VII
Tutt’e due sapevano che vedersi ancora voleva dire buttarsi ciecamente nella perdizione del peccato. S’eran divisi, l’ultima sera, con una specie di spavento, e però, toccandosi la mano fredda, scambiandosi l’ultimo bacio sul limitare della casa paterna, una promessa era corsa fra loro, ineffabile, orrenda, non detta con parole, perchè nessuna parola avrebbe osata profferirla.
— Quando?... — gli aveva ella domandato, serrandosi contro di lui, tremandone come un’amante impaurita. Egli voleva rispondere: «Mai più! mai più!» Ma sentì che tutta la sua vita pendeva da quel desiderio, e le promise un giorno prossimo, le suggerì di tacere.
— Addio... scrivi, — ella disse. Poi scomparve nel buio delle scale.
Ma tutt’e due sentirono che il tormento cresceva, che nessuna forza umana li avrebbe salvati più dal pericolo meraviglioso nel quale si sentivano avvolti.
Quando il giorno fissato venne, Arrigo, si recò a prenderla, mentre ancora, su la mensa paterna, il pranzo non era imbandito. Per tutto il giorno Loretta era stata nervosa, irritabile, insolente. Fin dal mattino aveva rimbeccata la madre perchè questa si era permessa di osservarle:
— Tuo padre ha ragione. Arrigo ti dà troppi vizii: teatri, cene... Vi sei stata pochi giorni fa; che bisogno c’era di tornarvi oggi?
A colazione aveva coperto d’insolenze il fratello Paolo, perchè questi, vedendo ch’ella non toccava cibo, si era messo a borbottar sottovoce:
— La signorina ha i vapori! Ormai per lei ci vogliono le beccaccine e le lingue di pappagallo!
Loretta diede una scrollata di spalle, poi s’irritò. E l’altro, più scherzevole, ripeteva: — Sì, ha i vapori! ha i vapori!
Li aveva un poco infatti; era pallida come fosse incipriata, con gli occhi divenuti più vasti e più lucenti; non poteva star ferma; s’era pettinata male. Verso le quattro del pomeriggio aveva cominciato a rivestirsi, piano piano, con una infinità di cure; s’era tutta lavata, profumata, coltivata, come un fiore prima di metterlo in vaso. Era stata un’ora a lisciarsi i capelli, a strofinarsi le unghie; aveva pure pensato ad annerirsi un po’ gli occhi, ma vedendo che ciò le riusciva male, se li era nettati con un pannolino umido. S’era messa la camicia più fina, le mutande più adorne di pizzi, ed in particolar modo, prima di vestirsi, s’era guardata nello specchio, tutta nuda, con un lungo brivido. Nondimeno, a dispetto di tante cure minuziose, quel giorno non era del tutto bella, non le riusciva d’esser bella come di consueto.
Aveva passata qualche notte insonne, con il pensiero torbido che le accendeva il sangue, facendola rivolger nel letto e smaniare nelle dure pazienze della verginità.
Quando giunse Arrigo, ed appena intese il rumore del suo passo, ella temette di non potersi levare, dubitò che ognuno vedesse il suo turbamento, poichè si era sentita il sangue scorrer giù dalle vene del viso.
Egli pure non aveva quella sua spavalderia consueta, non era franco, si moveva e parlava con un certo impaccio, evitava di guardare Loretta.
— Visto che sei pronta, ti conduco fuori a pranzo, se vuoi...
— Ben volentieri, — ella fece.
Il padre, la madre, non osarono dir nulla; solo Paolo osservò:
— Sarebbe più semplice che rimanessi qui anche tu. Una volta ogni tanto non ti farebbe male.
— Verrò un’altra sera, se vi fa piacere, — Arrigo rispose con una certa umiltà. — Questa sera fa così bel tempo, che preferisco mangiare all’aperto.
— Bene, bene; dicevo per dire.
Stavano mettendosi a tavola; Paolo era già seduto davanti al suo tondo; aspettava. Padre e madre si tenevano in piedi, un po’ irresoluti, come se ricevessero in casa loro una visita inconsueta.
— Questo è mio padre e questa è mia madre, — pensò Arrigo fugacemente, guardando i due poveri vecchi.
E una pietà nuova gli sorse dal cuore, acuta come una sofferenza.
— Ti avverto, — riprese Paolo — che la «tua» Loretta si dà certe arie addirittura da principessa. Cerca, se puoi, di non scaldarle la testa.
Ella scattò su come una viperetta:
— No, mio bel signorino! la testa non me la scaldo, io! Pensa tu piuttosto ad essere meno triviale, e ci guadagnerai.
— Insomma, caro Arrigo, — intervenne il padre, — la mia casa è un inferno. Si sente sempre strillare. Che brutta cosa!
E la sua mansuetudine si accontentò di questo calmo lamento. Arrigo, preso da non so quale tenerezza improvvisa, gli andò vicino e gli pose una mano su la spalla:
— Via, papà non ti crucciare. È la stessa cosa in tutte le famiglie; quando si vive insieme c’è sempre qualche contrasto.
— Bah!... — disse il vecchio a mo’ di conclusione, — se voi ve ne andate, noi cominciamo a mangiare.
La domestica aveva portato la zuppiera e la madre versava nelle fondine; poi tutti e tre curvarono le facce sopra il fumo denso, che odorava, e cominciarono lentamente, golosamente a mangiare.
L’antica tavola famigliare era troppo grande per quelle tre persone; i posti vuoti vi lasciavano una specie di tristezza, come se alcuno, che avrebbe dovuto esservi, ne avesse disertato. Per primo se n’era andato il maggiore, il primogenito, quello nel quale il padre si riconosce, in cui la madre ricorda la sua prima carezza. Per lungo tempo la sua seggiola era rimasta lì, davanti al posto vuoto, al tovagliolo di bucato chiuso nell’anello d’alluminio, quasi ch’egli potesse tornare di pasto in pasto; enon tornò. Poi se n’era andata la sorella maggiore, a farsi un’altro focolare, con altri affetti; ed ora manifestamente si allontanava l’ultima, quella che per ultima aveva allietata la casa de’ suoi strilli, quella che ai vecchi ricorda più da vicino la giovinezza ed è come l’ultimo fiore d’un albero laborioso, il più fragile ed il più bello.
Se ne andava, e restavan i due vecchi ad ingoiare amaramente il cibo greve, con un figlio taciturno, che forse rimaneva, solo perchè sentiva il possesso, l’eredità della casa, scendere nelle sue mani tenaci.
Tra il fumo della minestra questi pensieri salivano alla mente dei due vecchi, e rivedevano essi forse quella lor stanza d’un tempo, quando intorno alla tavola quadrata c’erano quattro testoline di bimbi, e bisognava gridare, faticarsi, lavorar più duramente, ma ciò non era molesto, se ad ogni tratto una vocina limpida si levava dalla nidiata per chiamare: papà, mamma! con quell’accento infantile in cui trabocca l’istintivo amore.
E pareva che, guardando Arrigo, entrambi gli dicessero mutamente: «Sei stato tu! sei stato tu!»
— Non la ricondurre troppo tardi, — la madre disse ad Arrigo. Ed il silenzio tornò nella stanza, rotto appena dal rumore che i cucchiai facevano battendo le stoviglie sonore.
Quando Arrigo e Loretta si trovaron nella strada, soli, e si guardarono, la colpa ch’era già entrata nelle lor vene li soverchiò entrambi di dolcezza e di paura. Non osarono parlarsi a tutta prima. Loretta prese il braccio d’Arrigo e s’avviarono lungo il marciapiede, fra la gente folta, a passi frettolosi. Il rumore della contrada li stordiva; quello stordimento era per entrambi delizioso.
— Dove andiamo? — domandò infine Loretta.
— Camminiamo. Ancora è presto, — egli rispose con una voce assorta.
La serata era dolce, un po’ snervante, piena di languori. Navigavano per l’aria quasi ferma certe larghe ondate di vapori biondi, che oscillavano vicino ai tetti e salivano alte nello spazio, facendosi più rare, più tenui, fino alle prime stelle. In quella vaporosa pigrizia dell’aria i vasti romoridelle cose parevano accrescersi d’una maggiore sonorità. Tutto quanto aveva un’anima, reale o fittizia, era nella pienezza della sua vita; ogni cuore si sentiva spinto a desiderare più in là di sè stesso.
Avevano da poco acceso i lampioni, che splendevan d’una luce quasi azzurra sotto il cielo ancora intenso di trepidazione solare; alcune finestre chiuse raccoglievan nelle vetrate i fuochi e le raggiere del tramonto.
— Com’è bello camminare a quest’ora, — disse Loretta al fratello, serrandogli fin poco il braccio, su cui pesava.
— Ti piace? — egli domandò, trasfondendo in queste due parole così brevi tutta la dolcezza che gli traboccava dall’anima.
— Sì, mi piace; con te mi piace. — E dopo una pausa continuò: — Sai?... ho tremato tutto il giorno....
— Perchè hai tremato?
— Pensavo che tu verresti... — ella confessò, piegando il viso.
Egli ebbe un movimento nervoso e disse:
— Era meglio dimenticare.
— Ah, no!
In quei pochi minuti ch’eran vicini si sentivano già presi, avvinti l’uno all’altra, e soffrivano e godevano d’una gioia ch’era dolore.
Stavano bene insieme: lei bionda e sottile, armoniosa; lui, con la sua persona elegante, con il suo passo franco. Molta gente si voltava a guardarli.
Giunsero nelle strade più centrali; Arrigo le disse:
— Non mi dare il braccio. — Ella obbedì senza rispondergli; ma gli rimase vicina.
Entrarono da un fiorista a comprare fiori; poi, camminando, si fermavano a guardare i negozi dalle mostre scintillanti. Arrigo salutava molta gente. Loretta ogni volta gli domandava: — Chi è?
Allora egli diceva un nome, una frase che dipingesse la persona, uno di quei riassunti schematici ed incisivi che valgon meglio d’una lunga biografia.
Un tale: — si fa chiamare avvocato, ha una bella moglie, sua moglie ha un amante ricco, egli lo sa.
Un altro: — ha dovuto lasciar l’esercito per debiti; a teatro prende solo il biglietto d’ingresso e fa visite in tutti i palchi; la notte gioca, e vince sempre.
Un terzo: — ha una scuderia da corse che gli costa cara, ma dicono che faccia anche l’usuraio, così riesce a pagarne le spese.
E via di séguito.
Su lo stesso marciapiede passarono due donne elegantissime, provocanti. Vedendo Arrigo gli sorrisero; Arrigo, a sua volta, non salutò, ma sorrise. Restò dietro i loro passi un lungo solco di forte profumo. Loretta si rivolse a guardarle; domandò:
— Le conosci?
— Sì.
— Chi sono?
— Quella di destra era una mima: adesso è mantenuta da Rinaldo Bastìa, un fabbricante di cornici, padre di quel Bastìa che s’è ammazzato pochi mesi or sono. L’altra è una che vive di rendite... rendite giornaliere, quando ne trova.
— Sono due belle donne.
— Peuh, non c’è male!
— Perchè ti hanno sorriso a quel modo?
— Che modo?
— Non saprei; come se avessero qualcosa da dirti.
— Non saprei; per abitudine forse.
— Sei stato amante anche di quelle?
— Amante no; ne ho conosciuta una, la mima, qualche anno fa.
Loretta rimase un momento a riflettere, poi disse;
— Ma che piacere provi tu nel cambiare tante donne?
Arrigo si mise a ridere.
— Lo stesso piacere, — disse — che voi donne provate a cambiar d’abiti.
La sorella non fece altri commenti.
Dopo aver taciuto qualche tempo, e quasi di malumore, disse:
— Io, per esempio, se avessi un amante, sarei molto gelosa.
— Ah, sì? — esclamò Arrigo, guardandola. — E cosa faresti?
— Non so cosa farei; credo non sia possibile saperlo prima, ti pare?
Poi gli domandò ancora:
— Le amanti che hai avute eran gelose di te?
— Sì, tutte! — egli fece con spontaneità.
— E tu?
— Io?....
Di nuovo guardò la sorella, attentamente, lungamente, poi le riprese il braccio, poichè la dolce ora del crepuscolo andava mano mano facendosi buia. Le confessò:
— Vedi, per ingelosirsi, bisogna essere innamorati. Io, veramente, non lo sono stato ancor mai.
Ella gli fu riconoscente di questa risposta e n’ebbe una gioia visibile, pur tacendo.
Andarono avanti, attraversarono una piazza, presero un’altra via.
— Come sarei contenta se tu volessi bene a me... — diss’ella, piano, chinando la faccia, per nascondere la bocca che profferiva quelle parole.
— Ma te ne voglio, Lora, — egli rispose.
— No... dev’essere un’altra cosa... non lo diresti così.
— Come dovrei dirlo?
— Niente, non dire niente.
Ella improvvisamente si sentì piena di tristezza; nella sua voce tremava quasi un dolore.
— Vuoi che andiamo a pranzo? — domandò Arrigo.
— Andiamo.
— Ti condurrò in una trattoria che non conosci; è fuori di porta, in mezzo alla campagna, e le tavole sono in giardino. Vuoi?
— Sì, Rigo.
Salirono nella prima vettura che trovarono, senza badare al vetturino, che, malcontento della corsa troppo lunga, non cessava dal bestemmiare tra i denti. Piano piano, su gli aspri ciottoli, il cavalluccio cominciò a trottare.
Ora qualche strato di nebbia rosea intorbidava la trasparenza del cielo; pioveva per intorno una chiarezza pervasa d’ombre; lungo una strada fiancheggiata d’alberi li investì, li ravvolse, li inebbriò, il profumo dei tigli che fiorivano.
Loretta si era tolto un guanto, aveva preso una mano del fratello ed intrecciava le dita nervosamente nelle sue.
— Ho quasi voglia di piangere... — confessò con una voce tormentata.
— Perchè, Lora?
— Non so... non so; oppure non te lo posso dire...
— Non dire niente, Lora, ma non piangere, — fece Arrigo, tentando con ogni sforzo di reprimere la sua commozione. E le carezzò la mano.
— Perchè mai non sono più allegra come l’altra volta?
— Invece devi essere allegra! dobbiamo ridere! Non pensare ad altro.
Ella si tese a lui come per fargli conoscere il suo amore.
— Vorrei che tu mi volessi bene... — disse di nuovo, tutta fremente, in un bisbiglio. — Ma invece questo non può essere... È vero che non si può?
Egli le rispose con serrarle una mano, e, turbato, non aggiunse parola.
— Senti, — fece Loretta, — spiégami una cosa. Perchè io, che sono tua sorella, voglio bene a te?
— Taci, non dire così.
— Ma è vero! Se fosse una cosa brutta, come pare a noi, essa non accadrebbe. Invece, vedi, tutto quello che potrei sentire per un altro, per un estraneo, lo sento per te. Mi fa male, molto male...
— Loretta, mia Loretta... — egli mormorò con una trepidazione paurosa.
— No, sii buono, voglio parlare, voglio parlarne con te.
Lasciò la sua mano, e raccostatasi a lui, gli sfasciò, gli ravvolse il braccio con il suo braccio morbido.
— Questo amore mi ha presa tutta in un momento... prima non lo sapevo.
Si protese a lui, così che gli moveva sul fiore della bocca i riccioli della sua fronte bionda, e pregò sottovoce:
— Dammi un bacio... piano, piano... Fa buio, nessuno vede...
Le loro bocche innamorate s’incontrarono, godettero tutto il dolore del male che li struggeva.
E andarono via lentamente, al trotterello del cavallo stanco, per corsìe diritte, per strade oblique, per vicoli tortuosi, penetrando nel dedalo della città crepuscolare che or si costellava di lumi, come un immenso naviglio fermo su l’ancoraggio notturno. Quando furono di là dalle barriere, nelle zone del suburbio che quasi non conoscevano, parve ad entrambi d’esser giunti assai lontano da quella grande ostile città che li teneva prigionieri, sottomessi al divieto, e parve loro d’esser come due sconosciuti per una terra quasi straniera, liberi finalmente dalle intollerabili sorveglianze altrui.
Nella dolce serata primaverile il suburbio era spesso di gente, uscita fuori da’ formicolai di cinque piani o dalle piccole decrepite case, per gremir la strada con tutte le figliolanze, dopo le parche cene. Era vigilia di festa, un sabato sera; le comitive inauguravan per ogni contrada l’allegrezza del giorno domenicale. Le trattorie, le taverne, le sorbetterie riboccavan di gente, assiepavan di tavolini il marciapiede popoloso. Alle porte dei teatri e dei balli suburbani s’addensava una baraonda irrequieta levando alto il frastuono della sua tumultuosa ilarità.
Su l’ingresso dei cinematografi, sfavillanti d’una luce quasi violetta, gli strilloni dalla tunica o verde o rossa, dalla voce rauca, dalle maniere ciarlatanesche, alternavan le lor grida strabilianti adescando la folla con manifesti atroci e cartelli sanguinolenti come il paniere del boia.
Ogni tanto una chitarra sbucava da una contrada buia, un fonografo urlava la sua canzone asmática, un bambino picchiato strillava da una portineria, come un’anima dannata.
E il cavalluccio trottava; il cavalluccio insensibile ai tepori della primavera, ugualmente stracco e rassegnato nelle intemperie dell’inverno come nelle canicole dell’estate, zoppiccava sul sasso nemico, piano piano, con quella irremovibile filosofia che vien dopo la disperazione; povera vecchia macchina fatta d’ossa e di dolori, indifferente alle stratte, alle frustate, alla premura de’ clienti, quasichè sapesse ormai che tutto il suo destino era di camminare, a forza d’inciampi e di asma, piano, ma camminare.
La campagna vicina mandava tra l’ultime case qualche odore agreste, e già compariva tutta sgombra, quasi ravvolta in un’aria violacea, per le contrade laterali che non erano più selciate. In una d’esse il vetturino svoltò.
— Non sono mai venuta fin qui, — disse Loretta. — Sembra d’essere in campagna; senti che buon odore!
Avevano falciato qualche prato là intorno; i mucchi dalla fienatura odoravano di fragranze vegetali nella sera primaverile. Anche il ronzino, a quell’odor di maggengo saporito, pareva sentirsi dilatare nei fianchi magri l’anima ingorda, e puntava più forte. Il vetturino si cacciò un mozzicone di sigaro fra i denti e prese a canticchiare; con la frusta schioccante accompagnava la sua monotona cantilena. Questo fece ridere Loretta.
— Com’è buffo! — disse piano al fratello. E gli si accostò, con una piccola risata, che gli diede in faccia il suo fresco respiro.
Egli non parlava; una specie di torpore, una sensazione mai conosciuta fasciava dolcemente il suo spirito comunicandogli una stanchezza fisica, una specie di sensuale abbattimento. Per una breve ora gli piaceva scordare che la sua piccola compagna, colei della quale era dolce sentirsi il braccio sotto il braccio ed il respiro nel viso, fosse la sua medesima sorella, uscita dal grembo medesimo che aveva data la vita, nutrita con lo stesso latte, cullata nella medesima cuna: la figlia del suo padre e della sua madre, la sorella germana.
Egli aveva nel medesimo tempo un immenso orrore, un orrore inconsapevole, di sè stesso, e in ciò trovava nondimeno la sua più forte voluttà. Gli piaceva udirla parlare; quella voce, che gli pareva di non aver conosciuta mai per l’addietro, gli entrava sin nell’intimo del cuore prodigandogli quasi una lenta ed affaticante carezza. Ch’ella dicesse di amarlo, ch’ella osasse dirgli che lo amava, che il suo desiderio gli fosse così palese, così pronto a lasciarsi cogliere, ch’ell’avesse un bisogno quasi malato di fasciarsi intorno alla sua persona e fargli sentire la trepidazione delle sue morbide membra ancor intatte, ch’ella parlasse a lui come al suo primo innamorato...tutto questo lo stordiva, lo tentava, lo inebbriava, metteva nel suo cuor forte una pulsazione veemente, nelle sue vene concitate un brivido quasi di terrore, ne’ suoi nervi rudi una specie di tormento, del quale assaporava con lentezza tutta la perversità.
In lei veramente era il possesso vietato, era la gioia che non doveva conoscersi, era il delitto e la somma voluttà.
Quand’ella gli parlava d’amore, avrebbe voluto a sua volta, risponderle: «Sì, ti amo! sei la prima che amo, la sola che potrò mai amare... Tu muovi dentro di me una gran tempesta che m’inebbria...» Ma di questo si vergognava, e le parole che suonavan dentro gli parevano impossibili a dirsi. Allora taceva, lasciando a lei che parlasse, a lei, poich’era quasi una bambina, una piccola bambina, e tutto poteva dire.
Ma solo nel chiamarla, nel parlarle, nel profferire il suo nome, egli metteva un infinito amore. Non era più solamente il desiderio di lei, quel desiderio veemente che l’aveva assalito, facendolo schiavo e torcendolo fino al dolore; adesso era qualcosa di più, una specie di tristezza, un furor chiuso e torbido, che lo possedeva sin nell’intimo e lo feriva come una spina infittagli nel cuore.
Egli, che non aveva mai affrontata la propria coscienza, aveva ora paura di sè. Temeva qualcosa d’oscuro; c’era fra lui e lei una forza indefinibile, ignota, che lo atterriva; sopra il suo colpevole amore pendeva quasi una minaccia più che umana. Voleva esser aspro, e non gli riusciva che d’esser dolce; voleva non guardarla, ed i suoi occhi, senza volerlo, andavano incontro a’ suoi. Quand’era pur lontano e distratto, ne aveva senza tregua l’immagine fissa nella mente. Voleva pensare ad altre donne, ad altri amori, ed ella furtivamente gli si annidava tra le braccia con una promessa più forte; voleva respingerla da sè, quasi per purificarsi di questa colpa, e la colpa gli ritornava, gli affluiva nel cuore per tutte le vene, come un’ondata di voluttà.
Il cavalluccio trottava; la campagna uguale riposava dal lavoro diurno, rotta dai casolari, percorsa dalle strade,segnata dalle siepi. Qualche filare di pioppi, traverso la vaporosa pianura, s’allontanava a perdita d’occhio nella notte bianca. Dietro loro si addensava la città, sovrastata da una luce rossastra, ch’era, nell’aria ferma, il riflesso delle sue molte luci.
Di là da una siepe videro un gregge di pecore che pernottava; s’era sparso nel praticello, a piccoli gruppi, e biancheggiando vi dormiva. Il cane accorse su la proda, tutto ispido, ed abbaiò.
— Guarda, — disse Loretta con un’ammirazione infantile, — guarda come sono bianche e come dormono vicine.
Quelle pecorelle addormentate davano al suo cuore di bimba una tenerezza singolare. Soggiunse:
— La vita nelle campagne dev’essere migliore che nelle città. Perchè non mi porti via, Rigo?
— Portarti via? Ma dove?
— Dove non importa. Una settimana sola. Vorrei fare un piccolo viaggio con te, starti vicina sempre, giorno e notte, non lasciarti mai, giorno e notte... Che felicità, pensa!
Il fratello scosse il capo, e tacendo le diede una carezza sul dosso delle mani, poi su le ginocchia.
— Portami via... — ella disse ancora, supplichevole.
— Non si può.
Incontrarono in quel punto un’allegra comitiva che tornava in città cantando. Apparve di lontano un villaggio, e, prima del villaggio, dietro una casa, un gruppo d’alberi folti ove brillavano molti lumi.
— Vedi: è là che si pranza, — disse Arrigo segnando il chiarore. — Viene molta gente in estate perchè vi si mangia bene.
Giunsero. Un cameriere di onesti modi si avanzò dalla soglia incontro ai sopraggiunti.
— Vuoi aspettarci? — domandò Arrigo al vetturino. — Ti farò pranzare.
L’uomo guardò la sua bestia con un’aria misericordiosa:
— È sotto da nove ore... — disse; — dovrei andarlo a cambiare.
Ma poi, più che il suo paterno amore per l’animale stracco, potè la golosità del pranzo promessogli, e rispose con aria di condiscendenza:
— Bene, se proprio vuole, posso anche aspettarli.
Entrarono, traversarono alcune sale ingombre di tavolate chiassose, giunsero nel giardino e sedettero sotto il pergolato.
— Com’è bello qui! — fece Loretta, guardandosi attorno.
Gli alberi alti, collegati da una intelaiatura di fil di ferro, formavano una specie d’immenso padiglione, percorso da un glicine tutto fiorito. Fra i densi grappoli turchini i lampioni elettrici divampavan d’una luce intensa, quasi violacea, nella quale turbinavano a sciami le farfalle notturne.
L’odor soave del padiglione fiorito si respirava con l’aria, lo si assorbiva come una bevanda, e l’abbondanza di quella fioritura che s’arrampicava intorno a tutti i tronchi, si addentrava nel folto dei rami, correva per i pergolati, si lanciava da un albero all’altro, dall’uno all’altro lampione, assalendo la casa, le finestre, le ringhiere, parendo ne’ suoi mille fiori non essere che un solo fiore, dava a quel rustico giardino l’apparenza d’una corte azzurra nel mezzo d’un bosco incantato.
Sotto i pergolati erano in un gran numero le comitive allegre che pranzavano e banchettavano; quasi tutta gente ricca del suburbio, festeggiante il sabato sera. Quel buon sangue popolano, acceso dal vin forte, scoppiava in risate sonore; i camerieri affaccendati passavano portando piatti fumanti; i bicchieri e le posate mandavano un allegro tintinnire. Nel fondo, sopra un terreno ben rischiarato, alcuni uomini in maniche di camicia stavano giocando alle bocce; altri, raccolti in gruppo, commentavano i colpi. Al primo piano della casa, in una sala che aveva le finestre aperte verso il terrazzo, si danzava gaiamente al suono d’un pianoforte.
Un’ondata d’allegria pervase i loro giovani cuori, perchè ognuno può sovente annullare l’anima propria per ricevere l’altrui, sopra tutto quella dei semplici, che sono i più comunicativi.
Eran un po’ storditi entrambi di quella passeggiata serale per le campagne semibuie; avevan nel cuore e negli occhi il fantasma della lor colpa imminente, soffrivano entrambi il dolore dell’amore. Si erano sentiti per un momento soli nel mondo, affacciati sopra un pericolo, sopra una tentazione, che superava i loro pavidi sensi; — ed ecco si trovavano in un giardino pieno di gente, di gente un po’ triviale, che mangiava con robusta fame, parlando e ridendo forte; la luce aveva abbagliato i loro occhi un po’ torbidi, l’odore delle vivande aveva solleticato i loro stomaci sani, e la musica trascinante che veniva dal terrazzo, e le coppie danzanti che si vedevan passare dietro le finestre in un fascio di luce, avevano dato ad entrambi il desiderio di allacciarsi l’uno all’altra, ben vicini, ben forte, e buttarsi a cuor perduto in quel ballo, e non aver più paura di quel loro amore che li faceva tremare.
Arrigo diede un piccolo colpo sul piatto vuoto, che gli luccicava davanti, e disse:
— Ho fame!
Prese un pane, lo ruppe. Loretta cominciò a sbottonare il guanto che ancora le calzava la mano destra sino a mezzo l’avambraccio, se lo fece scorrere in giù lentamente, ne trasse fuori le dita ad una ad una, si guardò la mano, sopra e sotto, l’intrecciò con l’altra su l’orlo del piatto. Quella sera ella non portava il braccialetto di Rafa; i suoi due polsi nudi, minuscoli, eran densi di vene; la luce obliqua li dorava d’una biondezza tenue. La sua faccia un po’ stanca prendeva un bel colore, tutto da lei spirava quella indefinibile seduzione che la donna comunica quando ha molto pensato all’amore.
Mentre il cameriere imbandiva, si misero a guardare i loro vicini e riderne.
Una donna esageratamente grassa e rubiconda eccitava l’ilarità di Lora. Sedeva nel mezzo d’una tavolata numerosa, ov’eran molti bimbi che cicaleggiavano sbrodolandosi il mento con le salse gocciolanti. E le mamme a rimbrottarli, e gli uomini a lanciar loro qualche scappellotto. La grassa commensale portava una camicetta scollata, d’una seta a pallottole bianche su fondo blu; era forse una riccabottegaia, che andava in bagordo, il sabato sera, con tutto il parentado.
— Sa, — diceva il cameriere ad Arrigo, — abbia pazienza per stasera, signor conte! Il sabato viene tanto popolo che non si ha tempo di servire come si deve. Ma nei giorni della settimana è tutt’altra cosa. Poi, se volesse telefonar prima, si potrebbe prepararle qualche piatto speciale.
Un bimbo, col tovagliolo annodato intorno alla gola, si mise a correre fra i tavolini per acchiappare una farfalla moribonda. Capitò vicino alla tavola d’Arrigo e il cameriere lo frustò via col tovagliolo, quasi fosse un can randagio.
Ella rideva del cameriere, del bimbo, della farfalla e della donna grassa; rideva di tutto, per una súbita gioia ch’era entrata in lei. Nella luce azzurra che pioveva dall’alto, i suoi lineamenti si avvolgevano d’un contorno quasi vaporoso, i capelli biondi le facevan cadere una leggera nube su la fronte.
Ma quest’allegrezza fu breve; breve per entrambi. A poco a poco furono lontani da quella gente, da quel frastuono, si ritrassero in un mondo loro, temendo quasi che alcuno ve li sorprendesse, mentre ambedue, per una onestà inconsapevole, si ribellavano contro la forza del loro così perverso amore.
Noi abbiamo talvolta, nel nostro pavido istinto, una certa riluttanza davanti alla felicità, e nulla è così sbigottito come un’anima semplice che s’affacci sopra un grande peccato.
Il pranzo era finito: portavano i dolci; il caffè versato fumava nelle tazze. Dall’alto era caduto su la tovaglia qualche fior di glicine; alcune piccole zanzare, contorte dall’agonia, si dibattevano fra le briciole, senza più volo.
— E Rafa? — disse Arrigo improvvisamente.
— Oh, non parlarmi di lui ora! — ella esclamò con un gesto vivace. — Non lo posso più soffrire!
Egli ebbe la vanità o la crudeltà di domandarle:
— Perchè?
Ella fece un gesto vago.
— Forse non puoi comprendere... Nessuno di voi può comprendere il cuore d’una fanciulla.
— Oh, come parli! — egli esclamò sorridendo.
— Perchè? ti faccio ridere?
Il fratello si mise a guardarla, fissamente, insidiosamente, con un’espressione ambigua; ella sostenne un poco il suo sguardo, poi chinò la faccia nell’ombra del cappello.
— Se mi guardi così, Rigo, mi fai arrossire...
— Sei tanto bella, fiore mio!... — egli esclamò, piegandosi un poco verso di lei, come attratto dal respiro della sua bocca.
Ed ella gli sorrise dal volto chino.
— Ma se non ti piaccio... — mormorò, con una civetteria timida.
— Sei tanto bella! — diss’egli ancora; — tanto, che mi fai male...
Ella non aveva pudore; sollevò la faccia, la sua bocca rise, viva, invermigliata, piena di colpa. Le splendevan gli occhi: non aveva pudore.
— Ed allora perchè?... — fece con esitazione.
— Cosa dici?
— ... perchè non mi vuoi?
La domanda era tanto grave, ch’ella stessa tornò a nascondersi. L’altro nulla rispose; accese una sigaretta, quasi volesse ubbriacarsi di fumo.
Poi, quand’ella non si aspettava più nessuna risposta:
— Perchè sei mia sorella, — disse.
Ella si strinse nelle spalle, meditò.
— Questo nome ti pare così terribile?
— Sei una bambina, — egli osservò gravemente.
— Una bambina?... — E sorrise crollando il capo. — No, piuttosto un’altra cosa, molto semplice: soffro e non voglio più soffrire. Voglio bene a te, a te solo, e chiunque tu sia, voglio bene a te! Infine, di cosa mi rimproveri? Perchè sento questo amore? Ma non è mia colpa. Forse perchè ne parlo? Ma che servirebbe il tacere, se tu, che pure taci, non fai che pensare continuamente alla stessa cosa?
E le sue piccole mani si allacciarono strettamente alle mani di lui, che non sapeva rispondere, che non osava più guardarla. Poi divenne mansueta, persuadente, insistente:
— Ascóltami, Rigo, ascóltami! Quel coraggio che dovrestiavere tu, l’ho avuto io per la prima. Ora non condannarmi: aiutami! V’è una certa paura in tutto questo, è vero, ma bisognerà pur vincerla...
Egli la guardò stupefatto.
— Non bisogna vincerla, — disse oscuramente. — Anzi bisogna guarirne.
— È dunque un male così grande?
— Sì, un orribile male. Anche il parlarne, anche il pensarvi è male.
— No, — ella disse con fermezza. — No!
— Vedi, se tu potessi avere un altro nome che il nome di sorella... Non senti come suona male su la mia bocca?
— Un nome!... cos’è un nome? — ella fece.
— Ma è tutto, poichè vuol dire qualcosa, poichè racchiude il peccato più grande che vi sia nell’amore.
Ella ebbe un gesto vago, ed un sorriso.
— Non importa, — rispose. — Io non ti considero per tale; non sento affatto che tu sia mio fratello. Paolo è mio fratello, tu no. È una cosa del tutto diversa. Non mi ricordo nemmeno più com’eri, quand’eri mio fratello, cioè quand’eravamo bambini. Ora tu sei un altro.
Fece una pausa, indi ricominciò:
— Del resto è naturale che fra noi ci sia una differenza. Tu hai avute tante altre amanti, sei stato carezzato, baciato, adorato da tante... Quello che puoi avere per me somiglia tutt’al più al desiderio che potresti avere d’un’altra. Invece io...
— No, Lora, questo non lo dire! non lo dire! È assurdo! Ma dunque non vedi che faccio sopra me stesso uno sforzo terribile per salvarti?
— Per salvarmi? Per salvarmi, dici? Ma io non voglio essere salvata! A che scopo? Perchè un giorno magari mi prenda Rafa, od un altro come Rafa? Io sono libera, capisci? padrona di fare con me quello che voglio. E son io che ti cerco, non tu. Se hai paura del rimorso, io lo voglio portare tutto su me stessa. Guarda: ragiono freddamente, so quel che dico. Amo te, voglio esser tua; solo questo mi piace. Voglio carezzarti, farmi carezzare, viverti vicino, essere innamorata di te, gelosa di te... E son io che voglio, non tu; io sola... ti basta?
Egli guardò quella fanciulla di vent’anni, quel fiore semplice, che aveva un cálice così profondo e maturo, così odoroso e perverso. Una specie di ammirazione tacita nacque in lui, come se ne avesse paura.
— Loretta, — egli disse, — alla tua età non si può saper ancora cosa è bene e cosa è male, o per lo meno qual è il male troppo grande.
— Il male troppo grande è non avere il coraggio d’essere felici, — ella disse, inconsapevole forse delle sue parole.
Entraron due giovini bellimbusti, allegri e chiassosi, che imbaldoriavano quella sera in compagnia di due cortigianelle, così rosse di belletto e così eccentricamente vestite, che molti, fra que’ satolli borghesi, ebber l’aria di scandolezzarsene. Le due ragazze ciarliere, tenendosi al braccio dei lor galanti, camminavan sui tacchi alti con un passo dinoccolato ed uno sconcio dimenìo dell’anche, ogni tratto scoppiando in certe risate stridule che ferivano i timpani altrui come la nota falsa d’una chitarra scordata. Eran gaudenti o nottambuli di basso ceto e donne di bassa galanteria; adocchiaron passando la tavola d’Arrigo; un d’essi lo salutò. Conoscenze antiche, forse del tempo ch’egli tavernava con una cricca di fannulloni equivoci per le bottiglierie malfamate. I sopraggiunti sedettero ad una tavola vicina e si misero manifestamente a parlar di lui. Arrigo, intuendo i loro discorsi, per la prima volta si doleva che lo avessero sorpreso in quella trattoria campestre, quasi clandestina per un giovine signore, e sorpresi lor due soli, che parevano amanti, che dovevano a tutti parer amanti, e forse portavano impressa nel viso l’incancellabile ombra del loro peccato.
Loretta capì che qualcosa lo molestava e domandò:
— Chi è quel tale che t’ha salutato?
— Un avvocatello senza clienti, — rispose Arrigo; — un brutto tipo.
— E quelle due ragazze?
— Oh, non saprei!
— Discorrono di noi
— Me ne sono accorto.
— Cosa posson dire?
— Nulla di buono, certo. Mi spiace molto che ci vedano insieme, perchè il mondo certe cose le indovina, e Dio sa come.
— Credi?
— Non costoro, forse; ma quando ci saremo fatti vedere troppe volte insieme, qualche altro, chissà mai...
— Bene, in séguito vi penseremo.
Entrambi tacquero. Nel giardino le risate squillavano; chi aveva troppo mangiato lasciava che il proprio stomaco operasse in pace la fatica della digestione; frattanto, nel calor del vino, si tenevan propositi gai. Ai bimbi s’era lasciata la briglia sul collo e scarrieravano con alti gridi sotto i pergolati; uomini e donne, con quella vampa di ardore nel viso che vien dal cibo soverchio e dal generoso vino, riversavan su le tavole ancor ingombre il sale dell’aneddoto, il pepe della barzelletta grassa. I mariti, gli amanti, gli innamorati pensavano alla notte vicina.
Su in alto si danzava. Quel flutto di musica un po’ tempestosa traboccava sul terrazzo dalle finestre aperte; ogni tanto una ragazza vi si affacciava, tutta accaldata, i capelli in disordine, con un amator mellifluo che le stava intorno. Respiravan una boccata d’aria, e via di nuovo, strettamente, accanitamente, nel tramestìo della danza.
Ogni tanto, se il vento serale passava con una larga ondata sul padiglione in fiore, tutti quei grappoli azzurri, esuberanti e grevi come la più ricca vendemmia, spandevan sopra il giardino un lungo e profumato brivido, lasciavan cadere a scosse qualche fiore morto, che lungamente strisciava su la ghiaia, di qua, di là, dappertutto, con un prolungato fruscìo.
Tre girovaghi entrarono, e nelle pause del pianoforte si misero a cantar serenate.
Que’ due che s’amavano, d’un tratto non parlarono più.
La sera, e la musica, e quel profumo d’aperta campagna, tormentavan la tristezza del loro sogno nascosto. Volersi bene era triste, desiderarsi era un grande peccato, rifiutarsi l’uno all’altra era più che soffrire...
Egli chiamò il cameriere, pagò in fretta, disse alla sorella:— Andiamo, camminiamo.
Uscirono. S’era levata una chiara luna su la campagna imbiancata; i fossatelli ne stralucevan a distanza; gli alberi, or folti or radi, segnavan nella purità della notte certe immobili ombre, quasi violette.
Presero fra i campi. Il grano verde balenava di fili d’argento; un’acqua corrente, nascosta, forse lontana, mandava un rumor così lieve che pareva esser solamente una freschezza.
Ella diede il braccio al fratello; le lor ombre commiste li accompagnavan nel chiaro di luna.
— Mi vuoi bene? — ella domandò, piano, avvincendosi a lui. Egli sciolse il braccio, lo girò intorno alla sua cintura, se la strinse vicina, senza rispondere.
Passavan sotto grandi alberi, poderosi di antichità, vivi d’una occulta vita notturna.
Allora, paurosamente, in quell’ombra si baciarono. Bocca su bocca, nel profumo della notte, nel tremore dei loro sensi, follemente si baciarono. Quel bacio li percorse dalla fronte alle caviglie come una molteplice carezza, li snervò, li vinse, fece del loro amore un nodo strettissimo e doloroso.
C’era nel breve bosco la menta selvatica che odorava troppo forte.
Piangere, dolersi, ridere, traboccare di gioia, sentire che le vene battono, ebbre, con un delirio pieno di tormentata felicità... Quel bacio si moltiplicò su la bocca, su gli occhi, su la fronte, sul collo... su la bocca.
Essere così pieni d’amore, e non potersi amare! Essere così vicini, così soli, in una bianchissima notte, con la viva primavera intorno, la primavera che soverchia e dà la vertigine... Lì nel bosco, tutte l’erbe odorose che vampavano come incensieri; la menta, il basilico, la ruta; un’acqua che passa nascosta, una mandolinata che trilla, già lontana; tra il fogliame, per la campagna rorida, i gelsi torti, gli albicocchi tutti un fiore...
Guardarono in su, tra il fogliame; videro il cielo pieno di stelle. Cadevan, le piccole stelle, per l’aria infocata, come una pioggia, un turbine di minute scintille rosse...
Ella era di loro due la più forte, perchè del peccatonon conosceva che il nome: egli era il più sperduto ed il più ebbro, perchè del peccato godeva sino al fondo l’estenuante malefizio.
Questa passione gli devastava il cuore con artigli e con spine, logorava lentamente la sua tenace volontà. Già stava presso a dimenticare, a vincere il nome insormontabile, (un nome... — aveva ella detto, — cos’è un nome?...) e già guardava con occhi limpidi nel peccato mortale. Voleva esser cinico, apparecchiarsi una festa soave, non sciupare un fremito, goderne con lentezza e maestria... Si lasciava cadere a poco a poco, insensibilmente, nella tentazione, quasi per avvezzarsi a quel coraggio formidabile.
Ma quando era già per dire a sè stesso, ed a lei, la parola più temuta, un rombo enorme saliva nella vastità del suo spirito, e subitamente, quasi venisse chissà da qual remota lontananza dell’essere, quasi risorgesse di sotto il peso della sua volontà, quasi fossegli commista nel sangue, indistruttibile tra i suoi fantasmi, una immagine fredda, malinconica, gli appariva nella mente.
E vedeva la faccia del suo padre, immiserito dalla vecchiezza, affaticato dalle sventure, guardarlo con que’ suoi pallidi occhi, più dolorosi che gli occhi d’un animale ferito, guardarlo e ripetergli mutamente, come quando era uscito dalla casa: «Sei stato tu! sei stato tu!...»
Ella, questi fantasmi, non li vedeva; ella fissava il peccato più grande con la più piccola paura. Non aveva in sè che una forza: quella del proprio desiderio; una sola incoscienza: quella della propria femminilità. Nel suo turbato cuore di vergine il senso della tragedia si disperdeva in un sottile piacere.
Poichè nell’amarlo non cercava in lui che un amante, così le pareva naturale dirgli: «Préndimi nelle tue braccia, se anche porto un nome che ti fa paura! Préndimi e stringimi, per questo, più forte!» Poichè vicino a lui si sentiva protetta, invaghita, sottomessa e piena di brivido, poich’egli guardandola, toccandola, esasperava il suo tormento di vergine, l’altre paure, l’altre angosce, non erano per lei che ripudiabili ombre.
E così gli diceva con persuasione, con impeto, la parolapiù temuta, perch’egli la conducesse via con sè, verso la camera dove sarebbero stati soli, nel cuore della notte, senza che sguardo umano li vedesse.
E sognava egli pure quella camera, la camera dove lentamente, paurosamente, l’avrebbe svestita, velo per velo, con brividi, come si scopre un tesoro vietato.
Avrebbe veduto prima la sua gola bianca, turgida apparire, poi le tenui braccia odorose, con i polsi azzurri di vene, che avrebbero fatto un nodo, un nodo forte nello spasimo, intorno al suo collo, ed il seno ancora non baciato, erto, consapevole dei baci, divise nel mezzo da un’ombra che vestiva naturalmente la sua nudità...
Ed egli pensò di spegnere il lume nella camera per aver più coraggio, ma desiderò filtrasse un chiarore, una penombra man mano più discernevole, forse dai lampioni della contrada, forse da una lampada velata nella stanza vicina. E sentì l’odore del suo corpo disciolto, quello stesso, ma più dolce, ch’ell’aveva su la bocca, nel baciarlo; un odore intenso e molteplice, che le fioriva dalla pelle, come se nelle pieghe del suo corpo fossero nascoste rose. Assaporò la freschezza di quella carne primaverile, immaginò di carezzare la sua tonda spalla ignuda, insinuò la mano brancolante nel tepor vellutato delle ascelle, si raccolse nelle strette braccia il suo busto flessibile come un virgulto, sentì contro sè stesso il palpito infrenabile del suo grembo, il viluppo della persona ch’ella farebbe contro la sua persona, per offrirsi e per difendersi, concepì la gioia selvaggia di poterla tramortire, le intese nella gola il rantolo della verginità fuggente, la udì piangere nell’ebbrezza, ridere nel dolore... poi la vide com’era, snella, arcata, forte nella sua tenuità, impallidire un momento di quel pallore ch’è presso alla morte, e balenar tutta bella d’amore in quell’odio esultante con cui la vergine si dà...
Ma d’improvviso ella si era sentita male. Veramente, come nella sua visione, egli l’aveva veduta sbiancarsi di quello stesso pallore, s’era sentito afferrar le braccia dalle sue mani convulse, poi, vedendola barcollare, l’aveva sorretta contro di sè.
— Che hai, Lora?
Non rispose; le battevano i denti; tremava.
— Lora! Lora! che hai?
— Nulla... — balbettò, — passa...
Non era che uno stordimento, e la bocca presto le risorrise. Rifecero il cammino; egli la sorresse fino alla vettura.
Il cocchiere cicalò; il cavalluccio riprese a trottare verso la città del suo martirio, dove c’eran il sasso aspro, la rotaia sdrucciolevole, la posta e la stalla. Di qua, di là dalle due siepi, odorosa nella candida notte, la terra lavorata coltivava grani e frutti per la città vorace; qualche grillo innamorato della luna levava il suo canto stridulo, infinitamente maggiore di sè.
Ora le doleva il capo, aveva intorno alle tempie un cerchio ferreo, che martellava. Per lenirsi quel dolore prese una mano del fratello e se ne fasciò la fronte.
— Soffri?
— Sì, un poco.
Egli le circondò la fronte, da una tempia all’altra, di tanti piccoli baci.
— Tienmi vicina, molto vicina... e guarirò.
In un giardino che incontrarono, le rose di Maggio aprivano i lor càlici gonfi di primavera.
— Ti senti ancor male?
— Sì, un male dolce...
Di là da un filare di pioppi riapparve, come una vasta nuvola sospesa nel firmamento, la vampa rossa della città. Sopraggiunsero le prime case, con muraglie bianche di luna. Ora i grilli eran cento, eran mille, perduti nel fieno maggengo, ed uno, fra tutti più iracondo, pareva inseguirli da presso lungo la siepe di biancospino.
D’un tratto ella rovesciò la testa contro la sua spalla, come se un principio di svenimento la soverchiasse.
— Rigo, mi sento male... — balbettò premendosi il petto.
— Ma che hai? — diss’egli, smarrito; — perchè soffri così?
Ella chiuse gli occhi e volle ancora sorridergli dal viso tutto bianco.
— Stordita mi sento... non so...
— Vuoi fermarti? Che vuoi fare?
— Nulla; ora passa... passa... Ti amo...
Quando furono all’ultima cascina, il canto randagio del grillo si disperse lontano, infinitamente lontano, e morì. Ma di fronte apparve il dazio monumentale, maestoso come un arco di trionfo, sotto il cielo stellato. Le guardie daziarie, sedute presso il casello, ridevano e fumavano, ciarlando con donne di malaffare. In mezzo a frotte di bimbi alcuni vagabondi giocavano alla riffa d’un venditore ambulante; un divoratore di stoppa infiammata spalancava davanti agli spettatori attoniti l’enorme sua bocca fuligginosa.
— Ti amo... — ella disse ancora, in un soffio, all’amante pallido.
E il cilicio della colpa inconsumabile rivestì come un mantello di spine la loro carne disperata.