III

III

Il domani ella v’andò nel pomeriggio. Arrigo dormicchiava, steso tutto vestito sul letto. Riparava con quella siesta pomeridiana ad una delle sue faticose veglie notturne. Aveva dovuto rimanere al Circolo fino alle sei del mattino per rifarsi d’un cattivo mazzo di baccarà capitato in principio di sera.

Ella entrò come un colpo di vento nella camera semibuia del fratello, senz’attendere che il domestico l’annunziasse, e, vedutolo giacere, si fermò di botto qualche passo oltre la soglia.

— Come mai? Dormi?

— No, riposo. Vieni pure, Loretta, vieni avanti.

Era il marzo fuori che infuriava, con rabuffi di vento gelido in un cielo rosso.

Egli accese la lampadina elettrica e si volse a guardar la sorella con gli occhi assonnati, tendendole una mano.

— Dunque? — fece.

— Che hai? Non stai bene?

— Sto benissimo; solo mi avete fatto mangiar troppo ieri sera. Non sono avvezzo a quella cucina pesante. Allora tu vieni... ah, sì, per il teatro!

— No, io ti vengo a trovare, perchè ho voglia di discorrere con te. Se sapessi quanto m’annoio! Il vederti è come una festa.

Arrigo sorrise.

— Siediti, Loretta. — E allungò il braccio sul tavolino da notte per prendere una sigaretta.

— Cercami uno zolfanello, piccola.

Ella guardò in giro per la camera e quand’ebbe trovatala scatola, venne presso il letto e si chinò sul fratello per accendere la sigaretta ch’egli teneva tra le labbra.

Poi, amichevolmente, gli passò la mano su la fronte.

— Dammene una, — diss’ella, sedendo su la proda del letto.

— Fumi anche tu?

— Sì, qualchevolta, di nascosto.

— E non ti fa male?

— Male? Tutt’altro!

Ella prese una sigaretta fra le labbra sottili, si chinò ad accenderla su la brage di quella che fumava il fratello, accavallò le gambe una su l’altra e rimase a guardare il fumo, che, simile ad una larga sciarpa, le rannuvolava intorno. Aveva in quell’attitudine un non so che di frivolo, di leggiadro e d’impertinente, che la vestiva d’una grazia squisita.

— Senti, Arrigo, — ella fece dopo una pausa; — il tuo domestico mi ha guardata in un modo strano e quasi non voleva lasciarmi passare. Certo mi ha presa per una tua amante... Ne vengono molte qui?

— Sì, qualcuna, — egli ammise ridendo.

— Allora io gli ho detto: «Sono sua sorella»; e son venuta avanti. Ma forse non mi ha creduto. Poco male!

— Ora lo chiamerò, — disse Arrigo, — perchè prepari una tazza di tè; così farete conoscenza.

Premette sul campanello e Filippo indi a poco apparve, dopo aver bussato cautamente all’uscio.

— Vieni, vieni avanti! — lo esortò Arrigo. L’altro s’avanzò, con una certa cautela, inchinandosi.

— Vedi questa bella signorina?

— Certamente, signor Arrigo, — fece il domestico, sorridendo con un di que’ sorrisi ambigui e scaltri che distinguono il servo iniziato alle segrete galanterie del suo padrone.

— Bene; preparale un buon tè, ma prima esci a comperare una dozzina di «marrons glacés». È mia sorella.

— Sua sorella, signor Arrigo?... Toh!... non lo volevo credere. Infatti, infatti le somiglia!

— Eh, sì, come due gocce d’acqua!

Tutto questo divertiva la fanciulla, e dava un sapor nuovo d’intrigo e d’avventura galante, sebbene il protagonista non fosse altri che suo fratello.

Il domestico se ne andò.

— Hai sonno ancora, forse?

— No, mi sono riposato abbastanza; rimango disteso per pigrizia.

— Aspetti gente?

— Nessuno.

— Allora mi farai vedere tutto l’appartamento?

— Certo.

— Quante camere hai?

— Sei, ed una camera per il domestico, il quale però dorme fuori.

Loretta ebbe un colpo di tosse.

— Vedi che la sigaretta ti fa male! Buttala via.

— Non è la sigaretta, — protestò la fanciulla, tossendo ancor più. — È solo un po’ di fumo che m’è sceso in gola.

— Buttala via.

— Sono turche?

— No, egiziane. Siediti bene, Lora. Stai su l’orlo del letto e finirai con scivolare giù.

Coi movimenti pigri d’un uomo assonnato, egli si trasse un po’ di fianco per lasciarle posto. Ella sedette meglio e non giunse più coi piedini a toccare lo scendiletto.

— Che letto grande, hai, per bacco!

— Si sta più comodi.

— Eh, già, ho capito... — ella disse ridendo.

— Cos’hai capito?

— Mah!...

E volse la testa per nascondere un certo rossore che le saliva involontariamente al viso.

— Sei una birichina tu! — esclamò Arrigo, battendole una mano su le ginocchia.

Poi si mise a guardarla, attento attento, con una specie di stupore.

Era bellina, era tutta bellina, dalla punta del piede al ciuffo di capelli biondi che le sfuggiva su la fronte, sotto il cappello di paglia rilucente come il grano. L’abito lemodellava il busto, non esiguo sebbene immaturo; le serrava la vita, che poteva tutta chiudersi nel cerchio di due mani. Teneva le gambe accavallate, il gomito destro appoggiato sovra un ginocchio, per regger alta la mano mentre fumava.

La sua carne dava quella sensazione di morbidezza e di freschezza che dànno il velluto e le rose; i suoi occhi, d’un color nero splendente, parevano troppo grandi per il suo viso fino. Nelle caviglie, nei polsi, nel collo, in tutte le giunture, aveva, pur stando ferma, una straordinaria pieghevolezza; soltanto c’era in lei, cosparso per tutta la sua persona, qualcosa di colpevole, d’irritante: e questo era pur nella sua voce, ne’ suoi gesti, nella maniera che aveva d’appoggiarsi, di toccare, di sorridere, nell’odore stesso di lei, che le viveva intorno come il profumo colpevole della sua nudità.

— Sei carina, — disse Arrigo, quasi parlando a sè stesso.

— Trovi anche tu? — ella fece con impertinenza.

— Come «anche tu»?

— Perchè me lo dicono spesso.

— Davvero? E questo ti lusinga?

— Un po’... un po’... certo!

— Oh, guarda... — fece Arrigo, prendendole il polso.

— Che c’è?

— Un braccialetto d’oro! Hai un braccialetto d’oro?

— Sicuro, — disse la sorella, nascondendo il braccio dietro la schiena.

— Fammi vedere.

— No.

— Via, lasciami vedere!

E levatosi un poco, cercò di afferrarle il braccio. Ella volle resistere, si piegò nella cintura, si curvò sopra di lui, premendolo con tutto il suo corpo, affinchè non giungesse a prenderle il polso che aveva teso all’indietro. Ed entrambi indugiarono in quella scherzosa lite, che li faceva urtare l’un contro l’altra, quasi con un senso di sottilissimo piacere.

— Allora te lo mostrerò io, — diss’ella.

— Bene.

Se lo tolse dal polso e glielo diede.

Era una treccia d’oro, dalle maglie a doppio nodo, con un fermaglio di brillantini.

— Chi ti ha dato questo braccialetto?

Ella rispose con una voce punto persuasiva:

— Nessuno; me lo son comperato io.

— Chi ti ha dato i denari allora?

— Toh!... io.

— Tu? Impossibile!

— Non credi? — ella fece, sorridendo della sua menzogna.

— Oh, ma qui c’è scritto qualcosa?

Nel fermaglio infatti era incisa una leggenda.

— Puoi vedere quel che c’è scritto? — ella domandò con allegrezza.

Egli si protese verso la lampadina perchè l’incisione era minutissima.

—Honny soit qui mal y pense...

Arrigo si volse attonito a guardar la sorella.

— Perbacco! — esclamò. — Spiegami dunque tutta questa faccenda...

— Ma non c’è nulla di spiegare:Honny soit...

— Sì, capisco; ma voglio dire chi te l’ha dato?

— Io... io... — ribadì Loretta, cantilenando, con un’aria di derisione.

— Via, non raccontarmi fiabe! Questo sa...

— Di cosa?

— Di galanteria, di regalino amoroso...

— Ma no!... — ella rispose con voce canzonatoria.

— Vediamo; hai forse qualche piccolo intrigo?

— Sei pazzo! — E scoppiò in una bella risata.

— Loretta, sii sincera... Hai qualcuno che ti corre appresso? Qualche innamorato che ti fa la corte? A me lo puoi dire.

— E allora? se fosse? — domandò la fanciulla, con un sorriso provocante.

— Se fosse... ebbene, se fosse... — egli rispose con un certo impaccio, — io non mi metterei certo a farti la morale; ma non vorrei nemmeno che tu ti lasciassi abbindolare dal primo venuto.

— Sai, non sono stupida, io! — E mise nelle parole una sottile scaltrezza.

— D’accordo. Allora dimmi chi è. Dimmi tutto, apertamente. Puoi bene aver fiducia in tuo fratello, tanto più ch’io non sono severo e che ti voglio bene.

Parlava con una certa ansia, punto dalla curiosità, stranamente angustiato. Egli stesso non capiva bene perchè un simile fatto gli cagionasse tanta irritazione.

— Scommetto che tu lo conosci, — ella disse, dopo aver lungamente riflettuto. — Anzi, so benissimo che lui conosce te.

— Cosa dici? — fece Arrigo impaurito.

— Non temere: non gli ho mai detto chi sono veramente. Abbi fiducia in tua sorella: ti ripeto che non sono sciocca, io...

— Ma dimmi dunque chi è questo tale!

— Il nome non te lo posso dire. È uno che ha cominciato con venirmi dietro per istrada; un giovine distinto, con la faccia pallida; è alto quasi come te: molto elegante.

— Sì, e poi?

— E poi niente. M’è corso appresso durante un mese; mi aspettava ogni giorno. È timido. Poi ha cominciato con salutarmi; una volta finalmente s’è fatto coraggio e mi ha parlato.

— E tu?

— Io?... Niente. Ho tirato innanzi. Mi ha chiesto di potermi scrivere una lettera. Io, per curiosità, e per levarmelo d’attorno, gli ho detto che mi scrivesse fermo posta e gli ho dato un nome falso. Prima venne una lettera, poi due, tre, quattro... una tutti i giorni alla fine.

Entrò Filippo con il vassoio del tè.

— Metti lì sulla tavola e va pure, — disse Arrigo.

Il domestico obbedì in silenzio.

— E adesso, — riprese Arrigo, — ti regala braccialetti! Dunque vuol dire...

— Niente vuol dire! Abbi pazienza. Ora ti servo il tè, poi ti racconto. Solo giurami di non tradire il mio piccolo segreto.

— Sì, sì, va bene.

Ella empì le due tazze, si mise un marrone in bocca e masticando riprese il racconto.

— Sai: ho visto ch’era una persona ben educata... mi trattava come se fossi chissà chi...

— Alla larga dei cerimoniosi! Dà retta a me.

— No, vedi, quel giovine... Oh, sono eccellenti questi «marrons»!

— Mangia, mangia.

— ... quel giovine dev’essere un po’ sciocco, anzi molto.

— Ma cosa mai ti scriveva in quelle famose lettere?

— Eh!... una quantità di scempiaggini! Ch’era innamorato, che non viveva più, che mi chiedeva umilmente di potermi parlare, che mi avrebbe rispettata sempre... insomma, caro mio, una sera, perchè non venisse a scoprire chi sono e dove sto, gli ho dovuto dare un appuntamento per il giorno dopo.

— Brava!... e dove?

— Al Giardino Pubblico.

Egli aveva un’espressione attenta, indagatrice, irascibile.

— Insomma, Lora, dimmi la verità: tu hai fatta qualche sciocchezza con lui!

— No! ti giuro di no. E a te lo direi, perchè non voglio nasconderti niente. Anzi, mi piacerebbe che noi due si fosse amici, molto amici, e che tu m’aiutassi, mi prendessi un poco sotto la tua protezione, perchè, vedi, anch’io, come te, mi sento attratta a vivere in ben altro modo...

Dolcemente gli aveva presa la mano, lo carezzava, con un gesto pieno di femminilità.

— Va bene, Lora, va bene...

Un turbamento lo assaliva, di quella mano così leggera, di quel volto così vicino al suo.

— Di’... raccontami... Non hai commesso nessuna sciocchezza... davvero?

— Nessuna; ma ci sono andata presso, per dire la verità.

— Ossia?...

— Ecco, ti racconto. Lui ha cominciato con volermi vedere ogni giorno...

— Ma chi è questo «lui»?

— Dopo, dopo... E mi ha proposto di andare in un appartamento, o in un albergo, perchè si fosse più nascosti.Ho rifiutato. Allora cominciò con volermi condurre fuori porta, in automobile, qua e là; si scendeva in qualche alberghetto a ber qualcosa; lui mi tentava in tutti i modi, ma io l’ho tenuto a bada. Non ho gran merito forse, perchè veramente non mi piace. Ossia, da un lato mi attrae, perchè è ben vestito, elegante, non brutto, e dev’essere molto ricco... ma dall’altro non mi dice nulla! non mi va!

— Eppure, in queste gite?... in questi alberghi?...

— Oh, Dio, sai, tentava... Qualchevolta ho dovuto minacciargli di gridare.

— E allora ti lasciava?

— Súbito.

— Davvero?

— Eh, te lo direi, diavolo! O si fa una confessione, oppure si tace, ti pare?

— E come andò a finire?

— Non è finita. È una storia molto recente. Il braccialetto me lo diede quindici giorni fa. E ci ha messo quel motto per farmi comprendere le sue buone intenzioni. Infatti vuol dire press’a poco: «Non c’è niente di male...» Vero?

Arrigo si mise a ridere, e carezzò lievemente il viso della sorella.

— Però, — ella fece, — tu dici «honný» lui mi pare che dicesse «hónny».

— Honný, honný, con l’accento su l’i. Stanne certa.

— Tu lo devi sapere perchè lo parli bene, il francese. Del resto è naturale; avevi un’amante ch’era francese: anzi eccola lì... — Segnava due grandi ritratti della Ruskaia, uno sopra un tavolino, l’altro appeso al muro.

— No, Loretta, quella era una russa.

— E dov’è andata?

— È partita già da un pezzo. Continua.

— Dunque ti dicevo che, nonostante il motto, aveva certe idee tutt’altro che tranquille. E un bel giorno, anzi pochi giorni fa, visto che non gli riusciva di condurmi a’ suoi fini, è giunto a farmi una proposta esplicita... Mi ha detto insomma ch’è innamorato pazzo di me, chenon può più sopportare il tormento ch’io gli faccio patire, perchè se ne ammalerebbe, e che infine, se volessi decidermi, se volessi esser buona con lui, potrei chiedergli, prima e dopo, qualsiasi cosa: me la darebbe.

— E tu?

— Io gli ho detto di no. Gli ho detto di no chiaro e tondo. Ma sono stata un poco in dubbio, per dire la verità. Poi ho rifiutato, pensando che a mutar parere avrei tempo in séguito, caso mai... Vedi, con te parlo apertamente. Si fosse trattato di cambiar vita una volta per sempre, allora sì. Ma so io cos’accadrebbe dopo? Il passo è grave, e non si può farlo che una volta sola. Ne ho vedute ben altre, io!

Egli trasse un lungo respiro:

— Brava, Loretta! sei una ragazza di buon senso. Brava!

E rimase lì a guardarla maravigliato, quasi trasognato, nell’udirla parlare così. Poi lo prese un impeto di amor fraterno, si levò sopra un gomito e le diede un forte bacio su la bocca ridente.

— No, capirai, — riprese la sorella, — un gran merito non l’ho. Se mi fosse proprio piaciuto, se mi fossi innamorata, via, pazienza! Ti confesso che domani, per un tipo il quale m’andasse a genio, forse forse una sciocchezza sarei capace di farla... Ma per lui no.

— Insomma, — l’interruppe Arrigo — si può sapere chi è?

— No, questo non te lo dico; mi secca.

— Sciocchezze! Di cosa dunque hai paura? Che ne parli forse? Sei matta!

— Bene, allora te lo dico; ma giurami di non aprirne bocca, mai, con anima viva.

— È inteso.

— No, dammi la tua parola d’onore.

— Parola d’onore.

— Bene: è il conte Raffaele Giuliani, — disse Loretta pomposamente, con un certo orgoglio di sè.

— Eh!... il Giuliani!? — esclamò Arrigo, scattando su. — Dunque il maggiore, Rafa?

— Sì, appunto, Rafa. Anch’io lo chiamo così. Vedi che lo conosci!

— Perbacco se lo conosco! Lo vedo quasi tutti i giorni. È del mio Circolo, del mio palco, lo trovo dappertutto!... Ma sai, Loretta, che tu, con una imprudenza, mi puoi rovinare?

— Cosa dici?

— Rovinare! rovinare! Se viene a sapere che sei mia sorella, sono perduto. Ecco, Lora, quello che hai fatto! Pensa un po’!...

E prese minutamente a spiegarne le ragioni.

— Ma non lo saprà, non lo saprà mai: te lo prometto, — ella disse dopo aver ascoltato. — Non conosce il mio nome, ignora dove abito, cosa faccio, chi sono. Quanti giri per sviarlo! Capirai: neppur io ci tenevo a lasciargli sapere che siamo bottegai. Vedi, son già più di due mesi che ciò continua e tu non ne hai saputo nulla. Vuol dire che non dubita nemmeno.

— Che nome gli hai dato?

— Un nome a caso: Montaldi.

Egli rimase qualche attimo pensieroso, poi soggiunse:

— Un uomo ricco; ricco sfondato e libero. Il padre non c’è più. Sono due fratelli.

Si lasciò di nuovo afferrare, avvolgere, dall’ombra di un pensiero nascosto, poi ripetè quasi meccanicamente:

— Ricco e libero.

— Che vuoi dire? — fece la sorella.

— Cosa voglio dire non so... Rifletto.

Successe una breve pausa, durante la quale si guardarono.

— Se Rafa... — diss’ella, esitando.

— Se Rafa... — egli ripetè, come per aiutarla.

— ... fosse davvero innamorato di me, potrebbe anche darsi...

— Che ti sposasse? Chissà mai. Per riuscire a qualcosa nella vita bisogna credere con fermezza nelle possibilità e nelle speranze più assurde. Però...

Ella rideva, rossa in volto per il piacere che le davano queste parole.

— Però?... — fece.

— Non lo credo capace di una vera passione, — disse Arrigo, — ma di commettere qualsiasi sciocchezza per un capriccio, sì.

— È appunto su questo che ho contato, — ella rispose con una singolare freddezza.

— Ah?

— Te ne meravigli?

— Un poco.

— Vuoi farmi da moralista ora? Tu? proprio tu? con la vita che fai? — Ella metteva nelle parole una squisita ironia, ed i suoi occhi lo sogguardavan con malizia, facendo battere le ciglia lucenti.

Fra loro si adagiava la mollezza del letto largo e tepido, fra loro aleggiava, come un fumo torbido, l’ambiguità delle parole che dicevano.

— Non da moralista; qui non c’entra la morale, o per lo meno è un affare che riguarda te sola. Ma siccome dobbiamo parlarci chiaro, ti avverto che io non ti lascerò divenire l’amante del Giuliani.

— Ah?... E perchè?

— Me lo domandi? Sono tuo fratello prima di tutto...

— Poi?

— Poi, non credo che ti convenga.

— Oh, bravo! Adesso ragioni meglio.

— Non credo che ti convenga in nessun modo, ma sopra tutto non così leggermente com’egli forse immagina.

Ella si fece piccola, carezzevole, insinuante come la più scaltra donna, e curvata un poco sopra di lui, quasi pareva che tentasse di fasciarlo nell’insidia della sua femminilità.

— Aiutami Rigo... — ella disse.

— Io?

— Sì, tu, proprio tu, Rigo! Lascia da parte i rigori da fratello maggiore... Fra te e me si può fare un patto. Io conosco la tua vita meglio che tu non creda; tu non conosci nulla della mia, però ti rassomiglio. Vorrei, come te, giungere lontano, il più lontano che sia possibile: per quale strada non importa. Guardami: ti sembro nata perfare la bottegaia? E non ne ho voglia, sai! Tu solo puoi comprendere con quanta forza non ne abbia voglia... Senti: ho pensato qualchevolta di scapparmene via di casa e venire da te. Insieme si vivrebbe forse bene.

— Tutto quello che mi dici è un poco strano, — egli rispose, turbato.

— È strano, ma è vero. Perchè non puoi ammettere che anche a me, come a te, sorrida una vita più bella? Probabilmente Rafa non mi sposerà, ma potrebbe in altro modo essere l’uomo al quale dovrei la mia fortuna.

— Quest’altro modo, — egli la interruppe, — vorrebbe dire vendersi.

— Rigo... — ella fece con un’aria canzonatoria. Ma quella sola parola chiudeva un infinito scherno; pareva quasi domandargli: E tu? — Egli comprese l’ironia della sorella, tuttavia scosse il capo.

— Non posso, non devo ascoltarti! — esclamò duramente. — Almeno, se vuoi far questo, non raccontarlo a me.

— Forse lo farei lo stesso, e lo farei male. Mentre, se tu m’aiuti, Rigo, se mi consigli, se mi guidi con l’esperienza che hai, mi sentirò sicura. E non ne saprebbe nulla nessuno; sarebbe un patto silenzioso fra me e te, fra noi due soli... Perchè, vedi, ho per te un sentimento, una simpatia, una fiducia, non di sorella, ma più forte... Nel venire qui tremavo un poco, perchè sapevo già che t’avrei parlato di tutte queste cose... Ora che sono qui, mi sembra quasi che tu abbia un altro nome, e che non sii tu...

Gli diceva queste parole pianamente, con una intonazione quasi ambigua, con tutta l’anima sul fiore della bocca, nel desiderio d’essere intesa.

— Rafa non mi piace, — esclamò repentinamente, quasichè sentisse il bisogno di fargli questa affermazione. — Non mi piace, ma può essere molto prezioso per me, per noi... Non credi?

— Forse... — egli si lasciò sfuggire.

— Per questo l’ho tenuto a bada.

Nel suo viso di fanciulla splendeva una lucida perversità. Ella interruppe un lungo silenzio con queste parole:

— Ti vedevo così di rado, e pensavo ogni giorno a te. Quando in casa t’accusavano, io ti difendevo sempre. Quando venivi, ero contenta.

Egli si agitò come per un malessere.

— Allora cosa vuoi? — disse.

— Nulla; che tu m’aiuti. Consigliami: t’obbedirò.

— Proprio?

— Sì, sì, si! — esclamò con effusione, serrandogli un braccio.

— Perchè vuoi questo?

Ella arrossì un poco, indugiando nel rispondere.

— Così... voglio essere la tua amica...

— Ma se io, senza volerlo, ti consigliassi male?

— Non fa niente. Poi non sarà.

Egli rise, d’un riso torbido.

— Ne sei certa?

— Oh, sì!

Il velo del paralume diffondeva per la camera una dorata penombra, e da quel chiuso, da quella coltre, da quelle parole, saliva per entrambi un insopportabile calore.

— Allora, — egli disse con una voce lenta, — io vorrei prima tentare che ti sposasse. Ma per questo non c’è che un mezzo, quantunque ardito e pericoloso per me: lasciargli appunto comprendere che sei mia sorella, senza che tu glielo dica. Ci veda insieme, per esempio.

Ella non riflettè neppure un attimo; quella proposta le parve ammirevole.

— Sì, Rigo! — esclamò, battendo le mani per la gioia.

— Dimmi: sei ben certa che Rafa non sappia assolutamente chi sei?

— Certissima! E so inoltre una cosa: che posso fargli credere tutto quello che voglio.

— Infatti avevo inteso parlare di questa sua nuova passione, ma non immaginavo mai che fossi tu.

Risero entrambi ed ella esclamò: — Quel povero Rafa!...

— Ma dove ti sei fatta così donna? — domandò Arrigo.

— Bah!... ho molte amiche; le vedo coi loro amanti; imparo. Poi, non so... forse questa è la mia natura.

— Dunque, — diss’egli repentinamente, — combineremo tutto fra noi: quel che si deve dire o nascondere, fare o non fare. Intanto potremo una sera andar a teatro insieme.

— Sì?... — ella fece, con un grande palpito, nella commozione che le stringeva la gola.

— Bisognerebbe tuttavia che tu avessi qualche bell’abito.

— Non ne ho.

— Va da una buona sarta e comándane. Falli mandare qui, perchè a casa non conviene.

Anna Laura non sapeva rispondere.

— Belli, — seguitò Arrigo, — e non badare al prezzo. Ci penserò io. Anzi verrò con te per sceglierli; me ne intendo un poco. Le sere che andremo a teatro uscirai di casa vestita come al solito, qui ti cambierai. C’è tutto: pettini, cipria, ferri, forcine; quel che non c’è, si compera.

— Caro! — ella esclamò con trepidazione, buttandogli le braccia intorno al collo. — Come ti voglio bene!

Egli finse di non ascoltare, prese un tono d’indulgenza e di protezione, quasi volesse accontentare i capricci d’una piccola bimba.

— Ci voglion anche altre scarpine; le tue son belle ma non vanno per sera.

— Eh, lo so!

— Falle fare.

— Sì. Mi piacciono d’un certo cuoio che ha un colore tra il viola e l’oro, finissime. Le ho vedute in una vetrina. Piacciono anche a te?

Agitava il suo piedino, parlando.

— Sì, certo.

— E le calze? ti piacciono le mie calze? Guarda.

Lì, com’erano, quasi abbracciati, ella protese la gamba fin su l’orlo del letto e rimboccò la gonna lestamente sopra la caviglia nervosa. Eran calze a traforo, di finissimo filo, con la freccia che s’aguzzava su la rotondità del polpaccio. Egli fece l’atto di carezzare quella caviglia, sopra la calza fina, su la bianca trasparenza della sua nudità, quella caviglia che usciva troppo scoperta fuor dalla balza di seta. Ma si trattenne come intimidito,e nel silenzio che pendeva, dolcemente si sciolse da lei, dolcemente la respinse.

— Ti piacciono? — ella domandò ancora, col suo sorriso di fanciulla e di femmina.

— Sì... ma vattene, Lora! È tardi.

— Che ora è?

La sua voce pareva un sottil zampillo d’acqua.

— Non so che ora... Ma è tardi... è tardi...

— Vengo domani?

— Sì.

Egli stette lungamente fisso verso la porta per dove la sorella era uscita.


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