XI APRILE MCMXII

XI APRILE MCMXIIXI APRILE MCMXII

XI APRILE MCMXII

Non so se nella vertigine d'ombra, quando tutto ritorna per poi dileguarsi, io gli sia apparito. Sembra che le cose obliate e gli esseri più lontani e gli eventi più remoti e perfino i frantumi dei non interpretati sogni abbiano grazia nell'agonia dell'uomo. Se questo è vero, forse il fiore della mia amicizia ondeggiò nel suo crepuscolo come quel tenue ramo ch'io colsi e curvai per lui tra l'Alpe e il Mare, o forse come quel salso giglio della solitudine che pensando ad Antigone io mandai alla sua sorella immacolata.

Un'accelerazione della sorte volle ch'io l'assistessi con lo spirito nelle sue ultime ore fino al suo transito. La notte del venerdì, m'ero beato della sua poesia e l'avevo imaginato convalescente. La mattina ch'è innanzi al Resurresso, mentre mi disponevo all'opera, ebbi d'improvviso l'annunzio funebre. Qualcuno, dalla patria, mi chiedeva una parola per la morte del poeta! E il poeta non era spirato ancóra, anzi aveva ancóra da superare un lungo patimento. Ma l'inopportuno, pur violando la gentilezza umana, secondava una congiuntura misteriosa a cui debbo una delle più profonde ore di mia vita. Credetti il transito avvenuto la sera del Venerdì Santo e già deposta la salma sul letto mortuario. E dove poteva Maria aver alzato quel letto se non nella stanza delle vigilie, nell'angusta fucina del grande artiere, tra le mura riarse dalla vampa del cervello maschio? Ero certo di questo; e per tutta la mattina il mio pensiero noncessò un attimo dall'insistere nel luogo lontano che cercavo di ricostruire con lo sforzo della memoria. E a poco a poco la mia coscienza entrò in quello stato che precede il canto.

Ora avevo nella Landa un altro amico sospeso da più settimane tra la vita e la morte, condannato irremissibilmente. Era il mio ospite, lo straniero affabile da cui ebbi la casa tranquilla su la duna, dove abito da due anni.

Non ricordo se Gioviano Pontano nel suo capitoloDe tolerando exilioe Pietro Alcionio nella sua giudiziosa dissertazione impressa dal Mencken inAnalecta de calamitate litteratorumpongano tra le delizie del fuoruscito volontario o involontario il delicato sapore dell'amistà contratta oltremonte ed oltremare. Ma certo l'aroma della résina verso sera e la fragranza delle ginestre sotto vento a levata di sole non mi ricrearono mai quanto certi brevi colloquii con quel mirabile vecchio che sarebbestato carissimo al cantore di Paolo Uccello, s'ei l'avesse conosciuto.

Si chiamava Adolphe Bermond, nato su la Garonna, nella città vinosa ch'ebbe per sindaco il gran savio Michel de Montaigne reduce da Roma e per consigliere quel candido e invitto Etienne de la Boëtie imitatore del Petrarca e traduttore dell'Ariosto. Aveva quasi ottant'anni; e, quando lo conobbi la prima volta, mi parve d'averlo già veduto tra le diecimila creature scolpite o dipinte nella cattedrale di Chartres. Aveva nel volto la tenuità la spiritualità e non so qual trasparenza luminosa, che lo assimigliavano alle imagini delle vetriere e delle porte sante.

Venne in un pomeriggio di gennaio, a marea bassa, quando la spiaggia è liscia e sparsa d'incerte figure e scritture nericce al modo di quelle lapidi terragne cancellate dai piedi e dalle ginocchia dei fedeli. Scendeva dalla Cappella di Nostra Donna dell'Imbocco eaveva seco il libro del cristiano, legato di cuoio bruno, che anch'esso era liscio e lustro d'assiduità come il dosso d'un messale. Entrò nella stanza con un passo alacre e lieve, ché la grande età non l'aveva punto aggravato; e sùbito sentii ch'egli entrava anche nel mio gradimento. Tutto il suo viso era illuminato d'una fresca ingenuità che pareva mutasse le grinze da tristi solchi senili in vivaci segni espressivi, immuni dalla vecchiezza come le rughe delle arene, delle conchiglie, delle selci. I suoi occhi erano più chiari di quel cielo invernale, più pallidi dell'acqua intorno al banco di sabbia scoperto; e il sorriso vi pullulava di continuo dall'intimo. La sua voce era ancor bella, misurata da giuste cadenze; e la consuetudine delle preghiere senza suono faceva sì che le parole sembrassero disegnate dalle labbra prima d'esser proferite.

Come s'accostò alla mia tavola, scorse spiegata su le carte l'imagine intiera dellaSanta Sindone. Come volse gli occhi in giro, vide le pareti interamente coperte delle più diverse imagini di San Sebastiano, sul leggìo d'un armònio laMatthäus-Passiondel Bach, sul marmo del camino i gessi delle quindici statuette di piagnoni appartenenti al sepolcro del duca Jean de Berry, su l'assito alcuni frammenti della grande Rosa di Reims, in un angolo una delle Virtù che Michel Colombe scolpì per la tomba di Francesco II duca di Bretagna. Non dimenticherò mai il leggero tremito del suo mento e quel misto di stupefazione e di gratulazione, che dava alla sua vecchiaia non so che fervore di giovinezza. Una fiammata allegra di pino e di pigne favellava su gli alari, con lo scroscio e il friggìo della résina.

Componevo nella lingua cara a Ser Brunetto ilMistero di San Sebastiano, ed avevo già compiuta la scena tra il Santo e gli Schiavi sotto la volta magica ove brillano i sette fuochi planetari,quando gli infelici e gli infermi domandano che il novo dio si manifesti per segni nel Confessore.

Esclaves, esclaves, oui, coeursépaissis!

Esclaves, esclaves, oui, coeursépaissis!

Esclaves, esclaves, oui, coeurs

épaissis!

Il vecchio si chinò esitante su le pagine tormentate. V'eran quasi, in verità, le tracce d'una lotta sanguinosa, tanto l'inchiostro rosso delle didascalie e le cancellature violente e gli emistichii più volte riscritti e i margini tempestati di richiami facevano ardua ed aspra la carta. «Anche l'arte, come la vita, è una milizia» egli disse «e chi dà più di sangue riceve più di grazia.»

Quella parola sùbito mi toccò, tanto la rendeva religiosa l'accento. Allora gli parlai della mia opera, con un ardore che lo sbigottiva e lo rapiva. In quel servitore di Dio, a cui la carne pesava così poco, ritrovavo non so che affinità con la disciplina ascetica a cuim'ero costretto per giorni e per notti. Anch'egli era una sostanza infinitamente vibrante, un amore attivo e indefesso. La sua comprensione era pronta come il gesto della mano che riceve e serra quel che le è offerto. Talvolta, nella pausa, mi pareva di veder discendere il mio pensiero in lui come un anello gettato in un'acqua limpida, sino al fondo, e quetarsi.

Sincero e puro, non dubitò della mia sincerità e della mia purità. Cattolico ferventissimo, dedito a tutte le pratiche della divozione, non fu turbato da alcuna inquietudine, non fu punto da alcuno scrupolo. Mi sentiva ardere, e questo gli bastava. Non sapeva imaginare un poeta senza dio, né un dio diverso dal suo. Chi mai restava solo con me nelle mie notti? Certo egli credeva che fosse in me lo spirito medesimo ond'era nata quella figurina della Rosa di Reims, che chinandosi aveva raccolta e teneva ora fra le sue dita magre.

Mi pregò di leggergli una scena del Mistero. Volli leggergli quella ch'era ancor calda del travaglio e non ancor distaccata dalle mie viscere.

A toi, nous venons tous à toi,Seigneur!

A toi, nous venons tous à toi,Seigneur!

A toi, nous venons tous à toi,

Seigneur!

Gli schiavi accorrevano verso il guaritore. La lamentazione si prolungava per gli anditi tortuosi. Gli infermi apparivano, portati a braccia dai parenti, agitati, illuminati di speranza. Gridavano i loro mali, le loro piaghe, le loro angosce. Chiedevano d'essere sanati, d'essere liberati. Chiamavano a testimonianza quelli di loro che nascondevano nelle pieghe del saio i rotoli delle Scritture, perché quelli conoscevano i miracoli operati dal dio novello. Ed ecco, tutte le guarigioni erano noverate, l'una dopo l'altra: il lebbroso era mondo, il paralitico camminava, il cieco vedeva, il lunatico e l'ossesso avevano pace, l'idropico era alleviato delle sue acque,il figlio della vedova di Naim sorgeva dalla sua bara. Ma un dei leggitori di rotoli ripensava il miracolo più profondo, ripensava il cadavere quatriduano, e gridava: «Ti sovvenga di Lazaro!» E l'incredulità di Didimo era addotta. Didimo voleva vedere le ossa disgiunte ricongiungersi e favellare. Il Cristo gli aveva risposto: «Le ossa disgiunte io te le mostrerò ricongiunte. Vieni a Betania, Didimo, vieni con me. Gli occhi di Lazaro vuotati della putredine, io te li mostrerò pieni di visione. Vieni con me, Didimo. Le labbra imputridite su i denti di Lazaro, le vedrai muovere, le udirai favellare. Vieni a Betania, Didimo, se vuoi vedere e udire, vieni con me.» Queste testimonianze adducevano gli schiavi, per volere il segno. E allora Sebastiano balzava a ghermire con mano terribile l'anima dei miseri. Egli medesimo evocava il Risuscitato, sembrava con la sua voce far presente il miracolo nell'ombra caldadi aneliti. Come il pargolo nelle fasce, il cadavere era avvolto nelle bende. «Lazaro vieni fuori!» Primo, fuor della pietra, sorgeva il ginocchio...

Le genou surgit le premier.

Le genou surgit le premier.

Le genou surgit le premier.

M'interruppi, perché avevo sentito il vecchio sussultare e levarsi. Egli era in piedi davanti a me, sconvolto, senza colore, affannoso. Era l'uomo di fede, il servo di Dio, lo spettatore ideale a cui si manifestava il mio poema con le virtù della musica e dell'apparizione. Ebro, imaginai dietro di lui una moltitudine che gli somigliasse. E non volli dargli tregua. Anche la mia parola fu come il tizzo che incendia la stoppia quando rinforza il vento.

Ora gli schiavi chiedevano di vedere almeno l'effigie. «Poiché tu hai abbattuto tutti gli iddii di sangue e di fango, alza dinanzi a noi l'effigie del dio novo, che possiamo conoscerlo, che possiamo adorarlo!» Sapevano essi ch'Egli solevaapparire ai discepoli. Non era Egli apparso al Confessore? «Il suo volto è celato, il suo corpo è velato.» Un'angoscia mortale serrava il petto di Sebastiano, illividiva le sue labbra, fiaccava le sue giunture. Implacabili erano i súpplici, inappagate le pupille della carne loro. Eglino volevano la presenza del dio novo. «Non ha più corpo; sangue più non ha. Ha dato il suo corpo e il suo sangue per le creature.» Ma i segreti leggitori dei rotoli sapevano che col suo corpo e col suo sangue era apparso ai discepoli, sapevano ch'Egli aveva lor mostro le mani e il costato, e ch'essi avevan veduto le lividure, e che Didimo aveva posto il dito entro la piaga, e che dopo Egli aveva rotto il pane e mangiatolo, aveva anche mangiato un pezzo di pesce abbrustolito. «Come potresti amarlo di tanto amore? Come potresti chiudere gli occhi, essere così smorto e in tutte le vene tremare di tanto amore, se tu non avessi mai conosciutala sua faccia? Tu tremi.» Flutto vermiglio non mai sgorgò da gola recisa né onda di lacrime da dolor colmo, come allora dal petto santo scoppiava l'angoscia. «Tremo perché su l'anima mia porto peso d'obbrobrio. L'han percosso coi pugni, l'hanno schiaffeggiato, gli hanno sputato addosso. La sua faccia è contraffatta. Gli sputi e il sangue gli colano per le gote. Tutti i denti gli tentennano nella bocca enfia. E le sue palpebre, e i suoi occhi, ahimè!»

Credo che in quel punto la voce mi si spegnesse, perché mi si serrava la gola. E allora un sentimento mai provato mi scrollò le radici dell'essere, perché a un tratto udii il suono d'un pianto umano che non avevo udito mai, tra quelle quattro mura deserte e lontanissime da ogni rumor del secolo udii il profondo singhiozzo del «consumato Amore» che cantò Jacopone, scorsi le medesime lacrime che avevano rigato il viso di Francescoin ginocchio dinanzi al Crocifisso di San Damiano o errante intorno alle mura della Porziuncola.

O secca anima mia,che non puoi lacrimare!

O secca anima mia,che non puoi lacrimare!

O secca anima mia,

che non puoi lacrimare!

Non mi mossi. Poteva quel pianto essere consolato o interrotto? E quale parola poteva esser detta, che valesse in dolcezza una sola di quelle lacrime? E, in verità, qual cosa avrei potuto trovare dentro di me più bella di quella «nuditate d'amore» che mi si mostrava all'improvviso in un vecchio già inchinato verso la tomba? E come potrei ora significare la qualità di quel pianto «pieno di consolanza?» Il Beato ha espressa la legge dell'ineffabile.

Quello ch'è non si può dire,puossi dir quel che non è.

Quello ch'è non si può dire,puossi dir quel che non è.

Quello ch'è non si può dire,

puossi dir quel che non è.

E un rammarico simile al rimorso m'assale, mentre ne scrivo. E avrei serbato il dono nel mio segreto, se il mio amicoelevato dalla sua santa morte alla condizione di mistero glorioso non mi sorridesse oggi a traverso quella visiera di cristallo. Ma potrà comprendere soltanto colui che fra mille canti sa distinguere la melodia nata dal cuore della Terra e tra le parole dei Vangeli la parola che per vero esci dalle labbra di Gesù e resta in eterno piena del suo soffio vivente. Fino a quell'ora io aveva udito gli uomini piangere in un altro modo, e li avevo veduti confinati e fissi nel luogo delle loro lacrime come il ferito giace nella pozza del suo sangue, e me medesimo dalla pietà ristretto e quasi prigione di miseria. Il pianto di quel cristiano pareva sonare su la malinconia del mondo; e il Volto illividito dalle gotate, lordo di sputi e di sangue, pareva impresso nel pallido cielo come nel pannolino della Veronica ma per me in non so che maniera indefinita e futura. E, quando uscimmo, il silenzio dell'immensa Landa, con le sue miriadidi tronchi dissanguati dal ferro del resiniere, con le innumerevoli sue piaghe di continuo rinfrescate e allargate, con il perpetuo suo gemito aulente, era come il silenzio d'una moltitudine dolorosa che non si lagna perché accetta il suo cómpito e la sua pena. E io compresi quella parola d'avvenire, che dice come la natura sia per trasformarsi a poco a poco in cerchio spirituale e il tutto sia per sublimarsi in anima.

Chi anche ha parlato di «membra mistiche dell'uomo»? In qualche ora sembra che noi non riconosciamo taluno degli atti più consueti della nostra vita corporale. Come camminavamo, l'uno a fianco dell'altro, sul sordo sentiero coperto dagli aghi dei pini? Non v'era divario tra il passo del vecchio e il mio, perché il nostro passo non era delle nostre ossa, dei nostri muscoli, dei nostri tendini. Se bene andassimo davanti a noi, io aveva in me il sentimento di volgere indietro quel che piùdi me ferveva, come la face trasportata rovescia la cima della sua fiamma. Gli occhi del mio amico erano appena rasciutti; e il luogo, ove il «consumato Amore» aveva pianto, e l'evento avverato erano già come avvolti in un velo di memoria, i cui lembi ondeggiavano verso la mia più fresca infanzia. La commozione ancor mi teneva tutto, la realtà non soltanto era recente ma presente ancóra; e pure una parte di me faceva uno sforzo ansioso per ricordarsi di non so che altro, per raffigurarsi non so che cosa di più profondo e di più dolce. Ma può l'attesa avere la figura della rimembranza?

Non parlavamo. Di tratto in tratto io lo guardavo con l'angolo dell'occhio; e mi stupivo che un viso di tanta vecchiaia, lavato dalle lacrime, mi rammentasse per la sua espressione certi episodii patetici della fanciullezza: uno tra gli altri. Un giorno avevo fatto piangere la mia cara sorella Anna, per un capricciocrudele; e poi l'avevo racconsolata, sbigottito, perché ella era tanto sensibile che quando le accadeva di piangere, anche per una cosa lieve, pareva l'avesse colpita una sciagura irreparabile ed ella fosse per stemprarsi nel suo dolore. Vedendomi così pentito e afflitto, ella si sforzava di raffrenare il singulto e di rasciugarsi le guance. E mi ricordo che io la presi per mano e la condussi per una rèdola, tra due campi di lino; e avevamo con noi il nostro cane paziente ch'era stato la causa del litigio. E di tratto in tratto io la sogguardavo; ed ella, per non farmi più pena, cercava di vincere il singulto ostinato che le scrollava il piccolo petto, o, come per togliergli l'acredine, lo preveniva con un sorriso che si rompeva sùbito. E allora mostrava d'esser contenta di tutto quel cilestro del lino, come s'io gliel'avessi donato; e pareva che non io volessi rientrare nella sua grazia ma sì volesse ella farsi perdonare.E v'era nella sua attitudine tanta tenerezza e gentilezza che non potei più sostenerla, e mi feci tutto lacrimoso anch'io, con suo sgomento.

Non so perché, questo ricordo mi rifiorì dal cuore mentre camminavo a fianco del vecchio. E mi pareva di andare errando senza mèta per un paese che io non conoscessi; ma egli sapeva la sua via. Ci ritrovammo a piè della duna ove sorge la Cappella, e salimmo, tra i giovani pini, sino al limitare. Egli non disse alcuna parola per invitarmi a entrare nel suo rifugio. Mi tese la mano, e mi diede la sua amicizia come nella Domenica delle Palme si dà il rametto d'ulivo su la porta della chiesa azzurra d'incenso. Portando meco la cosa preziosa, discesi la china, mi dilungai per la Landa.

Era prossima l'ora del vespro, ma l'aria pareva non rattenere della luce se non le particelle d'argento. Di là dalla selva non scorgevo i lidi, ma ricevevo laquiete della bassa marea; che è come quando la febbre decade nel polso cui vien sottratta qualche oncia di sangue. Non avevo mai sentito vivere gli alberi di tanta doglia. Taluno aveva un sol taglio nel piede; altri l'aveva sino a mezzo il tronco scaglioso; altri portava una ferita viva accanto a una rammarginata; altri era svenato a morte, con solchi che incavavano l'intero fusto simili alle scanalature nella colonna dorica. E il succo vitale stillava e colava per tutto: i vaselli d'argilla n'erano colmi. Qualche resiniere ancóra s'attardava a rinfrescare una piaga; e s'udiva risonare il ferro nel vivo, senza lagno. Ciascun albero aveva il suo martirio, quasi che in ciascuno abitasse uno spirito avido di soffrire e di sanguinare come l'eroe divino da me eletto.

E in quella sera feci l'invenzione del Lauro ferito. Il corpo di Sebastiano si distaccava lasciando tutte le frecce nel tronco del lauro d'Apollo. Le asticciuolescomparivano nella carne miracolosa come un vanire di raggi. «Rivivrai, rivivrai! Ritornerai!» gridavano gli Adoniasti.

D'allora innanzi il mio novello amico mi visitò sovente. Come io faceva di notte giorno, egli soleva venire su la fine del pomeriggio, quando ero per accendere il mio fuoco. Mi ricordava il principio dell'inno di Sant'AmbrogioAd completorium:

Te lucis ante terminum...

Te lucis ante terminum...

Te lucis ante terminum...

Entrava in punta di piedi, parlando a voce bassa, come nell'oratorio. Temeva di turbare il silenzio e di smuovere le cose invisibili che si nutrivano d'esso. Restava seduto per breve tempo dinanzi al camino; e io vedevo dalla mia tavola la sua testa d'antico Donatore inginocchiato nell'angolo d'una pala d'altare inclinarsi di sotto alle statuette dei Piagnoni funerarii. Egli pareva essere per me il messaggero e l'interprete di quell'etàda cui avevo raccolta una forma d'arte caduta in dissuetudine per rinnovellarla. Ma forse egli era assai più antico, e aveva partecipato a quel pellegrinaggio che si partì da Bordeaux nell'anno 333 seguendo l'Itinerarium Hierosolymitanum, come io gli dicevo per motteggio. Però nelle sue «stationes» e «mutationes» a traverso i secoli egli doveva essersi attardato più lungamente in quella immobile serenità che splende nellaPassionedi Bourges come nelle metope arcaiche d'un tempio greco. Egli ne portava tuttavia l'illuminazione su la sua fronte.

E, se è vero che tutte le cose certe sono vive e tutte le incerte sono morte, la sua meravigliosa certezza lo poneva di là dalla vita come una creatura compiuta e immutabile. M'appariva dal suo discorso ch'egli considerava la storia del mondo come la rappresentano le cattedrali della terra di Francia. A simiglianza dei maestri marmorai e vetrai,egli credeva che, dopo l'avvento di Gesù, non avesse il mondo avuto altri grandi uomini, se non i confessori i dottori e i martiri. Nel suo spirito come nel santuario, i conquistatori e i vincitori avevano il luogo più basso. Così nelle vetriere essi sono genuflessi ai piedi dei Santi, piccoli come fantolini, gracili come i fili d'erba nelle commessure dei gradini sacri. Persisteva in lui la coscienza di quegli che compose loSpeculum historicumfacendo la minor parte agli imperatori e ai re, la massima agli abati, ai monaci, ai pastori, ai mendicanti. Per lui, come per il domenicano protetto da San Luigi, i più alti fatti non erano i trattati le incoronazioni e le battaglie ma la translazione d'una reliquia, la fondazione d'un monastero, la guarigione d'un ossesso, la beatificazione d'un eremita. La tremenda lotta moderna, combattuta con i congegni più perigliosi e con le volontà più crudeli, aveva per lui la medesima importanzach'ebbe per Vincent de Beauvais la grande giornata di Bouvines, posta modestamente tra l'istoria di Santa Maria d'Oignies e l'istoria di San Francesco poverello. Simile a quei pellegrini che traversavano gli eserciti nemici avendo per solo salvacondotto in sul cappello il piombo effigiato di San Michele del Periglio o di Sant'Egidio di Linguadoca, egli passava immune a traverso il secolo d'acciaio. Anche dinanzi ai traffici della sua città operosa e danaiosa egli doveva aver di continuo negli occhi quella parete del Camposanto di Pisa ove un nostro pittore — che fu, quanto lui, divoto di San Domenico — dipinse la Tebaide degli anacoreti come un mondo verace in un mondo fallace. E la Via lattea certo era pur sempre per lui il cammino di San Iacopo, e i bagliori in cima agli alberi delle navi erano i fuochi di Sant'Elmo; e San Medardo era ancóra il signore dell'utile pioggia.

E nulla d'angusto, nulla di meschino s'accompagnava in lui a questa ingenua fede. La sua indulgenza era grande come la sua disciplina. Egli era venuto verso me con abondanza di cuore non certo attratto da odor di santità ma solo dal pregio di un'anima sempre vigile; perché una povera serva gli aveva detto che io consumavo nelle mie notti più olio d'oliva che non ne bisognasse alla lampada perpetua della Cappella. E la finezza della sua mente corrispondeva alla delicatezza del suo cuore. Un nobile ritegno governava ogni suo atto e ogni sua parola, quando egli era per appressarsi all'intima vita dell'amico. Non prodigava i consigli, anzi non ne dava quasi mai; ma la sua semplice presenza era un soccorso coperto.

Vidi un giorno su la collina di Francavilla, in un sentiero selvaggio che conduceva al Convento ove col mio grande e puro Francesco Paolo Michetti mi credo aver vissuto i miei giorni migliori, vidiun giorno a maraviglia per una proda il tronco tagliato d'un vecchio alloro rimettere un gran numero di germogli che al lor nascere avevan l'aria di sprizzare dal legno come faville verdi. Ogni volta che passavo, il tronco pareva cangiare tutte quelle cimette vive in lingue loquaci per dirmi: «Non disperare, non disperare». Non altrimenti risfavillava di sempre fresca speranza il mio amico. Egli conosceva la sentenza e la vignetta dell'Ars moriendi. «Havvi un sol fallo grave al mondo: il fallo di chi dispera. Ben più colpevole fu Giuda in disperare che il Giudeo in crocifiggere Gesù.» E, quando andava a visitare i poveri, gli infermi, i prigionieri e ogni sorta di peccatori in angustia, soleva dire che quattro Santi l'accompagnavano: San Pietro il qual rinnegò tre volte il suo Maestro; Maria Maddalena a cui tanto pesò la sua carne impura; il persecutore San Paolo che Iddio convertì con la folgore; il buon ladrone che non sipentì se non nelle braccia della croce infame.

Come taluno dei nostri Beati italiani, egli conciliava in sé quei doni che appartengono alla vita contemplativa con quei doni che appartengono alla vita attiva «poiché tutti procedono da uno spirito stesso». Per lunghi anni nella sua città natale egli governò le corporazioni cattoliche più operose, ed esercitò la carità con tal larghezza da meritare il soprannome d'Elemosinario. «Dispersit, dedit pauperibus.» Donò grandemente, e senza contare, e sempre di nascosto. Non so s'egli abbia mai ricoverato nel suo letto un mendicante, come quel Blaise Pascal del quale ignorò sempre i tormenti le vertigini e le febbri; ma più volte, come un servo umile e pronto, rigovernò la casa de' suoi poveri e de' suoi malati. Quegli che aveva tanta luce su la sua fronte, amava aver tanta ombra su le sue mani! Per lui non era detto già: «Nesciat sinistratua quid faciat dextera tua», ma era detto: «Non sappia la tua destra quel che la tua destra dà». Quando la segreta elemosina ebbe di molto assottigliato il suo patrimonio, lo punse carità dei figli, ch'ebbe numerosi e ben nati. Divise tra loro il rimanente, avendo altrove conquistato una indivisibile signoria; e si ritrasse nella Landa ad abitare seco. Che cosa debba fare colui che seco abita, egli lo sapeva dall'Antico ma meglio dalla sua stessa aspirazione. «Secum purgatur, orat, legit, et meditatur.»

Divotissimo era di San Domenico; e sotto il vocabolo del sublime amico di San Francesco è posto il tetto ch'egli mi concesse. Per umiltà egli volle andare ad abitare nell'antica infermeria dei Padri Domenicani, che aveva ricomperata a causa d'amore. È una bruna casipola di legno, tra l'ombra della Cappella e l'ombra della pineta. In quella scelse la stanza più modesta, sapendoche «la cella di continuo abitata diventa dolce». Quando la Landa rombava come l'Oceano, allo sforzo del vento, egli credeva essere sopra un vascelletto in punto di salpare per l'ultimo viaggio. Ma quando l'oro primaverile colava sul balcone giù dal minuto crivello dei pini e gli uccelli facevano il lor concerto, quella era la casa lieve ch'io m'avevo sognata più d'una volta, era «la casa in sul ramo», lieve, sonora, pronta.

Aveva quivi trasportato un piccolo organo da mantici, perché amava la musica sacra e sonava con grazia qualche mottetto. Come quel soave domenicano Enrico Suso, egli si piaceva di chiamarsi «il servitore»; e, come lui, doveva certo ogni mattina, svegliandosi all'ora della Salutazione angelica, udire entro di sé una voce cantare nel modo minore le parole: «Maria, la Stella del Mare, ecco, si leva».

Un giorno, entrando, lo trovai assopitodavanti alle due tastiere; e trattenni il piede e il respiro per non isvegliarlo, tanta beatitudine mi apparì nel suo volto. Ripensai a quel ch'egli m'aveva narrato del giovine Suso. Forse anch'egli sognava d'essere nel mezzo del concerto celeste a cantare il Magnificat; e la Vergine gli veniva incontro e, per segno d'aver gradito un'offerta di rose, gli comandava di cantare il versetto: «O vernalis rosula!»

Fin dalla sua prima visita, fin dall'ora di quel pianto repentino che rimase in fondo alla nostra amicizia come non so che misteriosa freschezza, credo ch'egli sperasse di volgermi all'esercizio della preghiera secondo il suo rito. Ma non mai, neppure per un attimo, assunse aspetto e tono di convertitore. Aveva un suo modo gentilissimo di farmi sentire che v'era fra noi un bel segreto, del quale non conveniva ragionare. Talvolta, se qualche mia parola giusta lo toccasse, mi guardava intento, sospeso,con uno sguardo singolare in cui pareva quasi direi trasposta l'attenzione d'un'orecchia inclinata, fattosi somigliante a tale che abbia udito un suono rivelatore e ne segua le onde per ansia di riconoscerlo. Talvolta anche, in certe pause, mi dava imagine di un uomo che, stando in una contrada al principio della primavera quando i succhi cominciano a muovere, si ponga in ascolto per desiderio di cogliere la melodia indistinta della linfa che in breve trasfigurerà ogni creatura abbarbicata alla terra. Così la sua illusione spiava in me l'opera interiore della Grazia.

Lo raggio della grazia in che s'accendeverace amore, e che poi cresce amando...

Lo raggio della grazia in che s'accendeverace amore, e che poi cresce amando...

Lo raggio della grazia in che s'accende

verace amore, e che poi cresce amando...

Gli parlavo di Dante; e mi commoveva la sete ch'egli aveva di quella gran fonte. Un giorno gli raccontai come io avessi contemplata nella cattedrale di Amiens la Speranza scolpita in quel modo che il Poeta la canta nelParadisoquando Beatrice nell'ottavo cielo gli mostra il barone

per cui laggiù si visita Galizia,

per cui laggiù si visita Galizia,

per cui laggiù si visita Galizia,

e San Iacopo lo esorta: «Di' quel che ell'è». Dante e l'ignoto marmorario avevano fedelmente tradotto, l'uno nella terza rima, l'altro nella materia dura, la diffinizione che della Speranza dà nel Libro delle sentenze un teologo di Francia, Pierre Lombard vescovo di Parigi. «Spes est certa expectatio futurae beatitudinis....»

«Spene» diss'io «è uno attender certodella gloria futura...»

«Spene» diss'io «è uno attender certodella gloria futura...»

«Spene» diss'io «è uno attender certo

della gloria futura...»

Il mio amico restò lungamente pensoso di quella rispondenza fra la cattedrale di pietra e la cattedrale di parole, l'una sorta nella sua terra e l'altra nella mia. Pareva che io gli avessi più avvicinato Dante e gli avessi scoperto nell'ardua mole gotica un punto misteriosamente sensibile in cui potessero inostri spiriti convergere e comunicare. Alla fine del nostro colloquio (il vento occidentale squassava tutta la Landa e l'immenso fragore dell'Oceano faceva sembrar fragili tutte le cose) egli mi posò le mani su l'uno e su l'altro òmero, mi guardò con la sua anima nuda emersa a fiore del suo viso diafano, e mi chiese: «Quando? Quando?» Era in me quella malinconia potente in cui il cuore batte più robusto e più celere. Gli dissi, con dolcezza figliale: «Io sono nato per vedere, per ricordarmi e per presentire». Poi soggiunsi: «E forse attenderò me stesso fino alla morte».

Rimanemmo qualche tempo senza visitarci, perché io ricominciai a vegliare la notte e a dormire il giorno. Egli sapeva che la mia lampada era accesa e che avevo in serbo molto olio nel mio orcio. «Lo sposo dell'anima suole a mezza notte venire. Guarda che a dormire non ti truovi.»

Una sera dello scorso febbraio, dopocompiuto l'anno dall'ora del pianto e del legame, uno de' suoi figli mi giunse, inatteso; e mi disse: «Mio padre vuole vedervi. Non ha che qualche settimana o qualche giorno di vita. Esauditelo».


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