IV
Donna Grazia faceva i bauli; Stefano, dopo aver chiusa la bottega, fumava una certa sua pipa di schiuma, complicato e raro gioiello ch’egli serbava per le delizie del dopo cena. Luisa, la secondogenita, una ragazza sui diciassette anni, dalle fattezze un po’ dure ma con il corpo snello, ne stava sotto il lume ultimando un suo ricamo di cattivissimo gusto. Ricamava in fretta, con le dita agili, la faccia intenta e china in un cerchio d’ombra. I suoi capelli grevi e lisci, annodati con semplicità come quelli di un’educanda, le giravano intorno alla nuca, intorno alla fronte, con una specie di pigrizia, come se li avesse pettinati così per abitudine, senza neppure guardarsi nello specchio.
Era infatti una ragazza pigra, quieta, un poco marmottona, che in inverno amava i cantucci presso il fuoco, gli sciallini di lana, poichè aveva le spalle sempre infreddolite; una ragazza che amava l’ago, il refe, la macchina da cucire, e se ne stava in cucina volentieri a veder bollire le pentole, come parimenti sapeva, con un prematuro istinto materno, cullare i marmocchi in fasce quando cominciavano a strillare.
Paolo, il fratello, minore di lei d’un anno, e che ora, da qualche mese, frequentava un laboratorio per imparare il mestiere del padre, adesso era intento ad acuminare col temperino un piuolo di legno per costrurre una sua certa scatola ad intarsio ed a fuoco, lavoro di cui dilettava per solito la sua digestione lenta. Era un bimbotto semplice, dai capelli rasi sur cranio rotondo, di carattere attento, di natura sobria.
Anna Laura, la più piccola, che aveva dieci anni aquel tempo, era sopra con la mamma, a chiacchierare senza tregua, a far celie, a mettere il suo nasino impertinente in tutte le cose che non la riguardavano affatto.
Entrò il Riotti, al quale dopo il desinare s’infocavano le guance ed il naso, benchè cercasse di mangiar poco per non aiutare una molesta pinguedine; entrò con un risolino affabile, dondolando il corpo maestoso su le gambe tozze, e subito la Luisa, interrompendosi dal ricamo, gli versò quel solito bicchiere di vin spumante ch’egli si centellinava piano piano, discorrendo col suo tono autorevole, senza nascondere qualche largo sbadiglio di tratto in tratto. Narrò d’una vicina, che aveva mandato a chiamare il medico lì per lì, essendo prossima a sgravarsi e temendo un parto difficile.
— Queste benedette donne del giorno d’oggi!... non sanno più nemmeno partorire! Figurátevi che mia moglie, tre giorni dopo l’Eugenia, era in piedi e sgambettava. A proposito dell’Eugenia, avrei quasi una mezza intenzione.... Visto che andate in campagna, mentre qui si scoppia dal caldo, ve la confiderei per qualche giorno, se la cosa non v’incomoda.
— Ma, — obbiettò Stefano — sai bene che non avremo posto.
— Oh Dio, — fece il Riotti, — dove si sta in cinque si sta pure in sei. Vediamo un po’: l’Annetta può dormire con la mamma, e facendo mettere un altro letto in camera della Luisa tutto s’accomoda, mi pare. Ma se deve essere un disturbo, — aggiunse con dignità — sia per non detto e grazie di tutto cuore!
— Per me... — rispose Stefano mansuetamente. — Io tanto me ne resto qui. Bisogna che tu te l’intenda con mia moglie.
Donna Grazia non l’aveva in grazia quella figliolona del farmacista, grassa, inerte, insipida, che si girava sette volte la lingua in bocca prima di lasciarne cadere una sillaba. Il Riotti arricciò il naso e gli venne fra la barba corta quella cattiva piega ch’era il segno evidente del suo malumore.
— Non voglio chiedere favori a nessuno! — dissecon una specie di sibilo. — Se non desiderate prendere con voi mia figlia, ho dieci altri amici che ne saranno invece onoratissimi.
Stefano aveva qualche volta quella irritante caparbietà del silenzio ch’è peggiore di una cattiva risposta. Se ne stette zitto ed il Riotti s’inviperì.
— Del resto, va bene! — mugghiò. — Agli amici si ricorre quando se ne ha bisogno, dopo si mandano al diavolo. Così va il mondo e non c’è da farsene maraviglia. Per tua regola, però, non intendevo caricarvela su le spalle a vostre spese; avrei pagata la mia parte, perchè ci tengo — io! — a non dover nulla a nessuno.
Nonostante l’allusione terribile, s’accomodarono da buoni amici e l’Eugenia andò in campagna con la famiglia del Ferrante, poco lontano dalla città, in una rustica villetta che apparteneva ad un vinattiere del sobborgo, fattosi ricco a furia di misturar vino ai clienti e fornir denaro clandestinamente agli usurai della città. Ma era in fondo un buon diavolo, e per amicizia verso l’occhialaio gli aveva ceduto quattro o cinque stanze ad un prezzo assai mite.
Questa Eugenia era d’indole assai diversa da quella del padre, ma fisicamente tanto gli rassomigliava quanto una ragazza di vent’anni può somigliare ad un uomo di cinquantatre. I suoi vent’anni le fiorivano indosso, scempi ed aperti come papaveri di campo, prendevan su la sua gota fresca un colore quasi paonazzo, le rompevano fuori dal corsetto con una rotonda esuberanza di seni. Era del resto bonaria e semplice; aveva i capelli d’un color castano scuro, pettinati con la riga nel mezzo come le nutrici lombarde, i denti bianchi e forti, la cintura larga, le mani ed i piedi un po’ grandi. C’era in lei qualcosa d’incerto fra la bella contadina, la massaia diligente e l’educanda timida. Parlava poco e rideva molto; aveva una fame insaziabile ed una passione vorace per i romanzi d’amore. Da molto tempo, nel suo cuore nascosto, nudriva un tenero per Arrigo; una di quelle passioncelle dolci e quiete che scorron via come ruscelletti, senza far rumore. Trovava Arrigo molto bello, molto elegante, e l’amava sopra tutto per i suoi malanni.
C’era intorno a lui quel sapore di vizio che non manca mai di turbare le fanciulle, ancor più se hanno il cuore onesto. Aveva inteso parlare della Mercedes, della famosa Mercedes la bruna, nome che le sorelle d’Arrigo pronunziavano con un ambiguo rossore; e per lei, l’uomo ch’era l’amante di Mercedes, una donna tutta pizzi gioielli e profumi, una canzonettista, una «cocotte»... — oh parola enorme che le faceva sognare! — quell’uomo per lei possedeva, come gli eroi da romanzo, qualcosa di magico, una specie di bellezza fatale che intorbidava di sogni la sua curiosa verginità.
Ella forse non lo avrebbe amato mai, se il padre stesso non le avesse, per un capriccio, suggerito, educato e comandato questo amore. Il farmacista s’era fitto in capo di maritare sua figlia col primogenito dell’occhialaio: nulla poteva ormai distoglierlo da questo progetto, nemmeno la certezza di rendere infelice sua figlia. Era fra quegli uomini cocciuti che abbracciano senza riflettere un’idea, e quanto più essa risulti cattiva, tanto più vi s’incaponiscono.
Arrigo invece non si curava di lei. Aveva indovinate vagamente, come tutti in famiglia, le mire del farmacista; ma con la ragazza parlava di rado e sempre con aria di compatimento.
Ora, per distrarre i lunghi ozî campestri, s’era messo a far la corte ad una marchesina che abitava una villa nei dintorni: corte per modo di dire, che cioè la saettava d’occhiate amorose ogniqualvolta la vedesse per il cancello del suo giardino o l’incontrasse la domenica in chiesa, dov’egli andava azzimato come uno zerbino.
Ma fosse la lontananza della Mercedes o il calor dell’estate, gli cominciò a bruciare nel sangue un’accensione voluttuosa, che non gli dava pace, sopra tutto nelle calme sere, quando veniva dal balcone aperto, sopra il suo letto insonne, un odor forte di rosai che vampavano, di caprifogli che sfiorivano, come grandi profumiere che bruciassero nella notte d’estate.
La sua camera era contigua con quella ove dormivan insieme l’Eugenia e la sua sorella maggiore; un uscio mal connesso le divideva; s’udivano tutti i rumori.
Una sera, mentre stava sul balcone fumando una sigaretta prima di coricarsi, e pensava con una triste gelosia alla Mercedes, alle sue belle brancia bianche, vôlto che si fu, poichè non v’era lume nella sua camera, vide filtrare alcuni spiragli di luce per le connessure dell’uscio e intese lo strepito che facevano le due fanciulle svestendosi e cicalando.
In quella calda sera d’estate il suo sangue ribolliva di ardori contenuti, la sua testa era torbida e greve. Mai come in quella sera aveva respirato con l’anima e coi sensi la fragranza delle rose, gonfie di rugiada, il profumo intenso dell’erbe aromatiche. In quel piccolo giardino, tra il buio e la luce, nascostamente serpeggiava un tremor di vita, un fervere di sussulti notturni, che lo facevano trasalire. Facilmente si trema talvolta per un rumore che nella notte sembri un congiungimento d’esseri o di cose.
A poco a poco, in quell’ombra si accesero nudità, fiammarono, si contorsero, giacquero supine. I capelli bagnaron nelle fontane, i seni erti s’imperlarono di gocciole vive, le braccia stanche si allentaron nell’erba rinfrescata. E sentì l’odore di quei corpi salire a lui come una vampa, nell’odore delle piante aromatiche.
Poi vennero ancora più altre, ch’egli aveva baciate con febbre nei torbidi sogni dell’adolescenza, e il giardino si converse in un letto, in un letto molle, profondo, su cui correva come un brivido la fragranza de’ rosai, cadeva il pòlline di certe grandi rose gialle, vellutate, quasi bianche, rotonde quasi, come seni gonfi e maturi. Ed una musica venne, su dalla fontana, che fece tornare le donne ignude alla fontana, e si chinarono per specchiarsi, ridendo d’un riso lascivo; e nel chinarsi le loro poppe oscillavano come grappoli, tutt’intorno, quasi con un tintinno di carne molle, piano piano, come se danzassero, tutt’intorno, con un tintinno, sopra il riflesso dell’acqua insidiosa....
Di là, oltre l’uscio, intese il rumore dell’acqua versata in un catino. Entrò nella camera un po’ ebbro; intese un rumore di pianelle, o gli parve, di sottane, o gli parve.... Non ricordò nemmeno chi fosse, ma volle guardare; guardò.
Una — la sorella — era davanti allo specchio e si pettinava. L’altra, un po’ curva sul catino, si lavava le mani. Erano semivestite ambedue. Luisa, con il busto ancor serrato ed una sottanella corta che le copriva le caviglie, teneva le braccia sollevate dietro la nuca, girandosi con una mano la treccia e con l’altra puntandovi qualche forcina. Egli vedeva le sue spalle rotonde fare una bella piega di carne intorno all’orlo del busto cilestrino ed il volto sorridente riflettersi, con un pettine fra i denti, nello specchio incline. Mai la sua semplice sorella gli era parsa leggiadra così.
E l’altra, egli la vedeva di pieno, con le rotonde braccia quasi tuffate nel catino, avendo riflesso nel volto il piacere dell’acqua fresca sul calore della pelle trasudata. Non aveva più che la camicia indosso, la camicia da giorno, scollata, non tenue, ma che traverso la luce delineava con mollezza i contorni della persona opulenta. Vedeva l’acqua luccicante scorrere giù in rivoletti per le braccia grasse, vedeva il seno florido espandersi mollemente ad ogni oscillazione del corpo, vedeva i duri capezzoli sbocciare, quando s’alzava, come ghiande sotto la camicia tesa.
Non molto si lisciarono. Una, la prima, se n’andò verso il letto; con le mani riverse dietro la schiena slacciò il copribusto leggero, le mutande gonfie; con le mani un po’ irose contro la resistenza degli uncini disfece il busto che conteneva la snella ricchezza del suo corpo e si strofinò con le palme, sopra la camicia un po’ arricciata, da pelle solleticosa. Poi si fece passare sopra il capo la camicia da notte, lunga e chiusa come una tunica, lasciò che l’altra di sotto le scivolasse ai piedi, sedette su la sponda, incrociò le gambe per togliersi le scarpine, le calze, poi, frettolosa nel suo timore, si cacciò sotto il lenzuolo.
Ma colei ch’era sopra il catino, amava più indugiare. Tuffò nell’acqua la faccia, e quando la trasse gocciolante, rise, parlò. Si mise a camminare per la stanza, rasciugandosi. La sua pelle riceveva dallo strofinìo del lino un più vivo colore. Ora egli la vedeva interamente, in quella corta camicia che scopriva i polpacci tozzi, le caviglie un po’grosse. Vedeva la forma rigogliosa della sua carne piena di tremolii, di curve. Andò alla pettiniera e s’incipriò le braccia, il collo. Certo non pareva così raffinata e lisciarda com’era, quella calma Eugenia! Fece un giro per la camera, trascinando le pianelle di panno, lasciò calare una cortina, distese la gonna su gli appoggiatoi d’un seggiolone, poi trasse il pettine dal nodo dei capelli, e le trecce caddero giù per le spalle, in disordine. I suoi capelli non eran lunghi, ma folti; in quella luce parevano quasi neri. Allora li prese tutti in un pugno, se li fece passare sovra una spalla, li contorse, e legatili nel mezzo con un nastro, li ricacciò indietro. Rideva; era contenta di sentirsi libera e rinfrescata.
Parlarono.
Colei ch’era nel mezzo della camera domandò alla compagna, ch’erasi coricata:
— Vuoi già dormire?
L’altra stirò le braccia voluttuose, le gambe già pigre, diede un lieve sbadiglio e con la voce piena di sonno rispose:
— No... ancora non vorrei dormire.
L’Eugenia andò verso il proprio letto, ch’era vicino all’altro, raccolse la camicia da notte stesa su la coltre e vôltasi al letto dell’amica la buttò di traverso sul corpo di lei che giaceva.
— Come diventa liscia la pelle con un po’ d’acqua ed un po’ di cipria! — disse alla Luisa. — Tocca.
Ella trasse dal lenzuolo un braccio, e poichè la manica troppo larga le si era in quel movimento ripiegata fin sopra il gomito, col mezzo braccio ignudo toccò il braccio dell’altra, che le stava presso. E lungamente lo toccò, soavemente, con una specie di delizia, con un semiriso di piacere.
— È vero, — fece. Carezzò di nuovo: — È vero. — Poi chiuse gli occhi.
— Tu hai sonno, — disse quella che amava indugiare.
L’altra riaperse gli occhi e rispose:
— Anzi non ho sonno. Discorriamo, se vuoi.
Pigramente l’Eugenia slacciò i bottoni che le tenevan la camicia su la spalla, ed appoggiatasi contro la spondadel letto perchè non scivolasse interamente, se la lasciò cadere fino alla cintola. Il corpo ne sbocciò fuori come una pannocchia dal cartoccio.
Ora le sue reni profonde, poco arcate, larghe, apparvero intere a chi guardava. E i fianchi troppo robusti apparvero, e di scorcio la tondezza del ventre, il dondolìo di quei due seni grandi, un po’ cascanti, quasi sciupati. Con le due braccia incipriate se li accarezzò lentamente, poi li contenne, sollevandoli, non nei palmi delle mani ma sui polsi e su gli avambracci. Rideva e guardava l’amica, tra sfacciata e confusa.
— Un po’ troppo?... — interrogò.
— Forse... — disse l’altra. E risero.
— Tu, meno assai...
— Sì... — Ma per pudore si rannicchiò nel lenzuolo.
Tuttavia la curiosità di quel discorso e di quella vista la pungeva.
— Mi hanno detto che si può dimagrirli, e indurirli... Sono un po’ molli...
— Ah, sì?...
— Tocca...
— Ma no... — fece, con un riso, la più timida.
— E perchè?
Ella sporse la mano, toccò quasi con timore, in fretta, l’uno, l’altro, le punte, poi ritrasse la mano come scottata.
Allora l’Eugenia aperse pian piano, dal basso, la camicia da notte, e vi si cacciò dentro come in una fodera, raccolse dallo scendiletto quella che aveva lasciata cadere, la buttò sopra una seggiola, e piano piano, facendo scricchiolare le molle, si distese a giacere.
Si volsero l’una verso l’altra, sotto i lenzuoli, e risero.
— Tu non pensi mai?... — fece l’Eugenia; poi s’interruppe.
— A cosa?
— Al desiderio di avere un marito...
— Oh... sì...
Poco dopo spensero il lume.