XIV
Donna Claudia s’era pagata il suo capriccio. Se l’era pagato senza troppe cautele, da donna esperta e frettolosa. Non fece che scrivere nel suo catalogo mentale questa riflessione molto semplice: «Uno di più.» Era fra quelle donne coraggiose che non tentano di mascherare dietro vane commedie sentimentali quella perenne voglia del mutamento che in verità costituisce la sola ragion d’essere di tutti gli amori galanti. Si era detta: «Mi piace»; lo aveva lasciato comprendere a lui, comprendere a tutti, poichè le sue stoltezze eran ciò che di più serio aveva saputo commettere nella vita. Non le rincresceva d’invecchiare, perchè non portava con sè nella vecchiezza nessuna rinunzia, nessun rammarico; si era dispensata, goduta e lasciata godere fino al limite del suo desiderio; tutte l’ore trascorse della sua vita le parevan degne d’esser rivissute.
Nella penombra d’una camera ella poteva nascondere ancora il numero soverchio degli anni e sapeva qualche malizia di vecchia gatta, che meglio d’una fresca inesperienza poteva innamorare i giovini. Se il volto e la gola sfiorivan un poco, le rimaneva pure quel superbo seno che nessuna gelosia d’amante era mai riuscita a farle bastevolmente coprire negli abiti da ballo, e quella cintura pur salda nella strettezza delle reni, che tanti spasimi aveva contenuti, senza disfarsi nella lascivia, senza patire dalla voluttà.
Da troppo tempo Arrigo era fedele alla sua dolce Tatiana;aveva sete di bere ad un calice più amaro, e, quando la prima volta s’incontrarono, Donna Claudia lo trovò impaziente. Sorpresa e lusingata di piacergli, cessò da quel sarcasmo brioso con il quale si preparava a difendere la sua maturità contro le diffidenze dell’uomo giovine. Ed anche gli fu riconoscente, perchè nulla è più triste per la donna che lo svestirsi con paura sotto gli occhi attenti d’un uomo al quale avrebbe potuto piacere follemente una decina d’anni prima.
Donna Claudia cominciò con invitarlo a pranzo; nella sua casa era sempre tavola bandita, gaio spirito e libera ospitalità. Varia e dissimile gente vi conveniva insieme, accomunata sotto la tutela del gentilissimo blasone che gli avi di don Antonio del Borgo avevan recato di Spagna per il tramite d’un maritaggio e per l’onore d’una pace conchiusa. Ma don Antonio lo avrebbe ormai lasciato perire, poichè la sua prodiga moglie s’era invano affaticata per fargli nascere un erede.
Arrigo si appropriava con rapidità le usanze delle persone fra le quali era condotto a vivere; dalla bottega paterna alle sale dei palazzi, per un veloce cammino, si era tolta di dosso tutta la reminiscenza plebea che portava dal suburbio e dalle basse frequentazioni; un nitido signore sbocciava in lui, spontaneamente ricco d’eleganze, piacevole in tutto a conoscersi, tanta era la padronanza ch’egli aveva sopra sè stesso e la fede ambiziosa nella meta del suo cammino. Pochi mesi bastarono per assuefarlo a quella vita nuova, come se l’avesse vissuta fin dall’infanzia. Forse, nel compiere quell’ascensione, il suo sangue si risovvenne che non era sangue di plebe, se tale oscura memoria può non morire traverso la discendenza ed i casi alterni della vita.
Da quelle sale fu condotto in altre numerose, ove strinse amicizie, intraprese piccole avventure, coltivò gli uomini e le donne che potevan esser utili a’ suoi disegni, ebbe l’accortezza di parer modesto e di non suscitare alcuna gelosia.
Poichè sapeva di avere una cultura manchevole, pazientemente prese ad istruirsi, celando le ore dedicate allo studiocome se fossero una colpa, e spiegando nelle sue dense giornate una infaticabile attività. Si volle raffinare con ogni diligenza, per un naturale amore della raffinatezza che dormiva in lui. Dietro la maschera impassibile del suo volto s’indovinava talora la febbre dell’anima irrequieta; ma una tirannica volontà soggiogava tutte le sue passioni ed egli provava quasi una iraconda gioia nel soffocare le ribellioni dell’istinto. Di sè medesimo era splendidamente l’arbitro il maestro ed il soggiogatore.
Qualchevolta eran battaglie aspre contro una certa sua naturale arroganza, che mal si fletteva nello sforzo dell’adulazione; qualchevolta era forse il bisogno di trovare un amico vero, un’amante vera, e narrargli la sua piccola storia; qualchevolta era tutto il suo essere che si torceva sotto la fatica di quella fredda e scaltra commedia; ancor più, quando per le sue vene, in certi giorni, in certe ore, passava una prostrazione fisica più dolorosa d’un male, ed egli sentiva in sè quasi la remota paura, la buia coscienza d’un pericolo che sovrastasse alla sua vita.
Gli pareva di avere in sè una fiamma serpeggiante, o talora qualcosa di viscido, che salisse, salisse, fino alla sua gola, fino al suo cervello, e talvolta un ronzìo, un rombo, un bisbiglio, uno strepito di cose lontane, imminenti, aspre, dolci, più forti e più vive che il sogno della sua mediocre vita.
Qualchevolta un corpo femminile, pur non desiderato, lo turbava così profondamente ch’egli sentiva tutto il suo grande imperio svanire in un malessere senza nome, comunicargli un dolore acutissimo, e il vento, l’ondata, la fiamma, il gorgo, la vertigine, mille sensazioni confuse, calde, logoranti, gli occupavano lo spazio interiore dell’essere, prostrandolo in una specie d’annientamento.
Poi si vinceva e rideva. Tornava con impeto a combattere la sua battaglia illecita, mettendo l’ambizione sul taglio della spada e l’onestà nel fodero. Per il denaro lottava, nelle notturne ore assidue sul tavoliere conteso, facendo pro’ di tutte le forze contro le debolezze altrui. Pericolando camminava su l’orlo dei precipizi, reggendosia quel filo tenue che la fortuna tende agli spiriti audaci.
Dopo una lite più acerba delle altre, Arrigo e la Ruskaia si erano abbandonati, senz’essere ben certi di non amarsi più. Ella si era lasciata sfruttare senza lamentarsene, fin quando Arrigo era stato per lei un amante appassionato e fedele. Ma dopo il suo ritorno in città, troppo egli la trascurava e troppe ore le lasciava di solitaria meditazione. Le sue apparizioni presagivan per lo più qualche pagamento vicino, e la Ruskaia finì con dirsi ch’egli l’avrebbe rovinata in poco tempo senza nemmeno serbarle un poco di riconoscenza. Aperse gli occhi, e finalmente si trovò ridicola. Da ultimo, le giunse una lettera anonima, che le rivelava in modo esplicito l’avventura di donna Claudia con Arrigo, dandole, perchè ne fosse certa, i più minuti particolari sul luogo e su l’ora in cui solevano incontrarsi. Già sospettosa, ella non ebbe che raccoglierne la prova. Si mise al classico agguato, e donna Claudia, che in vita sua s’era trovata in ben altre contingenze, riuscì con la sua presenza di spirito ad evitare uno scandalo.
Fra Tatiana ed Arrigo fu invece una rottura liscia, senza lacrime, senza furori, come fra gente già preparata da un pezzo a doversi lasciare; gente calma, che comprenda la necessaria parabola delle cose umane, e partendo si ringrazi a fior di labbro d’aver insieme recitata per qualche tempo, con perfetta sincerità, la commedia dell’amore.
Allora il barone Silvestro si fece animo, ed ebbe finalmente ragione d’aver sperato nella sua fedele pazienza, nella sua devota urbanità. Gli uomini ricchi e le donne belle finiscon sempre con intendersi fra loro.
Su questo avvenimento si fecero grandi ciarle nei ritrovi dei Mammagnúccoli, nei teatri e nelle sale dove Arrigo incominciava ad essere invitato con grande favore. La rottura fu spiegata in vari modi, e non tutti benevoli per Arrigo. Ci fu pure chi compianse la Ruskaia, credendola sempre innamorata di lui. Ma ormai ch’ella s’era scelto a protettore un uomo da bene, tutti gli antichi spasimantile si rimisero alle calcagna, ed il suo ritorno alla scena fu per lei una serata trionfale.
Arrigo era in teatro quella sera, disinvolto e sorridente. Lo si vide pure applaudirla dal palchetto di Clara Michelis, la ricca vedova sentimentale ch’egli stava per avvolgere nelle sue reti, facendole una corte insidiosa e paziente.
L’intermezzo di donna Claudia non sarebbe durato a lungo. Ella d’altronde non faceva per lui, perch’era troppo sfacciata, troppo accorta, e, durante le ore d’intimità, troppo esigente nell’opera delle amorose fatiche. Inoltre a lui pareva che avesse un cuore di pietra! Purtroppo non avrebbe compreso mai, quella incorreggibile marchesa, come il dovere d’una donna vecchiotta fosse quello di soccorrere un bel giovine, senza nemmeno farselo dire!... Insomma, ella ormai gli dava sinceramente ai nervi, ed anche la sua bella Tatiana ricominciava con dargli ai nervi in altra guisa, dopo qualche mese di separazione. Gli era venuto il rimorso d’averla troppo tormentata quand’era sua, ed insieme il dubbio di essere stato uno sciocco nel rinunziare a lei.
Il barone dalla barba crespa l’aveva ripristinata nell’antico splendore. Ella viveva ora con magnificenza, con sperpero; la si vedeva dappertutto, a fianco del suo barbuto barone, che pareva sdilinquirsi a guardarla negli occhi. Egli le aveva preso un appartamento, del quale si dicevan cose mirabili, aveva messo un’automobile sfavillante a’ suoi servigi, le mandava in casa un gioielliere di gran fama che aveva libertà di suggerirle i desiderii più costosi, e quantunque il barone fosse ricchissimo, la buona gente si rallegrava già pensando che sarebbe finito egli pure sul lastrico. Tali donne, quando non amano, divengono barbaramente venali.
Si diceva che Rafa Giuliani le avesse regalata una collana di ventimila lire per una visita di mezz’ora; Carletto Santorre giurava d’aver ricevuta una promessa; il conte Aimone dell’Ussero le faceva proposte regali pel tramite della propria mezzana; Paolo del Bassano torceva la sua bocca feminea quasi per dire con un sorriso da irresistibile: — Peuh, se volessi...
E tutto ciò esasperava i nervi di Arrigo, tanto più che gli amici si credevano in dovere di punzecchiarlo. Qualchevolta gli avveniva d’incontrarla per istrada, nei negozi o nei teatri. Un turbamento simultaneo li rimescolava entrambi ed evitavano di guardarsi come due che avessero in cuore la reminiscenza d’una segreta colpa. L’uno e l’altra si studiavano di atteggiarsi alla maggiore indifferenza; ma non era punto così, ed il buon barone Silvestro lo sapeva tanto bene, che ostentava con Arrigo una grande freddezza e quasi quasi evitava di salutarlo.
Tatiana del resto era stata una buona donna. Avrebbe facilmente potuto vendicarsi di lui, raccontando qualche piccolo particolare intimo, assai grave per il bel Ferrante. Ma evidentemente invece aveva taciuto, e spesso, mentre cantava, i suoi occhi lo cercavan dalla ribalta come nei primi tempi del loro amore, quand’eran l’uno per l’altra due sconosciuti.
A lui avveniva di sentirsi penetrare da quella voce fino a soffrirne, o d’appoggiarsi al parapetto d’un palco, stringendosi le tempie fra i pugni chiusi, e di scordar sè stesso nel guardarla smarritamente, con un turbine di memorie nel cervello e nelle vene.
Aveva la tentazione terribile di darle per l’ultima volta un caldo bacio; gli avveniva di provare una commozione sciocca davanti ai piccoli oggetti, alle improvvise memorie che gli erano rimaste di lei. Purificata, rinnovata, più che mai desiderabile, quest’amante perduta lo innamorava un’altra volta di sè.
Una sera fu lì lì per accostarla in una contrada semibuia. Le scrisse pure alcune lettere, che poi si vergognò di mandarle. Dal palco alla scena, si guardarono spesso, turbati entrambi, come se fra loro, per l’aria, fosse passata una carezza. Il barone Silvestro aveva notato qualcosa e vigilava come un can da guardia. Ma l’amore sa essere più scaltro della gelosia.
Egli le mandò un mazzo di violette di Parma, poichè c’era un profumo di violette nella loro storia d’amore. Poi, una sera, verso l’ora in cui l’impeccabile barone Silvestro soleva trovarsi al pranzo della sua vecchia madre,non sapendo come altrimenti parlarle, si diede animo e le telefonò:
— Sei tu?
— Chi tu?
— Tatiana?
— Ah...
— Senti...
— No, no!
— Voglio vederti...
— Mai più!
— Vieni da me domani, dopodomani, quando potrai...
— No. Che sciocchezze! Lásciami...
— Tatiana!...
Ella vi andò, naturalmente, e, come spesso avviene, tornarono amanti nascosti dopo esserlo stati con piena libertà. Si ridiedero gli stessi baci e godettero nel trovarvi un pericolo grande, una insolita paura, come in tutte le passioni che hanno il pregio d’essere vietate.
Ma la cosa non potè rimaner secreta; troppi erano i gelosi che stavano all’erta, e ci fu qualche maligno ciarlatore che ne diede sospetto al barone.
Questi non giunse ad averne la certezza, ma l’odio contro il bel Ferrante gli si fece così vivo, che l’animo battagliero dello smilzo ufficiale d’un tempo rivisse nel pingue gentiluomo, e con acre fermezza egli si propose di offendere al primo incontro il suo bel competitore.
Al Circolo, una sera, si parlava di due ch’erano in procinto d’esservi accolti come soci o respinti, secondochè lo scrutinio avesse dato ragione ai loro spalleggiatori o piuttosto a quelli che si erano accordati per volerne l’esclusione.
Uno de’ due, Giorgio Levi, aveva contro sè il peccato della sua razza, la mala fama d’un patrimonio raccoltogli dal padre con i proventi d’una banca equivoca e la colpa d’aver sposata per convenienza una donna di bruttezza intollerabile.
L’altro, Alessio Macchi, era uno scapolo d’età matura, uscito dalle classi plebee con un ingegno solido e rapace, con una volontà possente, cosicchè, tramando abili speculazioni,era giunto a governare arbitrariamente le oscillazioni giornaliere de’ valori di Borsa.
Arrigo, preso nel mezzo di questa discussione, ascoltava tanto gli uni che gli altri senza esprimere alcun parere; anzi appariva chiaramente angustiato.
Il barone Piaggi s’avvicinò, inframmettendosi nella discussione con certe frasi acri che parevano raschiargli un po’ la gola; nel suo viso apoplettico brillava un’irritazione mal dissimulata ed i suoi gesti perdevano la consueta misura.
Squadrò il bel Ferrante bene in faccia, poi disse:
— È ora di finirla! Ogni mascalzone avrebbe dunque il diritto di proporsi ormai al nostro Circolo, ed anche la fortuna d’esservi accolto? Perchè mai questa gente vuol essere de’ nostri?
Arrigo si fece orribilmente pallido, ma tacque.
— Scusa, — intervenne Balbo Verani, vice-presidente del Circolo, — mi sembra che tu esageri un pochino!
L’altro riprese con veemenza:
— Non esagero affatto! Chi sono questo Levi e questo Macchi? Ebrei, si era d’accordo nel non volerne. Ora passeremo anche sopra questo? E il Macchi? Un ribassista fra i più smascherati, un uomo che ha sempre avute le mani in pasta nelle più nere speculazioni di Borsa!
— Non ha torto, — ammise laconicamente il marchese Berrini, con quella voce nasale che dipendeva dal suo malumore cronico.
— Ah, no, per Dio, — proruppe il barone. — Dove si andrebbe dunque a finire? Se quelli entrano, io me ne vado. È ora di finirla con questo genere di personaggi che si fan proporre al nostro Circolo dopo aver schivato il Cellulare!
Fissò di nuovo Arrigo e soggiunse:
— Fra poco, per qualche centinaio di lire all’anno, andremo a raccattare i nostri soci nei caffè o nelle bische dove bazzicano tutti gli avventurieri! Cosa non nuova del resto, perchè purtroppo l’esempio è già dato.
Sopravvenne uno di que’ gelidi silenzii, pieni d’attesa e d’ambiguità, durante i quali gli occhi di tutti convergono sopra uno solo. Arrigo si levò, pallidissimo, dominando con la forza de’ suoi nervi contratti una collera spaventosa.
— Sono l’unico, — disse con voce rauca di tremito, — al quale sembrano rivolgersi, non le vostre parole, ma la slealtà e l’impostura con cui le dite. Mi vergognerei di scegliere una strada così poco diritta se avessi l’intenzione di provocare un uomo!
Levarono i pugni entrambi, ma furono trattenuti, e ci fu in serata uno scambio di padrini.
Tutti i telefoni sparsero la notizia tra quelli che ancora vegliavano per i ritrovi della città notturna.
Il barone aveva il torto d’essersi mostrato geloso, e molti ne risero. La causa vera dell’incidente soverchiò e nascose il pretesto dal quale era nato. Alcuni opinarono che Arrigo avesse risposto bene, ed egli riscosse in ogni modo qualche simpatia, perchè il barone aveva la fama di un terribile duellatore. Almeno al tempo della sua gioventù, menava certi fendenti spaventosi che scotennavano e sfiguravano. Sarebbe stato peccato per il bel Ferrante!
Li condussero la mattina dopo su lo sterrato d’un ippodromo e li misero di fronte, a torso nudo.
Faceva un così bel sole, ch’era peccato giocarsi la vita. Ma la rischiava lietamente Arrigo, perchè il barone Piaggi gli rendeva insomma un certo onore incrociando il suo ferro con lui. Simile onore gli rendevan i quattro rappresentanti, fra i quali erano tre patrizi autentici ed un uomo esperto di cavalleria. Quest’ultimo era Lanzo Malatesta, padrino di professione, che gli aveva pure insegnato un colpo al braccio, uno di que’ tali colpi segreti, che fra gli altri difetti possiedono pure quello dell’infallibilità.
Lo diede infatti, ma non senza il contraccambio, perchè il ferro del barone, altrettanto infallibile, gli segnò su la guancia sinistra una ferita piuttosto lunga, diritta, elegantissima.
E col tempo gliene rimase una bella cicatrice bianca.
Questo duello fu la corona d’alloro del suo torneo mondano. Se fino allora taluno l’aveva guardato in cagnesco, armandosi d’una certa diffidenza, per tutti quei punti interrogativi ch’erano intorno al suo nome, adesso che s’era battuto con Silvestro Piaggi e che due gentiluominis’erano incomodati, con altri due, per condurlo sul terreno, adesso che portava sulla guancia la ferita cavalleresca, nessuno più perdeva il tempo in simili restrizioni, e, per quel tanto che v’è di formale o di bizzarro nelle cose mondane, la taccia pubblica d’avventuriero e di spostato gli era servita ottimamente a consacrarlo gentiluomo.
Anzi quella ferita vinse definitivamente il cuore di Clara Michelis, cui egli faceva una corte accanita, ma fino allora infruttuosa.
Clara Michelis volgeva sopra i trent’anni, l’età voluttuosa e pericolosa che talvolta nella donna fa sbocciare le più calde primavere del sentimento. Non era del tutto bella, ma il suo pallore, i suoi grandi occhi neri, e quella sua fragilità profondamente sensuale, davano al suo corpo delicato una particolare attrattiva, cui non era del tutto estranea certa leggenda mormorata fra le sue conoscenze, cioè che avesse consunto il marito in pochi mesi di matrimonio, per soverchio amore. Aveva una figlia giovinetta, ch’era tutta la sua passione, poichè la prediligeva con quella tenerezza un po’ maniaca ed eccessiva che si ha per un cagnolino, per una bambola, per un ninnolo; infuori da questo, la sua vita era vuota... oh, infinitamente vuota!
Interrotti gli amori clandestini con la Ruskaia, Arrigo si trovava talvolta in impicci assai difficoltosi. Non era certo su Donna Claudia che avrebbe fatto affidamento, sebbene la vedesse vivere in quello sfrenato lusso ch’era quasi un contorno necessario alla sua bellezza sfiorente. Donna Claudia, tutt’al più, rappresentava per Arrigo un’egida provvisoria, una indispensabile introduttrice, poichè per tutte le difficili e vietate soglie si passa in molti casi grazie al favore d’una donna.
Ma egli era conscio della sua condizione precaria, e con discernimento e con freddezza si andava cercando per intorno qualche protezione più sicura.
Aveva conosciuta Clara Michelis in un salotto e le aveva messi gli occhi addosso, un poco per curiosità, — quella curiosità naturale in lui verso tutte le donne chepotessero agevolargli la strada, — un poco perchè subiva egli pure il fascino capzioso della vedova disoccupata. Gli piaceva, gli conveniva e lo tentava insieme. Passava per ricca, forse più che non fosse; la si vedeva poco nei teatri, poco per istrada, non era gran che mondana, ma intorno alla sua vita lievemente misteriosa le chiacchiere del mondo s’erano sbizzarrite assai. Di tempo in tempo la davano per fidanzata; invece la sua vedovanza continuava pertinace.
Arrigo le si mise intorno senza ben sapere cos’avrebbe desiderato da lei. Per intanto agognava di possederla, ed aveva pure supposto che fosse più facile cosa. Ma Clara Michelis era fra quelle che studiano ed irritano lungamente la pazienza dell’uomo prima d’uscire dalla propria torre eburnea, disposte a cedere onoratamente le armi. Ella si sapeva ormai vicina a quell’età nella quale prendere un amante vuol dire forse compiere l’atto definitivo della propria storia amorosa, affrontarne forse il pericolo estremo: quello d’innamorarsi davvero. Perciò si valeva di tutte le sue esperienze precedenti. Era già presso a quel punto in cui la donna, particolarmente quella che non fu onesta, anzichè lusingarsi d’un desiderio che la ricerchi, ne dubita o se n’offende, quasichè le spiaccia d’essere considerata una troppo facile preda. Poi, nel rifiuto ambiguo, crudele, esasperante, che provoca le grandi tentazioni e le grandi arditezze, c’è per la donna talvolta un godimento più fine che nella dedizione stessa.
Infatti Arrigo s’era incapricciato di lei con una certa esasperazione, e si doleva nel doverselo confessare. La gente, vedendoli molto insieme, già da un pezzo diceva che fossero amanti, quand’egli ancora non era giunto a baciarla più in su che il polso; quel polso nervoso e venato che pareva un minuscolo gingillo nella sua mano forte. Ello lo esasperava col suo profumo, con la sua voce, con la sua maniera di muoversi, di ridere, di negarsi; lo seduceva con tante piccole rarità sentimentali ch’erano in lei racchiuse come in un cofano prezioso.
Egli si tormentava di quella instancabile civetteria, come alcuno che avendo gran sete, sol potesse di quando inquando rinfrescarsi le labbra riarse con qualche gocciola d’acqua pura. E si trovaron ancor più attratti l’un verso l’altra dalla passione che avevano per la musica, entrambi. Ella suonava il piano con uno squisito calor di sentimento; egli, curvo su l’arco del violino, curvo su lei, tra il profumo delle sue treccie, l’accompagnava. Nella sala quasi buia, tra il volo delle note, sentivano roteare intorno il vortice della tentazione, piovere nelle pause ambigue il velo d’un incantamento.
Talvolta, nel muoversi, nello scuotere leggermente il peso delle sue treccie all’indietro, ella incontrava e toccava il suo braccio, con paura; talvolta il respiro dell’uomo curvo le passava sul collo ignudo, avvolgendola tutta in un freddo e lento brivido. Fra i due candelabri, nel riflesso dell’ebano, pur senza volgersi ella vedeva la faccia di lui, tormentata, piena d’una rabbia virile, che le dava una sensazione fisica estremamente voluttuosa.
Passarono tutta la musica da camera che potè mai essere scritta per il martirio degli innamorati, e qualche volta, mentre le sue mani trasparenti correvano veloci su la tastiera, l’archeggio del violino s’interrompeva di súbito, ed una bocca bruciante le cercava, il collo, tra le radici dei capelli, con una voglia rabbiosa di mordere. Qualche volta lo vedeva in ginocchio, supplice come un bimbo.
Le sue vestaglie di seta facevano appena un morbido fruscìo d’ala, nel fuggire. Poi, nell’altra stanza, rideva, rideva, con la gola piena...
Dirgli di sì... come sarebbe stato facile! Ma forse avrebbe interrotto quell’incanto, ed ella non voleva. Viziata, snervata, appassionata, era questo l’amore che a lei piaceva.
Ma una sera che le tende gonfie lasciavano entrar la primavera, i candelabri si spensero in un soffio d’aria, le rose aperte nei vasi di cristallo stormirono come se fossero su le spalliere...
Veniva dalla strada un rosso riverbero di lampioni, disperso nell’azzurra luce della notte primaverile; venivadi tempo in tempo qualche scalpiccìo di passanti, qualche fragore di ruote che lontanavano, qualche risata.
Allora, d’improvviso, con rabbia, egli si piegò su lei, cercò la sua bocca innamorata, bevve il suo più gonfio respiro, la sua crudeltà più forte, che traboccava in un riso convulso...
Le tende gonfie di profumo soffocarono il lor grido d’amore, lo confusero nel vento soave con la fragranza delle rose, lo dispersero via, nella notte, fra le musiche della primavera...