Chapter 4

Al levarsi della tela sono in iscena Don CAMILLO ZONCHI, il fattore ROGHI, la vedova NÀCCHERI e sua figlia GIUDITTA. Queste due sul pianerottolo della scaletta dell'orto, in fondo, guardano giù nella vallata, la Nàccheri con un binòculo, la figlia Giuditta facendosi solecchio d'una mano, se da lontano lontano, sulla via che sale al colle, si scorgano le vetture di ritorno dalla stazione ferroviaria. Don Camillo Zonchi e il Roghi sono nella sala; questi, seduto su una seggiola presso il canapè; l'altro in piedi.La vedova Nàccheri, sui cinquant'anni, ha un curioso parucchino ondulato fitto fitto e pieno di riccetti sulla fronte, stretto in una reticella. Il volto magro, angoloso, dagli occhi calvi, biavi, infossati, dà l'impressione d'una maschera, tutto bianco com'è di cipria e goffamente ritinto; ma con l'orribile effetto d'un teschio imbellettato. Veste giovenilmente, costringendo la vecchia persona a una ridicola snellezza e a una buffa formosità. Parla a scatti e con quasi legittimo impero al cognato; con piglio scostante, alla figlia, di cui è gelosa; agli altri, con una languida importanza di decaduta signora. La figlia Giuditta ha ventott'anni: abbandonata dal marito, è umile e trasandata; capelli cascanti, viso giallo incavato, e un'aria smarrita di povera bestia raccolta per carità. Don Camillo Zonchi ha cinquantaquattr'anni: canonichetto della Collegiata e maestro di scuola. È un omarino bruno, itterico, nervoso, con occhietti cattivi. Sopporta lo scandaloso impero della cognata friggendo d'umiltà vergognosa. Padrone dellaPensione, vi figura da ospite della Nàccheri, a cui, almeno in apparenza, ne lascia il governo. È senza sottana, con una lunga giacca di saja nera; colletto da prete fissato alla sottoveste; calzoni a mezza gamba; calze lunghe di lana e fibbie d'argento alle scarpette. Il fattore Roghi, sulla quarantina, è un omaccione pesante, triste, dalla barba non rifatta da parecchi giorni. Ha una giacca alla cacciatora, un vecchio cappellaccio bianco in capo: grossi stivaloni da campagna, con sproni.

Al levarsi della tela sono in iscena Don CAMILLO ZONCHI, il fattore ROGHI, la vedova NÀCCHERI e sua figlia GIUDITTA. Queste due sul pianerottolo della scaletta dell'orto, in fondo, guardano giù nella vallata, la Nàccheri con un binòculo, la figlia Giuditta facendosi solecchio d'una mano, se da lontano lontano, sulla via che sale al colle, si scorgano le vetture di ritorno dalla stazione ferroviaria. Don Camillo Zonchi e il Roghi sono nella sala; questi, seduto su una seggiola presso il canapè; l'altro in piedi.

La vedova Nàccheri, sui cinquant'anni, ha un curioso parucchino ondulato fitto fitto e pieno di riccetti sulla fronte, stretto in una reticella. Il volto magro, angoloso, dagli occhi calvi, biavi, infossati, dà l'impressione d'una maschera, tutto bianco com'è di cipria e goffamente ritinto; ma con l'orribile effetto d'un teschio imbellettato. Veste giovenilmente, costringendo la vecchia persona a una ridicola snellezza e a una buffa formosità. Parla a scatti e con quasi legittimo impero al cognato; con piglio scostante, alla figlia, di cui è gelosa; agli altri, con una languida importanza di decaduta signora. La figlia Giuditta ha ventott'anni: abbandonata dal marito, è umile e trasandata; capelli cascanti, viso giallo incavato, e un'aria smarrita di povera bestia raccolta per carità. Don Camillo Zonchi ha cinquantaquattr'anni: canonichetto della Collegiata e maestro di scuola. È un omarino bruno, itterico, nervoso, con occhietti cattivi. Sopporta lo scandaloso impero della cognata friggendo d'umiltà vergognosa. Padrone dellaPensione, vi figura da ospite della Nàccheri, a cui, almeno in apparenza, ne lascia il governo. È senza sottana, con una lunga giacca di saja nera; colletto da prete fissato alla sottoveste; calzoni a mezza gamba; calze lunghe di lana e fibbie d'argento alle scarpette. Il fattore Roghi, sulla quarantina, è un omaccione pesante, triste, dalla barba non rifatta da parecchi giorni. Ha una giacca alla cacciatora, un vecchio cappellaccio bianco in capo: grossi stivaloni da campagna, con sproni.

DON CAMILLO

(in attesa, rivolto alle due donne che guardano dalla scaletta dell'orto) No, eh?

ROGHI

(dopo una breve pausa d'attesa) Sarà un po' troppo presto.

DON CAMILLO

(stizzito, in attesa ancora della risposta) Ehi, Giuditta, dico a te!

LA NÀCCHERI

(venendo avanti dalla scaletta, furiosa e schizzante veleno) Crederei che se ci fosse da vedere, tra me e la Giuditta, a me e non a lei dovreste domandare, perchè con questo (mostrando il grosso binòculo e pigiando sulle parole) se ci fosse da vedere — vedrei meglio io, che lei.

DON CAMILLO

Eh no, abbiate pazienza, Marianna. Anche con queste (mostra le lenti e se le inforca sulla punta del naso), tra me e il signor Roghi, vedo sempre meno io, che lui.

ROGHI

Ah sì, grazie a Dio, la vista...

LA NÀCCHERI

Ma anch'io, signor Roghi, anch'io! Non ho punto bisogno di lenti io, sa? nè per leggere, nè per cucire, nè per veder qua entro certe cose, che Dio sa se s'avrebbero a vedere!

DON CAMILLO

Eh via, Marianna! Non è di cose da veder qua entro che si discorre; ma delle vetture giù a valle, Dio buono, se non si scorgano di ritorno dalla stazione.

GIUDITTA

(che ha seguitato a guardare) Eccole, eccole! Già due! Ma vanno in giù!

La Nàccheri corre a guardare col binòculo.

La Nàccheri corre a guardare col binòculo.

DON CAMILLO

In giù? O come in giù? Possibile?

GIUDITTA

Sì. Eccone un'altra! La vettura di Dodo.

LA NÀCCHERI

Ma che di Dodo! Quella di Dodo è la prima!

GIUDITTA

No, mamma; guardate bene: è la terza.

LA NÀCCHERI

La prima!

DON CAMILLO

O la prima o la terza, se vanno in giù...

LA NÀCCHERI

(voltandosi di là verso il cognato, inviperita) Vi dico che è la prima!

ROGHI

Mi par difficile che si possano distinguere a tanta distanza. Si vedran di quassù piccine piccine, così (fa segno sull'indice). E Dodo, mi scusi, signora Marianna, l'ho visto io partir di piazza dopo gli altri.

LA NÀCCHERI

Questo non vorrebbe dir nulla, perchè ha un cavallo, Dodo, per sua norma, che è un demonio peggio di lui. Anche a partir l'ultimo, arriva sempre il primo.

GIUDITTA

(alla madre, guardando sempre) E difatti, guardi, guardi: ha già sorpassato la seconda e sta per sorpassar la prima. Tant'è vero che è lui!

La Nàccheri scrolla le spalle e viene in sala.

La Nàccheri scrolla le spalle e viene in sala.

DON CAMILLO

Io non so, saran tutte in ritardo stamani. A quest'ora, di solito (la pèndola batte le undici) ecco, sono le undici — gli altri giorni, alle undici, son di ritorno e si vedono alla seconda girata dello stradone su per la costa. A proposito, Giudi... (s'interrompe, imbarazzato, cercando di riprendersi) — cioè, dico...

LA NÀCCHERI

(di nuovo inviperita, chiamando) Giuditta! E vieni, corri qua a sentir che altro vuol domandarti tuo zio!

DON CAMILLO

(c. s.) Ma niente, niente... Volevo dire una cosa... (forzandosi a far viso fermo) una cosa appunto, che mi pareva da domandar a lei piuttosto che a voi.

LA NÀCCHERI

(sfidandolo) E su, ditela! Sentiamo!

DON CAMILLO

(volgendosi al Roghi) Ho insegnato al signor professore, prima che partisse, la malizia di far fermare al ritorno la vettura giù sotto al nostro orto, per tagliar la salita alla scorciatoja, anzichè fare, con la vettura al passo, tutta la girata fin quassù in cima.

LA NÀCCHERI

(c. s.) E poi?

DON CAMILLO

Volevo appunto domandare alla Giuditta, se si era ricordata d'andare ad aprire il cancellino dell'orto giù.

LA NÀCCHERI

Niente altro? (Rivolgendosi alla figlia, che si tiene in discosto, mortificata) Su, e rispondi a tuo zio, se ti sei ricordata!

GIUDITTA

(guardando in là, infastidita) Ma sì, sì, è aperto.

LA NÀCCHERI

(con un inchino ironico al cognato, come se lo facesse per conto della figlia) È aperto. — Un ordine dello zio! Mi pareva assai che non se ne fosse ricordata! Avesse mai obbedito così a suo marito! Non mi sarebbe rimasta lì melensa per casa; sulle braccia, e così, nè acerba, nè matura.

ROGHI

Ma è poi sicuro, don Camillo, che il professore ritornerà stamattina? Non vorrei star qui ad aspettarlo inutilmente.

DON CAMILLO

Ma che! Per ritornare, ritorna di sicuro!

LA NÀCCHERI

Vorrei vedere che non ritornasse! — Ah, io sono stufa, sa!

DON CAMILLO

Per carità, Marianna!

LA NÀCCHERI

Stufa! stufa! stufa!

DON CAMILLO

State tranquilla, che ritornerà. — Ma non vi nascondo, caro Roghi, che mi par difficile, difficile per non dire impossibile, che voglia accettare il vostro invito.

ROGHI

Neanche per un semplice consulto?

DON CAMILLO

Ma neanche...

ROGHI

A me basterebbe che me la vedesse, la mia povera bambina!

DON CAMILLO

Eh, se vi riesce che vi venga a vederla! — Detto e fatto, ve la opera e ve la salva!

ROGHI

Dio volesse! Verrei a prenderlo subito subito con l'automobile.

GIUDITTA

Per essere, è la carità in persona!

DON CAMILLO

Già; ma non può. Capirete, dopo il miracolo di qui...

LA NÀCCHERI

(interrompendo) È giusto qui ci voleva codesto miracolo!

DON CAMILLO

(con un'occhiataccia alla cognata, passando sopra all'interruzione) Sparsa la fama, tutti vorrebbero averlo!

ROGHI

Ma come jeri, a un bisogno, è andato a Sarteano, così non potrebbe oggi...?

DON CAMILLO

Non può! Avrà più di venti richieste, a dir poco.

LA NÀCCHERI

E non ci mancherebbe altro che, per carità degli altri, tenesse qua noi nello scompiglio ancora per un mese!

DON CAMILLO

Lassù a Merate ha poi la figliuola... avrà i suoi affari. Era venuto qua per un giorno solo...

LA NÀCCHERI

E ne son passati la grazia di quarantacinque!

GIUDITTA

Par che la figliuola lassù non sappia ancor nulla.

ROGHI

Ah sì? Della madre qui?

DON CAMILLO

(ammiccando e accennando con la mano all'uscio a destra) Piano, eh! piano... S'è già levata di letto. — (Misteriosamente al Roghi) Ah, caro Roghi, come non siamo tutti esciti di cervello, io non lo so!

ROGHI

Con quel giudice, eh?

DON CAMILLO

(irritato) Ma che giudice! Ma che giudice! Non diciamo giudice, per carità!

GIUDITTA

(molle molle, afflitta) Un matto, s'ha a dire!

DON CAMILLO

(incalzando) Da legare, s'ha a dire!

GIUDITTA

(lamentosamente) Quel che ci fece vedere!

DON CAMILLO

(collerico, incalzando ancora) Il diavolo! Tutti i diavoli dell'inferno! Non mi ci fate pensare!

LA NÀCCHERI

(che è stata a mirarli, zio e nipote) Attento veh, attento, signor Roghi, come parlano adesso tutt'e due.

DON CAMILLO

(stordito) O come parliamo?

LA NÀCCHERI

Una, molle molle: (rifacendole il verso con voce nasina) «Quel che ci fece vedere!» E lui, là, come il rum che dà grazia alla ricotta: (rifacendo il verso anche a lui) «Il diavolo! Tutti i diavoli dell'inferno!»

ROGHI

(non potendo tenersi di ridere) Avete voglia di scherzare, signora Marianna!

DON CAMILLO

Già! Come se proprio ne fosse il momento... O che non è vero che qua s'è visto il diavolo?

LA NÀCCHERI

Ma no, eh, chè non istà bene, il diavolo in casa d'un sacerdote come voi. Il terremoto, si dice! E creda, signor Roghi, che mi sarei tanto spassata, io, a vederli ballare tutt'e due, zio e nipote, se per causa loro non fosse toccato di ballare anche a me!

DON CAMILLO

Se si potesse saper prima le cose!

LA NÀCCHERI

Gran merito allora, saperle dopo!

DON CAMILLO

Potevo mai supporre che il marito dovesse accorrer qui?

LA NÀCCHERI

Ma sì, che potevate, se lo chiamaste proprio voi!

DON CAMILLO

Nossignori! Nient'affatto! Io gli scrissi a Merate per il mio ministero di sacerdote, appena ricevuta la confessione.

ROGHI

Ah, quando la signora si tirò?

DON CAMILLO

Precisamente. Volle confessarsi. Per morire in pace con tutti, chiese per mio mezzo al marito il perdono de' suoi trascorsi. Ora il professore poteva rispondere alla mia lettera con un'altra lettera. Nossignori. Per sua bontà, preferì venire ad accordar di presenza il perdono.

ROGHI

E trovò qui quell'altro?

DON CAMILLO

Che c'era piombato da Perugia all'alba, poche ore dopo che la signora s'era ferita. Nel trambusto,in principio, non ce n'eravamo neanche accorti.

GIUDITTA

Non sapevamo chi fosse la signora...

DON CAMILLO

Si vide lui attorno al letto, che piangeva, piangeva, come non ho mai visto nessuno!

ROGHI

Eh, l'amante!

LA NÀCCHERI

Sì, amante... Che amante! — Uno dei tanti. — L'ultimo.

ROGHI

Ah, perchè la signora... Sì, dico, — andata proprio a male?

LA NÀCCHERI

Ma sì, roba... roba da guerra!

GIUDITTA

Piano, per carità!

LA NÀCCHERI

Ih che scrupoli! Non c'è poi mica d'aver tanti riguardi!

DON CAMILLO

Ma almeno per il professore!

LA NÀCCHERI

Sì — che vi pagherà le spese. Il fastidio, intanto, non ve lo paga, di sicuro! Di due mesi a momenti.

DON CAMILLO

Oh che discorsi! (Poi, ipocritamente al Roghi) La signora aveva abbandonato da tredici anni il tetto coniugale, e... (abbandona la frase, socchiudendo gli occhi, a un indulgente gesto delle mani).

LA NÀCCHERI

(rifacendo smorfiosamente con aria compunta il gesto del cognato) E... e... (Subito, staccando) Qua, dietro l'esempio, caro lei, una voglia abbiamo tutti, ma una voglia di farci male con la indulgenza e la sopportazione, che Dio, si spera, ne vorrà tener conto lassù, perchè quaggiù, quanto agli uomini, non si fa che rider di noi, gliel'assicuro io!

DON CAMILLO

Ma non è vero!

LA NÀCCHERI

(staccando ancora) Oh, ce n'è, dico, di paesi, in Valdichiana; e di pensioni qua, per la cura delle acque, dico, non c'è soltanto la mia! Ebbene: proprio qua doveva capitare codesta signora, e proprio da noi! Ma colpa sua, veh! (indica il cognato) Sua, e di quella lì! (indica la figlia).

GIUDITTA

Son io sempre la colpa di tutto...

LA NÀCCHERI

Se per te non fosse vangelo, sempre, tutto ciò che dice e fa tuo zio! — E così, m'intende, tutti i malanni, alla fine, mi si rammucchiano qui! — Ah,che! Non si maturerà mai nulla qui: (cantarellando) c'è troppe frasche!

DON CAMILLO

La vidi arrivar di sera, in legno! giusto con Dodo. Sola, mogia mogia, con una valigina... Io ritornavo da scuola...

LA NÀCCHERI

Non c'ero, io!

GIUDITTA

Ma noi si disse bene, mamma, che la pensione non era ancora aperta ai forestieri.

LA NÀCCHERI

E dunque, non si doveva pigliare!

DON CAMILLO

Di bujo, una signora sola... Insistette, chiedendoci posto almeno per la notte...

GIUDITTA

(scotendo in aria le mani) E la notte...

LA NÀCCHERI

Un botto, caro lei, nel silenzio della casa, che mi fece springar un palmo su dal letto!

ROGHI

Ma si tirò proprio al ventre?

DON CAMILLO

Che! Al cuore aveva mirato.

LA NÀCCHERI

Lo suppone lui!

DON CAMILLO

Ma sì! Mano di donna... Premendo il grilletto, la canna — voi capite — s'abbassò. Si ferì al ventre.

GIUDITTA

Accorremmo tutti. Poverina, sul letto...

LA NÀCCHERI

Poverina, già!

ROGHI

Eh via, in quello stato...

DON CAMILLO

Bianca come un cencio, sorrideva come a chiederci scusa, e diceva che non era nulla... — Lei scappò per il medico (indica Giuditta).

ROGHI

Il dottor Balla?

DON CAMILLO

Sapete com'è!

ROGHI

Se lo so! Mi sta lasciando finir così la mia povera figliuola!

DON CAMILLO

E anche qui difatti disse che non c'era più da far nulla; quando invece, venuto il professore,si vide che a operarla in tempo non ci sarebbe stato rischio di sorta; mentre, quando poi la operò lui, il marito, dopo quattro giorni, già tutta infetta, capirete, agonizzante, il caso s'era fatto disperato.

GIUDITTA

E quel matto lì che non voleva! non voleva!

ROGHI

Ah sì? — L'amante? Oh bella! Non voleva che il marito la operasse?

DON CAMILLO

Che! Fece il diavolo a quattro! Se la voleva caricar su le braccia e portar via, così moribonda, per non fargliela toccare!

ROGHI

Oh bella!

DON CAMILLO

Perchè diceva che, se il marito la salvava, era perduta per lui!

GIUDITTA

Ed era più contento che morisse!

ROGHI

E il marito? o come fece a sopportarselo davanti, e così accanto alla moglie?

DON CAMILLO

Se la prese con me!

LA NÀCCHERI

Che gusto!

DON CAMILLO

Già, come se non avessi fatto di tutto, io, per farlo andar via, prima ch'egli arrivasse. Non ci fu verso! — Tanto vero che non se ne volle andare, neppur quando arrivò lui, che dopo tutto, ohè, dico, era il marito!

Giuditta a questo punto, si recherà di nuovo in fondo a guardare, se si scorgano le vetture di ritorno.

Giuditta a questo punto, si recherà di nuovo in fondo a guardare, se si scorgano le vetture di ritorno.

LA NÀCCHERI

E come gli tenne testa! Bisognava vedere!

ROGHI

Sì, eh?

DON CAMILLO

Col pretesto, capite? che in punto di morte non c'è più gelosie, e che il marito non poteva, dice, adontarsi di lui, dopo tredici anni e dopo ciò ch'era passato. Si dovette mandarlo via con le guardie.

GIUDITTA

(dal pianerottolo della saletta in fondo, annunziando) Ecco, ecco, ritornano le vetture!

La Nàccheri accorre come una papera.

La Nàccheri accorre come una papera.

DON CAMILLO

Oh finalmente!

GIUDITTA

(con un grido di spavento) Oh Dio! Ma è lui! Lui, di nuovo qua!

ROGHI

Chi lui?

DON CAMILLO

Il matto? Di nuovo qua?

LA NÀCCHERI

Lui! sì! lui! lui! — Rièccoci daccapo!

DON CAMILLO

Ma come! Che altro, ora, vorrà qua?

GIUDITTA

(ritirandosi impaurita) Vien su di corsa! ha scavalcato il murello dell'orto!

ROGHI

È una bella sfrontatezza!

DON CAMILLO

E di nuovo in assenza del signor professore! Se lo ritroverà qui tra i piedi!

LA NÀCCHERI

E come giulivo! Fa i gesti, oh, così... così... (agita in aria le braccia).

ROGHI

Dateci man forte per carità, caro Roghi! Non bisogna farlo entrar qua dalla signora! — Andiamo, andiamo via tutti di là! (indica la saletta d'ingresso e s'avvia spingendo fuori gli altri) Chiudiamo quest'uscio! Chiudiamo quest'uscio!

Richiude l'uscio a vetri, andando via col Roghi, con la Nàccheri e Giuditta.Quasi contemporaneamente s'apre l'uscio a destra e appare FULVIA GELLI, incerta, sgomenta, pallidissima, come una che sia stata or ora strappata dalle mani della morte. Ha tuttavia negli occhi un che di fosco; e il volto è come indurito, sassificato in una disperazione squallida e atroce.Venuta qui per morire, sprovvista di tutto, levandosi ora di letto, ha indossato — in mancanza d'altro — il suo abito di viandante perduta, che stride, in contrasto con quella disperazione del volto. Stridono ancor più i voluminosi magnifici capelli in disordine, sfacciatamente ritinti d'un color fulvo acceso, che le avviluppano come in una fiamma lingueggiante il volto disperato. Non ha avuto forza d'agganciarsi il busto sul seno, che è quasi scoperto, e pròvoca, ma frigidamente, poichè ella ha un evidente sdegno e un vero intimo odio per la sua bella persona, come se da un pezzo non le appartenesse più, e non sapesse più neppure com'esso è, non avendo mai, se non con feroce ribrezzo, condiviso la gioja che gli altri ne han preso.Muove alcuni passi per la sala, verso l'uscio a vetri chiuso, attraverso al quale giungono le voci concitate delle due donne, di don Camillo e del Roghi, che cercano d'impedire il passo a MARCO MAURI. A un tratto, però, questi, sbarazzandosi di tutti con uno strappo violento, irrompe spalancando l'uscio e si precipita su Fulvia (ch'egli chiama Flora) abbracciandola, stringendola a sè freneticamente. È sulla quarantina, bruno, magro, con lucidi occhi sfuggenti, da matto: quasi ìlari, pur nella più fiera esagitazione, ìlari e parlanti. Fronte rotonda, specchiante. Capelli da negro, crespi e gremiti, ma già in parte grigi, spartiti nel mezzo. Sopracciglia foltissime. Parla e gestisce con quella certa teatralità che è propria della passione esaltata: teatralità calda e sincera, ma che pure, a tratti, quasi vede sè stessa, e scatta allora per rimorso in gesti irosi, o scade, quasi in compenso, improvvisamente, in toni confidenziali, che fanno, per contrasto e così senza trapasso, un curiosissimo effetto.Fulvia tenta dapprima di respingere, quasi odiosamente, l'abbraccio; ma poi, investita, soffocata da quella frenesia, nello smarrimento della debolezza che il male recente le ha lasciato, vien meno e s'abbandona come morta tra le braccia di lui.

Richiude l'uscio a vetri, andando via col Roghi, con la Nàccheri e Giuditta.

Quasi contemporaneamente s'apre l'uscio a destra e appare FULVIA GELLI, incerta, sgomenta, pallidissima, come una che sia stata or ora strappata dalle mani della morte. Ha tuttavia negli occhi un che di fosco; e il volto è come indurito, sassificato in una disperazione squallida e atroce.

Venuta qui per morire, sprovvista di tutto, levandosi ora di letto, ha indossato — in mancanza d'altro — il suo abito di viandante perduta, che stride, in contrasto con quella disperazione del volto. Stridono ancor più i voluminosi magnifici capelli in disordine, sfacciatamente ritinti d'un color fulvo acceso, che le avviluppano come in una fiamma lingueggiante il volto disperato. Non ha avuto forza d'agganciarsi il busto sul seno, che è quasi scoperto, e pròvoca, ma frigidamente, poichè ella ha un evidente sdegno e un vero intimo odio per la sua bella persona, come se da un pezzo non le appartenesse più, e non sapesse più neppure com'esso è, non avendo mai, se non con feroce ribrezzo, condiviso la gioja che gli altri ne han preso.

Muove alcuni passi per la sala, verso l'uscio a vetri chiuso, attraverso al quale giungono le voci concitate delle due donne, di don Camillo e del Roghi, che cercano d'impedire il passo a MARCO MAURI. A un tratto, però, questi, sbarazzandosi di tutti con uno strappo violento, irrompe spalancando l'uscio e si precipita su Fulvia (ch'egli chiama Flora) abbracciandola, stringendola a sè freneticamente. È sulla quarantina, bruno, magro, con lucidi occhi sfuggenti, da matto: quasi ìlari, pur nella più fiera esagitazione, ìlari e parlanti. Fronte rotonda, specchiante. Capelli da negro, crespi e gremiti, ma già in parte grigi, spartiti nel mezzo. Sopracciglia foltissime. Parla e gestisce con quella certa teatralità che è propria della passione esaltata: teatralità calda e sincera, ma che pure, a tratti, quasi vede sè stessa, e scatta allora per rimorso in gesti irosi, o scade, quasi in compenso, improvvisamente, in toni confidenziali, che fanno, per contrasto e così senza trapasso, un curiosissimo effetto.

Fulvia tenta dapprima di respingere, quasi odiosamente, l'abbraccio; ma poi, investita, soffocata da quella frenesia, nello smarrimento della debolezza che il male recente le ha lasciato, vien meno e s'abbandona come morta tra le braccia di lui.

MAURI

(liberandosi e spalancando l'uscio) Via tutti, vi dico! (precipitandosi su Fulvia e abbracciandola c. s.) Flora! Flora mia! Flora! Flora! — Libero! Sono libero! Ritorno a te, liberato! — Mi son liberato di tutto e di tutti! (Notando che ella gli s'abbandona tra le braccia, riversa) Flora mia!

A questo grido, don CAMILLO, il ROGHI, la NÀCCHERI e GIUDITTA, che sono entrati nella sala dietro il Mauri e, sopraffatti dalla violenza, son rimasti sgomenti e sospesi a mirare il frenetico abbraccio, accorrono premurosi e minacciosi gridando insieme.

A questo grido, don CAMILLO, il ROGHI, la NÀCCHERI e GIUDITTA, che sono entrati nella sala dietro il Mauri e, sopraffatti dalla violenza, son rimasti sgomenti e sospesi a mirare il frenetico abbraccio, accorrono premurosi e minacciosi gridando insieme.

ROGHI

Ma non vede, perdio, che non si regge!

DON CAMILLO

Che violenze son codeste?

GIUDITTA

È svenuta! è svenuta!

MAURI

Svenuta? No! no! — Flora!

DON CAMILLO

(aggressivo) La lasci! via! — La lasci, e vada via subito di qua!

MAURI

(senza dargli ascolto, sorreggendo Fulvia) Flora mia... Flora... Flora...

DON CAMILLO

(alle donne) Ma levategliela dalle mani!

Giuditta e la Nàccheri si fanno avanti.

Giuditta e la Nàccheri si fanno avanti.

GIUDITTA

Dia qua... dia qua...

MAURI

(gridando minaccioso) Non me la tocchi nessuno!

DON CAMILLO

Non appartiene mica a lei!

MAURI

Appartiene a me! a me!

DON CAMILLO

Ah, nossignori! — C'è qua il marito!

MAURI

E venga! — Dov'è? — Me la strappi dalle braccia, se è buono!

ROGHI

(vedendo Fulvia tra le braccia di lui, così abbandonata, che quasi sta per cadere) Ma la adagi almeno qua, per ora, in nome di Dio! (indica il canapè).

GIUDITTA

(accorrendo e ajutandolo a sorregger Fulvia) Qua, venga qua — qua: l'ajuto io!

MAURI

(trasportando Fulvia sul canapè) Non è niente, vi dico! Ora rinviene!

GIUDITTA

Vado a prendere i sali! (corre via per l'uscio a sinistra; rientrerà poco dopo).

LA NÀCCHERI

(al cognato) Ma che siete voi qua? Siete o no il padrone?

ROGHI

(a don Camillo) Questa infine è casa vostra!

MAURI

(subito rizzandosi con gli occhi spiritati, grida sillabando) Nossignori: — Al-ber-go!

DON CAMILLO

(investendolo) Che? dove? quando? Chi gliel'ha detto, albergo? dove sta scritto?

MAURI

Sulla porta, giù: —Pensione Zonchi!

DON CAMILLO

Sissignore — ma d'estate! — Ora non è stagione, capisce? ed è casa mia soltanto; e vi ricevo chi mi pare e piace!

MAURI

(gridando) Non strillate così!

DON CAMILLO

(restando, quasi sbalordito) Ah senti: strillo io!

MAURI

Tanto è inutile: non me ne vado!

DON CAMILLO

Lei andrà via, andrà via, perchè...

LA NÀCCHERI

(intromettendosi e terminando la frase) Questa non è casa vostra!

DON CAMILLO

(seguitando) E non ha più nulla a far qui! Inteso?

Il Mauri, per tutta risposta, poichè Giuditta ritorna coi sali, si china su Fulvia per farglieli odorare.

Il Mauri, per tutta risposta, poichè Giuditta ritorna coi sali, si china su Fulvia per farglieli odorare.

MAURI

(a Giuditta) — Dia qua! dia qua!

DON CAMILLO

(al Roghi, indicandoglielo) — Là — vedete come intende lui?

MAURI

(chino su Fulvia) Flora mia, son qua io... — Su, via... Sei salva, guarita... E io, libero — libero, sai? E ora ti porto via con me!

DON CAMILLO

(rifacendosi avanti, risoluto) Ah no, sa! Per questo, può star sicuro: — lei non porta via nessuno!

MAURI

Me l'impedirete voi?

ROGHI

(facendosi avanti anche lui) Potrei, a un bisogno, impedirglielo anch'io!

DON CAMILLO

Ma no: c'è il marito, caro Roghi, che sarà qui a momenti.

MAURI

E io son venuto per parlare con lui!

DON CAMILLO

Vi farà cacciar di nuovo!

MAURI

Vorrò vederlo! — Non s'era mica uccisa per lui, questa donna! — Per me, per me s'era uccisa!... E io, per lei — io, Marco Mauri — ho abbandonato il mio posto, la mia famiglia, mia moglie, i miei figli! (Guardando tutti in giro; poi rivolto al Roghi) Veda un po' se è possibile, che qualcuno ora mi stacchi da lei!

DON CAMILLO

(vedendo che Fulvia, sorretta da Giuditta, comincia a riaversi e guarda come smarrita) Ma sarà lei... ecco, ora... sarà lei stessa, la signora!

MAURI

(subito voltandosi e accorrendo a lei) Tu, Flora? Mi scaccerai anche tu?

Fulvia leva una mano per tenerlo discosto e si volta verso don Camillo, ancora stordita, ma già fosca.

Fulvia leva una mano per tenerlo discosto e si volta verso don Camillo, ancora stordita, ma già fosca.

DON CAMILLO

Io la prego di credere, signora, che è entrato a forza, approfittando dell'assenza del signor professore!

FULVIA

(alzandosi) Che volete ancora da me — voi?

DON CAMILLO

Ecco! Come gli ho detto io!

MAURI

(quasi trasecolato) Flora!... Oh Dio... Mi dài del voi?

FULVIA

(seccata, scrollandosi) Ma se vi conosco appena!

DON CAMILLO

E voi l'avete ingannata, codesta signora: — Io lo so!

MAURI

(violentissimo) Statevi zitto, voi!

DON CAMILLO

Ingannata! ingannata! me l'ha detto lei!

MAURI

(a Fulvia) Come! Tu mi conosci appena? Me, Flora? me, che t'ho dato tutta la mia vita?

FULVIA

(con nausea) Ma finite una buona volta di parlare così!

MAURI

(c. s. smorendo) Oh Dio... Come parlo? — Ma tu piuttosto, Flora...

FULVIA

Io non mi chiamo Flora.

MAURI

Fulvia, sì, Fulvia, lo so! Ma se volesti tu stessa, che ti chiamassi Flora...

FULVIA

(con crudezza, sdegnosa) E volete dire anche come fu, davanti a codesti signori?

MAURI

(ferito) No! — Io? — Ah! — Ma allora veramente tu mi disprezzi?

FULVIA

(rimettendosi a sedere, tutta assorta in sè, cupa, mormora, seccata) Non disprezzo nessuno, io.

MAURI

(insistendo) — Perchè t'ingannai?

FULVIA

Ma no, vi dico! (esasperatamente).

MAURI

(rivolgendosi a don Camillo) Me lo rinfacciate? Ma se lo gridai io stesso a tutti, qua, che avevo dentro di me lo strazio d'un doppio rimorso! Anche davanti a tuo marito lo gridai! — Testimoni tutti qua! — Dite, dite se non gli gridai ch'era un impostore!... Impostore, sì, impostore! Perchè era «venuto a perdonare»! Lui:a perdonare! Quando avrebbe dovuto invece buttarsi in ginocchio, qua, davanti a te, e farsi lui perdonare — come me! come me! — qua, così, ecco! (Le casca davanti in ginocchio e grida) Perchè tutti l'abbiamo ingannata, questa donna!

FULVIA

(si leva da sedere senza scatto e dice piano, frigidamente, con disperata stanchezza) Dio mio, ancora codesto teatro... Che nausea!

MAURI

(come se si vedesse con gli occhi di lei; lì in ginocchio, ma tuttavia non riuscendo a rialzarsi) Ah sì! nausea, sì! Hai ragione. Mi vedo; me n'accorgo io stesso! (Si copre la faccia con le mani, e dice piangendo) Ma non sono io; è la mia passione, Flora! Non grido io: grida lei! Faccio nausea a me stesso, a sentirmi gridare così: ma non posso farne a meno! Non vorrei gridare, e grido! (Si alza infine risolutamente, come se d'improvviso, a forza, si riprendesse) Sono venuto qua però per dimostrarti, che non t'ho mentito, io, sai? La verità ti dissi: quella ch'era la verità per me; perchè non ho avuto mai nessuno io nella vita, veramente per me; — tranne te, per pochi giorni! — Venti — quanti sono stati? — non più di venti, in tutta una vita!

FULVIA

Sì, va bene. Venti. Sono finiti. E dunque, basta.

MAURI

No! Come basta? No! — Adesso, Flora? Adesso che è finito invece l'inganno?

FULVIA

Ma che inganno? di che inganno mi parlate?

MAURI

Del mio! di quello che ti feci! — È finito! finito! — Mi sono liberato! sono libero ora!

FULVIA

(fissandolo fosca, come se cominci a prestarle attenzione solo ora, per qualche idea che già le si matura dentro) Di che siete libero?

MAURI

Di disporre di me! Ho lasciato tutto! Il posto. Mi son dimesso. E mia moglie, sai? lei stessa, mi ha aperto la porta: — «Vattene!» — Felicissima.

LA NÀCCHERI

Oh guarda!

MAURI

(voltandosi a lei, pronto) Non mi ha mai amato! Non ha mai saputo che farsi di me! Vive per conto suo; ricca, con case e poderi. — Solo per un malvagio istinto andò a scovar lei (indica Fulvia) là, a Perugia — e le disse — (si volta verso Fulvia, che si è di nuovo seduta, ma come assente, ancora assorta in sè) che ti disse? che ti disse? — Io ancora non lo so! (E poichè Fulvia non risponde seguita rivolto agli altri) Forse lei, capite? lusingandosi di ridar la pace a una famiglia, se ne venne qua per levarsi di mezzo. (Riaccostandosi a Fulvia, allegro, e lanciandosi a dire una cosa, che a un certo punto non gli par più facile a dire; tuttavia la dice, facendosi coraggio,con una sfrontatezza, che un po' fa pena, un po' fa ridere) Ma ora l'inganno è finito! Figurati che... ma sì, non ho vergogna a dirlo... — lei stessa, con le sue mani, mi... mi diede.... sì, un po' di denaro, per farmene andar via.

FULVIA

(levando il capo, subito, per impedire che altri ne faccia le meraviglie) E poi?

MAURI

(stordito dalla domanda inopinata) E poi? Che vuoi dire?

FULVIA

Che farete poi?

MAURI

Che farò? — Oh! — Che farò poi? — Ma se ho te, ho tutto! Farò di tutto! Mi metterò a dar concerti... Posso — non nelle grandi città, s'intende.

FULVIA

(freddamente e stranamente, alzandosi) Mi farete il piacere di dire a lui tutto questo, appena sarà di ritorno.

MAURI

(con gioja impetuosa, mentre gli altri restano come basiti) Io? a lui? Sì? Vuoi che gli dica questo?

FULVIA

(per troncare, più che mai fredda, rivolgendosi a don Camillo) Dovrebbe già esser qui...

DON CAMILLO

Già... io non so... questo ritardo...

MAURI

E allegramente, sai? allegramente glielo dirò... Eh, ora che tu... Sono felice!

FULVIA

(infastidita) Vi prego... vi prego...

MAURI

Ma non sono stato mai io, Flora! Tu, invece — devi convenirne: sei stata tu a voler prender la cosa così sul serio! Fare quello che hai fatto, scusa!... Ma sì, via! — Per quel vecchio cammello là!

ROGHI

(non potendo tenersi dal ridere) Ah senti!

LA NÀCCHERI

(contemporaneamente, gargarizzando) Ah! ah! ah! ah! La moglie? cammello?

DON CAMILLO

(contemporaneamente anche lui) Ma non ve lo dico, che è matto?

MAURI

(con perfetta serietà) Un vecchio cammello, vi assicuro, signori. — Nove anni più di me. — Zotica! Contadina... Lei l'ha veduta! (indica Flora) — La sposai perchè aveva un pianoforte.

LA NÀCCHERI

(c. s. più forte, irrefrenabilmente) Ah! ah! ah! ah!


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