V
— Non così presto, Rafa! — esclamò giocondamente Loretta serrandogli un braccio. — Non così presto!... Ho paura.
La strada si lanciava innanzi, bianca e vampante, sotto la sferza del sole d’estate. L’automobile volava; la campagna carica di messi d’oro mandava una luce abbagliante, fin dove, all’estremo limite, la copriva il cielo.
Rafa era curvo sul volante; Loretta vicino a lui, ravvolta il capo in un velo azzurro, guardava la strada fuggire, splendere, ardere: ne sorrideva impaurita. L’automobile era carica de’ suoi bauli; egli finalmente la conduceva nella chiara villa preparata per lei.
Dietro di loro la città, ravvolta in un fascio di sole, mandava nel cielo scintillante il fumo de’ suoi laboriosi opifici; le spirali gonfie si allargavan lentamente nello spazio, come strani fiori fatti d’aria e di caligine che il vento sfasciasse a poco a poco. Le prime colline apparivano all’orizzonte, fertili di antichi boschi e di giovini praterie; più distanti, quasi cancellate nella rossa veemenza del giorno, le azzurre Alpi segnavano al confine dello spazio una diga scintillante.
La strada, fiancheggiata da pochi alberi polverosi, correva diritta fra campi coltivati, assottigliandosi laggiù, nella distanza, come un brillante sentiero. Tutto all’intorno l’occhio spaziava: i campanili delle chiese, le finestre delle fattorie mandavano di lontano un balenìo fermo, come se dentro le consumasse un incendio.
Un branco d’oche traversava la strada; l’automobile vi passò nel mezzo, disperdendole per ogni lato con un furioso battere d’ali, così come il vento sperde una manata di piume. La piccola guardiana scalza, che s’era insiepata, strillò di paura.
Loretta si volse a guardare se qualche oca fosse rimasta schiacciata; ma non vide che una nube di polvere, gonfia come un lenzuolo pieno di vento, che saliva in alto, vorticando.
— Certo ne hai ammazzata qualcuna... — ella disse con voce piena di compassione. — Corri troppo forte!
Rafa si mise a ridere; il meccanico ch’era nell’interno della vettura si sporse avanti e rispose:
— No, signora, nessuna: ho guardato io.
Loretta si consolò. Erano giunti in fondo alla dirittura, compariva un villaggio e bisognò rallentare.
— Per dire la verità, io non ho mai compreso bene come possano le automobili camminar da sole, — confessò Loretta.
— Oh!... sarebbe una cosa troppo grave a spiegarsi ora, — disse Rafa sorridendo.
Ella parve riflettere un istante, poi domandò:
— Potrai una volta insegnarmi a guidare l’automobile?
— Se vuoi.
— E’ difficile?
— Non è difficile, ma bisogna stare molto attenti.
Ell’aveva gli occhi pieni di polvere nonostante il velo che s’era calata sul viso, e con un fazzolettino se li ripuliva.
— Perchè non metti gli occhiali? — domandò Rafa.
— Ho paura che mi stiano troppo male, — confessò Loretta con un sorriso.
— Ma cosa dici mai? Tutte le signore li portano in automobile; altrimenti si prende una malattia d’occhi.
— Davvero?
— Certamente.
Ella frugò nella tasca della spolverina, trasse fuori un paio d’occhiali e ridendo se li mise.
— Tutto giallo! Tutto giallo! — esclamò.
Passato il villaggio, l’automobile riprendeva la corsa.
— Non ti pare che si stia meglio con gli occhiali?
— Sì, hai ragione.
Il vento le mozzava la voce. Rafa l’aveva incaricata di premere ogni tanto sul pedale della sirena, ed ella ne abusava, divertendosi di quel fischio lungo e lamentoso. Ogni volta che vedeva un carro di lontano, dava un colpo di sirena; i carrettieri, lentamente, senza volgersi a guardare, guidavano sul fianco della strada le loro lunghe file di cavalli.
Rafa ogni tanto s’appoggiava contro di lei, per domandarle sottovoce:
— Mi vuoi bene?... — Ella rispondeva di sì, chinando il capo.
Ed ora, per tutto all’intorno, un fertile color d’estate vestiva la campagna gonfia di profumi; qualche bianca villa, sul vértice delle colline, si riposava nella pace degli antichi boschi; nel piano le falci qua e là brillavano, come lampi, ed i villani, arrampicati su le scale a piuoli, caricavano i carri della fienatura. A lei, ch’era vissuta nella città selciata di pietra e soffocata fra i tetti, questo spettacolo di libertà e di pace apriva giocondamente il cuore.
— Come sarò felice in campagna! — ella disse con un palpito. — Ho voglia di correre nei prati, di vivere in mezzo ai contadini, di stendermi sotto gli alberi, di buttarmi sul fieno!
Poi domandò con sommissione:
— Potrò fare queste cose?
— Certo, — egli rispose. — Potrai fare tutto quello che ti piacerà.
Ella ebbe un sussulto di gioia.
— E tu verrai spesso a trovarmi?
— Ogni giorno, Loretta.
— Quanto è lontana la tua villa dalla mia?
— Mezz’ora d’automobile.
Elia misurò col pensiero quella breve distanza, poi disse:
— Ma la sera probabilmente bisognerà ch’io rimanga sola, è vero?
— Non sempre; io potrò qualchevolta rimanere con te, se mi vorrai. — E soggiunse: — Vorrai?....
— Oh, sì... — ella rispose, con una specie di pudore.
— Del resto non devi temere affatto, perchè avrai con te la tua domestica ed in fondo al giardino v’è la casa del giardiniere, che vi abita con tutta la famiglia. Li conosco da molti anni e son brava gente.
Il paese incollinava; la macchina forte superava le salite senza fatica; il sole già pendeva sul culmine delle montagne. Sorpassata un’altura su la quale torreggiavano i ruderi d’un castello antico, subitamente un lago apparve davanti a loro, placido in lontananza, come una bella turchese incastonata fra le montagne. I battelli a vapore lo solcavano, lasciandosi dietro una striscia di fumo, parendo fermi traverso la distanza e non più grandi che giocattoli di bimbi. Le barche disseminate non segnavano che un punto nero nell’immobile splendore dell’acqua.
— Il lago! il lago! — esclamò Loretta, tendendo il braccio.
— Sì, ora lo costeggeremo, — egli rispose.
Sparve, quando avvallarono, ricomparve quando furon su le alture, sempre più azzurro, sempre più vasto; poi s’imboscaron per una strada forestale, giunsero al sommo d’una tortuosa erta, e videro a’ lor piedi stendersi luminosamente il lago, che il sole fregiava di ricami e d’istorie come un immenso arazzo d’oro.
La macchina si avventò per la china con un rimbombo di congegni, svoltò nel serpeggiare del pendìo sotto il morso dei freni potenti, e mentre le sue nubi di polvere turbinavano ancora su l’alto della collina discesa, essa già correva lungo la riva del lago, sotto i terrazzi dei giardini, che lasciavan spiovere su la strada maestra le lor ghirlande di gelsomini e di rose.
A poco a poco il sole si ritraeva dalle sponde, che divenivan d’un color viola, e più violento s’accendeva nel mezzo del lago, saettato in giù dall’opposta montagna.
Allora una grande tristezza invase il cuore di Loretta, e, correndo per quella riva fiorita, un altro lago le salì nella memoria, più bello ancora e più dolce, dove i giardiniandavano a bagnarsi nella pianissima onda e c’erano i rematori che cantavano, di sera, navigando sotto le stelle...
Pensò che su quel lago ella era scesa, in una barca fragile, che ad ogni mossa dondolava, e si ricordò dell’uomo ch’era con lei quel giorno, curvo sui remi, con gli occhi pieni di luce, la fronte sudata. Si ricordò della notte che poi era venuta, con tante stelle quante non aveva per l’innanzi vedute mai, della notte ch’era stata la più terribile e la più dolce nella sua vita, quando un profumo troppo forte di magnolie e di gelsomini entrava con l’aria notturna a invadere la stanza, dov’ella, malata d’amore di sogni e di primavera, quella notte non poteva dormire...