste righe, che contenevano una felice argomentazione, la fanciulla vedeva quasi dissiparsi l'ultima nebbia d'un dubbio che la tratteneva dal credere troppo alla sua sincerità.

Non chiedeva più se amava l'uomo che la cercava in isposa: ma sentiva che il suo dovere era di amarlo e ch'egli meritava d'essere amato. Forse era un sofisma del suo spirito, che credeva di risolvere un problema coprendolo con un altro; ma in quest'abbaglio cascano incoscientemente anche i logici più consumati senz'aver le ragioni secondarie che potevano scusare la nostra Flora.

Questa, se paragonava quel che era stata finora a quel che poteva diventare sposando Cresti, la sua stanzuccia dai mattoni screpolati, alla bella villetta che dalla finestra vedeva biancheggiare nell'ombra fredda dell'altra riva: se ricordava i giorni delle lunghe tristezze invernali, quando il gran freddo che scrolla le finestre par che insulti alla poca legna che langue nel caminetto, doveva riconoscere che l'offerta di Cresti scendeva sopra di lei come una benedizione.

Un senso di quiete e il presentimento di una consolazione non priva di orgoglio dilatava il suo cuore. Forse parlava forte, senza che ella sapesse distinguere questa voce dalle altre, anche un risentimento contro un destino troppo avaro e crudele e una certa irritazione di amor proprio offeso, che è sempre nel fondo della tazza in cui precipita un amore che si guasta. Se altri non l'aveva creduta degna d'una grazia, ecco il buon Cresti che la invitava a salire i gradini di un trono… Colla pace dello spirito, col bene compiuto per sè e per gli altri, coll'adempimento di un dovere reso ormai necessario, era la dignità d'una vita signorile, senza della quale non intendeva che vi possa essere una grande elevazione. Non c'è bellezza senza eleganza, non c'è eleganza senza gioia, non c'è gioia senza dominio. Chi è servo dei propri bisogni non può regnare nemmeno sopra di sè stesso.

Ogni donna dovrebbe essere regina, com'è regina la femmina dell'alveare. Ma i tempi snaturati vanno apprestando troppi doveri rudi e logoranti alle mani delicate delle figlie della terra, troppo pesanti responsabilità alle tenere spalle, e disseccando le aiuole, isteriliscono i giardini della vita. Quella malinconica scienza economica che insegna che si può cavare un bastone anche da un cespo di rose, mette a usura anche le tenere grazie femminili per cavarne strumenti di lavoro, e trasforma l'aereo pizzo di Fiandra e di Venezia in un volgare strofinaccio. Questo era lo spavento di Flora tutte le volte che si affacciava alla porta del suo vuoto avvenire o che discuteva con sè stessa il rischio di dover guadagnarsi il pane per sè e per la mamma con un lavoro miseramente mendicato e miseramente eseguito colle dita fredde e stanche. Non soltanto la lettera di risposta a Cresti le parve buona e sincera, ma volle levarsi anche le ombre d'un ultimo rimorso con una serie di interrogazioni, a cui lasciava a lui la responsabilità di rispondere.

Riprese la penna e continuò:—«Sarò io capace di farla felice, amico Cresti, o non sono io una ragazza troppo leggera, svolazzante, rivoluzionaria, intinta un poco di anarchia come i miei capelli?… (Eran le solite facezie del buon amico del Pioppino)…. E non crederà il mondo che io ceda, più alle lusinghe dell'onore che mi fanno, e meno a un santo dovere del cuore?…

* * * * *

A questo punto Flora si alzò in preda a una strana agitazione e corse alla finestra a chiudere le persiane contro il sole che entrava sfolgorante: e in quello stesso punto in un modo che aveva della veemenza squillarono i campanelli della porta di strada. Stando dietro le spie delle persiane, potè vedere, senza essere veduta, il Cresti che s'incontrava con Regina e fermavasi a mostrarle un telegramma e a discorrere con lei in una maniera concitata, mettendo fuori delle piccole parole, che afferrava e stringeva in aria colle mani.

Regina una volta si coprì gli occhi colle mani e corse in casa, mentre il Cresti pareva voler ritornare verso la porta: ma fatti quattro passi, veniva di nuovo verso la casa per ripetere a Elisa d'Avanzo il suo gran discorso serrato, pieno di segni che parevano minaccie. Di lì a poco Regina li raggiunse, precedendo la mamma che aveva un viso slavato, e che alle prime parole del Cresti si lasciò cadere sulla panchina.

—Che è accaduto, o voi?—domandò improvvisamente Flora, buttando all'infuori le due persiane, che suonarono come due colpi di pistola. E tutti trasalirono a quella voce.

—Chi è che sta male? Chi è che è morto?—Vedendo che non sapevano rispondere, scese a volo. Sulla scala s'incontrò nella Nunziata, che ebbe a pronunciare confusamente le parole di Ezio, duello, signora maritata, come le aveva raccolte nella bottega del fornaio.

—Che cosa è stato? un duello? un duello per causa di quella donna? o grave? dov'è? l'hanno ucciso?—

S'erano radunati nello stretto corridoio della scala, all'appoggiatoio della quale Flora stava attaccata per non cadere. Alle troppe domande rispondeva crudelmente l'imbarazzo e il silenzio dei presenti. Fu il Cresti che uscì finalmente a dire:—Nessuno è morto: solamente una ferita leggera…

—Il vostro spavento dice di più: no. Ezio è in pericolo… Datemi quel telegramma che avete ricevuto…

—È inutile: è un duello come se ne danno tanti, o Dio…—ripetè ilOresti.

—Datemi quel telegramma…—balbettò la fanciulla con tono oppresso e con un tremito delle labbra, che disegnò sulla sua bocca un brutto sorriso.

Il Cresti esitava: ma Flora gli si avventò contro e gridò:—Allora è segno che l'hanno ucciso…

—No, per bacco! ecco qua… è un caso un po' grave… ma, ma…

Flora, tolto di mano a Cresti il dispaccio, corse avidamente cogli occhi sulle parole.

—Voi mi condurrete là…

—Dove?

—Là, da lui.

—Questo poi no—oppose con burbera energia il Cresti.

—Oh, oh… perchè no?—chiese essa con voce alterata, in cui suonava un non so che di aggressivo.—Chi è che non vuole?

—Io… noi tutti… credo…—rispose l'amico, cercando umilmente l'adesione delle donne. Dove c'è sangue, non o il posto delle ragazze.

—Certamente—approvò la mamma.

—E chi me lo impedirà se io ci voglio andare?—strillò con una mossa tragica di tutta la persona, minacciando coll'occhio corrucciato e con una mano chiusa il povero Cresti, che stava lì umilmente sicuro del suo pensiero.

—Noi tutti, perchè vogliamo bene a tutti e due.

—Io non sono più malata.

—Ma egli ha bisogno di pace.

—Ma egli mi chiama… Oh Dio… non sentite che egli mi chiama?—E come se veramente sentisse una voce venir da lontano, allibì, stralunò gli occhi, si agitò con una mossa bizzarra e sconnessa, tanto che Regina ed Elisa se la presero in mezzo per impedire che fuggisse di casa.

—Andrò senza di voi, prima di voi, cattive, lasciatemi andare… Non sentite? oh Dio… è proprio la sua voce…—Andava ripetendo, mentre con risoluta energia le due amiche la tenevano ferma. Il Cresti si consultò rapidamente colla mamma e credendo far opera di legittima autorità, con voce grave e paterna:—Oh andiamo, Flora, queste sono sciocchezze—le disse.—Non è a questo modo che si parla colla mamma…

—Sono nel mio diritto—protestò la fanciulla delirante.

—Qui non è questione di diritto, ma di obbedienza, di carità e di buon senso…

—Taccia lei che non c'entra…—fu l'aspra risposta della fanciulla, che un brutto assalto di nervi buttò come irrigidita sugli ultimi gradini della scala. Alle parole succedette un rantolo, quasi un gorgoglìo della voce morente; poi nulla. Il corpo come roba morta fu portato e disteso sul vecchio canapè.

Il povero Cresti come un uomo fulminato, stette un istante senza capire: poi al primo risveglio di lei, come se sentisse il bruciore di un'atroce ferita, se ne fuggì, attraversò il giardino, che gli parve diventato tutto nero e se ne tornò a Villa Serena, dove sapeva d'essere aspettato, senza vedere nè la strada, nè le case nè la gente, che lo guardava con pietosa curiosità.

La voce del grave duello era già corsa nei paeselli di Mezzegra e di Porlezza, dove Ezio e le sue prodezze erano abbastanza conosciute. La buona gente, che al di fuori dei propri bisogni non comprende troppe cose, ne discorreva sugli usci come d'un caso incredibile, non necessario, che non si osa credere. Ma come avviene delle notizie che corrono, davano già per certo che il giovane fosse stato ammazzato dal marito con tre colpi di pistola in una camera presso la pasticceria di Cadenabbia. Si voleva da alcuni che il feroce marito avesse uccisa anche la donna.

All'oscura emozione che lo acciecava il povero nostro amico oltraggiato seppe opporre un volere violento, e un impeto di tanta collera e di tanto orgoglio che vinse ogni altro pensiero e potè essere di conforto agli amici.

Un triste viaggio.

Portato dal soffio di questo suo grosso affanno si trovò senz'accorgersi a Villa Serena, dove incontrò donna Vincenzina in giardino con Massimo, mentre i barcaiuoli preparavano la gondola. La vecchia Bernarda, il giardiniere, i servitori atterriti, immobili sui gradini della casa, non avevano voce per augurare un buon viaggio qualunque a quella povera gente. Una grande ombra pesava sul verde e sulla casa, che parevan fatti per le gioie perpetue della vita.

Il viaggio fu rapido, triste, senza parole. La ferrovia di Menaggio li condusse prima a Porlezza, scavalcando il monte, e di là s'imbarcarono sul battello per Lugano. Il lago era quel dì d'un azzurro verde senza una ruga; e scendeva dai dossi delle montagne, che lo serrano come una pietra preziosa, il soffio caldo e alacre delle ore calde che asciugano i prati.

Ma nè donna Vincenzina aveva occhi per vedere, nè Massimo aveva parole per distrarla. In quanto a Cresti era come un uomo schiacciato tra due dolori, il suo e quello degli amici.

Egli si era illuso che Ezio potesse essere morto nel cuore di Flora: ma era invece a credere che il colpo di pistola del barone lo avesse fatto improvvisamente risuscitare. Ma se era male augurar male, non era bene nemmeno pensar troppo a sè in un momento in cui la vita d'un povero ragazzo pendeva attaccata a un filo sopra un abisso.

Massimo, che nelle forti trepidazioni perdeva di vista i contorni delle cose, durante il mesto viaggio non fece che asciugarsi la testa sudata e cercare la mano di donna Vincenzina per stringergliela e per farle sentire che doveva contare fino ai più estremi casi sulla pietà, sull'aiuto, e sulla devozione d'un vecchio amico.

Essa era pallidissima, quantunque il caldo le accendesse un poco le sporgenze del viso. Gli occhi grandi e sereni tratto tratto si riempivano di lagrime, che essa raccoglieva nel finissimo fazzoletto dolcemente profumato. Nel gran cappello di paglia a tesa floscia e cascante il suo volto di fanciulla buona e obbediente si rimpiccioliva con vantaggio, talchè Massimo avrebbe potuto in certi istanti non ricordarsi più che eran passati dodici anni dal giorno che il Ministro della guerra l'aveva improvvisamente richiamato sotto le armi: ma se pur ne sentiva il misterioso fascino, non osava goderne in sì triste momento. Nel sentirsi a lei così vicino e così utile, il suo cuore riposava in una compiacenza tutta paterna, che sarebbe scomparsa se avesse potuto definirla.

Allo sbarco del battello trovarono il Bersi, che stava ad aspettarli con ansietà.

—Dunque?—chiese affannosamente donna Vincenzina per la prima, andandogli incontro.

—Coraggio, non c'è più pericolo…—esclamò con un respiro di sollievo il Bersi.

E i nuovi arrivati trassero anche loro quel fiato, che da tre ore pesava loro sul cuore. Massimo cercò un'altra volta la mano di donna Vincenzina, mormorando:—C'è una provvidenza.

—È salvo? sarebbe stato troppo orribile ve'…—pronunciò con brusca franchezza il Cresti, lieto di sentir anche il suo cuore libero e contento. E come se si sentisse salvo anche lui dopo un passo scabroso, da questo momento fu il più agile e il più ciarliero.

—Non c'è pericolo, ma intendiamoci, il caso è sempre grave—continuò il Bersi, mentre faceva segno a una carrozza a due cavalli di avvicinarsi.

—Dove si va?

—Mezz'ora fuori di città a una villa che potremo tenere a nostra disposizione fin che sarà necessario. Per ora l'infermo non è trasportabile.

—Dove si sono battuti?

—In una villa in vendita.

—Lo avete fatto una bellaréclame—conchiuse il Cresti, che sentiva arrivata l'ora di agitar l'aria e di far coraggio anche a Massimo, che pareva asfissiato.

—In mezzo alla sua disgrazia, Ezio ebbe la fortuna che fosse da ieri arrivato all'Hôtel Excelsiorun famoso chirurgo dell'esercito russo, che gli levò il proiettile senza farlo troppo soffrire.

—Dove fu ferito?—chiese il Cresti, socchiudendo gli occhi quasi per non voler vedere la risposta.

—La palla entrò di qui e s'infossò qui—il Bersi, che la scossa morale faceva parer più vecchio di dieci anni, segnò coll'indice l'osso frontale sopra l'occhio sinistro e col pollice il lobo posteriore.

—Madonna, Madonna!—pianse donna Vincenzina, premendo le dita delle mani sugli occhi.

—Ringraziamo Dio che non sia stato peggio—mormorò Massimo, posando e dimenticando la sua mano pesante sul ginocchio di lei.

—E il barone?—chiese il Cresti.

—Si comportò con perfetta cortesia, nè volle partire, se non quando seppe che l'operazione era riuscita bene.

—E com'è lo spirito del povero ragazzo?

—Buono. Ride, scherza, fuma. Ha sopportato l'operazione con mirabile fortezza.

—Senza cloroformio?

—Il dottore non trovò prudente di servirsene in vista della gran perdita di sangue che aveva già indebolito il soggetto. Ora ha raccomandato un assoluto riposo, un'oscurità perfetta per tutto il tempo che sarà necessario, sian quindici, sian venti giorni: ma grazie al cielo non è più questione che di pazienza. Ezio dovrà forse cangiare un poco di pettinatura.

—Mi persuado sempre più che l'uomo è il meno furbo degli animali—commentò sogghignando il filosofo del Pioppino, mentre la carrozza attaccava al passo la strada dei colli, che si arrampica tra ville e giardini.

—Non far il Catone, vecchio selvatico—protestò il Bersi. Cerca d'innamorarti anche tu seriamente d'una donna, e se sarà necessario, ti batterai anche tu come l'ultimo degli imbecilli.—

La risposta andò a colpire un cuore malato. Cresti crollò un poco il capo, e sentendo d'arrossire, volse la faccia verso lo sfondo sottoposto, in cui andava spiegandosi la bella cittadina nell'arco azzurro del lago.

Poco dopo, la carrozza, svoltando tra i pilastri d'un ricco cancello dalle lande dorate, penetrava nelle dense ombre d'un giardino principesco, per cui si saliva a una villa, che aveva già una storia di avventure galanti, di fallimenti, di suicidi e di duelli.

Rifabbricata cinquant'anni indietro da un negoziante tedesco sulle rovine d'un collegio di monache, era caduta ultimamente nelle mani di un cantante, che vi aveva ospitato più d'una vagabonda bellezza mimico-danzante. Morto il cantante di febbre gialla al Perù, i creditori vi avevano sloggiata l'ultima ninfa, sequestrando casa e mobili in attesa di qualche principe che ne volesse vivificare la leggenda: e intanto l'Hôtel Excelsiorse ne serviva come di unadépendanceper piccole partite di caccia, per pranzi sociali e offriva le placide ombre ospitali anche a coloro che avessero una briga da comporre con due colpi di pistola o necessità di farsi un occhiello nel ventre. Essendo il duello severamente proibito dalla legge della Confederazione, i danni, se ce n'erano, restavano a carico dei signori avventori.

L'Hôtel, a richiesta, poteva però offrire il medico e i mezzi di trasporto senza aumentosur le prix des consommations.

Il luogo era veramente bello e delizioso. Dal viale principale, che si svolgeva come un nastro largo e lento nella selva, distaccavansi molti sentieruzzi, che or salivano in rampe e scalinate a più alti passi, ora parevano precipitare e nascondersi in vallette folte d'erba, popolate di statue nel fresco mormorìo d'acque cascanti. Il viale metteva a una spianata, dall'alto della quale l'occhio correva libero sulla stesa del lago e sulla scena dei monti davanti a una palazzina, che in un arzigogolato stile gotico-francese, più che la nobiltà d'un edificio spirava l'odore d'un grosso pasticcio di zucchero tostato. Ma se la linea non era bella, il soggiornarvi doveva avere mille incanti per quel poco che si poteva vedere dal lato dove giaceva il ferito.

Il sequestro vi aveva imprigionato non soltanto il grosso dei mobili, ma anche le piccole raffinatezze della ninfa saltellante, che vi aveva passato le ultime estati e che forse sognava di ballarvi le ultime contraddanze della vita.

Al rumore che fecero le ruote sulla sabbia, uscì dalla casa don Andreino Lulli, a cui il trambusto di quella sciagurata spedizione, l'affanno di molte ore di ansia, la paura e le cure prestate al paziente durante la terribile operazione non avevano fatto perdere lacontenance.

Per quanto scosso e reso bianco come una candela, quando seppe dai telegrammi del cavalier Cresti che sarebbe venuta anche donna Vincenzina, procurò di andarle davanti con un vestito non troppovoyant: un tutto grigio con cravattamauvegli parve una mezzacondoléance, che doveva esprimere e riassumere abbastanza bene il lieto e il triste della situazione. Colla faccia patita e quasi cerea, rigido e stecchito nel collare alto che gl'incastrava il mento tra due trincetti di moda, strinse la mano di donna Vincenzina tra le sue, tutte ossa e nervi, con due forti scosse, una di compatimento, l'altra d'incoraggiamento.

Quand'ebbe riconosciuto il cavalier Cresti lo pregò di presentarlo al commendatore Bagliani.—Tout va comme sur des roulettes…. non c'è febbre; ma abbiamo un e…eoe di più.—La debolezza dell'erre non stava mica male alla costituzione magra, sottile, allungata e di trasparenza aristocratica di don Andreino Lulli. Se per necessità di professione o per ambizione di popolarità avesse dovuto agitare davanti alla folla i grandi principii della libertà, della rivoluzione, dei diritti popolari e di tutte quelle altre cose di cui l'erre è l'elemento più forte e più articolato, o se, in più modesta condizione avesse dovuto bestemmiare Cristo e i sacramenti per far andare un magro ronzino, certamente quel suo difetto avrebbe potuto nuocere al risultato delle cose: ma per discorrere in una questione di sport e di cravatte non stava male quel non so che di rotto e di strofinato che si strisciava ne' suoi discorsi, inzuccherati dibons motse di amabilità sempre pronte e rispettose.

Sentendosi quasi obbligato a fare gli onori di casa, don Andreino precedette i nuovi arrivati per un atrio a vetri sino ad un salotto semichiuso pieno di mobili coperti, dove il maggiordomo dell'albergo si mise ai loro ordini. Intanto il giovine conte andava ad annunciare delicatamente al ferito la presenza dei parenti. L'ordine medico era la massima quiete e la più assoluta oscurità: ma una stretta di mano e una carezza da parte de' suoi non avrebbero potuto che fargli bene, povero figliuolo.

Tornò a riprendere gli ospiti, e passando leggermente per la gran sala del biliardo, non rischiarata che dalla luce della porta, entrarono in una stanza d'angolo posta verso il lato più fresco, dove Ezio giaceva in una grande oscurità col capo fasciato da un grosso turbante insanguinato.

—O cari, cari…—pronunciò con voce molle e ridente l'infermo, allungando le braccia fuori dal letto.

—Sai gli ordini—disse don Andreino assumendo quel tono alto e imperativo che usava nel comandare uncotillon.—Sai gli ordini: silenzio e immobilità. Noi siamo qui tutti per te nulla ti può mancare, ma il dottore ha parlato chiaro: «attenti all'emorragia.» Dunque, se ci vuoi bene, obbedienza, coraggio e rassegnazione.

—Che bagolon!—disse sottovoce Ezio con quello spirito caustico che era quasi l'aroma del suo carattere.—Non vedo nessuno ma vi sento.—Stese la mano a donna Vincenzina, dicendo:—Grazie, grazie!—E riconosciuto alla voce lo zio, gli disse:—Crepi l'astrologo!—E quando gli dissero che c'era anche Cresti, gli domandò:—Come vanno i conigli?—

Don Andreino, fedele alla consegna ricevuta, volle che uscissero presto presto dalla camera, di cui socchiuse anche la porta e pose in sentinella una vecchia donna che aveva assunta come infermiera.

Ripreso il discorso col maggiordomo, si accordarono intorno ai modi di rimanere alla villa, finchè il malato fosse in grado di ritornare a casa; e fu stabilito che donna Vincenzina e Massimo avrebbero occupato il quartierino a terreno nell'angolo verso il boschetto delle magnolie, don Andreino avrebbe piantato un letto da campo nella sala del biliardo per esser pronto alle chiamate dell'infermo: per la cucina, l'albergo avrebbe provveduto nel miglior modo e col minore disturbo dei signori.

Meno necessario risultò il Cresti, che accettò volentieri di tornar subito lo stesso giorno a portar le notizie al Castelletto dov'erano rimaste altre anime in pene. E con il Cresti partì anche il Bersi, che da parecchi giorni non vedeva la sposina. Mentre scendevano insieme a piedi per il viale ombroso, commentando il doloroso accidente, il Bersi condusse il compagno a visitare il campo della battaglia dove aveva avuto luogo lo scontro, un praticello segregato da due parti dall'alto muro di cinta, che vi faceva angolo, da un terzo lato dal fianco roccioso del colle e chiuso sul davanti da una fitta siepe di agrifoglio. Il vecchio negoziante tedesco vi aveva avuto il suo giuoco dei birilli; ma l'erba era cresciuta sul terreno, l'ombra era diventata più fitta in mezzo ai grandi alberi.

—Ecco, si sono battuti qui, stamattina, alle sei—disse il Bersi, precedendo il Cresti nel chiuso campicello.—Si era fatto di tutto, da parte di noi padrini per veder di ridurre lo scontro ai minimi termini, o, se era possibile di appianare la vertenza con quattro righe di verbale, ma pare che Ezio non si sentisse di fare certe dichiarazioni e una volta esclusa l'arme da taglio, perchè il barone non vede più in là del suo naso, non restava che la pistola: due colpi in aria alla americana colle novantanove probabilità che lo spavento fosse tutto degli uccelli.

Il barone, che non è un guerriero romano, avrebbe accettata volentieri una soluzione diplomatica, purchè fosse salva la sua dignità maritale: e nemmeno Ezio una gran voglia di ammazzare e di farsi ammazzare non se la sentiva. Nè l'uno nè l'altro portarono il cuore sul terreno. Si può battersi e anche morire per una donna, ma non per la tenera figlia del sor Paoleto, un'ideale che pesa a occhio e croce una settantina di chilogrammi: ma queste ragioni non si possono dire al colto pubblico e non si possono scrivere in un verbale. Per quanto il barone consideri sua moglie come un mobile decorativo della sua casa, per quanto gli affari della Italo-Elvetica siano per avviarsi bene e abbiano bisogno di tutta l'attività del suo cattivo stomaco, tuttavia non poteva dimenticare che nel banchiere c'è anche il marito; che l'offesa era stata pubblica, che la gente ne parla, che non si può per il credito stesso della ditta, lasciar credere ai clienti che si speculi sulle acquiescenze: e quindi bisognava battersi…. ma è così facile battersi, per modo di dire… Se non che, quei due suoi padrini, quel tedesco e quel napoletano, presero la cosa troppo sul serio e vennero sul terreno come se andassero ad una messa cantata.

Col codice dell'Angelini alla mano e in nome della correttezza cavalleresca questi due ostinati don Chisciotti della Mancia contrastarono tutti gli sforzi, con cui io e Lolò, cercammo di alleggerire le condizioni dello scontro. Più cocciuto fu il napoletano, che messo in suggezione dal compagno svizzero, trattò la cosa come se fosse in giuoco l'onore stesso della patria e come se quei quattro inglesi che pigliano il fresco a Cadenabbia rappresentassero l'Europa.

Per poco non mi accapigliavo con questo ignorante ostinato che faceva piovere le sue massime dall'alto, come se per ammazzarsi sia necessario ricorrere alla metafisica: e allora si avrebbero avute due teste rotte invece di una sola. Ezio fu calmo, sorridente per quanto avesse un po' di febbre addosso. Il barone fu un po' ridicolo con quel suo fare impacciato, con quegli occhi bigi che non distinguevano la pistola dal suo astuccio. Domandò il permesso di tenersi il panciotto, con la scusa che l'aria gli porta i reumi: e, sul panciotto sì, sul panciotto no, s'intavolò tra Lulli e il napoletano una quistione accademica, in cui credo sia stato citato anche Omero e Senofonte. Poi ci fu un'altra piccola bega anche per gli occhialetti, se si potevano permettere; ma finalmente, contati i passi…. Ma anche qui nacque una contestazione. Le gambe del commendator Zuccani sono più lunghe delle mie, la bellezza di dieci centimetri: e Lulli ha un passetto che è la metà del mio. Chi doveva contare i passi? capisci che nove o dieci centimetri di più o di meno per passo, sopra un percorso di trenta o di quaranta metri, fanno una differenza molto sensibile, specialmente quando uno dei combattenti è miope di primo grado.

Dopo un gran misurare di gambe, finalmente trovammo una gamba media nel buon svizzero di Zurigo, che cercò di abbondare nella misura col suo bel passo di scavalca montagne. Come vedi, il luogo non poteva essere più adatto. Non pare la valletta descritta dal Tasso nel famoso duello di Argante e Tancredi? Il barone, che dovette proprio levarsi il panciotto e che perdeva bretelle da ogni parte, prima di prender posto votò il fondo della sua bottiglia di Wichy; quindi i due avversari sorteggiarono ciascuno una pistola carica, e si lasciarono collocare ai relativi posti, voltandosi le spalle. Il povero barone era livido come un panereccio, ma a forza di ostinazione morale si sostenne bene. Ezio sogghignava… Io contai a voce alta uno, due… al tre si voltarono, spararono immediatamente senza mirare. La palla di Ezio andò a conficcarsi qui nel tronco di questo faggio due spanne sopra la testa del barone: quella del miope dalle bretelle cascanti si fermò nella testa di Ezio, che senza gettare un grido venne a cader correndo nel mezzo del prato.—

Il Bersi si arrestò un istante per indicare all'amico il luogo preciso:—Uno spruzzo sottile di sangue si sparse sul verde dell'erba, che abbiamo fatto segar subito per non lasciar noie agli azionisti dell'albergo. Convien dire però che le cose furono condotte con molta prudenza, perchè non si è visto nè un gendarme nè un ispettore federale.

Il barone potè partire senza seccature, lasciando i suoi biglietti da visita: a me nessuno domandò nulla: un vero ideale di paese libero.—

Il Cresti, dopo aver sogghignato un pezzetto e riassunte le sue osservazioni con una nervosa contorsione di spalle uscì a dire come morale della favola:—Poco fa, ho detto, che l'uomo è il meno furbo degli animali: ho sbagliato. Dovevo dire, la più bestia.—

Pentimento.

Il Cresti arrivava al Castelletto ch'era già notte fatta. Di mano in mano che si avvicinava alla casa delle Polony andava crescendo in lui il dolore della ferita, che durante il giorno e le scosse della battaglia pareva assopito.

Era partito, anzi fuggito, davanti a una ruvida domanda:—Che c'entra lei?—e ritornava col puntiglio di dimostrare che intendeva non entrarci per nulla, nè per il passato nè per l'avvenire, nè per debiti nè per crediti, e di lasciare a ciascuno la sua libertà di dire e di fare quel che credeva suo diritto. Era un gran colpo per un uomo che si era pasciuto di così lunghe speranze: ma è inutile far conto sopra le nespole che non vogliono maturare nemmeno sulla paglia: c'è da far stridere i denti e null'altro.

Stava per mettere la mano sul martello della porta, quando si sentì stringere il braccio. Era Flora, che, seduta nell'oscurità, aspettava da tre ore che da Lugano arrivasse qualche notizia. Riconobbe subito il passo dell'amico e infilando il braccio nel suo, lo accompagnò in casa.

—E così?

—Tutto bene: niente di grave: umore allegro, ma un assoluto bisogno di quiete e di silenzio.—

Vennero incontro le altre donne col lume e tutte si rallegrarono delle buone notizie. Flora, un po' più pallida del solito, si mostrò tuttavia perfettamente tranquilla, guarita e persuasa. Pregò Cresti di sedere, di riposare, di prendere qualche cosa, almeno un caffè: ma il signor cavaliere col pretesto che le sue donne l'aspettavano a casa, Dio sa con quanta ansietà, chiese subito licenza e senza accettare nemmeno un bicchier d'acqua, si ritirò da una casa in cui non aveva, a parer suo, più alcun diritto di entrare.

Non era una vendetta, ma una legittima difesa. Promise di mandare altre notizie di mano in mano che arrivassero, e augurando la buona notte a tutti, senza guardare in viso a nessuno, ritrovò al buio la strada del Pioppino, e rientrò nella sua solitudine, dopo una lunga e perfida giornata, come un capitano, che dopo una tremenda disfatta, pianta le tende in qualche luogo sicuro. La stanchezza fisica gli procacciò subito un tal sonno che potè dormire tutta la notte.

Dormiva ancora, quando l'Angiolina gli portò il caffè in camera la mattina verso le sette.

Insieme al caffè sul vassoio c'era una lettera che un ragazzo aveva portato poco prima… una lettera di Flora.

Ne riconobbe subito la scrittura larga ed energica sulla busta di carta verde: ma non osò aprirla subito.

Dopo che ebbe lentamente sorseggiato il suo caffè amaro, alzando la voce come se parlasse a qualcuno un po' sordo, disse:—Eccomi a lei, signorina. Immagino quel che mi deve dire.—

Immaginava: ma le sue mani secche ed abbrustolite dal sole tremavano tanto nel toccar la lettera, che dovette aspettare che passasse anche questa morbosità. Passò lentamente: tornò la ragione e poichè quando un dente fa male, è meglio strapparlo se non c'è altro rimedio, con una curiosità coraggiosa corse cogli occhi sulla lettera e vide…. ch'erano due, l'una nell'altra: e quest'altra non era finita, ossia finiva con dei punti sospensivi come se fosse stata bruscamente interrotta.

Nella letterina accompagnatoria la contessina Polony diceva:

«Caro Cresti, mi dicono che stamattina io ho pronunciato parole dure e scortesi contro il migliore de' miei amici: e devo pur credere, perchè non posso dubitare de' testimoni. Ma io non ho coscienza di nulla, glielo giuro, mio buon amico. Quando mi hanno richiamata ai sensi, tornai in me stessa come chi si sveglia da un sogno grave e fastidioso, di cui conserva l'impressione e lo spavento, ma non ricorda più i particolari. Flora, sveglia nella sua coscienza, non avrebbe mai osato dire una parola cattiva al suo buon Cresti, all'amico di casa, al benefattore, proprio in un momento in cui stava scrivendo la lettera che chiudo in questa. Non è tutta la risposta che le dovevo e non trovo opportuno questo momento per darla: forse nemmeno lei la vorrebbe da me in queste condizioni: ma glie la mando come un documento per dimostrarle, mio tenero amico, che se una parola cattiva è uscita da questa bocca, non è Flora che l'ha detta, ma una febbre o una suggestione misteriosa, che mi tolse ogni responsabilità. Non saprei spiegar tutto adesso; ma certamente io ho attraversata un'ora pericolosa della mia vita, come laSonnambuladel dramma, che a fosco cielo e a notte bruna, scende per il ponticello del molino.

«Amico, benefattore mio, cancelli quell'ora dalla sua memoria e mi renda tutta intera la sua cara amicizia. Se mi abbandonano i migliori, che potrò fare sola nel mondo, forse in balìa di cattivi spiriti? Ora mi par di star bene. Il cuore è tranquillo e non desidera che pace. Gliela offro e gliela chiedo con umiltà; abbia compassione di questa povera rivoluzionaria».

* * * * *

Cresti lesse due volte questa lettera: rilesse tre volte l'altra: le mescolò per leggerle insieme, commentò l'una coll'altra, traendo da tutte due la convinzione che Flora era sincera, che il passato non era tutto morto in lei, ma che non aveva più ragione di vivere, che bisognava veramente aver compassione di lei, volerle bene, aiutarla, aspettare che il frutto maturasse da sè. Nè Ezio, in qualunque modo la brutta storia andasse a finire, poteva risorgere per Flora, nè questa nel suo orgoglio poteva rassegnarsi a raccogliere le briciole di una scandalosa cronaca. Se il giovinotto usciva dell'avventura colla testa accomodata, più di prima l'avrebbe legato a quella donna un sentimento di solidarietà, che è quasi sempre castigo degli amanti. Messa alla porta dal marito, non restava ad Ersilia Baracchi altro rifugio che la fedeltà dell'amico che l'aveva compromessa. Per quanto ingenua e inesperta delle cose della vita, Flora aveva troppo ingegno, per non sentire, a cuore riposato, la forza di questa ragione ed era naturale che il buon Cresti, il povero Cresti, il vecchio ortolano del Pioppino, con tutti i suoi difetti, con tutte le sue stravaganze dovesse parere un miracolo di rettitudine in confronto di questi grossi fallimenti e di queste avarie morali. C'era dunque a sperare che il senso logico la vincesse sopra le irragionevolezze della fantasia, cioè che Flora in compenso di quella pace che invocava con tanta umiltà, avesse a offrire forse con orgoglio il suo amore.

L'uomo dubbioso e timoroso stette a lungo nel tepore delle coltri a contemplare e a covare il suo sogno, procurando di sceverare quel che di più sincero poteva essere nel sentimento di Flora da quel che vi poteva introdurre il dispetto, l'interesse, la necessità, la debolezza della donna; e finì col concludere che il mondo è di chi se lo conquista: che invalido capitano è colui, che potendo occupare una buona posizione mentre il nemico dorme, aspetta che il nemico si svegli: che poichè Flora invocava da lui pace e perdono, sarebbe stata una vana crudeltà rispondere con dei puntigli e con delle musonerie.

Saltò dal letto, e fatta una toeletta sommaria sedette a preparare un bollettino di guerra; ma ebbe un grande arzigogolare colla penna prima di infilare una parola. Provò due o tre fogli con frasi che gli parevano sempre troppo banali per sonar bene nel grandioso proclama che doveva riassumere le speranze, i sospiri, le ansie, i tremiti, le aspirazioni e le vertigini della sua vita. Finalmente decise di pigliar la strada più corta che non è sempre la più faticosa. Levata da una scatola una carta da visita, la completò così:

avverte la rivoluzionaria che verrà stamattina a far colazione al Castelletto. Al melone ci pensa lui.

* * * * *

Qualche giorno dopo corse la voce che la signorina del Castelletto avrebbe sposato il cavallier Cresti del Pioppino. Le nozze si sarebbero fatte, nulla intervenendo in contrario, ai primi di ottobre, e la luna di miele gli sposi l'avrebbero passata al Ravellino, trasformato in villa Flora.

Per quanto prevista, la notizia piacque a tutti e diede motivo aBortolo di dire:—Oh, oh! l'anguilla trovò il pescatore.—


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