II

II

In media una volta ogni mese il farmacista Riotti capitava in casa d’Arrigo, dandosi l’aria d’un uomo risoluto a qualche passo estremo, tutto gonfio di spiriti oratorii e pieno di burbera tracotanza, come chi sa di propugnare invanamente una causa giusta.

Perchè l’ira gli sbollisse, Arrigo lo faceva attendere un buon quarto d’ora, poi gli andava incontro con la sua disinvoltura d’uomo gioviale, tendeva al farmacista la sua mano risfavillante d’una grossa pietra, dicendogli:

— Buongiorno, carissimo Riotti; come va?

L’altro borbottava qualcosa, ch’era un mezzo saluto, profferito in luogo e vece d’una ingiuria.

— Sedetevi dunque! Che buon vento vi mena? Oh, là là... State bene, vedo. Una cera da principe! Novità?

— Signor Arrigo, meno chiacchiere! Io vengo, lo sapete bene, per la solita faccenda.

— Cioè?... Ma sedetevi, dunque! Toglietevi il cappotto, che diamine! Come sta mio padre? È un pezzo che non lo vado a trovare. Come sta? E la mamma?

— Se non son morti ancora, con un figlio come voi, vuol dire che hanno la pelle dura!

— Dunque stan bene. Meglio così.

Ma intanto il Riotti, curioso, indiscreto, cominciava con lanciare un’occhiatina per intorno. Il salotto gli piaceva; gli sarebbe estremamente piaciuto che tutto questo appartenesse a sua figlia, cioè a lui. Si sbottonava il soprabito, rimanendo nel viso più arcigno che potesse. In fin dei conti la spavalderia di quel Rigoletto, a lui familiare sinda quando era bambino, superava il suo buon senso borghese, lo sbalordiva un poco, gli dava quasi quasi una certa soggezione.

Arrigo gli metteva sottomano la scatola de’ sigari — una scatola d’argento martellato, con le cifre in oro — ed il Riotti tastava la scatola in ogni senso prima di mettersi fra i labbri uno di quegli Avana lunghi e panciuti, che col loro fumo gonfio di sapore davano al suo cervello certe deliziose sensazioni esotiche. Poi Arrigo si alzava con premura per versargli un bicchierino di quel suo vecchissimo «Curaçao», che sapeva di fiori d’arancio, e gli lasciava presso la bottiglia nettarea, tappandola bene perchè non isvanisse.

— Dunque, le nozze? — interrompeva bruscamente il Riotti, per tagliar corto a tante cortesie.

— Ah... le nozze! A proposito, come sta l’Eugenia?

— Bene, bene... ossia, come può stare una ragazza ne’ suoi panni.

— Insomma sta bene anche lei; meglio così!

— Sentite, Arrigo, finiamola con gli scherzi! So che adesso appartenete al bel mondo, siete sempre fra conti e marchesi, ricevimenti, pranzi, amanti, e che diavolo so io; ma per me non conta; la parola data non si ritratta, a meno d’essere... a meno d’essere... insomma io v’ho visto bambino, e certe cose ve le posso ben dire!

Arrigo lo aveva sempre tenuto a bada con qualche vaga promessa; ma una volta finalmente perdette la pazienza.

— Bene, sentite, — gli rispose. — Io mi sono avveduto di una cosa: che, per prender moglie, ci vuole la vocazione. Io non l’ho. È triste, ma non l’ho. Non me n’ero accorto finora, ma non l’ho!

— Che c’è di nuovo adesso? — era scattato su il Riotti.

— Sicuro; e volete che ve lo ripeta un’altra volta? Non l’ho! Anzi vorrei darvi un buon consiglio. Cercate di coltivare qualche altro partito per vostra figlia, perchè, se aspetta me, credo che le spunteranno i capelli bianchi.

Il Riotti sgangherò la bocca, come se volesse buttarne fuori la più orrida bestemmia, ma non diede che una specie di enorme sbuffo mentre le sue guance divenivano paonazze.

— Ah, davvero?!... È così? è così? dopo quel che c’è stato?!

— È così, mio caro, è proprio così.

E gli aveva urbanamente volte le spalle, ritirandosi nelle stanze interne dell’appartamento e piantandolo in asso nel bel mezzo di quel salottino elegante, ove, dopo alcuni minuti, il domestico venne ad avvertirlo che s’aspettava gente, sicchè facesse il piacere d’andarsene via.

Il Riotti, sbraitando, se ne uscì. Ma corse a gettar fuoco e fiamme nella retrobottega del povero Ferrante, ch’era l’uomo più paziente del mondo.

In quella retrobottega erano successe varie cose, da quando Arrigo non vi abitava più.

L’occhialaio s’era di molto invecchiato, ed a forza di montar lenti per gli occhi altrui s’era fatto miope a sua volta. Chi faceva prosperare il negozio era piuttosto il figlio Paolo, un buon ragazzo, modesto, economo e mediocre. La figlia maggiore, Luisa, s’era maritata col suo droghiere benestante; aveva già un figlio ed era incinta d’un secondo. Era divenuta grassa oltre il prevedibile; viveva solo per le cure della sua famiglia nuova.

Ma invece la minore, Anna Laura, Loretta, era il grattacapo dei due vecchi genitori. S’era fatta più che mai bellina, d’una bellezza un po’ sfacciata e provocante; si profumava, s’incipriava, si vestiva di fronzoli, civettava, cicaleggiava, era vispa, furba e graziosa come un furetto.

Di sposarsi, lei, non ne voleva sapere; quanti partiti le capitavano, tanti ne mandava in fumo. Aveva, per quella mediocre vita plebea, lo stesso odio che il fratello Arrigo, e ad ogni scena che le facevan i genitori minacciava di andarsene come lui, per vivere alla ventura.

Liberatosi a quel modo del Riotti, Arrigo ebbe una sera la curiosità di rivedere i parenti e sapere qual effettoavesse prodotta in famiglia la sua dichiarazione esplicita in merito al fidanzamento.

Vi andava rarissime volte, e sempre in vettura chiusa, perchè a nessuno potesse mai accadere di vederlo bazzicare in quel suburbio. Ora, nella sua casa, tutti avevano in lui quasi un rispetto diffidente e timoroso.

Quella sera la famigliola pranzava. La luce elettrica, messa da pochi mesi, rischiarava la piccola retrobottega, e, per un’abitudine antica, pranzavano lì, sebbene avessero al pian di sopra una saletta ben mobiliata.

Donna Grazia, nel trascorrere di quei lenti anni, s’era fatto un po’ dura d’orecchio, s’era presi certi malanni reumatici che le davan noia. Come donna di casa valeva molto poco; tutti i suoi meriti si riducevano a saper preparare, insieme con la domestica, certe minestre sostanziose che odoravano per l’intero vicinato. Lui, Stefano, un po’ più curvo, un po’ più calvo, era sempre il medesimo; gli mancavan ora due denti incisivi, il che dava al suo bigio volto una malinconica espressione di vecchia bestia malata. Paolo era un ragazzotto piuttosto incline alla corpulenza, con il cranio tondo come un cocomero, due occhietti buoni e scialbi, le linee del volto precise come quelle del fratello, ma un po’ inselvatichite.

Fra quei tre tipi grossolani, ciò che formava un singolare contrasto era la figurina leggiadra di Anna Laura, con la sua torricella di capelli ben pettinati, con i suoi abiti quasi eleganti e la squisita grazia di tutto il suo corpo, che dava la fresca e odorosa impressione d’un bocciolo di rosa.

— Buon appetito a tutti! — aveva detto Arrigo, entrando.

Gli avevan ricambiato il saluto con una esclamazione di sorpresa, pur senza interrompersi dal pranzare; tranne Loretta, che s’era levata in piedi e gli era corsa incontro buttandogli le braccia al collo e ridendo con un’allegrezza infantile ma un po’ sguaiata.

— Oh, Arrigo! Arrigo! finalmente... — esclamava.

— Come va? — disse il padre, asciugandosi il mento gocciolante.

— Bene, bene, — rispose Arrigo, accarezzando il braccio della sorella e tendendo l’altra mano al padre. — Veramente bene.

Poi si chinò verso la madre per baciarla sui capelli.

— Non pare nemmeno nostro figlio! — ella osservò bonariamente, traducendo l’impressione spontanea che provava nel guardarlo.

— Buona sera, Arrigo, — fece il fratello senza gran che scomporsi.

— Di’: se tu volessi per caso una cucchiaiata di minestra... — offerse il padre quasi con vergogna.

— Eh, sì, ti pare! — esclamò Loretta, che invece di rimettersi a tavola gli farfalleggiava intorno, — ha proprio bisogno dei nostri pastoni, lui!

— Taci tu! — rimbrottò Paolo. — Per una volta ogni tanto si potrebbe anche degnare.

— E perchè no? — fece Arrigo. — Non ho pranzato; ho fame, e la minestra manda buon odore. Su, presto, una sedia e datemene una fondina.

La famigliola si guardò con sorpresa, ed avvenne un piccolo trambusto, per far posto al primogenito che sedeva alla mensa familiare. Le facce dei due vecchi si rischiararono.

— Qua, vicino a me allora, — disse Loretta; e si mise a servirlo ella stessa, con le sue manine svelte, ben curate, che uscivano fuor dai pizzi d’una leggiadra camicetta. Per lei quel fratello estraneo, così pieno di signorilità, così diverso da tutti quelli che bazzicavano in quella bottega, era quasi un corteggiatore, quasi un amante.

E il padre a dire:

— Be’, Arrigo, e gli affari come vanno? È un pezzo che non ti ricordi più di noi.

— Me la cavo, rispose il figlio. — Non ho fastidi in questo momento. Anzi, se vi abbisognasse qualcosa, dite pure.

— Sì, a me! — saltò su Loretta, con un fare civettuolo, che le stava bene. Il fratello la guardò, la guardò con il suo occhio esperto, che involontariamente pareva quasi apprezzarne il valore.

— Sei bellina, sai! — fece d’un tratto. Poi soggiunse: — Allora cosa desideri?

— Quel certo collo di pizzo che una volta mi avevi promesso...

Arrigo si cercò nelle tasche e ne trasse un involto.

— Eccolo qui, — disse. — Vedi che non dimentico.

La ragazza diede un piccolo sobbalzo su la sedia, disfece l’involto, e veduto il pizzo che ambiva, gli occhi, per la gioia, le si fecer lustri e cominciò ad abbracciare il fratello tra continui scoppi di riso.

— Ve’, che buona cipria adoperi! — disse Arrigo, sentendo l’odor fresco delle sue guance. — Chi te l’ha data?

— Eh, quella lì!... — fece Paolo, senza levare il viso dal tondo, con un’aria di sottinteso.

— Quella lì! quella lì!... — rimbeccò Loretta contraffacendo la sua voce. — Cosa vuoi dire?

— Quella lì, — riprese Paolo, caparbio, — è tutto il giorno in giro dai parrucchieri e dalle sarte. Si schiaccia il naso contro le vetrine; non ha in mente che il suo specchio.

— Stupido! — sibilò Anna Laura, stizzosa come una viperetta. E la sua faccia divenne cattiva.

— E per te papà, — fece Arrigo, risolvendosi ad interrompere quel battibecco, — per te ho portata una pipa di schiuma. Guarda se ti piace, se no te la cambio.

Gli tese un astuccio ricurvo, contenente la pipa istoriata, con il bocchino d’ambra.

— Maraviglia! maraviglia! — esclamò il vecchio, lasciando cadere il cucchiaio. La guardò per ogni verso, la tastò quasi con religione: — Maraviglia! — Poi la trasse fuori dall’astuccio e la mostrò alla moglie.

— Per Dio! — esclamava. — Chissà cosa l’avrai pagata!

E senz’asciugarsi la bocca se la prese tra i denti.

— Sembra la pipa d’un signore con attaccato un portinaio! — disse ridevolmente Loretta, che si provava il suo collo di pizzo. Arrigo intanto mangiava ghiottamente, a piene cucchiaiate.

— Che minestra, mamma mia! Che minestra! Era un secolo che non avevo gustato qualcosa di simile!

— Ti piace? — domandò Anna Laura con una smorfia.

— Per bacco! E datemene ancora!

La vecchia madre, tutta confusa dal complimento come se le venisse da un estraneo, prese la fondina del figlio, la riempì di nuovo e gliela porse.

— Nei ristoranti dove tu vai devi mangiare ben altra roba, — fece, come per iscusarsi.

— Eh, no mamma! Dopo tutto, una buona minestra fatta in famiglia è ancora la cosa migliore.

— Bravo, Arrigo! Dillo un po’ alla Loretta, che tira sempre su il naso! — intervenne Paolo. — Per lei ci vogliono le pernici!...

— Tu mischiati dei fatti tuoi, fammi il piacere! — gli rispose con dispregio la ragazza. E versò ad Arrigo un bicchier di vino; un buon vinetto onesto, che sgorgava dal fiasco a piccoli fiotti con uno scintillìo di rubini.

— Buono, — fece Arrigo, assaggiandolo. — Ma voi vi trattate da principi!

— Ci vuoi prendere in giro, eh? — disse con indulgenza il padre, ch’era commosso per la sua pipa.

— Io? Tutt’altro! Come volete che vi prenda in giro? Dopo tutto non sono forse in casa mia?

Gli faceva bene al cuore quel po’ di riposo familiare in mezzo alla sua vita piena d’infingimenti e di scaltrezze.

— Questo sempre, — gli rispose il padre. — Ma ci stai così poco tu, che deve parerti una casa di forestieri.

La domestica, tutta rossa per la visita del signor Arrigo, portava in tavola un piattone grande, su cui c’eran manzo lessato e certe costolette di maiale che ancor scricchiolavan nel burro in cui s’eran cotte. In mezzo torreggiava un gran mucchio di patate, messe male, ma appetitose. Giovanna, la serva goffa e timida, borbottava che, se l’avessero avvertita prima di quella visita, avrebbe fatto andare un pollo.

Ad Arrigo diedero i pezzi migliori, gli empirono tre o quattro volte il piatto, ed egli mangiò, mangiò con una fame inconsueta, fino ad esserne obeso. Il gagliardo suo stomaco plebeo si rifocillava di quella sana ed onesta cucina, quasi per rivalersi dei costosi manicaretti, ch’eran talvolta troppo lievi alla robustezza della sua fame.

E intanto che mangiava quella carne bollita su la brage del suo focolare, qualcosa tuttavia gli si rimescolava dentro dell’antica origine, un sentimento incerto fra l’affetto ed il benessere, fra la buona digestione e la tenerezza filiale, fra la gioia del sentirsi il ventre pieno ed il piacere di potersi abbandonare malamente, come il suo padre, su la seggiola robusta, e poggiare, se gli piacesse, i gomiti su la tavola, e molestarsi a lungo i denti con uno stecco, ed eruttare, se gli piacesse, il troppo fiato che aveva nel corpo satollo, e sentirsi con placidità salire alle guancie quella vampa dilettosa che dà il buon vino e la buona vivanda, nell’ora fra tutte più bestiale e più umana in cui l’alimento sta per tramutarsi in sangue, distribuendo per ogni vena la sua fertile sostanza di vita.

Sentì allora l’impaccio del solino troppo alto, sbottonò la sottoveste che gli molestava il ventre, e per un attimo si ritrovò con piacere ad essere il figlio dell’occhialaio, il fratello di quel selvatico Paolo, che ora, nella sua stessa positura, gli somigliava singolarmente. E parlò, e parlò, narrando molti casi della sua vita, che scorreva nei saloni eleganti, fra le signore anemiche, dal profumo che dà l’emicrania, fra i giovani cicisbei a’ quali si sentiva di poter con un pugno fiaccare le reni; parlò con quella ironia piena di sale con cui l’uomo plebeo narra dell’aristocratico, e per un momento gli piacque d’essere nella sua famiglia, nella retrobottega rinnegata, fra gli odori della cucina, e vedendo per una scostatura della tenda scintillar gli occhiali nella mostra illuminata.

Ma questo non potè durare che il tempo della prima digestione; poi tornò ad essere l’estraneo, che in fondo si vergognava della sua casa. Il padre, la madre, quel dissimile fratello, non lo interessarono più.

Ora, chi attraeva la sua pertinace attenzione era Loretta; Loretta che aveva mangiato poco, ch’era in camicetta di seta, con i capelli a riccioli e l’unghie pulite, che sapeva di cipria fina e portava le scarpette a punta, scollate, sotto una caviglia estremamente sottile.

La tovaglia macchiata, quella zuppiera e que’ tondi vuoti, ch’erano rimasti lì, sopra una credenza, quell’odore di tabacco ordinario che spandeva intorno la pipa del padre, finirono con dargli ai nervi, ricacciandogli addosso d’un colpo tutta la vergogna d’esser impresso anch’egli dal marchio plebeo di quella umile gente. Guardò l’ora:

— Le otto e mezzo, — fece. — Mi vado a mettere l’abito nero perchè sono atteso a teatro.

— Cosa vai a sentire? — domandò il padre.

— Vado a sentireLoute, una «pochade».

— Roba nuova?

— Che nuova! L’avrò intesa venti volte.

— E allora perchè spendi i quattrini per andar a teatro?

— E magari va in poltrona, lui... — disse la madre.

— No, anzi, vado in palco, — egli spiegò con un riso indulgente. — Ma non spendo nulla.

— Come non spendi nulla?

— Abbiamo un palco in parecchi amici.

— E non vi costa niente?

— Ma che domande! — esclamò Loretta. — Lo si affitta in principio di stagione. Non sapete cosa sia una «barcaccia», santo Dio? Cadete sempre dalle nuvole, voi! E invece di starvene qui a sonnecchiare come ghiri, fareste meglio di condurre a teatro anche me, oppure di lasciarmici andare per conto mio.

— Eh!... quella vipera! — sibilò Paolo con una specie d’odio.

Arrigo salutò la famiglia ed Anna Laura gli passò il soprabito; poi, leggera, gli si appese al braccio ed entrarono insieme nella bottega, come s’ella volesse confidargli qualcosa.

— Vieni spesso a vedermi, Arrigo... — pregò lei sottovoce, traendo un sospiro. — Con questa gente, è una vita insopportabile! Io sono un po’ come te, sai... E proprio non ne posso più!

Egli si fermò a guardarla un’altra volta, con quello sguardo da intenditore, nella luce piena che sgorgava dalla vetrina. Uno strano sorriso gli increspò la bocca.

— Dunque vuoi andare a teatro, tu?

Loretta lo teneva per il braccio. Allora, girandogli di fronte, con un gesto muliebre, un gesto d’amante capricciosa, gli accomodò la cravatta ch’era un po’ di sghembo.

— Eh, sì, vorrei... — disse.

— Bene, ti ci condurrò io.

— Ma è impossibile, caro! — ella fece con un accento voglioso e triste. — Non ho abiti e non posso venire con te, così...

— Già, — fece Arrigo, riflettendo. — Ma non importa; vienmi a trovare, combineremo.

— Sì?... Quando vuoi? — ella esclamò, piena di luce.

— Anche domani.

E le diede un bacio su la bocca.


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