X
Cantava quell’anno al teatro d’Opera una cantante russa dalla voce soave, una donna coperta di gioielli da capo a piedi, leggiadrissima e capricciosamente onesta. Era stata, dicevasi, l’amante d’un Granduca, poi d’un Pascià egiziano, che avevano profuse ricchezze intorno alla sua voluttuosa persona.
Di fattezze non era veramente bella, ma possedeva quella singolare dolcezza delle donne slave, quello sguardo innamorato, pieno di sogno, di lontananza, di malinconia, che talora inebbria e talora comunica l’inesprimibile angoscia del suo smarrimento. Aveva una scollatura magnifica, le spalle ben tornite, che si aprivano con la mollezza d’un grande ventaglio, le braccia lente, insidiose, morbide, quasi rotte nelle giunture, che parevan assumere talvolta l’ondosità e la dolce forma d’una sciarpa di seta; braccia che, tese e congiunte, avrebbero portato così bene ai polsi una catena greve, capaci di supplicare come una voce umile, di carezzare fino al tormento, godendo e prodigando un lentissimo piacere. Ed al pari di quelle braccia flessibili, tutta la sua persona pareva muoversi e vivere in una musica veramente appassionata.
La sua voce le somigliava, come un profumo può somigliare al suo fiore. Calda era la sua voce, soave, tormentosa, piena di castità limpidissime, di liscivie opache; profumata era, come se lasciasse ondeggiare nell’aria qualcosa di sè, qualcosa che penetrava nei sensi, e li stringeva, e li opprimeva, come un dolore inebbriante.
Si chiamava Tatiana Ruskaia; aveva cantato per le maggiori scene del mondo, innamorando le platee con la sua passione veemente. Or la tentava la fama antica, se pureoggimai vacillante, di quel teatro italiano che aveva dato all’arte del canto i più sacri battesimi, quando ancora le opulente Americhe non ci avevano barattato a prezzo d’oro per quest’ultima supremazia.
Il suo canto infatti aveva riscosso grandi applausi, ma ella stessa era piaciuta forse più del suo canto. E sopra tutto era piaciuta in quella gaudente compagnia di giovini signori che tengono i palchi, i ridotti, i camerini de’ teatri, gli scanni delle bottiglierie, le tribune degli ippodromi, le sale fortunose dei circoli ed i salottini delle cene notturne; gaia combriccola di gente scioperata, che mangia, beve, gioca, fa all’amore, sopporta la vita senza soverchia fatica e cerca di spendere il tempo nel miglior modo che sia.
Giovini e vecchi insieme, alcuni ricchi, altri quasi poveri, intelligenti alcuni ed altri meno assai che mediocri varii di nascita, d’educazione, d’apparenza, d’animo e di costume, formano insieme quasi una grande, privilegiata famiglia, che in cambio d’affetti vicendevoli campa d’abitudini comuni.
E costoro, tutti costoro insieme, s’erano commossi di lei; avevano iniziata la gara del giunger primo, ed alla testa s’eran messi coloro che si reputavan adorni d’una qualsivoglia irresistibilità.
Ma la Ruskaia era veramente quella invincibile torre eburnea che riesce a disperare la pazienza de’ più accaniti assalti. Li conobbe, li accolse, ne adulò alcuni, altri ne derise: fu soverchiata di mazzi di fiori, fu tempestata di lettere d’amore, non ebbe che a scegliere fra chi le offriva denaro, passione o protezioni; la sua casa fu vigilata, la sua vettura inseguita, il suo camerino ingombro, ma tuttavia nessuno l’ebbe. E questo fu noto, se per taluno millantò.
La cosa impensieriva. Ne fu discusso a lungo, anche nei palchi, durante le visite che si facevano alle belle signore.
Gli ingenui, e furon pochi, si persuasero della sua naturale onestà; i romantici la credettero innamorata; gli esperti immaginarono che aspettasse il bue d’oro; i maligni la supposero malata.
Non era così, affatto. Amava l’arte, il canto, la sua bella voce, i libri snervanti, i viaggi lontani, le immaginazioni tormentose. Aveva tanto denaro da non saperne che fare, tanti gioielli ch’era quasi fatica doverli custodire. Non era nè onesta nè innamorata nè avida nè malata; ma non voleva darsi vanamente, senza esaltazione e senza scopo, così, al primo venuto. Preferiva inasprire i più vivi desiderii col suo pertinace rifiuto che assoggettarsi ad un mediocre amore; poichè nel letto solitario d’una donna bella, ove serpeggia di notte l’insoddisfatta bramosia di molti sconosciuti forse qualche brivido passa, più voluttuoso e più torbido che la medesima voluttà. Poi era noiata: quel Pascià ricco e geloso l’aveva ridotta quasi all’esasperazione; avrebbe potuto domandargli la valle del Nilo, ed egli le avrebbe data la valle del Nilo. Era fors’anco un uomo piacevole, ma con quel po’ di sangue turco che gli era tuttavia rimasto sotto le pelle europea, non le concedeva mai pace. Erano avvezzi ancora alle donne velate, laggiù. Un bel giorno ell’aveva di nascosto fatto i bauli, complice la sua cameriera, ed insieme se n’erano fuggite via. Sapeva che il Pascià ne avrebbe forse pianto come un bambino, ma questo pensiero non la trattenne. Per ora voleva soltanto cantare, darsi all’arte, mettere tutta l’anima sua nell’interpretazione della musica, e venne perciò in Italia, dove non aveva cantato ancor mai.
Del resto si sarebbe anche abbandonata, se ne avesse avuto appena il desiderio. Ma invece passava una crisi, una di quelle sue crisi che le avvolgevano d’inerzia i sensi, le fasciavano le vene in una specie di torpore delizioso. Trascorreva il tempo libero studiando l’italiano, questa lingua musicale che rende più armonioso il canto; e per quella facilità nell’apprendere i linguaggi ch’è comune agli slavi, i suoi progressi eran veloci. Di natura un po’ nomade, amava i cieli diversi e le diverse vite. A stagione chiusa, avrebbe fatto un giro per l’Italia; voleva conoscere questa terra leggendaria, questo paradiso emerso dal mare con un destino di fiori e di sole. V’era giunta, per vero dire, con una certa curiosità degli uomini d’Italia, poichè non v’è donna straniera che non ne abbiatacitamente sognato, ripensando alle infinite leggende che ne raccontano i libri d’amore.
Quelli che aveva conosciuti fino allora, in quel principio di stagione, l’avevano per vero dire alquanto delusa. Su per giù li trovava come tutti gli altri; un poco più vivaci, un po’ meno corretti, con qualche indolenza felina, qualche sgarbo simpatico, una certa spavalderia nel trattare con le donne, il denaro facile, il lazzo qualchevolta triviale. Ma insomma eran gli stessi che altrove, vestiti sul figurino di Londra, con le stesse pettinature lustre di pomate, i baffi tagliati a fil di labbro, lo sparato impeccabile, un grande fiore all’occhiello... E poi? Si era costrutta nella fantasia un bruno tipo di maschio, tutto vibrante come una musica concitata, un tipo di possessore impetuoso e dolce, con lo sguardo pieno di menzogna, di crudeltà e di carezze, con la voce ch’entrasse fin nell’anima, subdolamente, come un veleno. E qualche volta sognava di sdraiarsi vicino a lui, tutta morbida, tutta pigra, con un gran desiderio di sentirsi prendere... Ma erano cose recesse, fuggevoli, che accarezzava con la fervida immaginazione, quasi per divertire la capricciosa bambina ch’era nascosta in lei.
Arrigo la vide per la prima volta sulla scena, e tornò a casa irritato, svogliato, alla fine dello spettacolo, soffrendo quel male sottilissimo che una donna appena intravveduta lascia qualche volta in noi. La sua voce gli era penetrata nell’intimo, gli si aggirava nell’eco dell’anima come una tormentosa carezza; la sua figura, i suoi gesti, quel suo camminare lento e quasi guardingo, gli si avvincevano alla memoria dei sensi con un voluttuoso piacere.
Egli non era facile all’amore; ma i sensi talvolta gli si accendevano d’improvvise demenze, prostrandolo in una specie d’ebetudine dolorosa, che aveva il triste fuoco ed il profondo malessere dell’amore. Qualche volta gli pareva di nascondere in sè un nemico terribile, che avrebbe d’un tratto potuto soverchiarlo, annientarlo, e questo nemico egli non conosceva; ma gli pareva che fosse una forza oscura, insidiosa, un male antico, ruggente nell’intimo delle suefibre, come un rumore d’acque sotto una terra che ha sete. E v’eran giorni che un gran buio gli si addensava nel cervello, pieno di fiamme indistinte, guizzi di cose non vedute, non sapute, balenii di gioie formidabili, ombre di peccati senza nome.
V’eran giorni che tutta la sua gioventù si stancava d’una stanchezza enorme, si perdeva in un vuoto di cose più alte che il desiderio, più forti che la possibilità, e il gran tumulto dell’anima gli traboccava nel cerchio delle vene, martellando, rombando, con una piena sì forte, che gli pareva non ci fosser argini per contenerla tutta in sè. Qualche volta gli pareva insieme di odiare acerbamente sè stesso e la sua vita mediocre, il padre, la madre, che l’avevan generato fra così bassa gente, la sorte che lo aveva chiuso fra così anguste pareti. Poi tutto si placava; la sua fredda e nitida volontà riprendeva il sopravvento. Agli ozii dell’anima sua non aveva concesso che un amore: la musica; e tra le ansie del gioco, tra l’imperioso bisogno di denaro che talvolta lo assillava, questo amore puro e nascosto si accresceva continuamente in lui, metteva luce, vita, calore, nel silenzioso gelo del suo spirito, lo inebbriava di sentimento, era la sua voluttà spirituale.
Leggendo, ascoltando, frequentando i concerti, s’era formato una piccola erudizione musicale, che da sè stesso andava elaborando con la sua straordinaria sensibilità. Prendeva sempre lezioni di violino, ma nascostamente da’ suoi, nascostamente dagli amici, quasi vergognandosi del fatto che un uomo ruvido e forte com’egli voleva essere potesse chiudere in sè una passione così delicata.
Ora la Ruskaia, con il suo canto, con la sua strana bellezza, lo aveva prostrato in una di queste crisi torbide. Ritornò ad ascoltarla, per meglio imbeversi della sua voce, per saturarsi del suo malefico prestigio, e venne via più triste, più solo, perchè intorno a quella donna bella come un sogno si accendevano quadri di vita maravigliosa, quadri nuovi ed abbaglianti, ov’ella signoreggiava, tra uno sciupìo di ricchezze, tra un nembo di splendente irrealità.
Intorno a lei era quel color di vita che pare ai lontani quasi una favola, e per altri uomini ella era fatta, per altri che possedevano il privilegio di tutte le cose a lui negate. Non un amore desolato nasceva nel suo spirito, ma un imperioso desiderio di possederla, d’impadronirsene come d’una bella preda e profumare la sua vita povera con la fragranza delicata che veniva da lei. Cercò di sapere dove abitasse; lo seppe, l’attese, la vide, gli piacque ancor più. Ella divenne il suo capriccio, l’assedio delle sue notti, il rifugio de’ suoi pensieri.
Gli parve d’esser ancor prematuro ad un’ambizione così grande, ma per ciò appunto quest’ambizione gli piacque, sapendo che spesso nella vita il maggior premio tocca alla maggiore temerità.
Quando una risoluzione gli era entrata nell’animo, egli non indugiava, non esitava un istante nel compierla.
Si mise lungamente a ragionare fra sè.
Non aveva denaro da offrirle, non amicizie dalle quali farsi condurre fino a lei, non era un critico d’arte, non era un giornalista, non era insomma alcuno di que’ molti che per ragioni di mestiere hanno a che fare col palcoscenico; non poteva contare che su la propria persona e su la propria scaltrezza. Era cosa per lui difficile poterla avvicinare, foss’anche di sfuggita. Nel medesimo tempo non voleva piombarle addosso come un inseguitore stradaiolo nè parerle uno di quegli innamorati clandestini e feroci che piantonano le portinerie.
Bisognava dunque aver l’aria d’incontrarla per caso, e d’inseguirla, sia pure, ma come per caso, e farsi notare da lei senza darle noia, e piacerle sopra tutto per una di quelle subitanee simpatie che nascono dalle più futili cose. Bisognava esser agile, destro, paziente, trovar la maniera di esprimerle un desiderio più profondo che la curiosità, mostrarle una timidezza non ridicola ed insieme un’audacia rispettosa.
Quel giorno faceva un bel sole. Ogni strada era limpida; l’anima della città brillava. Ella era uscita di casa, a piedi, verso le tre del pomeriggio. Portava un abito di panno scuro, che tra mantello e gonna formava trebalze distanti, con un triplice orlo di pelliccia scura; la medesima — forse un dorato zibellino — che le formava intorno al collo un boa leggero, le guerniva il cappello, e si scioglieva nell’ampiezza d’un manicotto voluminoso.
Forse nelle caviglie flessibili, forse nelle ginocchia dolcissime, nella cintura svelta, nel collo morbido, forse in tutte le sue giunture delicate, aveva quella grazia inimitabile del camminare, quel suo leggiadrissimo segreto di agilità. La seguì egli di lontano, irresoluto. Ella si fermava ogni tanto alle vetrine, ogni tanto entrava in un negozio, usciva, riprendeva la sua passeggiata pomeridiana, godendo il bel sole. Egli le stava dietro, quasi presso; udiva il suo piccolo tacco battere sul marciapiede con un ritmo veloce; udiva quel rumore tepido di pelliccia e di panno, che veniva da lei commisto a profumo.
La vide entrare da un fiorista; egli si fermò davanti al negozio. C’era nella vetrina una grande cesta di bellissime orchidee, color malva, erte su gli steli esigui, fra un merletto di capelvenere.
Gli venne un’idea, lì per lì, buona o cattiva: entrò egli pure. Ella stava presso il banco scegliendo un mazzo di violette di Parma. Arrigo domandò la cesta d’orchidee. La portarono sul banco, fra lor due. Erano così belli, que’ fiori senza profumo, tra l’erba tremula che li separava l’un dall’altro, ch’ella, per un momento, lasciò le sue viole e si mise a guardare.
— Per la signora Tatiana Ruskaia, — disse Arrigo alla venditrice, che racconciava il gran nodo di nastro sul curvo manico della cesta. E soggiunse l’indirizzo.
Colei che sceglieva viole, udendosi nominare, guardò il giovine. Senza impaccio, cortesemente, loquacemente, egli le sorrise. Poi distolse lo sguardo, mise un biglietto da visita tra i fiori, si volse a pagare con discretezza, ed uscì.
Ella ne rimase un po’ stupita, fra le sue violette di Parma.