IX

IX

Finirono con cacciarlo via dalla banca, perchè s’era stancato in breve d’insudiciarsi le dita con l’inchiostro violetto senza guadagnare il becco d’un centesimo. Da un pezzo era divenuto sfaccendato e scontroso; giungeva la mattina in ritardo, con gli occhi pieni di sonno, per aver consumata la notte al giuoco od in fatiche d’amore. Diede Un giorno una rispostaccia al suo capo ufficio, che lo mise alla porta sui due piedi.

Il padre, a tale notizia, montò in furore, aggredendo Arrigo con tale veemenza di parole, come fino allora non aveva osato mai. Invecchiando, il suo carattere si inaspriva. Ma dovette arrendersi davanti ad una risposta ben recisa.

— Ho passato i ventun anno ormai, caro babbo. E ti prego di non scordare che ogni uomo ha il diritto, a una certa età, di vivere secondo le proprie inclinazioni. Puoi, se ti piace, sospendermi quel piccolo assegno mensile, che forse ti costa un sacrificio, e puoi anche mettermi fuori di casa, qualora tu lo voglia: ma devi lasciarmi intera la mia libertà, perchè, di questa, non intendo far sacrifizio a nessuno.

Il padre non seppe che dire; gli lasciò l’assegno, se lo tenne in casa, e parve non curarsi più di lui. Ma c’era l’altro, il Riotti, che aveva man mano riprese le vecchie abitudini e ficcava il naso in tutti gli affari de’ suoi vicini. Per un tacito accordo, egli ed Arrigo evitavano sempre di rivolgersi la parola, ed anche d’incontrarsi, quando potevano farne a meno. Ma ora che il giovinotto pareva prendersi a gabbo la faccenda del matrimonio, e di tutt’altro si curava che d’essere il fidanzato dell’Eugenia,il farmacista non seppe tacere più a lungo, ed una sera fece pregare padre e figlio di venire in bottega da lui. Era presente anche l’Eugenia, la quale si faceva rossa come fuoco non appena udiva pronunziare il nome d’Arrigo. Costui venne con la sigaretta in bocca, senza mostrare il minimo impaccio, senza parere affatto compreso della solennità con cui l’accolse il Riotti. Questi entrò súbito nell’argomento.

— Per mia norma vorrei conoscere il giorno che avreste fissato per il matrimonio, — disse con voce beffarda, fissando l’uno e l’altro con aria di provocazione.

— Caro amico, — Arrigo rispose con spavalderia, — credete forse che si prenda moglie come si beve un bicchier d’acqua? Ci vuol tempo a riflettere. Quanto al giorno, francamente, non vi ho per ora nemmeno pensato.

S’udì la seggiola che portava il peso del Riotti scricchiolare sinistramente.

— Di questo non dubitavo! — disse. — Ma è per potervi pensare insieme che vi ho pregati di venir qui.

— Mio caro e buon Riotti, — l’interruppe Arrigo, — lasciamo le pompe, i modi magnifici ed il tono d’accademia; discorriamo da buoni amici, con semplicità. Finora ho evitato di venirvi a parlare perchè mi sentivo in colpa verso di voi e non volevo sprecare molte parole inutili. Ho commesso una sciocchezza, ed ora che l’occasione si presenta, ve ne chiedo scusa; di tutto cuore ve ne chiedo scusa.

Obbligatissimo! — borbottò l’altro, un po’ sorpreso tuttavia.

— Ma, quando si è fatto il male, chiederne scusa non vuol dir nulla; bisogna ripararlo piuttosto, ed io sono pronto a farlo, se così vi piace. Solo vi pongo una domanda: Come posso io prender moglie? In che modo le darei da mangiare?

L’altro volle interromperlo.

— Lasciatemi finire, — seguitò Arrigo. — Voi sapete benissimo che non possiedo un soldo, nè il mezzo di guadagnarne, per ora. Soggiungerò io stesso, per non lasciarlodire da voi, che non ho alcunissima voglia di lavorare, che son pieno di debiti fino al collo, che amo giuocare, andare a teatro, spendere, divertirmi con le donne... vivere insomma! Se vi riesce tuttavia di trovare in me la stoffa d’un marito, parola d’onore, ve ne sarò gratissimo!

Il Riotti fu percosso d’un tale stupore che non ebbe fiato per rispondergli e fissò l’occhialaio con uno sguardo smarrito.

— Dunque... — volle dire.

— Dunque, concludiamo, — fece Arrigo. — Ho abusato di vostra figlia, ed è naturale che ripari al malanno, sposandola. Solo non venite a parlarmi del giorno, del mese, e neanche dell’anno, perchè dall’oggi al domani non si conclude nulla di buono e di serio. Appena sarò in condizioni da poter prender moglie decorosamente mi ricorderò della promessa che ho data. Ma fino a quel tempo, vi prego di lasciarmi vivere in pace. Tanto più che, se io m’impegno a sposar l’Eugenia, l’Eugenia viceversa è liberissima di sposare chi vuol lei, qualora nel frattempo le cápiti un giovine che valga un po’ meglio di me.

— Ah, cáspita! — scoppiò a dire il farmacista, che aveva finalmente ritrovato l’uso della parola. — Cáspita! cáspita!... Questa è un po’ grossa!

— Vi ho parlato da galantuomo, signor Riotti, e spero che in séguito me ne terrete conto.

— Da birbante, hai parlato! da malandrino! da canaglia! Ah, no, per Dio! non credere d’aggiustarla così!

— Sentite, signor Riotti, — concluse Arrigo, — io son uomo di poche parole: quel che dico dico, e non c’è forza al mondo che sappia rimuovermi da una decisione presa. Inoltre non mi piace d’essere insultato nè di venire a male parole con uomini più vecchi di me. Per il che vi riconfermo quel che ho detto e vi auguro la buona sera.

Se ne uscì calmo calmo, accendendo un’altra sigaretta. Poco dopo l’occhialaio, riconosciuta vana ogni speranza di ragionare col farmacista, pensò che meglio fosse andarsene, e fece come lui.

Arrigo si diresse verso la solita bisca, ove da qualche tempo gli arrideva una straordinaria fortuna. Dopo aver pagate, come ogni altro giocatore, le spese del suo noviziato e maledetta l’ingiusta fortuna e trascorse ore insonni a ragionar col demone che dispone fortuitamente le carte sui ciechi tavolieri, dopo aver osservato col suo freddo spirito coloro che perdevano sempre e coloro che più spesso vincevano, egli era divenuto in breve uno di que’ freddi e cauti giocatori che sanno in fin de’ conti aver ragione anche dell’azzardo capriccioso, contrapponendo alle altrui debolezze la propria inflessibile virtù.

Non più le carte amava nè l’alea che tende i nervi e tien sospeso il respiro sopra il sorteggio d’un punto; ma s’era invece prefissa una nitida volontà di vincere, di afferrar nel suo pugno quel denaro che tanto gli era necessario per i suoi prossimi destini. Conosceva i suoi compagni di gioco, aveva esercitato sopra ognun d’essi un esame acuto, e quand’essi, eccitati o stanchi, nell’ore tarde rincorrevano il denaro perduto, egli, che tutta sera aveva temporeggiato, apriva sagacemente la sua battaglia senza lasciarsi vincere da alcuna ingordigia nè distogliere da alcuna pietà. Si era persuaso che al giuoco pure, come nell’altre contese della vita, la fortuna conta per molto ma il carattere fermo vale ancor più. E da qualche tempo la sorte lo compensava di aver fiducia in sè stesso più che in lei. Durante gli ultimi tempi aveva raggranellata una considerevole somma.

Allora donò al fratello Paolo tutta la sua guardaroba d’elegante suburbano e si fece rinnovare le squamme dai primi abbigliatori della città. Sapeva che sarti e calzolai creano la più immediata, forse la maggior distinzione fra uomo ed uomo, poichè, in questo mondo bizzarro, che vive d’apparenza e si pasce d’esteriorità, il prossimo fa sempre miglior viso al cerretano bene agghindato che non al galantuomo il qual non cura l’eleganza de’ suoi modi e del suo vestire.

Allora cominciarono a giungere nella modesta casa dell’occhialaio fattorini e commessi, che portavan pacchi enormi, ben ravvolti in una carta soffice, dalla ditta vistosa;le sorelle accorrevano a guardare con una curiosità mista d’invidia quelle meraviglie che il ricco fratello si comandava per i suoi diletti.

Con questi abiti nuovi, con queste camice fine, che la mamma non avrebbe osato affidare alla lor semplice lavandaia, con quelle scarpine lucide, odorose di buon cuoio, con que’ fazzoletti sottili come tele di ragno, con que’ capelli tirati a lustro, d’una forma un po’ eccentrica, e tutto quel lino e tutta quella seta e tutta quella buona materia delicata, rara, odorosa, — una specie di aureola s’involse intorno al primogenito. Ne furono tutti sorpresi, ed un poco anche il padre, quel buono semplice padre, che non poteva scordarsi d’aver concepita sopra il suo primogenito qualche speranza veramente ambiziosa.

— Ho vinto al giuoco, — questi raccontò, per spiegare ogni cosa. E siccome non era punto avaro, dispensò regali ad ognuno.

— Bada, — lo ammoniva il padre: — oggi si vince, domani...

— Domani si può vincere ancora.

E spiegò al padre che il giuoco è un affare, come ogni altro affare, dove il sangue freddo ha onestamente ragione dei nervi altrui. Poi sapeva, a tempo e luogo, essere carezzevole, persuadente; nella casa, nonostante i suoi continui malanni, si era sempre nutrita per lui una certa predilezione, ed ora, con quella coscienza pieghevole della gente borghese, finirono con pensare che in fondo, se gli riusciva di menar la vita del gran signore senza commettere alcunchè di male, non bisognava poi dargli torto nè condannarlo per partito preso. Faceva piacere a tutti vederlo uscire, attillato e azzimato come un damerino, sapere che alle volte pranzava nei ristoranti più cari e si metteva l’abito nero per andarsene a teatro in poltrona. Che buon profumo avevano, in quella retrobottega odorosa d’aglio, i suoi fazzoletti fini, quando se li toglieva di tasca! S’era cambiata la pettinatura, il taglio dei baffi, il modo di camminare, il modo di fumare la sigaretta, e pareva quasi che parlasse una linguapiù forbita, che gettasse un riverbero d’eleganza su tutte le cose ch’erano intorno a lui. Questo era avvenuto rapidamente, in pochi mesi. Ognuno si sentiva quasi lusingato d’avere un vincolo di parentela con lui, e da quella trasformazione ognuno sperava di poter trarre un suo particolare vantaggio. Il padre avrebbe forse potuto in séguito risparmiare quell’assegno mensile che gli faceva un gran vuoto in cassa; la madre e le sorelle contavano di tempo in tempo su qualche regalo costoso; il fratello, quel buon Paolo sempliciotto e modesto, era il solo forse che in verità non sperasse nulla e che osservava tutte queste cose con un certo sdegno indifferente.

Il Riotti, che di lontano aguzzava l’occhio a tante novità, non osava dir nulla in modo aperto, ma obliquamente faceva certe sue grandi prediche velenose contro le bische, i nottambuli e le donne di malaffare.

Con la Mercedes era capitato un guaio. Buona ma gelosa, disinteressata ma piena d’amor proprio, come tutte le donne venali quando si dànno per amore, aveva tollerato, sì, che Arrigo rendesse incinta una ragazza per bene, perchè le signorine, via, quasi non contano, e tutto questo era stato, come diceva lui, uno scherzo... ma non poteva mai, mai, tollerare che le si facesse un torto con donne del suo mestiere, perchè in tal caso, oltre la gelosia, c’entrava lo scredito e c’erano in più le beffe.

Appunto era capitata lì, nel teatrucolo dov’ella cantava, una danzatrice Tunisina, la quale, sotto il pretesto di esibire certe figurazioni estetiche, si mostrava in scena sconciamente nuda, con un gran dimenìo d’anche formose, una bella curva di reni, una ricca plastica di poppe arrossate, sotto lo schermo di pochi veli. Fece chiasso; la sala per tutta la quindicina rigurgitò. E gente venne che per solito non bazzicava in quel teatro, gente che poteva, senza ledere il suo prestigio, dare una capatina in quei ritrovi equivoci, a brigate di cinque o sei, farvi un rumore indiavolato e poi andarsene via con un affettato sorriso di noia. Venivan taluni con le loro amanti, lucide di gioielli, ondose di piume, e le povere cortigianelle di quel teatro suburbano tutta sera stavano a rimirarle con occhi affascinati, quasi fosser idoli.

Miris la Tunisina eseguiva una danza del ventre in verità irritante, che poteva qualche strano miracolo anche sui noiati ammiratori delle danze di Salomè, ed aveva, come disse argutamente uno scultore allora in voga nei cenacoli cittadini, «le più belle ginocchia di maomettana che mai fosse stato lecito vedere sopra un altare della cristianità.»

Quando molti l’ebbero goduta, un uomo dabbene, calvo di cranio e ricco d’esperienza, che aveva una fonderia di metalli ed era qualcosa nelle cariche del Comune, la tolse dalla scena e se la fece sua. Sua, beninteso, come piace o come torna comodo a questi noleggiatori di donne, che si recano a trovarle prima del pranzo in vettura chiusa e vi tornan la sera, imbacuccati nella pelliccia, quando non devon accompagnare a teatro la consorte, ahimè, legittima. Consuman poco e pagan bene, lasciano forzatamente una grande libertà, sono la vera provvidenza delle donnine allegre e di tutti coloro che, per spender meno, accettano i ritagli di tempo e divengono «amanti del cuore.»

Miris fu la prima donna, forse l’unica donna, che Arrigo pagò. Ma era Tunisina, e gli parve con questo di umiliarsi meno. Se n’era fortemente incapricciato per quel sapore che aveva di lussuria esotica, ed una sera la condusse a cena. Fu male forse, perchè la Mercedes non meritava questo affronto. Ma egli sperò che la Mercedes nulla ne sapesse. Purtroppo invece non mancò il premuroso informatore.

Ella non si morse le dita nè si strappò i capelli, ma con quella bella risolutezza delle donne di temperamento, appena vide Arrigo, gli lasciò andare due stupendi manrovesci, e mamma Gilda si mise a ridere di così buon cuore che Arrigo non seppe più se dovesse imbizzarrirsi o riderne a sua volta.

Del resto era stanco della Mercedes; ella dal canto suo, cominciava col noiarsi di quella vita monotona, che le faceva perdere molte buone scritture: l’occasione si presentava propizia, e da quel giorno non si videro più.

Ma lo sorprese l’uomo dabbene in casa della Tunisina,certa volta che vi capitò fuor d’ora. E in letto li sorprese, che prendevano il caffelatte verso le due del pomeriggio, con un appetito invidiabile. Colui si chiamava Cesare Farra; era un uomo senza nervi, con una lanugine ancor biondiccia intorno al mento grasso, le labbra tumide, gli occhi piccoli e furbi sotto gli occhiali a cerchio d’oro. Non si scompose, non si meravigliò; chiese venia del disturbo, e da quell’uomo d’affari ch’egli era, tratto di tasca il portafogli, liquidò seduta stante il suo debito con la Tunisina. Miris, per urbanità voleva infilarsi la vestaglia ed accompagnarlo almeno fino all’uscio. Ma egli rispose che conosceva la strada, e se ne andò com’era venuto.

Che fare? La Tunisina era donna di spirito e non perdette il tempo in querimonie vane.

— In fondo in fondo preferisco ballare! — disse ad Arrigo che cercava di scusarsi. — Poi, se non fosse capitato con te, sarebbe capitato con un altro... Dunque non ci badare.

E siccome avevan sonno ancora, spenser la lampadina e beati si riaddormentarono.

Ma da questo fatto incominciò a correre la fama d’Arrigo nella combriccola dei giovani signori che, sempre all’erta di scandali e di peripezie, non avevano tardato a sapere il come ed il quando Cesare Farra avesse côlta in flagrante la sua bella Tunisina. E quel nome di Arrigo del Ferrante, che doveva più tardi suonare su le bocche di tutti, fu per la prima volta commisto alle risate che si fecero in danno del loro amico beffato. Poichè Cesare Farra si compiaceva di frequentare la gioventù e viveva con essi le ore notturne, da buon camerata, egli pure tavernando e giocando con lena instancabile. Raccontò agli amici la sua disgrazia, con disinvoltura lepida, quando comprese che tutti la sapevano già.

A quelli cui la medesima sorte può capitare da un giorno all’altro, dà sempre allegrezza e conforto il conoscere un cornuto di più.


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