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Trascorsero due lenti anni. Nel crocchio d’amici, fermi su l’angolo della bottiglieria, si parlava immutabilmente di donne, di giuoco, d’amore.

Sul marciapiede opposto una giovinetta passò, con un’andatura svelta, con qualcosa di simile alla cingallegra nella sua fresca giovinezza, movendo entro la gonna succinta l’onda mutevole del suo corpo.

— Chi è quella ragazza? — domandò il marchese di Sant’Urbino, additandola al crocchio degli amici.

— Bellina! — disse Cesare Farra, che amava d’ogni frutto le primizie immature.

— Pare una piccola vespa! — commentò Lanzo Malatesta, maneggiando per celia la sua mazza come una sciabola, da quell’abitudine ch’egli aveva di celiatore e di schermidore.

Totò Rígoli avanzò di qualche passo fuor dal marciapiede per ravvisarla meglio.

— To’!... se non erro, dev’essere la verginella che sta per cascare con Rafa Giuliani. L’ho veduta una sol volta, però la riconosco. È un amore!

Già lontanava. Di lei distintamente non si vedeva più che la bella capigliatura, d’un vaporoso color biondo.

Sacco Berni fece una smorfia; qualche volta gli piaceva proverbiare; disse:

— Stretto passaggio, si paga il pedaggio.

— Ma Rafa è molto ricco, — notò Giorgino Prémoli. — A queste inezie Rafa non bada.

— Poi dev’essere innamorato cotto! — proseguì Franco Spada. — Rompe i timpani a tutti con le sue confidenze. Non sapevo che fosse per quella lì. Graziosa. Ma mi sembra un poco mal vestita. Che fa? La sartina?

— Dev’essere una ragazza onesta, ma figlia d’un cornuto, — sentenziòil Rígoli. — Perchè i padri legittimi non riescono mai a farle così belline. Vi pare? Quanto poi a rivestirla con eleganza provvederà il buon Rafa... Eccolo appunto! E guardate come corre!

Il Giuliani passava su l’altro marciapiede, camminando in fretta. Lo chiamarono, ma non rispose.

— Corri, corri, che sei in ritardo! — gli gridò dietro Sacco Berni. — È passata or ora.

— Io delle vergini ho paura, — disse gravemente Giannotto Pigna, — perchè molte volte attaccano la sifilide...

La marchesa di Versano passò in quel mentre, nella sua carrozza scoperta, con la pariglia del sauro e del grigio, due superbi trottatori. Molti si levarono il cappello, inchinandosi profondamente.

— L’aborto non le ha fatto male, — osservò il Rigoli. — Si è rimessa molto presto. Ma il Commendatore ha certo avuta una bella paura...

Alcuni, poich’eran amici di casa, si astennero dal ridere.

— Totò, la conosci la vergine di Rafa?

— Io no.

— E allora come sai ch’è una ragazza onesta?

— Me lo ha confidato Rafa.

Sopraggiunse il conte Anatoli, con un abito nuovo, che gli stava malissimo. Era famoso per la sua eleganza ridicola. Molti si misero a burlarsi di lui, cosa che in fondo lo lusingava.

— È una vespa, ma è carina, — ribattè Lanzo, al quale non poteva uscir dal capo. E domandò al Pigna, uso a piantonare per lunghe ore quell’angolo:

— Passa ogni giorno qui?

— No, quasi mai.

Il del Ferrante, la notte innanzi, aveva vinto al Circolo trentamila lire. Quando giunse fu assai complimentato e gli fecero narrare i particolari della bella partita. Ma in quel punto scese di vettura la Tita Borsani, che si era data modestamente il nome di Tita La Vallière per miagolare nei teatri di varietà. Aveva, tempo addietro, avuto un capriccio per il del Ferrante, e non appena lo scorse, poichè doveva passare frammezzo al crocchio, lo prese per il braccio dicendogli con una certa ostentazione:

— Venite ad offrirmi una tazza di tè.

Il del Ferrante, con l’aria d’un uomo che ubbidisse a malincuore, l’accompagnò nella sala. Molti altri li seguirono.

— E così che tenete le vostre promesse? — disse ad Arrigo la signorina La Vallière, non appena furono seduti. — V’ho aspettato ieri e l’altro ieri. Aspettato per modo di dire: cioè sono rimasta in casa.

— Piccola Tita, sai bene che avevo detto: forse...

— Perchè mi dài del tu, scusa? — ella interruppe con impertinenza.

— E tu?

— Ah, va bene!

— T’è passata l’ubbriacatura? — le fece uno, avvicinandosi.

— Sciocco! — ella rimandò con un bel riso. — Ti pare che avessi bevuto iersera?

— Se mi pare? T’ho messa in carrozza di peso per ricondurti a casa, e se fossi venuto fin sopra, giuro che non te ne saresti nemmeno accorta!

— Oh, di te, pare che sia molto difficile «accorgersi...» — ella fece ridendo.

L’altro non disse nulla, ma sembrò che la celia non gli garbasse affatto.

— Dunque ti sei messa a bere? — le domandò Arrigo, non appena quegli si fu allontanato.

— Ma no! Ieri notte mi hanno fatta bere per forza. Quel terribile Mumm... Su, versami il tè. Perchè mi guardi? Cosa pensi?

— Penso, cara Tita, — egli disse affettuosamente, — che ci siamo quasi quasi voluti bene una volta, e ciò mi rattrista, perchè io provo sempre una grande malinconia pensando alle cose che sono passate, alle cose che non possono...

— ... tornare più! — ella fece, seria, nel sorridere.

— Volevo dire: che non posso continuare sempre.

— Fate un po’ di sentimento, ora? — domandò il Rígoli che s’era seduto alla tavola vicina.

— Sì, per ridere... ed anche per farvi ridere! — esclamò la Tita, con un accesso d’allegria. Ma i suoi grandi occhi neri, offuscati di nero, un po’ sciocchi forse nella loro bellezza, non sapevano celare una certa inquietudine, una certa sensibilità quasi timida, nel guardare il giovine dallo sguardovellutato, dalla bocca aspra, che le mesceva ora il tè fumante e pareva considerarla come un piccolo trastullo.

— Non ti si vede più, — ella disse al Ferrante, sottovoce. — Che fai?

— Molte cose. — Poi, con un gesto vago, ripetè: — Molte cose.

Ella lo guardò attentamente:

— Sei divenuto un posatore.

— Quei due si rifanno la corte! — annunziò allora un de’ vicini, che aveva udito. — Siete ben noiosi!

— Sapete che purtroppo, — ammise ridendo la Tita — ho sempre avuto un tenero per Arrigo.

— Questo non ci riguarda, — ribattè Sacco Berni. — Del resto Arrigo non è libero e perdi il tuo tempo. Io sono invece liberissimo, se vuoi.

— Tu?... No, grazie! Tu sei un uomo prosaico, sboccato e pieno di vizi. Per innamorare le donne ci vuole sempre un poco di poesia.

Ella inzuppava un biscotto nel tè, afferrandolo in fretta con le labbra, perchè non si spezzasse.

— E del resto, — continuò, — se non è libero, cosa m’importa? Io non gli domando niente. Gli dicevo anzi ch’è diventato un posatore.

Sopravvenne il Malatesta, con il cappello messo all’indietro, l’occhialetto insolente, stringendo fra le dita la mazza flessibile, che faceva roteare. Disse ad Arrigo:

— Tu, che sai tutto in fatto di donne, sapresti per caso dirmi chi è la ragazza alla quale corre dietro Rafa Giuliani? È passata poco fa: mi piace.

— Non l’ho veduta, — rispose Arrigo. — Non so nulla di nulla.

— Se Rafa le corre appresso, ti consiglio di lasciarla stare, — osservò la Tita, piena di buon senso. — Rafa è troppo ricco.

— Ecco la donna venale! — esclamò il Malatesta con un riso gaio.

Era un autunno di sole; nei parchi e nei giardini ove andava la piccola vespa tutte le foglie non eran cadute ancora.


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