III
Veniva su bello e delicato. Quel nomignolo di Rigoletto non gli stava bene. Aveva due magnifici occhi neri neri, con le ciglia molto lunghe, un po’ curve, che gli velavan lo sguardo di passione e di malinconia. Sotto il naso leggermente aquilino, la bocca tagliata con una nettezza violenta, quella bocca rossa della sua madre siciliana, era in istrano contrasto con la mansuetudine del suo viso. Intorno al labbro gli cresceva già un’ombra leggera, i capelli scurissimi gli facevano due belle onde sopra la fronte; il suo vestitino alla marinara non aveva mai una macchia, le sue scarpine mai erano imbrattate nè logore; a farne il paragone con gli altri della sua famiglia pareva il rampollo di una stirpe migliore. Ascoltava sua madre con una specie d’estasi quando suonava la chitarra o cantava; spesso preferiva starsene solo, taciturno ed un po’ scontroso. Ad un certo Natale si fece regalare un violino, ed un vecchio, lì nella corte, gl’insegnò a suonarlo. Era docile, ma sapeva in certe occasioni spiegare una terribile volontà. Studiava con diligenza, e verso i dodici anni lo mandarono al ginnasio; si fece grande e forte, si svestì quasi di quell’apparenza feminea che lo aveva fatto somigliare ad una signorina; soltanto gli rimasero que’ suoi grandi occhi morbidi e violenti, pieni d’uno stupore illuminato. Volle studiar musica ed il padre lo accontentò, a patto che non trascurasse lascuola; gli affari prosperavano a sufficienza per poter pagare un maestro di violino tre volte la settimana.
Cose che il Riotti trovava inutili, perchè, se Rigoletto si credeva un Paganini, a lui seccava moltissimo di sentirsi a quel modo scorticar le orecchie da mattino a sera. Quanto alla sua Eugenia, imparasse a far la calza e le polpette, che valeva assai meglio!
«Tra il violino di Rigoletto e la chitarra di Donna Disgrazia preferisco ancora il pappagallo del primo piano!» aveva egli detto in un giorno di malumore.
Senonchè ad Arrigo la natura aveva prodigato i suoi doni senza nemmeno contarli; un superiore istinto guidava la sua ispirazione tumultuosa e profonda, il senso della musica da lui nasceva con la spontaneità d’una parola: Curvato sul lieve archetto la sua testa bellissima di adolescente, egli traeva dalle corde sonore tutto ciò che aveva di passione in sè, di passione inconsapevole e selvaggia, tutto ciò che gli avevan trasmesso di malato e di oscuro i suoi progenitori antichi.
La madre lo amava, il padre fondava su lui tutte le speranze d’un avvenire imprevedibile: era il prediletto nella casa, il primogenito a cui si trasmette il focolare, con tutta la sua cenere e con la brage viva.
Ma verso i quindici anni cambiò carattere. Cominciò a frequentare qualche brigata di scapestrati, fece l’occhio dolce alle sartine, prese a vuotar bicchieri, imparò le carte, i vicoli dei postriboli, i vizii delle ore notturne; della famiglia e della scuola prese a non curarsi più. Quattro o cinque cattivi amici, una sgualdrinella che gli si diede per amore, qualche ondata calda nelle sue vene gonfie di pubertà: ecco il pochissimo che ci volle per fare di questo fanciullo a modo un ragazzaccio di pessimo genere, che azzimato e attillato, facendo pompa di cravatte vistose, con una sigaretta in bocca ed un fiore all’occhiello se ne andava bighellonando per i marciapiedi, inseguiva le piccole modiste su le giostre delle fiere, frequentava i bigliardi clandestini e teneva crocchio su l’angolo delle bottiglierie.
Allora in casa dell’occhialaio la guerra incominciò; la guerra dolorosa, tenace, paziente, che il padre onesto muoveal suo figlio riottoso per contendergli palmo a palmo quella china del vizio dalla quale non si ritorna mai più.
Tutto congiurava contro la pace di quest’uomo paziente, che doveva incanutire soffrendo, benchè non avesse mai torto un capello ad anima viva. Arrigo principiò a spiegare nella famiglia quella sua calma e terribile volontà dalla quale nessuno scrupolo mai lo trattenne, così nelle piccole come nelle grandi cose della sua vita. Ormai trascurava la scuola, rincasava tardi la notte, poltriva nel letto il mattino, inalberava nelle discussioni familiari certe malsane teorie d’indipendenza raccolte ai tavolini dei caffè, sperperava in qualche giorno le poche lire che dovevano bastargli per un mese, poi si dava d’attorno a raggranellarne qua e là, con ogni ripiego, tenendo per ultima confidente la sua madre carezzevole, che non sapeva negare mai nulla a quel suo bel ragazzaccio fatto come lei.
Una volta egli osò perfino rubare una manata d’argento nel cassetto del banco paterno, e quando lo scoversero in fallo, si mise a fare un tal chiasso indiavolato, a portare così veementi ragioni in propria difesa, che poco mancò non lo pregassero di ricominciar da capo.
E in fondo, che torto gli potevano fare? Aveva diciott’anni ormai! S’era messo a giocare, non tanto per vizio quanto per necessità... Come poteva egli campar la vita, con quei quattro soldi che gli dava il padre ad ogni fin di mese? Quelli bastavano tutt’al più per le sigarette. E il rimanente? La vita si faceva terribilmente cara. Per poco che uno volesse andar di paro con gli altri, bisognava sempre aver le mani in tasca. E se la tasca era vuota?... Ecco, si tenta la fortuna. Ve ne sono tanti a cui va bene. Perchè in fondo non si potrebbe anche vincere?...
Vincere: comprarsi un bell’astuccio per le sigarette, una mazza col pomo d’oro, una spilla da cravatta in brillantini; rivestirsi da capo a piedi, farsi fare un soprabito a sacco, sfoderato, con le cuciture doppie, come quello che portava Giannotto Ferri, l’irresistibile Giannotto Ferri, quel tale che senza il becco d’un quattrino menava una vita da principe, cenava a Sciampagna nei gabinetti riservati con questa o quella cortigiana, e, se teneva banco al faraone,mai c’era verso di vederlo perdere un quattrino. Ma, già... si faceva mantenere dalle donne!
Vincere!... potersene andare a teatro tutte le sere, in poltrona, con un bello sparato bianco e nel mezzo uno splendido rubino, come il rubino di Giannotto; scarrozzare per la città, andare nelle tribune i giorni di corse, mangiar fuori di casa, al ristorante, quando gli facesse comodo, e magari un bel giorno capitare in casa della Lilina con un ventaglio di piume di struzzo, o con quel certo anello che il suo vecchio le prometteva da tanti mesi e non le regalava mai!... La Lilina, che buona ragazza! A lui non costava un soldo, e questa era l’essenziale; perch’egli era giunto così al grande sogno di tutti i conquistatori adolescenti: avere un’amante altrui, averla per amore, con una cert’aria d’indifferenza, di condiscendenza, e raccontarlo noiatamente agli amici, fra una sigaretta e una tazza di caffè...
«Oh Dio! non mi domanda niente, povera ragazza... non mi costa neanche il prezzo della camera, perchè mi prega di andare da lei... Ma, si sa bene: le donne che non costan niente... ci vuol sempre qualche fiore, qualche dolce, un cappellino ogni tanto, un ninnolo, una gita. Ne sono stanco in fondo... ma tiro avanti, non so neanch’io perchè...»
La Lilina, a parte tutto, era una bella fanciullona, pienotta e di buon cuore, che qualche volta preferiva andarsene a letto alle dieci, anche sola, piuttosto che sbadigliare nei ritrovi notturni fin verso le tre. Aveva per cespite unico l’amore d’un quarantenne, signore ammogliato, che l’andava a trovare tre volte la settimana, puntuale come un cronometro, e ci stava, tutto compreso, un’oretta. Non le dava molto neanche lui, ma il diritto almeno di dire intorno ch’era una mantenuta, anzi la mantenuta di un industriale. Arrigo, per quanto non lo volesse ammettere, s’era un po’ scottato alla sua pelle calda; se avesse avuto denaro gliene avrebbe dato; lei lo sapeva, ne era certissima, e lo amava in questa lontana speranza. Le donne hanno un cuore pieno di riflessioni.
Ma invece le carte volgevano peggio che mai; egli tornava a casa ogni notte senza il becco d’un centesimo, con una faccia che incuteva paura, e svegliandosi a mezzodì,ancor sentiva nelle orecchie quel maledetto riso di Giannotto che incassava i gettoni. Quale patto aveva col diavolo, quello là? Perchè la vita gli riusciva così facile, mentr’egli era in debito con tutti, perfino coi camerieri? Di tanto in tanto bisognava pur pagare, per mantenersi il credito e poter ritentare la sorte. Quando tutti gli altri ripieghi eran esauriti, non gli rimaneva che battere coraggiosamente alla cassa paterna.
Il buon del Ferrante ne divenne addirittura calvo; ma pagò, sebbene con qualche stento; pagò la prima volta, la seconda, la terza, e così via di séguito, come tutti i padri, per infinite volte. Il Riotti, messo a parte di questi piccoli disastri, la faceva da tiranno, consigliando il braccio ferreo ed i rimedi eroici.
«Fosse mio, lo manderei mozzo. Un paio d’anni sul mare fanno bene alla salute; si vede il mondo, si torna rigenerati. Ma tu non hai che da intonare il mea culpa! mea maxima culpa! L’Eugenia è femmina; ma la prima che mi fa, te la chiudo in un convento com’è vero che mi chiamo Riotti! Del resto per lei non temo. A sedici anni, è pura d’anima come un’ostia benedetta. Laboriosa, diligente, con la licenza della Scuola Superiore, un diploma di ricamo... che madre sarà!»
E il povero del Ferrante inghiottiva il fiotto amaro. Passò un annetto ancora: tramontarono i tempi della Lilina, anche perchè la Lilina se la portò in provincia uno studente ricco, e Arrigo restò sempre a doverle una cinquantina di lire che s’era fatte prestare in un giorno di grande penuria.
Ma un’altra prese il suo posto, che si chiamava più sonoramente Mercedes; ed era una canterina di caffè-concerto, coi capelli d’un nero corvino, le labbra divampanti, la pelle color di cipria; quel nero quel rosso e quel bianco a cui va tanto bene la mantiglia castigliana, quando, con quattro nacchere e con un paio di «caramba!» si camuffan da pure Sivigliane queste versatili figlie delle nostre portinaie.
Mercedes la bruna era stata l’amante di Giannotto, e si era fatta un buon nome tra le clientele dei caffè-concertiballando seminuda in un teatro di varietà, che radunava seralmente nella cloaca della sua piccola sala tutti i più loschi e più balordi bellimbusti della baldoria notturna. Ma poi s’erano messi in rotta, Giannotto e lei, per certe botte sonore che il giovinotto non lesinava in talune circostanze, ed Arrigo l’aveva incontrata, una sera di scoramento indicibile, sola, presso un tavolino, con gli occhi lacrimosi davanti ad un’ala di pollo mezzo rosicchiata ed una tazza di birra quasi vuota. Egli aveva in tasca un centinaio di lire e comandò Sciampagna; comandò pure una dozzina d’ostriche ad un ostricaio bitorzoluto, che in onore del suo rosso berretto masticava il dialetto veneto con un forte accento bergamasco.
V’è d’altronde un momento psicologico nel cuore di tutte le donne malate d’amore, un momento nel quale, che so io, un’ostrica ben pepata, un complimento detto bene, un bacio dato con le labbra calde, con le labbra umide, una carezza sopra una lividura, un marengo buttato via, rasserenano tutta la visione della vita, disperdono i pensieri tragici come nuvole di primavera, mettono addosso, che so io, quasi la voglia di abbandonarsi ad un’altra follia... E così avvenne. Andarono a casa quella sera, stretti stretti, in una carrozzella con le ruote di gomma, sotto il cielo che stellava...
Mercedes la bruna era una donna elegante: per lei bisognava giocare di più, perdere di più; furono malanni gravi. Al termine di qualche mese Arrigo dovette confessare al padre un debito, anzi molti debiti, che facevan insieme una sommetta rotonda. Il poveraccio non li aveva. Ne ammalò. Non li aveva insomma! Inutile gridare, minacciare tragedie! inutile mettere di mezzo la madre, che si teneva sempre in tasca le sue lacrime di coccodrillo! Non li aveva, nè poteva già far stringhe della sua pelle o vendere la bottega. Appunto quell’anno aveva l’intenzione di ampliare il negozio, povero vecchio Stefano!... Invece, dando tutte l’economie, appena appena avrebbe raggranellato insieme la metà di quel che occorreva. Fu Arrigo stesso che gli diede un cattivo consiglio:
— Domanda il resto al Riotti. È sempre fra i piedi; si renda utile almeno, quando può!
— Al Riotti? Un brav’uomo, sì, non lo nego, ma, lo sai, è avaro. Fiato sprecato. Umiliazione inutile. Neanche se ci vedesse morir di fame... Prestare, metter mano alla borsa, non entra ne’ suoi principii.
E Arrigo: — Non si sa mai. Tentare non nuoce. Si tratta d’un prestito, in fin de’ conti, e con un buon interesse lo si potrebbe forse persuadere. Già, tu non vuoi per orgoglio. Ma quando si tratti di salvare il proprio figlio, l’orgoglio lo si mette via!
Donna Grazia fu di questo parere, e tanto l’accerchiarono, tanto lo spinsero, che il povero Stefano curvò ancora la testa, prese il Riotti a parte e fece la domanda.
Costui scoppiò in un riso formidabile, un riso così enorme, che tutta la corte l’udì. Ma davvero?... Che lui, proprio lui, Riotti, avesse a sborsare un millesimo per i debiti di quel farabutto, di quello scalzacane?... E rideva, rideva a crepapelle. Gli pareva davvero inverosimile che lo credessero capace di una tale generosità. Gl’interessi?... Ma non faceva mica l’usuraio, lui!
Il Ferrante se ne tornò via, col suo passo lento, a capo chino. Ma questa cosa piaceva tanto al farmacista che venne in bottega dell’occhialaio un’ora più tardi per farci sopra un po’ d’ironia.
«L’onore — spiegò il Riotti — è ben altra cosa che non s’intenda nelle bische o nei postriboli: ci son debiti che vanno pagati, altri no. Se lui, Stefano, voleva rovinarsi per le cattive azioni di suo figlio, padrone, padronissimo! Ma che avesse pensato a rovinare anche lui, questa era proprio madornale! Oh, intendiamoci: i denari lui li aveva e gli sarebbe costato anche poca fatica andarli a prendere... Ma rendevano già bene dov’erano e per una inezia di più su l’interesse non valeva certo la pena di metterli a repentaglio. In tutt’altra occasione si sentiva uomo capace di fare qualsiasi sacrifizio per un amico, — ma non voleva incoraggiare il vizio con le proprie liberalità. E poi, vediamo: quali garanzie potevan offrirgli per il suo denaro? Si fa presto a dire l’otto per cento! Ma su cosa poi? Su quattro stanghe d’occhiali d’oro e qualche lente convessa? Eh, cápperi!Gli affari si trattano in ben altro modo. Del resto era stato uno scherzo, ed egli avrebbe avuto la delicatezza di non parlarne più.»
Invece ne parlava ogni momento e finì con darli. Vi mise un poco di buon cuore ed un poco d’avarizia, perchè un uomo non è mai cattivo interamente nè interamente buono, mentre ha sempre paura di nuocere a sè stesso nel far del bene al suo prossimo. Aveva una certa affezione, lui, persona autorevole, lui, uomo di scienza, per quella gente da nulla capitata lì vicino; voleva bene a quel timido occhialaio come ad uno di quei decrepiti cani infermi che si tengono in casa per misericordia, e donna Disgrazia gli sarebbe forse piaciuta, una volta, gli sarebbe forse forse piaciuta ancora, se lei... Ma sopra tutto aveva un non so che per quel discolo prepotente e sfacciato, ch’era sempre in mezzo alle sottane, sempre intorno alle tavole da giuoco, sempre pieno di debiti, e che, per quanto a lui desse un insopportabile fastidio, doveva pur suonare con una certa maestrìa se tutti gli abitatori della casa d’un tratto si affacciavano alle finestre non appena l’udivano appoggiar l’archetto sopra il suo maledettissimo violino...
Su di lui anzi aveva già formato un suo piano recondito, ma nessuno al mondo ne doveva saper nulla, per ora...
E ciò che forse lo tentava più di tutto era la prospettiva di poter finalmente entrare in quella casa come un despota, come un arbitro, come un donatore. Finalmente avrebbe parlato lui, a quattr’occhi, senza peli su la lingua, con quel tomo che non ascoltava nessuno, e si vedrebbe infine cosa volesse dire sentirsi uomo! Dava, e in fondo senza rischiar nulla, poichè Stefano era galantuomo; per di più si creava intorno una specie di vassallaggio con la forza del suo denaro, ed avrebbe potuto trattarli tutti come tanti suoi domestici, se così gli fosse piaciuto, da quel giorno in poi.
Arrigo si sottomise a tutte le condizioni che gli vennero dettate, messo com’era con le spalle al muro. E le condizioni furono che andasse a passare con la famiglia i venti giorni di villeggiatura de’ quali ogni anno l’occhialaio soleva provvedere a’ suoi di casa; ma che, nonappena tornato in città, rinunziasse alla sua vita indegna per accettare un impiego qualsiasi, trovatogli dai padre, o dagli amici del padre, o da lui stesso, Riotti, in persona.
Arrigo disse di sì, risoluto a mantenere almeno la prima delle sue promesse. Venti giorni di villeggiatura, con quel caldo della prima estate, gli avrebbero riposato i nervi, lo spirito ed il corpo, lasciandolo finalmente dormire in pace dopo tante notti vegliate con affanno su la crudele ambiguità delle carte.
Poi, la sera, sovra un balcone semibuio, tra una ventata di buoni odori, avrebbe suonato con passione, con perdimento, il violino, pensando in quelle veglie d’estate alla dolce bocca rossa di Mercedes la bruna...