ARTICOLI DI TRE LETTERE[36]Scritte al Sig. CanonicoFromond.

ARTICOLI DI TRE LETTERE[36]Scritte al Sig. CanonicoFromond.

Como 26 Ottobre 1775.

Aspetto con impazienza le osservazioni vostre sulla migliore struttura dell'Elettroforo. Intanto vi darò io nuova della riuscita di quello che ho ultimamente terminato di legno del diametro poco meno di due piedi. In questi due ultimi giorni che spira una forte tramontana ho ottenuto scintille a dieci, dodici, ed anche quattordici diti trasversi: v'immaginate com'erano guizzanti. Per averle di questa forma presento non più la nocca, ma la punta del dito. Sovente in luogo della scintilla esce dal dito un grandissimo fiocco, collo scoppiettar in seguito di più scintille succedentisi. È tale la forza, e la copia del fuoco, che le punte metalliche affatto ottuse, come d'una chiave, anzi l'anello di essa, e fin le palle, se non sono affatto grosse, fanno appunto l'officio di punte, e gettano il fiocco. Che più? Tre sole scintille dello scudo caricano una mezzana caraffa a dare una scossa penosa; e dieci in dodici la sopraccaricano a segno di scaricarsi spontaneamente.

Como 14 Novembre 1775.

Vi ho detto già come pensava d'or in avanti di costruire l'apparato portatile, per avere in un egual volume assai maggiore capacità. In luogo di stendere il mastice sopra un piatto, lo stendo nella cavità d'un emisfero, dando poi allo scudo la stessa conveniente figura. Trovo anche meglio dell'emisfero divisato un cono troncato, che può essere lungo benissimo d'un palmo, e largo quanto porta l'apertura della tasca: un'altro cono ch'entri nella cavità del primo mi fa l'ufficio di scudo, e può chiudere in seno una boccia di discreta capacità, e l'uno, e l'altro facendoli di latta, oppur lastra di rame, ottone ec., e tutto insieme porta poco peso, e men imbarazzo. Ma io non voglio curarmi tanto di questi apparati portatili, nè dell'eleganza, quanto della grandiosità degli effetti, di cui fan pompa i grandi: sicchè mi tratterrò a parlare dell'apparato mio massimo.

Ho dunque tralle mani il grande Elettroforo del diametro di quasi due piedi che ho fatto terminare tosto che ripatriai. L'attività di questo è veramente sorprendente. Basta dire che ottengo non di rado scintille a dieci, dodici, e più diti trasversi: scintille che appajono in vaghissima forma guizzanti emulatrici appunto del telo di Giove. Per averle tali elettrizzo il mastice per eccesso, e presento allo scudo alzato la punta del dito, ovver facendomi ribrezzo,l'anello d'una chiave, da cui ora balza la scintilla lunga come dissi, e guizzante, or una serie di scintillette crepitanti succedonsi, or ne spiccia con leggier sibilo un lunghissimo fiocco. Una canna spaccata della lunghezza di due braccia vestita nella parte convessa di carta dorata raschiata con pelle di pesce rappresenta ancor meglio, e nella maggior estensione il balenar vivissimo della folgore su tra le nubi, mentre è percossa tutta, o per gran tratto almeno, ad ogni scintilla che riceva dallo scudo, da una, o più striscie di luce verde-lucenti. Finalmente una caraffa di mediocre capacità in quattro, o sei volte che io faccia giuocar lo scudo, riceve una carica, che mi scuote validamente.

Nè crediate già che effetti cotanto strepitosi abbian luogo solamente ne' tempi all'elettricità molto propizj: gli ho ottenuti di poco minori in questi ultimi giorni di nebbia, e pioggia incessante, mercè la sola attenzione di asciugare le lunghe cordicelle di seta, con cui alzo lo scudo. Nè pur temiate che lasciando l'apparato in riposo, e senza ravvivarlo per molte ore, o per alcun giorno, vada a cader di molto la forza: dopo due, o tre dì io ricavo ancora scintille tali, che il dito non può soffrirle che con pena, e con dieci, o dodici di esse porto una discreta carica alla boccetta: così poi volendola metter a profitto col bel giuoco di rifonderla sul mastice, ottengo tosto la massima intensione. A finirla, non v'è più da dubitare, che col mio apparato non si possano creare, ed avere ad ogni ora, e ne' tempisingolarmente men propizj, effetti di gran lunga superiori a quelli della miglior macchina a globo, o a disco. A buon conto io posso fare il mio piatto di metallo, o di legnomagnitudine quantalibet ad effectus quantoslibet, come diceva il P. Beccaria, vantando il suo tavolino fulminante.

Due sono solamente gl'inconvenienti che s'incontrano, volendosi far l'apparato di una smisurata grandezza: uno intrinseco, e sostanziale, l'altro estrinseco, e accidentale. Il primo è che crescendo in ragione dell'ampiezza della superficie la forza della carica, della scarica, e quella pure della scintilla, che tende a balzar dallo scudo mentre s'alza, il mastice ne vien tosto in alcun sito spezzato, o fuso, salvo che non sia di una comoda spessezza; ma che? la spessezza maggiore toglie molto della capacità della carica, e quindi anche della forza dell'elettricità permanente (dico elettricitàpermanentenon piùvindice, perchè l'idea che ci porta il terminevindiceè meno al fatto, ed alla teoria confacente per non dire assolutamente erroneo, come avrò luogo di provare in altro tempo). Il secondo inconveniente riguarda l'incomodo nell'usare di un apparato assai grande. Per nulla dire, che convien tenersi col braccio allungato, e col corpo, e vesti discoste nell'alzar lo scudo, pur troppo devo sentire, che il peso di questo, sebben sia di legno inargentato, stanca potentemente, e che m'impedisce di alzarlo, ed abbassarlo, come vorrei, con celerità.

Quanto però all'incomodo nel far agire cotestoscudo, penso di potervi agevolmente portar riparo: tra gli altri presidj quello mi propongo di un vette, o che verrà più opportuno, di alcune carrucole. Questo ingegno mi porrà in istato di vincere il peso con poca forza, e di far giuocar lo scudo standomi ad una comoda distanza, e con tutto agio della persona. Esso scudo poi ho già pensato a farlo dieci volte più leggiero che quel di legno: e vuol essere di tela stesa a foggia de' nostri quadri sopra una cornice, ma questa ritonda (meglio anche della cornice di legno s'impiegherebbe un larghissimo collare di vimini che riuscirebbe, e più leggiero, e men soggetto a gettarsi) di tela dissi, in tal maniera stesa, e poscia inargentata. Avrà questa, oltre la leggierezza, un altro considerabilissimo vantaggio di adattarsi bene, e sempre a combaciamento colla faccia del mastice assoggettata, e per la propria pieghevolezza, e per virtù dell'adesione elettrica.

Con tali espedientissimi sussidj io potrò costruire, e render maneggevole anche ad un uomo solo un apparato grande di sette, otto, e più piedi. Immaginatevi una tavola grande come quella per il giuoco del Bigliardo, ma rotonda, foderata convenientemente di latta, o di rame con sopra steso bene in piano un mastice nero, e lucente siccome specchio: vedetevi indosso posato un bel coperchio aplat-fondinargentato, o dorato, pendente da quattro capi di corda di seta che terminano poi uniti in un solo a un congegno di carrucole, e guidato nel salire, e scendere da due altre corde di seta fisse verticalmente,che giuocano in altre due girelle annesse a due parti estreme, ed opposte di esso coperchio, o scudo: ecco l'uomo a qualche passo dalla tavola, che col tirar una fune pendente, quasi in atto di suonar le campane, fa che suonino invece scintille fragorosissime, e fischino fiammelle, e getti di luce a tutti i lati a distanza di più palmi contro i varj conduttori ad arte, o a caso d'intorno disposti: dite, non è quel coperchio l'idea d'una nuvola fulminante? Non vi fa terrore l'accostarvi? Eppur io, dato bando ad ogni spavento, amo anzi pronosticare utili cose, e vantaggiose, e mi compiaccio raffigurar ivi quella camera per la Medicina elettrica che vorrebbe il Sig. Priestley istituita. Ne vaneggio io già decantando così grandi, e strepitosi gli effetti d'un così vasto apparato: oso predirli tali, incoraggito, e quasi rassicurato dall'azione di quello, sopra cui sto attualmente sperimentando, il quale sebben non giunga ancora a due piedi di diametro, è mirabile il vedere di quanto lungo tratto si lascia addietro tutti gli altri apparati di circa un piede, o minori.

Ma la spessezza del mastice per tanta estensione di superficie richiesta, che notai per primo, e intrinseco inconveniente mi dà ancor molto a pensare. Se non che ho fondamento di credere che una linea, e mezza, o poco più sia per essere sufficiente per qualunque ampiezza, e il fondamento riposa sopra delle prove che ho fatte a quest'oggetto. Altronde per prove similmente fatte mi risulta che tale spessezzadi una linea, e mezza (sebbene si diminuisca di molto la virtù della mezza linea in sù) porta ancora una carica abbastanza forte.

Ho detto che io estimo poter bastare per qualunque grande apparato l'altezza nel mastice d'una linea, e mezza: intendo però che questo sia dappertutto unito, e sodo sopra un piano similmente eguale, e liscio, che non abbia screpolature, nè vi si coprano sotto dei vacui, o bolle d'aria. Ma come emendar quelle, e purgarlo affatto di queste? Non è difficil cosa il venirne a capo. Steso bene, e rassodato nella vostra tavola il mastice, scorretevi sopra dappertutto, senza però toccarlo, con un largo, e grosso ferro rovente. In un subito vi si apriranno sulla superficie innumerabili buchi, i quali per forza dell'istesso calore di lì a poco si riempiranno, e spariranno. Non basta, avviene spesso che adoperando l'apparato, e tormentandolo, salti fuori quà, e là una magagna, per cui avete ad ogni tratto una esplosione spontanea. Allora conviene andar in cerca colla lanterna del sito, ove s'asconde il vizio: e la lanterna è una boccia ben carica con cui scorrendo sopra, una scintilla che scappi furtivamente vi avverte a pelo di ciò che dovete correggere col vostro ferro rovente.

Como 21 Dicembre 1775.

Ho provato a far lo scudo, giusta quanto avea divisato, con una tela stesa su d'una cornice. Ho scelto la tela incerata, e senza punto inargentarne la faccia stessa incerata che guarda, e bacia il mastice, mi sono contentato di vestire di foglia d'argento la faccia che resta scoperta, e il contorno della cornice. Trovo che questo scudo giuoca ottimamente, e corrisponde a tutta l'aspettazione mia. Dapprima avendo pensato che l'argentatura alla faccia che tocca il mastice era per lo manco inutile, credei il meglio non vestire di foglia metallica che il contorno della cornice da cui si cavano le scintille ec. Ma poi m'avvidi ben presto che essendo la tela incerata conduttore pochissimo, buono, a stento, e lentamente dismetteva ella il suo nativo fuoco in ragione che l'eccesso del mastice lo esigeva, oviceversa: ciò era chiaro da vedere che toccando col dito, con catenella lo scudo posato, toccandone dico l'orlo inargentato, una piccola scintilla si estraeva: indi a qualche momento tornando a toccare, un'altra piccola scintilla; e così successivamente per alcuni minuti. Da ciò ne risultava, che alzando lo scudo dopo consumata dirò così la scarica, cioè dopo estratta tutta quella serie di scintillette, vibravasi scintilla fragorosissima guizzante ec. ma alzando esso scudo dopo un sol toccamento, la scintilla non ne sortiva che men forte di molto.

Allora fu dunque che mi volsi al ripiego di vestir di foglia metallica la faccia tutta esterna della tela: così la scarica si fa sensibilmente tutta in un sol toccamento, non impedendola guari la poca spessezza della tela che prima l'impediva coll'estension sua. Del resto torno a dire, il dare una superficie metallica alla faccia che guarda il mastice, è inutile senz'altro, anzi può essere per alcun riguardo di nocumento. In prima l'estrema mobilità del fluido elettrico ne' corpi metallici, e qualche picciola prominenza che si trovi in detta faccia inferiore, dà facilmente luogo a qualche disperdimento: si provoca più fortemente l'elettricità inerente nel mastice a tradursi per quella: non così però una superficie quasi coercente, qual è quella dell'incerata nuda. D'altra parte poi un simile scudo, che non affaccia metallo alla superficie del mastice, nè minaccia di romperlo, o fonderlo colla scintilla nel venir alzato, nè sopra posandovi, e ricevendo la carica, provoca sì facilmente per qualche sopraggiunta screpolatura al mastice medesimo l'esplosione spontanea, come d'ordinario addiviene cogli scudi sin quì usati, per poco che s'incalzi la carica.

Giacchè siamo sul punto di sopprimere la superficie metallica ad oggetto di toglier massimamente il luogo all'esplosioni spontanee, non debbo lasciare di farvi parte d'alcune altre mie osservazioni, e avanzamenti circa la pratica, e la teoria dell'Elettroforo. Ho dunque sospettato che non fosse necessario, che il mastice steso venisse sopra un metallo: e basterà bene, io mi dicea, che sia steso sopra uncorpo non isolante. Ho provato dunque a versare il mastice sopra un disco di legno nudo, e sopra uno di cartone: ed ho veduto difatti che si hanno i segni quasi egualmente forti di quando adoperasi un piatto di metallo. Noto solamente che facendo un Elettroforo di legno grande non può farsi la scarica che lentamente (presso a poco come ho osservato nel caso dello scudo non vestito di metallo in ambe le facce) mercecchè il fuoco che si dismette dalla faccia superiore ossia dallo scudo non può tostamente restituirsi per entro al legno non molto permeabile, e condursi alla faccia inferiore del mastice, oviceversa. Del resto dando tempo che ciò effettuar si possa, veggo che il legno si presta ottimamente a tutti gli effetti. Si potrebbe anche rimediare al difetto che nasce da questa lentezza, versando sì il mastice sopra tavole di legno nudo, ma coprendo poi di metallo il di sotto delle tavole medesime, le quali vorrebber essere grosse sol di poche linee. Ma la fermezza di esse? Mi pare che queste sottili tavole così guernite si potrebbero indi assoggettare a un gran tavolo fermo, e sodo. Ma a che però, mi dite; un tale macchinamento? Per istendere il mastice sul legno nudo, anzichè sul metallo? Appunto: giacchè per questo modo verremo (ciò che mi era proposto a principio) a dare niun luogo più alle esplosioni spontanee: e sì potremo stendere senza timore di questo il nostro mastice molto più sottile; che importa pur tanto per la miglior riuscita. Eccovi, Amico, un nuovo indirizzo per la costruzione di quel tremendo Elettroforo chevorrei pur veder eseguito: ecco le correzioni che ho potuto immaginare tanto riguardo allo scudo, quanto riguardo al piatto, o disco. Saranno queste le ultime? Non so. Ma non le chiamate perciò inutili: sono sempre passi che portano all'ingrandimento, e i dati fin quì non furono mai senza alcun progresso.

Non termino senza darvi un ragguaglio delle considerazioni mie sul raro fenomeno di elettrizzarsi costantementein più, il mastice di quel mio grande Elettroforo. Io sono ben persuaso che voi non sarete riuscito ad osservare il medesimo in qualunque maniera vi ci siate preso. L'essere l'apparato grande, o piccolo punto non rileva; nè io ho voluto insinuare che la grandezza mettesse quella differenza: indicai solo che il mastice il quale mi presentava tale singolarità era quello dell'apparato grande, sebbene ne fosse la composizione simile agli altri mastici che adoperava. Era difatto così la cosa riguardo agl'ingredienti, e manipolazione, ma io non poneva mente a un accidente sopravvenuto durante la cottura del mastice, che ha dovuto alterarlo: l'accidente fu che vi si appiccò la fiamma, e ne venne in molta parte consumato: il residuo contrasse dell'abbruciato, o del carbone di maniera che lascia sempre tinta la mano, o la carta quando si stropiccia, e facilissimamente si sfregola. Dunque ho concluso che da questa alterazione dipenda l'indole mutata nel mastice di elettrizzarsi, cioèpositivamente. Portando poi più addentro la considerazione, ho preso a sospettare che codesta mutazione d'indole derivi dal deterioramento della virtù di elettricità originaria, oalmen vi vada di paro: osservando che infatti cotesto mastice mezzo bruciato aveva pochissima virtù di elettrizzarsi per istropicciamento: laddove l'altro che costantemente contraeva per la via medesima elettricitàin meno, e fino stropicciato con lamine metalliche, godeva di un'elettricità generosa. L'induzione per me felicemente si estendeva ad altri corpi, i quali non meno che la resina affettano l'elettricità difettiva, e sono i legni abbrustoliti. In questi aveva osservato già, e scritto nel 3 Cap. della mia dissertazione latina 1771, che i legni abbrustoliti di fresco, e a dovere, danno a qualsivoglia corpo anche metallico con cui si strofinano, finchè dura in quelli la massima virtù; ma che a misura che questa decade, degradano anche dall'indole sua, e ricevono prima da alcuni metalli solamente, poi da più, poi da tutti, e fin talvolta dal panno nero ec. Or nella resina mi si spiega più largo il campo di questo passaggio. Occupa un estremo il mastice, che ho veramente ottimo, il quale con leggierissimo, e breve stropicciamento conseguisce una elettricità affatto generosa; tien l'altro estremo quel mastice mezzo bruciato, dal quale, sebbene stropicciato per una sì vasta estensione, qual è quella di due piedi nell'apparato grande, appena ottengo una scintilluzza (dico semplicemente stropicciato ch'eccita nello scudo una debolissima scintilla, perchè poi infondendovi maggior forza d'elettricità con altra macchina, o colla caraffa acquista non meno che il mastice migliore; tutti i gradi di forza). Di mezzo a questi tengo altri mastici, i quali convenientementesi elettrizzano per istropicciamento. Parallelamente dunque a questa originaria virtù il primo affetta sì fortemente l'elettricitàin meno, che non consente di elettrizzarsiin piùnemmeno dalla carta dorata, od altre foglie metalliche: solamente coll'amalgama di mercurio ve lo costringo. Il secondo, o per dir meglio l'ultimo in ordine alla virtù, è passato a mutar affatto indole, e non che elettrizzarsiin piùper l'affritto di corpi metallici, lo stesso fa con qualsivoglia corpo. I mezzani finalmentedannoalla mano, carta nuda, panno, cuojo ec., ericevonodalla carta dorata, foglie di stagno ec. L'induzione dunque, e l'analisi vengono in conferma di quel mio sospetto circa il decadimento della virtù, cagione del rovesciarsi l'indole nei corpi resinosi.

Ma credete voi che di queste osservazioni possa contentarmi? L'induzione è ancor troppo poco estesa: d'altra parte io la vorrei confermata colla sintesi; e voglio dire che niente ho per istabilito finchè non giunga a comporre a mia posta de' mastici che abbian l'un'indole, e di que' che abbiano l'altra, col solo mezzo di differenziarne la qualità, ossia virtù. Dirovvi per ora che mi ci sono provato, e in qualche parte con esito. Ho preso lo spediente per deteriorare la qualità del mastice, di meschiarvi del carbone messo in polvere. Il carbone, come si sa, è un corpo conduttore poco meno che i metalli: per questo lo scelsi, e dirollo pure, per veder d'accostarmi all'alterazione che dovette ricevere quel mio mastice, che fu in preda qualche tempo alle fiamme. Il resultato fu cheuna certa dose di carbone meschiata all'altro mio mastice d'ottima condizione lo deteriorò d'assai, e lo ridusse difatti ariceveredalle foglie metalliche a cui primadava. Non potei però giammai ottenere che ricevesse dalla mano, carta nuda, panno ec., e in somma che mutasse affatto indole come il mastice mezzo bruciato. Provai dunque ad appiccarvi la fiamma, e lasciarlo in buona parte consumare; ma nemmeno con questo mi riuscì. Accrebbi la dose del carbone; ma allora non si elettrizzò più nè pereccesso, nè per difetto. I tentativi fatti adunque non finiscono di appagarmi: non depongono però contro la concepita idea. Anzi mi resta ancor luogo a credere che il mastice alterato a segno di non vestir più sensibile elettricità per lo stropicciamento, abbia di poco oltrepassato il segno che cercava: può anche non averlo oltrepassato, ed essersi elettrizzato realmentein più, ma così debolmente che non ne abbia avuti segni sensibili: i quali segni sono forse sensibili soltanto nel grande apparato per esser tanta la superficie stropicciata.


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