XIII

XIII

S’erano vestiti rapidamente per il pranzo; egli era entrato nella sua camera ad allacciarle il vestito, poi era mutamente rimasto a guardarla mentr’ella finiva di lustrarsi l’unghie e di togliersi la cipria dal viso. Le dolevan un po’ le mani per l’asprezza dei remi e se ne lamentava ogni tratto con una voce di bimba viziata. Per consolarla, egli le prese carezzevolmente le mani fra le sue, dicendole:

— Domani remerai di nuovo, il dolore passerà.

Eran poi scesi a pianterreno, discorrendo fra loro di cose gaie, s’eran fatto apparecchiare un tavolino sul terrazzo ed avevano comandato copiose vivande, perchè una fame robusta li pungeva dopo quella giornata d’aria libera.

Le vetrate erano aperte verso il giardino; gli sciami notturni, densi come polvere infuriata, ronzavano in larghi túrbini assalendo i globi elettrici sospesi nella compattezza del fogliame; saliva dietro la montagna dell’altra sponda una mezzaluna bianchissima nel cielo ancor pieno di crepuscolo.

Molta gente pranzava intorno a loro, e Loretta, curiosamente, osservava l’un dopo l’altro que’ numerosi commensali. Parlando, considerava i gioielli che vedeva brillare indosso alle signore, poi sorrideva di certe scollature ferocemente ossute, di certe pettinature strette e rade come gomitoli venuti agli ultimi fili. Ma v’eran lì presso tre giovani signore, che Arrigo suppose fossero Americane,le quali, senz’essere compiutamente belle, pur avevano in tutta la persona que’ robusti e gentili segni di eleganza che formano la particolare bellezza di questa nuova stirpe atlantica. Simili per nobiltà di sembianze a giovani dogaresse, queste repubblicane d’oltremare possedevano già, nei loro profili antichi e limpidi, quella verace purezza di origine che in esse, figlie di mercanti, consacrerà l’imminente aristocrazia. Erano vestite con amabile sfarzo, erano coperte di gioielli, e Loretta le ammirava.

— Vorrei essere molto ricca per avere un bel filo di perle, — disse al fratello con gelosia, toccandosi la gola nuda, che portava la sua gioventù come una stupenda collana.

— Ti piacciono tanto le perle?

— Sì, tanto! Sono il gioiello che preferisco.

E soggiunse con una specie di rancore, dopo aver riflettuto:

— Com’è stupido esser poveri!

— Allora, — egli le domandò, guardandola — tu vuoi diventar ricca ad ogni costo?

— Io sì! — rispose con fermezza. E l’avidità, la venalità, il piacere del lusso, la smania di molte ambizioni ancora insoddisfatte balenarono insieme nel suo volto.

Pur tacendo, egli parve assalito da un malessere intimo, ed ella, senza dubitare che tali parole dovessero farlo soffrire, aggiunse:

— Per questo non ho voluto perdere di vista Rafa. Rafa mi potrebbe dare tutto quello che voglio.

Gli occhi del fratello divennero estremamente grandi e fissi, la sua bocca ebbe una contrazione irritata. Si volse alla finestra e guardò fuori, verso la riva notturna, verso il lago pieno di stelle, che nella ferma sua limpidità si copriva d’un lenzuolo d’argento.

— Non lo credi anche tu? — ella fece ancora.

— Certo! — egli rispose con asprezza; — Rafa può pagarti bene.

Ella subitamente arrossì; nel suo pudore di fanciulla si sentiva ledere tuttavia da quella frase crudele.

Abbassò gli occhi e tacque.

— Non mangi? — disse Arrigo dopo una lunga pausa.

— Mi hai resa triste... che peccato!

— Via Lora, non ti offendere!....

E le tese la mano sopra la tavola, quasi volesse far la pace con lei.

Era molto ghiotta, le offrivano cose delicate, poi quel giorno aveva molta fame: dimenticò.

— Voglio bere un bicchiere di Champagne, — diss’egli, — come la prima sera che abbiamo cenato insieme, ti ricordi?

— Io mi ricordo ogni cosa ch’è stata fra noi, — ella rispose con tenerezza. — Tutto ricordo, e non dimenticherò.

Il maggiordomo portò la bottiglia senza romperne i suggelli, poi la ravvolse, l’imbavagliò, d’un tovagliolo bianchissimo, e la mise a raggelare in un secchio appannato, che un treppiede reggeva presso la tavola. D’improvviso ella fece una riflessione:

— Vorrei sapere cosa la gente pensa di noi.

— Perchè?

Ella segnò con un gesto solo sè stessa, lui, la bottiglia di Sciampagna:

— Scommetto che mi prendono per chissà chi... — disse. — Veramente non ho l’aria d’essere tua sorella, nè tua moglie.

E rise; la sua bocca umida scintillò d’un riso inverecondo.

— Scommetto — riprese — che mi credono magari una «cocotte»!

— Sei pazza! — esclamò il fratello ridendo egli pure.

Ma questo nome non le dava noia, che anzi pareva in un certo senso lusingarla e chiudere nella sua volgarità un significato pieno di seduzione.

Voleva dire per lei possedere molti armadi stracarichi d’abiti sontuosi, molti cofani pieni di gioielli splendenti, e ballare nei carnovali, e ridere nelle cene, ed avere nella sua casa profumata un gran letto d’amore.

Ella si sentiva invincibilmente attratta verso questa vita di piacere, nè il suo corpo era fatto per il desiderio d’un uomo solo. Non albergavano in lei sogni di maternità e di famiglia, ma il suo cuore volava impaziente in cerca d’altre gioie meno tranquille. Quella bottiglia di Sciampagna, che le metteva nel capo tanti pensieri giocondi, non era per lei solamente un vino aggradevole al suo palato, ma un simbolo quasi di tutta quella vita che le piaceva ed a cui la chiamava un fervido bisogno di godimenti. Ella voleva essere desiderata, infondere il piacere, prodigare la gioia, perchè la sua missione femminile non altra era se non quella di tentare, di esasperare, d’infliggere con il suo corpo voluttuoso il tormento e il gaudio che ardon nell’essenza dell’amore.

Il turacciolo saltò con rumore sotto la furia della bianca spuma e dalle coppe ricolme sprizzarono minutissime scintille. Ella v’intinse le labbra, golosamente, bevve d’un fiato; egli sorseggiò il bicchiere con lentezza, guardandola; poi si fece ricolmar la coppa e la bevve d’un sorso.

Un’orchestra nel giardino attaccò il valzer della «Vedova Allegra»; dietro un gruppo d’alberi s’intravvedevano confusamente i suonatori, seduti in cerchio sovra un palco rotondo, illuminato a palloncini giapponesi, che di quando in quando il vento faceva oscillare.

I gelsomini di bella notte spandevan nell’aria limpida ondate di buon odore.

— Com’è bello qui! come tutto è bello qui! — ella esclamò gioconda. — Ma tu non parli... Che hai?

Egli aveva bevuti tre o quattro bicchieri di Sciampagna, l’un dietro l’altro, cupamente; si mise a ridere d’un riso innaturale e disse:

— Ascolto la musica; questo valzer è una persecuzione, lo suonano dappertutto.

— Mi piacerebbe ballarlo, — ella disse; — ballarlo con te.

Sotto la tavola, con il piedino calzato di raso, batteva il ritmo della danza. Riempiron le coppe un’altra volta, e furon vuote. Le saliva, da quel vino pungente, un calor lieve alle gote; i suoi occhi brillavano fra le ciglia orlated’un luminoso tremito. Ora, godendo il caldo benessere che le scorreva per le vene, s’abbandonò indietro, contro la spalliera, tese le braccia nude su la tovaglia, e sorrideva come in un rapimento, in una estasi che le avvolgesse tutto il corpo, tutto il suo morbido corpo desideroso.

— Se fossimo soli ti bacerei... — confessò con un leggero tremito.

Di là dalla vetrata, nel giardino, una grande magnolia si vestiva d’argento nel chiaro di luna, portando sovr’ogni ramo un magnifico fiore.

Ella poggiò i due gomiti su la tavola e si prese la faccia fra le mani:

— Senti....

— Di’.

— Vienmi vicino, più vicino....

Egli si sporse innanzi per udir le sue parole.

— Non avrai più paura, dimmi?... non avrai più paura questa notte, che c’è tanto profumo?... — gli mormorò sottovoce, con un brivido che la impallidì.

Poich’egli non rispondeva, gli prese un polso, lo strinse.

— Dimmi, dimmi!... Perchè non vuoi rispondere?

— Ho più paura che mai! — rispose. E tremò.

Or qualcuno cantava, sul terrazzo, laggiù.

Uscirono. V’era molta gente, seduta a gruppi, che ascoltava il concerto. Lor due si misero in disparte e si fecero servire il caffè. Eran quasi nascosti da un grande cespo di rosse azalee, che propagavan le lor vaste ombre su la ghiaia lucente. Tra la foltezza degli alberi non si poteva discernere il lago, ma ogni tanto si udiva l’acqua sciacquare contro la riva.

Egli disse alla sorella:

— T’annoierai la sera; qui non c’è nulla da fare.

— E se pure ci fosse, — rispose — non vorrei far nulla. Sto bene così.

— Ti senti stanca per aver remato?

— No, affatto. Ma quello Sciampagna mi dà una deliziosa vertigine....

L’azalea fiorita buttava dietro le sue spalle una specie di rosso mantello damascato.

— Qualche volta, — ella disse — qualche volta, Rigo, son io che ho paura di te. Sopra tutto quando non parli e mi guardi.

— No, Lora; io non ti farò mai alcun male.

— Chissà? — ella rispose.

— Perchè dici questo?

— Non saprei perchè lo dico; è una sensazione indefinibile. Forse tu mi odii un poco....

— Io?....

Là presso, dentr’una vasca invisibile, udivan l’acqua d’una fontana sgorgar sonnolenta, fra gli alberi. Egli si levò, le pose un braccio sotto il braccio, ed insieme s’inoltraron per il giardino. Loretta s’impauriva dei piccoli rospi verdi che saltavano traverso i sentieri. S’allacciaron l’uno all’altra strettamente, perchè nell’ombra si sentivano più sicuri, e scesero verso il terrazzo che accompagnava per un tratto l’insenatura della riva. Tra la darsena e l’approdo c’era una lunga fila di barche legate, che dondolavano.

L’acqua portava un mantello d’argento, che le aveva buttato sopra la luna. Veniva una tristezza indicibile da quella chiara calma lacustre. S’appoggiarono alla ringhiera del terrazzo, percorso da una spalliera di rose vanziane; il muoversi dell’onda luminosa li addormentava in una specie di funesto incantamento.

Egli pensava di stare sopra l’orlo d’un precipizio, e di cadervi lentamente, insensibilmente, sprofondando in una vacuità piena d’oblìo. Sentiva il suo corpo disperdersi nell’annientamento, il suo dannato amore finire in un urlo.

Ella pensava d’essere una reginetta, che abitasse un gran castello su le rive d’un lago incantato, e di scendere in una barca, la notte, lei sola, sotto la luna, senza remi, senza vele, pigramente, dolcemente, per dormire. E più andava, più il lago si faceva buio, più diveniva nella notte una immensa disperata solitudine; e man mano che s’allontanava col vento, le sembrava di smarrirsi nella perduta ombra, di navigare in una buia distanza, dalla quale forse non sarebbe tornata mai più... Aveva paura e si stringeva a lui.

Un cigno dormiva, con il bel collo piegato su l’ala, ondeggiando come le barche legate in fila.

Non lontano dalla sponda passò un battelletto, con un fanale rosso a poppa ed uno bianco a prua. V’era gente, che cantava in coro, e si udivano le parole.

Il ritornello diceva:

«Tela lina molto finache si mette ogni mattinala mia bella al suo levar...tutto quanto le dareiper far come fai con lei,per saper quel che tu sai,per star dove tu le stai...»

«Tela lina molto finache si mette ogni mattinala mia bella al suo levar...

«Tela lina molto fina

che si mette ogni mattina

la mia bella al suo levar...

tutto quanto le dareiper far come fai con lei,per saper quel che tu sai,per star dove tu le stai...»

tutto quanto le darei

per far come fai con lei,

per saper quel che tu sai,

per star dove tu le stai...»

— Cantano... sono allegri! — disse Loretta con invidia. — Io non lo sono più.

Egli riprese, come per ischerzo, la cantilena:

«Tutto quanto le dareiper far come fai con lei...»

«Tutto quanto le dareiper far come fai con lei...»

«Tutto quanto le darei

per far come fai con lei...»

— Vanno a pesca? — domandò Loretta.

— Forse vanno solo per cantare.

Quand’erano soli, quando faceva un po’ scuro, quando si toccavano, l’interiore fantasma s’impossessava del loro turbamento. Era un male che cominciava col desiderio d’un bacio, e passava dall’uno all’altra, come una catena che stringesse le loro carni fraterne; poi girava, s’attorcigliava in serratissimi nodi, fino a curvarli entrambi sotto l’oppressione del suo peso. Ella sentiva il bisogno di abbandonarsi nelle sue braccia, egli provava con iracondia la tentazione di afferrarla e stringerla fino al dolore; ma in entrambi, anche in lei che si offriva, era una invincibile paura. Una paura gelida, radicata nell’essere, una paura che li attraeva diversamente e diversamente li separava. Eran come due sitibondi, legati presso la medesima fontana, così che potesser tender le labbra sino ad un pòllice dall’acqua, fin a sentirne la chiara freschezza e respirarne l’umidità, ma senza riuscire ad intingervi le labbra, mai. Tra la lor setee la fontana c’era quel póllice di spazio che non li lasciava bere.

— Vorrei che un uomo potesse dirmi perchè mai ti ho dovuto amare! — esclamò Arrigo. — Vorrei me lo dicesse un uomo che conosca tutte le anime e tutti i peccati, un prete per esempio. Ma io non oso confessarmi di questo peccato. E poi, che serve? Anch’essi non san nulla; nessuno sa nulla di tutto ciò.

Questo accenno religioso della confessione spaventò la fanciulla, come se, d’improvviso, l’abito nero del sacerdote, l’ombra dell’intercolunio, le mistiche nuvole dell’incenso, l’alito caldo che passa per la grata con il bisbiglio delle parole colpevoli, e la rampogna, e la condanna, e la minaccia di penitenze perpetue, le componessero nel cuore sbigottito l’immagine del suo peccato mortale.

— Perchè dici queste parole così nere? — domandò. E si strinse a lui, più vicina, quasi per trovare in lui un rifugio. La barca dei cantori lontanava nella sera lunare, e fievole si udiva di tratto in tratto il ritornello giocondo:

«Tela lina molto finache si mette ogni mattina...»

«Tela lina molto finache si mette ogni mattina...»

«Tela lina molto fina

che si mette ogni mattina...»

— Hai pensato, — egli riprese, — hai pensato a quello che avverrebbe se avessi una volta il coraggio, il terribile coraggio che mi è mancato finora?

— Due cose ho pensato: o che tu non mi ami veramente, o che il tuo cervello è malato. Se la nostra felicità è in noi, perchè dobbiamo spaventarla con tante riflessioni? Tu mi comúnichi a poco a poco il tuo male. Quando, per la prima volta, mi agitò questo immenso desiderio, súbito avrei voluto esser tua. Guardare più in là mi sembrava inutile, mi sembra inutile ancora.

— Ma, dimmi, — egli fece; — tu che parli con tanta leggerezza, conosci dunque il valore dell’offerta che mi fai? Comprendi cosa vuol dire questa frase che ripeti senza sgomento: «Essere tua?» Comprendi che ciò significa regalare, sacrificare a me tutta la tua vita?

Ella parve maravigliarsi di queste parole; ma tuttavia rispose a fior di labbro, senza convincimento:

— Sì, certo, lo comprendo.

— No, Lora, — egli corresse con indulgenza, — tu non lo comprendi. Verrebbe inevitabilmente un giorno, e forse non troppo lontano, nel quale diresti a tuo fratello: «Réndimi ora la mia vita, perch’essa è mia, e voglio viverla.» Ma pensi che allora io potrei cederti ad un altro? Pensi che, dopo un delitto come questo, si possa tranquillamente ricominciare la strada per la quale si andava prima? Tu sì, forse, perchè hai vent’anni ed un cuore spensierato. Ma io? Dimmi, che farei allora? Conosci la gelosia? Conosci quell’altro tormento, più grande, che si chiama il rimorso? Vedi: c’è fra noi una differenza fondamentale: tu mi ami perchè puoi dimenticare, perchè non conosci, e quasi non sai che sono tuo fratello... invece io ti amo appunto, e più disperatamente, perchè so, perchè so con profonda paura, che sei la mia sorella....

A testa china, guardando l’acqua insidiosa, che scintillava come una buia stoffa intessuta con fili d’argento e produceva un rumore appena sensibile urtando contro il muro della darsena, ella parve meditasse profondamente il senso di quelle parole.

— No, Rigo!... — esclamò d’un tratto, afferrandosi al suo braccio con una forza convulsa, — no! tu non sei mio fratello. Non ho mai pensato per un attimo che tu fossi mio fratello. Mi piaci, e nello stare con te sento che mi desideri come un vero amante. Préndimi!... fa di me quello che vuoi, per un’ora o per sempre, fin quando sarò bella e mi troverà bella il tuo amore... Non senti? Sono tutta profumata come un fascio di rose... Préndimi!... stríngimi fra le tue braccia, come se fossi un gran fascio di rose... Ma ridi! ridi!... perchè non posso più vederti così buio... Ridi ancora una volta... ridi!

La barca ripassava di lontano e si udiva cantare:

«Tutto quanto le dareiper far come fai con lei...»

«Tutto quanto le dareiper far come fai con lei...»

«Tutto quanto le darei

per far come fai con lei...»


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