Chapter 5

Marliano, & dell'astuto & sagace Frigero. Partiti di val Telina presi il viaggio verso la valle Camonica, laquale hebbe il nome dalla copia delle camozze: ho quanti gozzuti, quanti storditi, intronati, & del senso comune al tutto mancanti vi ritrovai. Hor mentre qui fui, questo fortuoso caso avenne: Eravi un ricco huomo il quale haveva uno ismisurato gozzo, et tanta noia li dava ch'egli per levarselo haverebbe volentieri pagato la metà de suoi beni, hora un suo aversario col quale piativa alla civile, veggendosi perder la lite, condotto da istrema disperatione deliberò amazzarlo (che che se ne gli dovesse avenire) et inguatatosi nele costui case, delequali era molto prattico, andossene chetamente al letto, & dattogli al buio del pugnale nella gola, ratto se ne fuggio, credendo d'haverlo morto, la piaga fu di tal sorte, ch'ella liberò il buon huomo da quel difforme, & soverchio peso, senza fargli sentir veruno danno. In quello medemo tempo, una vacca partori un'agnello, la qual cosa puose il Bifolco di cui era la vacca, in grande agonia, havendo fatto piu d'uno disegno sopra dell'aspettato vitello. Io che mi ricordai d'haver letto in Egesippo, che avanti la destruttione di Gierusalemme simil parto già si generasse temendo dell'ira celeste, che non si sfogasse mentre ero nella Valle, affrettai la partenza, et me ne venni à Brescia capo & metropoli de Cenomani. Hor nel viaggio incontrai una volpe con due code, & un cane con dui capi: ma diciamo di Brescia, che non vi viddi io di maraviglioso? Vidi andar i Cavriuoli, & le Cavriuole per la Città, per i Boschi, & per larghe campagne[53]senza temere ne cani, ne lupi, ne alcuno ingordo, et rapace cacciatore. Tra molti Cavriuoli uno ve n'era giovanetto, grasso, di pel rosso, tutto piacevole, & ottimo musico. Vennemi ancho veduto per la città passeggiando una gentile, & gratiosa Cavriola incoronata di camamilla[54]. Vidi molti Gambari di vario colore, negri, bianchi, & bigi, & vidi una altiera, & ricca Gamberessa[55], che haveva di molte uova, et diligentemente le custodiva, & per ogni via cercava moltiplicarle: non caminavano cotesti Gambari all'indrieto, & piu volentieri stavano all'asciuto, che al molle. Ho veduto in Brescia le stelle à mezo giorno[56], non meno chiare di quelle, che la notte appaiono. Vidi una picciola Liona miracolosamente danzare, & con l'ago mirabilmente lavorare, bella, & affabile: non vi era chi la vedesse, che incontanente non se ne innamorasse. Beato quel Lione, à cui tocchera di abracciare si vaga Lionella. Hor se in Piacenza trovai i mal vicini, quivi trovai i buon vicini, ma che si dirà delle Rose, che tutto l'anno fiorite si veggono?[57]vadansi a nascondere que scrittori, che celebrarno tanto le Melitensi, et le Milanese, Queste Bresciane sono piu belle, & piu odorifere. Fu il mio albergo col capitano della città. Il S. M. Antonio da Mula, oh che virtuosa anima, che perfetto giudicio, & che sagace intelletto: egli mi fu uno essempio di virtù: ne poteva non virtuosamente operare contemplando le sue honorate attioni: Una sola cosa in lui vidi, che mi dispiaceva, et facevami molesta si honorata stanza: egli amava molto un Porcello[58], ne piu longi dilui vedeva, lo vagheggiava,& lo teneva alla sua mensa, era in quel medesimo tempo Podestà della città il S. Gioanni Lipomani fratello del vescovo di Verona, ilquale con la sua buona gratia, & con la singolar humanità faceva falso parere il proprio cognome[59]. Si come in Napoli Genaro vi fa perpetua stanza, cosi Maggio fa perpetua stanza in Brescia[60]. Vidi palazzi, & sale mobili, & discorrenti hor qua, hor la. Ricordammi mentre pensava al partir di Brescia, dove stetti piu di quatro mesi acarezzato da molti, ispetialmente dal S. Dionigi Maggio, dal S. Annibale Martinengo, & dal S. Pompilio Luzago cavaglier senza rimprocchio: ma forse piu dal S. Lodovico Barbisono: ricordammi dico, di non haver veduto ne Bergamo, ne Crema, per tanto io vi andai incontanente, ne mi mancò la compagnia del gentilissimo S. Dionigi da castello. Vidi in Bergamo Tassi vigilantissimi[61]. Zanchi, che adoperar sol sapevano la mano dritta: & qui vidi huomini allegri, tra quali uno Alessandro ci conobbi, dal cui candido petto uscivano rime piene di dolcezza. Vidi in Crema huomini in lupi convertiti, non sia adunque per l'avenir chi mi dica esser ciò cosa favolosa, oltre che vi è il testimonio di Evante scrittore presso de Greci non sprezzato, & di Demarco Parrasio, ilquale in un sagrificio fatto à Giove Liceo si voltò in Lupo. Fu ancho Licaone da Giove in lupo convertito. Quivi si trasformò per divino miracolo un bel Cespo di Artemisia[62], in una bella, & leggiadra Fanciulla, & ne ritenne il nome. In Crema habitano i S. Agnoli, inditio chiaro, & illustre della felicità cremasca. Hor intendendo, che in Trento il giorno di S. Lucia celebrar si doveva il tanto desiderato Consilio pel cui mezo si sperava dovesse riunirsi il diviso christianesimo, & riformar la vita de mali chierici, & non sol de chierici, ma de principi christiani usurpatori delli altrui beni. Vengomi il primo giorno à Salò da Tesalonicensi edificato. Quivi fui gratiosamente ricevuto da M. Cecilio conforto giovane di gran speranza, poi à Boiago me n'andai, qual edificarno i popoli Boi, ivi m'imbarcai, & felicemente navigando giunsi à Riva di Trento, cosi detta, non perche stia alla riva del lago, ma perche vi fu fatto già un Rio di sangue in un gran fatto d'arme. Era allhora di questa terra governatore il conteSIGISMONDOd'Arco huomo per le sue rare, & divine qualità degno di esser Re del piu florido & possente Regno, che trovar si possa. Deh perche non acconsente il cielo ch'io vegga tanta bontà essaltata al par de meriti suoi? perche non mi concede Iddio, si come caldamente ne lo prego, di poterlo veder il piu felice, & consolato cavagliere c'hoggidi terra calchi, ò il sol riscaldi? egli non scordatosi della sua naturale, & solita cortesia, ne ricevette ad albergo nella rocca, ne per honorarci pretermise cosa veruna, aiutava la sua magnanima voglia l'amorevole natura del Carrettone, del Grotta, del Bruvino, e del Barone, & del phisico de Grandi, L'antevigilia di S. Lucia giunsi in Trento, & all'albergo delle due spade smontai. Evvi un'hoste di buon'aria, affabile, & acconciamente discreto, & s'egli non temesse la moglie, sarebbe migliorcompagno ch'egli non è. Il di seguente con alcuni altri gentilhuomini, n'andammo à far la riverentia al principe Madruccio, ilquale buona pezza con dolcissimi ragionamenti, con larghissime offerte, & con manierose accoglienze, ci tratenne; La onde tutti in questa opinione cademo, ch'egli fusse degno d'un Papato, ò d'un imperio. La mattina di S. Lucia ci appresentamo al tempio di S. Vigilio, Udemo l'oratione di Monsignore Cornelio vescovo di Betonto, piena di sottil artificio, sparsa de Retorici colori, come se tempestata fusse da tanti rubini, & diamanti: egli vi haveva consumato dentro tutti i pretiosi unguenti di Aristotile, di Isocrate, di M. Tullio, & tutti i savi precetti di Armogene: Che maraviglia è adunque s'egli ci puote insegnare, dilettare, & commovere, ispetialmente essendo dotato di una voce simile à quella del Cigno? È veramente questo valent'huomo la gloria di Piacenza, l'honore del ordine Seraphico, & il splendor dell'episcopal collegio. Si aspettarno i Lutherani, ò protestanti, che li vogliamo chiamare longamente; ne mai apparvero, ne si sapeva la cagione, credevano molti si rimanesser per essergli stato promesso il concilio altrove, che in Trento. Feci disegno partirmi di Trento dopo alcuni giorni, per molti rispetti, quai non accade raccontare: & cosi mi aviai alla volta di Mantoa. Volle mia ventura, che io mi rincontrassi nel magnifico M. Bartholomeo pestalossa giurisperito molto savio & aveduto, con esso lui à sue persuasioni, andai ad alloggiare ad un gran monisterio della Ciartosa, dove era priore un Venerabil Padre, qual haveva conosciuto alla ciartosa della palude, stato della Illustrissima S. Maria Cardona, Signora rara, et magnanima. Fummo raccolti come dui Agnoli dal cielo discesi, & ne dettero una cena Papale, da carne in fuori, poche cose si potevano desiderare, erano le vivande si ben condite, & stagionate, Come se Apitio fusse stato il cuoco, e Platina il guattero. Dopo mangiar si ragionò del stato de religiosi Ciartosini, & della lor perfettione, quasi conchiudendo, che alcuno salvare non si potesse, se di loro non si faceva, essortandomi ad esser della lor squadra, io che non haveva la lingua in pegno al giudeo, à tutto risposi, & soggiunsi che se mai mi venisse voglia di farmi frate, io mi sarei fatto nel paese nostro, dove havevamo una religione, la quale haveva i Monisteri edificati alla Ciartosina, l'habito de canonici regolari, Le facultà de Monaci di monte Cassino, l'auttorità de frati di S. Dominico, & il credito, che già solevano havere i zocolanti, ma che io non vedeva (lor dissi) qual cosa m'havesse à muovere à rendermi ciartosino, conciosia fusse che non ci vedessi quella perfettione qual mi dicevano, ne vi conosceva sembianza alcuna della primitiva chiesa, voi habitate li dico agiatamente, à tal che molti principi vi portano invidia; Siete vestiti, & per difendervi dall'asprezza del freddo, & dall'ingiuria del caldo, bevete de migliori vini, che appariscano in terra, mangiate un pane che par fatto in paradiso, et quantunque (che si sappia) non gustiate carne, mancanvi però i saporiti intingoli, & i gratiosi manicaretti? mancanvi le torte de piu ragioni?le salse eccitative del morto appetito? i sapori de piu colori? le frittate de piu sorti? L'uova cotte in varie foggie i butiri freschi? i dolci olij? di ogni qualità pesce, latticinij, frutta, & confetture? voi non siete angariati di alcuna gravezza; i principi vi honorano, et i popoli per santi vi adorano; non vi mancano (informandovi) ne medici, ne medicine, ne servidori, che diligentemente vi attendano: vivete senza pensiero, non vi molesta l'importunita della moglie, non vi affanna la disubidienza de figliuoli, non vi attrista la contumacia de perfidi servidori, non vi spaventa la tirannia de mali principi; non vi tribolano i puntigli d'honore, & controversie de duelli: Forse che andate come facevano li Apostoli, scalzi, & mezo ignudi, sostenendo fame, patendo sete, pieni di sbigottimento, sempre temendo la crudeltà de nemici di Christo? Tutta la fatica vostra consiste in cantare ad alta voce un chirieeleison, & mormorar Salmi poco intesi: et io vi dico che la pietà Christiana, & quella perfettione, che tanto essaltate, altro richiede, ella vuole carità verso il prossimo, & carità non simulata, ma sincera, ella vuole un'ardente fede verso Iddio: voi non ministrate i sacramenti della chiesa à popoli, non manifestate la santissima parola d'Iddio, & poi mi dite, che la vita vostra contiene in se perfettione christiana? vi vantate di portar il cilicio, e di levar à mattutino, le quai cose non sono di gran momento poi che consisteno sol nel asuefarsi: Io non vidi mai ciartosino visitar spedali, confortar incarcerati, ne andar ad udir il sacrosanto Vangelo: vi gloriate della solitudine sopra modo: hor quivi prego à legere, & considerar se tal era la solitudine delli antichi solitarij, essi non habitavano già si vicini alle città, ma penetravano molto a dentro ne i deserti della Thebaida, dell'Egitto, e della Cilicia. De santi Monaci favellando il padre Gioan chrisostomo, dice ch'essi havevano occupato le sommità de monti: Habitava Illarione un Tugurio simile piu tosto ad un'horrido sepolchro, che ad una monacal cella, legete il P. Basilio, legete il santissimo Geronimo: il buon Gioan Cassiano, il divoto Gioanni Climaco, & vedrete come vivevano gli antichi monaci, certo vi vergognereste di tal nome, essendo la vita vostra tanto da quella distinta et separata: à tutte le mie parole fu molto saviamente risposto, & venuta l'hora del dormire: havendo fatto pensiero di partirmi a buon hotta, chiesi licentia dal Reverendo priore, dimandai perdono se forse ecceduto havea nel parlar la christiana modestia, et fatto troppo del Satirico. La matina per tempo entrai in Mantoa qual trovai molto piu bella, & vaga da vedere, di quel che mi credeva: Hor quivi, & non in altra parte appresi a conoscere donne valenti.[63]Vidi in Mantoa huomini col capo di lupo: vidi agnelli di tanto consiglio & prudentia dotati, quanta esser si puote, et erano adoperati per ambasciatori nelle cose di somma importanza:[64]Habitarno già in questa città de molti Passerini, liquali crebbero in tanta forza, che poco vi mancò non se insignorissero di tutto'l dominio Mantoano, & l'havrebbono fatto, se da piu potenti non fusser stati impediti. Quivi si veggono molti boschetti vaghi, etameni, ne quali non habita alcuna dannosa fiera, ma sol conigli, & qualche altro picciolo animaluccio. Quivi sono huomini di tanta felicità, che dovunque vanno sempre per essi, si arriva bene.[65]Vi sono putelli di cinquanta anni, et ve ne sono di quelli, che altro non fanno che tridar pali. Vengomi poi à Ferrara, ove trovai molti contrarij, non a me però, anzi benigni: trovai Fiaschi, & Fiasche di miglior tenuta, che altrove non si veggono: Vidi alcune trotte le piu belle, & le piu grandi, che mai si pescassero in alcun fiume, ò lago, quelle di garda non son si belle: chi ne pigliasse de simili, sarebbe il piu felice pescatore che mai nascesse, non havrebbe da invidiarne Dictis gran pescatore, & nodritor di Perseo, ne Ermindo, ne Scilla (il Sicionio) credo che ogn'uno si darebbe al pescare se sperasse di far tal preda, ma elle non si pigliano con le Reti, non con le nasse, non con l'hamo non con pasta artificiosa, ma con altre arti c'hora non le dico. Vidi piu sagrati in Ferrara, che in Roma santa. Hocci ritrovato delle male spine,[66]le quali, senza ricevere offesa, anzi con qualche diletto si potevano di notte maneggiare & abbracciare: vi conobbi una malatesta piena però di buoni & giocondi pensieri. Vidi una mamma, ch'era mamma sin quando era nelle fascie. Hai quante cose videro gli occhi miei in questa citta, fuori del commun'uso: Quei da le frutta non vendano frutta: Quei dell'olio non vendono olio: i Cestaruoli non portano il cesto: I Bevilacqua amano il vino, & fuggono l'acqua: Vidi un'huomo di Recalco[67]cavalcar una mula vecchia, & magra piu che l'Asina di Balam: Conobbi ancho una Cuoca,[68]di si fatte qualità, che non vi è huomo per insensato ch'egli sia, che volentiere non se la vedesse in cucina. Poche città ho ritrovato, ove sieno tante stravaganze, quante sono in Ferrara, & infinite n'haveva notato; ma il timore di non essere à lettori troppo fastidioso, me n'ha fatto tralasciare la maggior parte, ma prima però ch'io esca dalle mura di Ferrara, dirò come vi hò veduto il paradiso,[69]ilquale non ha in se molta bellezza, non amenità, non consolatione alcuna, & qual maraviglia sarebbe se l'amor del paradiso non ritirasse i Ferraresi dalle malvagie opere? & che ciò sia vero, che bello non sia, gli Agnoli non vi fanno la lor stanza, ma si hanno edificato una contrada la piu gioiosa, che veder si possa: In paradiso non habita S. Gioan battista, ma se n'è piu tosto ito ad habitar in terra nuova. S. Anna piu tosto s'è contentata di starsi all'hospedale,[70]che in questo paradiso. S. Georgio è ito fuori della terra, la Reina del cielo con la gloriosa Caterina, non vi habitano, di maniera ch'egli rimane quasi che dishabitato, voglio però confessar il vero, ne voglio defraudare città alcuna delle sue debite lodi, che in Ferrara, & non in altro luogo, ho veduto huomini, & donne pie:[71]et hocci veduto un'Agnolo degnarsi di far l'hosteria à mortali: Fu il mio albergo col S. Hercole Riminaldo, ilquale mi da speranza di doventar simile d'ardire à quel famoso Ercole di cui son piene tutte le carte de scrittori: fu però gran parte della mia conversatione col S. Ferrante trotto, & col S. Giulio zerbinato, liquali mi parvero di tal valore, che fortunatissimogiudicherei quel principe, che de simili n'havesse almeno due paia. Da Ferrara piglio la strada ver Padova, et giunto à Rovigo, mi ricordai del Celio Rodigino mio honorato precettore, per tenerezza fui sforzato piagnere si gran perdita: giunto poi in Padova, ricordammi subitamente delle grandezze sue, del numeroso popolo che l'haveva, delli infiniti cavaglieri, & de i singolari privilegi da Romani lor conceduti: mai certo vi fu città, che de simili ne havesse, hora la trovai quasi desolata, & me ne venne gran pietà: Vado alle scuole de legisti, sto ad udir ciò che dicono di bello, appartenente al viver civile, & alla unione de cittadini, & non odo salvo che contradittioni, l'uno impugnar l'altro, & oscurar il vero à piu potere: eravi tal legista, che per insegnare à litigare, era con gran stipendio pagato, & ciascuna lettione li valeva piu di 60 scudi: vado alle scuole de philosophi, penso udir favellar di giustitia, di prudentia, di modestia, di fortezza, di castità, et altre simili cose, penso veder huomini gravi, & ornati, non di barba, & di pallio come erano i philosophi della grecia, ma de bellissimi costumi, penso veder molti Socrati, molti pithagori, et molti Platoni, et ingannato mi ritrovo, non odo favellare salvo che di materia,[72]della quale parevami, che n'havessero pieno il capo: di forma, non so se di Cacio, o da informar stivali, di privatione, non so parimenti se intendessero de danari, ò di senno. Entro nella scuola de Metaphisici, nella qual pensai udir ragionare della divina maestà, delle celesti Gierarchie, della perpetua felicità de beati: ma ecco che per molti giorni io non odo parlare d'altro che di ente et uno. Vomene ad udir chi trasordinariamente leggeva i libri dell'anima, & penso ch'egli m'habbi ad insegnar qual cosa adoperar mi debba per salvar l'anima, che Satanasso non ne faccia rapina, come guardar la mi debba da peccati, che gloria, che triumpho, se le aspetti dopo morte. & ecco che non intendo altro che opinioni, che è composta di fuoco, che è composta d'acqua che è di color purpureo, Tutta nel tutto, & tutta in qualunque parte del corpo, che è seguace della complessione corporale, che la non si cava dalla potentia della materia, ma che ella se ne viene di fuori, & non dice donde, & che la si separa come l'incorruttibile dal corruttibile: Vennermi a fastidio questi tanti scaldabanchi, queste rabule, questi loquaci corbi, ne potei sofferir di piu udirli, per il che, io mi diedi tutto all'investigatione delle cose notabili, Dirò adunque come in Padova, & non in altra parte: hò trovato huomini, & donne dotte:[73]non è adunque da maravigliarsi ciò che si legge della dottrina di Probavaleria: di Eudoxia: di Nicostrata, di Telesilla, & di Aspasia, ho parimente veduto huomini, & donne con i capi di vacca: hocci veduto huomini in galline convertiti: Vi hò conosciuto un Sperone formato da Iddio, non per isperonar giumenti, ma per speronar la gioventu Padovana alla virtu, & alle buone lettere: Io ci conobbi uno, che Frigendo melica era divenuto non men dotto, che riccho già si divenisse in Piacenza un'altro per seccar melica: vi conobbi un gentilhuomo ilquale vedeva le cose future, & non vedeva lepresenti[74]. Fu il mio albergo col gentilissimo S. Pio delli Obizzi, per il cui mezzo, conobbi l'affabile, & gratiosa M. Lucretia reloggia. Fastidito di star in Padova per la brenta già detta Meduaco, mi condussi alla maravigliosa & possente Vinegia: Chi potrebbe ridir il piacer ch'io hebbi in quella barca? Vi erano alcuni scolari Forlani, c'havevano il capo sopra della berretta, piu furiosi di Athamante, & di Oreste; Vi erano frati di color bigio, bianco, & nero, Donne da partito, Barri & Giudei: I Scolari favellavano alla scoperta, senza rossore, de carnali congiungimenti; i Frati se ne mostravano alquanto schifi, & sorridevano facendo il bocchino della sposa. Le buone femine girando gli occhi qua & la, cercavano di adescare i mal accorti: Eravi un Giudeo, ilqual veniva allhora di Damasco pieno di arte maga, faceva apparir gli huomini cavalli, Asini, Cani, & gatte. Fece apparir un Lione, et poi mostrandogli un gallo lo fece incontanente sparire: egli faceva arrestar gli uccelli nel mezo del lor volo: faceva venir i pesci a riva: Sapeva la virtu di tutte l'herbe, haveva notitia di tutte le lingue: Sapeva costui di arte Maga piu assai di Cetieo, di Dardano, di Democrito, di Zoroaste, & di Gobria: suscitò costui un giorno pioggia, si come anchora fece Arnupho egittio per abeverare l'esercito di M. Antonio. Vi era ancho un Romagnuolo con una cetra, & si dolcemente la sonava, che pareva un Iopa: un Philamono, un'Apolle, un Terpandro, & un Dorceo: Giunsi finalmente nella miraculosa Città di Vinegia, della cui edificatione, & aumento ne fu potissima cagione la rovina di Padova, d'Altino, d'Oderzo, e di Moncelese già detto Acello, & di Aquileia colonia de Romani, & capo dell'oriente. È opinione, che questi popoli venessero in Italia con que Francesi liquali regnando Tarquinio Prisco dettero il nome alla Gallia cisalpina: fa mentione Cesare di questi Veneti ne suoi commentarij: Livio è di opinione, che sieno venuti dalla Paphlagonia gente d'Asia, dopo l'incendio di Troia, è una natione molto civile, dedita alli studi delle buone lettere, dedita alli acquisti terrestri, et alli esercitij maritimi: Sono in questo mare pesci piu saporiti, che in qualunque altro luogo, benche minori: stimasi esser di ciò la cagione perche molti fiumi concorreno in questo Adriatico mare, per la qual ragione anchora i pesci di Galipoli stimansi avanzare di sapore, li altri scorrendovi dentro ventidue gran fiumi ispetialmente il Dannubio, & il Tanai: Gode Vinetia un'aria felicissima, imperoche la salsedine del mare, Calda essendo, & meno humida, genera una temperatura molto opportuna alli humani corpi. Il flusso anchora & reflusso purga l'aria, & se vi è cosa veruna di corrotto, la porta nel mare. Quivi fermato essendomi, con intentione di starvi molti giorni, incominciai à considerar attentamente gli ordini, & li costumi loro, & fra molte cose grandimenti mi maravigliai intendendo da certi vecchioni pieni di Reverentia, che mai questi Signori vollero armare i popoli loro, & non piu tosto della propria militia servirsi: che della straniera, nella quale sovente si sono trovatiinganni, amutinamenti, & tradigioni. Mi maravigliai intendendo, che nelle guerre, non dessero alli lor capitani, le commissioni libere. Mostruoso mi parve il vederci, Nani, grandi, Magni, piccioli: troni, terrestri, & non celesti: Trivisani, Pisani, & Soriani, che non videro mai ne Trevisi, ne Pisa, ne Soria: Notabil mi parve di veder molti Salomoni: ci trovai Barbari latinissimi & humanissimi: Cicogne, di piu breve collo, ma di miglior tenuta, che non sono l'altre: molti Garzoni, che passavano sessant'anni: Tanti Marcelli, che tanti non ne vide Roma: non vide ne anche mai tanti Lioni la Numidia, quanti n'ha Vinetia, i Barbi stanno in terra, & non nelle acque. Sonci Balbi nel favellar ben espediti: Qui non sono le mule sterili, ma feconde, come anche sono in Cappadocia, & i delphini si veggono tramutati in huomini: i mori et le more non sono nere, ma candidissime: Sonci de molti lombardi, che non vider mai lombardia: Sonci piu savi che non hebbe mai la gratia, quelli furono sette, & questi sono piu di duodici. Il mio albergo fu nella casa del S. Benedetto agnello, dove molto volentieri me n'andai, & volentieri ci stetti per essermi stato affermato da piu di dua, ch'egli era il padre de virtuosi, & di perfetto cuore l'hospitalità esercitava, ne dal suo volere discorda punto la sua honoratissima consorte. Trovai in Vinetia un Siciliano ilquale, scriveva in un specchio d'acciaio, et quello che nel specchio scriveva, ve lo faceva per reflesso, legere nella luna: Faceva un sapone col quale si lavava la faccia, e poi con un stecco si radeva sottilmente, & per molti giorni rimanevali la faccia odorifera piu che ambra. Faceva apparire una mensa carica di ottime vivande, et poi come fumo faceva ogni cosa sparire. Poneva un pezzo di Carta non nata, ove erano scritte alcune parole ad una serratura, & incontanente se li apriva ogni ben serrata porta: Cavava ogni grosso chiodo con i denti, Convertiva in oro il rame, il ferro, il piombo, & finalmente ogni metallo col spargervi sopra una certa polvere non piu veduta. Alla presentia mia, et di tre altri fece parlar una testa di morto. Mentre sono in Vinetia mi vien detto, che ci habitava il terrore de scelerati principi, & il flagello de viciosi preti Pietro Aretino, lo visitai piu d'una fiata, & parvemi vedere un'opra di natura piu che perfetta, parvemi di udir una lingua possente à farsi amare, & temere, & farsi tributarij sin alli estremi Morini, & li disgiunti Britani: conobbi ancho in Vinetia l'oracolo di marte, dal qual correvano tutti gli huomini martiali per farsi decidere le controversie dell'honore[75]: Stato che io fui in Vinetia molti mesi, mi venne desiderio di gir pel mondo, gran dolcezza sentendo sol in pensar ad alcune cose vedute, duolsemi assai di dovermi partire di questa inclita città per molti rispetti, ispetialmente dovendo rimanere privo di godere la dolce conversatione della virtuosa M. Giulia Ferreta: & di M. Francesca Ruvissa, laquale mi parve la Sibilla cumana, tanta sapientia & bontà in lei scopersi. Egli è vero, & negar nol posso, che molte cose in Italia mi piacquero stremamente, ma molto piu furono quelle, che mi spiacquero, non hò scrittotutto ciò che veduto hò di mostruoso, ne ho raccontato tutti i luoghi dove io fui: Hò pretermesso scrivere come in Asti trovai huomini, & donne, che rane Cacavano,[76]& le piu male balie, che veder si possano: hò pretermesso dire di quelli c'hanno nella Mirandola i piedi d'oca, & portano del continuo le panze rase: ho pretermesso d'haver veduto in Bologna una Medusa non dannosa come fu quella anticha, ma gioveuole. Ho tralasciato d'haver veduto in Piuri Lumache senza Corna, non con l'habitatione alle spalle, ne lente, & tarde, ne suoi movimenti: Ho tralasciato d'haver veduto in Como, & in Chiavenna salici fecundi, & non sterili: Se Homero n'havesse veduti non l'havrebbe mai chiamato perdifrutto. Ho lasciato d'haver conosciuto in Milano Cagnuoli,[77]che favellavano come se huomini suti fussero, & molti pagani christiani: non hò detto d'haver veduto in Ferrara Arriani; contro de quali non si faceva alcuna inquisitione, si come facevasi contra de lutherani, nella qual città conobbi il bend'Iddio, non per avanti conosciuto: non vi ho detto d'una Gattina, laquale in Mantoa non pigliava sorci, anzi li temeva, li fuggiva, et n'havea schifo, & haveva con le sue losenghe si fattamente innamorato di se, un'abbate, che per transtullarsi con essa, non si curava punto di fama, ne d'infamia, & spesso scordavasi il Breviario, et il Diurno: non paia adunque favola, che Cratis pastor Sibaritano amasse già una Capra, poi che un'Abbate, & di sangue illustris. si è invaghito di una gatta, non vi paia maraviglia se Aristone Ephesio, amò un'Asina, se Fulvio una cavalla, se Ortensio una Murena, & Ciparisso una cerva. Diro hora di molte altre straniezze per le quali, l'Italia mi venne in odio, & feci disegno partirmi: Io rimasi d'habitar in Bologna, veggendo starsi fuori delle Porte la misericordia:[78]non volli star in Anchona, veggendo che la Reina del cielo n'era uscita, & itasene à Loreto per non star nell'Anchona, mi spaventai dell'habitar in Siena per timore di non impazzire: già mi sentiva il capo formicolare, & se aspettava la venuta di M. Agosto, per certo io dava la volta, ne so s'io fussi piu ritornato, divenivo indubitatamente piu pazzo di Xenophanto, piu di Mamacuto, piu di Cippio, e piu di qualunque Psillo dell'austro vano combattitore. Non mi piacque il star in Firenze, parendomi mal consiglio lo pormi nelle man de medici sano, & di buona voglia essendo. Mi spaventai di star in Lucca, udendo, che ogni dui mesi, quando si crea la nuova signoria, sia costretta giurare di oservar non so qual statuto contro forestieri: Non hebbi cuore di fermarmi in Piacenza havendo udito dir, che non sia buono, ne star sotto signor novello, ne albergar con hoste, che novellamente hosteria faccia. Doveva io star in Milano, vegendo, che la pace, le gratie: & gli Agnoli[79]non osavano di starci, ma habitavano fuori delle mura? Doveva posarmi in Genova dove la consolatione stassi in disparte fuori dell'habitato, et ogni giorno si vorrebbe mutar stato: non è si volubile Vertunno, ne si spesso mutasi il vento, come si muta il capo d'un Genovese. Spiacquemi di stare in Brescia, dove a colpi di spada ci conviene guadagnar la stradadi sopra. Non hebbi cuore di stare in Bergamo per le molte sottigliezze, che nel vivere, & nel mercantare si usano. Spiacquemi il veder in Italia tanti Marchesi senza marchesato, Conti senza contado, Cavaglieri, che non hanno ne cavalli, ne speroni, ne stivali. Spiacquemi vedere, che in Italia le Signore havessero ardire di scambiare alle lor damigelle il nome del Battesimo, & in luogo di Catherina, Lucia, Margherita, Agata, Agnesa, & Appollonia, per fargli sino ne i nomi belle, & lussuriose, le chiamano Cinthia, Flavia, Fulvia, Flaminia, Camena, Sulpitia, & Virginia. Quanto mi sono io di cuor maravigliato della lor prosuntione, parevami certamente fusse risvegliata l'heresia de Pepuzziani; presso de quali (si come riferisce il P. S. Agostino), erano solite le femine di battezare, & far l'uficio di sacerdote: Parevami di esser in Caria, dove le femine barbute fanno l'officio qual presso di noi far sogliono i frati. Brutta cosa mi parve vedere li Italiani à si buona derata venuti, che alla guerra vadino invitati, non da tre scudi, come era il consueto, ma spesso tratti per tre Giulij. Brutta cosa mi parve, che ogni sciagurato si voglia fasciare le reni di raso, & di veluto, ne stimarsi in Italia chi humilmente si veste. Mi spiacque l'udir, che ogni Buffalaio, & ogni bifolco giurasse a fe de gentilhuomo, & ogni vil putanella a fe di gentildonna, & il veder pompeggiar sopra le facultà, ne in habito esser differenti le donne honeste dalle dishoneste, i nobili dalli ignobili, & ogni di mutarsi foggia di vestire, & cambiarsi le monete con gran danno de poveri, che peggio è tosarli senza riportarne pena: ogn'uno sa che in Mantoa ci sono i tosa beci, & non si puniscono.[80]Spiacquemi il veder per forza por le fanciulle nei monasteri, et per ogni lieve cagione condursi gli huomini in steccato, vedersi tanti poveri impiagati per le strade mendicare: tante sette de Frati, & de Suore: tanti Epicurei, tanti Sardanapali. Spiacquemi il veder le donne farsi la bionda; et i capelli neri, con lor mal augurio fargli simili alle fiamme, fargli di piu ricci, rappresentando i serpenti che le circunderanno le tempie, quando saranno dal gran giudice alli eterni supplicij destinate. Spiacquemi di veder l'Italia divisa in tanti Signori. Spiacquemi vedere una Signora in Lombardia gloriosa sovra modo, di haver animo di Reina, & non si avedeva, che putiva di spelorchia, et viveva da mendica. Non poteva sofferire di vedere nella lunigiana trenta marchesi ad un tratto sopra d'un fico per sfamarsi. Oh come mi venne a noia il vedere in Arco, et in Lodrone due mila conti, & un sol contado, molto stretto, & povero. Pensate poi, che mi dovea parere vegendo i Marchesi di Ceva, e i conti di Piacenza, & i cavaglieri di Bologna. Spiacquemi vedere in lombardia una Signora ch'era pazza, & voleva esser tenuta savia: era vecchia, et voleva esser tenuta giovane, era brutta, & sforzavasi di apparir bella. Se io volessi racontar tutte le cose c'ho vedute degne di biasimo, non ne verrei a capo in tre mila giorni. Risoluto adunque di partirmi, chiamo Tetigio, & si li dico il mio pensiero, li manifesto la mia deliberatione, pregandolo mi risolvi se egli vuol rimanerein Italia, ò pur andarsene nel mio paese: egli mi rispose, che molto volentieri nel mio paese se n'anderebbe, cosi risolti: li dico: Tetigio: Intendo di volermene andar per il mondo à veder cose rare, tu ti rimarrai in Italia, & voglio che tutta l'Italia scorri con la diligentia maggiore, che ti sia possibile, & rechi nel paese nostro le cose ch'io ti dirò, eccoti tre mila fiorini d'oro: se piu te ne sia bisogno: vattene da parte mia al banco de Priuli: voglio per la prima cosa, che di Sicilia mi adduchi due belle mule senza vitio (se possibil è di ritrovar mule senza vitio) tre schiavi, due schiave, ma guarda sieno ben sani, & nelle membra non habbiano veruno diffetto, non li toglier domestici, ma selvaggi. Portami della seta di messina almeno cinquanta lire, & della Manna di Calavria: cinquanta braccia di Dobleto da Catanzarro; della Sargia, che si fa in Castro villere, & trenta lire della seta di Mont'alto laquale è piu forte della Messinesa: vorrei venti braccia della bambagina di Nardo, delli Coriandoli della costa di Malphi, del Zafferano di Abruzzo: qualche insito delle olive di bitonto: portami da Napoli dell'opre, che fanno que setaivoli, ispetialmente strenghe, capelli, & borse fatte con l'aco, recami del Sivetto, del sapone di Cervo, & de fiori di aranci, dui corsieri della razza del Re, ò di quella del P. di Salerno: portami da Roma tre dozene di belle corone per le nostre donne: torrai in Firenze due pezze di brocato riccio sopra riccio, et due di tela d'argento, con dieci lire di quel filo tanto sottile: portami di que fiaschettini lavorati con la seta, che fanno le monache Fiorentine, & di quelle coseline, che fanno i prigioni nelle stinche. Fammi havere ventisei braccia di panno monachino, altretanto di perso: venti braccia di rascia, sei berrette fiorentine per la state. Portami da Fabriano trenta risme di carta. Da colle dieci dozine di palle. Da Urbino cinquanta piatti di terra figurati. Da Bologna dieci fiaschi di vetro coperti di cuoio lavorato, & cinquanta pallotte di quelle del Melone, & trenta braccia di velo. Da Faenza, una credenza de piatti, & di scodelle di terra bianca. Portami sei pezze di raso Luchese. Torrami in Ferrara due pezze di veluto intagliato, & in Ancona tre pezze di ciambelotto, tre similmente di Mocaiaro, due di zarzecano, dieci di Bedena, sei feltri: sei Tapeti, cinquanta Cordovani di vario colore: in Genova due pezze di veluto di tre peli: Di Sardignia addurammi un paio di cavalli per far l'amore. Di Corsica voglio due paia di cani per guardia de nostri giardini. compra in Cremona trenta braccia di Sargia: torrai in Brescia due dozine di Forbici lavorati alla zimina, & due di cortelli, quatro paia di Alari, o Cavedoni, che li vogliamo chiamare: torrai alla Scarperia tre dozine di que ferretti da stuccio: In Modona venti rotelle: venti Maschere: giunto in Reggio fornisceti di staffe, di speroni, & di quelle opre fatte di corno, cioe calzatoi, di scriminali, corone, anella, pettini. Se i speroni Rezzani non ti piacciano, pigliali in Viterbo. Da Crema portami due pezze di tela sottile: compra in Mantova dodici paia di calce di seta fatte con l'aco, & altri lavorid'oro, & di seta. Di Milano sei corsaletti, sei celade: venti migliaia d'aghi, cento paia di sonagli: venti sei braccia di stametto: & altre tanto di Sargia pannata. Da Tortona sette vasi di Tiriaca: et dieci capelli di paglia finissima: Da Seravalle, dieci buone lamme. Di Padova, trenta braccia di quella Sargia cotonata: due Dozine di berette leggerissime: venti paia di guanti, & per far razza di quelle Galline Padovane. Da Vinetia venti specchi: cinquanta bicchieri di Christallo, & venti tazze: trenta braccia di scarlatto: una pezza di veluto cremisino: sei cassette di cipresso: dieci ventaruole di seta di vario colore: dodici pettini d'avorio, venticinque braccia di damasco: qualche vasetto di polvere di Cipri, & per profumar camere. Dato che hebbi questo ordine inviai Tetigio alle facende & io mi posi in viaggio per gir come feci errando. Credei (misero me) di starmi fuor di casa quattro, ò cinque anni, & mi convenne starmi dieci, et per estrema fortuna gir di mare, in mare vagando, & di regione in regione peregrinando, pareva che Eolo, & Nettuno havesser congiurati ne miei danni: mai havemmo vento che ci fusse benigno & propitio: piu di sei giorni quasi continova pioggia notte & giorno ci bagnò il capo: pareva che le Pleiade et le hiade fussero adirate con esso noi, non ci bastò l'esser sopra di una nave che di securanza avanzava quella Argo, sopra della quale Iasone, Tiphi, Castore, & Polluce andarno in Colcos per toglier il vello aureo, avanzava la nave nostra di velocita Pistri, Centauro, Chimera, tritone, & Gias, che tutte furono perfettissime navi & dalli antichi scrittori celebrate. Non ci bastò l'haver nocchieri esperti piu che ophelte, piu che Mnesteo, piu che Servio, piu che Carapo, piu che Amicla, et piu di Peloro: che scorrer ci bisognò al dispetto nostro infiniti pericoli maggiori: egli è vero, che dopo molte angoscie sostenute con assai intrepida fronte: mi trovai lieto et contento d'haver si longamente errato: parendomi di poter giustamente vantarmi, d'haver veduti piu diversi luoghi, & piu maniere di costumi, che mai non vide ne Hercole, ne il travagliato Ulisse. ho veduto li phrigij, quai afferma Herodoto esser antichissimi, ne stette molto à veder gli Archadi, quai scrive Apollonio nella sua Argonautica esser piu antichi della luna. Ho veduto Parnaso, d'onde n'uscivano gia gli oracoli di Apollo, & acciò non mi reputi alcuno bugiardo, darolli i contrasegni, egli è in Phocida, & è ornato di due belle cime: hò veduto la selva Grinea, dove erano l'ombre di quanti famosi Poeti furono mai al mondo: vi ci trovai d'alcuni moderni Poeti l'ombre assai meste, & lagrimose, intendendo, che delli lor poemi se ne facevano scartoccini da speciali, & da porvi dentro le sardelle: ho veduto Colcos, & il fronzuto Idalio: fui per molti giorni in Egira, ove si adorava l'amore, sotto un medesimo tetto con la fortuna istessa: passai per Arcadia, ove si adora Aristeo, Dio del mele, vidi in Tebe adorar l'Iddio Bacco, quasi che allhor io mi credei d'esser traportato in Polonia ò in Alemagna: ho veduto presso delli Elei, il tempio di Plutone, che si teneva perpetuamente chiuso: hoveduto in Lampsaco, adorar il Dio Priapo, alquale l'asino si sacrifica per grand'honore: vidi in non so qual luogo, mutarsi un'huomo, hor in toro, hor in serpente, & molti ne vidi mutarsi in cervi, benche tal metamorphosi spesso si vega in ogni luogo: mi son ritrovato dove la bella Alcione si mutò in uccello, Calisto in Orsa Lyca in scoglio, Myrrha in albero: Corone in cornacchia: Talo in perdice, Tereo in upupa: & Tiresia in femina: fui costretto (misero me) di mangiar per molti giorni un pane tale, qual fu il pane, rifiutato da Philoxeno perche non si facesse notte a mezo giorno dalla negrezza istrema, che in se haveva: et i prohemi delle cene nostre: erano radici amarissime: ben sospirava io allhora il pane Padovano & i lumbi Vinitiani ma gran ventura fu la mia, poi che si mal albergo fu incontanente dalla fortuna remunerato, col farmi vedere gli orti di Alcinoo, liquali erano si de vari frutti ornati, che appena l'uno era maturo, che l'altro vi nasceva. Vidi non molto lontano, gli orti delle Esperide dove sono gli alberi d'oro, et vidi il vigilante Dracone che li fa la guardia perche furati non sieno. Vidi anchora gli orti di Adonide, & quei nell'aria sospesi, che con tanto piacere in Assiria, & da paesani, & da passaggieri si contemplano non so ben dire, se fusser fatti da Cirro, ò da Semiramis: se nel venir in Italia vicino la Sicilia io udi cantar le Sirene, hora le vidi, & insieme i stormenti ne quali cantano: hanno il corpo di femina fino all'umbilico, il rimanente è pesce; le ho anche udito chiamarsi per i propri nomi, una di quelle, che videro, chiamavasi Aglaosa, Telcippoa un'altra; ve n'era una detta Pisna et una ve udi per nome Iliga. La dolcezza del canto mi fece adormentare, & di tal sorte, che io vidi li ministri del sonno, cioè Morpheo, Phabetore, & Phanto, liquali mi parevano rasimigliarsi à certi miei amici, che si lievano all'Alba de visconti, quando il Sole ci agiugne à meza gamba: non debbo anchora narrarvi delle molte battaglie, che pel viaggio vidi farsi da molti animali: la onde m'accorsi delle mortali nemistà, che fra gli animali irragionevoli sono: vidi combattere eserciti di cornacchie, & di nottole, di Nibbij, & de corbi, di aquile, & de trochili di murene, & de congri, de delphini, & di balene, de cervi, & de serpenti, de cameli, & de cavalli, di pecchie & de rondinelle, & de formiche, & de sorici, & di salamandre, & de testugini, di elephanti, & de dragoni, & di lacerte, & de lumache. Standomi un giorno fra gli altri alla ripa del mare, aspettando si bonaciasse il tempo, per ritornar (se possibil fusse) nella smarrita strada: vidi non in sogno, ma chiaramente la Dea Thetis accompagnata da molte Halcioni: dal cui lato manco v'era la dea Venere guidata da piu cigni, & da molte columbe: dal lato dritto v'era Giunone, con una gran torma de pavoni. Vidi poi Minerva con gran squadra di civette, che li andavano avanti con riverentia, non molto lontano da lei, eravi Apollo con grata compagnia de corvi, & de candidi cigni. Non si stette guari, che mi apparve Giove con la sua Aquila in compagnia. dopo questa bella veduta, abonacciossi il mare:si che n'andai commodamente à veder la torre Pharia, le Piramidi del Nilo, andai dove era il tempio di Diana ephesia: il sepolcro di Mausolo: il simulacro anchora di Giove olimpio: & dove era già il Colosso del Sole di settanta piedi presso de rodiotti con gran religione tenuto: ho veduto la casa di Cirro Re de Medi, nella quale erano le pietre legate con l'oro: hò veduto il tempio che à Giunone fece la reina Dido, et quel che fece Giarba re de Getuli à Giove: un'altra nobil casa vidi non molto distante, copiosissima di pretiose colonne, & de ingegnose statove di cedro fatte: non debbo dirvi della casa del Sole, della quale ben si potrebbe dire, materiam superabat opus. Ho veduto un teatro di trecento sessanta colonne, la cui Scena, parte era di marmo, & parte di ben polito vetro: le colonne inferiori erano di quarant'otto piedi, & fra le colonne vi annoverai piu di trecento statove di bronzo, maestrevolmente fatte, & era capace di settanta mila huomini: rassimigliavasi al Theatro di M. Emilio scauro figliastro di Silla (per quanto mi sovviene della descrittione) Hò veduto que quattro obelischi fatti si artificiosamente dalli re di Egitto. hò veduto l'obelisco fatto da Ramise re di Egitto di quaranta cubiti, che fu opra di venti mila huomini (sel vero mi fu rifferito.) Ho veduto il Laberintho fatto da Dedalo, & un'altro similmente nell'Egitto, con le colonne di marmore pario nell'intrare, & le piu interne erano di marmore Sienito. Hò veduto i vestigij di quella camera fatta da Alessandro Macedone, dove stavano cento letti agiatamente, con le colonne d'oro, che sostenevano la sommità del luogo, ch'era pur d'oro, nella quale stavano mille Persiani, mille saetattori Macedonici, & cinquecento huomini con i scuti d'argento: & nel mezo v'era un seggio d'oro, dove sedeva il sopradetto Alessandro, con i suoi portatori di Sarisse: Compresi allhora chiaramente, che dalle difficultà grandi, solite erano di nascerci molte consolationi & infinite dolcezze: se tollerato non havessi patientemente, & senza perdermi di cuore quelle tante fatiche che io tollerai, come sarei io stato contemplatore di si memorabili cose? Hora essendo io da venti qua, & la traportato: vidi una gran città piena di Ermaphroditi: vidi li Arimaspi c'hanno un sol occhio: vidi li Arimphei giusti sopra tutti i mortali, liquali stanno nelle selve, & pasconsi di Bacche: ho veduto ancho un paese dove le femine sette figli ad un tratto sogliono partorire, ne questo di rado accade, ma sovente volte: ho veduto alcuni popoli, liquali usano di combatter co gli occhi chiusi, & altri che maledicono, & biastemiano il sole, quando si lieva, & quando tramonta, ne per nome alcuno fra loro si chiamano, & altri popoli non lontano scorsi, liquali hanno dui estati, dui verni, & quatro solstitij: hanno le mogli communi, & communi sono anchora le facultà fra di loro: vidi in questo mio travaglioso viaggio, li Agriophagi, che si pascono di carne de Lioni, & di Panthere, & li vagabondi Arthabati, & li Astomi. perciò detti cosi, perche sono senza bocca, & di corpo molto pelosi: vivendo sol di odore per lo naso ricevuto: hò scorso per granfortuna li Ethiopi hesperij, senza legge, & senza alcuno instituto viventi: vendono i Padri li figliuoli per haver del formento da mercatanti: ho scorso li Axoni, ho veduto presso delli Armenij, le nevi rosse, perche adunque tanto si maraviglia Tullio di quel philosopho, che disse la neve esser negra. ho considerato attentamente le usanze delli Assirij, nel propor li infermi nelle vie publiche, acciò che da passagieri ricevino consiglio, ho considerato li stravaganti costumi delli Abideni e delli popoli atrij, tanto nemici de furti, delli asbiti, delli adrimarchidi, delli besalti, & delli boristenidi da perpetuo freddo tormentati: ho veduto li horridi Battriani, & li magnifici & splendidi Persiani. ho ben considerato li corruttissimi costumi de Babilonici, li rozzi Boetij, i religiosi Bithini, li sani Bragmani, gli inhumani Berbici, li schifosi Budini, che de pidocchi si pascono: son stato fra li Casiri & hebbi fatica à campare dalle lor mani, imperoche si pascano de corpi humani. Son stato fra que popoli detti Ophiophagi perche de serpenti si nodricano. Son stato fra li Choromandi huomini senza voce, ma di horribil stridore, di corpo peloso, et de denti canini: ho veduto femine partorir di cinque anni, ne vivere piu di otto; ho veduto li Cauci, popoli settentrionali, che habitano case simili alle navi, & sono gran mangiadori de pesci: ho veduto li Chelenophagi di Carmania che viveno sol di carne di testugine: debbo tacere i Caspij, i cureti, i Calcidensi, e la Caldea adoratrice del fuoco, et allo'ncontro i Galleci che non adorano cosa veruna. ho veduto li sporchi Chij, dalli quali nacque il proverbioCHILUS OMNIA PERCACAT. Ho veduto li seditiosi Cercirci, li fraudulenti Cercopi, et li Crestoni, presso de quali, ciascuno hà piu mogli: se fussero di tanta spesa à mariti quanto sono le femine Italiane pur troppo n'haverebbono di una. Hò veduto li Mitrati Cisti, li timidi, & effeminati Ciziceni, & li severi Derbici, che ogni minimo delitto di dura morte puniscono: hò veduto li Essedoni, liquali cantano ne funerali de lor padri. Ho veduto li Esseni, astenenti di vino, di carne, & de feminili congressi, senza haver fra di loro alcuna cosa di proprio: hò veduto li Epizefirij presso de quali è pena capitale, per la salute del corpo à ber vino. Ho veduto li superstitiosi Ephesii: & li Fanesii nell'oceano settentrionale, c'hanno gli orecchi si grandi, che ne cuoprono tutto'l corpo. Ho veduto li depinti Geloni, bevitori del sangue di cavallo, mescolato col latte: Ho conversato molti giorni, col rigido Geta, col vagabondo Garamanto, col nudo & selvaggio Gamphasando: con il Gimnosophista dell'otio, & della pigritia capital nemico: con l'hiperboreo settentrionale, indefesso cacciatore: con l'Eptacometa habitatore delli alberi, ò delle alte torri: con l'hircano, che fa mangiar i suoi defunti da cani: con l'Omolotta del bue amico, con l'inhumano Henioco, con l'Alizone di Scithia gran mangiatore d'aglio, di cipolle, di lente & di miglio. Ho veduto il ferino hibero, il dilicato Ionico, il fortunato Lothofago, il Leuco, saettatore eccellente: il bellicoso Lacedemonio, il Lepreo, nemico d'adulterij, il brieve Lacone, il giusto &hospital Lacano, l'invidioso Lusitano, il lidio Taverniero & giuocatore di palla, il lussurioso Lesbio, il libico cacciator di elephanti: ho conversato con i Laciadi, con i Lirci, con i Massageti, con i Marsi domatori de serpenti, con i Mandi che viveno di locuste, con i Menismini che viveno sol di latte di cinocephali, con i Miconij vaghi dell'altrui mense, con i Mosini che in publico mangiano, con i Masilli governatori de lor cavalli, non con freno, ma con la sol verga, con i Molossi cacciatori, con i Nasameni dottissimi nel saettare, con i Magneti strenui domatori de cavalli, con i Mardi habitatori di spelonche; con il Macedonico che non soffre che alcun si cinga se almeno uno de suoi nemici ucciso non habbia; con il religioso Myso, con il Medo ottimo cavalcatore, con il crudel Mosyneco, col soggetto Messenio, con il tonduto Maco, con il Miniato Machylo, con il falso Megarese, con il Melancleno, di veste nera ornato: con il Mendesio adoratore di capre, col veloce Monomero. Ho veduto ancho il sfrenato Numida: ho veduto il Norico ricco di ferro. Ho veduto l'indomabil Nervio, l'inhospital Britanno del quale parlando Oratio scrisse. Visam Britannos hospitibus feros. Ho cercato li Nabathei nell'accumular ricchezze giorno & notte intenti: ho ricercato li Pelusioti, liquali nell'invecchiar della luna si tondeno il capo, & guardansi come dalla peste di mangiar cipolle. Ho ricercato le contrade de Cilici Pirrati, ho circondato tutta la regione de Phenici che già tanta lode hebbe dal ritrovar le stelle, & le lettere, con le arti belliche & navali. Ho veduto li Cubitali pigmei: & li vivacissimi Pandori popoli dell'India, alli quali in gioventu i capelli son candidi, & in vecchiezza si fanno neri, sono stato presso delli unguentati & bevitori Parthi, liquali pasconsi di cicale. Ho veduto li Agresti Paramesidi: vidi in questa mia longa peregrinatione li Phaseliti popoli di Pamphilia, liquali sacrificano alli Dei di certi pesciolini salati. Ho veduto li Pariani nell'helesponto, liquali adorano l'amore per lor Iddio. Ho veduto li Pedalij, liquali ne lor sacrificij altro a Dio non dimandano, salvo che giustitia: ho veduto il feroce & lauto Pannone: ho veduto li Phigalei vicini alli Messenij tanto vaghi del vino, che habitano nelle taverne & allogano le case à forestieri: Ho veduto i Poltroni Rhegini, li industriosi Seri: & quelli Sciti, c'hanno le case volubili sopra di carri poste: ho veduto li Sauromati che si spesso cambiano stanza, habitano fra l'histro & il Boristene: pratticai con li Suani, indomiti & cavatori dell'oro. Se volessi dir quanti satiri m'habbia veduto sarei troppo prolisso: non mi stendero molto in dirvi c'habbia veduto li ricchissimi Sabei, ò li Sorboti che sono grandi otto cubiti non vi dirò d'haver veduto li Sciopedi liquali dall'estremo calore si diffendeno con l'ombra de piedi: ho veduto i Soriti, liquali viveno di pesce cotto al sole: ho veduto l'efferato Svevo: ho veduto il leggier Siro & alla novita di sua natura inchinato: ho veduto li Sogdij vicini à Bactriani, liquali si lietamente corrono alla morte: ho veduto quelle donne quai chiama Erodoto Selenetideche partoriscono uova, & di quelle n'escono huomini di gran statura: Ho veduto i Sarabaiti sacerdoti dell'egitto vestiti di pelli del porci, & de buoi, & habitano ne forami delle pietre. ho veduto i Scriptovini gelati per le perpetue nevi, i Spartani nemici dell'oro: & dell'argento, & amicissimi del ferro, della qual materia sono anche li danari loro: ho veduto li popoli Siginni, con i lor piccioli & pelosi cavalli: ho veduto li Samij, & il gimnasio che dedicarno all'amore & mi sono ritrovato presente alli sacrificij quai chiamano Eleutheri: ho veduto li amorevoli Sotiani & le horride spelonche de Trogloditi: ho veduto l'isola Taprobana & sonomi ammirato della lor vivacita poi che il campar cent'anni è si poca vita stimato. Sono stato molti giorni con i Thraci, & mi sono riso della lor fragil memoria, non sapendo annoverare oltre quatro: sono stato presso delli Tentirithi, tanto da Cocodrilli temuti: Sono stato con i Tapyri tanto altrui liberali delle lor mogli: Son stato presso delli giusti Tybareni: son stato presso delli Thrausi, dove le femine sono sopra modo innamorate de lor mariti. Son stato presso delli inquieti Spagnuoli: de furibundi Galli, & de animosi Tedeschi. Son stato presso delli Elusii, & delli Oxiomi di volto humanissimi, del rimanente poi simili alle fiere: Se volessi scrivere quanto ho veduto, farei piu alto volume che non fece Livio Patavino: stracco adunque di gir piu vagando: deliberai inviarmi ver casa, dove giunto, fui lietamente da parenti & da amici acarezzato; dil che sempre ne sia lodato Iddio, ilquale vive & regna sin ne secoli de secoli. Amen.


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