VIII
Arrivò inaspettato in casa di Clara Michelis verso l’ora della colazione. Da qualche giorno ella non lo vedeva più; gli aveva scritto più volte senz’averne risposta, era stata ripetutamente a casa sua, ma senza mai trovarlo. Non poteva considerare come insolito il fatto che Arrigo la trascurasse; però egli non s’era mai dimostrato noncurante a quel segno.
La madre e la figlia stavano sedendo a tavola, quand’egli giunse. Fu il domestico a chiedergli per primo se avesse già fatta colazione.
Poi che rispose di no, gli fu apparecchiato il posto abituale, dov’egli sedette con l’aria d’un uomo affranto.
— Ho avuto molto a fare in questi giorni, — disse a mo’ di scusa. — Perdonatemi di non essere venuto.
Nè la figlia nè i domestici si meravigliavan ormai della sua presenza in quella casa; egli n’era divenuto un poco il padrone, tutti sapevano per qual verso, ed ormai nessuno più vi badava. Quel giorno la sua faccia era pallida, concitata, i suoi occhi pieni di febbre, le sue mani un po’ irrequiete.
— Sono stato occupatissimo, — ripetè, come se non sapesse cos’altro dire.
Per rispetto alla figlia, Clara non rispose parola, e stette a guardarlo, a fissarlo, con i suoi dolci occhi pieni di tenerezza e di rassegnazione. Aveva un gran timore di lui quando lo vedeva giungere a quel modo. Anch’ella era sciupata, e siccome pensava di rimaner sola, era venuta a colazione in vestaglia senz’aver finito di racconciarsi. Lacipria lasciava una traccia visibile su la sua pelle un po’ logora; il collo, che usciva esilmente fuor dai merletti della scollatura, aveva un’apparenza di cosa malata; nel mangiare, qualche leggerissima ruga le si formava agli angoli della bocca e presso gli archi de’ sopraccigli. Forse aveva pianto nella notte insonne; gli occhi le si erano come smorzati e volgevano verso l’amante uno sguardo pieno d’angosciosa dolcezza.
Adelina invece appariva tutta fresca ne’ suoi diciassett’anni fiorenti; ma quel signor Arrigo la impacciava un po’, quando, invece di scherzare con lei come di consueto, veniva con quella sua faccia da can mastino e la guardava ogni tanto con i suoi occhi violenti come quelli d’un uccellaccio notturno.
— Cos’avete mai avuto a fare in tutti questi giorni? — domandò Clara finalmente, cercando che le sue parole avesser un tono scherzoso.
— Molte cose, — diss’egli. — Vi racconterò.
E súbito, per mutar argomento, si rivolse alla signorina:
— E voi, Lela, come va? — Cercava di sorridere, ma la sua faccia era contratta.
— Lela va benissimo, — rispose allegramente la fanciulla. — Mi pare invece che lei non stia molto bene.
— Perchè?
— Ma non s’è guardato nello specchio stamattina?
— Ah... non ho avuto il tempo di radermi la barba: ecco la ragione. Poi mi duole un po’ il capo.
— E non mangia?
— Sì, mangio; ma ho poca fame.
— Forse volete prendere qualcosa per il mal di capo? — interruppe Clara, guardandolo con occhi già pieni di perdono.
— Grazie, è un cerchio nervoso; non importa.
— Desiderate un brodo? un’ala di pollo?
— Grazie, grazie; raccontátemi qualcosa piuttosto.
— La mamma non avrà nulla da raccontarle, perchè se n’è rimasta in casa tutti questi giorni, — disse Lela con una cert’aria di sottinteso e di malizia.
— Ah, sì? — fece Arrigo, sogguardando rapidamente Clara.
Ma ella chinò il viso e finse di non aver udito.
— Allora mi racconterete voi qualcosa, — disse Arrigo.
— Quello che faccio io non le può interessare: però, se ci tiene...
— Sicuro.
— Ma sa che è molto brutto lei stamattina!
— Vi pare?
— Proprio! Si curi.
— Com’è impertinente questa figliola! — esclamò la madre sorridendo.
— Mi curerò, — fece Arrigo; — ma intanto aspetto che mi raccontiate qualcosa.
— Dunque: sono stata due sere fa in casa De Vincenzi, dove la mamma non è venuta perchè aveva l’emicrania, come lei stamattina. Vi sono andata con la Miss. C’era un piccolo ricevimento di signorine.
— Chissà quanti pettegolezzi! — egli fece, con amabilità.
— Da parte mia, no; sa bene che non sono pettegola affatto. Naturalmente, se le altre parlano, ascolto. Ho inteso dire, per esempio, che il suo amico Varni ha preso a schiaffi l’altra sera un ufficiale, il tenente Maffei, quello che fa la corte alla contessina Sala, per un litigio durante una cena... È vero?
— Si, è vero.
— E si son battuti?
— Non ancora; forse oggi, forse domani, perchè i padrini hanno cercato di accomodare la cosa.
— È stato per gelosia, non è vero? Così mi hanno detto.
— Esattissimo. E poi?
— E poi che al teatro della Varietà c’è una ballerina Americana, molto bella, che balla la danza di Salomè a piedi nudi... — ella narrò senza rossore, con una voce piena di reticenze.
— Ma cosa t’interessi mai di queste cose, Lela! — osservò la madre severamente.
— Scusa, mamma, lo hanno raccontato; che colpa ne ho io?
— Bene; e poi? — fece Arrigo.
— E poi che al loro Circolo si gioca ora una partitafortissima, e che forse Missolungi vincerà il Gran Premio di domenica.
— Missolungi no; credo piuttosto Arianna.
— Ma Arianna, — ella discusse, con sicura competenza, — porta quattro chili di sopraccarico; inoltre don Carletto Malespini, suo proprietario, ha sempre la jettatura.
— Può darsi. Andrete alle corse domenica?
— Andrò con la Miss, ma nel prato. Saremo una comitiva di cinque o sei signorine.
— E voi andrete? — domandò Arrigo a Clara.
— No; sapete bene che mi ci annoio.
— Una volta non era così.
— Già, una volta... ma ora è diverso, — ella disse con una certa tristezza.
— Bene, — ripetè Arrigo alla fanciulla; — e poi?
— Oh, ma lei è molto curioso, sa! E dice che siamo noi le pettegole!
Egli rise; la sua faccia sciupata dalla notte insonne per un momento scintillò.
— Senta, — fece Lela, — lei conosce bene il Max Borsaro, il minore dei due, non quello che fa il letterato, l’altro, il biondo?
— Sì perchè?
— Mi dica: è vero che s’ubbriaca ogni sera, e quand’è ubbriaco ne fa e ne dice di tutti i colori?
— Beve molto, è vero; ma ce ne son altri che bevono più di lui.
— Solamente lui, pensi, mi hanno detto che sia fidanzato con una mia amica, la Nónaro, pensi!...
— Ah, davvero? quella piccina, bionda, che si vede sempre in carrozza con sua madre, dappertutto?
— Sì, lei. Ha diciannove anni, pensi! È carina, ma non sa pronunziare l’esse; fa ridere. Poi ha la smania di parlar francese... noti, con una pronunzia deplorevole... Sì, quella insomma. Di fatti, l’altra sera, in casa De Vincenzi non è venuta. Il fidanzamento per ora non è ufficiale, ma tutti sanno che avverrà. E del resto, durante il carnovale, a tutte le feste non hanno fatto che ballare insieme, parlarsi piano e nascondersi.
— Se è vero, gli farò i miei augurii.
— È verissimo; glieli faccia pure. Lui è piuttosto un bel giovane, ma un ubbriacone a me non piacerebbe. Pensi che schifo avere un marito il quale sappia sempre di vino o di liquori! Lei non s’ubbriaca mai?
— Molto di rado, signorina...
— Meno male! Ah, un’altra cosa...
— Sentiamo.
— No, questo non lo posso dire, se no la mamma mi sgrida! — ella esclamò, guardando la madre con una occhiata piena di civetteria.
Egli pure guardò Clara, sorridendo, e disse:
— Facciamo conto che la mamma non ci sia.
— No, no...
— Coraggio!
— Bene; lei conosce quella che chiamano la Tizianina?
— Di vista.
— Lela!... — rimproverò la madre.
— Eh, ormai!... Dunque m’hanno detto che ha lasciato il suo barone ed è scappata con un maestro di scherma.
Arrigo e Clara scoppiarono a ridere; quella impertinenza li divertiva; il domestico nascose la faccia nel vano del saliscendi per dissimulare una risata.
— Per bacco! — esclamò Arrigo; — si raccontano molte belle cose nei ricevimenti di signorine.
— Che vuole? Dappertutto è così. Poi c’è ancora quello che non le dico: il più bello...
— Sentiamo, sentiamo!
— Ah, questo poi no! Ma le assicuro che certe amiche mie ne sanno più... più di lei!
— Ci vuol poco, signorina; io sono un uomo serio.
— Peuh... peuh!
— Come? Ne dubitate? Sapete forse qualcosa anche sul conto mio?
— E quante ne so! Si metta bene in mente che in città non succede cosa, dal mattino alla sera nè dalla sera al mattino, senza che noi lo si sappia. Chissà per qual verso, e però tutto arriva. Per esempio, — questo è unaltro discorso — ma chi ha detto che lei ha una sorella tanto carina?
Arrigo si sentì rabbrividire fin nell’intimo, preso da una sottile angoscia, e mentre i suoi occhi paurosi scrutavano all’intorno, si sentì a suo malgrado una leggera vampa salire al viso. Egli era sotto lo sguardo vigile dell’amante, e non seppe come dissimulare il proprio turbamento.
L’altra continuava:
— Non so bene chi me lo abbia detto; non me ne rammento con esattezza. Ma lei perchè non me ne ha mai parlato?
— Semplicemente perchè non ne ho mai avuta l’occasione, — egli spiegò, riafferrando la padronanza dei propri nervi.
— Quanti anni ha?
— Venti e mezzo.
— Non frequenta nessuna società?
— Vive piuttosto sola; è una ragazza originale.
— Come si chiama?
— Anna Laura, ma la si chiama Loretta.
— È bionda, vero?
— Sì, bionda.
— Alta?
— Un poco più di voi.
— Mi piacerebbe vederla.
— Un giorno o l’altro ve la farò conoscere.
La colazione era finita; entrò miss Dora per avvertire la signorina che si preparasse alla sua lezione di pianoforte; il professore verrebbe a momenti. Lela, con quella istintiva indulgenza delle fanciulle verso le colpe materne, comprese che la sua presenza diveniva inutile, salutò l’uno e l’altra, — non era indiscreta — e se ne andò.
Rimasero di fronte, senz’alcun testimonio, gli amanti, nella prima inquietudine dell’esser soli, e tacquero per alcun tempo. Il caffè ancor tepido fumava lievemente nelle tazze minuscole. Ella congiunse le sue mani lunghe, un po’ scarne, vi poggiò sopra il mento, e stette a guardarlo senza dir nulla. Negli occhi fermi le cresceva una lacrima silenziosa. Egli, un po’ impacciato, a viso chino, giocherellava con la miccia del suo portasigarette, faceva e disfaceva nodi.
— Perchè non ti sei lasciato vedere in questi giorni? — domandò finalmente Clara, con una voce timida.
— Non potevo, lo sai che non potevo... — egli mormorò senza levare gli occhi.
— Non so nulla io; so che mi hai fatto morire.
— Bah... non si muore per così poco! — egli esclamò nervosamente.
— Cosa ti ho fatto?
— Tu? Niente. Anch’io non ti ho fatto niente, — diss’egli divenendo aspro.
Ella fece un atto quasi umile di rassegnazione e tacque a lungo. Poi osservò:
— Potevi almeno scrivermi una parola.
— Ti volevo scrivere infatti, anzi pensavo di venire io stesso; ma ero così nervoso, così terribilmente nervoso...
— Cos’è accaduto?
— Nulla — egli esclamò quasi con rabbia; e ripetè: — Nulla.
Ella si levò, leggera, flessuosa, muovendo nella vestaglia di seta il suo corpo di signorina, gli si fermò presso, e con un atto dolce, che solo hanno le antiche dolorose amanti, gli carezzò i capelli.
— Sei triste?
Egli non rispose.
— Sei malato?
Egli le prese repentinamente un braccio, che aveva nudo fino al gomito fuor della manica larga, e lo baciò.
Si levarono; andarono in una saletta vicina, una di quelle stanze intime che la signora d’una casa adorna con amore con leggiadria, perchè somiglino a lei stessa; e rimasero in piedi, vicini, perplessi, come se ubbidissero entrambi ad una specie d’esitazione.
Sui tavolini le scatolette d’argento, le boccette di cristallo, scintillavan nella penombra; un buon odore di mughetti freschi empiva la stanza.
Ella conosceva quelle ore, conosceva quel viso di lui. Dalla tenda pertugiava un vapor di sole color d’ambra.
— Che hai dunque? — domandò con paura.
— Ho perduto ancora, — disse Arrigo duramente, senza guardarla.
— Ah... — ella fece, impallidendo. E chinato il viso, restò a fissarsi la punta della scarpina, che si agitava fuor dalla balza della vestaglia ondosa. Una lacrima le scivolò dalle ciglia per il viso bianco.
— Stanotte? — gli domandò.
— Stanotte, ieri e prima d’ieri: tutti questi giorni, — egli spiegò sordamente. Una pausa, una lunga pausa, da entrambe le parti, angosciosa.
— Molto?
— Sì, molto. Ho pagato tutto quel che potevo, non ho più nulla e devo ancora.
— Perchè hai fatto questo? — ella mormorò timidamente. — Mi avevi giurato...
— Non tormentarmi, Clara, non tormentarmi! Se tu sapessi!...
In verità pareva un uomo perduto; la disperazione alterava il suo viso.
— Cálmati, — ella fece mansuetamente. — Non dico nulla.
Ma una specie di singhiozzo le contorse la bocca. Ella era quasi povera: s’era impoverita per lui.
— Quanto devi? — domandò.
— Quindicimila lire, e per questa sera. — Buttava le parole aspramente come se gli ardessero la bocca. — Ne ho pagate settantamila in tre giorni, ne devo quindici ancora.
Ella si lasciò cadere le braccia lungo i fianchi con un gesto pieno di sconsolatezza, e disse fievolmente:
— Sai bene che non posso più...
— Ma io non ti chiedo nulla! — egli rispose con ira, scrollando le spalle.
Una luce tetra gli balenò negli occhi, una specie di sarcastico riso gli orlò la bocca; s’andò a cacciare in una poltrona profonda, piegando il mento sul petto.
— Non fare così! non fare così!... — ella gemette, cacciandosi le dita fra i capelli, premendosi forte le tempie come per contenerne i battiti. Poi camminò verso di luiquasi macchinalmente, s’inginocchiò sul tappeto come se vi cadesse, e poggiandogli la fronte su le ginocchia ruppe in lacrime.
Egli le posò una mano su la nuca, lievemente; si morse il labbro, come per inghiottir qualcosa d’amaro che gli salisse alla gola, e con una voce soffocata le disse appena:
— Via, non piangere...
Ma ella singhiozzava più forte.
— Clara... — pregò egli, scoprendole dai capelli tutta la fronte.
Ella si lasciò sollevare; gli mise le braccia intorno al collo e nascose contro una sua guancia la faccia bagnata. Nel piangere lo baciava.
Or da una sala più lontana si cominciaron a udire le note del cembalo, durante la lezione di Lela.
Suonava una canzone di Grieg, tristissima e tormentosa, dolce ma inguaribile, come un dolore che non abbia fine, come un amore che non dia pace. Ogni tanto s’interrompeva; la mano del maestro correggeva un accordo, rifaceva una battuta; qualche attimo di silenzio, e Lela tornava da capo.
— Clara, non piangere...
Fra le lacrime aveva già un sorriso.
— È stata una grande aberrazione, — spiegò Arrigo. — Ho perduta la testa. Non so... forse mi volevo stordire. Di cosa? Non ti saprei dire. Tre notti, quattro notti, senza quasi chiuder occhio. Giuoco e perdo, perdo senza rimedio, perdo senza interruzione. Ho lasciata la tavola poche ore fa. Nessuno mi ha risparmiato, e, capisci, ne’ miei panni, se non pago è la rovina.
— Sì, capisco; ma cálmati, non ti crucciare.
Lo carezzava, piano, come una madre.
— Ah... sono disperato! — egli esclamò in un accesso di scoramento.
— Taci, non dire così.
— Vedi: la mia vita è sempre in bilico sovra un precipizio. E tutti rideranno quando finalmente vi cadrò.
— Povero amore mio... senti, senti... non devi dire queste cose. A tutto si rimedia. Io...
— No, tu no! Tu sei stata sempre troppo buona con me.
Ella trasse un profondo sospiro:
— Oh, se mi ascoltassi un poco!... se tu mi volessi ancora un po’ di bene!...
— Te ne voglio, Clara, lo sai...
— No, no... — E c’era nel suo viso l’espressione d’una rinunzia inconsolabile.
— Non piangere dunque. Sii buona, guárdami. Se tu sapessi quanto mi ha fatto bene venire qui. Ero come un pazzo. Ma non piangere, via, non piangere!
Con un fazzolettino minuscolo ella si rasciugò gli occhi; ma più li tergeva, e più eran lacrime nuove. Allora egli la baciò su la bocca, su gli occhi, su la fronte. Quella bontà e quel dolore lo vincevano insieme, senza simulazione. Ella, incoraggiata, insinuò le dita fra i suoi capelli folti. Era in lei un gesto abituale; quelle sue lunghe dita sottili vi entravan come un pettine.
— Se fossi ancor ricca come una volta... — ella disse. Ma vedendo ch’egli si turbava, súbito corresse: — No, non sei stato tu: siamo stati un po’ noi, tutt’e due insieme... Bisognerà mettere un sesto a tutte queste cose. Ho molte gioie ancora, ho la casa... Dovresti aiutarmi.
— Sì, Clara, vi penseremo.
— C’è anche un po’ di denaro alla Banca, ma quello...
— Non voglio, non voglio, Clara!
Con una carezza ella gli impose di tacere.
— Quello è di Adelina, e non dovrei toccarlo. Ma, insomma... lo renderò. Certo: noi venderemo la casa, perchè Lela non ci deve perder nulla, è vero? Ma anche tu non devi soffrire. Io non posso vederti così. Va presto, va e ripósati. Non pensare più a nulla. Dormi qualche ora. Io telefonerò súbito all’amministratore. Mi farà certo una scenata... ma non importa.
— No, Clara, non voglio! non è possibile! non posso più accettare! — egli esclamava con sincera veemenza. — Sono venuto da te perchè mi sentivo solo e perduto... ma non voglio rovinarti ancora. Potrò forse trovare altrove quel che mi abbisogna; lasciami cercare almeno.
Ella strisciò contro di lui, lo avvolse nelle sue braccia deboli, sorrise con fedeltà, vicino alla sua bocca.
— No, amore, tu devi solo dormire, fare un buon sonno; vedi come sei stanco? Prima di sera tutto sarà in ordine. Non pensarvi più.
— Come sei buona! come sei buona!... — egli balbettava, un poco tremando. E con un atto di vera ribellione contro se stesso:
— Ah, che vigliacco sono io! — esclamò.
— Taci, taci... — ella disse chiudendogli la bocca. — Va e dormi. Riposa tranquillo fino a sera. Verrò a svegliarti io, se vuoi... — Fece una pausa, le si gonfiaron un po’ le vene del collo, gli occhi le brillarono; — Vuoi?...
Egli vide in un baleno il gran letto su cui s’era seduta Lora... Una terribile ombra gli si addensò nella fronte.
— Vuoi?... — fece ancora l’amante.
— Sì, vieni, — diss’egli con una voce opaca. E non la guardò.
Lela riprendeva la canzone di Grieg, tristissima e tormentosa, dolce ma inguaribile, come un dolore che non abbia fine, come un amore che non dia pace.