IV
Tornò il domani, tutta fresca, tutta ilare, odorante come la primavera nuova che fioriva di graste i davanzali.
Filippo, nell’anticamera, si mise a trattarla con gran dimestichezza:
— Buongiorno, signorina! Le domando scusa per l’equivoco di ieri; ma proprio non sapevo...
— Oh, non importa! Ora lo sapete; va bene?
— Il signor Arrigo non mi aveva mai parlato di lei.
— Dov’è Arrigo?
— Si veste; ha preso il bagno or ora. Vado súbito ad avvertirlo.
— Non importa, ci vado io.
Col suo passo che non faceva romore andò lesta verso la camera del fratello, battè all’uscio due colpi leggeri.
— Posso entrare? Son io, Loretta.
— Ah, sei tu? Veramente... ma entra pure, se vuoi.
— Come sei bello in accappatoio! — ella esclamò appena entrata. — È questa l’ora di prendere il bagno? Sono le tre del pomeriggio, pensa!
— Questa mattina mi svegliai troppo tardi e non ebbi tempo, — disse Arrigo. — Dunque, come va?
— Non c’è male; ho visto Rafa adesso adesso.
— Ah, sì?
— Ieri avevo un appuntamento con lui alle quattro; non vi sono andata per venire da te. E stamane, alla Posta, ecco súbito una sua lettera disperata. Non ho potutoevitare di vederlo oggi. Però me ne sono liberata in fretta; eccomi qui.
Arrigo era seduto presso la finestra, di fronte alla specchiera, e, con molte forbici, ferri, legnuzzi e pomate si andava nettando le unghie, che a poco a poco rilucevano. Aveva i capelli ancor tutti arruffati, umidi, e fumava, come di consueto.
— Cos’adoperi per le unghie? — domandò la sorella.
— Una pomata francese che si chiama «Roséine». È buonissima.
— Costa cara?
— Cinque lire il vasetto.
— Peuh, non c’è male!
Si avvicinò alla specchiera, sporgendosi un poco sopra la spalla del fratello e si guardò nello specchio. Non aveva messa veletta quel giorno; la sua pelle era fresca e rosea, le sue labbra splendevano e sorridevano anche quando eran chiuse. Lora se ne compiacque ed osservò:
— Mi sta bene questo cappello, non ti sembra?
Era di paglia, d’un’azzurra paglia lucente, con la falda rovesciata e la cupola molto alta. Aveva una guarnizione di rose rosa ed un nodo ampio di tulle. I suoi capelli riempivano tutto il vuoto dell’ala con un bel disordine di riccioli biondi. Arrigo la guardò nello specchio, sollevando rapidamente gli occhi dalla cura delicata che lo teneva intento.
— Sì, Lora, ti sta molto bene, — disse; — oppure sei tu che stai molto bene con quel tuo cappello.
— Però, come tutto è caro oggi! Un cappellino semplice semplice come questo: sessanta lire. Una rovina!
Il fratello sorrise.
— Eh, già! A te par niente, perchè sei avvezzo con certe signore che spendono per un cappello molte centinaia di lire. Ma io, vedi, faccio miracoli!
— Mi domando appunto come riesci a vestirti così benino coi pochi denari che ti passano in casa?
— Come faccio? Come faccio? Non credere che mi riesca facile. So io quel che debbo faticare! Ho un grosso conto dalla sarta, uno dalla modista, un altro dal calzolaio,e mi faccio fare la biancheria per la metà di quel che costerebbe, in un negozio dove sono amica della padrona.
— Ma come mai ti fanno credito?
— Quando posso dò loro qualche acconto. Poi le mie fornitrici son donne furbe; m’hanno guardata in faccia ed hanno compreso bene che un giorno o l’altro pagherò.
— Ah, vedo!... — egli fece, tra maravigliato e ironico.
— Poi, per esempio, certe camicette me le faccio da me; certi cappelli di anno in anno li rinfresco, li rinnovo con poche lire; le sottane qualchevolta le dò a tingere... Insomma è tutta un’arte che tu non puoi comprendere.
Arrigo non cessava dallo strofinarsi le unghie, mentre gli errava un sorriso indefinibile su l’orlo della bocca.
— E se te li pagassi io questi conti, ne saresti contenta, Loretta?
— No, Rigo; non voglio che tu spenda per me. Sei buono, ma non voglio. Del resto non darti pensiero: c’è tempo, e se qualcuno deve mettersi la mano in tasca, preferisco sia Rafa.
Così dicendo ella si mise a ridere.
— Dunque ne riparleremo.
Ella stava davanti alla specchiera e con la mano s’accomodava i riccioli.
— Il vento mi ha spettinata; dammi una spazzola, Rigo.
Egli le tese una spazzola d’avorio, larga e piatta.
— Oh, guarda! È piena di capelli! Capelli di donna. Che birbante sei! Guarda...
E trasse dai crini della spazzola un capello nero e lucente, che depose con molti riguardi su la manica del suo accappatoio.
— Quello sciocco di Filippo si dimentica sempre di ripassare le mie spazzole! — osservò Arrigo.
— Dammi un pettine, le ripasserò io.
— Tu vuoi farlo?
— Ma sì, che importa?
Gli sedette accanto, sopra una seggiola, e cominciò a ripulire la spazzola.
— Ma ne perde, sai, quella brava donna! — esclamòcon una risata; e soggiunse: — Però sono morbidi. Chi è? Sempre la stessa?
— La stessa, — egli confessò con un rassegnato sorriso.
— La vedova?
— Sì.
— Dove tieni i suoi ritratti?
— Nascosti, perchè vuole così.
— Il Riotti ne parlava col papà molto spesso, ma ho dimenticato il suo nome.
— Clara.
— E le vuoi bene?
— Perchè me lo domandi?
— Così; voglio sapere se sei innamorato.
— Oh, innamorato no! Le voglio bene, perchè è buona. Forse un po’ noiosa, un po’ gelosa... Ma, insomma, t’interessa tutto questo?
— Certo. Devi sapere che sono molto curiosa... di certe cose almeno. Dimmi dunque, dimmi: ne sei stato innamorato?
— Sì, una volta, non proprio innamorato, ma quasi. Ora è passato.
— Perchè non la lasci allora?
— Brava! Tu credi che quando si è cominciato con una signora, sia così facile staccarsene? Poi, qualche volta, vi sono certe ragioni che tu non puoi capire.
— Ti sbagli, Rigo; io capisco tutto.
— Anche più del necessario forse... Ma insomma è una cosa che dura da parecchio tempo, e questa donna mi vuol bene come poche amanti sanno voler bene. Qualche volta la faccio soffrire, perchè in fondo sono un brutto tipo, io!
Egli disse queste parole con gravità, ma ella si mise a ridere.
— Tieni. La spazzola è pulita.
Egli s’alzò, prese un’altra sigaretta e l’accese.
— Ora fammi un piacere, — disse. — Guarda un momento fuori dalla finestra perchè mi debbo vestire.
— Fa pure; mi luciderò le unghie intanto.
E ritrattasi nel vano della finestra, si mise con attenzionea lisciarsi le unghie, raggruppando insieme i ditini affusolati.
— Di’, Rigo, — ella fece, — hai pensato a Rafa?
Egli stava curvo presso il letto ad allacciarsi le giarrettiere.
— Sì, Lora, vi ho pensato, e molto. Ho anche abbozzata la trama di un piccolo romanzo, che tu gli dovrai raccontare dopo che ci avrà veduti insieme. Questa sarà una grande sorpresa per lui, e in fondo avrà forse paura.
— Me lo immagino.
— Gli spiegherai che io sto fuori di casa per certi vecchi dissensi col padre, ch’è un originale, un po’ avaro, un po’ bisbetico, il quale vorrebbe far vivere i suoi figli lontano da quel ceto al quale appartengono. E gli dirai: «Ma ora che sapete chi sono veramente, non posso più conoscervi, per quanto me ne dispiaccia...» Mostra una grande paura di me; fa in modo ch’egli pure mi tema, e accusati d’esser stata una ragazza dalle idee troppo emancipate, la quale, forse per leggerezza, forse per debolezza, si sia lasciata condurre da lui fino a questo punto. Ma digli risolutamente che non intendi fare un passo più in là. È un sentimentale: bisogna che tu gli sappia recitare molto bene la commedia dell’amore; è uno sciocco, avvezzo per solito a riuscire: bisogna che tu gli appaia come l’amante necessaria, ma impossibile, bisogna che tu divenga per lui quello che un’altra non può essere... M’intendi? Gli farai comprendere a mezza voce che la strada verso il tuo letto è un’altra... Tutto questo forse non riuscirà, ma val la pena d’essere tentato. Sopra tutto assicúrati del suo silenzio e nascónditi bene quando gli dovrai parlare. Che nessuno ti veda per carità!
S’era quasi vestito e le parlava ora da vicino, curvo su lei, guardandola. Per qualche attimo la fanciulla restò silenziosa, raccolta e quasi rifugiata contro la persona del fratello che le dava questi suggerimenti. Poi disse:
— Non credo che mi sposerà mai. Sarebbe inutile farci questa illusione.
— Perchè, Lora? Tu non conosci gli uomini. Qualche volta l’esasperazione d’un desiderio conduce a ben altrepazzie. Non mi dicevi che ha perduta la testa? non eri persuasa di poter ottenere qualsiasi cosa da lui?
— Sì, ma veramente non pensavo al matrimonio.
— E cosa pensavi allora? Questo vorrebbe dire che sei anche disposta a....
Ella ebbe un piccolo moto nervoso:
— Bah!... senti... una volta o l’altra....
— Peccato! — egli esclamò con un accento di sincerità profonda, investendo la sorella con uno sguardo ch’era quasi un desiderio di lei.
— Cosa dici, Rigo?
— Dico che è peccato, molto peccato, benchè di questo, in fondo, non vi sia nessun giudice migliore di te.
Egli metteva nel tono della voce una sarcastica irritazione quasi un veemente rancore. Anche la sua fisionomia s’era un poco mutata.
— Dici che è peccato? — ella rispose dopo una riflessione. — Ma, ragiona: che avvenire ho io davanti a me, nel quale mi sia lecito confidare onestamente? A parte questo matrimonio, di cui parli ma nel quale non credo, chi altro mi sposerà? Un signore dal quale possa attendermi la vita che voglio, certamente no. E allora chi? Un bottegaio? Un droghiere qualsiasi come quello che ha sposato Luisa? Eh, no, via! Ti sembro fatta per andar a vendere la cannella ed i pani di zucchero? Poi no, insomma! Questi, per me, non son uomini, e piuttosto che fare quella vita mi metterei sottobraccio al primo venuto e me n’andrei via. Ti ho già detto che i miei gusti sono come i tuoi: tu non eri nato per startene in un negozio, e neanch’io. A te piace vestirti bene, avere una bella casa, poter spendere, andare a teatro, frequentare persone eleganti, vivere insomma... e tutto questo piace anche a me. Tu ci sei riuscito come hai potuto... anch’io sono pronta a riuscirvi come potrò.
Parlando, gli era venuta vicino e familiarmente or l’aiutava ad allacciarsi le brettelle, come se non vi fosse alcun impaccio fra loro. Eran davanti l’armadio a specchio e si vedevan riflessi tra il contorno della camera.
— Forse non hai torto, — disse Arrigo, dopo avervi pensato. — Io son del parere che ognuno debba cercare nella vita la sua migliore felicità. Sopra tutto non ti posso disapprovare io, che te ne ho dato l’esempio. Certo però, come fratello, dovrei parlarti altrimenti.
— Oh, Dio!... tu sei così poco mio fratello! — ella esclamò con una singolare timidezza. — Nella nostra casa non sei stato quasi mai, ed ero bambina quando c’eri. Se venivi a trovarci, mi pareva che venisse un estraneo, del quale ogni volta ero più curiosa. Tutto quello che raccontavano di te mi dava una sensazione strana.... — Fece una pausa, poi soggiunse abbassando gli occhi: — Senti... è sciocco forse quel che dico, ma quando vengo da te, certo non penso di andare da mio fratello.... — Esitò ancora, poi disse: — Mi sembra quasi d’andar a trovare un amante....
Quand’ebbe pronunziata la frase un poco temeraria, se ne fece rossa e guardò negli occhi il fratello, pur vergognandosi della propria confusione.
— Ah, sì?... questo ti sembra? — egli mormorò, volgendo il viso, come per occuparsi d’altra cosa.
Durò tra loro un lungo attimo di silenzio, poi egli l’interruppe, dicendole:
— Bene, continua.
Ella parve che avesse smarrito il filo del suo discorso e indugiò a ritrovar le parole.
— Dunque, — riprese infine, — se non è prevedibile ch’io mi mariti, per cosa o per chi mi conserverei onesta?
Egli scrollò le spalle con un moto nervoso e disse:
— Non mi piace sentirti parlare così! — La sua faccia divenne aspramente severa e soggiunse: — Qualchevolta ci si può conservare oneste anche per sè stesse.
— Dici sul serio?... No, via! Per sè stesse! Bel merito! Bel tornaconto! Poi dev’essere anche immensamente noioso! Io, ti dirò, ho avuto la fortuna che Rafa, come uomo, proprio non mi piacesse; altrimenti a quest’ora....
Allora il fratello si mise a ridere.
— Brava! tu almeno sei franca! Dici pane al pane....
— Ci mancherebbe altro che mi mettessi a fingere conte! Sei il solo che mi possa capire e quasi quasi mi diverto nel dirti la verità.
— Dunque ti sembra che debba essere noioso? — egli ripetè, sempre ridendone.
— Sicuro! Perchè, vedi, le ragazze, in genere, queste cose non le dicono... ma in fondo siamo fatte come voi, e qualchevolta...
Non volle spiegar oltre, rovesciò indietro la testolina, con un atto rapido e nervoso ch’ella ripeteva di sovente. Ma quella idea le ritornava e le martellava nel capo. Allor si mise a riderne forte ed esclamò:
— Di’, Rigo... sei un bel tipo tu!
— Io?... perchè?
— Mi guardi con un’aria così maravigliata...
— Pensavo a quello che hai detto.
— Ecco, dicevo che, presto o tardi, bene o male, finirei così. Meglio dunque valermi di questo mezzo per ottenere ciò che mi piace. Anche tu, in fondo, per quanto ne so io, devi press’a poco aver battuta la medesima strada...
E per soffocare la sua risata impertinente, nascose il volto contro la spalla del fratello, che cercava ora una sottoveste nell’armadio.
— Cosa ne sai tu? Cosa ne sai tu?...
— Eh, via, se non lo avessi capito da me stessa, c’è Paolo, e c’è il Riotti, che ne parlano quasi tutte le sere. Ma che buon profumo hai! Dámmene una goccia sul fazzoletto.
Egli prese una boccetta, ne tappò l’orlo con il fazzoletto minuscolo e due volte la capovolse.
— Anche qui... — fece la sorella, segnandosi l’alto del petto, su la mussola fina, che lasciava trasparir la sua gola. Dalla giacchetta sbottonata il petto le fioriva rotondo, come dal gonfio involucro la rosa muscosa che si apre nel mese di Maggio.
— Qui... — disse ancora.
Egli si rivolse la boccetta nel palmo della mano e con una leggera carezza le profumò la gola.
— Ti piace?
— È un profumo delizioso. Come si chiama?
— Chevalier d’Orsay. Lo vuoi?
— E tu?
— Me ne prenderò un altro.
— Grazie.
Le sue narici, nell’odorarlo, avevano la palpitazione di certe lievi ali di api morte, luccicanti come lamine d’oro, che piovono per l’aria, l’estate, quando il vento cade.