V

V

Una sera, quando la sarta ebbe fatto l’abito, Arrigo andò a prendere Loretta per condurla a teatro.

— Tu le dài troppi vizi! — disse il padre ad Arrigo, poi che seppe lo scopo della visita. E scoteva la sua testa grigia con un atto d’indulgenza rassegnata.

— Via, non essere troppo severo! — fece Arrigo. — Loretta ha voglia di svagarsi; e lo si capisce: è la sua età.

Loretta era già pronta, ritta su la soglia, e trepidava.

— Va bene; ma devi sapere che, d’idee poco serie, questa figliola ne ha già da vendere, — disse il padre con la sua voce mite.

Capitò il Riotti proprio in quel punto. Benchè in dissapori con Arrigo dopo il congedo brusco che ne aveva ricevuto, non seppe frenare la sua maledetta lingua.

— Oh, il ritorno del figliuol prodigo!... — esclamò. — Che bella improvvisata!

Loretta, che non lo poteva soffrire, gli rimandò di botto:

— Se si mischiasse un po’ dei fatti suoi, signor Riotti?

— Veh, la pettegola! — rifece lui con bile.

Arrigo l’onorò di un saluto cerimonioso.

— Prendi le chiavi con te, Loretta; lo spettacolo finirà tardi, — egli suggerì alla sorella.

— Si va dunque a teatro? — osservò il farmacista. — E tu la lasci andare? — soggiunse, rivolto all’occhialaio.

— È il fratello che l’invita, — rispose costui a mo’ di scusa.

— Allora buona sera a tutti, — fece Arrigo.

E prestamente uscirono insieme, il fratello e la sorella, parlandosi piano, ridendo.

— Sei fortunato nei figli! — esclamò il Riotti con una voce quanto mai sardonica. Ma l’occhialaio, per tagliar corto:

— Be’, facciamo la scopa?

— Facciamola pure.

Poi fiatò col suo gran torace, e soggiunse: — Mah... vecchio mio!... se tu avessi avuto il polso più fermo, non ti troveresti ora a far da burattino in casa tua!

E consultò con lo sguardo Paolo, ch’egli sapeva essere del suo parere. Difatti questi non se la intendeva per nulla nè con Arrigo nè con Loretta; quasi mai apriva bocca se il primogenito era presente, limitandosi a ribattere con ironie un po’ grossolane tutti gli argomenti della sorella minore. Nella casa di Stefano i vincoli familiari s’eran andati assai rallentando; la figlia maritata vi bazzicava di rado, assorta nelle cure del suo proprio focolare; Arrigo, da lungo tempo, non vi contava più se non come un visitatore avventizio, che talvolta con la sua presenza metteva un certo impaccio in tutti; Loretta, col suo carattere imperioso e ribelle, stava per seguirne le tracce, mal tollerando i freni della potestà familiare; Paolo invece era quegli che mandava innanzi la bottega: solerte, morigerato, economo, qualchevolta un po’ bisbetico, e nulla più. Egli peraltro, come tutti i mediocri, non evitava di far valere i suoi meriti mediocri, e poichè di tenerezza nè d’affetto non esuberava, rimanevan soli que’ due poveri vecchi, ormai delusi nelle più care speranze, lui, stanco d’una vita inutilmente operosa, lei, che ingrassava ed insordiva ogni giorno, pur restando quella frivola donna ch’era stata in gioventù.

Nello stesso tempo il Riotti s’inacidiva, sfogando contro tutti l’ingeneroso rancore di non aver maritata la figlia. Ora la pigra Eugenia s’era fatta più corpulenta e somigliava al padre in un modo per lei deplorabile. Aveva cinque anni meno d’Arrigo, cioè ventiquattro ormai, e le speranze d’un marito si facevan ogni giorno più rade.Jettatura, non altro che jettatura! — pensava il padre, perchè la ragazza, in ogni senso, era un partito più che appetibile. Ma ella certo non se ne faceva cattivo sangue; era pigra, d’una pigrizia di marmotta; purchè non la facessero faticare, tutto le andava bene. Aveva tanto dormito in vita sua, che i suoi ventiquattr’anni parevano a lei stessa d’una brevità sorprendente. Era abile in tutti i lavori femminili, cucinava come una cuoca provetta: possedeva insomma tutte le virtù d’una onesta massaia. Dopo quel suo calamitoso amore per Arrigo, non si erano scatenate altre tempeste nella sua calma vita. Aveva bensì vedute sposarsi l’una dopo l’altra quasi tutte le sue amiche, però senz’alcuna invidia. Chi se ne crucciava sino allo sdegno era solamente il padre, che aveva una settimana d’umor bestiale ad ogni matrimonio del quale udisse parlare.

Ma l’Eugenia, no; ell’aveva amato Arrigo, lo amava ancora, lo amerebbe sempre... e però questo amore non le dava alcun disturbo; era divenuto in lei come una malattia cronica, una di quelle malattie che non si curano più e che non dànno alcun dolore. Quando per caso le capitava di vederlo, si faceva tutta rossa, balbettava, scappava; poi la sera, nel mettersi a letto, ne piangeva per cinque minuti, s’addormentava. Il Riotti aveva finito con dirle più volte: — Ragazza mia, tu manchi di «temperamento!»

A questa parola «temperamento», che gli piaceva assai, il farmacista dava insieme un senso patologico e letterario, qualcosa di più anche: un senso erotico. E intanto aveva messo gli occhi addosso a Paolo, benchè il ragazzotto, nonostante le sue virtù, non gli finisse di piacere. Lui lo spalleggiava, lui lo decantava, ma in fondo in fondo, per i suoi gusti un po’ romantici e molto ambiziosi, quel figlio minore del suo vicino era decisamente troppo bottegaio. Aver educata una figlia ed averla ornata come la sua Eugenia per darla poi ad un Paolo qualsiasi gli faceva un po’ l’effetto di mettere una pianta rara in un vaso di terra cotta.

Arrigo invece era stato il suo sogno nascosto, nè ancor cessava d’esserlo per quanto fossero grandi le sue dissolutezze.Gliel’avrebbe data a braccia aperte, anche dopo quella sua vita impudente, e nonostante le gherminelle ch’egli aveva giocate loro. Un po’ testardo come tutti i piccoli borghesi, s’era fitto in capo di maritar l’Eugenia con Arrigo, ed anche certo di far così la sua sciagura non avrebbe forse mutata decisione. Senonchè ogni speranza si dimostrava ormai vana, e da quell’uomo pratico ch’egli era, sapendo che il tempo ha le gambe leste, mentre le zitelle invecchiando si fanno bisbetiche, umiliava la sua smoderata ambizione fino a desiderar come genero quel sempliciotto di Paolo, dai capelli rasi a macchina ed ignorante come un bue.

Arrigo e Loretta erano giunti a casa, frettolosi ed un po’ storditi quella sera, come se andassero a commettere un peccato. Era presto ancora, perchè in casa dell’occhialaio si cenava di buon’ora.

L’abito nuovo era steso sul letto d’Arrigo; sopra una seggiola era uno scatolone contenente il cappello che aveva comperato egli stesso per farle una improvvisata. C’erano le scarpine, a piè del letto, piccolissime, di quel colore viola ed oro ch’ell’amava; due scarpine da bambola, con il tacco esageratamente alto. I guanti lunghi erano sul cuscino; dalla spalliera d’una seggiola pendeva una sciarpa di velo a pagliuzze luccicanti.

A quell’ora il domestico era fuor di casa per la cena. Entrarono al buio, ella tenendosi al suo braccio per non urtare contro i mobili, in quella casa che non conosceva bene. Quando furon giunti nella camera da letto ed Arrigo ebbe accesa la luce, tutto quel paradiso femminile, ch’era lì per aspettare la fanciulla, s’illuminò come d’incanto: Loretta, presa da una commozione quasi triste, non potè trattenersi dall’esclamare:

— Oh, Rigo, come sei buono! come sei caro!... — e mettergli le braccia al collo, e baciarlo, poichè la sua tenerezza era così grande che ne aveva le ciglia umide.

— Sei contenta? — egli le domandò, passandole una mano su la guancia con un gesto di protezione e d’amore.

— Tanto, tanto! — ella fece, alzandosi un po’ su la punta de’ piedi per giungere alla sua bocca.

E diceva: — Come potrò mai ringraziarti di tutte queste cose?

— Eh, via, sciocchina! Ti pare che valga la pena? Véstiti ora, ch’è tardi. Io vado di là per lasciarti più libera. Se ti occorre qualcosa, chiámami.

— Te ne vai? — ella fece, quasi rattristata.

— Come vuoi tu...

— Sì, naturalmente... — ella disse, quasi a malincuore. — Ma ti chiamerò per allacciarmi la camicetta. Sai allacciare gli abiti?

Egli sorrise.

— Mi proverò.

Arrigo si ritrasse nell’altra stanza, lasciando la porta socchiusa. Da prima ella lo intese camminare, poi sedersi, aprire un giornale.

— Farò presto, sai...

— Va bene; ma non ho fretta.

— Hai pranzato, Rigo?

— Non ancora.

— Perchè?

— Questo mi cápita spesso. Ceno dopo il teatro.

— Del resto anch’io ho mangiato pochissimo questa sera.

— Dunque ceneremo, — egli disse.

Ed ascoltava il romore di lei che andava per la camera, quel romore continuo, leggero, frusciante, che la donna fa nel togliersi le vesti, quel romore che parla e descrive e fa vivere davanti agli occhi la viva immagine di colei che si spoglia.

L’ascoltava e la vedeva: s’era tolto prima il cappello; gli spilloni avevano dato un suono metallico posando sul cristallo della pettiniera. Poi s’era levata la camicetta, rimanendo a braccia nude in un copribusto color di rosa. Guardandosi nello specchio s’era lasciata scivolare giù dai fianchi la sottana, che le aveva fatto intorno ai piedi un cerchio alto e gonfio, dal quale era balzata fuori prestamente, rimanendo in gonnella; una gonnella con una leggiadra balza in basso ed un nastrino che vi correva dentro e fuori, per gli occhielli del pizzo, anch’esso color di rosa.

Un piccolo spogliatoio era contiguo con la camera da letto; l’aveva intesa versar l’acqua nei catini; s’era immaginato di veder l’acqua scorrere in veloci rivoli per le sue braccia delicate.

Poi era tornata nella camera, e s’asciugava, camminando in su in giù, a piccoli passi; l’asciugamano le rovesciava indietro dalla fronte i riccioli scomposti; s’era seduta davanti alla specchiera, ed ora si pettinava.

Le linee del suo giornale parevano a lui un arabesco incomprensibile. Non gli era mai accaduto di provare un turbamento così forte, nè di badare a queste minime cose. Eppure aveva tante volte pazientato nel lungo abbigliarsi d’altre donne.

Un’idea tempestosa gli rabbuiava il cervello, gli contorceva i nervi, dolorosamente. Lo prendeva una voglia insensata d’affacciarsi all’uscio per guardare; doveva compiere uno sforzo quanto mai violento per allontanare da sè la tentazione.

— Permetti che mi serva della tua cipria? — ella domandò.

— Se vuoi; ma ce n’è un’altra più fina, lì presso, nella scatola d’argento.

— No, voglio la tua.

E la immaginò che s’incipriava, che s’incipriava le braccia, la gola, il viso; gli parve di sentir l’odore che aveva la sua pelle commisto a quell’odor di cipria. Buttò il giornale, accavallò le gambe, si mise a martellarsi con le dita i ginocchi, poi gli venne una specie d’ira gelosa, pensando a quel Rafa che la voleva.

— Ti annoi, Rigo?

— No.

— Che fai laggiù?

— Fumo.

Ella esitò un momento, poi disse:

— Vieni qui... tanto è lo stesso!

Egli ebbe un piccolo tremito.

— Sì? posso venire?

Apparve dietro l’uscio, un po’ stravolto, con gli occhi fissi.

— Come ti sei pettinata bene! — osservò.

Ella si volse a lui, per essere veduta in faccia, con un atto pieno di civetteria:

— Ti piaccio?

Egli rispose di sì, con gli occhi, senza dir nulla.

C’era già in tutta la camera quell’odor femminile che turba i sensi come un forte bacio.

Ella era di fatti in gonnella, con le braccia nude, un copribusto che le giungeva solo a mezzo il petto ed a mezzo la schiena. Non gli era sembrata mai così bella. Arrigo le si avvicinò, un poco titubante, non sapendo che fare per sembrarle naturale. Nell’accomodarsi i riccioli ella teneva le braccia alzate; un’ombra oscura le appariva nel cavo delle ascelle. In quell’atto ella sorprese gli occhi di lui che la fissavano, intenti e lucidi. Allora, per un pudor naturale, abbassò le braccia, se le strinse al petto, e si fece rossa.

— Non guardarmi così... — disse a volto chino; — mi costringi ad arrossire...

Egli girò sui talloni, battendo il pavimento con un moto nervoso.

— Véstiti, véstiti! — disse bruscamente. — Non ti guardo.

Se ne andò a sedere in un angolo, e, poggiando i gomiti su le ginocchia, si prese tra le mani la fronte avvampata.

— Sei in collera? — ella fece.

— No, Lora, perchè?

— Non mi parli...

— Siccome non vuoi che ti guardi...

— Ma guardami pure, se ti piace! Me ne vergognavo il primo momento; adesso più.

E rise, mentre s’alzava per andarsi a mettere le scarpine.

— Se potessimo abitare insieme, come sarei felice! — disse Loretta. — Non ti darei nessuna noia, ti lascerei tutta la tua libertà. Cosa ne pensi?

— Nulla penso, piccola mia... — egli rispose con lentezza.

— Non vorresti avermi con te, Rigo?

— Sì, forse vorrei... ma sarebbe anche pericoloso...

E fece tosto una risata, quasi volesse celare il senso ambiguo delle sue parole.

Ella guardò su dal letto, dietro il quale stava curva per infilarsi le calze di seta.

— Pericoloso, dici?... Be’, tanto meglio!

E súbito si chinò di nuovo, si nascose tutta.

Rimasero un istante in silenzio; poi ella domandò:

— Non hai un corno per le scarpe? Mi rompo le dita.

Egli l’andò a cercare; le disse:

— Lascia fare a me; t’aiuterò io.

Appoggiò un ginocchio a terra, davanti la sedia ov’ella sedeva; su l’altro suo ginocchio le fece posare la gamba semiscoverta e con delicatezza si mise a calzarla.

— Oh, come sei bravo! — ella esclamò. — Devi certo averne l’abitudine.

— Sì?... ti pare?... E pensa che non amo far questo per nessuno... Mi credi? — E non si moveva di lì, battendole il corno leggermente su la caviglia calzata di seta.

— Vedi che piedino piccolo? — ella disse movendolo. — È più piccolo il mio o quello della tua amante?

— Il tuo.

— Ora ti sarai impolverato; álzati.

Si levò in piedi e le rimase vicino, come un uomo che si sentisse prendere da uno stordimento. Vedeva que’ due seni, troppo forti per la sua verginità, que’ due seni divisi da un incavo profondo, che rompevano fuor dal busto come pannocchie dal cartoccio; li vedeva, oscuri e gonfi, traverso la scollatura del copribusto. E la sua tentazione fu così forte che non seppe resistere: una mano gli corse involontariamente a carezzare la sua gola nuda. Ma disse, a mo’ di scusa:

— Guarda, v’è un po’ di cipria...

Ella non rise, non si mosse; qualcosa, come un brivido che le prendesse tutta la persona, si propagò, si moltiplicò in lei. Con ebbrezza, in quell’attimo, si sarebbe lasciata baciare.

Una pendola nell’altra stanza battè l’ora. In quel silenzio torbido i rintocchi parvero quasi un avvertimento.

— Le otto e mezzo, — disse Arrigo scotendosi. — Fa presto, se ci tieni ad arrivare in principio.

— Sì, passami l’abito.

Egli lo prese dal letto, con una esperienza che pareva singolare in lui, lo aperse in guisa da non guastare la sua bella pettinatura e glielo fece passare sovra il capo senza scomporle un ricciolo.

— Vòlgiti, che t’allacci, Lora.

E andarono davanti allo specchio. Era un abito color di malva, con guarnizioni di color viola cupo, trasparente intorno al collo. Non era che un velo, di quella garza morbida e lieve che i francesi chiamano «crêpe de Chine»; ma la fasciava strettamente, come una guaina, drappeggiandosi appena intorno alla ricchezza del petto e nella sinuosità del grembo, sopra le ginocchia. Quando l’ebbe indosso, Loretta si mise a ridere per la gioia di sentirsi così bella, e tutta una vita nuova le si schiuse dinanzi, con quell’abito nuovo.

— Sfido io che paion tutte belle certe signore che conosci tu! Sapendosi vestire, non è difficile!

Mirabile pareva, in quel viola che ammorbidiva il suo biondo, in quella stretta fasciatura che sembrava la denudasse intera nella sua più scultoria bellezza. Egli la guardava mutamente, con una ferma luce nelle intense pupille, che parevano scoccarle addosso tutto il fuoco d’un desiderio contenuto.

— Sei magnifica! — le disse. — Veramente sei ammirevole! Si parlerà di te domani.

— Davvero? — ella fece con una incredulità sorridente, specchiandosi per ogni lato. Poi ebbe quasi un piccolo pudore:

— Ma, di’, non sono troppo... nuda?

— È la moda quest’anno. Le donne, quando son vestite paiono più nude che in camicia.

Ella si mise il cappello, si specchiò ancora, s’incipriò ancora, si fece scorrere lentamente su l’avambraccio i guanti stretti, e ravvolta in un gran mantello che le scendeva sin quasi ai piedi, esclamò allegramente:

— Son pronta!

Per le scale s’appese al braccio di lui, ed uscirono.

Il mese di Marzo passava, carico di buoni odori. Faceva una sera tepida e chiara. Il cielo, sgombro d’ogni nube, metteva tra le case fosche un tremolìo di stelle. La città s’inoltrava nella notte con un grande respiro di sollievo, mentre qualche coppia di innamorati, stretta e lenta, se n’andava per via discorrendo di cose dolci. Seduta presso il fratello, in una vettura scoperta, Loretta inseguiva con occhi turbati quegli amanti senza nome che andavano in cerca del buio.

— Quanta gente che si parla d’amore?... Non vedi?

— È l’ora, — egli osservò, — poi è la primavera.

— Dunque, vedendoci, forse penseranno che anche noi...

— È probabile: la gente pensa molto spesso il male.

— Questo mi diverte! — esclamò Lora. Poi si mise a riflettere. — Tu credi che ci assomigliamo? — domandò al fratello.

— Non credo.

Ella gli prese il braccio e si lasciarono portare dal trotto stanco del cavalluccio, che ogni tanto scalpitava sotto una frustata.

Era la prima dellaCarmenquella sera. Giunsero che lo spettacolo era cominciato appena ed entrarono a teatro semibuio nel palchetto di prima fila. Il senso enorme della folla oppresse il cuore della fanciulla; per un momento i suoi occhi non videro che un abbaglio meraviglioso. Tutte le favole della terra, tutto ciò che il mondo aveva di morbido come la piuma, di lucido come il gioiello, di fragrante come il fiore, di splendido come la bellezza, d’inebbriante come la musica, di tormentoso come l’amore... tutto per lei si radunava nella sala di quel teatro. Se nel suo bianco letto di vergine aveva sognato ad occhi aperti, ecco era il sogno; se dalla piccola bottega aveva desiderato di respirare quell’aria intensa e torbida ove le fate del vizio dissolvono qualche prestigiosa polvere d’oro... ecco la respirava; se aveva mai voluto splendere, ecco, e splendeva.

Una sensazione d’irrealità le alitava intorno alle guance calde; sentiva la sua propria bellezza viverle intorno comeun’altra veste più rara, intessuta di stelle. Sentiva nel suo cuor femineo la possibilità di piacere, quella possibilità che racchiude ogni più squisita gioia per la donna, quella consapevolezza che la inebbria come un liquore vivificante.

Già nei palchi vicini era nata una curiosità sommessa; dalle poltrone sottostanti, tra il correre d’un bisbiglio discreto, qualche canocchiale puntava su la bella sconosciuta il fuoco delle sue lenti curiose.

Quella sera il teatro, come un paniere traboccante, fioriva di bellissime donne, che, scollate, ingioiellate, loquaci, pendevano dai palchi e gremivano la platea con un desiderio manifesto d’essere adocchiate. Egli le conosceva quasi tutte, le aveva frequentate, corteggiate, era stato l’amante di alcuna.

Di fronte a loro, nel suo palco di seconda fila, c’era donna Claudia del Borgo, ancor bellissima in quella luce, con la sua cuginetta romana, la piccola Isabella Ventamura, che aveva di recente ottenuto l’annullamento d’un matrimonio quadriennale con il suo grazioso e biondo consorte, il visconte d’Amboissières. Cattolicissima e guelfa, questa piccola dama non amava che i grandi prelati, e, dopo un Vicepapa Nero, si era scelta come direttore spirituale un lussuoso Cardinale di Curia, che il fumo d’un Conclave Apostolico avrebbe forse destinato al triregno. Nel frattempo il visconte consorte si dilettava di certe leggiadre usanze alemanne, le quali avevano permesso di ritrovare nella piccola Isabella quella «intacta virgo» sì rara, cui molto indulge la buona Casa di San Pietro.

Donna Claudia portava un abito di velluto scuro che le modellava squisitamente il busto; aveva tra i capelli un diadema, lucido e greve come una corona. C’era nel palco Antonello Musatti, di cui donna Claudia s’era intenerita il giorno che l’aveva veduto rotolare sotto il cavallo in un concorso ippico.

Nel palco della duchessa di Benevento ci si annoiava con molta eleganza: però don Antonino Vernazza e Max della Chiesa le facevan la lor visita di dovere, per nonessere dimenticati a’ suoi pranzi trimestrali. Il palco degli Altomarini era vuoto, e ciò si notava da tutti. Gli Antelmi ne occupavan tre di séguito, con quattro nuore in facciata, due incinte, due vestite assai male, un mucchio di suocere a ridosso, e tutto il parentorio nel buio.

I Mazzoleni, che misturando profumi e spacciando saponette s’eran guadagnati di che comprarsi un marchesato feudale, tenevan corte rumorosa; uomini e donne troppo fiammanti ancora, con le sete i brillanti e gli sparati che luccicavan oltre misura.

C’erano tutte l’altre, tutti gli altri, che andavano famosi nella città per casato, per bellezza e per censo; e v’era, in un palco di terza fila, con la sua figlia giovinetta, stranamente dissimile da lei, la soave Clara Michelis, così bianca nel finissimo abito nero, poggiata il gomito nudo sul parapetto di velluto e vivendo intera nell’ombra che le faceva su la fronte, su la nuca, la sua capigliatura soavissima. Questa pareva potersi disciogliere per una piccola scossa, come se un nodo solo, pur lieve, la tenesse raccolta in quel gran volume. Aveva ella nei polsi, nelle giunture, nelle spalle, in ogni singolo tratto del suo viso, un non so che di estremamente stanco e fragile, quasichè il suo corpo fosse uscito appena da un bagno voluttuoso, che l’avesse oltremodo stremata. Nuda, si sarebbe ravvolta bene in un velo funebre; era di quelle figure vanevoli che talora si vedon nei quadri, curve dolcissimamente sopra l’agonia d’un uomo giovine; tutta la sua bellezza era nelle pieghe del suo corpo, ne’ suoi lenti movimenti, nelle sue fine ombre; pur quand’era silenziosa, lasciava intendere che avrebbe una voce soave; pur stando ferma e raccolta, mostrava che avrebbe camminato senza romore.

Qualchevolta, nel mezzo d’un bosco, sopra l’acqua opaca d’uno stagno, nasce come per miracolo uno di que’ meravigliosi fiori bianchi, irraggiungibili perchè navigan col vento, che hanno in sè la solitudine, la tristezza, la malattia delle cose circostanti; non li alimenta la terra ma l’acqua ferma, piena di raggiere: così ella pareva essere, nell’ombra del suo palco e sotto il peso de’ suoi capelli oscuri.

Arrigo la vide, s’accorse d’esser veduto, e rapidamente i loro sguardi si evitarono. Benchè le avesse detto: «Forse accompagnerò mia sorella in teatro una di queste sere,» — tuttavia quello sguardo lo molestava singolarmente, quasi ch’ella potesse, anche lontana, indovinare i suoi più nascosti pensieri. Poichè ormai quell’amante non più del tutto giovine lo amava d’un amore voluttuoso e triste, rifugiava in lui perdutamente l’ultima, l’unica passione della sua vita.

Ed ora non lo amava più come al tempo in cui, nel salotto semioscuro, ella si dilettava di tormentare insidiosamente la sua rabbia virile; non più come quando ella cercava nell’amante uno svago alla sua lunga noia od una scossa quasi brutale a’ suoi sensi viziati; non più per incuriosire le chiacchiere mondane, per contenderlo ad un’amica, per avere intorno alla propria sottana quella furtiva e lasciva scaltrezza d’uno che la voglia slacciare; ma perchè nel suo cuore di donna era nato l’estremo, il più forte bisogno d’appartenere e di possedere, la voglia istintiva di carezzare, d’avvolgere, di proteggere, di vivere in un’altra vita, di sacrificarsi per un’altra felicità, quella voglia inimitabilmente bella che dal suo profondo senso materno la donna irradia talvolta, come un grande miracolo, nell’amore.

Così non era per lui possibile nascondersi a quegli occhi attenti; essi penetravan senza rimedio fin nei più nascosti rifugi dell’anima sua. Nei giorni lieti, baldanzoso ed oblioso, egli se ne stava lontano; ma nei giorni di tristezza, una voce, buona per lui come nessun’altra voce umana, lo richiamava in quella casa fedele, ove presso l’uscio vegliava sempre una dolce anima piena di perdono. Quand’egli era percosso dagli altri, quelle mani timide sapevan esser così lievi nel medicare le sue ferite; quando tutto il resto pareva perduto, c’era sempre in quella casa un focolare vigile, c’era un’amante innamorata come il primo giorno, ch’egli vedeva impallidire della sua più fredda carezza, c’era quasi una sorella e quasi una madre che l’aspettavano per dirgli: «Dammi il tuo dolore, ch’io ne soffra, e porta via con te questo sorriso che nasconde le mie lacrime...»

Forse così egli pensava e per questo non ardiva guardarla. Ma l’atto finì tra uno scroscio d’applausi; da tutte le lampade simultaneamente un’ondata di luce si rovesciò nella sala. Sopra il canto cessato corse il frastuono della platea, il cicaleccio dei palchi, fra un’agitarsi di ventagli, un rimuoversi di gente che s’alzava, mutava posto, si raggruppava.

Ognuna ebbe cura di parer bella quanto più poteva, ben sapendo che gli occhi delle rivali avrebbero saputo accorgersi anche de’ più lievi difetti. Gli uomini, dandosi una rassettata alle falde, si levavan su dalle comode poltrone per adocchiare intorno; i galanti facevan visite, gli innamorati guardavano la lor bella, i pettegoli ficcavano il naso nelle cose altrui, i disoccupati se n’andavano a fumare.

Loretta era bene in vista, come un frutto esposto in un bel paniere; non aveva gioielli, tranne la sua giovinezza, che l’adornava meglio di cento collane. Dall’alto, alcuno fra i Mammagnúccoli già l’aveva scoperta, e súbito se ne fece un gran discorrere. Chi era mai «quella nuova» con il del Ferrante? Tutti sapevano del suo legame con Clara Michelis; ella stessa era inoltre in teatro; dunque chi era mai? Forse una rottura? Chissà? Ma era bella, quest’altra, molto bella! E giù in fretta per le scale, affacciandosi agli sbocchi della platea per meglio vederla. Qualcuno giunse fin sotto il lor palco, per interrogare con uno sguardo Arrigo e raccoglierne un segno che spiegasse qualcosa. Ma invano. Da tutte le parti ora si guardava; i commenti eran visibili, quasi molesti; e Loretta sopportava con una bella spavalderia quel battesimo del fuoco.

Entrò nel palco una fioraia, incipriata e imbellettata come un pastello, vecchiotta, però ancor promettente, co’ suoi capelli a torre adorni di nastrini e con la bocca esageratamente rossa. Sorrise al del Ferrante, poi offerse a Loretta un mazzo di rose gialle.

— Vedete, Clelia, questa è mia sorella, — disse Arrigo affabilmente.

— Oh, signorina!... — esclamò la fioraia, con la sua voce di falsetto, sprofondandosi in una riverenza da vecchiamaestra di ballo. E si ritrasse, lasciando lì un suo benevolente sorriso, viscido come una lumacatura.

— Come? Non le dài nulla? — osservò Loretta.

— Eh, via, la si paga una volta ogni tanto...

— Povera donna! Deve guadagnar poco.

— Certo, coi fiori poco. Ma i fiori non sono che il suo biglietto da visita. Vedi, le ho detto che sei mia sorella, così fra dieci minuti tutto il teatro lo saprà.

— Ah?... sei furbo! — ella esclamò, tuffando il viso entro il mazzo di rose.

Nel ridotto, ne’ corridoi, nell’atrio, su per le scale, nei camerini, dappertutto dove poteva essere un Mammagnúccolo, si parlò della bella ragazza che stava con il del Ferrante in un palco di prima fila. Nessuno immaginava chi fosse, nè tanto meno la ravvisavano, se pure alcuni l’avevan qualche rara volta incrociata per la strada. La Clelia, infiorando occhielli, s’era forse dimenticata di seminare questa notizia.

Verso la metà del second’atto Arrigo vide il Giuliani affacciarsi dall’alto al parapetto del palco.

— C’è Rafa! — esclamò sottovoce. — Ma non guardare lassù.

Era entrato in quel momento nel palco e salutava gli amici.

— Son curiosa di vedere se mi riconosce, — disse Loretta, divertendosi.

— Vedremo, — bisbigliò il fratello, che spiava con la coda dell’occhio. — Adesso mi sembra che gli stiano parlando di noi.

Ma sebbene infatti gli parlassero di loro, e sebbene l’avesse guardata con il canocchiale, per tutto l’atto non la riconobbe, tanto era lontano dal poter supporre che fosse lei. Quando, all’altro intermezzo, la sala ridivenne chiara, e Rafa, guardando meglio, riconobbe per prima cosa que’ suoi capelli d’un biondo raro, poi la forma del viso e la bocca e il sorriso e le braccia e le spalle, e tutta lei, che amava infinitamente... quando più non gli rimase alcun dubbio, una grande meraviglia, piena d’impazienza e d’incredulità, gli si dipinse nel viso.

— Che? La conosci tu? — domandarono gli amici.

— Sì... cioè no... ma, ecco... è impossibile! — E si confuse.

— Insomma la conosci o no? Chi è?

Allora prese una risoluzione e disse:

— L’ho veduta molte volte per istrada.

L’amava e non poteva tradirsi, l’amava e non voleva tradire lei.

— Non sai altro?

— Non so altro.

— Allora perchè ti affanni tanto? — fece Totò Rígoli. — Se fosse la tua amante non ne saresti più sovreccitato.

Il Giuliani, seccatissimo, uscì dal palco ed apparve in due o tre punti opposti del teatro, poi traversò la platea, venne fin sotto il palco d’Arrigo, tutto acceso in volto e così turbato che aveva un aspetto ridicolo.

Loretta, impassibile come una statua, guardava in aria, mentre il povero Giuliani non poteva capacitarsi della cosa. Sopra tutto non comprendeva come mai Loretta, che certo l’aveva già veduto, rimanesse tanto calma. Si avvicinò di nuovo al loro palco ed ebbe l’audacia di chiamar Arrigo per nome, augurandogli la buona sera.

— Addio, Rafa, — rispose Arrigo rapidamente. Ma finse tosto d’aver qualcosa a fare in fondo al palco e si ritrasse. Loretta non si scompose; guardò per un attimo il Giuliani, con un sorriso fuggevole, poi volse gli occhi altrove.

Perplesso e nervoso, Rafa se ne andò a fumare in ridotto. Ma non potè finire la sigaretta e tornò fra i suoi amici mentre cominciava il terz’atto.

— Ecco, adesso lo sappiamo chi è, — disse il Rígoli.

— Chi è? — fece Rafa, sgranando gli occhi.

— È la sorella di Arrigo.

— Ma via! non dire sciocchezze!

— Guarda un po’ che bel tipo! Cos’hai stasera? È sua sorella, ti dico. Sua sorella, proprio. Lo ha detto egli stesso alla Clelia; ti basta?

Rafa scrollò le spalle, ma timidamente.

— Vorrei un po’ sapere cosa te ne importa e cosa ci trovi di strano?

Rafa, mezzo intontito, non rispondeva.

Un maligno avanzò:

— Di fatti ha l’aria un po’... come dire? un po’ Folies Bergère, per una signorina di buona famiglia?

— Ma è Rafa che invece ha l’aria lugubre!

— A lui, tutte le belle donne han sempre dato un senso di malinconia.

— Questa è bella davvero, per bacco!

— Ha gli occhi tinti.

— No.

— Sì.

— Una bocca viziosa...

— E il petto!... guarda un po’ che splendore!

— Dev’essere una civetta.

Continuavano allegramente ciascuno a dir la sua. Poi si misero a celiare sul conto di Rafa.

— Lui, vedi, è capacissimo d’aver commesso uno sproposito. Forse l’ha incontrata per istrada e l’ha inseguita come fa sempre.

— Ma no! — rispose il Giuliani vibratamente.

— Hai avuta forse un’avventura con lei? — domandò uno spudorato.

Rafa si chiuse nelle spalle, imbronciato. Alcuni risero.

— Sta a vedere, — disse un altro, — ch’è proprio lei quel tuo nuovo misterioso amore!

— Siete pazzi da legare tutti quanti! — esclamò il Giuliani, volgendo la cosa in ridere.

— Guárdati nello specchio: sembri un ubbriaco. Ci deve pur essere qualcosa.

— Ma niente! ma niente! — fece Rafa seccato. — La conosco appena di vista e non supponevo affatto che fosse la sorella di Arrigo. Ne siete sicuri poi?

— Così ha detto la Clelia; domandalo a lei.

Alcuni zittirono i ciarlieri e la conversazione s’interruppe.

Rafa, che amava la musica, non avrebbe saputo dire quella sera che opera si desse. Ritto in fondo al palco, i suoi occhi eran come affascinati dallo splendore di Lorettae non poteva staccarli da lei. Ma nel suo buio cervello passavano in torma le più fantastiche idee. Si sentiva nello stesso tempo sorpreso, burlato, minacciato, ravvolto in un grande pericolo, in una tentazione più grande. Ella si era dunque divertita a sembrargli da meno che non fosse, gli aveva tutto nascosto, anche il suo vero nome, per apparirgli davanti una sera, inattesamente, al fianco d’un fratello temibile, affacciata sopra una platea che l’ammirava. Così bella infatti egli non l’aveva mai veduta nè così desiderabile. Perchè dunque si era lasciata seguire, avvicinare, tentare? Perchè aveva risposto alle sue lettere? Perchè, talvolta, se pur scontrosa e riluttante, si era lasciata baciare? Cos’era questa fanciulla emancipata, che passeggiava sola, che accettava convegni, che qualchevolta scivolava con lui fin su l’orlo della colpa, volandone via con la grazia d’una farfalla che gli lasciasse appena su le dita il bianco della sua cipria?

Si era divertita: ecco tutto. E forse, domani, dopo quel mutamento di scena, non avrebbe voluto continuare più nel suo gioco. Ma questo pensiero lo mordeva, lo atterriva, perchè tutta la sua vita era momentaneamente presa dal desiderio di lei.

Rafa non aveva molti vizi; benchè ricchissimo, non conduceva una vita del tutto sfaccendata; s’occupava delle sue terre, amministrava il patrimonio familiare, si dilettava di politica, forse per un’ambizione lontana. Pur amando la compagnia de’ Mammagnúccoli, non giocava, non ismodava nel bere, non sprecava le notti in vani bagordi; solo era d’una debolezza quasi puerile con le donne che a lui piacessero, e se n’accendeva sino a diventar ridicolo, sino a dimagrar d’amore. Ma questo capriccio per la sorella d’Arrigo aveva superato ogni altro accendimento.

A un certo punto il suo malessere divenne così acuto, che preferì andarsene dal teatro per scriverle una concitata lettera. Ma quando fu nella strada, pensò che lo spettacolo stava per finire ed ebbe la tentazione di rivederla. Tornò nell’atrio e attese.

Presto la vide; scendeva dallo scalone a braccio del fratello, parlando con lui, ridendo. Era un poco accesa involto; i suoi dentini scintillavano fra le labbra rosse. Quel mantello di raso, con il cappuccio ed il fiocco, gettatole sopra a guisa di scialle, raccolto, insieme con la gonna, entro il suo pugno inguantato, le dava quel non so che di voluttuoso e d’impertinente che han nella nostra memoria i domini veneziani, que’ domini furtivi che una gondola nera traghettava di palazzo in palazzo lungo i canali taciturni. Per una invidia inspiegabile si nascose, per una gelosia malsana li spiò.

Salirono in vettura, scomparvero.

Volevano cenare senz’essere in balia di sguardi curiosi, e scelsero un ristorante fuor di mano, dove per lo più non bazzicava gente conosciuta.

Allora, davanti alla cena imbandita, allo Sciampagna che raggelava nel secchio di ghiaccio, il fratello e la sorella, come due timorosi amanti, si sentirono felici. Quella felicità che invade il corpo e lo spirito quando comincia l’amore, quella gioia che si propaga fino alle più piccole cose e mette un velo di bellezza sopra le mille immagini che incendiano la fantasia.

Ella era tutta ebbra, tutta viva del suo piccolo trionfo; si era sentita bella, si era sentita salire intorno il desiderio degli uomini come una ventata calda, e tutti avevano parlato di lei, di lei che appariva per la prima volta. Quella vita lussuosa e gioconda che aveva tante volte sognata nel suo lettuccio d’inquieta vergine, pareva cominciasse con un buon auspicio, con una vittoria facile. Era donna, intimamente donna, e sentiva il valore di queste piccole cose.

Se qualchevolta, recandosi ai convegni del suo persecutore, s’era sentita vergognosa d’una veste un po’ dimessa, d’un cappellino appena sopportabile... ora non più; se aveva temuto qualchevolta ch’egli scoprisse in lei null’altro che una piccola bottegaia... ora non più; se c’era stato forse, nella tenacità con cui s’era difesa da quell’uomo, il rammarico di non potergli mostrare una biancheria tutta di pizzo e di lino, ed il pensiero insomma ch’egli avesse potuto paragonare le sue calze, il suo busto, la sua camicia, con quelle d’altre amanti raffinatissime... oratutto questo, che tutela sovente l’onestà d’una fanciulla, poteva non essere più. Sapeva d’averlo abbagliato, e benchè non l’amasse, ne andava orgogliosa. Non si sarebbe mai più sentita umile davanti a lui, non si sarebbe mai più tenuta per uguale delle sartine, dietro cui si sguinzagliano a frotte, in una caccia economica ed accanita, i donnaioli della buona società.

Ella doveva questo al fratello, non ad altri che a lui. Ma c’era nella sua riconoscenza qualcosa di più che un’ambizione. Lo stare con lui le dava un piacere singolare; ch’egli la trovasse bella, che le dicesse una frase gentile, questo la lusingava più che l’adorazione di Rafa, più che l’omaggio di chicchessia.

Poi, oscuramente, si sentiva desiderata da lui, e questo desiderio vinceva lei pure, talvolta la soffocava un poco, le dava quasi uno spasimo, quasi una voglia irragionevole di abbandonarsi nelle sue braccia. Non le pareva più affatto che fosse il suo fratello, l’Arrigo di cui si ricordava bambina; ma un altro, ch’era poi scomparso, ed ora tornava, trasfigurato, dopo esser stato ad imparar l’amore nelle alcove dei palazzi, a far piangere le cortigiane, a ingelosire i gentiluomini; un altro, che le donne belle e ricche avevano coperto di baci, lasciandogli su la bocca un profumo che l’avvolgeva di tentazione.

Aveva una bella casa; in quella casa ove altre amanti erano andate, ella pure si sentiva invadere dal lor medesimo turbamento; avrebbe voluto che, invece di Arrigo, si chiamasse con un altro nome, per potergli dir come loro: «Ti voglio bene...» per poterlo baciare senza paura e senza fine.

Nella sua fragile anima succedeva una grande cosa. Tutto il giorno stava pensando a lui, le ritornavan le sue parole come un’eco ininterrotta, e rivedeva i suoi forti occhi, un po’ accesi, tutte le notti, quando si coricava. Egli era qualchevolta con lei dolce come un bimbo, qualchevolta irascibile come se la odiasse. Perchè? Sovente in un solo gesto furtivo e rapido della sua mano ella concepiva il pericolo di sentirsi afferrata, carezzata, sopraffatta; ma questo pericolo insieme le piaceva... Perchè? C’era forse una forza oscura, invincibile fra loro?...

— Ti annoi di rimanere con me? — domandò Loretta con una voce insidiosa.

— Mi piace rimanere con te, — diss’egli. — Mi piace più che ogni altra cosa.

Ella gli mandò uno sguardo soave come un bacio. Poi ch’ebbero parlato e riso e bevuto, si sovvennero di guardar l’ora. Mancava un quarto alle due.

— Dio buono! — esclamò Loretta. — E la mamma che voleva rimaner desta finchè fossi tornata!...

— Dirai che lo spettacolo è finito tardi.

Si levaron frettolosi, poichè bisognava ch’ella si mutasse ancora d’abiti. S’avviarono.

La notte, come una splendente cortigiana, s’era messa tutte le sue collane di stelle; ai piedi, alle mani, per tutto il suo corpo immerso nella primavera, brillavano gioielli d’inestinguibile splendore. Saliva dentro il cielo curvo il respiro della città addormentata.

E quel po’ di chiarore che, andando, si vedeva qua e là tralucere da finestre chiuse, nelle case addormentate ove brillavano i nascondigli dell’amore, e quel fantastico apparire di coppie nottambule fuor dai vicoli oscuri, e quel profumo d’invisibili giardini che soverchiava le muraglie, e il sonnolento andare dei cavalli sui selciati sonori, e quel silenzio che incantava la notte fra le ventate del mese di Marzo, tutto questo insieme, come un sottile malefizio, come una subdola poesia, esagitava nei loro cuori malati il fantasma nascosto.

Salirono su per le scale, mal rischiarate dalla luna che imbiancava i gradini, tenendosi a braccio, avendo per tutte le vene diffusa la dolcezza del loro colpevole amore. Egli la portava quasi, e la sentiva, tutta ebbra, tutta calda, palpitare contro di sè.

Si sapevano soli, sapevano che il loro peccato sarebbe sepolto in una notte d’oblìo.

Egli aperse l’uscio; entraron a tastoni, nel buio. Ed entrambi amarono quel buio, quell’ombra in cui sentivano d’essere vicini, avvinti alla divina colpa, senza riconoscersi più. Egli la trattenne, si appoggiò con tutta la persona contro la sua persona; sentì che il suo morbido corpo femminile, pieno di brividi, gli si avvolgeva intorno come per stringerlo in una carezza sola.

— Loretta... — mormorò egli pianamente. E non seppe dire che il suo nome, più volte, con una voce paurosa.

Erano soli, nel pericolo della notte; li vestiva l’oscurità, li avvolgeva il silenzio della casa invigilata. E fra quel buio, tra quel silenzio, indugiavano con ebrietà, come nel tepore d’una coltre voluttuosa.

Ella si sentiva stanca, deliziosamente stanca; aveva bevuto un po’ troppo Sciampagna, ed or le ronzava dentro il cervello qualcosa d’inconsueto, come un turbinio di farfalle, di continue farfalle, bianche e nere. La sua bella e forte giovinezza era tutta un palpito di vita che soverchiava il suo piccolo cuore. Sentiva ondeggiare, fremere, intorno alle sue narici trasparenti una calda vampata, un soffio di profumi torbidi; le sue reni snelle avevan quasi la voglia ostinata di flettersi in uno sforzo doloroso e rappacificante contro la gagliardìa d’un petto virile. Le pareva che la musica d’un’orchestra pazza cantasse, cantasse dentro di lei, senza tregua, una canzone scapigliata; le pareva in quel buio di veder tutti i colori, di respirare tutti i profumi, di patire una gioia senza nome, di godere una sofferenza infinita... e davanti a’ suoi occhi ripassavano densi turbini di farfalle, di continue farfalle, grandi e piccole, bianche e nere.

La sua verginità non era più che un brivido, una cosa infinitamente sottile, infinitamente vicina al peccato.

In lui era stato dapprima un fatto oscuro, impreciso, una di quelle sensazioni ambigue che attraversano lo spirito come baleni, e pur vi lasciano un solco. Nel suo cuore sensuale e forte, questa idea furtiva s’era infiltrata scivolando, come una piccola donna fasciata di veli tra una schiera d’uomini irti d’armature.

La colpa gli era penetrata nell’essere insidiosamente, senza lasciargli tempo di riflettere, come la sopraffazione di un profumo voluttuoso, come l’ubbriachezza d’una bevanda forte. A lui, ch’era consumato e cinico nelle scaltrezze dell’amore, aveva dato certe sensazioni vaghe, certe paure, certi fremiti, come si hanno talvolta, quando balena la possibilità di una gioia superiore alle nostre forze. Era il primo de’ suoi desiderii ch’egli non avesse osatoguardare in faccia, la prima frode che lo avesse impaurito.

Perciò bisognava togliersi da quel buio, da quella molle tenebra che li fasciava, rompere quel silenzio, distruggere quella dolcezza mortale.

S’allontanò da lei barcollando, cercò lungo il muro, accese.

Erano assai pallidi entrambi e non osarono guardarsi.

Egli disse, con una voce opaca:

— Vatti a vestire, Loretta.

E poich’ella indugiava, perplessa:

— Fa presto, — soggiunse, — fa presto...

Ella ebbe quasi paura di lui, tanto la sua faccia era mutata.

— Che hai, Rigo? — mormorò, allungando una mano per accarezzarlo.

— Nulla; fa presto.

Allora ella raccolse il mantello, che le era scivolato giù dalla spalla, vi si fasciò dentro come se avesse freddo, e, chinando il volto, a piccoli passi andò verso la camera. Quando fu sul limitare, si volse, gli sorrise. Rideva in lei, nel suo cuor femminile, l’orgoglio della seduzione che sentiva di spargere intorno a sè.

Con un gesto nervoso Arrigo si contorse le mani e cominciò a camminare. Fischiettava piano piano, fra i denti, come per mordere la sua canzone. Si guardava la punta delle scarpe lucide che leggermente scricchiolavano sul tappeto. Poi di botto si fermò presso la finestra chiusa, ne aperse un’imposta, poggiò la fronte contro il vetro e stette a guardare.

Fuori, la luna imbiancava le muraglie con il suo chiarore fantastico, gettando qualche lunga ombra da un comignolo all’altro, balenando su le grondaie.

— Rigo, — disse la sorella dall’altra camera — perchè stai lì?

Egli non rispose.

— Rigo!... — ripetè la sorella con una voce impaziente, — vieni dunque!

Egli s’affacciò all’uscio e rimase fermo sul limitare.Ella s’era cambiata in fretta le scarpe, la sottana, s’era messa la camicetta e stava ora abbottonandola. Ma s’interruppe nel mezzo, gli corse vicino e gli buttò le braccia al collo.

— Che hai? Cosa ti ho fatto, Rigo? — disse con una voce perfida, appoggiandosi contro di lui, come per fargli sentire quanto il suo corpo fosse morbido e pieno di tentazione.

Ritta sui piedini cercava di giungere alla sua bocca, gli molestava la faccia con la piuma d’oro de’ suoi capelli.

— Io so bene cos’hai... — disse, inarcandosi ancor più, ancor più.

Egli la guardò ambiguamente, fra il sorriso e l’ira.

— Senti... — ella fece. E colle mani congiunte gli piegò il collo per parlargli all’orecchio.

Disse, in un bisbiglio, in un alito, in un bacio:

— Mio amore... mio amore... anch’io vorrei... come te...

Con le labbra calde, avide, egli la baciò sul collo nudo. Ella dette un piccolissimo grido, si scoverse con furia la gola, si torse, tremò.

— Sì, báciami!... tutta... tutta...

Gli offriva la sua gola turgida, calda, che ansava, ed il collo, il petto, le spalle: tutta la sua nudità odorosa, cercandolo con la bocca convulsa, velando gli occhi appassiti come due viole mammole.

Era scapigliata, piena di vampe, bellissima.

— Che fai? che fai?... che fai!... — gridò egli dissennatamente.

— Báciami!... — ella ripeteva ostinata, contraendosi nella febbre del suo tormento. — Báciami ancora, tutta...

E quand’ebbe estenuata ogni forza nell’attorcigliarsi contro la sua persona, quando gli ebbe convulsamente cacciate le mani entro i capelli, ferita la bocca, bevuto il respiro, d’un tratto imbiancò, s’ammollì come un cencio, rise, pianse, gli rimase tra le braccia, inerte.

— Lora... Loretta... — mormorò egli più volte, poichè pareva ella non udisse. Quel desiderio veemente aveva sopraffatto il suo, l’aveva quasi annientato. Allora la portò sopra un divano, si mise a carezzarla piano piano, a toccarla paurosamente.

Dopo qualche attimo ella sorrise, come se l’avessero destata da un profondo sogno, come se un’ubbriachezza svanisse dal suo cervello, dalle sue vene, a poco a poco.

— Dimmi... — ella mormorò.

— Che vuoi?

— Dimmi...

Ed invece nulla disse; intrecciò le dita nelle sue; ma non aveva più forza.

Curvo sopra la sua bocca, egli le ripeteva quasi per addormentarla:

— Taci...

La sua verginità non era più che un brivido, una cosa infinitamente sottile, infinitamente vicina al peccato.

E tornarono a piedi, per la notte chiara, verso il rifugio della casa paterna.


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