ATTO SECONDO

ATTO SECONDO

SCENA

Sala nella villa del dottor Silvio Gelli, presso uno dei villaggi intorno al lago di Como. La sala è vasta, chiara di tanto azzurro intorno, che dilaga tra il verde.

Arredo di tinta tenue, molto signorile, ma non nuovo, perchè Fulvia Gelli possa riconoscerlo per quello stesso, che ella, tredici anni addietro, lasciò in un'altra casa. In fondo è una veranda, da cui si scende nel giardino. Due usci laterali a destra. La comune a sinistra.

Sono passati dal primo atto circa quattro mesi. È agosto.

Sono in iscena, al levarsi della tela, FULVIA, la governante BETTA e il COMMESSO DI NEGOZIO. Fulvia è in una ricca e gaja vestaglia estiva. Ha ancora i suoi capelli di fuoco, ma composti in una placida pettinatura. Non ha più il fosco pallore del primo atto: pare rasserenata. La vecchia governante Betta ha l'aria d'una mezza signora: sta con gli altri due presso a un tavolino ed esamina con l'occhialetto e palpa e tasta i molti scampoli di tela, bianchi e anche colorati, celesti, rosei, lilla, e i varii merletti, che il commesso di negozio ha tratti da una grande scatola di tela cerata con cinghie di cuojo, posata su una sedia accanto al tavolino.

Sono in iscena, al levarsi della tela, FULVIA, la governante BETTA e il COMMESSO DI NEGOZIO. Fulvia è in una ricca e gaja vestaglia estiva. Ha ancora i suoi capelli di fuoco, ma composti in una placida pettinatura. Non ha più il fosco pallore del primo atto: pare rasserenata. La vecchia governante Betta ha l'aria d'una mezza signora: sta con gli altri due presso a un tavolino ed esamina con l'occhialetto e palpa e tasta i molti scampoli di tela, bianchi e anche colorati, celesti, rosei, lilla, e i varii merletti, che il commesso di negozio ha tratti da una grande scatola di tela cerata con cinghie di cuojo, posata su una sedia accanto al tavolino.

COMMESSO

Già! Se la signora vuol proprio pigliarsi il fastidio...

FULVIA

Ma no! Non sarà mica un fastidio!

COMMESSO

Capisco —pardon!— per una madre... Ma sarà un po' lungo, mi permetto di farle osservare, preparare tutt'intero un corredino di nascita...

FULVIA

Oh, mi servirà anche per passare il tempo!

COMMESSO

Capisco. Dicevo, perchè ne abbiamo tanti, già belli e pronti in bottega — una meraviglia, sa? — tutti assortiti — di tutto punto — delicatissimi...

FULVIA

(a Betta che esamina una tela) Che ve ne pare, di questa?

BETTA

Ah! — lenta... lenta...

COMMESSO

Pelle d'uovo, codesta! Sopraffina. — Si fanno di codesta, ora. Oppure dinansouk.

BETTA

(giocando con le parole) Sarànansù— io non so: ma è lenta.

COMMESSO

(piccato) No, scusi — ho detto che codesta è pelle d'uovo.

BETTA

Pelle d'uovo — ma è lenta.

COMMESSO

Ma no, per carità! Lieve, morbida — sfido! per le carni tènere d'un neonato! — ma resistentissima. Garantisco.

FULVIA

Sarà, sarà... Ma non è, a ogni modo, quella ch'io cercavo. C'era una volta un'altra tela — fina così, morbida — ma ben più solida!

COMMESSO

Dice forsecambrì, la signora?

BETTA

Eh, ma le antiche mussoline!

FULVIA

No no — noncambrì.

COMMESSO

Battista di lino? battista di cotone?

FULVIA

Non so. Voglio fargliela vedere. — Fatemi il piacere, Betta, salite su. Livia conserva ancora in quella vecchia cassapanca, sapete?

BETTA

Lo so.

FULVIA

Anche alcuni capi del suo corredino di nascita: li ho visti.

BETTA

Sissignora. Vado. (Si avvia).

FULVIA

No, meglio... aspettate! Non ditele nulla. Pregatela di scender qui un momento.

BETTA

Sissignora.

Via per il secondo uscio a destra.

Via per il secondo uscio a destra.

FULVIA

Vedrà, vedrà che morbidezza e che altra solidità!

COMMESSO

Eh, ma lavato questonansouk, sa come infittisce, signora? E creda che, quanto a morbidezza, non c'è niente che regga al paragone di questa pelle d'uovo.

FULVIA

Intanto restiamo d'accordo, è vero, per queste battiste qui colorate. Se ci fosse un lilla più tenue...

COMMESSO

Sissignora, ne abbiamo in bottega. Ma anche questo mi pare che vada benissimo...

FULVIA

E quanto aivalençiennespoi no, proprio no: questi non vanno.

COMMESSO

Eh, lo so. È proprio da piangere, creda! Le condizioni presenti del mercato...

Entra dal secondo uscio a destra LIVIA. Ha poco più di sedici anni. Seria, rigida, s'intorbida ogni qualvolta si sforza di guardare in faccia. È vestita insolitamente di strettissimo lutto. Fulvia non s'accorge in prima ch'ella è entrata.

Entra dal secondo uscio a destra LIVIA. Ha poco più di sedici anni. Seria, rigida, s'intorbida ogni qualvolta si sforza di guardare in faccia. È vestita insolitamente di strettissimo lutto. Fulvia non s'accorge in prima ch'ella è entrata.

LIVIA

Mi hai fatto chiamare?

FULVIA

(voltandosi appena) Ah sì, Livia, vieni. (Vedendola così vestita di nero, e restando) Oh, e perchè così?

Livia abbassa gli occhi e non risponde.

Livia abbassa gli occhi e non risponde.

FULVIA

(sovvenendosi subito) Ah già... sì sì... scusami, sai! (Cambiando idea, in conseguenza) E allora niente, niente...

LIVIA

(fredda) Che volevi?

FULVIA

No, niente. Vai subito in chiesa?

LIVIA

Fra poco. Il parroco ha detto che non poteva prima delle undici.

FULVIA

Finirete tardi, allora. Tre messe...

LIVIA

Io volevo due.

FULVIA

(subito in tono di rimprovero, ma dolce; come ferita) No, Livia. Questo è un voler fare un dispiacere a papà. Non dico poi a me!

LIVIA

(c. s.) Volevo che fossero due, appunto per non fare un dispiacere a te. (Dirà questo come se, sotto l'apparenza d'una benevola attenzione, non fosse contenuta un'ingiuria per lei).

FULVIA

(con amarezza) Ma che vuoi che faccia a me dispiacere, se non questo: che tu possa pensarlo?Sono state tre messe ogni anno; saranno tre anche quest'anno. Papà verrà con te?

LIVIA

Non so se voglia venire.

FULVIA

Verrà, verrà. Glielo dirò io di venire. (Staccando) Stavo qui a sceglier la tela per il corredino.

LIVIA

(rigida, come per cosa che non la riguardi affatto) Ah...

FULVIA

(non potendo non notare il contegno di lei) Vai, vai; non volevo mica il tuo ajuto. (E vedendo che Livia se ne va senz'altro, soggiunge irritata, cangiando improvvisamente tono e umore) Volevo che mi lasciassi, almeno per un po', la chiave di quella cassapanca, dov'è custodito quel resto del tuo corredino.

LIVIA

Sta bene. Te la manderò giù.

Esce per il secondo uscio a destra.

Esce per il secondo uscio a destra.

FULVIA

(al Commesso che nel frattempo avrà ripiegato e rimesso dentro la scatola tutti gli scampoli e i merletti) Scusi...

COMMESSO

Oh, per carità, signora!

FULVIA

Per farla finita, restiamo così: prendo ilnansouk.

COMMESSO

Ah, benissimo! Creda, è la scelta migliore, signora.

FULVIA

La quantità che le ho detto.

COMMESSO

Benissimo. Ho già preso l'appunto. Le manderò allora tutto in giornata. Riverisco, signora.

FULVIA

A rivederla.

Il Commesso, reggendo la scatola, esce per la comune, mentre dal secondo uscio a destra rientra in iscena BETTA.

Il Commesso, reggendo la scatola, esce per la comune, mentre dal secondo uscio a destra rientra in iscena BETTA.

FULVIA

(subito, vedendola, in tono derisorio) La fate dire anche voi, dunque, una messa in suffragio dell'anima benedetta?

BETTA

(da vecchia volpe) Mi perdoni, signora. È uso, ormai. Ogni anno, in questo giorno... Mi perdoni...

FULVIA

(sdegnata, severa) Perchè volete che vi perdoni?

BETTA

Ma perchè forse quest'anno, ecco, si poteva non farne sapere nulla alla signora.

FULVIA

Sentite dunque che c'è qualche cosa di male in questo?

BETTA

No, signora. Si fa per la povera figliuola...

FULVIA

Ah, per lei! Non lo fate dunque per voi, nè per la padrona morta?

BETTA

Anche per me, sissignora, e per la povera padrona. È uso, le dico.

FULVIA

Tutti gli anni, dacchè è morta?

BETTA

Tutti gli anni, sissignora. Una la figlia, una io, una il signor dottore.

FULVIA

Anche Livia,da allora?

BETTA

Eh, la prima, lei!

FULVIA

Ah, questo no, vedete! Non vi fate bene il conto, cara Betta! Livia doveva esser piccina, enon poteva pensare allora a far dir messe. Tranne che non ci abbiate pensato voi, per suo conto, o il padre.

BETTA

(rimanendo imbarazzata) Già... veramente... Sarà stato il padre...

FULVIA

(ridendo) Come va, come va quest'affare? Voi dovreste ricordarvi, perchè siete stata sempre qua, voi! Vi è morta tra le braccia, la padrona!

SILVIO GELLI, che è stato di là a parlare con Livia, entrando a questo punto per il primo uscio a destra, ode le ultime parole di Fulvia, e subito, costernatissimo, temendo ch'ella stia quasi per svelare il segreto, la richiama.

SILVIO GELLI, che è stato di là a parlare con Livia, entrando a questo punto per il primo uscio a destra, ode le ultime parole di Fulvia, e subito, costernatissimo, temendo ch'ella stia quasi per svelare il segreto, la richiama.

SILVIO

Fulvia! (ma subito resta come interdetto, tradito dal primo impeto che gli ha fatto venire sulle labbra il vero nome di lei).

FULVIA

(subito voltandosi, rimediando con gioja maligna) Chi chiami? Fulvia? Oh Dio benedetto! Capisco che oggi è l'anniversario; ma che tu debba pensarci fino al punto di chiamarmi col «suo» nome, via, mi sembra un po' troppo!

SILVIO

Scusami... sì, hai ragione...

FULVIA

Di niente, caro! È naturale. Nomi soprammessi, sfuggono! Mi chiamavo Flora, sapete,Betta? Brutto nome, veramente: di cagna. Mi ha chiamata Francesca, col mio secondo nome. (Al marito): Bisogna che te ne ricordi, caro! (Lo guarda, lo vede costernato, come sospeso) Che cos'è? Sto cercando di rimediare, con buona grazia, mi sembra, a una tuagaffe.

SILVIO

(un po' irritato, facendole intendere che la sua costernazione non è per questo) Sì, va bene... Ma...

FULVIA

(comprendendo) Niente, parlavamo delle tre messe d'oggi... (A Betta) Non v'ha dato nulla Livia per me?

SILVIO

(subito) Ecco, venivo per questo.

FULVIA

(turbandosi, eccitandosi) Non mi vuol dare la chiave della cassapanca?

SILVIO

(a Betta) Andate, andate, Betta. Credo che Livia abbia bisogno di voi.

FULVIA

Forse sta a piangere perchè gliel'ho chiesta?

SILVIO

(a Betta che non sa allontanarsi) Andate vi dico!

Betta via per il secondo uscio a destra.

Betta via per il secondo uscio a destra.

FULVIA

(attaccando subito, con sdegno) Senti, ah, questo no!

SILVIO

Lasciami dire!

FULVIA

Ho fatto trasportare io stessa in camera sua — vedendo che ne soffriva — gli antichi mobili della nostra camera da letto, e glien'ho consegnate le chiavi!

SILVIO

È vero, sì...

FULVIA

(seguitando, con foga sempre più appassionata) E n'avevo tanto bisogno, tanto! di rivedermeli attorno, quei mobili!

SILVIO

Ma devi pensare...

FULVIA

(pronta, forte) Penso a tutto! Ma questo no, Dio mio! Lo feci io, con le mie mani, quel corredino per lei! prima che nascesse!

SILVIO

Sì, sì!

FULVIA

Ricordi che non volevi? Me lo strappavi dalle mani! Ritrovarlo insieme con gli abiti miei di allora, fu per me... ah Dio, non lo so dire! Viaffondai la faccia; vi respirai la mia purezza di allora; la risentii viva in me, qua, nella gola — come un sapore — vi piansi dentro, e me ne lavai tutta l'anima... (Staccando) Bene: gliel'ho dati; me li sono strappati io stessa da me...

SILVIO

Ma capisci...

FULVIA

(pronta c. s.) Perchè capisco! perchè capisco! Ma c'era qua il commesso. Volevo mostrargli la tela d'una di quelle camicine. Che cos'è, male? Non posso?

SILVIO

Ma non è questo!

FULVIA

E che cos'è? Perchè le ha indossate lei, non vuole che le faccia uguali, ora, per quest'altra? (Torbida, minacciosa) — Bada — ah, bada! Moglie — sta bene — rappresento qua un'altra — pensi di me ciò che vuole! Ma madre no, sai? bada! come madre mi deve rispettare!

SILVIO

Ma ti rispetta...

FULVIA

Non dico madre di lei! dico di quella che verrà! Badi! badi! Me la difendo, perchè non mi resta più altro qua per sentirmi ancora viva.

SILVIO

Non eccitarti così, per carità!

FULVIA

Non mi eccito, no. Quello che hai saputo fare per uccidermi! (Pausa. Poi, piano, tentennando il capo) Fissare anche il giorno della morte!

SILVIO

Ma no... Me lo chiese, una volta...

FULVIA

E tu, là! subito la data. E tre messe... Di' la verità: devi essere stato anche tu a ordinare a quella vecchia marmotta...

SILVIO

E dàlli! Te l'ho detto! A furia di ripeterlo — forse per acquistarsi una maggiore benevolenza da Livia — è facile che quell'imbecille ci creda lei stessa, alla fine!

FULVIA

D'avermi tenuta morta tra le braccia? (ride) Ah! ah! ah! ah! Fino al punto di farmi dire in suffragio una messa insieme con te!

SILVIO

Questo delle messe è un pensiero di Livia. Mi domandò una volta; non credetti di doverle dire di no.

FULVIA

Ma se l'hai accompagnata sempre in chiesa.

SILVIO

Per farle piacere. Sai che non soglio andarci per me.

FULVIA

Ci andrai anche oggi!

SILVIO

Non vado.

FULVIA

Voglio che tu vada!

SILVIO

Non vado, non vado!

FULVIA

Non privarmi di questo spettacolo, che almeno, via, è da ridere! Pòstumo — per me! — (Staccando) Gliel'ho già detto a Livia, che andrai.

SILVIO

E io le ho detto or ora che non vado.

FULVIA

Me lo fai dunque apposta?

SILVIO

Che cosa?

FULVIA

Per farmi odiare di più?

SILVIO

Deve comprenderlo anche lei, e lo comprende, difatti, che ora è un riguardo, questo...

FULVIA

(pronta, scoppiando di nuovo a ridere, allegramente) Che tu devi a me? Ah! ah! ah! ah!

SILVIO

Ti va di ridere...

FULVIA

Ma sì, caro! È meglio che me la prenda a ridere! (ride ancora) Perchè ti senti ridicolo tu stesso, vestito di nero, compunto, a messa, per me, che sono qua viva, (ride di nuovo) e faccio le corna!

SILVIO

Ma per nulla! Se non l'ho fatto per me...

FULVIA

(staccando, con altra voce) Scusa:Orame lo devi, il riguardo?

SILVIO

Come,ora? perchè?

FULVIA

Perchè si riduce tutto a mio danno!

SILVIO

(forte, con convinzione) Ma ho inteso di rispettarti sempre, io, qua!

FULVIA

(pronta) Me? Ah, no, caro! La tua impostura!

SILVIO

(fermo e serio) Io ti prego di credere alla mia sincerità.

FULVIA

Ci credo, ah, ci credo! E ciò che è orribile in te è questo, difatti: la sincerità della tua impostura: codesta... oh, via! non mi far parlare!

SILVIO

No, di', di', parla!

FULVIA

(ancora una volta staccando, con altra voce) Vuoi farmi del bene davvero?

SILVIO

(stordito da questa che gli pare un'improvvisa diversione) Come? Certo!

FULVIA

(subito, fredda) Non avere nessun riguardo per me!

SILVIO

Ma che dici?

FULVIA

Dico questo: trattami come una... una di quelle cagnacce di strada, che per caso ti si sia messa dietro, attaccata alle calcagna.

SILVIO

Ah sì! Bello, così!

FULVIA

(c. s. quasi che parlasse d'un'altra) Così, così. Non potendo più levartela dai piedi, per forza, rassegnato, hai dovuto portartela in casa. Se lei potesse credere questo, forse, vedendomi trattata così, disprezzata, avvilita, e nello stesso tempo, me, umile, docile...

SILVIO

Ma non è possibile!

FULVIA

Ah, ora, grazie, lo so! Hai fatto il contrario! C'è un odore di santità, qui, che viene da quella morta...

SILVIO

(alludendo alla figlia) Non aveva avuto madre! Che la pensasse almeno come una santa, dovendo farle un inganno, mi parve che questo fosse il più pietoso, non solo per lei, ma anche per te!

FULVIA

(con impeto, subito frenato) Non dire per me! non dire per me! Non l'hai fatto per me, scusa! Per te l'hai fatto, per quietarti in qualche modo la coscienza, che ti rimordeva. E non l'hai quietata! Non si quieta mica, con le imposture, la coscienza.

SILVIO

T'ho pregata di non usare più codesta parola!

FULVIA

Scusa, mi hai fatto morire, e poi mi hai santificata!e ti sei santificato, e hai santificato tutto qua! (Staccando e cambiando tono ancora una volta) Posso ammettere che la mia morte poteva essere, lì per lì, una «necessaria» menzogna. Ma se lei era così piccina! Le si era schiusa, la vita, con te solo accanto! Ti avrà domandato... così, della madre, da grandicella, è vero? Dovendo fingere, scusa, non potevi, anche senza dirglielo, farle intendere che non eri stato lieto nel tuo matrimonio?

SILVIO

Già, sì! A giudicarne adesso!

FULVIA

T'avrebbe amato di più; non avrebbe rimpianto nulla!

SILVIO

Ma dovevo immaginare che potesse succeder questo! Scusa, è strano! Ne parli, come se tu ne fossi gelosa...

FULVIA

Ah, sì, nel cuore di mia figlia!

SILVIO

Ma pensa che sei in fondo tu stessa!

FULVIA

Non è vero! non è vero! Io stessa? L'ho toccato! L'ho sentito! Sono morta! morta veramente! Le sto davanti, e sono morta! Non sono io, questa qua, viva; è un'altra, sua madre... di là, morta! Vorrei prenderla per le braccia (alludea Livia) scuoterla, guardarla fissa negli occhi e dirle: No! no! Credi a me, cara: perchè è morta... Non possono più far male, i morti, e perciò, dopo molto tempo, si pensa di essi solo il bene.Anche la morte, cara, può essere una menzogna!(Staccando, vibrante, con un'espressione quasi da folle) Sai quante volte mi viene questa tentazione?

SILVIO

Per carità, Fulvia!

FULVIA

Non temere, chè ci penso, io più di te! (Pausa) Sfido! con te tutto dedito per tanti anni alla venerazione di quell'anima santa, doveva sembrarle per forza un tradimento, così, all'improvviso, da un giorno all'altro. (Pausa) Prima, sì — ci avrà pensato... così, una volta l'anno. (Staccando) Ma non è vero! non è vero! Si dimentica tutto! ci si adatta a tutto! È un'altra cosa ora! È quella sua, sì, vera gelosia, per conto della morta, ora. (Pausa) Doveva nascerle per forza, appena entrata io qua. Prima, era lei come lei. Appena entrata io, a prender posto accanto a te, lei s'è fatta la rappresentante diquell'altra. Naturale. Colei che ne tiene il posto. Ha voluto tutto ciò che le apparteneva: i mobili, tutto. Ho dovuto darglieli io stessa. M'è parso giusto. Tanto questa menzogna s'è fatta realtà qua, per tutti: l'unica, l'unica, in cui viva tua figlia! Dicotua, vedi? Non la sento, non la sento più realmente come mia! Non la sento! E non ti pare una cosa disumana. Bisogna ucciderla, ucciderla, questa menzogna, perchè io sono viva, viva, viva!

SILVIO

Per carità, per carità, Fulvia! Hai riconosciuto tu stessa la necessità di tacere —anche per te!

FULVIA

Proprio per me? Tu vuoi tacere per non offenderesua madre, ecco perchè!

SILVIO

Ma se sei tu!

FULVIA

Non è vero! Io per lei sono —questa—e non posso essere sua madre!Sono arrivata al punto di crederci io stessa! Mi pare, mi pare veramentefiglia di quell'altra. È spaventoso! Fin dal primo momento che la vidi e dovetti frenare ogni impeto che mi lanciava ad abbracciarla, a rifarmela mia sul mio petto! Le parole riguardose che fui costretta a dirle, che lei quasi m'impose col suo contegno, sono rimaste — irremovibili — non solo, ma così, proprio — realtà — realtà — anche per me. La guardo, con quelle spallucce lì, con quell'aria, e non credo più io stessa, proprio non sento più, che glieli abbia fatti io, quegli occhi, quella bocca; come se veramente ci fosse stata qui un'altra, da cui lei è nata — che io non so! — E il bello è poi, che non lo sa neanche lei! — L'ombra, divenuta realtà! E che realtà! Ha ucciso in me, veramente, il mio istinto materno per lei! Ora più che mai, che lo risento in me vivo per un'altra. — Via,via, via. — Non voglio più pensarci. — Si stia con la sua morta. E mi lasci qua — viva e in pace — per chi verrà.

SILVIO

Non dirlo! Sei stata qua con lei — son quattro mesi ormai...

FULVIA

A sorriderle, su questa graticola a fuoco lento... — Dio mio, basta ti dico. Non ne parliamo più. (Va a distendersi su una sedia a sdrajo) — Discorsi che si fanno... Poi non ci si pensa più. (Pausa tenuta) — Questa notte mi sono svegliata. Mi son messa a pensare, calmissima. Sì, questo dolore c'è, questa cosa orribile nella mia vita. Ma pure... — eh, si dorme! E se mi sveglio, posso mettermi a guardarmi le mani al lume del lampadino rosa... (Silvio, tentato, a questo punto le si fa presso, e la contempla lì distesa) — Che?... — Niente... così... le mani... il letto... i mobili nuovi della camera... — La vita è uguale; e ha tante cose a cui posso pensare, oltre questo mio dolore... (Scotendosi un po') — Bisogna dire che non è vero che quando uno ha un dolore, non pensa più ad altro. Pensa a tante altre cose. Io pensavo questa notte... — indovina?Ah come vorrei essere, come vorrei essere allegra!E questo è segno, sai? che non sono una canaglia.

SILVIO

(che le si è fatto sempre più accosto e ha seguitato a contemplarla) Per carità, che dici! (E fa per prenderle una mano).

FULVIA

(ritraendo la mano) Va' là, che ti piaccio ora, perchè ho questi capelli così!

SILVIO

No, Fulvia... Ti stanno bene, sì...

FULVIA

Ti eccitano!

SILVIO

Per carità, non dirlo...

FULVIA

(sdegnata, nel vederlo così presso di lei per le sue grazie ambigue, involontarie) Ma io non voglio mica essere allegra così!

Sopravviene a questo punto BETTA, dalla comune in grande esultanza.

Sopravviene a questo punto BETTA, dalla comune in grande esultanza.

BETTA

(annunciando) Signor dottore, signor dottore!

SILVIO

(levandosi, urtato d'essere stato sorpreso in quel momento d'intimità) — Che cos'è?

BETTA

La zia Ernestina! È arrivata la zia Ernestina!

SILVIO

(subito, costernatissimo) Come! qua?

FULVIA

(con lieta meraviglia) O senti! — La zia Ernestina! È ancora viva?

SILVIO

(per richiamarla alla sua finzione di seconda moglie) Francesca! (E subito volgendosi a Betta e avviandosi con lei verso la comune) Dov'è? Com'è arrivata?

FULVIA

(tra sè, mentre il marito s'avvia con Betta) Ah già! Io non la conosco!

BETTA

(rispondendo a Silvio) In carrozza... Sta a pagare il vetturino...

SILVIO

Andate subito! Non la fate entrar qui! Conducetela su da Livia!

BETTA

Vado, sissignore! Ah, come sarà contenta la signorina!

Via di furia per la comune.

Via di furia per la comune.

SILVIO

Non ci mancava che lei oggi!

FULVIA

Ma come, scusa, la mandi da Livia? — È mia zia! Saprà tutto!

SILVIO

Tutto, sì; ma sa anche come deve comportarsi con Livia.

FULVIA

Ah, anche lei?

SILVIO

Sai bene com'è...

FULVIA

Me l'immagino! Indignata, offesa nei suoi pudori — per scroccarti ancora del danaro — morta, sepolta...

SILVIO

Ma come si fa adesso? — Se ti rivede, si tradirà! — Bisogna mandarla via subito! — Me l'ero levata dai piedi — e rieccola daccapo!

Si sentono dietro la comune le voci di Betta e della ZIA ERNESTINA. Poco dopo, questa si precipiterà in iscena incontro a Silvio, con le braccia levate in atto tragico. È una magra vecchina invelenita più dagli antichi disinganni che dalla miseria, stupida come una gallina, e sempre mezzo stordita, come se fosse sorda. Ma non è sorda. E quella storditaggine può essere anche finta. Ha i capelli tinti d'una rossa orribile manteca. Si presenta parata di strettissimo lutto.

Si sentono dietro la comune le voci di Betta e della ZIA ERNESTINA. Poco dopo, questa si precipiterà in iscena incontro a Silvio, con le braccia levate in atto tragico. È una magra vecchina invelenita più dagli antichi disinganni che dalla miseria, stupida come una gallina, e sempre mezzo stordita, come se fosse sorda. Ma non è sorda. E quella storditaggine può essere anche finta. Ha i capelli tinti d'una rossa orribile manteca. Si presenta parata di strettissimo lutto.

BETTA

(dall'interno) Ma no, scusi! non di qua! non di qua!

ZIA ERNESTINA

(dall'interno) Lasciatemi! (Entra c. s. con Betta) Morta? morta dunque davvero, la mia povera nipote?

SILVIO

(su le furie, temendo che Livia la senta di su) Si stia zitta, perdio! — Le proibisco di parlare! (A Betta) Andate, andate su, voi, e impedite a Livia almeno di scendere!

Betta corre via per il secondo uscio a destra.

Betta corre via per il secondo uscio a destra.

ZIA ERNESTINA

Dev'esser morta davvero, se hai potuto riprender moglie! Ti scrissi; non m'hai risposto...

SILVIO

(con rabbia, per farla tacere, indicandole Fulvia) Eccola lì! — Ma si stia zitta!

ZIA ERNESTINA

(stordita sul serio, accorgendosi della presenza di Fulvia, ma non riconoscendola e credendola veramente la seconda moglie di Silvio) Oh — scusi: non l'avevo vista, signora. Sono la zia dell'altra moglie...

Dal secondo uscio a destra irrompe improvvisamente LIVIA con le braccia tese verso la zia Ernestina.

Dal secondo uscio a destra irrompe improvvisamente LIVIA con le braccia tese verso la zia Ernestina.

LIVIA

Zia! zia! zia!

ZIA ERNESTINA

Livia! (Si abbracciano strette strette, a lungo).

LIVIA

Zia mia! zia mia!

ZIA ERNESTINA

(piangendo) Orfanella mia! povera orfanella mia!

SILVIO

(infuriato, cercando di strapparla dall'abbraccio) Via, basta! Non mi faccia qua ora codeste scene!

ZIA ERNESTINA

Sì... sì... hai ragione — per riguardo qua...

SILVIO

Per riguardo a niente! Ma voglio che si ricordi che sua nipote è morta da tredici anni! (Pigerà sulle parole, per farle intendere che davanti a Livia bisogna ch'ella seguiti a sostenere l'antica finzione).

ZIA ERNESTINA

(non comprendendo affatto) Ah già... sì... — ma per me... ora...

SILVIO

(subito, cercando di rimediare) Per lei il dolore sarà ancora come recente; ma si ricordi pure, che tanto per Livia quanto per lei la disgrazia non è di jeri, nè di quattro mesi fa!

ZIA ERNESTINA

(c. s. seguitando a non riconoscere Fulvia) Ah, già — sì! Son più di quattro mesi... Chiedo scusa, signora...

LIVIA

(fiera, fredda, provocante, supponendo che il padre abbia mostrato tanta durezza per un riguardo verso la seconda moglie) Andiamo su! vieni con me, zia Ernestina!

ZIA ERNESTINA

(subito) Sì, figliuola mia... orfanella mia, sì... sì... Sei anche tu vestita di nero...

E tutt'e due, abbracciate, se ne escono per il secondo uscio a destra.

E tutt'e due, abbracciate, se ne escono per il secondo uscio a destra.

FULVIA

(con un'impressione quasi di gelo) Non mi ha riconosciuta...

SILVIO

È colpa mia, è colpa mia. Mi scrisse veramente, chiedendomi...

FULVIA

Ma hai visto? Non m'ha riconosciuta...

SILVIO

Deve credere così...

FULVIA

Ch'io sia morta davvero?

SILVIO

Supponendomi riammogliato! — Dovevo risponderle, avvertirla, spiegarle. Ma potevo immaginare che dovesse venire, dopo che la cacciai via malamente, tant'anni fa, per il fastidio che mi dava?

FULVIA

È ritornata per lei, (allude su a Livia) sicura di trovare ora in lei un'alleata che la protegga, contro te e contro me.

SILVIO

Ah no: s'inganna!

FULVIA

Sei certo che non le abbia scritto lei?

SILVIO

Ma no! Non hai visto che è arrivata all'improvviso?

FULVIA

(quasi tra sè) La zia Ernestina... Ma guarda! — E non m'ha riconosciuta...

SILVIO

(accennando ad avviarsi per il secondo uscio a destra) Se ne ritornerà ora stesso donde è venuta!

FULVIA

(per richiamarlo) No! Che fai?

SILVIO

La mando via!

FULVIA

(alludendo a Livia) Ma non hai visto come s'è piantata lì, provocante, credendo tu la bistrattassi per me?

SILVIO

Ma glielo dirò io — che non la voglio io, io!

FULVIA

Crederà sempre che sia per causa mia! Non vedi che, per forza, tutto qua si ritorce contro di me?

SILVIO

Che vuoi che faccia allora?

FULVIA

Come se l'è stretta fra le braccia: «Zia mia, zia mia!» — E quella stupida là: «Orfanella mia!» — Se non fosse da piangere...

SILVIO

Insomma, io non posso star tranquillo, con lei qua! Bisogna che vada via immediatamente!

FULVIA

Fammi il piacere: accompagna Livia in chiesa, e mandamela giù. Mi farò riconoscere.

SILVIO

E la indurrai a ripartirsene subito?

FULVIA

Vedremo, vedremo.

SILVIO

No, no — non la voglio — non la voglio per casa. Deve ripartirsene!

FULVIA

E se potesse giovare?

SILVIO

Ma che vuoi che giovi quella lì!


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